Elvis: come si racconta la vita di un mito

elvis 2022 recensione film

Il nuovo film di Baz Luhrmann sulla vita di Elvis Presley arriva nelle sale italiane dal 22 giugno 2022.

Elvis è stato già presentato con successo all’ultimo Festival di Cannes fuori concorso. Nondimeno si preannuncia, alla spettatrice scettica che scrive, come un film pericolosissimo. Si rischia non poco a voler raccontare la vita breve e intensissima del Re del rock, Elvis Presley, sulla quale tutti pensiamo di conoscere tutto ciò che c’è da sapere. Sembra quasi impossibile farlo in modo originale e coinvolgente.

Solo che poi si spengono le luci e già la comparsa del logo della casa di produzione Warner Bros, incastonato di diamanti e circondato d’oro e pietre preziose per l’occasione, prefigura che Elvis sarà uno spettacolo luccicante. D’altronde così ci ha abituato il regista Baz Luhrmann, se pensiamo solo alle sue celebri pellicole “Moulin Rouge!” e “Il Grande Gatsby”.

Come nel caso di questi due film, anche di Elvis Luhrmann ha scritto la sceneggiatura insieme a Craig Pearce, con l’aggiunta stavolta di Sam Bromell e Jeremy Doner, quest’ultimo anche coautore del soggetto.

La biografia di Elvis Presley (Austin Butler) è raccontata dall’io narrante del suo manager, il colonnello Tom Parker (Tom Hanks). Il film indaga il rapporto complesso e distruttivo tra i due nell’arco di tutta la carriera dell’artista e inizia subito con il presentare la sua tesi: se non fosse per il Colonnello Elvis Presley avrebbe fatto una fine diversa, a dispetto di quanto lui non voglia ammettere.

Tuttavia, la trama ripercorre tutti i temi essenziali della vita e della carriera dell’artista: i rapporti familiari, soprattutto il legame fortissimo con la madre Gladys (Helen Thomson) e il ruolo inadeguato svolto dal padre Vernon (Richard Roxburgh) nella gestione degli ingenti guadagni del figlio; l’amore profondo e il matrimonio con Priscilla (Olivia De Jonge); la tossicodipendenza; gli arresti della carriera.

Il titolo è solo il nome di battesimo del mito del rock, perché qui si empatizza con l’uomo, meno con l’artista, anche se il suo talento, la sua creatività e il suo ruolo rivoluzionario nella storia della musica riempiono lo schermo per tutto il tempo.

Perciò Elvis è un film entusiasmante, epico al punto giusto.

La parte più interessante di questo racconto cinematografico è il focus sulla forza dirompente della musica di Presley.

Il film rende perfettamente l’idea della portata rivoluzionaria del fenomeno. Fin dall’esordio, Elvis cambia il panorama musicale e sociale. È giovanissimo e si presenta al pubblico truccato e con il ciuffo di capelli che diventerà iconico; qualcuno lo definisce “effemminato”, ma comincia ad ancheggiare e tra le ragazze del pubblico si scatena un’eccitazione sessuale potentissima e sconosciuta, che addirittura spaventa sia loro sia la stessa madre del ragazzo, che pensa addirittura che lo vogliano uccidere.

Canta come un nero, ma è bianco; le sue canzoni sono inaudite: il blues dei neri ha incontrato il country dei bianchi ed è nato il rock&roll.

Tutto ciò scuote e cambia la società americana, sessualmente repressa e schiava del segregazionismo razziale, che Elvis Presley combatte con la sua stessa esistenza: tra i neri ci è cresciuto e dei musicisti afroamericani è amico e ammiratore. La sua non è quella che oggi chiameremmo appropriazione culturale, perché di quei ritmi e di quelle note lui ha introiettato lo spirito,

Tutto ciò farà di Presley un nemico per il Governo e per la destra repubblicana che lo ostacolano in mille modi, dall’incriminazione per il reato di libidine e perversione all’invio del precetto per il servizio militare di due anni in Germania.

Elvis Presley è interpretato da un credibilissimo Austin Butler.

Ottimo anche come cantante, Butler dà vita al mito bello, sexy, fragile, talentuoso, che adora, ricambiato, il suo pubblico e che desidera solo fare la musica che lo rende felice. Per Butler accettare questo ruolo è stato un gesto coraggioso, ricambiato dall’ottimo risultato raggiunto.

Tom Hanks nei panni del Colonnello si conferma un interprete eccellente, anche in questo personaggio detestabile, un vero villain, per sua stessa definizione, con cui è arduo empatizzare, a fronte di un “eroe” sì fragile, ma il cui talento ci spinge a perdonare ogni errore o debolezza.

Luhrmann e i co-sceneggiatori sono stati abili a raccontare la storia dai due punti di vista, benché l’io narrante sia solo quello del colonnello Parker.

La prorompente carica musicale ed erotica di Elvis ha creato un legame indissolubile tra lui e il pubblico, che diventa un alibi per il manager / imbonitore – in realtà un impostore – per giustificare lo sfruttamento subito dall’artista.

E riesce bene a Baz Luhrmann far capire quanto Presley abbia cercato invano più volte di affrancarsi artisticamente da questo rapporto per ridare alla propria carriera la direzione che voleva. Quindi, la storia di Elvis diventa metafora di ogni vita dove non basta il talento e non basta volere qualcosa per poterlo fare, perché resistere alle pressioni esterne è una sfida che non sempre si vince.

Elvis è una gallina dalle uova d’oro, come è d’oro la gabbia di Las Vegas dove Parker lo rinchiude fino alla morte. D’altronde, i carcerieri che l’agente mette a guardia sono difficili da eliminare: la droga (le pasticche gliele danno già a inizio carriera, ma alla fine diventano indispensabili per far reggere a Presley i ritmi disumani dei concerti e dei tour nazionali) e i presunti debiti contratti con il colonnello per le spese che avrebbe anticipato a inizio carriera.

Baz Luhrmann si conferma un maestro delle scene di massa e dello stile colorato e fumettistico.

IL regista costruisce un film dal ritmo sincopato, un collage di girato, immagini di repertorio, addirittura fumetti, in un veloce alternarsi di brevi flashback e flashforward. Ovvio che il montaggio diventi importantissimo e tornano, quindi, Matt Villa e Jonathan Redmond (come per “Il Grande Gatsby” e “Australia”), a mettere ordine al tutto. Alla fine Elvis risulta facile da seguire – più di altri precedenti film del regista australiano – e le due ore e mezza abbondanti scorrono piacevolmente.

Per un film come questo l’aspetto estetico diventa parte essenziale per costruirne l’identità creativa. Pulita, luminosa o oscura quando serve, è la fotografia di Mandy Walker.

Sono perfette le scenografie firmate da Karen Murphy (“A Star Is Born“) e da Catherine Martin. Quest’ultima è anche produttrice e costumista di Elvis. Per i costumi e per le scenografie Martin ha già vinto i premi Oscar sia per “Il Grande Gatsby” che “Moulin Rouge!”. Non mi stupirei se arrivasse un ter.    

Last but not least in un film su un gigante della musica come Elvis Presley la colonna sonora conta moltissimo e bisogna dire che, anche sotto questo aspetto, la sfida è stata vinta a mani basse. Supervisionata da Anton Monsted, la soundtrack raccoglie ovviamente le canzoni dell’artista, sia nelle versioni originali, sia interpretate magistralmente da Austin Butler e da altri artisti come i Måneskin, ma anche diverse composizioni originali.

Il finale del racconto è lasciato soprattutto alle immagini di repertorio, in cui vediamo il vero Elvis Presley, soprattutto nelle ultime esibizioni prima della morte prematura e con un misto di nostalgia e rammarico lo amiamo un po’ di più.

Stefania Fiducia

IL VOTO DEL PUSHER
Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Area tecnica (fotografia, scenografia, trucco, costumi, luci)
Splendida quarantenne aspirante alla leggerezza pensosa. Giurista per antica passione, avvocatessa per destino, combatto la noia e cerco la bellezza nei film, nella musica e in ogni altra forma d'arte.

COMMENTA QUESTA DOSE DI CULTURA

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui