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West Side Story (1961): un musical intramontabile

C’è un posto per noi: da qualche parte c’è un posto per noi. La pace, la tranquillità e l’aria aperta ci aspettano da qualche parte…

Titolo originale: West Side Story

Regista: Robert Wise

Sceneggiatura: Ernest Lehman, Jerome Robbins e Arthur Laurents

Cast Principale: Natalie Wood, Richard Beymer, Russ Tamblyn, Rita Moreno, George Chakiris

Nazione: USA

Una pietra miliare dei film musical, West Side Story del 1961 è un cult da conoscere, soprattutto oggi che il remake di Steven Spielberg è stato addirittura candidato agli Oscar.

West Side Story è uno spettacolo magnifico, un film fondamentale per quanto riguarda i musical cinematografici, un vero e proprio successo al botteghino. All’epoca, infatti, ebbe un seguito molto forte e venne acclamato superlativamente dalla critica. Vediamo insieme di cosa stiamo parlando e perché è importante inserire questo film in quelli da vedere almeno una volta nella vita.

West Side Story: un successo clamoroso

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, il musical era diventato uno dei generi cinematografici più popolari. L’elenco dei successi passati era impressionante, inclusi titoli come Singin’ in the Rain, South Pacific, The King and I, My Fair Lady, Sette spose per sette fratelli e tanti altri. Di conseguenza, i magnati di Hollywood all’epoca erano sempre alla ricerca di nuovo materiale, indipendentemente dal fatto che fosse originale o adattato. 

Quindi, ogni volta che un nuovo musical di Broadway catturava l’attenzione del pubblico, di solito veniva fatto un tentativo di trasformarlo in un evento cinematografico. Proprio questo accadde con West Side Story, che debuttò a Broadway nel 1957, diversi anni dopo che l’idea era stata concepita da Leonard Bernstein e Jerome Robbins. Il concetto alla base dello spettacolo era di trasferire Romeo e Giulietta in un ambiente contemporaneo e presentare la storia come un musical, con un intrigante mix di romanticismo, tragedia, violenza e canti e balli.

Rimase per due anni a Broadway prima di andare in tournée e poi tornare a New York per una grande riapertura. I pensieri sul film sono sbocciati subito dopo che è diventato evidente che West Side Story era un grande successo di pubblico e critica. Quindi, con Bernstein e Robbins che si misero a lavorare insieme al regista Robert Wise, la versione cinematografica è entrata in produzione nel 1960. Dopo aver debuttato nelle sale nell’ottobre 1961, è diventata un successo internazionale e ha vinto dieci Academy Awards, incluso quello per il miglior film.

La struggente storia di due innamorati

Il film si svolge nell’Upper West Side di New York alla fine degli anni ’50 e protagoniste, proprio come nella celebre opera di Shakespeare, sono due fazioni.

I Montecchi e i Capuleti in lotta sono rappresentati da bande rivali: i Jets e gli Sharks. Il primo gruppo è composto da newyorkesi di prima generazione i cui genitori sono arrivati negli States nei primi decenni del secolo. I loro rivali sono gli immigrati portoricani appena arrivati ​​negli Stati Uniti. 

La continua lotta tra i Jets e gli Sharks è pronta per esplodere in una guerra aperta, ma non prima che Tony (interpretato da Richard Beymer), uno dei fondatori dei Jets ma che ha deciso di cambiare strada, si innamora perdutamente Maria (una splendida Natalie Wood), la sorella del leader degli Sharks. A causa di questo amore folle, le due bande si sfidano, lottano e combattono per la supremazia, senza accettare in alcun modo il sentimento dei due giovani.

Proprio come in Romeo e Giulietta, infatti, la storia non ha lieto fine e diventa struggente ad ogni minuto che passa. Sono tanti i temi trattati, dalla discriminazione all’immigrazione, i conflitti tra bande e la violenza, raccontati con estrema delicatezza ma anche con forte determinazione.

Momenti memorabili e musiche diventate cult

West Side Story è diventato un vero e proprio cult nei decenni, ancora oggi infatti non si dimentica facilmente. Quest’anno, inoltre, è arrivata al cinema la versione remake di Steven Spielberg che, nonostante sia tecnicamente un film degno di un Oscar, non riesce a spuntarla con il classico senza tempo.

Il film del 1961, infatti, è davvero memorabile. West Side Story dà il meglio di sé, ovviamente, quando i personaggi cantano e ballano.

La colonna sonora scritta da Bernstein è ricca e memorabile e delle circa dodici canzoni della colonna sonora, tre sono straordinarie. 

Due di loro, le ballate romantiche “Tonight” e “Somewhere”, sono ormai immediatamente riconoscibili. Il terzo, probabilmente il numero più energico, è “America” , che dura ben sei minuti. 

Oltre ad essere una delle canzoni preferite dal pubblico, il suo testo è importante grazie alla sua critica sociale. Infatti, tutta la canzone è impostata come un dare e avere tra le donne portoricane, che si aggrappano al loro sogno di un’America come terra promessa, e gli uomini, che sono stati delusi dalle limitate prospettive di lavoro e alloggio per gli immigrati. 

Una frase, “I grattacieli fioriscono in America, le Cadillac ingrandiscono l’America, il boom dell’industria in America”, è contrastata da “Dodici in una stanza in America”. Allo stesso modo, la risposta a “La vita va bene in America” ​​è “Se sei tutto bianco in America”.

West Side Story, grazie alla commistione tra musiche straordinarie, coreografie mai viste e una storia scritta benissimo, è una fusione coraggiosa ed efficace di elementi seri e fantastici e offre due ore e mezza di solido intrattenimento.

Quando vedere il film

Una domenica pomeriggio, per un paio d’ore di intrattenimento piacevoli e indimenticabili.

Tre motivi per vedere il film

  • Le musiche, non le dimenticherete facilmente
  • Perché è un classico senza tempo
  • Natalie Wood, stupenda e meravigliosa nel ruolo di Maria

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Chi era Luca Serianni per i suoi studenti

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Il 21 luglio 2022, dopo tre giorni di prognosi riservata e dolore, è stata annunciata la morte del professor Luca Serianni. L’ex docente di linguistica della Sapienza era stato travolto da un’auto a Ostia il 18 luglio, mentre alle 7.30 di mattina attraversava la strada sulle strisce pedonali.

In questi giorni di angosciante silenzio stampa, i suoi allievi si sono aggrappati alla speranza che la vita non facesse questo sgambetto a una delle menti più brillanti della cultura italiana. Serianni in coma irreversibile? Chiunque lo abbia mai sentito parlare non avrebbe accettato una simile verità. Eppure, questa fine così ingiusta ci ricorda ancora una volta che non si fanno sconti proprio a nessuno e che di fronte alla morte siamo tutti uguali.

Ci sono tanti titoli con cui potrei definire Luca Serianni: professore, accademico e studioso sono alcuni di questi. L’unico che però mi sembra davvero corretto è insegnante.

Per trasmettervi correttamente questo mio pensiero voglio condividere il pensiero che mi ha accompagnata nei giorni in cui cercavo famelica aggiornamenti sulle sue condizioni. Mentre non sapevo, mentre speravo, mi immaginavo il professore che – con la sua solita garbata ironia – mi spiegava l’etimologia del termine “coma”.

Così sono andata su Google a cercare il significato della parola, che deriva dal greco e vuol dire «sonno». Ancora una volta, l’insegnante ha insegnato senza fare lezione. Forse per questo la scomparsa di Luca Serianni mi risulta così dolorosa e incredula: sento il vuoto di questa perdita come una mancata occasione per chi verrà. Quanto ancora avrebbe potuto dare il nostro prof a tutti noi.

Ho deciso quindi di omaggiarlo raccogliendo tre dei post social che alcuni dei redattori e degli ex redattori di CulturaMente hanno condiviso in questi giorni con l’intento di contribuire al suo ricordo anche nei giorni che verranno. Se il web ha un potere, è quello di poter diventare archivio di conoscenza accessibile a tutti. Luca Serianni, come nella vita non è stato appalto solo dei suoi studenti universitari, anche dopo la vita dovrebbe essere appalto di tutti.

I ricordi degli studenti

Alessia Pizzi, Linkedin

Ho dato il mio primo esame con #LucaSerianni: grammatica storica italiana. Poi ne sono seguiti altri, la lingua di Dante, la lingua di Pascoli. Dopo l’università ho continuato a leggere i suoi libri e a seguirlo a teatro, dove continuava a proporre lezioni magistrali di poesia e lingua. Anche Giorgio si è innamorato di lui quando l’ho portato ad ascoltarlo, pochissimi mesi fa: lo voglio ai miei eventi, mi ha detto. Era l’8 marzo. Mi sono presa delle ore di permesso, gli ho detto, ti porto al Teatro Manzoni, è un’esperienza: Serianni parlerà delle poetesse. Poi ieri, all’uscita dal lavoro, ricevo mille messaggi su whatsapp: mi scrivono i miei amici, mia cugina, tutti SUOI allievi, per dirmi che è in coma. Magari lo avrete letto tra le news – swippando con disattenzione – che un celebre linguista è stato travolto a Ostia alle 7.30 di mattina sulle strisce pedonali. Vi dico chi è Luca Serianni. È il prof che alla Sapienza riempiva la classe e riceveva l’applauso con standing ovation a ogni fine corso. È il prof con cui potevi parlare fuori lezione e che all’esame ti spiegava perché la via dove abiti si chiama proprio così. È il prof a cui una volta ho aggiustato il microfono e che continuava a ringraziarmi a ogni lezione. È il prof che anche dopo la pensione continuava a insegnare, con ironia, garbo, umiltà. Luca Serianni è e resterà sempre un faro della cultura, un’icona di gentilezza per me. Un mentore. Mi distrugge sapere che probabilmente non potrò più ascoltarlo né vederlo né leggerlo. Prof, grazie di tutto quello che ha fatto per noi, per averci insegnato il peso delle parole. Io spero che possa avvenire un miracolo per lei e che questo sonno non sia davvero irreversibile.

(Nei commenti su Linkedin potete leggere altri ricordi dei suoi ex studenti)

Francesco Fario, Instagram

Fino all’ultimo non ho voluto crederci. Ho pensato che anche in quest’occasione la sua mente lo avrebbe… salvato. Invece no…

Lui, la parola, il Temuto, la Conoscenza. Probabilmente uno dei professori che più ho ammirato nella mia carriera universitaria. Fare con lui esami, assistere a dibattiti e parlarci sono stati dei privilegi. Oggi la Cultura Italiana ha perso una grande mente. Mi unisco al coro degli ex allievi. Addio professor Luca Serianni: non eravamo pronti alla pensione, figuriamo a questo…

Davide Massimo, Facebook

“…Con una mossa da vecchio retore…”. Sono ore che penso a come ricordare il mio e il nostro professore, Luca Serianni. Ne ho pensate tante e ci penserò ancora; probabilmente mi riuscirà pure meglio quando il dolore si attutirà, fra tanto tempo. Nel frattempo voglio condividere la storia che tanti amici hanno sentito negli anni: la storia dello struzzo e delle sue uova.Luca Serianni era solito nei suoi corsi lanciare dei quesiti a cui non aveva trovato risposta, non perché l’avesse cercata senza successo, ma perché si era deliberatamente astenuto dal cercarla per stimolare lo spirito di ricerca degli studenti. Un giorno, a lezione, sollevò la questione della fonte di un’immagine bizzarra (l’animale che cova le sue uova con lo sguardo, poi rivelatosi essere lo struzzo) contenuta in un romanzo seicentesco. Incuriosito, mi avventurai in una ricerca (complici dei giovanissimi Luca De Curtis e Marta Marucci). Trovai una pista plausibile, gliela presentai via email e rispondendo mi disse: “(…) Non c’è dubbio che la soluzione sia esattamente questa (e complimenti anche al suo collega Luca [suppongo De Curtis])” – quella congettura fra quadre, più che da filologo, è propria di chi si ricordava non solo di ognuno di noi, ma anche degli amici con cui ci accompagnavamo sin da quegli esordi universitari. Mi invitò poi a presentare la questione a lezione, cosa che feci indegnamente con molta vergogna ed emozione.Un mesetto dopo, scrisse un’altra email a tutto il trio per dirci che le nostre ricerche sulla vicenda dello struzzo ‘hanno aperto la strada ad altre pertinenti agnizioni’ e ci ha aggiornato sui passi successivi effettuati da un suo allievo grazie al nostro primo passo. Chiudeva l’email così: “Come vedete, la ricerca non si ferma mai; anche per un particolare come questo si può arrivare, attraverso progressivi aggiustamenti, a quella che potremmo chiamare, se non temessimo l’incombente retorica soggiacente, la verità’. Se nella vita ho voluto per ora scegliere la strada della ricerca lo debbo anche a Luca Serianni, così come gli debbo tantissime altre cose. Con la sua vita e il suo insegnamento mi ha confermato quell’ottimo apoftegma di Plutarco, che ‘la mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, necessita di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso della ricerca e un amore ardente per la verità’.

L’ultima lezione alla Sapienza

Alcuni articoli per conoscere Luca Serianni

La foto in copertina ritrae Luca Serianni l’ultima volta che l’ho visto: al teatro Manzoni di Roma l’8 marzo 2022, in occasione di una bellissima lezione sulla poesia femminile.

Alessia Pizzi

Il truffatore di Tinder: il documentario Netflix su Simon Leveiv

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Il truffatore di Tinder è un documentario disponibile su Netflix in cui è raccontata la storia di Simon Leveiv alias di Shimon Hayut, israeliano 31enne noto alle cronache proprio come The Tinder Swindler.

Fingendosi il figlio mai esistito di Lev Leveiv, un noto imprenditore che opera nel mercato dei diamanti, il giovane sarebbe riuscito a truffare le donne con cui intratteneva relazioni sentimentali, abbandonandole sistematicamente dopo aver incassato ingenti somme di denaro.

La vicenda

Simon/Shimon era costretto a viaggiare spesso per lavoro (su jet privati). Fingeva di essere un uomo ricco, di avere per questo molti nemici e di trovarsi in una situazione di grave pericolo. Utilizzando il pretesto di dover proteggere la propria identità per motivi di sicurezza e non potendo quindi usare l’ American Express con il proprio nome, l’uomo chiedeva alle donne adescate su Tinder prestiti e assicurava alle sue vittime che avrebbe restituito tutto non appena fosse uscito dalla situazione complicata in cui si trovava.

Il documentario si sofferma sulle testimonianze di tre vittime. La prima è la norvegese Cecile Fjellhoy che racconta di aver incontrato per la prima volta Simon in un hotel di lusso di Londra. Durante quel primo appuntamento rimane semplicemente folgorata da quell’uomo di bell’aspetto, affabile e decisamente ricco.

La ragazza dichiara nel documentario che “uno swipe può cambiarti la vita“. Il match con Simon ha infatti sicuramente cambiato la sua. Cecile, giorno dopo giorno, è stata conquistata dalla gentilezza del truffatore che non lesinava regali, messaggi d’amore e progetti a lungo termine, come la convivenza e addirittura dei bambini.

Quando ho parlato con Simon si è subito creato un legame. Era intelligente, simpatico, elegante. Mi ha chiesto se volevo viaggiare con lui su un jet privato e soggiornare in un hotel a cinque stelle. Poi nel cuore della notte mi ha confessato che aveva bisogno di una cosa… ventimila dollari in contanti

Cecile si è così indebitata con nove banche. Nel corso del documentario scopriamo che la norvegese non è l’unica vittima. Ci sono altre due testimoni che compaiono nel film, ma Simon ha truffato anche altre donne in Finlandia, in Germania e in Olanda. La teoria del docu-film è proprio che l’uomo avesse uno schema preciso sia nelle modalità di adescamento e conquista, sia nel richiedere denaro. Ogni donna conquistata pagava per la vittima successiva. I costosi regali, i viaggi e gli hotel a cinque stelle che venivano interamente offerti da Simon, in realtà erano pagati col denaro che l’uomo era riuscito ad ottenere dalla precedente relazione.

Cecilie Fjellhøy non ci sta e contatta VG, un giornale norvegese che avvia un’inchiesta. Si scopre così che l’uomo è ricercato dalla polizia israelita.

Shimon Hayut è stato infine arrestato in Grecia per essere poi estradato in Israele, dove ha scontato solo 5 dei 15 mesi previsti dalla sua condanna per buona condotta. Per le truffe sentimentali non è mai stato condannato. Oggi è un uomo libero ed a capo di una società di consulenza online. Si dichiara innocente.

La recensione

Felicity Morris dirige il docu-film permettendo allo spettatore di empatizzare totalmente con le vittime. Il documentario inizia proprio con la testimonianza di Cecile, una ragazza come tante, che utilizza Tinder per trovare l’amore della vita.

Lo smartphone sul tavolo che apre il film sembra essere una dichiarazione di poetica. Le parole dei messaggi, le chiamate in entrata, i video e le fotografie scambiate con Simon/Shimon sono interamente a disposizione di chi guarda.

Il truffatore di Tinder è un prodotto figlio del suo tempo e ci mostra in maniera esaustiva quali sono le dinamiche che ricorrono nella costruzione delle relazioni sentimentali. Prima uno swipe, poi un match, in seguito si chatta, si fa una ricerca su Google con nome e cognome e si scoprono delle informazioni utili, infine si fissa un appuntamento in un luogo pubblico, perché è “più sicuro”. Ma nonostante queste precauzioni il documentario suggerisce l’idea che non si è mai abbastanza al sicuro.

Si tratta di un film interessante, perché mette in luce un’inquietante storia vera con molti dettagli ma, per essere etichettato come crime, c’è veramente poca suspense.

Valeria de Bari

Ernest Hemingway, simbolo della letteratura americana novecentesca

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Il nome di Ernest Hemingway è indissolubilmente legato alla Lost Generation. Fu infatti il primo a usare questa espressione, anche se affermò di averlo sentito da Gertrude Stein, che a sua volta disse di averlo preso in prestito da un ‘garagiste’ di Parigi. Il romanzo in cui troviamo scritto Lost Generation per la prima volta è The sun also rises” del 1926 (tradotto in italiano come “Fiesta – Il sole sorgerà ancora”), romanzo che rappresenta l’espressione più perfetta delle idee e dello stile di Hemingway e di tutti gli altri scrittori che sono entrati nella storia della letteratura sotto questa etichetta della generazione perduta. “The sun also rises” consolidò la visione e lo stile dei primi racconti di Hemingway e fissò i temi dei suoi lavori successivi.

La vita

Ernest Hemingway nacque nell’Illinois il 21 luglio 1899 e trascorse la sua giovinezza in un sobborgo di Chicago. Suo padre era un appassionato di sport e infatti portò il giovane Ernest a cacciare e pescare nel nord del Michigan. Il viaggio solitario nella natura selvaggia e la battaglia tra cacciatore e preda, per Hemingway divennero processi di guarigione dopo le cicatrici della guerra: durante la prima guerra mondiale si arruolò per la prima volta e fu mandato quasi subito in un’unità combattente sul fronte italiano, dove rimase gravemente ferito. Nelle storie su Nick Adams, in cui il protagonista funge da alter ego per l’autore stesso, e nei suoi bestseller “A farewell to arms” (“Addio alle armi”) e “For whom the bell tolls” (“Per chi suona la campana”, a cui s’ispira l’omonima canzone dei Metallica), vediamo come la guerra per Hemingway servì da prova che mise in luce pregi e difetti dell’uomo.

Lo stile

In “Death in the Afternoon” (“Morte nel pomeriggio”), un libro sulla Spagna, la corrida e la scrittura, e in “A Moveable Feast” (“Festa mobile”), un volume postumo di reminiscenze dei suoi anni a Parigi e della vita letteraria com’era allora condotta lì, Hemingway spiegò come ha lavorato in modo molto consapevole sul suo famoso stile Hemingway. Si era imposto un regime rigoroso in cui passò dai brevi schizzi ai racconti e poi al romanzo. Hemingway lavorò per ridurre il suo stile all’essenziale, al passo con la visione che mirava a proiettare.

A tal fine usava frasi molto brevi ed eliminava accuratamente aggettivi e avverbi, una tecnica che prese in prestito da Ezra Pound, uno dei primi mentori di Hemingway a Parigi. Evitava pertanto termini astratti, cercava di usare il minor numero possibile di parole latine, usava quasi invariabilmente solo frasi dichiarative e cercava di non usare inversioni grammaticali. Seguendo l’esempio di Gertrude Stein preferiva frasi coordinate e ripetizioni con variazioni minori, insisteva nel mantenere la sua prosa più snella possibile, in modo che ogni dettaglio che menzionato ricevesse un peso spropositato. Proprio come la ‘solennità di un iceberg è dovuta al fatto che solo un ottavo di esso è al di sopra dell’acqua’, così ogni parola che appariva sulla pagina doveva suggerire tutta una serie di altre che non c’erano. Il risultato per il lettore è dargli l’impressione di vedere, sentire e agire insieme al personaggio. Lo stile di Hemingway divenne famoso all’istante e, a causa della sua (ingannevole) semplicità, fu ampiamente imitato da molti suoi contemporanei.

Il successo

Hemingway ha avuto maggior successo nei suoi primi lavori, specialmente grazie ai romanzi già citati “The Sun Also Rises” e “A Farewell to Arms”. Quest’ultimo, ambientato durante la prima guerra mondiale al fronte italiano, e che coinvolge una tragica storia d’amore tra un giovane ufficiale americano dell’esercito italiano e un’infermiera inglese, appare già in qualche modo melodrammatico, soprattutto negli ultimi capitoli. Altro grande successo fu “The old man and the sea” (“Il vecchio e il mare”) del 1951. Due anni dopo Hemingway ricevette il premio Pulitzer e nel 1954 il premio Nobel per la letteratura.

La mattina del 2 luglio 1961, Hemingway si suicidò nella sua casa in Idaho, dopo anni di problemi fisici e mentali.

Consigli di lettura

Consigliavo la lettura di Hemingway anche nella nostra classifica dei libri consigliati per l’estate:

“Non vi tedierò con la bibliografia di Hemingway e con la sua eccezionale capacità di raccontare lo spirito dell’uomo e del viaggio. Vi voglio solo consigliare di farvi accompagnare in questa lunga estate calda da Isole nella corrente, uno dei suoi libri che più mi hanno emozionato e commosso. Diviso in tre parti, che si svolgono in tre paesi diversi e in fasi diverse dell’esistenza del protagonista, raccontano la vita straordinaria di Thomas Hudson, un famoso pittore ma soprattutto un padre affettuoso e innamorato dei suoi figli. Lasciatevi cullare dalle descrizioni dei Caraibi, di Cuba, delle gite al mare, dalle escursioni per pescare grandi pescicani e perché no, dalle profonde riflessioni di un uomo nei suoi ultimi anni di vita”.

Veronica Bartucca

“Reflecting Pasolini”: cinema, moda e fotografia nella mostra di Ruediger Glatz

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Con la mostra “Reflecting Pasolini” il fotografo Ruediger Glatz racconta il suo Pier Paolo. Al Palazzo delle Esposizioni fino al 4 settembre 2022.

La mostra

Nel giugno del 2021 l’iconica Tilda Swinton, insieme al curatore e storico della moda Olivier Saillard, dà vita e corpo a “Embodying Pasolini” negli spazi del Mattatoio di Roma. Attraverso alcuni oggetti di scena e abiti originali l’attrice resuscita la Giocasta dell’”Edipo Re” e la Signora Vaccari di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, rispettivamente interpretate da Silvana Mangano ed Hélène Surgére, il Geoffrey Chaucer di Pier Paolo Pasolini ne “I racconti di Canterbury”, addirittura il Totò di “Uccellacci e uccellini” indossandone l’inconfondibile cappello. Una performance irripetibile, fermata però dall’obiettivo del fotografo tedesco Ruediger Glatz: da questo lavoro di documentazione nasce Reflecting Pasolini”.

Pasolini Ruediger Glatz mostra
Ruediger Glatz, “Embodying Pasolini”. Performance di Tilda Swinton and Olivier Saillard. Mattatoio, Roma, 2021.

“Reflecting Pasolini”: un incontro che fa da scintilla

Non si tratta della prima volta in cui Ruediger Glatz documenta fotograficamente un progetto di Tilda Swinton e Olivier Saillard: è già accaduto con “The Impossible Wardrobe” (2012), “Eternity Dress” (2013), “Cloakroom – Vestiaire Obligatoire” (2014), “Sur-Exposition” con Charlotte Rampling (2016). Eppure accade qualcosa di diverso: grazie al lavoro svolto su “Embodying Pasolini”, Ruediger Glatz si avvicina in maniera più approfondita alla figura di Pier Paolo Pasolini. Restandone così affascinato da decidere di studiarne l’opera, recuperare la filmografia, visitare i luoghi della sua vita, ammirare le opere d’arte che lo hanno influenzato e lasciarsi ispirare dai posti che han fatto da set nelle sue pellicole.

“On PPP”: suggestionarsi con Pasolini

Glatz decide di ripercorrere una serie di tappe fisiche, artistiche, spirituali che han caratterizzato l’opera dell’intellettuale: un susseguirsi di suggestioni ben rappresentate da un ciclo di immagini in mostra, denominato “On PPP”. Si va dal volto di un giovane, che al fotografo ricorda moltissimo quello del Gesù de “Il Vangelo secondo Matteo”, alla campagna romana del Parco degli Acquedotti. Si prosegue con la facciata della chiesa di San Felice da Cantalice a Centocelle, visibile in una scena di “Accattone”, per arrivare all’inconfondibile architettura del Palazzo dei Ferrovieri a Casal Bertone: è qui che abita uno dei personaggi più celebri di Anna Magnani, l’indimenticabile Roma Garofolo di “Mamma Roma”. Un viaggio che trova la sua conclusione sulla soglia di Torre di Chia, dimora e rifugio viterbese dove Pasolini stendeva il romanzo – rimasto incompiuto – “Petrolio”.

Pasolini Ruediger Glatz mostra
Il fotografo Ruediger Glatz durante la conferenza stampa della mostra “Reflecting Pasolini”. Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2022.

Perché visitare “Reflecting Pasolini”

Con più di sessanta fotografie in bianco e nero, Ruediger Glatz scrive una sorta di saggio per immagini sul suo Pier Paolo: quasi che, dopo essersi imbattuto in Pasolini, non sia più stato capace di lasciarlo andare. Questa lettura affettuosa e personalissima è diventata la sua prima mostra personale in Italia, curata da Alessio de’Navasques, promossa da Roma Culture e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo, nell’ambito del programma PPP100 – Roma Racconta Pasolini promosso da Roma Capitale Assessorato alla Cultura con il coordinamento del Dipartimento Attività Culturali. Un altro degli appuntamenti imperdibili all’interno dell’anno in cui cade il centenario della nascita di una voce tra le più importanti nel panorama culturale italiano e che si è spenta troppo presto.

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: Ruediger Glatz, “Embodying Pasolini”. Performance di Tilda Swinton and Olivier Saillard. Mattatoio, Roma, 2021.

Donne registe del cinema muto: pioniere prima della nascita di Hollywood

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Quando si parla di cinema, e nella specie di regia, nomi altisonanti vengono alla mente: Spielberg, Anderson, Fellini, Scorsese, Coppola, Nolan, Burton, Kubrick, Bertolucci ecc. Da Hollywood a Cinecittà tutti li ricordano e la Walk of Fame li eleva nel firmamento della filiera. I loro film sono diventati veri e propri cult. In rete le grandi testate creano le classifiche dei migliori registi, numerosi libri parlano di pionieri del cinema e le dive del tempo, rilegando il genere femminile ad oggetto del desiderio e soggetto che deve piacere allo spettatore. Il tutto supportato da una comunicazione disfunzionale e distorta che per decenni ha contribuito a dimenticare il lavoro di tutte quelle donne che dietro la macchina da presa hanno rivoluzionato, innovato e creato il cinema.

Tra tutte le cineaste che hanno fatto la storia, uno dei nomi più conosciuti è la grande e rivoluzionaria Lina Wertmüller che nel cinema ha scardinato, con ironia, la visione della donna. Nella sua filmografia sono dei veri e propri cult: Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) o Pasqualino Settebellezze (1975), quest’ultimo le valse quattro candidature all’Oscar, di cui uno lo vinse come miglior regista, diventando la prima donna nella storia a vincere questa categoria agli Academy Awards. Ma andiamo con ordine.

In un mondo costellato di registi, la settima arte, fin dalle sue origini, ha visto una presenza massiccia di donne anche dietro la macchina da presa eppure gli uomini prima e la storia poi non ha mai dato loro la giusta identità e importanza. Al contrario hanno contribuito a costruire un immagine completamente diversa, cancellando la memoria delle grandi cineaste.

Le registe del cinema muto

Prima che l’egocentrismo e la megalomania maschile si arrogasse il diritto di governare l’intera filiera cinematografica mondiale, quando il sonoro non ancora esisteva, c’era il cinema muto. Era una dimensione diversa dal cinema che si è andata affermando a partire dagli anni ’20. A tirare le fila, ad introdurre tecniche e strumenti innovativi, c’erano soprattutto le donne: libere nel pensiero e nella propria sessualità, senza tabù, forti e indipendenti fino a quando il sonoro prima e le censure moraliste poi hanno reso l’industria cinematografica un covo per soli uomini bianchi e ricchi.

Agli albori della settimana arte, infatti, non avevamo un sistema patriarcale o quanto meno non era così evidente come oggi. Il periodo muto pullulava di figure femminili importanti fino a tutti gli anni dieci. Queste donne contribuirono a produrre , scrivere e dirigere la metà dei film tra il 1911 e il 1925.

La filiera cinematografica non ancora possedeva l’attuale connotazione. Los Angeles era ancora una terra deserta e vi resterà fino a quando il sonoro iniziò ad affermarsi accellerando il processo di industrializzazione.[1]. Con la nascita della Mecca del Cinema si assisterà ad una mascolinizzazione della regia a discapito delle grandi donne che avevano contribuito alla nascita di questo settore. Da qui in poi il ruolo delle donne subì una forte regressione che si aggravò man mano che la società si andava evolvendo. E più Hollywood diventava il core business del cinema più la presenza e l’influenza femminile in ruoli chiave andò diminuendo. Da questo momento in poi, lo star system verrà “governato” quasi esclusivamente del genere maschile.

Alice Guy Blaché (1873 – 1968)

Alice-Guy Jr., foto di fine Ottocento

La prova è data dalla presenza di Alice Guy Blaché, pioniera del cinema e prima donna della storia dietro la macchina da presa, con La fléè aux chous (La fata dei cavoli) nel 1896. Si tratta di un’illustrazione animata ‒ 20 metri di pellicola per la durata di 1 minuto e 30 secondi ‒ raffigurante una donna che alleva bambini in un orto di cavoli. L’opera presenta caratteristiche comuni al cinema francese, elementi di magia si combinano con sprazzi di ironia e umorismo. Sebbene divenne la prima regista e produttrice nella storia cinematografica, il nome della regista non avrà mai il risalto che invece hanno avuto i fratelli Lumière e Georges Méliès. Eppure la sua influenza sulla produzione cinematografica è stata importante, forse ancor più di Méliès. Autrice di circa 1000 film (dal 1986 al 1920). Le sue opere si contraddistinguono per una forte vena comica al femminile. Nonostante abbia sperimentato altri generi, la commedia rimane una costante attraverso cui affrontare tematiche legate alle dinamiche di coppia e in particolare al ruolo maschile e femminile. Inoltre, nel 1902 Alice Guy realizza per la Gaumont dei filmati con registrazioni sonore sincronizzate, che vennero chiamati phonoscènes. In ragione di questa iniziativa si ritiene che il cinema, nonostante le classificazioni, non è stato mai realmente muto. Pur mancando dialoghi, le pellicole presentavano sempre elementi sonori.

Helen Gardner (1884 – 1968)

Helen Gardner

Viene ricordata non solo perché fu una delle prime femme fatale, ma perché fu la prima in assoluto tra gli attori a fondare una propria casa di produzione nel 1912. Fu la prima a girare dei lungometraggi, facendo un ulteriore passo avanti nella storia del cinema quando molti registi continuavano a produrre cortometraggi.

Lois Weber (1879 – 1939)

Lois Weber

Fu una delle più importanti registe del cinema muto americano oltre ad essere considerata all’epoca una delle ‘tre grandi menti’ dell’industria insieme a Griffith e DeMille. La prima a girare film sonori e nel 1916 divenne la regista più pagata di Hollywood. La sua presenza nella filiera fu lunga, più di 25 anni durante i quali diresse e sceneggiò più di quaranta film e centinaia di cortometraggi. Le sue opere si caratterizzano per temi che sono ancora oggi più o meno attuali come la pena di morte, la tossicodipendenza, l’emancipazione femminile e la contraccezione.

Nel 1917 fondò la Lois Weber Productions, si prodigò per dare più spazio alle donne a Hollywood e assunse un ruolo rilevante nella neonata Academy of Motion Picture Arts and Sciences. La sua carriera mette in luce due aspetti salienti della Hollywood delle origini: l’importanza dell’attivismo nella nascente industria cinematografica e il ruolo rilevante di tante donne nella creazione della cultura cinematografica americana.

La cineasta comprese il potenziale narrativo del cinema e il conseguente impatto sociale. Nonostante la sua presenza sia stata determinante nel processo evolutivo della filiera sembra quasi che come tutte le donne registe dei primi decenni del ‘900 sia finite nel dimenticatoio per lasciar spazio agli uomini. Infatti solo alcuni dei suoi film sono stati ristrutturati di recentemente, tra questi ci sono Suspense (1913), Hypocrites (1915), Shoes (1916), Where are my children (1916) e The Blot (1921).

Mabel Normand (1892 – 1930)

Mabel Normand

La presenza di Mabel Normand nel panorama cinematografico fu breve ma decisiva. La regista, attrice e sceneggiatrice, Mabel ebbe un ruolo chiave agli esordi della carriera di Charlie Chaplin. Recitò al suo fianco e ne curò la regia e la sceneggiatura per i primi film interpretati dall’attore allora esordiente. Nonostante la stella sulla Walk of Fame di Hollywood, oggi quasi nessuno la ricorda.

Le cineaste del muto saranno le uniche, almeno fino ad oggi, ad avere “potere” nell’industria cinematografica. Prima che Los Angeles diventasse la Mecca del Cinema e si trasformasse in un ambiente governato da soli uomini, le donne avevano posto le basi per un cinema in cui avere voce in capitolo, lontano dai tabù e discriminazione di genere. Il cinema muto aveva avuto il potere di superare il perbenismo e il conformismo che invece è giunto fino a noi, seppellendo le grandi donne che hanno fatto del cinema una delle arti più belle al mondo dal forte potere simbolico.

Elvira Notari (1875 – 1946)

Elvira Notari, pioniera del cinema muto italiano, fu una intraprendente regista napoletana. Abbiamo dedicato a lei un approfondimento specifico, a cui vi rimandiamo con il pulsante qui sotto.


[1] Laura Buffoni (a cura di ) We want cinema. Sguardi di donne nel cinema italiano, Marsilio Editori, 2018, p. 31

Angela Patalano

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Ms. Marvel: l’esordio di Kamala Khan nell’MCU tra passato e presente

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Non sono passati nemmeno 10 anni dall’avvento della contemporanea Ms. Marvel all’interno della storia editoriale della Casa delle Idee. Eppure, Kamala Khan è diventata immediatamente icona di un’intera generazione, tanto che il mondo su carta ha iniziato a starle stretto già da un pezzo. Comparendo prima sporadicamente in svariate serie animate minori, e divenendo poi protagonista del videogame della Crystal Dynamics “Marvel’s Avengers”, il personaggio ideato da Sana Amanat si appresta a fare il grande passo transmediale, esordendo nell’MCU con la sua personalissima serie tv.
Disponibile dal 08 giugno 2022 e composta da soli sei episodi, la narrativa Marvel Studios si è trovata però nella difficile posizione di dover pesantemente riscrivere le origini di Kamala e rimodellare buona parte delle sue abilità, a causa del ravvicinato ingresso nell’universo condiviso di personaggi dalle peculiarità similari.

Dai comics alla televisione

Nel mondo su carta, dopo essersi allontanata da una festa alla quale non aveva il permesso di andare, la sedicenne pakistana-americana viene avvolta dalla Nebbia Terrigena assumendo, per un breve periodo e dopo un’onirica visione, le sembianze della sua eroina: Captain Marvel. Una volta tornata esteriormente normale, Kamala scopre di essere un’Inumana polimorfa capace di allungarsi, diventare infinitamente grande o incredibilmente piccola e persino in grado, con un enorme sforzo energetico, di alterare il suo aspetto.

Capite bene che, dopo il fragoroso buco nell’acqua di Inhumans nel 2017, i Marvel Studios non abbiano alcun interesse a riprendere la razza inumana in pianta stabile, soprattutto ora che hanno tra le mani i diritti dei ben più noti mutanti. In un periodo fortemente innovativo dell’MCU potrebbe risultare difficoltoso per il pubblico – come per la produzione stessa – barcamenarsi tra i due schieramenti. Inoltre, va aggiunto il fatto che la cosidetta “Fase 4” è destinata a chiudersi con il ritorno sul grande schermo di un’eroe dalle similari abilità elastiche: Mister Fantastic.
Tutto ciò ha dunque imposto una parziale riscrittura dell’eroina narrata su carta, rispettando più il contesto sociale che la circonda rispetto alla sua natura super. In questa versione televisiva – e prossimamente cinematografica – Kamala ha la capacità di modificare la materia che la circonda, proiettando dei costrutti di energia come farebbe una Lanterna Verde DC. Ciononostante, potete star certi che l’essenza delle dinamiche familiari che le ruotano attorno sono invece state trasportate molto più fedelmente.

Quello che ha saputo rendere la sedicenne del New Jersey incredibilmente influente nel panorama fumettistico odierno è la sua straordinaria forza sociale ed emotiva. Si tratta infatti della prima super-eroina musulmana ad avere un serie interamente dedicata, esplorando l’adolescente dietro la maschera costantemente divisa tra due mondi (religioso/familiare e scolastico/sociale) che non sempre riescono a comunicare. Vivendo attivamente la vita della moschea, prima di tutto da donna e poi da giovane, le storie di Kamala esplodono dall’interno verso l’esterno, andando a colmare un gap culturale con una naturalezza rara. Per merito di una capacità comunicativa da underdog ossessionata dagli Avengers, le avventure di Ms. Marvel hanno saputo creare fin dalle prime pagine un legame empatico con i lettori più giovani, urlando inclusività e personalità a ogni tratto.

Arrivati a questo punto, avrete ben capito che chi vi scrive è un fan sfegatato di Kamala – nonostante la non più giovanissima età – che attendeva con ansia il suo esordio nell’universo condiviso cinematografico. Ma saranno stati in grado Kevin Feige and Co. di rispettare l’identità del personaggio, portando sul piccolo schermo un’avventura indimenticabile?

Quello che cerchi ti sta cercando

Kamala è una liceale pakistana-americana del New Jersey super-appassionata degli Avengers e soprattutto di Carol Denvers. Alla notizia che proprio dove vive ci sarà il prossimo grande evento dedicato alla formazione che ha sconfitto Thanos, la ragazza cerca in tutti i modi di convincere i genitori a concederle il permesso di andare. Dopo l’ennesima lite, la giovane elabora un piano con l’amico Bruno per sgattaiolare fuori dalla finestra, andare all‘AvengerCon partecipando così al cosplay contest, e tornare a casa senza che i suoi se ne accorgano. Ovviamente, non tutto va proprio secondo i piani! Proprio quando Kamala è sul palco, il bracciale che le ha mandato qualche giorno prima la nonna materna dal Pakistan, scatena un potere che la ragazza non sapeva nemmeno di possedere, rendendola così un’aspirante super-eroina.

Un inizio folgorante

Ms. Marvel non esordisce di certo su Disney+ con lo stesso interesse delle serie del filone che l’hanno preceduta, non avendo il traino di personalità già note all’interno della narrativa MCU come Wanda e Visone, Falcon & Winter Soldier, Loki o Hawkeye. Non può nemmeno vantare l’attrattiva dalla presenza di una star di fama mondiale per convincere il pubblico a seguire una nuova origin-story, come avvenne con Oscar Isaac per Moon Knight, avendo nel ruolo della protagonista la giovanissima esordiente: Iman Vellani.

Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che Ms. Marvel è un personaggio fumettistico sconosciuto ai più, è dunque semplice identificare le ragioni del basso numero di riproduzioni collezionate al debutto. Ciononostante, commetteremmo un imperdonabile errore a non dare alla serie la possibilità di stupirci perché – senza alcuna esagerazione – i primi due episodi sono una vera e propria ventata d’aria fresca all’interno dell’MCU sotto diversi punti di vista.

Il primo episodio della coppia Adil & Bilall, resosi noti per la regia del blockbuster Bad Boys For Life, dimostra tutto il dinamismo del duo belga di origini marocchine che riescono a portare una Jersey vibrante e colorata – dove persino i murales prendono vita – portando lo spettatore a stretto contatto con tutte le sfaccettature di Kamala: dall’instancabile ideatrice di fanstory sugli Avengers, all’adolescente divisa tra moschea e famiglia, all’outsider alla ricerca della sua identità. Senza un secondo di tregua, quella che stata etichettata come una “serie teen” ancora prima della sua messa in onda, dimostra di essere accattivante per qualsiasi target, mescolando animazione e realtà in più occasioni, incorniciandole in quadri inusuali e ammiccando pesantemente allo stile I Mitchells vs the Machines.

Il mood delle comics stories di Ms. Marvel viene perfettamente centrato anche nei due episodi successivi diretti da Meera Menon, dove assistiamo a un training improvvisato sui tetti del Jersey e, in meno che non si dica, al primo atto eroico dell’eroina in erba con tanto di costume fai-da-te e riprese virali. Saranno proprio quest’ultime che, insieme ai video postati in rete risalenti all’AvengerCon, la faranno diventare l’obiettivo di due diversi gruppi “antagonisti”: la Damage Control e i Clan Destine.

Nonostante la trama principale della serie continui a delinarsi sempre più, Crushed e Destined sono gli episodi che dimostrano quanto i gregari e i differenti contesti intorno a Kamala siano la vera forza intrinseca nella narrativa del personaggio. Tra le mura domestiche, ogni qual volta che Abu e Ammi (papà e mamma) compiono un passo verso Beta (Kamala) finiscono poi per compierne due indietro, in un rapporto genitori-figlia costellato da aspettative legate alle tradizioni famigliari e difficoltà nel fidarsi l’un dell’altra.

In questo senso, la trasposizione dai fumetti alla televisione è estremamente fedele nel trasmettere il vissuto dei Khan – unica eccezione il radicale cambio di simpatia del fratello Amir – dove la cultura pakistana ruba costantemente la scena anche fuori casa, portandoci all’interno delle dinamiche delle comunità e nella voglia di riscatto di ragazze quali Nakia, la migliore amica di Kamala, pronte a fare la differenza in un mondo che non vuole vederle.

Un tracollo evitabile

Nei successivi due episodi diretti da Sharmeen Obaid-Chinoy, la protagonista vola in Pakistan con la madre alla ricerca della verità sul suo passato famigliare, rincorrendo la visione di un treno partito decenni addietro da Karachi e qui, purtroppo, la serie deraglia per scellerate scelte di sceneggiatura.

Prima di affrontare i grandi difetti di queste puntate, è bene specificare che viene efficaciemente affrontato e narrato un evento storico sconosciuto ai più: la Partizione del 1947. Attraverso la storia dell’allora piccola Nani (nonna) di Kamala, viene ottimamente illustrata la situazione delle innumerevoli famiglie pakistante, costrette a lasciare le loro abitazioni nella nuova India induista con la violenza, a seguito della fine dell’Impero coloniale britannico. Nakia – di origini turche – aveva già trattato la questione dell’attrito religioso in Crushed, quando confessa i sentimenti provati la prima volta che indossò l’hijab e – velatamente – la reazione dei suoi genitori, tracciando così una linea con l‘India attuale dove l’estrema destra induista ne ha vietato per legge l’utilizzo alle donne islamiche.

“Il mio passaporto è pakistano e le mie radici sono indiane. Nel mezzo c’è un confine, costruito con il sangue e il dolore”
, dirà Kamala recandosi nella sua terra d’origine ed è quanto di più buono possiamo tener stretto dalla narrazione degli episodi 4 e 5 che, sul fronte super-eroistico annientano quanto di buono si era visto negli episodi precedenti.

Sebbene l’entrata in scena di Kamran abbia destato quasi immediatamente qualche incertezza per l’inedito legame con i Clan Destine, è proprio quando viene “esplorato” il gruppo proveniente dalla Dimensione Noor che il castello crolla su se stesso. Non si tratta del radicale cambio del team di super-eroi fumettistico in un famiglia di esiliati dimensionali, disposti a far del male alla giovane di casa Khan pur di appropriarsi del bracciale in suo possesso, che ha influito negativamente.

Purtroppo, ai Clan Destine non è stata data un tridimensionalità tale da giustificare le azioni della loro leader in Time and Again, punto di svolta dell’intera narrativa. Infatti, in poco meno di 60 secondi, si va celermente a chiudere la minaccia proveniente dal mondo in espansione dei Djinn – di cui lo spettetore è venuto a conoscienza soltano a metà dell’episodio precedente – e Najima, delineata fino a quel momento come villain principale, si rende protagonista di un sacrifico che risulta incredibilmente forzato. Si va nettamente in controcorrente rispetto a quello visto negli episodi precedenti, disorientando lo spettatore che non può che rimanere sconcertato dal livello di scrittura dell’episodio 5. Indubbiamente, si è cercato di ispirarsi ai prodotti televisivi di India e Pakistan, ma il risultato è un evidente caduta di stile tra dialoghi al miele e stravolgimenti caratteriali poco credibili.

Seppur la CGI resti costante, anche se non eccellente come tutte le produzioni sviluppate in tempi pandemici, anche sotto l’aspetto visivo le interazioni con l’ambiente vengono ridotte a banalissimi e occasionali pop-up per un imessage ricevuto. Non vengno sfruttate le potenzialità delle tradizioni e del folklore del Pakistan come fatto precentemente nonostate fossimo negli States. Il dinamismo viene abbandonato e rimpiazzato da uno stile e una narrativa piatta, dove Kamala risulta una turista che ha il disperato bisogno di tornare nel suo habitat naturale: il Jersey.

Un finale che mette una pezza

Fortunatamente, senza troppi intermezzi, si ritorna nella East Coast e la Damage Control si rivela essere l’ultimo – ma potremmo dire anche il solo – avversario che Kamala dovrà affrontare per completare la sua formazione. Grazie all’aiuto del fratello Amir, dei fedeli Nakia e Bruno, nonché della popolare Zoe, la protagonista proverà a difendere il neo-super Kamran dall’assalto dell’organo governativo fondato da Tony Stark. Adil & Bilall si siedono nuovamente in cabina di regia e con loro ritorna anche l’ideazione di un piano da attuare tra live-action e cartoon, così come a qualche movimento più ricercato che riportano la serie a essere esattamente come dev’essere un prodotto teen moderno.

Stracolmo di easter egg, l’episodio conclusivo mostra una Kamala capace di sfruttare i suoi poteri rimodellati per assomigliare molto di più alla sua versione fumettistica, ingigantendo le sue mani e afferrando al volo carri armati. Nonostante, la vivacità del montaggio e la ritrovata qualità, ogni volta che viene accennato a quanto accaduto a Karachi il tutto inizia nuovamente a barcollare. Lo spettatore è costretto ad accetare persino che dei minorenni dall’altra parte del globo abbiano celeri agganci al porto sull’Hudson, disposti a per trasportare un clandestino in Asia. Alla faccia della sospensione dell’incredulità!

Tuttavia, No Normal è un episodio finale piacevole, in cui Kamala viene proclamata super-eroina dai suoi affetti che, per la prima volta nell’MCU, hanno regalato alla protagonista parti di quel costume che la renderà iconica. Ms. Marvel viene dunque forgiata e plasmata dall’amore delle persone che la circondano e questo aspetto, come vuole anche il nome, è una meraviglia che ritorviamo nello strepitoso Thor: Love & Thunder.

In conclusione, l’avvento di Kamala Khan all’interno dell’universo cinematografico MCU è indubbiamente discontinuo, ma non per questo completamente da buttare, peccando pensantemente nella gestione dei villain, nell’inserimento forzato della dimensione Noor, nonchè nell’introdurre un viaggio temporale che va a invalidare quanto l’Antico ha spiegato a Professor Hulk. In quest’ultimo senso, attendiamo delle risposte nel futuro multiversale che attende il franchise.
È infatti di una serie ricca di elementi che andranno a comporre il futuro di questa maxi-saga, ma non soltanto per la scena post-credit che rimanda alla prossima avventura cinematografica della fan al fianco del suo mito con The Marvels. L’amico Bruno, in questo adattamento reso fin troppo geniale, rivela a Kamala che “non è come tutti gli altri“. Nel suo sangue c’è un gene in più e, grazie all’inequivocabile accompagnamento musicale che sottoscrive la parola gene, non c’è alcun dubbio sul fatto che le origini dell’Inumana siano… mutate!
Change is here e Ms. Marvel si rivela essere ancora una volta ponte tra diverse realtà, pronta a stimolare chi si approccia alle sue storie ad aprirsi a una differente realtà, un’altra cultura o semplicemente un nuovo punto di vista.

Michele Finardi

Lavanda: caratteristiche, significato e abbinamenti culturali della pianta

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Per il secondo racconto di fiori e piante di Droghe Vegetali, la protagonista è la lavanda.

La pianta più menzionata nei meme degli ultimi due anni

La ragione è il suo intenso profumo che ha proprietà calmanti. E posso assicurarvelo in prima persona, perché il profumo dolce della pianta sul balcone della mia vicina entra fino in casa e mi porta in estasi ad ogni annusata.

Il motivo principale per cui si conosce la lavanda è, infatti, per il suo profumo. Recentemente, ho anche visto le buste sottovuoto profumate alla lavanda e prima ancora si usava già per profumare armadi, cassetti, saponette, detersivi per lavatrice, antitarme, pot-pourri e molto altro.

Caratteristiche

Il suo nome è quello comune usato per indicare le varie spiecie di lavandula, e la più famosa è la specie officinalis.

La lavanda è una pianta perenne che può raggiungere anche due metri, nel caso di alcune specie. Le sue radici sono legnose, i fusti eretti e ramificati. Ha le foglie per tutta la lunghezza del fusto e hanno un colore grigio-verdognole.
Il colore dei fiori varia dall’azzurro, al viola e al lilla, e sono raggruppati a forma di spiga cilindrica.

La pianta della lavanda non serve solo a profumare e decorare: attira le api, utilissime per l’impollinazione, allontana le zanzare e giova all’umore. Da essa si ricava l’olio essenziale per aiutare in casi di ansia ed è un ottimo repellente per gli insetti se applicato sulla pelle.

Significato

Il nome deriva dal verbo latino lavare, dal gerundio lavandus, lavanda, lavandum, poiché in antichità la pianta veniva usata per detergere il corpo.

Abbinamenti culturali

Nei Paesi angolofoni c’è una ninna nanna ispirata al colore bluastro della lavanda e si chiama Lavender’s Blue ma, dal momento che ha a sua volta ispirato un cupissimo film horror, vi parlerò di altri abbinamenti che ho scelto per la lavanda basandomi sul suo colore che la identifica.

Canzone

Ho scelto una bellissima canzone dei Coldplay, Violet Hill, il cui video è stato girato in Sicilia sull’Etna.

Benché la musica sia bella e catchy, il testo del brano narra un evergreen di ogni periodo storico dell’umanità, perché c’è sempre qualche guerra, qualcuno che combatte per degli ideali, e tutti abbiamo amato e vogliamo essere amati.

Film

L’associazione “lavanda=profumo, colore viola” è, come già detto, immediata nella mente di una persona. Il film che gli si abbina perfettamente è Il colore viola, un film intenso e stupendo con Whoopi Goldberg.

Racconta la storia di una donna e dei suoi familiari in un lungo arco temporale. Una famiglia disfunzionale in cui la fa da padrone la violenza domestica. Il lieto fine, che arriva a straziare il cuore e a riempirlo di gioia, è dolce come il profumo della lavanda.

Ambra Martino

Brisby e il segreto del NIMH: nel 1982 usciva il primo cartone anti-Disney

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“Sul lato sicuro della roccia”

Titolo originale: The secret of NIMH
Regista: Don Bluth
Sceneggiatura: Don Bluth, Gary Goldman, John Pomeroy, Will Finn
Cast Principale (voci): Elisabeth Hartman, Derek Jacobi, Arthur Malet, Dom DeLuise, Hermione Baddeley, John Corradine, Wil Weaton, Paul Shenar, Peter Strauss
Nazione: USA

Quando pensiamo ai lungometraggi animati, tutti noi colleghiamo il pensiero ad una sola firma, cioè Walt Disney. Esistono però moltissimi altri cartoni che non sono stati firmati dalla celebre casa di produzione americana, alcuni dei quali diventati dei “cult” e in seguito delle vere e proprie perle rare. Uno di questi è sicuramente Brisby e il segreto del NIMH, di Don Bluth, che venne proiettato nei cinema americani la prima volta questo stesso giorno di 40 anni fa, cioè il 16 luglio 1982.

La trama

Brisby è una dolce e timida topina di campagna, da poco rimasta vedova del marito Jonathan, che vive con i suoi 4 figli in un campo che, a breve, attende di essere arato. La famiglia dovrebbe traslocare, ma uno dei suoi figli, Timothy, è gravemente malato di polmonite: malattia che gli impedisce di uscire di casa e quindi rallenta le manovre dell’intera famiglia.

Una mattina, il contadino Fitzgibbons – proprietario della fattoria – fa partire prima del previsto l’aratro: la coraggiosa madre riesce a sabotare la macchina aiutata da un’altra topina (la scorbutica ma buona Zia Bisbetica), ma sa che la cosa sarà di breve durata e la prossima volta l’aratro arriverà sicuramente sopra la casa, con Timothy ancora dentro. Disperata e senza più soluzioni, Brisby va a chiedere consiglio al Grande Gufo, molto saggio ma anche gran predatore e temutissimo dai topi, accompagnata da Geremia, un corvo impacciato in cerca di una compagna.

Quando la topina si trova di fronte al rapace, questi le dice che l’unica è andarsene e che non esiste altra soluzione.

Al momento dei commiati, il gufo, nel sentire il nome dell’ospite, rimane sorpreso di trovarsi di fronte alla moglie di Jonathan: sorpresa che la stessa topina avrà nel vedere lo stupore del predatore. Questa infatti chiede al Grande Gufo come conosca il defunto marito, ma il rapace risponde che il nome di Jonathan è molto conosciuto nei boschi dei dintorni. Infatti, il rapace – improvvisamente – aggiunge una soluzione: dice alla vedova Brisby di andare dai ratti (anche questi temuti dai deboli topi) nel cespuglio dei rovi vicino alla fattoria e chiedere di Nicodemus. Solo loro potranno spostare via la casa e sapranno anche come.

Nel cespuglio dei rovi, Brisby vede un universo nuovo. Il covo infatti è un sorprendente luogo illuminato con elettricità, scoprendo nuove amicizie, come il già citato capo Nicodemus e il coraggioso Giustino, ma anche nemici e approfittatori, come l’infido Cornelius che altro non vuole che diventare leader. Brisby, cercando sempre di combattere contro il tempo, capisce non solo perché tutti lì conoscevano suo marito ma anche il perché i ratti debbano aiutarla; venendo a conoscenza di una realtà, che anche per gli uomini è difficile da accettare…

La prima risposta alla Disney Productions

Brisby e il segreto del NIMH rappresenta, per una grossa fetta dei cosiddetti “millenials”, uno dei primi film seri che il mondo dei VHS di allora permetteva: una risposta alle favole disneyiane. Don Bluth infatti, firma questo capolavoro animato, dopo una lunga e travagliata lotta negli studi del colosso americano. Facciamo un passo indietro.

Bluth inizia a lavorare alla Disney nel 1955, come assistente di John Lounsbery (uno dei “Nine Old Men”, cioè gli storici animatori della Disney dagli albori di Biancaneve e i sette nani). Nella Disney, Bluth sarà uno dei disegnatori di capolavori come Robin Hood, Le avventure di Winnie the Pooh e Le avventure di Bianca e Bernie. Durante la direzione de Elliot il drago invisibile, s’imbatte in un libro per ragazzi di Robert C. O’Brien, intitolato Mrs Frisby and the secret of NIHM. La lettura lo entusiasma e, mentre già immagina i primi disegni, va a parlare del progetto a uno dei più importanti dei già citati “Old Men”, cioè Wolfgang Reitherman, colui che diresse i grandi lungometraggi dopo la morte di Walt Disney, ma già nel ’35 aveva diretto capolavori come Pinocchio.

La risposta però fu negativa

Eh già perché – secondo Reitherman – di topo la Disney ne aveva già uno, il più celebre di tutti; inoltre, l’ultima pellicola uscita, aveva come protagonisti proprio due topini, come Bianca e Bernie. Quindi basta roditori! La delusione è forte e fa capire a Bluth che nella società dove lavora non c’è più spazio per la creatività.

L’atmosfera però nella Disney Production stava cambiando, poiché anche diversi manager e disegnatori si erano accorti di questo cambio di rotta. Fu così che Bluth e altri 16 animatori si dimisero, insieme appunto ad alcuni manager, dando vita alla Don Bluth Production. Da qui, venne creato il progetto tanto caro a Bluth.

La sceneggiatura, nel tempo, ha avuto bisogno di molte modifiche, primo fra tutti il nome della protagonista che nel libro si chiamava Frisby.

Quando già il doppiaggio era stato eseguito, Sfortuna volle che nacque il celebre disco-giocattolo omonimo. Per non incorrere in cause sulla violazione del marchio, si decise di trovare un nome alla topina, dal suono simile: da qui Brisby. Si aggiunse anche l’amuleto per dare quel tocco di magia necessario, mentre alcuni personaggi subirono una profonda trasformazione, come Cornelius che, nel libro, è solo un ratto che decide di non aiutare, o Giustino che invece è molto più eroico, degno erede di Nicodemo.

Una favola dark

Prima cosa che si può notare è che Brisby e il segreto del NIMH è un film completamente diverso dai canoni disneyiani, con luci e finali dolci; ma anche diverso dagli standard parodistici della Warner Bros. Le atmosfere, gli argomenti e le musiche ci portano in una storia cruda, per quanto favola, che di infantile non ha proprio nulla. Gli ingredienti della favola ci sono tutti, come la magia o gli animali antropomorfizzati; ma l’idea non è solo far vedere l’universo come una cosa dolce e delicata, ma anche spietata, malvagia, buia.

Si riprende quell’idea di Bambi, cioè la visione degli animali: tutto è visto dagli occhi dei topi, dove tutto è enorme e gigantesco. Difficile pensare che l’intero film non si sposta quasi mai – se non per il Grade Gufo e i flashback – dal terreno di una fattoria: sembra sempre tutto così vasto e sconfinato nel film. Da questo presupposto, si muove la sceneggiatura, che mostra quei famosi lati crudi.

Pensiamo alla prima comparsa di Dragon, il gatto del contadino, forse il primo vero momento “diverso” del film.

Vediamo questo persiano che va a caccia nel campo, di cui ovviamente sia Brisby, in quanto topina, che Geremia, in quanto uccello, hanno paura. Non è però un personaggio come loro, capace di parlare o ironizzato, come Gambadilegno o Silvestro: è un vero e proprio gattone, orbo di un occhio, che cerca in tutti i modi di prendere una preda, volante o meno, con le mandibole sempre aperte e ringhiante. La musica incalza, gli animali iniziano a scappare e questo “mostro peloso” avanza e attacca senza preoccuparsi di niente. Qui nasce la poesia: Brisby è piccola, come piccolo è il pubblico, in senso di giovane. Fa sentire i bambini come quel piccolo roditore!

Il senso di paura però viene anche da altri argomenti, che donano al film un tocco più audace, tra questi il dolore fisico.

Questo arriva soprattutto nella scena della ninna-nanna, che diventa la principale colonna sonora di tutto il cartone, cioè Flying dreams. Qui vediamo per la prima volta la fonte di preoccupazione della piccola madre topo: il piccolo Timmy, a letto, che viene imboccato dalla madre, molto deperito, gli occhi semi-chiusi e ansimante. Siamo lontani dalla delicatezza della Disney…

La paura viene anche dalla crudezza di ciò che racconta Nicodemus. La tragedia della mancanza di paura viene dalla traduzione: non si capisce chi è il vero nemico di tutto il film, perché non si capisce che NIMH è l’acronimo di National Institute of Mental Health, cioè Istituto di Igene Mentale…

Altro argomento è quello della morte, che non è solo una morte accennata o allusiva, ma la vediamo in diretta.

Parliamo di un antagonista, anzi di un pentito, cioè Sullivan, l’aiutante di Cornelius. Nella scena della battaglia tra Giustino e Cornelius, Sullivan viene colpito da Cornelius, ma sarà proprio lui a fermare il malvagio ratto. Alla fine però (non è uno spoiler ai fini della storia) Sullivan però morirà, lì, quella sera nel fango.

La Disney aveva sempre accennato questi argomenti: la madre di Bambi ne è uno storico esempio. Anche i cattivi, in fondo, non sono mai deceduti: uniche eccezioni la matrigna di Biancaneve, che cade dal dirupo, ma non vediamo niente; e Malefica de La bella addormentata nel bosco, ma in veste di drago-sputafuoco. L’unico esempio di morte che aveva mostrato la Disney era stato in Fantasia, seppur una scena di caccia preistorica: lo stegosauro ucciso dal T-Rex nella sequenza de La sagra della primavera.

Ecco quindi in una scena di un cartone, anche un personaggio che smette di vivere. Abbiamo idea di quanto questa cosa potesse essere audace, soprattutto non avendo più un colosso alle spalle?

La tecnica

Proprio in rivoluzione alle nuove idee dell’universo disneyano, Don Bluth decise di utilizzare vecchi metodi di disegnamento: il guaio era che erano terribilmente costosi. Si provò quindi l’utilizzo di tecniche sperimentali, tra cui il rotoscopio, dove il disegnatore ricalca le scene, partendo da pellicole filmate precedentemente. Altra tecnica che si riprese fu quella del rodovetro, la cui pittura venne affidata a ben 45 dipendenti. Inoltre, per i suoni, si scelse di utilizzare una tecnica che si rivelò vincente in altri film poi diventati “cult”, come il primo film di Star Wars, e che poi sarebbe divenuta celebre: il Dolby Stereo.

Anche qui, come in molti cartoni, non mancarono le fonti d’ispirazione dai film precedenti, come per le scene di lotta, completamente assenti nel libro: queste animazioni sono la combo di riferimenti a pellicole come La leggenda di Robin Hood del ’38, con Errol Flynn e Olivia de Havilland, e I vichinghi del ’58, con Kirk Douglas e Tony Curtis.

3 motivi per vedere il film

  • Il racconto di Nicodemus
  • Un cartone che tratta temi adulti, senza perdere il senso della favola
  • I disegni della vecchia scuola della Disney, con un’atmosfera più cupa

Quando vedere il film

Di sabato o domenica pomeriggio, soprattutto con dei bambini. Serve a far crescere.

Francesco Fario

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Only murders in the building 2: recensione del quarto episodio

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Dopo la prima stagione in cui viene più o meno indirettamente evocata, nel quarto episodio della seconda stagione finalmente si chiarisce chi è la famosa Lucy a cui Charles preparava le omelette. Incontriamo finalmente la figlia della sua ex compagna, a cui Charles ha fatto da padre. Dopo la fine della relazione, otto anni prima, Lucy e Charles non si sono più visti e sentiti solo tramite qualche messaggio. La mamma di Lucy, infatti, gli aveva detto chiaramente di uscire dalla loro vita. Dai flashback capiamo che il loro rapporto era davvero dolce: cucinavano e cantavano insieme e Charles era una figura paterna affettuosa e amorevole. Il dolore per il distacco dalla piccola Lucy è chiaro fin dalla prima stagione.

Lucy e Charles, un duo adorabile

Lucy si fa coraggio e va a trovare Charles ma anche questo momento di tenerezza viene macchiato di noir: Lucy prende un coltello per cucinare l’omelette ma è tutto sporco di sangue: è l’arma del delitto. Qualcuno continua a mettere indizi nelle case di Mabel, Charles e Oliver. Qualcuno (l’assassino?) vuole incastrare i tre podcaster che però non capiscono chi può avere accesso libero ai loro appartamenti.

Lucy li aiuta a capire: nel bagno c’è una parete scorrevole, uno dei tanti passaggi segreti dell’Arconia. Il cunicolo che si apre costeggia tutti gli appartamenti dell’edificio, si può guardare in ogni casa. In questa gita clandestina, i protagonisti spiano Nina (la nuova amministratrice) e il compagno. I due progettano di costruire una nuvola futuristica sul tetto dell’Arconia, progetto al quale Bunny si era ovviamente opposta. Forse l’hanno uccisa loro per portare a termine il loro piani?

Nel frattempo Oliver, che era stato minacciato di vendetta da Teddy Dimos uscito dal carcere, lo spia mentre litiga furiosamente con il figlio Theo. Le loro vite sono state rovinate dall’omicidio di Tim Kono nella prima stagione.

Decisi ad affrontare Nina, Mabel, Charles e Oliver si recano nel suo appartamento, ma le si rompono le acque! Nina prima di andare via con i paramedici chiede a Charles di scoprire l’assassino di Bunny, sua mentore e amica. Tutti capiscono che l’assassina non può essere lei.

Doppio colpo di scena!

I colpi di scena in questa serie sono come le ciliegie, uno tira l’altro. In chiusura di episodio abbiamo una doppietta di “OMG!”: Lucy confessa a Charles che la sera dell’omicidio di Bunny era la stessa sera delle nozze di sua madre, lei era venuta all’Arconia per stare un po’ con lui. Nascosta nel cunicolo, ha sentito Bunny urlare e ha sentito il killer starnutire. Charles mette Lucy su una macchina per rimandarla dalla madre. Infine Charles, con uno sguardo particolarmente malizioso, si reca in prigione, per parlare con Jan, sua ex nonché omicida. Cosa non sappiamo ancora? Vi prego sceneggiatori, non fate un plot twist con Charles che si rivela malvagio! Non potrei sopravvivere!

Tra vecchi colpevoli che ritornano e nuovi sospettati, la seconda stagione si conferma godibilissima e molto catchy, fin dai primi episodi.

I costumi: tutte le reference

In questa geniale serie, non posso negare che un buon 50% lo fanno costumi e scenografie. Gli interni degli appartamenti sono straordinari, eleganti, eclettici, misteriosi, evocativi. I costumi sono quanto di meglio un newyorkese possa sfoggiare. La costumista Dana Covarrubias ha fatto un preciso lavoro di ispirazione e selezione per le tonalità e gli outfit, che richiamano la Hollywood degli anni d’oro, pur mantenendo la contemporaneità.

La sua maggiore ispirazione è stata la produzione cinematografica di Hitchcock, che ben incarna quel mix tra glamour e omicidi a cui Only murders in the building ci ha abituato. Per questo, ha creato delle palette partendo dagli abiti di scena. Il rosso e arancio di Vertigo, il bianco e nero di La finestra sul cortile, le tonalità fredde di Caccia a ladro e Il sospetto, i caldi gialli di Psycho e Uccelli.

  • Soprattutto, la Covarrubias ha cercato di dare personalità ad ogni attore, rispettando la psicologia del personaggio e la fisicità.
  • Per Mabel/Selena Gomez ha voluto un look comfy e boho, che si addice anche alla fase di passaggio che Mabel sta attraversando, tra cambiamenti di vita e sentimentali.
  • Oliver/Martin Short ha l’animo da showman, ed è evidente in ogni look. Tocchi di bluette, viola, accessori eclettici, tutto senza mai andare sopra le righe.
  • Lo stile di Charles/Steve Martin ricalca molto quello che l’attore sceglie nella sua vita reale. Cappelli, camicia e cardigan, eleganza informale sempre molto curata.

Micaela Paciotti

“Il canto di Calliope”: così la Musa restituisce la voce alle donne

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Dopo aver letto la rivisitazione della storia di Mulan con Riflessi di Elizabeth Lim, questo mese con il club del libro di CulturaMente ci siamo  dati alla rilettura del mondo classico. Anche perché siamo in estate e non c’è periodo migliore per leggere qualcosa di più impegnativo visto che si ha più tempo a disposizione. Il libro che ho scelto è stato Il canto di Calliope di Natalie Haynes, pubblicato da Feltrinelli

Una lettura che non brilla per originalità, ma che sa raccontare in maniera emotivamente vincente e interessante molte delle storie legate alla guerra di Troia, permettendo anche a chi ha dimenticato i miti studiati a scuola di familiarizzare con i nomi che appartengono alla cultura occidentale e che incontriamo ovunque nel mondo dell’arte. 

Per tutto il mese mi è sembrato di sorseggiare un vino bianco, fruttato e più costoso della media. Un aroma il cui sapore non mi giunge di certo nuovo, ma che sono sempre felice di gustare.

Audio recensione

Potete ascoltare il mio commento a Il canto di Calliope anche su Spotify.

La trama

Il libro è diviso in capitoli i cui titoli riportano tutti il nome di un personaggio mitologico femminile. È di quella donna che l’autrice prende il punto di vista per alcune pagine in modo da presentarci tutto ciò che la guerra di Troia è stata, prima del suo scoppio, durante e dopo. 

Tra le voci che raccontano la storia si alternano esseri umani e dee. Alcune di loro, come Penelope e Calliope, parlano in prima persona, mentre per le altre la voce narrante è esterna (che a parlare sia proprio la musa invocata dal poeta?) con punto di vista interno. Il filo conduttore della narrazione sembrerebbero essere i capitoli dedicati alle troiane, le donne sopravvissute alla distruzione della loro città che aspettano sulla spiaggia di essere spartite come bottino tra i greci vincitori. Sono loro a ricordare con i loro discorsi ciò che è stato e a ripercorrere le tragiche tappe che hanno portato alla morte di tantissime persone. 

Calliope ci dà modo di trascendere la semplice conoscenza umana e di apprendere quanto ignorato fino ad oggi: la guerra di Troia si è resa necessaria per agevolare la vita sulla Terra. Troppi esseri umani mettevano a rischio gli equilibri del pianeta e serviva un evento in grado di uccidere molte persone così da migliorare la qualità di vita di chi sarebbe rimasto. Ed è così che Temi e Zeus hanno ideato il loro piano per permettere al destino di compiersi, sfruttando la mela d’oro, Afrodite, Paride e tante altre situazioni che hanno portato alle conseguenze che tutti conosciamo. 

Un poema epico in prosa

Tutte le storie raccontante nascono una dentro l’altra, proprio come avveniva secoli fa nei canti orali degli aedi. Haynes ha ammesso di aver voluto scrivere il suo poema epico dando spazio a chi nell’Iliade e nell’Odissea compare sempre nelle retrovie: le donne

“Questa perÒ È anche la guerra delle donne, non solo la guerra degli uomini, e il poeta dovrÀ tener conto del loro dolore […] e dovrÀ raccontarlo oppure non racconterà un bel niente.

N. Haynes, “Il canto di Calliope”

Per scrivere le sue storie ha attinto da fonti classiche molto diverse: oltre ai poemi omerici, ci sono riferimenti alle tragedie di Euripide, ai canti dell’Eneide e anche alle Heroides di Ovidio. Il panorama mitologico presentato dall’autrice inglese è davvero ricco ed è sicuramente una lettura utile per chi vuole immergersi nel mondo mitologico greco. 

Proprio come l’Iliade, anche Il canto di Calliope è un racconto dedicato alla guerra. Più che parlare di riunioni, di battaglie e di riti religiosi, Haynes racconta con spiccata sensibilità moderna gli effetti e le conseguenze di un mondo dominato dalla violenza e dalla voglia di prevalere tipica della società patriarcale che si è affermata in Occidente (e in buona parte del mondo). Queste conseguenze sono raccontate dalla voce delle donne (che subiscono un destino terribile perché di fatto non possono sceglierlo), ma l’autrice è molto brava nel non rendere il suo poema una questione solo femminile. Il dramma della violenza coinvolge tutti gli esseri umani a prescindere dal loro genere. Perfino a prescindere dall’età. Tutti/e sono vittime e tutti/e possono diventare carnefici alla ricerca di vendetta (Ecabe e Clitemnestra ne sono un chiaro esempio). Leggere queste pagine oggi mentre assistiamo impotenti allo scontro tra Russia e Ucraina lascia sicuramente amareggiati e tristi. 

Uno dei capitoli finali, quello che segue le vicende di Andromaca dopo la sconfitta di Troia, offre una sorta di conclusione dolce/amara. Qualche capitolo prima abbiamo letto una scena agghiacciante che ha come protagonista proprio questo personaggio: Astianatte, figlio suo e di Ettore, le viene strappato dalle braccia per essere gettato dalle mura di Troia. A nulla valgono le preghiere e le promesse della donna. I guerrieri eseguono gli ordini credendo che solo così in futuro si eviteranno ulteriori conflitti. Dopo un episodio simile (davvero uno dei momenti emotivamente più forti del libro), ci aspetteremmo un capitolo pieno di rabbia e risentimento. E, invece, ci viene raccontato di una donna che piano piano ricomincia a vivere. Ed è qui che l’autrice ci rivela uno degli aspetti fondamentali della vita: fa soffrire, ma offre anche il rimedio a ogni male.

Con il passare del tempo, il dolore si attenua. Può non sparire mai del tutto, ma perde d’intensità. Rimane la consapevolezza di aver perso una parte del proprio sé che non potrà più essere recuperato, ma ciò non significa che non si possano vivere altri momenti importanti o non si possa tornare a provare emozioni belle. Una conclusione realistica che dà speranza, pur lasciando nitido il ricordo dell’orrore letto. 

Le donne del mito

Nella postfazione del suo Omero, Iliade, Alessandro Baricco dice che la guerra è sì un inferno, ma è bello perché permette gli esseri umani di sentire maggiormente il proprio attaccamento alla vita. Dice anche che le donne, nonostante siano poco presenti nel poema, sono fondamentali nella narrazione perché oppongono l’ideale della pace e dell’amore a quello del potere e dell’ambizione. Haynes ripropone un concetto molto simile sia a livello tematico che narrativo. Anche Baricco mette in prosa l’Iliade attraverso le voci dei personaggi della storia, rendendola più facilmente leggibile al vasto pubblico. 

L’autrice del Canto di Calliope, però, riesce a creare un’opera corale molto più articolata e complessa. Sono tante le donne coinvolte nella narrazione. Alcune sono molto note mentre altre no. I capitoli dedicati a Creusa e a Pentesilea sono tra i più interessanti perché danno davvero spazio a delle figure quasi sempre ignorate e conosciute solo dagli addetti ai lavori. Manca la figura di Elena che compare solo attraverso le parole delle altre (mai particolarmente lusinghiere).

Interessantissime le rappresentazioni delle dee. Atene, Era e Afrodite sembrano tre bambine capricciose pronte a cogliere qualsiasi pretesto pur di indispettirsi o risentirsi. La scena del giudizio di Paride è uno dei momenti più interessanti e sfiziosi dell’intero libro. Temi e Gea, invece, raccontano un tipo di divinità diversa, più lontana e disinteressata alle vicende degli esseri umani. 

I ritratti di queste donne aderiscono in maniera fedele a quelli che la tradizione ci ha riportato. Nonostante questo, la narrazione le rende credibili ed è semplice capire le emozioni che le animano. 

Lo stile di Haynes

La storia viene portata avanti con una notevole variazione di toni. C’è Penelope che scrive delle lettere, Calliope che parla a Omero (o all’autrice?), Gea e le Moire sono indifferenti ai mortali e prese solo dalle loro occupazioni, Cassandra è persa nella sua esistenza a cavallo tra passato e presente… 

Il libro ha più di 300 pagine, ma è scorrevole e godibile. Il tono epico della poesia omerica riecheggia in alcuni momenti più lirici, ma la prosa riporta la storia alla contemporaneità. Il modo di raccontare di Haynes è sicuramente interessante e intrigante. Riesce a creare dei momenti di suspense che ti spingono a proseguire nella lettura. Non è mai né superficiale né prolissa nel costruire dialoghi e situazioni. 

Chi dovrebbe leggere Il canto di Calliope

Il libro di Haynes è perfetto per gli studenti delle superiori che devono ripassare (o studiare) i miti greci. Potrebbero conoscere queste storie in un modo semplice e vicino a loro senza fraintendere il mito. Ma la lettura non è solo destinata agli adolescenti, anzi. Chiunque sia appassionato di classicità o abbia un interesse particolare per il mondo mitologico greco dovrebbe prendere in mano questo libro. Per chi coltiva interessi letterari non sarà una novità e sicuramente non risulterà molto originale. Tuttavia, va conosciuto. 

Il prossimo appuntamento dei Postumi Letterari

Se avete letto il romanzo e volete condividere con noi pensieri e opinioni, scriveteci all’indirizzo e-mail bookclubculturamente@gmail.com o sui nostri canali Facebook e Instagram per partecipare a una diretta sul libro.

Come lettura del prossimo mese ho deciso di accogliere un suggerimento della nostra direttrice Alessia e di proporre la lettura di Spatriati di Mario Desiati, il libro pubblicato da Einaudi vincitore del Premio Strega. 

Claudia e Francesco sono i due protagonisti irregolari di questo romanzo che si concentra sul percorso che ogni essere umano deve fare per accettarsi.

Vediamo che cosa ne viene fuori! Abbiamo fino al 15 agosto per leggere il libro. 

Buona lettura estiva a tutti!

Federica Crisci

“Lady Oscar”: tra manga e anime un bel modo per studiare la storia

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Il 14 luglio ricorre l’anniversario di un evento che ha stravolto la storia europea. 

Nel 1789 fu espugnata la Bastiglia ed ebbe così inizio (almeno canonicamente) la Rivoluzione francese. Da quel momento, la società occidentale non è stata più la stessa. Gli ideali democratici, per quanto imperfetti, travisati e applicati arbitrariamente solo ad alcune categorie della popolazione, hanno iniziato a impossessarsi della politica e della vita civile. Sono crollati gli assoluti, le cristallizzazioni, l’immobilità e si è lasciato spazio al movimento, al cambiamento, al dubbio e a tutte le loro conseguenze. 

Se il 14 luglio 1989 non fosse avvenuto, chissà che cosa sarebbe successo alla nostra Europa. Eppure per me questa data è da sempre associata a un altro ricordo: l’ultimo episodio dell’anime Lady Oscar (il cui titolo è proprio 14 luglio 1789). Poco più di 20 minuti per raccontare il dramma della rivoluzione e la morte di un’eroina che ha accompagnato l’infanzia di bambini e bambine dal 1979 all’inizio degli anni Duemila. 

Come la maggior parte degli anime che arrivano in tv e sulle piattaforme streaming, anche Lady Oscar è tratto da un manga, uno shōjo, ideato e disegnato da Riyoko Ikeda nel 1972. La versione da leggere (oggi pubblicata da Edizioni BD – J-Pop) è sicuramente meno nota di quella visiva, ma non c’è dubbio sul fatto che la storia di Oscar sia nota a tanti/e e che abbia appassionato nel tempo intere generazioni. Già questo basta a renderlo un grande classico tra i manga e anime da leggere/vedere almeno una volta nella vita.

La trama di Lady Oscar

La giovane Oscar, nonostante sia nata donna, viene cresciuta come un maschio per volontà del padre che, non essendo riuscito ad avere un figlio ed essendo rimasto impressionato dal pianto della neonata, decise di renderla un soldato coraggioso e forte. A soli 14 anni, Oscar viene nominata capitano delle Guardie Reali e le viene assegnato il compito di proteggere la delfina di Francia, Maria Antonietta. Tra le due donne nasce un rapporto di reciproca stima e di amicizia che va avanti negli anni e che si incrinerà a causa di due motivi: l’amore che entrambe nutrono per il conte di Fersen (il quale ricambia il sentimento della regina e considera Oscar “il suo migliore amico”) e la situazione disperata in cui versa la popolazione francese. 

Se il dramma d’amore sarà superato da Oscar con un nuovo innamoramento (verso André, l’attendente con cui ha vissuto sin da bambina), sarà per lei impossibile appoggiare la dura linea repressiva adottata dalla regina nei confronti del popolo in rivolta. Oscar, nata in una famiglia nobile, negli anni si rende conto dei privilegi di cui ha goduto e arriva a ritenerli ingiusti. Più volte nel corso della vita le capiterà di assistere a situazioni drammatiche causate dalla miseria e ciò la spingerà ad abbandonare il suo titolo e ad abbracciare gli ideali rivoluzionari. Sarà proprio lei a guidare i suoi uomini nella presa della Bastiglia, perdendo la vita nell’impresa. 

Manga e anime: due linguaggi per una storia

La storia del manga e dell’anime si svolgono nello stesso arco di tempo (dal 1755, anno di nascita di Oscar e di Maria Antonietta, al 1793) e gli episodi raccontanti sono pressoché gli stessi, ma ci sono delle differenze importanti

Innanzitutto, il titolo del manga è Berusaiyu no bara, che si può rendere in traduzione con Le Rose di Versailles. Si fa riferimento ai tre protagonisti della storia che sarebbero Oscar, la regina e Fersen. L’anime, invece, si concentra soprattutto sulla vicenda della giovane che si veste da uomo, approfondendone psicologia e pensieri soprattutto nella parte iniziale.

In entrambi i prodotti, la storia inventata di Oscar s’intreccia a quella reale di personaggi storici realmente esistiti. Molte delle vicende che vediamo disegnate da Ikeda e animate dallo studio Tokyo Movie Shinsha sono accadute davvero. Come nei migliori romanzi storici, anche in questo manga la finzione si mescola perfettamente alla verità restituendoci una panoramica semplice ma accurata degli anni che hanno fatto da sfondo alla Rivoluzione francese. Chiunque abbia il desiderio di sapere qualcosa in più su questo evento e di capire il carattere dei principali protagonisti e voglia farlo in leggerezza, dovrebbe prendere tra le mani un volume di Ikeda. D’altra parte, la mangaka è sempre stata affascinata dalla figura della tragica regina e l’ha studiata approfonditamente. Se si guardano dei film biografici come Maria Antonietta di Sofia Coppola o documentari riguardanti la figura della donna (come quello realizzato da Alberto Angela in Ulisse: il piacere della scoperta), non sarà difficile ritrovare nomi e situazioni già presentate nel manga o nell’anime. 

Quello che cambia tra carta e animazione è il tono. Nell’anime non c’è traccia di umorismo. La tragedia è sostenuta da fermi immagine che ricordano quadri del passato, da una colonna sonora seria e malinconica e da dialoghi di un certo spessore. Il manga, invece, offre dei disegni realizzati in maniera più comica che spezzano il dramma e donano leggerezza alla storia. Questi momenti furono imposti a Ikeda per uniformarsi al genere. Lo shōjo, infatti, negli anni Settanta essendo una lettura per ragazze richiedeva uno stile di disegno quasi infantile. Ikeda fu molto scaltra nel non lasciar intuire al suo editore quale piega avrebbe preso la storia prima che il manga ottenesse un discreto successo. Lo presentò come un racconto dell’infanzia e dell’adolescenza di Maria Antonietta. 

Avendo sia letto il manga che visto l’anime, non saprei scegliere tra i due. Ci sono dei momenti dell’anime che ho amato profondamente e di cui ho sentito la mancanza leggendo, mentre altri aspetti sono stati sviluppati in maniera decisamente più approfondita nella versione televisiva. In entrambi i casi, si tratta di prodotti di altissimo livello, coerenti e ben disegnati. 

Le protagoniste: Oscar

Oscar è una donna che si comporta come un uomo. Già solo per questo offre un modello alternativo di femminilità rispetto a quello tradizionalmente assegnato al genere. Il destino di Oscar non la vede moglie e madre, ma la vede una combattente. Certo, è una condizione che non sceglie consapevolmente, ma che si ritrova a vivere per l’educazione impostale dal padre. Tuttavia, ricoprendo un ruolo maschile, Oscar riesce a conquistare anche una certa autonomia e indipendenza che la portano a compiere delle scelte coraggiose che provocano una netta separazione tra lei, la sua famiglia e la classe sociale a cui appartiene. Tant’è che nel momento in cui il generale Jarjayes vorrebbe spingerla a trovarsi un marito e abbandonare la divisa, Oscar rifiuta e sfida l’autorità paterna presentandosi al ballo in suo onore vestita da uomo. In questo modo, Oscar è in grado di affermare se stessa e i suoi ideali arrivando ad amare chi desidera e a sacrificare la sua vita per la sua patria. 

In diverse occasioni la protagonista è tormentata perché non sa in quale genere identificarsi (oggi si potrebbe azzardare e parlare di genderfluid ma è chiaro che il personaggio andrebbe sviluppato in tutt’altra maniera). Non sa se essere uomo o donna. Nell’anime questo dilemma è presente sin dalla prima puntata mentre nel manga emerge solo nel momento in cui la ragazza si scopre innamorata di Fersen. 

Ritroviamo un classico accostamento tra femminile e amore. È la situazione romantica a risvegliare il “cuore di donna” di Oscar e a portarla verso la sua natura femminile.  Una natura che nell’anime acquista dei tratti di passività e di sottomissione che per la sensibilità odierna potrebbero essere un po’ difficili da mandare giù. Oscar, infatti, dichiara di voler seguire André qualsiasi sia la sua decisione e di rimettersi completamente al suo giudizio. Nel manga, invece, è lei a decidere di tradire la nobiltà per unirsi ai ribelli. Quest’ultima rappresentazione rende maggiore giustizia alla storia della protagonista per come l’abbiamo vista raccontata. 

Oscar è un personaggio interessante da diversi punti di vista. È sicuramente figlia del tempo in cui fu scritta ma ha un carattere moderno che la rende affascinante anche dopo mezzo secolo. 

… e Maria Antonietta

A differenza di Oscar, frutto dell’immaginazione dell’autrice, Maria Antonietta è una figura storica la cui vita è ampiamente documentata. La ricostruzione della persona che c’era dietro agli eventi noti è stata tentata più e più volte. Ikeda ha sicuramente il merito di averci restituito un carattere realistico e facilmente comprensibile.

Maria Antonietta era una ragazza di 14 anni chiamata a interpretare un ruolo. Un ruolo di grande responsabilità di cui lei non riuscì a capire la gravità, pur avvertendone il peso. A lei si chiese quello che a molti regnanti è stato chiesto (e che la serie tv The crown racconta ottimamente a proposito di Elisabetta II): rinunciare alla loro identità per diventare un simbolo. E dato che fino alla Rivoluzione francese il potere dei sovrani era assoluto e incontestabile, a lei si chiedeva anche di prevedere l’esito a lungo termine delle proprie decisioni. Bisognava essere preparati a un compito simile, ma soprattutto bisognava esservi predisposti. Maria Antonietta non lo fu. Era giovane e infelice e cercò di fuggire il dolore nella spensieratezza. Quando si rese conto dei suoi errori, non ebbe modo di porvi rimedio.

L’odio nei suoi confronti fu davvero spietato. Divenne il capro espiatorio di tutti i mali della Francia. Su di lei vennero inventate calunnie pesanti (l’accusa di molestia nei confronti del figlio più piccolo al suo processo) e non ebbe mai alcun tipo di clemenza, tanto che la sua condanna a morte fu decretata all’unanimità (invece per il re la votazione fu di 361 a 360). 

Ikeda ci racconta l’ingenuità, la bellezza, la dignità, la confusione e il dolore di Maria Antonietta rendendola umana e restituendole la comprensione che le è mancata nei tumultuosi anni della sua vita. 

I disegni del manga

I disegni di Ikeda esaltano la fisicità dei personaggi. Le tavole sono spesso occupate dai primi piani dei personaggi a cui viene data particolare attenzione per rappresentare emozioni e sensazioni. Gli occhi, soprattutto, sono disegnati in maniera molto dettagliata. I protagonisti sono tutti molto belli a livello estetico (caratteristica comune a molti manga). Le linee del viso sono definite ed eleganti. La base è talmente simile che si potrebbero quasi confondere i personaggi se non fosse per i capelli. La maggior parte dei corpi sono tutti allungati e snelli.

Le ambientazioni sono presenti nelle tavole solo quando strettamente necessario e non sono particolarmente dettagliate a differenza dei vestiti che restituiscono un’idea precisa della moda del tempo. Tra le pagine del manga non è difficile trovare delle figure che occupano tutta la pagina e che catturano l’attenzione di chi legge su una particolare emozione, centrale nella situazione. Non mancano disegni che rappresentano in chiave simbolica i pensieri e le emozioni dei personaggi. Ikeda si lascia ispirare dalle immagini degli dei e degli eroi greci oppure mette a nudo i protagonisti nel tentativo di rappresentare la loro anima e la loro natura più intima. 

È un manga molto chiaro, in generale, nonostante la trama. Le situazioni di tensione sono rese tramite sfondi astratti, macchie ramificate e occhi bianchi privi di dettagli. Non sempre si ricorre all’uso del nero. Le tonalità scure diventano più presenti negli ultimi volumi. 

Alcuni episodi si sviluppano in maniera molto veloce. La rappresentazione dei primi piani compromette alle volte la comprensione di quanto succede poiché ai movimenti e alle azioni è assegnato poco spazio. L’effetto visivo generale è, però, molto gradevole e ha costituito un’ottima base per l’animazione che ne è stata tratta.

Un classico da non perdere

Il 21 maggio del 2022 i fan di lunga data hanno festeggiato il 50esimo anniversario della prima pubblicazione, avvenuta in Giappone sulla rivista Margaret. La celebrazione può apparire solo roba da nerd, ma in realtà ricorda una svolta fondamentale nel mondo della scrittura del manga.

Lady Oscar è stato uno dei titoli che ha contribuito a rendere questi prodotti “una cosa seria”, soprattutto gli shōjo, prima trattati come testi superficiali per ragazzine. Non semplici fumetti per chi non aveva voglia di leggere testi impegnati, ma tavole realizzate in maniera più libera con disegni simbolici e storie complesse. Ikeda è stata tra le prime autrici femminili di manga shōgo e ha contribuito a rivoluzionare il modo di pensare i racconti e di rappresentarli. Grazie al suo lavoro, a quello di Moto Hagio e di Keiko Takemiya, il linguaggio visivo dei manga per il pubblico femminile ha compiuto un salto di qualità notevole. 

La protagonista  di Ikeda solleva tantissime riflessioni su che cosa significhi essere donna e quali siano le conseguenze del vestire i panni di un uomo. Le situazioni descritte dettagliatamente permettono di familiarizzare con i nomi della nostra storia aiutando nella comprensione di dinamiche e del rapporto causa/conseguenza. 

Insomma, ribadisco che la lettura del manga o la visione dell’anime devono essere fatte almeno una volta nella vita. Proprio come per i grandi classici della letteratura. 

Dove vedere l’anime e dove recuperare il manga

È possibile acquistare il manga di Le rose di Versailles in qualsiasi libreria, fumetteria o piattaforma online. Il primo episodio dell’anime, invece, può essere visionato su Amazon Prime Video. Per gli altri, è necessario sottoscrivere un ulteriore abbonamento con Anime Generation.

Mentre vi decidete, vi lascio la celeberrima sigla da ascoltare!

Federica Crisci

Villa Ada, un parco dalle radici nobili

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Roma è la città più verde d’Europa, e numerose sono le sue ville, tra cui spicca per importanza Villa Ada. 

Situata sul lato sinistro di via Salaria nel II municipio, si affaccia su molti quartieri, dai Parioli al Trieste-Salario. Si tratta della seconda area verde capitolina per dimensioni dopo Villa Pamphilj, esclusi i parchi campagna come la Caffarella.  

La storia

Zona esterna alle mura aureliane, qui sorgono le catacombe di Priscilla. Proprio il pellegrinaggio religioso genera i primi sviluppi del territorio, come la chiesetta del divino amore, di origine seicentesca e attualmente inglobata nelle mura del parco.  

Il destino del quadrante cambia drasticamente con l’unità d’Italia. Nel 1872, due anni dopo la breccia di Porta Pia, la tenuta viene acquistata dai Savoia e diviene residenza estiva e riserva di caccia della famiglia reale.  Proprio dentro Villa Ada si trovano, nascosti da un fitto bosco, i resti della torre del roccolo, postazione di caccia di Vittorio Emanuele II. Altra testimonianza di questo periodo, oltre alla residenza reale, vi sono le scuderie, il tempio di Flora (in foto), ristrutturato nel 2000, e il bunker antiareo, realizzato durante la seconda guerra mondiale. A Monte Antenne, parte settentrionale della villa, sorge invece Forte Antenne, uno dei 15 forti di Roma, costruito a fine ottocento.

Il nome del parco era Villa Savoia, ma prese la denominazione “Ada” quando Giuseppe Telfener (politico e imprenditore, amministratore dei beni di casa Savoia), proprietario della tenuta per un breve lasso di tempo, la ribattezzò in onore della moglie Ada Hungerford. Altro nome che viene spesso usato è Villa Ada Savoia.

Dopo il referendum e l’esilio dei Savoia segue un periodo di abbandono. Villa Ada diviene parco pubblico, e quella che una volta era residenza reale oggi ospita l’ambasciata della Repubblica Araba d’Egitto.

La villa

Villa Ada ha una struttura di 160 ettari. La composizione è per due terzi boschiva e solo un terzo è liberamente accessibile. Gli ingressi principali sono su via Salaria 267, via Salaria 273-75, e su via di Ponte Salario. Entrando dal primo ingresso s’incontra la sede dell’ambasciata, mentre sulla sinistra vi è il cosiddetto “pratone” (in foto), ampio spazio verde molto frequentato dai giovani.  

Subito dopo il sentiero si biforca. A destra si prosegue in altura fino al “casale della finanziera”, a sinistra un sentiero delimitato da siepi di alloro costeggia due laghetti fino a condurre a una discesa. Di lì in poi inizia il bosco della “Sughereta”, fino ad arrivare al “lago grande” (foto di copertina), principale meta e luogo simbolo di Villa Ada.  

Flora e fauna

Villa Ada è uno scrigno di biodiversità. Le specie arboree più diffuse sono il pino domestico (pinus pinea), l’alloro (lauro nobilis), l’olivo (olea europaea),  il leccio (quercus ilex), e la quercia da sughero (quercus sugher). La maggior parte delle piante sono di derivazione antropica.  

Un tempo il parco ospitava molti animali. Tuttavia la sempre più diffusa presenza dell’uomo ha comportato l’allontanamento di numerose specie, come il coniglio selvatico europeo (Oryctolagus cuniculus) e la volpe (vulpes vulpes). Resiste ancora lo scoiattolo comune (sciurus vulgaris), che si può ogni tanto intravedere sugli alberi alle prime ore del mattino. 

Cosa fare a Villa Ada

Oggi Villa Ada è riconosciuta come villa storica ed è quindi soggetta a molteplici vincoli. Durante la settimana viene fruita prevalentemente dalla gente del posto, mentre nel weekend vengono anche romani di altre zone, attratti dalla grande quantità di verde. D’estate poi il parco si anima. Numerosi centri estivi riempiono la villa di bambini, e sulla penisola del lago grande si tiene la manifestazione “Villa Ada Roma incontra il mondo”, con concerti quasi ogni sera.

Come raggiungere Villa Ada

Villa Ada è raggiungibile dalla metro B Sant’Agnese Annibaliano, dai tram 3 e 19 (fermata Liegi/Bellini) e dalle linee bus 63, 83, 92, 310 (fermata Nemorense/Crati).

Lorenzo Balla

Scopri anche il Pigneto

Intervista a Massimo Boddi, autore del romanzo “Miseria Puttana”

Tra i romanzi dell’estate 2022 ho segnalato Miseria puttana, un libro che ho definito un piano-sequenza sull’estate 1994 a Piombino; un’opera che profuma di nostalgia, adolescenza e “bischerate”. Per citare i Nirvana Miseria puttana “Smells like teen spirit”.
Ho avuto il piacere di intervistare l’autore esordiente Massimo Boddi e vi riporto la nostra chiacchierata.

Miseria puttana è il tuo romanzo d’esordio. Quando e perché hai sentito la necessità di scriverlo?

È il romanzo che ho sempre avuto nella pancia. Principalmente perché racconta il mito di quelle estati in cui da ragazzini si scorrazzava in strada a fare baldoria. La prima sensazione che ricordo è la libertà che avevamo.

Stavamo sotto al sole e la cosa ci piaceva. Passavamo le giornate così, a chiacchierare di dinosauri, alieni, fantasmi. Cercavamo le avventure, ci ficcavamo nei guai, costruivamo castelli con i cartoni degli elettrodomestici. Quando la vita era tutta da scoprire e si aveva voglia di fare tutto. Mangiavamo la focaccia salata con la cipolla cotta sopra, oppure la pizza al pomodoro con doppia mozzarella. Le corse, le pedalate, gli scherzi, insomma la benzina non finiva mai. E la sera tornavamo a casa con i piedi neri, stanchi ma divertiti.

Gli ultimi vent’anni sono stati di vero apprendistato alla scrittura.

Chissà se sono riuscito a restituire quelle emozioni romantiche tipicamente adolescenziali.

Il titolo è legato a una profonda riflessione finale del protagonista Simone sulla vita. Come mai hai scelto proprio questo titolo? È una dichiarazione di poetica come la citazione a Bukowski? C’erano altri titoli candidati? 

Il titolo del romanzo non vuole essere solo una provocazione. È nato così, dallo stomaco, senza strategie a tavolino. È stata la prima e unica scelta e l’ho trovato perfetto fin da subito. Credo sia il titolo giusto perché riflette bene lo spirito degli eventi: l’esperienza di vita selvaggia, la libertà, la strafottenza, la spacconeria, le ambientazioni e soprattutto le vicende urbane che vengono raccontate. Bukowski è stato senza dubbio un importante compagno di viaggio nella mia formazione letteraria, insieme a Dostoevskij e Moravia, e la citazione a Panino al prosciutto non è casuale.

Volevo rimettere insieme la nostra stagione più avventurosa. Siamo quelli della provincia toscana, cresciuti tra mare e acciaieria a Piombino, nell’humus della cultura contadina e operaia. Abbiamo imparato dai nostri nonni e dai nostri genitori il valore di lavorare sodo e di un lavoro ben fatto che ripaga la fatica. Farsi il culo, farselo bene: una filosofia cruda ma essenziale.

Essere ottimisti significa affrontare una battaglia quotidiana sempre più coraggiosa. Perché si è costretti ad aggirare continuamente l’ostacolo dello sfruttamento, dell’avidità, dello stigma sociale da ultimi degli ultimi: è il trionfo della determinazione come esseri umani. I personaggi che ne sono usciti fuori, dai giovani agli adulti, sono anti-eroi, anti-conformisti, fedeli a loro stessi nel bene e nel male, dal retrogusto grottesco, ironici e dissacranti quanto basta, ma soprattutto pieni di cazzimma.

Come mai hai scelto questo stile ruvido? A me è piaciuto molto ma non tutti amano una scrittura così diretta. Ti sei sentito in dovere di spiegarlo? 

​Mi piacciono le consistenze di un certo tipo: la pesca noce, la frutta ancora un po’ acerba, le verdure poco cotte e croccanti. Il mio stile è questo: una scrittura da mordere, ruvida, dal sapore poco zuccherato. Non mi interessa piacere per forza, preferisco comunicare la sincerità dell’esperienza, la verità dei contrasti e spero che questo messaggio arrivi diretto al lettore senza troppa e inutile retorica.

Il mondo che il romanzo abbraccia è quello che spesso, crescendo, abbiamo imparato a dimenticare, evitare o rifiutare. È un mondo che sputa, piscia, perde moccio e puzza. Il linguaggio è quello urbano, grintoso, iperrealista e rimane fedele alla propria missione. Se ho voluto sfidare intenzionalmente il lettore? Può darsi. Ho però cercato di essere un narratore affidabile, nel senso che non prometto mai un significato diverso dalla verità nuda e cruda. O te ne innamori o lo disprezzi. Anche perché le vicende narrate sono molto realistiche (e forse anche reali), chi può dire il contrario?

A chi hai fatto leggere la prima stesura? 

Mi hanno sostenuto in molti ed è giusto riconoscerlo. Ringrazio l’amico Gabriele Parenti per avermi letto, consigliato e incoraggiato fin dalle prime bozze. Il suo entusiasmo mi ha dato la spinta a continuare. Grazie all’amico Renato Zagari, apprezzato videomaker e autore radiofonico, perché è stato fondamentale per i dialoghi in dialetto napoletano: sono un toscano meridionale e sono fiero di esserlo. Grazie anche a mia sorella Sara per la bellissima illustrazione di copertina. Grazie a mia moglie Chiara che sempre mi supporta e mi sopporta.

Infine, ultimo ma non ultimo, ringrazio l’amico Gabriele Nannetti per avermi seguito e spronato, ma soprattutto per i suoi preziosi suggerimenti dalla fase di stesura all’editing finale del romanzo. Senza di lui mi sarei perso.

Quanto c’è di autobiografico nel libro? È una combinazione che sia tu sia Simone siete nati Piombino e livornesi di adozione? 

Tra verità e finzione, c’è molto di personale sia a livello emotivo che di esperienze vissute, ma anche il riferimento a storie familiari e al mio personale percorso di crescita. Alla trama dei quattro amici s’intrecciano aspetti e difficoltà del quotidiano, nel confronto tra genitori e figli adolescenti.

C’è una scena fondamentale nel romanzo che pone le basi per lo sviluppo del personaggio di Simone, e a cui tengo molto. Ci sono padre e figlio che lottano con l’insonnia, parlano alla finestra davanti alla pioggia d’estate. «Veniamo a noi» dice il babbo prima di spiegare a Simone la situazione: il lavoro nuovo, traslocare a Livorno, dare una possibilità in più alla famiglia. Gli fa notare che quando sarà più grande capirà che «girare con la stessa chiave, tutta la vita, è impossibile, cambiano le situazioni così come cambiano le porte».

Simone allora abbassa il mento. Fissa il pavimento per una manciata di minuti. Non risponde subito perché non trova le parole e perché ha paura che babbo Bruno ammetta quella verità. «Bisogna prendere una decisione, e se la prendiamo insieme mi sentirò molto meglio» dice al figlio che poi replica sicuro: «Se c’è andata bene così, babbo, ci andrà bene anche da un’altra parte» e gli giura che, il cambio di vita, non glielo farà mai pesare.

Accettare quel destino, condividere la responsabilità verso il futuro della famiglia, lo fa diventare grande e maturo nell’arco di quella stessa notte.

Nel libro gli eventi si svolgono negli anni 90 e il contesto emerge con prepotenza. Ci sono le musicassette, il Liquidator, Beverly Hills, Corona. Qual è il ricordo per cui tu provi più nostalgia? 

Gli anni ’90 sono un riferimento. Ricordo com’era crescere solo qualche decennio fa, senza le tecnologie di oggi che diamo per scontate. Quando c’era la musica grunge con i suoi testi ruvidi, carichi di sfiducia, le chitarre distorte, il suono crudo: c’erano Nirvana, Alice in Chains, Pearl Jam solo per citarne alcuni.

Come musica di sottofondo del romanzo ho scelto i Soundgarden con Black Hole Sun, c’è più di un motivo se ritorna come leitmotiv. Il nostro stile era quello di vestirci trasandati, con i jeans strappati e con le prime cose che capitavano a tiro: era un po’ il segno della nostra ribellione al mainstream.

Se c’è un significato ancora più grande, è che la rivoluzione grunge ha inaugurato l’idea che essere perdenti, per la prima volta, era un valore. Tutto questo si riflette nei protagonisti del romanzo che sono dei veri e propri outsider. Insomma, se in Miseria puttana c’è davvero un senso di nostalgia, è il sentimento della stessa nostalgia ad accendere il ricordo e le emozioni: il desiderio cioè di tornare a vivere l’incoscienza di quell’età.

Secondo te quale è la differenza tra un adolescente degli anni 90 e uno di oggi? Un teenager di oggi può cogliere il senso del tuo racconto? 

Più che essere la tecnologia in sé, a creare il divario tra la mia generazione e i teenager di oggi, secondo me si è perso piuttosto il gusto della sorpresa. Vai a un concerto? Sai già cosa vedrai o ascolterai perché hai già messo in play decine di video su YouTube. Vai a visitare un luogo? Lo conosci già perché hai cercato gallerie di foto su Google e viaggiato con i virtual tour. 

Ricordo che abbracciavamo il mistero, il pericolo e l’avventura con tanta più scioltezza: le generazioni cambiano anche sotto quest’aspetto. Forse, quello che davvero si è perso oggi è la capacità di “sporcarsi le mani” come noi eravamo invece abituati a fare. Ci riunivamo nei cortili a costruire giochi e congegni, le cose spesso ce le inventavamo. Si correva nell’erba e in campagna, ci si arrampicava sugli alberi facendo a gara a chi arrivava più in alto. Avevamo ginocchia e gomiti sbucciati e il vero passatempo era la nostra stessa fantasia.

Non so e non sono sicuro che la tecnologia costituisca un vero divertimento per i nuovi teenager. Sicuramente è diverso.

Io penso che comunque i sentimenti e le emozioni provate dai teenager sono universalmente riconosciute dagli adolescenti di ogni epoca. Non a caso io sono una grandissima fan de I ragazzi della via Pal e de La banda dei brocchi. Tu hai un romanzo di formazione preferito da cui hai tratto ispirazione? 

Panino al prosciutto di Bukowski mi ha colpito molto quando l’ho letto a poco più di vent’anni. È un romanzo di (de)formazione sulla crescita e lui racconta la sua storia con uno stile brutalmente semplice, schietto ed efficace. Non è solo la vicenda di un perdente emarginato chiuso in un guscio. C’è molto di più. Uno dei momenti di luce in Panino al prosciutto è la fuga del protagonista nella biblioteca pubblica, dove scopre il piacere di leggere: i libri non fanno i prepotenti, non fanno sentire meno di zero. Piuttosto, sono una via di fuga: l’ho trovato meraviglioso perché è stato così anche per me, in quel momento della mia vita.

Con questo non voglio dire che ho voluto fare un Panino al prosciutto all’italiana, assolutamente no. Miseria puttana è altro. Nel mio romanzo, i quattro compagni di strada rifiutano le fondamenta, la mentalità da gregge, s’imbattono in avventure e disavventure. Agli occhi del lettore possono sembrare dei reietti. Ma solo apparentemente sono ribelli senza causa. Resistono e si oppongono al conformismo sociale, e la cultura della classe operaia è un veicolo per le passioni di questi adolescenti contro ingiustizie, precariato e appunto la Miseria.

Che fine hanno fatto oggi i quattro protagonisti? Chi sono diventati? Siete ancora amici? 

Anche se la vita ci ha messo su strade diverse, siamo sempre amici. Siamo cresciuti, c’è chi si occupa di ingegneria, chi fa l’operaio edile, chi il geometra. La nostra adolescenza e la nostra amicizia fanno parte di tempi mitici. Si sono esaltati quando ho dato loro la notizia che il romanzo era fuori. Mi hanno detto di averlo già letto due, tre volte e questo mi fa piacere. D’altronde non può essere altrimenti: le vicende che ho narrato in Miseria puttana sono vere al 97%, il restante 3% è favola. O forse no. Forse è il contrario e vi sto solo prendendo in giro. Chissà.

Che progetti hai per il futuro? C’è un altro libro a cui hai pensato? Cosa puoi anticiparci? 

Sto prendendo la scrittura come un gioco. Non mi interessa fare genere, preferisco farlo nel modo sbagliato. Mi piace provocare, provocare una reazione intendo. L’unica verità è nel modo in cui si colpisce il lettore. Io penso che la giusta ricetta metta insieme la verità dell’esperienza, qualche elemento fantasioso, e un linguaggio commestibile. Mi piace scrivere perché qualcosa della vita sfugge sempre. Ma soprattutto, mi diverto.

Sto mettendo al mondo due nuovi computerscritti e forse l’ho già fatto: il primo, l’ho ambientato sempre negli anni 90 e racconta la sballata routine di quattro amici ventenni, vivono in bilico tra sogni, insicurezze, fallimenti, vendette e stravaganti rimonte, sono veri e propri apprendisti della vita; il secondo, parla di giovani calati nella realtà dei giorni nostri, si muovono ai margini della cultura globalizzata e connessa, sono un po’pecore nere un po’ mosche bianche, finiscono per cadere in situazioni bizzarre che fanno da contrappeso alle riflessioni su identità e aspirazioni.

In generale, quello che mi ispira è che ogni generazione credo sia spaventata dal terrore esistenziale di non poter avere tutto ciò che gli è stato promesso, e di sentirsi per questo ancora più vuota. Viviamo in una società molto competitiva, dipendente dai social network, dalle logiche del marketing, e chiunque è chiamato a stare alle regole di questo gioco estenuante per tenere il passo e non rimanere fottuto. Sembra quasi impossibile per noi considerare il nostro futuro senza questa sensazione di terrore.

Valeria de Bari

Babbo, ecco perché dovevi lasciarmi giocare ai videogames

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Quante persone nate tra gli anni ’90 e i primi anni 2000 hanno discusso un’infinità di volte con i propri tutori a causa dei videogames? La soluzione sarebbe stata mettere sotto il naso dei nostri genitori questo articolo e dire loro in faccia che i video giochi non sono solamente uno spreco di tempo che ti frigge il cervello. Peccato questo articolo sia datato 2022, ma conserviamo ancora un po’ di fiducia nella scoperta dei viaggi nel tempo.

L’interazione online durante il Covid-19

Agli albori dei primi video giochi essi erano visti come un mero passatempo, un’alternativa divertente per le giornate piovose. Poi avanti veloce: dalle sale giochi siamo passati alle console casalinghe con l’uscita di “Pong”, le prime Playstation, la Wii, l’Xbox, il computer-gaming, il mobile-gaming e adesso la realtà virtuale.

Soprattutto durante il lockdown di Marzo 2020 molti ragazzi hanno interagito tra di loro esclusivamente tramite videogiochi multiplayer on-line, andando quindi a sostituire (per ovvie ragioni di distanziamento) l’interazione face-to-face. In quel periodo in particolare è spopolato un nuovo videogioco della Activison: Call of Duty Warzone. Gioco sparatutto in grado di fornire all’utente un collegamento on-line con i compagni di squadra, con l’obiettivo di sopravivvere contro altri team (composti da persone reali) che cercano virtualmente di ucciderti e vincere la partita. Uno studio svolto da Marcano Lrez (2014) ha sottolineato come, per l’appunto, una delle motivazioni che ne hanno determinato il successo sia stata la possibilità di interazione sociale consentita all’interno del gioco. Ciò è in linea con lo studio di Pancani e colleghi (2021) che ha evidenziato l’aiuto che l’interazione on-line ha portato nel lockdown del 2020. Nelle loro parole:

“I risultati attuali sembrano indicare che le connessioni sociali online possono sostituire l’effetto di supporto delle interazioni faccia a faccia, specialmente quando queste ultime non sono disponibili e in tempi di incertezza e minaccia di massa”.

Oltre l’effetto sulla solitudine c’è altro?

Oltre ciò i videogames sembrano contribuire al benessere emotivo, sociale e psicologico dei giovani. In particolare, è stato dimostrato che i videogiochi influenzano positivamente il loro stato emotivo, l’autostima, l’ottimismo, la vitalità, la resilienza, l’impegno, le relazioni, il senso di competenza, l’accettazione di sé, le connessioni e il funzionamento sociale (Johnson et al., 2013).

Altri studi hanno previsto la creazione di videogames per il supporto di persone a rischio e/o vulnerabili: come l’invenzione di un videogioco per poter connettere i bambini delle isole Canarie ricoverati in ospedale con i rispettivi compagni di classe, aiutandoli così a rimanere al passo con il proprio percorso di apprendimento (González-González et al., 2014). Nebel e colleghi (2016) addirittura sono giunti alla progettazione di un videogioco educativo, utilizzando il celberrimo “Minecraft”. Dal loro studio è emerso come sia possibile un aumento dell’apprendimento nella condizione di gioco non competitiva, la quale invece può comportare una distrazione.

Naturalmente, non tutte le tipologie di videogames sono salutari o aiutano il benessere della persona, ad esempio i giochi molto violenti potrebbero (si noti il condizionale) incrementare lo stress degli utenti (Hasan et al., 2017). Perciò, è necessario giungere ad una reale comprensione delle qualità positive e negative dei videogiochi, cercando di superare quegli stereotipi che la società offre come scorciatoia.

Articolo scritto da: Mirko Duradoni e Filippo Romano

Indagini: il podcast de Il Post scritto da Stefano Nazzi (Intervista)

Indagini è un nuovo podcast del Post scritto da Stefano Nazzi, giornalista che si occupa da molti anni di raccontare la cronaca nera italiana. Dal primo Aprile 2022, ogni primo giorno del mese, viene pubblicata sulle principali piattaforme una nuova puntata.

L’obiettivo di questo podcast è rendere pubblico quello che è successo dopo alcuni dei più noti casi di cronaca nera italiana. Infatti quello che spesso succede nello storytelling dei delitti è che i particolari delle indagini siano sconosciuti e che gli spettatori, di conseguenza, abbiano una conoscenza limitata e superficiale della vicenda.

Indagini è definibile come un podcast d’inchiesta, in quanto ripercorre un delitto consumato nel passato, analizzando il processo di ricerca della verità giudiziaria e raccontandolo in maniera esaustiva, credibile e affidabile. Si tratta di un podcast che gli amanti del crime non possono perdere.

Le puntate

Gli episodi al momento disponibili sono quattro: Garlasco, 13 Agosto 2007; Erba, 11 Dicembre 2006; Potenza, 12 Settembre 1993; Avetrana 26 Agosto 2010. Ogni puntata è divisa in una prima e una seconda parta, ognuna delle quali ha una durata che si aggira tra i 40 e i 55 minuti.

L’intervista a Stefano Nazzi

Ti occupi di cronaca nera da tanti anni. Nel 2011 è anche uscito il tuo libro Kronaka in cui racconti alcuni degli omicidi che hanno avuto il Nord come teatro. Quando nasce la tua “passione”, se possiamo chiamarla così, per la cronaca nera?

È un interesse che ho sempre avuto e che si concentra fondamentalmente su due aspetti. Il primo riguarda le dinamiche che spingono le persone a fare determinate cose, a volte con una stupidità che è incredibile. Capire cosa c’è dietro i fatti di cronaca ti lascia veramente sgomento, ci sono delle banalità che ti colpiscono.

E il secondo aspetto che mi ha sempre interessato sono le dinamiche che stanno dietro alle indagini. Capire come si svolgono e scoprire che tutto è molto più complesso nelle procedure, nelle cose che succedono di quanto si possa pensare, di quanto uno possa credere. E poi a volte le soluzioni sono le più semplici. Ti immagini che dietro un delitto ci sia chissà cosa e invece la risposta è banale.

C’è un delitto che ti ha colpito più di altri?

Negli ultimi anni la storia di cui mi sono occupato che mi ha più interessato e coinvolto è il delitto di Perugia. Occupandomene mi sono convinto subito che gli elementi contro Raffaele Sollecito e Amanda Knox non c’erano. I due ragazzi erano finiti dentro degli ingranaggi micidiali a cui infatti poi la Cassazione pose termine in maniera drastica facendo una cosa che non succede quasi mai, cioè assolvendoli senza rinvio, senza fare un ulteriore processo. Questa storia mi coinvolse molto. Vedevo trasmissioni televisive in cui veniva dato per scontato che non fossero innocenti senza nessun elemento, perché dovevano essere i colpevoli perfetti. 

Tra l’altro è un delitto mai risolto. In prigione è finito solo Guedè accusato di concorso in omicidio, ma nessun assassino è stato condannato… Come è nata l’idea di utilizzare il mezzo podcast per raccontare queste storie?

È un’idea che è venuta contemporaneamente a me e Francesco Costa (vicedirettore del giornale online Il Post ndr) in un momento storico in cui il podcast evidentemente ha un certo successo e riscontro di pubblico. L’obiettivo è provare a raccontare questi casi di cronaca in maniera un po’ diversa, approfondendo proprio la questione delle indagini.

E ci sono differenze nella tua scrittura, a seconda del mezzo?

Il podcast è molto più libero, ti permette di utilizzare un linguaggio più “parlato”, più discorsivo, meno ingessato. E questo aiuta molto. Ci sono meno regole, forse è più coinvolgente e a me sta piacendo molto farlo.

Per noi ascoltatori sicuramente lo è, perché siamo totalmente immersi nella storia e siamo molto attenti, dovendo utilizzare un unico senso. Nel libro Kronaka si parte da Garlasco e si arriva a Gorgo (Treviso), passando per Somma Lombardo (Varese), Como, Chiavenna (Sondrio), Milano, Leno (Brescia) e Verona. È una coincidenza che anche il podcast Indagini parta da Garlasco o sei particolarmente legato a questo delitto?

No non è una coincidenza, non è un caso. Il delitto di Garlasco è emblematico, perché è un caso in cui è stata fatta una sequenza di errori, di leggerezze che non si era mai vista prima. Questo non vuol dire che ci sia un errore giudiziario, che Alberto Stasi sia innocente, però il percorso attraverso cui si è arrivati alla fine di questo processo è veramente accidentato ed esemplificativo di come certe cose non andrebbero fatte.

Al momento hai affrontato il delitto di Garlasco, Erba, Potenza e Avetrana. Si tratta di omicidi passati alla storia e di cui si è parlato tantissimo sia nei programmi tv che nei documentari.

È vero e quando racconto queste storie e la gente mi scrive mi rendo conto che la maggior parte delle cose non le sa. La conoscenza dei fatti è limitata e superficiale. Le persone non sanno quasi mai cosa si cela dietro queste vicende, quali sono state le complessità delle indagini.

Però questi delitti sono stati già raccontati da altri giornalisti. Tu sei molto puntuale e preciso nel citare il lavoro dei colleghi. Mi viene in mente l’intervista a Sabrina Misseri di Franca Leosini o il libro Sarah la ragazza di Avetrana. Tu cosa dai in più a chi ti ascolta?

Io cerco di eliminare l’aspetto morbosamente emotivo. A me non interessa andare a cercare il vicino di casa che ti dice qualcosa che magari non è attinente. Io racconto passo dopo passo come si sono svolte le indagini e come si è arrivati a determinate conclusioni senza “l’intervista”. Io metto lì tutti gli elementi e poi ognuno si fa la sua idea.

Un po’ come fa Roberta Petrelluzzi in Un giorno in Pretura.

Esatto, l’obiettivo è fornire tutti gli elementi senza partire da tesi precostituite, come si fa in alcune trasmissioni televisive. A volte la gente si stupisce quando qualcuno viene assolto o quando la sua posizione viene archiviata. Pensa: “ma come? Per giorni in quel programma hanno parlato di quella persona come se fosse colpevole”.

Come mai è stata fatta la scelta editoriale di una puntata al mese pubblicata il primo del mese? Siamo stati abituati fino ad ora ad una serialità settimanale nei podcast.

La verità è che Indagini richiede un lavoro micidiale. Devi ricercare la documentazione, sentire le persone, esaminare il materiale. Poi io faccio anche un lavoro di scrittura sul Post, quotidianamente.

Nel corso della tua professione da giornalista hai affrontato diversi casi. Ci puoi spoilerare quali altri delitti ci racconterai nelle prossime puntate? Non anticipi mai di cosa parlerai nell’episodio successivo.

Sì, non lo dico mai (ridendo ndr). Prossimamente parleremo delle Bestie di Satana e anche di una storia incredibile, di cui si ricordano in pochi: quella dell’Unabomber del nordest, che mise tipo 33 bombe tra il 1994 e il 2006 e non si è mai scoperto chi fosse.

E però andrete avanti. Non finite con queste due storie, vero?

Per ora l’idea è di andare avanti.

Valeria de Bari

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Taking Off: il conflitto generazionale secondo Miloš Forman

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Titolo originaleTaking Off
Regia: Miloš Forman
Sceneggiatura: Jean-Claude Carrière, Miloš Forman, John Guare e Jon Klein
Cast principale: Lynn Carlin, Buck Henry, Paul Benedict, Audra Lindley, Georgia Andel, Linnea Heacock
Nazione: Stati Uniti d’America
Anno: 1971

Opera-ponte tra il periodo ceco e quello americano, Taking Off racchiude il meglio di Miloš Forman: la sua ironia, il gusto per il dettaglio, il “bozzetto” come cifra umana e stilistica, lo sguardo lieve – e per questo più acuto – sulle contraddizioni dell’epoca. Scritto insieme a Jean-Claude Carrière tra la Francia e gli USA, montato in due anni e poi prodotto dalla Universal (dopo il rifiuto della Paramount), il film si pone come un lento acclimatamento nel Nuovo Mondo, pur circoscritto al recinto privilegiato, quasi europeo, dell’East Village newyorkese.

Cenni di trama

La storia è esile, eppure funziona: la quindicenne Jeannie (Linnea Heacock) scompare di casa e i genitori Larry (Buck Henry) e Lynn (Lynn Carlin) chiedono aiuto agli amici Margot (Georgia Engel) e Tony (Tony Harvey). La cercano invano e finiscono per ubriacarsi in un bar, non dopo aver chiacchierato (le donne, s’intende) del loro ménage erotico-sentimentale. La ragazza, che è stata a un incontro hippie, torna in famiglia per poi fuggire di nuovo, esasperata dall’ansia genitoriale. Larry e Lynn riprendono la ricerca, fino a scoprire la “Società Genitori Figli Scappati” (SGFS), che raccoglie adulti nelle loro stesse condizioni e invita al consumo di marijuana per capire i pargoli anticonformisti. Da qui è un profluvio di gag, episodi comico-grotteschi, rovesciamenti di segno e un lungo, serpeggiante, senso di smarrimento.

L’occhio-mondo di Miloš Forman

Il regista sa bene quanto la borghesia americana somigli a quella ceca, pur nella maggiore agiatezza e nell’apparente, posticcia, disinibizione. Ogni cosa è connessa in tempi di disordine sotto il cielo; i genitori perdono la bussola, i figli cercano vie alternative finendo, di fatto, per riprodurre un conformismo altro, arrotolato su se stesso, incapace di offrire orizzonti di gloria o liberazione. Lo mostra bene il musicista capellone che guadagna cifre astronomiche, o la ragazza che suona nuda il violoncello perché, con gli abiti indosso, nessuno presta attenzione alla sua musica.

Forman è un maestro nel cogliere i volti, i gesti, le occhiate di questa ridda agitata e stanca, fissata al culmine della confusione, tra strip poker, erba, audizioni lunghissime e stressanti. Il suo è un occhio-mondo, capace di cogliere la massificazione della controcultura, quel suo farsi status da riprodurre sulle magliette, sui posacenere, buono per atteggiarsi in società e divenire fenomeno pop e (già) vintage, mentre gli adulti annaspano alla ricerca di soluzioni, di chiavi interpretative per valutare il mondo dei figli, ai quali hanno riservato invadenza e nervosismo.

Genitori e figli: incertezza e confusione

La lunga sequenza dell’audizione teatrale, sviluppata per partizioni nell’arco della pellicola, mette in luce il desiderio di cambiamento dei giovani, la voglia di rovesciare il mondo «dalla piramide alla base», come direbbe Vasco Pratolini. Eppure ogni sguardo, ogni movimento, rivelano l’incapacità di uscire dal recinto, di pensare la liberazione oltre il perimetro del proprio mondo. È quanto accadeva anche ne Gli amori di una bionda (1965), in cui la dolce Andula (Hana Brejchová, sorprendentemente simile a Linnea Heacock nelle movenze e nelle espressioni), che si illude dei modi gentili dell’amante per poi scoprirne il volto meschino, banale, ostile.

Come nota Emanuela Martini (Forman in Wonderland, 2017), «Forman affronta ciò che non gli è familiare (la media borghesia newyorkese e i suoi figli) utilizzando gli strumenti espressivi che ha già maturato in Patria: il dialogo impossibile tra genitori e figli, la propria sincera simpatia verso questi ultimi, la ricerca continua del particolare, del gesto automatico, della gaffe […]». Il canto, prima di Hair (1979), diviene strumento espressivo, tentativo sghembo di ordinare le emozioni, di dar forma ai propri grumi. È un atto di coraggio, causticamente azzardato da un forestiero, da uno che tratterà l’istituzione manicomiale (in Qualcuno volò sul nido del cuculo, 1975) come metafora allargata della società tutta, dall’America all’URSS – senza soluzione di continuità.

Tre motivi per vedere il film:

  • La sequenza dell’audizione
  • La prova di Buck Henry, scrittore, e la sua memorabile interpretazione di Stranger in Paradise
  • I consigli dello psicologo ex figlio dei fiori

Quando vedere il film:

Dai 20 ai 40 anni, ora che non si smette mai di essere “figli”. E di interrogarsi sul perché.

Ginevra Amadio

Hai perso l’ultimo Cineforum?

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Only murders in the building 2: la recensione dei primi tre episodi

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Dopo mesi e mesi di febbrile attesa, finalmente su Disney+ sono disponibili i nuovi episodi della serie che mi ha fatto innamorare! Episodio per episodio, vediamo come evolvono le vite di Mabel, Oliver e Charles.

La mistery comedy ideata da Steve Martin è brillante, patinata, divertente. Un capolavoro contemporaneo che ha come reference le sophisticated comedy hollywoodiane, delle quali ripropone magistralmente l’allure. La seconda stagione supera addirittura la prima in termini di coinvolgimento, ritmo e sceneggiatura. Un piccolo miracolo in un universo di piattaforme dove le stagioni successive sono sempre un po’ flosce.

Se nel corso del tempo vi siete dimenticati dove eravamo rimasti, fate un breve recap del finale della stagione 1:

Episodio 1

La prima puntata della seconda stagione si apre dove si era conclusa la prima. Mabel (Selena Gomez) è china su Bunny, l’odiatissima amministratrice dell’Arconia, il palazzo dove vivono i protagonisti. Bunny è morta, ha un ferro da maglia di Mabel conficcato nel petto, sangue ovunque. Stavolta Charles, Oliver e la presunta assassina sono gli indiziati principali e vengono interrogati dai detective responsabili del caso. Diventano a loro volta oggetto di un podcast della famosa Cinda (la divertente Tina Fey), ‘Only murderers in the bulding’.

Il nostro trio si trova davanti a un bivio: una vita lontana dalla morte, dai crimini, dalle avventure o lottare per la propria innocenza, dando vita a un nuovo podcast, incentrato sul caso di Bunny. In fondo la notorietà acquisita gioca a loro favore, portando nuove occasioni lavorative e di rinascita professionale. Charles viene chiamato per un reboot di Brazzos, la serie tv che lo aveva reso famoso negli anni 80-90, Mabel viene contattata da Alice (Cara Delevigne) per entrare in un collettivo di artisti, Oliver incontra Amy Schumer, la famosa sceneggiatrice che lo vuole coinvolgere in un progetto tv. Ma ben presto si rendono conto che devono dimostrare la loro innocenza prima di dedicarsi ai loro progetti.

Il piano è entrare in casa di Bunny per cercare prove della loro innocenza, passando per i tubi dell’aria, che collegano gli appartamenti. Nel meraviglioso appartamento trovano una grande voliera, con dentro Mrs Gambolini, un pappagallo che parla. Mentre sono lì, entrano Uma e Howard, in cerca di un quadro da 1 milione di dollari, scomparso. Nascosti nel guardaroba, scoprono un ascensore segreto, che dà sul retro del palazzo. Il quadro appare nell’appartamento di Charles ed è evidente che il protagonista della scena erotica sia proprio suo padre!

Il mistero si infittisce e la tentazione di fare un secondo podcast diventa irresistibile. “Noi di only murders in the building non rimarremo in silenzio!”

Episodio 2

Al centro del secondo episodio c’è l’Arconia, il palazzo in questa seconda stagione diventa il vero e proprio protagonista. Quasi un essere vivente, con ascensori segreti, passaggi nascosti, storie d’amore nascoste. Archibal Carter, l’architetto dell’Arconia, amava infatti disseminare i propri palazzi di misteri e trucchetti. Bunny era sua nipote, nata e cresciuta tra i corridoi di questo edificio maestoso dell’upper east side.

Nel frattempo, il trio di podcaster scopre che il dipinto, sempre nel salotto di Charles, è siglato ‘Savage’, il suo cognome. ‘Savage’ è anche l’ultima parola che Bunny dice a Mabel prima di morire. Qualcuno sta cercando di incastrare Charles, e il quadro deve sparire per allontanare i sospetti. Durante la veglia commemorativa in onore di Bunny, fanno la conoscenza di Leonora, la madre della defunta, vera proprietaria del quadro e ipovedente. Shirley MacLaine regala un’interpretazione in linea con il ruolo e l’ambientazione, davvero perfetta.

Mabel e Oliver riescono a portare via il quadro ma sono costretti a lasciarlo vicino ai cassonetti. La nuova inquilina Amy Schumer (che vive nell’appartamento di Sting) lo vede e lo mette in salotto, creando scompiglio nel palazzo. L’episodio si conclude con un doppio colpo di scena: 1) il quadro è stato ritrovato, ma è un falso. 2) Leonora conosceva il padre di Charles molto bene, erano infatti amanti. Forse Bunny è la sorellastra di Charles?

Episodio 3

Questo episodio, cruciale per la futura risoluzione del caso, è incentrato fondamentalmente sull’ultimo giorno di vita di Bunny. Cosa ha fatto? Chi ha visto? Quli misteri Con uno stile quasi neorealista, seguiamo l’amministratrice dell’ Arconia dall’alba fino alla morte. Una cosa è evidente: era una donna molto sola, ma molto disciplinata. Era acida con le persone, ma tenera con il suo pappagallo parlante. Soprattutto, non voleva andare in pensione e lasciare le redini dell’edificio a Nina, giovane rampante e incinta.

Nel suo ultimo giorno sulla terra, Bunny riceve una telefonata (dal tono si capisce che è l’ennesima) da qualcuno interessato al quadro che lei non vuole vendere. Inoltre, lascia al cameriere del ristorante, verso il quale ha una simpatia, una generosissima mancia, per permettergli di comprarsi l’attrezzatura da dj.

Il ritratto è di una donna che non riesce a starci antipatica, malgrado tutto, e che nella vita non ha avuto altro che l’Arconia, frutto del genio di suo nonno e vera eredità morale della sua famiglia. Non è possibile per Bunny pensare di andare in pensione in Florida o al caldo, o di passare il testimone alla giovane e rampante Nina. Il litigio tra le due viene riportato sul verbale di assemblea redatto da Howard, e Nina diventa quindi una sospettata.

Al termine della giornata, Bunny sente Oliver, Charles e Mabel brindare e festeggiare per aver salvato l’Arconia dopo l’omicidio di Tim Kono. Sale per portare una buona bottiglia, con la speranza di essere accolta e poter partecipare, ma non viene invitata ad entrare. Tornando nel suo appartamento, Bunny viene uccisa e questo segnerà la coscienza di Charles, perché avrebbe potuto invitarla a entrare e salvarle la vita.

Alla fine del terzo episodio abbiamo solo una certezza: solo il pappagallo sa chi è l’assassino!

Micaela Paciotti

Sabaudia e San Felice Circeo, in bilico tra suggestioni e storie

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La prima volta che ho messo piede nella recente Sabaudia ho avuto l’impressione che qualcosa mi sfuggisse. Come se qualcosa nell’aria fosse rimasto fermo a qualche tempo fa, come se gli anni Duemila non fossero mai scoccati: una sorta di nota particolare, che non riuscivo a sentire bene. Le mura bianche, la sabbia fine che si estende per chilometri, l’acqua chiara, immacolata, le dune coperte di vegetazione, e, alle spalle, il parco nazionale.

Da lontano, sulla soglia dell’orizzonte, il monte Circeo. E c’è chi dice che, a ben guardare, nel profilo del monte si scorga un volto: quello della maga Circe. Secondo gli antichi racconti di Omero, fu qui che Ulisse sbarcò, attirato dal fumo che proveniva dalla dimora della maga, figlia del sole. Sinistra la descrizione che ne da anche Virgilio: la casa della dea sembra circondata una vegetazione abbondante, che dietro la sua rigogliosità custodisce il suo colore più inquietante. Il più grande poeta romano ci dà anche interessanti suggestioni uditive: nel silenzio innaturale della notte, si sentono solo i ruggiti delle bestie e lo strumento a corde che Circe suona. Il picco più alto della montagna porta ancora il suo nome: qui, un tempo, si ergeva un tempio col suo nome, ora ridotto a semplice basamento.

Il borgo di San Felice, gioiello medievale

Del suggestivo borgo di San Felice, arroccato come un gioiello sul promontorio, la storia è lacunosa. La lacuna corrisponde al periodo delle invasioni barbare: non è difficile pensare che, in un modo o nell’altro, lui così vicino al mare, sia stato protagonista delle scorrerie degli uomini del Nord.

In ogni caso, il borgo divenne nel XII secolo, dopo una breve incursione dei Normanni, il feudo della famiglia dei Frangipane. Antica famiglia baronale, il nome dei Frangipane, con qualche variazione di grafia, compare in un placito riguardo l’abbazia di Farfa già nella seconda metà dell’anno mille, segno innegabile che la famiglia esisteva da almeno un secolo e, da almeno un secolo, aveva qualche posizione di potere.

Non ebbero bandiera unica e, pur di mantenere il predominio di Roma, cosa che gli riuscì a fasi alterne, si appoggiarono ora al papa ora all’imperatore. Quando arrivarono alla rocca di San felice promisero al papa la difesa del territorio.

Un luogo di Templari

Nel periodo delle contese successive tra papato e impero, quando Federico II ordinò, a seguito della scomunica, l’attacco ai territori pontifici, il papa chiese l’aiuto dei templari. Questi, già insediati nella chiesetta di S.Maria della Sorresca , ripresero in mano la rocca circea, cambiando il suo nome in latino. La loro presenza nel periodo non fu stabile ma fu di fondamentale importanza per l’assetto urbanistico del territorio, ancor oggi visibile. Questi fondarono il convento- dove oggi si trovano le vigne di uno dei vini più pregiati del lazio- e la torre che svetta sulla piazza principale.

La loro permanenza si concluse nel 1259. La data è certa: è ancora in nostro possesso l’atto notarile di cessione della rocca e della chiesa di S. Maria. E’ siglato Pietro Fernardi, il frate a capo delle milizie templari in Italia. La donazione è a vantaggio dell’allora segretario e notaio del pontefice. Concluso questo periodo, nella storia di San Felice confluirono le vicende molto più note dei Caetani, che mantennero la reggenza per circa quattro secoli.

Sabaudia, le spiagge bianche di Alberto Moravia

Chi abbia letto i romanzi del Moravia, saprà riconoscere negli ambienti di Sabaudia qualcosa che condizionò lo scrittore. E se è vero che il famoso romanzo, “Agostino”, è ambientato in Versilia, è pur vero che mai lo scrittore fece segreto dell’amore che lo univa a questi luoghi.

In un racconto che Enzo Siciliano fa il 2 Agosto del 1994 su “Repubblica”, parlando di come, dagli anni ’50 a Sabaudia attori, registi, scrittori, si trovassero riuniti quasi spontaneamente, non manca di sottolineare come Moravia dicesse, passando d’inverno, al bivio di Sabaudia, che ci sarebbe voluto tornare, presto o tardi. (Per leggere l’intervista completa, qui)

In effetti, i luoghi di Moravia sono ancora molti, e ancora parlano di lui. In primis, la maestosa Villa Volpi, che si erge sfarzosissima vecchio stile in un lungomare pieno di case sfarzose in stile nuovo. E se ancora oggi l’abitazione ci sorprende, immaginiamo che figura dovesse fare prima dell’inferno edilizio che si è abbattuto sul lungomare a partire dagli anni Settanta. Ma torniamo alla villa: fu fatta costruire per volontà della moglie di Volpi, negli anni sessanta. La villa unisce suggestioni oniriche a quelle classiche dell’ampio colonnato.

Non solo Villa volpi, ma anche Saporetti, il lido che ancora oggi è uno dei più in voga a Sabaudia, dove lo scrittore amava fermarsi a pranzo.

Ad oggi la città è stata espressamente dedicata ad Alberto Moravia.

Serena Garofalo

Dunkirk: il personale war movie di Christopher Nolan

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Dopo aver affrontato le sfide dello spazio profondo, portando in salvo l’intera umanità da una Terra morente nelle fasi finali di Interstellar, è giunto il momento per Christopher Nolan di andare ad adattare sul grande schermo un’altra grande evacuazione, questa volta realmente accaduta: l’Operazione Dynamo, detta anche il miracolo di Dunkerque.

Ciò che è avvenuto sulla spiaggia della cittadina marittima francese durante la Seconda Guerra Mondiale, mancava di una trasposizione cinematografica dal 1958 (Dunkerque di Leslie Norman), nonostante appaia brevemente in un indimenticabile piano-sequenza firmato Joe Wright (Espiazione, 2007). Dieci anni più tardi, sarà un altro regista britannico a risvegliare la memoria collettiva di un evento storico che ha drasticamente cambiato le sorti del mondo, sovvertendo le regole narrative e stilistiche del war-movie hollywoodiano.

Per chi non lo sapesse, stiamo parlando della più grande evacuazione navale della storia che ha visto 350.000 mila soldati dell’esercito alleato, per la maggior parte composto da giovani inglesi, essere salvati da morte certa grazie a una mobilitazione civile autonoma. Furono quasi 700 imbarcazioni, per lo più navi da pesca civili, a raggiungere con successo la nota spiaggia riuscendo dove gli enormi e meno agili cacciatorpedinieri militari fallirono ripetutamente. Ed è proprio attraversando la Manica seguendo il percorso di queste barche che negli anni ’90, durante una gita con l’allora fidanzata Emma Thomas, il futuro cineasta prometterà a se stesso di adattare l’accaduto sul grande schermo, una volta acquisita l’esperienza necessaria con i grandi set.

Dopo aver oscurato il sole e ricreato un acquazzone dal vivo in Inception, dopo aver diretto una delle più grandi guerriglie urbane in The Dark Knight Rises e dopo le riuscitissime riprese tra miniature ed enormi ricostruzioni di Interstellar, nel 2015 Christopher Nolan propone lo script di Dunkirk a Warner Bros. Senza indugi, il progetto entra immediatamente in pre-produzione con un budget di 100 milioni di dollari, approdando nei cinema di tutto il mondo due anni più tardi e andando a conquistare ben 3 Premi Oscar.

Una sola via di fuga

Nel maggio del 1940, l’esercito tedesco invade la Francia con una violenza inaspettata, costringendo così le forze alleate a indietreggiare giorno dopo giorno. Accerchiati da ogni lato, sulla spiaggia di Dunkerque circa 300.000 soldati inglesi attendono di essere evacuati via mare prima che i nazisti riescano a sfondare le ultime barricate francesi presenti in città.

Il molo, lungo quasi un chilometro e affollato di giovani britannici, viene a più riprese bombardato dai caccia Stuka dell’aviazione tedesca, mentre in patria vengono requisiste centinaia di navi civili per organizzare il disperato salvataggio di soli 30.000 uomini. Nonostante le premesse, una delle più schiaccianti sconfitte militari è destinata a tramutarsi in un clamoroso successo con il salvataggio marittimo più imponente di tutti i tempi.

La Storia al centro del racconto

Per la prima volta nella sua carriera, Christopher Nolan si trova di fronte alla trasposizione di un evento storico realmente accaduto ed era anche giusto immaginare un ipotetico punto di rottura all’interno della sua filmografia. Non a caso, lui stesso aveva più volte espresso il desiderio di voler girare senza alcuna sceneggiatura, in modo da poter dare maggior risalto all’attesa dei soldati, bloccati su una spiaggia – che assomiglia tanto a un limbo – tra la vita e la morte.

Tuttavia, su consiglio dalla moglie e produttrice Emma Thomas, il regista abbandona l’idea andando così a scrivere quella che diventerà la sua sceneggiatura più breve, composta da sole 76 pagine. Con i suoi 106 minuti, Dunkirk è – dopo Followingil suo lungometraggio più breve capace, anche grazie a un minutaggio inconsueto per il genere, di scardinare la formula del war-movie convenzionale, spogliando i protagonisti di qualsiasi tipo di background e ponendo l’evento storico al centro dell’opera. Ogni parola non necessaria alla sopravvivenza non viene pronunciata, donando così voce ai silenzi e agli sguardi vuoti di chi è obbligato a fissare quella piccola striscia di mare tra Francia e Gran Bretagna, che gli impedisce il rientro a casa. Ogni azione, movimento o ripresa è funzionale ed essenziale, in perfetto equilibrio tra racconto storico e intrattenimento. Ciononostante, il primo film di guerra di Christopher Nolan si è rivelato essere coerente con la filmografia passata sia dal punto di vista stilistico che tematico.

Il molo, il mare e il cielo

A un primo livello fruitivo, la vicenda viene dichiaratamente strutturata su tre diverse linee narrative destinate a collimare, ognuna caratterizzata da un’ampiezza temporale differente e montate in modo da stimolare lo spettatore a una nuova visione, per poter ricostruire temporalmente l’accaduto in perfetto stile Memento.

Quanto vediamo accadere sulla vera spiaggia di Dunkerque attraverso gli occhi di Tommy (Fionn Whitehead), il giovane soldato della British Army miracolosamente sopravvissuto ad un assalto tra le vie cittadine a inizio pellicola, si svolge durante un’intera settimana. Per questa sezione, la troupe ha eseguito un enorme lavoro di riallestimento, riportando il luogo esattamente come appariva nel 1940 e ricostruendo fedelmente il molo: simbolo di speranza per la fanteria inglese e obiettivo da distruggere per le forze aeree nemiche. La linea narrativa di Tommy è senza dubbio la principale, dove il ragazzo tenta ripetutamente di abbandonare la Francia salendo a bordo di qualsiasi nave gli capiti a tiro, persino fingendosi infermiere con un anonimo soldato appena incontrato. Non a caso questo è l’arco della maschera – elemento cardine della poetica nolaniana – in cui le nazionalità vengono taciute e dove le menzogne si rivelano esser un’arma potente nel tentativo di aver salva la vita. Tuttavia, le maschere sono destinate ad andare in frantumi quando la morte è più vicina che mai, rivelando così la vera natura dei “prigionieri” sulla sabbia francese, pronti a sacrificare senza rimorso un estreneo al commilitone o a battersi per non venir meno alla propria morale.

La sezione marittima si svolge invece un’unica giornata e ha inizio sull’altra sponda della Manica, nella Gran Bretagna meridionale. La Royal Navy è intenta a sequestrare le imbarcazioni civili per poter organizzare il salvataggio di almeno 30.000 uomini, così come richiesto da Winston Churchill. Il Sig. Dawson (Mark Rylance) non è però disposto a lasciare la propria imbarcazione alla Marina e decide di partire, insieme al figlio e al giovane George (Barry Keoghan), alla volta di Dunkerque. Questo è l’arco della verità non detta, dove il padre dimostra di conoscere fin troppo bene la guerra e le cicatrici indelebili che lascia su chi è chiamato a combatterla. Pur non rivelando mai il suo passato, è chiaro che l’uomo ha preso parte alla Grande Guerra e, per questa ragione, sente il bisogno di fare qualcosa per salvare quante più vite possibili. Capisce l’importanza della sua traversata e non esita a continuare la navigazione nonostante le gravi condizioni in cui verserà il giovane George, a seguito dell’accidentale colluttazione con l’anonimo soldato sotto shock, interpretato da Cillian Murphy. Nei confronti di quest’ultimo, il saggio marinaio si troverà costretto a nascondere una seconda verità, a pronunciare quella bugia bianca tanto cara a Christopher Nolan, affinché il sopravvissuto non debba portare un altro fardello nel cuore per il resto della vita.

La terza linea narrativa si svolge nei cieli e, rappresentando soltanto un’ora, segue tre piloti dell’aviazione britannica a bordo dei rispettivi Spitfire. Il loro compito è quello di dare supporto aereo alle navi intente a rientrare in patria, facili bersagli per i caccia della Luftwaffe. Il leader invisibile della squadra, doppiato dal porta-fortuna Micheal Caine, viene immediatamente abbattuto e i successivi scontri costringeranno anche Collins (Jack Lowden) all’ammaraggio. Sarà Farrier (Tom Hardy) l’unico a raggiungere Dunkerque e a rivelare, attraverso le proprie gesta, l’arco del prestigio. Avendo visto il connazionale sfrecciare sopra la spiaggia poco prima a motore spento perchè rimasto senza carburante, l’esercito britannico e lo spettatore sono portati a credere che nulla possa impedire allo Stuka nemico di bombardare nuovamente il molo. Eppure, fuori dallo schermo, il pilota dello Spitfire riesce a invertire la rotta, sorprendendo e abbattendo il caccia tedesco, compiendo così un eroico salvataggio: sconfiggendo quel piccolo ritardo temporale che sarebbe costato caro.

La paternità e il nemico invisibile

Dunkirk è un war-movie fuori dall’ordinario anche per il fatto che Christopher Nolan ha deciso di non mostrare mai l’esercito tedesco ne tantomeno di nominarlo. Unicamente in un’occasione il disilluso scozzese Alex (Harry Styles), colto da un impeto d’ira, invocherà il nemico con il dispreggiativo Jerry, traducibile con il nostro crucco. Tuttavia, commetteremmo un grande errore a pensare che l’unico nemico sia l’esercito nazista: il vero avversario invisibile è il tempo.

La differente dilatazione temporale delle tre storyline non è dunque solo un vezzo stilistico, ma ci mostra come tutte le parti in causa stiano combattento la loro personale battaglia contro il tempo. Se per chi è in volo, ogni secondo in aria è carburante utilizzato, per Tommy e gli altri soldati sulla spiaggia il trascorrere dei giorni, delle ore e dei minuti è soltanto l’attesa per qualcosa che ha da venire (una nave, la marea, una bomba, la salvezza o la morte). Per il Sig. Dawson invece, le 24 ore di traversata rappresentano una guerra personale che sente di avere il dovere morale di condurre, nel tentativo di raggiungere quelli che potrebbero essere i suoi figli anche a costo della vita.

Accantonando per un attimo il tempo, questa affermazione ci porta a riflettere sull’inedita accezione del concetto di paternità in Dunkirk rispetto al resto della filmografica nolaniana. Infatti, fino a questo momento eravamo stati abituati ad assistere ai disperati tentativi di un padre per tornare dai suoi affetti (Interstellar, Inception), oppure all’insegnamento di una figura paterna morente nei confronti di un giovane destinato a raccoglierne l’eredità (Insomnia, The Dark Knight Trilogy).
Qui avviene invece qualcosa di significativamente diverso: la Patria assume il duplice ruolo di genitore e casa cui fare ritorno, agendo attraverso le gesta dei civili avventuratisi in mare e del Comandante Bolton (Kenneth Branagh). In un lugometraggio dove le figure femminili vengono ridotte a comparse, sarà dunque la Gran Bretagna a ergersi come Madre(patria) dall’ampio abbraccio, pronta ad accogliere i suoi figli non da vigliacchi ma da eroi, condattati a combattere un conflitto più grande di loro.

Tuttavia, affinché gli altri possano tornare a casa, qualcuno dovrà sacrifarsi. Sarà Ferrier che, con quell’incredibile magia destinata a salvere i suoi compatrioti dalla distruzione del molo, firmerà coscienziosamente la sua condanna a morte. Dopo aver assistito alla sua cattura per mano di un esercito tedesco che finalmente possiamo intravedere, con l’immagine dello Spitfire in fiamme viene chiuso il cerchio dei quattro elementi. Il regista ci manda dunque un ultimo messaggio e, dopo aver narrato le eroiche gesta tra aria (il cielo), acqua (il mare) e terra (il molo), conclude la pellicola con il fuoco, con la cattura del pilota e la distruzione dell’aereo, ricordandoci come la guerra lasci dietro di sè soltanto morte e distruzione.

Con questa metorifica chiusura Christopher Nolan firma il suo personale ed essenziale war movie, raccogliendo così l’eredità del capolovoro di Terrence Malick La sottile linea rossa, e discostandosi con forza dalle produzioni hollywoodiane costellate da grandi monologhi, backstories di espiazione già sentite e linee narrative amorose poco interessanti. Qui ci si concentra sull’evento storico, catapultando lo spettatore all’interno del conflitto anche grazie all’utilizzo sperimentale delle camere IMAX, montate a bordo di velivoli – ben prima di Top Gun: Maverick – per inedite riprese estramemente coinvolgenti. Lo spettatore è dunque portato a vivere, attraverso la magia del Cinema, una delle pagine più importanti e clamorosamente dimenticate della Storia Moderna.

Citando il successivo Tenet, legatissimo al precedessore e indissolubilmente legato al successore Oppenheimer: “È la bomba che non è esplosa, quella che può cambiare il mondo”. Se quel molo fosse stato distrutto e l’esercito inglese annientato, per gli Alleati il secondo conflitto mondiale si sarebbe concluso a meno di anno dall’inizio e l’Europa – per non dire il Mondo – avrebbe potuto essere drasticamente diverso. Ciò che avvenne su quella spiaggia è la prova che anche una scottante sconfitta può tramutarsi in una clamorosa vittoria e, cinematograficamente parlando, Dunkirk è una trionfo su tutta la linea.

Michele Finardi

Thor: Love and Thunder, un ritorno in grande stile

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I fan Marvel stanno per ritornare a riempire le sale cinematografiche per gustarsi finalmente la visione di Thor: Love and Thunder, quarto capitolo dedicato alla storia del dio del tuono. L’attesa è stata lunga, addolcita – e allo stesso tempo resa insopportabile – da alcune immagini e dai trailer distribuiti nel corso dei mesi scorsi che hanno dato luogo a diverse speculazioni su ciò che sarebbe successo.

Il conto alla rovescia è giunto al termine: dal 6 luglio si potrà ammirare la nuova fatica di Taika Waititi (già regista di Thor: Ragnarok) che riporta sullo schermo Chris Hemsworth, Natalie Portman e Tessa Thompson e li accompagna a nuovi attori che entrano nell’universo Marvel regalando delle performance magnetiche e intense. Si tratta di Christian Bale e di Russell Crowe.

Due ore di divertimento, scontri epici e buoni sentimenti: questo aspetta il pubblico che vedrà il film.

La trama

Alla fine di Avengers: Endgame, Thor (Chris Hemsworth) decide di unirsi alla squadra dei Guardiani della Galassia per rimettersi in forma e affrontare i numerosi lutti che lo hanno segnato attraverso un percorso di conoscenza di se stesso. Ben presto, però, deve lasciare la sua ricerca per affrontare Gorr (Christian Bale), un uomo corrotto dal regno delle ombre che si è guadagnato il soprannome di “Macellatore di Dei” poiché ha intenzione di sterminare tutte le divinità di ogni universo.

Ad aiutarlo nell’impresa ci saranno il fedele Korg (Taika Waititi), la Re Valchiria (Tessa Thompson) e Jane Foster (Natalie Portman) diventata Mighty Thor (Potente Thor in italiano) grazie al potere conferitole da Mjolnir. Il viaggio sarà ricco di imprevisti, di incontri importanti e deludenti, di rivelazioni che cambieranno per sempre la vita del figlio di Odino.

Un film sull’amore…

Il tema di questo film ce lo dice già il titolo. In Thor: Love and Thunder si parla di amore in tutte le sue forme. C’è l’amore genitoriale, quello religioso, quello amicale e, ovviamente, quello romantico. In ogni sua forma questo sentimento resta il motore di ogni azione che guida esseri umani e non. Alla base delle scelte più sanguinose o più terribili ci può essere una sofferenza immensa per la mancanza di questa emozione. È ciò che rende la vita piena e le dà un senso. Anche quando l’oggetto del proprio amore non c’è più o è lontano, la sensazione di nostalgia è comunque preferibile al senso di vuoto che si prova in assenza di qualsiasi emozione.

Thor è un personaggio che ha perso moltissimi legami familiari nel tempo. All’inizio di Endgame lo abbiamo visto ubriaco e completamente assorto in attività di poco conto pur di non affrontare il dolore della perdita. Il dio ha perso se stesso con la morte dei suoi genitori e di suo fratello e la scomparsa di Asgard. È alla disperata ricerca non tanto di uno scopo – visto che combattere per salvare il prossimo è per lui istintivo – ma di amore.

… fatto con amore

Thor: Love and Thunder è realizzato con maestria e cura. È molto semplice scorgervi la mano di Taika Waititi che non perde occasione per richiamare il lavoro fatto nel precedente capitolo della saga (una scena offrirà qualcosa che volevamo rivedere, ma non sapevamo di volerlo rivedere).

Il tono della commedia è ancora preponderante. Si ride molto durante il film e alcune scene sono destinate a rimanere nella memoria dei fan. Nonostante questo, non mancano i momenti più intimi e intensi che vengono gestiti con molta delicatezza così da aiutare spettatori e spettatrici a immedesimarsi in ciò che vedono. Ci sono anche dei momenti più cupi e tenebrosi in cui sembra quasi di rivivere l’atmosfera un po’ orrorifica di Doctor Strange nel Multiverso della Follia. Molto interessante la parte in bianco e in nero per la pulizia delle inquadrature e per il gioco tra luce e ombre.

Le ambientazioni sono imponenti e meravigliose. La colonna sonora è ricca di chicche tra canzoni pop e rivisitazione dei temi tradizionali dei precedenti film dedicati a Thor. Gli effetti speciali sono, come al solito, di altissima qualità. Un film in grande stile che rilancia il personaggio del dio senza renderlo ripetitivo e lasciando viva la curiosità di conoscere le sue prossime avventure.

Il conflitto con gli dei

Da questo momento in poi, la recensione contiene spoiler! Quindi, se ancora non avete visto il film, vi consiglio di fermarvi qui e di tornare a leggerci quando lo avrete fatto.

Uno dei temi più interessanti che Thor: Love and Thunder solleva è il rapporto tra il/la fedele e la divinità. Gorr ci appare inizialmente come un uomo che assiste impotente alla morte della figlia e che cerca di farsi coraggio con la sua fede nel dio che venera. Quando finalmente lo incontra, scopre che l’essere ultraterreno non è né misericordioso né confortevole. Vedendo sbeffeggiato il suo dolore, Gorr decide di sterminare tutti gli dei.

La rappresentazione delle divinità in senso epicureo ritorna nelle scene della riunione indetta da Zeus (Russell Crowe) a cui Thor, Valchiria, Jane e Korg partecipano per chiedere aiuto. Gli dei e le dee non sembrano interessati a quanto succede al di fuori del loro regno. Ciò che importa loro è divertirsi, organizzare orge e mangiare a sazietà durante i banchetti. La sofferenza non li tocca, né li preoccupa. Questa rappresentazione risponde a un’idea che molti hanno della divinità anche oggi. C’è chi non ne nega l’esistenza, ma ritiene che sia lontana da ogni legame con il mondo umano. La rabbia di Gorr per la sua impotenza e per le ingiustizie che subisce è comprensibile e fa riflettere. Eppure, c’è sempre l’eccezione che conferma la regola. Thor, quale eroe, è un dio caritatevole che farebbe di tutto pur di aiutare chi si rivolge a lui.

“Voglio stare male per te”

Il rapporto tra Thor e Jane è uno dei nuclei fondamentali della storia. È bello rivederli insieme ed è bello vedere le immagini della loro storia d’amore passata raccontata sullo schermo. In fin dei conti, anche se si tratta di una relazione tra un dio e un’umana le dinamiche di coppia sono quelle di tutti i giorni. I bisogni individuali stridono con i legami e non è sempre facile trovare un compromesso tra due volontà. La paura di perdere l’altra persona fa il resto e inevitabilmente ci si allontana. Eppure, quando i sentimenti sono forti, un modo per riavvicinarsi lo si trova sempre e si capisce che ne sarà sempre valsa la pena. È una visione classica che si addice alla narrazione della storia di un dio.

Mighty Thor

C’è un’altra battaglia che i due innamorati devono affrontare: la malattia di Jane. La ragazza ha un cancro allo stadio terminale e nessuna delle cure mediche sembra avere effetto su di lei. Mjolnir le dona salute, forza e bellezza, ma allo stesso tempo risucchia ciò che resta delle energie del suo corpo.

Il dio le chiede di rimanere a letto per provare a guarire e affrontare insieme ciò che verrà. Nel momento in cui, però, le cose per Thor si mettono male, Jane decide di disattendere la sua promessa e di sacrificare la sua vita pur di salvarlo. La sua scelta è insieme un atto di profondo amore e di affermazione di sé. Non sta solo aiutando l’uomo che ama, ma sta anche decidendo autonomamente che cosa fare del tempo che le resta. La malattia consuma l’organismo e spesso comporta la perdita della propria dignità. Jane opta per una morte eroica dando un senso alla sua dipartita, cosa che altrimenti non sarebbe riuscita a fare.

La sua trasformazione in Mighty Thor è portata sullo schermo rispettando la sensibilità moderna. Nonostante ne riprenda il nome (lasciato così probabilmente per restare fedeli ai fumetti), Jane Foster rivendica più volte la sua indipendenza dalla figura di Thor e finisce con il diventare la vera eroina del film. Questa volta è lei a salvare la situazione entrando di diritto nel Valhalla, il luogo di riposo dei migliori guerrieri. Rispetto ai primi due film in cui rappresentava solo la donna da salvare, qui Jane diventa un modello di coraggio e virtù in cui molte ragazze vorranno identificarsi.

La leggerezza che non è superficialità

Il tono molto comico di Thor: Love and Thunder potrebbe togliere epicità alla figura del dio o della storia. In realtà, grazie alla regia di Waititi c’è un grandissimo equilibrio nella pellicola che lo rende estremamente godibile. È un classico film di supereroi, eppure riesce a lasciare il segno e a farsi ricordare per una visione spensierata che non manca di spunti di riflessione.

Correte al cinema e concedetevi questa buona dose d’amore. E se volete un ripasso di tutti i film di Thor già usciti, date un’occhiata alla nostra guida Marvel.

Federica Crisci

“Roe e l’inganno della memoria”: il romanzo per chi ama le serie tv

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Avevamo riconosciuto il grande potenziale di Daniele Giannazzo qualche tempo fa leggendo il suo romanzo d’esordio Roe e il segreto di Overville. A distanza di poco più di un anno non possiamo che confermare ed apprezzare il suo talento e la sua abilità. Decaduta l’eventualità della “fortuna del principiante”, il giovane toscano meglio noto come Daninseries, continua a riscuotere successo anche con il secondo capitolo della storia, Roe e l’inganno della memoria. Talmente tanto successo che la casa editrice Mondadori ha deciso di dargli nuovamente fiducia programmando l’uscita di un terzo libro.

La trama

La storia riprende a distanza di qualche mese da dove ci aveva lasciati. Roe è stata costretta a prendere una scelta difficile e dolorosa pur di salvare la vita al suo amato Jay. Tutto ciò che hanno vissuto insieme è stato cancellato dalla memoria del giovane e di tutti gli abitanti di Overville. Roe, però, nel profondo non si arrende e cerca a tutti i costi un modo per annullare il sortilegio. Nel frattempo le giornate passano faticosamente, tra le lezioni a scuola e gli allenamenti imposti dalla nonna Eloise per imparare a gestire i suoi poteri. A tirarla su di morale arriverà un nuovo amico, Harold, bello e popolare, ma fino ad ora inspiegabilmente sconosciuto per Roe. Tuttavia, i misteri non finiscono qui. C’è un inatteso ritorno di alcuni personaggi del suo passato, che porteranno con loro nuove difficoltà e pericoli da affrontare.

La recensione

Come già per il primo romanzo, in Roe e l’inganno della memoria, troviamo alcuni elementi del postmoderno, come il citazionismo, la rielaborazione di topoi già noti e la vicinanza con altri linguaggi narrativi. Sono frequenti i richiami alle serie tv, soprattutto ai teen drama anche se, forse perché ci siamo un po’ abituati a questa caratteristica, si fanno leggermente meno evidenti. Continuando sul filone fantasy, troviamo ancora magie, incantesimi e viaggi nel tempo. Proprio la presenza del sovrannaturale nel mondo reale tipica del realismo magico e del cosiddetto urban fantasy è uno dei principali punti di forza della storia. In particolare, è sempre affascinante per i giovani leggere di coetanei che pur avendo i loro stessi problemi e difficoltà, si trovano a vivere avventure magiche e fantastiche. È un modo per sognare, per evadere dalla realtà, ma, allo stesso tempo, anche per farsi forza e affrontare la vita di tutti giorni. D’altronde non dimentichiamo le schiere di bambine e bambini ormai trentenni che ancora attendono la propria lettera per Hogwarts!

L’ambientazione

L’ambientazione è la stessa del primo libro, quella piccola cittadina pittoresca e apparentemente tranquilla che abbiamo imparato a conoscere insieme alla protagonista. Sarà per la somiglianza nelle descrizioni con la Stars Hollow di Una mamma per amica, ma in alcuni momenti sembra proprio di vedere quelle vie e quelle gigantesche ville, come se stessimo guardando una serie tv americana.

I personaggi

Tra i personaggi oltre alla new entry Harold, che si presenta come un ragazzo affabile e spiritoso, impariamo a conoscerne altri che in precedenza erano stati solo brevemente citati. È il caso della zia Adele e dell’amica Steffy con suo padre Edward. Insieme a loro continua il percorso di crescita della nostra protagonista, in piena adolescenza, che deve fare i conti con la parte più oscura di sé stessa e imparare a gestire le proprie emozioni. La costruzione dei personaggi, sebbene possa essere forse maggiormente approfondita a livello psicologico, è tutto sommato coerente e funzionale allo svolgersi della storia. Tra amori, gelosie, tradimenti e false amicizie troviamo i soliti cliché dei teen drama che tuttavia tanto ci piacciono e non riescono a non appassionarci.

Lo stile

La scrittura di Giannazzo si conferma scorrevole e pulita, con quell’impronta “telefilmica” che lo caratterizza. I periodi sono brevi e incalzanti, i dialoghi piuttosto frequenti, le descrizioni chiare e immediate. È un tipo di scrittura semplice ma solido, ben strutturato, perfetto per i lettori più giovani e poco avvezzi ai virtuosismi di stile di alcuni autori più complessi. Anche per chi è un po’ meno giovane, tuttavia, potrebbe risultare un romanzo piacevole e rilassante, da tenere in considerazione per le prossime letture da ombrellone.

Come nel primo capitolo della saga di Roe, anche qui non mancano i colpi di scena che è davvero difficile prevedere durante la lettura. In particolare il plotwist con cliffhanger finale lascia letteralmente spiazzati, tanto da rendere necessaria più volte la lettura delle ultime pagine per accertarsi di aver capito bene.

E adesso?

Per svelare il mistero bisognerà attendere l’uscita del terzo e (forse) ultimo capitolo della saga, prevista entro la fine di quest’anno. Nel frattempo si fanno sempre più impazienti i fan che chiedono a gran voce la realizzazione di una serie tv. Sicuramente il materiale è adatto e chissà che il loro desiderio non verrà presto esaudito.

Francesca Papa

“Colours Colliding”: il nuovo singolo di William Orbit per ripartire dalla musica

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Dopo anni bui, William Orbit torna con il nuovo singolo “Colours Colliding” che anticipa l’album “The Painter” in uscita il 25 agosto 2022

Esistono canzoni che hanno fatto la storia della Musica: spesso le si collega all’artista o a un’epoca, molto più raramente al loro produttore. Eppure quanto sarebbero state diverse “Billie Jean” di Michael Jackson senza Quincy Jones, “Young And Beautiful” di Lana Del Rey senza Rick Nowels, “Let’s Dance” di David Bowie senza Nile Rodgers. Lo stesso può dirsi per William Orbit: celeberrimo per il suo lavoro su “Ray Of Light” di Madonna, chi ha buon orecchio sa benissimo che per un paio d’anni moltissimi artisti tentarono di ricreare quella magia vestendo i propri brani dell’inconfondibile tocco dell’alchimista londinese. Solo lui pareva capace di mescolare ispirazioni classiche a ritmi tribali, omaggi psichedelici e elettronica d’avanguardia. Basti citare “Tender” dei Blur, “Pure Shores” delle All Saints, “Feel Good Time” di P!nk, senza bisogno di elencare i remix da lui firmati e l’infinito numero di emuli che in quel periodo cercarono di ricrearne la pozione senza riuscirci.

Un’attesa durata otto anni

Nonostante tutto questo successo, gli innumerevoli riconoscimenti e un innegabile talento musicale, Orbit non ha mai capitalizzato tutto questo riscontro mediatico proiettandolo sulla sua pur rimarcabile carriera di solo artista. Qualche collaborazione qui, un EP lì ma son passati otto anni da quando William Orbit non annunciava un nuovo album: l’attesa è finita grazie al nuovo singolo recentemente pubblicato, dal titolo “Colours Colliding” che anticipa un attesissimo lavoro la cui release è prevista per il 25 agosto 2022 e il cui titolo sarà “The Painter”.

Dopo anni bui, colori che si scontrano per anticipare “The Painter”

Al primo ascolto c’è tutto quello che un fan di William Orbit si aspetta e, in fondo, desidera: tintinnii impregnati d’onirico, arrangiamenti siderali, una voce capace di fraseggi insieme antichi e contemporanei – stavolta tocca a Polly Scattergood – e la sensazione che tutto possa ancora succedere. Ed è un bene, perché in alcune recenti interviste il musicista inglese ha raccontato di come gli ultimi anni siano stati particolarmente duri: colpa di eccessi legati al consumo di stupefacenti, fino al punto di essere preda di veri e propri episodi psicotici. Ma adesso dice di essere finalmente cresciuto, di aver terminato l’adolescenza a 65 anni e di provare un desiderio disperato di far ascoltare la sua nuova musica. Qui, aspettando “The Painter”, siamo tutti orecchie.

Cristian Pandolfino

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The Umbrella Academy 3: viaggio nel tempo e nella consapevolezza

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Tornano su Netflix gli anti-eroi per eccellenza con la terza appassionante stagione: The Umbrella Academy ci conduce in nuovi improbabili viaggi, nel tempo, nella vita e nell’aldilà.

In questa terza avventura, i ragazzi dell’Umbrella dovranno scoprire cosa è successo alla loro linea temporale dopo l’ennesimo salto: sembra infatti che Claire, la figlia di Allison, non esista nel nuovo presente. Questo perché le madri dei bambini Umbrella sono state uccise prima della loro nascita, generando un paradosso temporale. Chi sarà il colpevole?

Dove eravamo rimasti?

Nel finale della seconda stagione i ragazzi dell’Umbrella saltano nel tempo e si ritrovano a casa loro. In quel momento, però, si accorgono che i nuovi padroni di casa nella realtà parallela sono gli eroi della Sparrow Academy. Pare proprio che il nostro paparino modello Reginald, dopo aver conosciuto gli Umbrella da adulti nei vari salti temporali, abbia deciso di adottare altri bambini speciali dei 43 nati il 1° ottobre 1989.

La terza stagione, quindi, diventa subito interessante per scoprire altri fantastici superpoteri, ma soprattutto per conoscere Ben in carne ed ossa. Fino ad ora ci siamo accontentati del suo fantasma trainato da Klaus, ma in questa stagione c’è una sua versione alternativa, ancora in vita, come membro degli Sparrow. Torna in scena anche Lila, che non appartiene a nessuna delle due “casate”, ma è la compagna di Diego cresciuta da Handler.

Perché Ben è vivo?

Semplice, a mio avviso. Nei salti temporali effettuati dagli Umbrella adulti, Reginald non ha mai visto Ben perché è morto da piccolo, quindi lo ha ri-scelto come membro degli Sparrow, senza sapere che era uno dei bambini scelti per l’Umbrella.

Gli eroi Sparrow e Umbrella: i superpoteri

NumeroUmbrellaPoterSparrowPotere
UnoLuthersuper forzaMarcussuper forza
DueDiegoagilità e lancio coltelliBententacoli
TreAllysonmanipolazione mentaleFeiIvoca corvi e vede coi loro occhi
QuattroKlausconnessione e controllo dei fantasmi. ImmortalitàAlphonsoSe viene colpito, si fa male il nemico
Cinque“Cinque”salti nel tempoSloaneManipolazione della gravità
SeiBententacoliJaymeveleno allucinogeno
SetteVanya/Viktortrasforma il suono in onde distruttiveChristophercubo telecinetico
?Lilaimitazione poteri altrui

La transizione di Vanya: benvenuto Viktor!

Colpisce subito la bravura degli sceneggiatori che hanno deciso di affiancare Ellen Page nella sua transizione verso la nuova identità di Elliot Page inserendo lo storytelling nella stagione. La nostra Vanya diventa ufficialmente Viktor, e questo tema deve essere necessariamente trattato da fratelli e sorelle, sempre accoglienti e gentili nel confronti del “nuovo” fratello. Tutto avviene con molta naturalezza, tramite la storia d’amore con Sissy, che sembra aver svegliato la vera natura di Vanya.

Nuove consapevolezze

Sin dalla prima stagione The Umbrella Academy regala una nuova concezione di tempo: per cosa vale la pena lottare se tutto è caduco? L’amore e la fratellanza restano i temi portanti di una serie in cui i superpoteri sono solo un espediente per raccontare il fortissimo bisogno d’amore dell’essere umano. La lotta per salvare il mondo diventa un momento per celebrare il presente e gli affetti più cari, ma soprattutto un’occasione per scoprire davvero cosa conta davvero nella vita.

La nuova stagione è quella della maturità e della consapevolezza: i ragazzi iniziano a capire che un’infanzia condivisa non può bastare a creare un legame esclusivo. Ciascuno di loro vuole trovare una dimensione e percorrere la propria strada accompagnato da persone affini al viaggio personale. La famiglia, insomma, è il punto di partenza da cui proveniamo per crearne una nostra, che rispecchi i nostri spazi e i nostri gusti. Con questo messaggio, gli episodi svelano un’urgente necessità, dando il via a una nuova fase di emancipazione.

Anche la terza stagione si chiude con un salto temporale in un mondo che sembra futuristico e dove i nostri eroi hanno perso i loro poteri. Nell’ultima scena i ragazzi prendono strade separate per cercare la propria: sappiamo già che sono destinate tutte ad incrociarsi in una quarta stagione, ma giusto il tempo di salvare ancora una volta l’umanità. Sul resto non vi è certezza.

Alessia Pizzi