Le mille vite di un capolavoro: Il nome della rosa

nome della rosa
La copertina del film e del libro

Il 4 marzo andrà in onda, su Raiuno, la prima di quattro puntate di una delle serie più attese dell’anno: Il nome della rosa. Si tratta dell’ennesima rilettura di un capolavoro che a distanza di quasi quarant’anni ancora incanta.

In principio fu il libro.

Poi, sulla scorta dello straordinario successo editoriale arrivò il film, poi il teatro e, infine, inevitabilmente la tv.

Stiamo parlando delle mille vite di un capolavoro assoluto: Il nome della rosa.

Correva l’anno 1980 quando, uno degli intellettuali più importanti del nostro paese, Umberto Eco, decise di farsi tentare dalla letteratura.

Pur dominando da anni la scrittura attraverso saggi di livello mondiale, fra cui il celeberrimo Diario minimo in cui era presente il saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno, Eco non si era mai confrontato con un romanzo.

L’idea germinò nel 1978.

Alla proposta di un amico editore di curare la pubblicazione di una serie di brevi romanzi gialli, il semiologo declinò rispondendo che, semmai, avrebbe scritto un romanzo giallo, ambientato nel medioevo, di non meno di cinquecento pagine.

Dallo scherzo alla realtà, il passo fu breve.

Due anni dopo l’editore Bompiani, che aveva fino a quel momento pubblicato tutte le opere di Eco, diede alle stampe Il nome della rosa.

Non fu una gestazione semplice. Eco raccontò più volte come avesse passato un intero anno senza scrivere neppure un rigo.

«Leggevo, facevo disegni, diagrammi, inventavo un mondo. Ho disegnato centinaia di labirinti e piante di abbazie, basandomi su altri disegni, e su luoghi che visitavo.»

Per molti quella scelta editoriale rappresentava un rischio, tanto che sulle prime si pensò a una tiratura limitata, non più di  30.000 copie.

Complice anche la vittoria nel 1981 del prestigioso Premio Strega, Il nome della rosa divenne un successo planetario, ad oggi tradotto in oltre quaranta lingue per cinquanta milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Un vero e proprio caso editoriale che lo stesso Eco non riuscì mai a spiegarsi del tutto.

«Quello che so e ho capito –disse anni dopo in un’intervista a “la Repubblica”- è che se Il nome della rosa fosse uscito dieci anni prima, forse nessuno se lo sarebbe filato, e se fosse uscito dieci anni dopo, forse sarebbe stato altrettanto ignorato.»

Insomma il 1980 fu “momento giusto”, e lo spirito del tempo rese l’impossibile possibile.

Modestia a parte, il successo del libro fu dettato da molti altri motivi.

Innanzitutto la trama suggestiva, preannunciata dal meraviglioso ed evangelico incipit.

Poi l’accuratezza dei personaggi, l’espediente letterario del manoscritto ritrovato, caro a Manzoni e non solo, l’ambientazione storica e, naturalmente, titolo, geniale.

Una scelta per nulla scontata, frutto di un’opera di scrematura, visto che quel titolo fu, come raccontato dallo stesso Eco, «l’ultimo di una lista che comprendeva tra glia altri L’abbazia del delitto, Adso da Melk eccetera.

Ma alla fine prevalse Il nome della rosa, semplicemente perché risultava a chiunque venisse proposto come il più bello.

Titolo a parte, a tenere i lettori incollati al libro è il sofisticato intreccio narrativo.

Protagonisti sono Adso da Melk e Guglielmo da Baskerville.

I due, giunti nel monastero per partecipare a un importante incontro con la delegazione papale, per conto dell’ordine francescano al quale appartengono, vengono messi a conoscenza dall’abate dell’inspiegabile morte di uno dei monaci, il giovane Adelmo, durante una tremenda bufera di neve.

L’abate, preoccupato che l’evento luttuoso possa compromettere l’atteso convegno sull’annosa questione della povertà della chiesa, affida a frate Guglielmo, in passato uno dei più noti inquisitori, l’incarico di svolgere delle indagini per scoprire se veramente sull’abbazia si sia abbattuta la mano violenta dell’Anticristo.

Sullo sfondo di questa trama degna del miglior giallo, Eco sviluppa straordinari pensieri filosofici, teologici e linguistici, che rendono il libro unico nel suo genere.

Il successo incredibile del Il nome della rosa, che il quotidiano francese“Le Monde” ha inserito fra i cento migliori libri del 1900, convinse il regista Jean Jaques Annaud a tentare l’impresa di farne un film.

E fu anche in questo caso un trionfo.

Cinque anni di preparazione e un cast di primissimo livello.

Cinque mesi di fitte riprese fra studi cinematografici, compresi quelli romani di Cinecittà ed esterne fra Italia e Germania, determinarono un capolavoro.

Soffermarsi sulla prova attoriale di Sean Connery, nei panni di Guglielmo da Baskerville, o di quella di Abraham Murray, in quelli di Bernardo Gui, appare superfluo.

Tutto nel film di Jean Jaques Annaud risulta perfetto.

Le ambientazioni, il ruolo degli attori cosiddetti comprimari, fra cui il geniale Ron Perlman, allora sconosciuto, che interpretò  frate Salvatore, dal babelico eloquio e con un passato da eretico dolciniano.

Un ruolo che inizialmente  fu proposto all’attore italiano Franco Franchi, ma il comico siciliano, celebre per le decine di film in coppia con Ciccio Ingrassia,  incredibilmente rifiutò.

Il motivo? Semplice. Quando seppe che avrebbe dovuto per esigenze cinematografiche subire la tonsura dei capelli, declinò l’offerta.

Nel cast anche un giovanissimo Christian Slater, che diede volto e voce all’inquieto Adso da Melk.

All’epoca delle riprese l’attore aveva solo sedici anni, ma si calò totalmente nel personaggio interpretato.

Ecco come anni dopo ricordò quell’incredibile esperienza:

«L’idea di poter recitare con Sean Connery era una vittoria personale in una carriera che mi aveva impegnato sino ad allora perlopiù in televisione e in diverse soap opera. La lavorazione fu, letteralmente, un viaggio in molti mondi e il mio “allievo” del frate francescano Guglielmo da Baskerville è sempre, senza retorica, ancora con me».

Il film di Jean Jaques Annaud fu un successo planetario, eccezion fatta per gli Stati Uniti dove la pellicola ebbe scarsa considerazione.

Diversa, invece, l’accoglienza del pubblico europeo, che riempì per mesi le sale cinematografiche.

Straordinaria anche l’affermazione del Il nome della rosa in Italia.

Nella stagione cinematografica 1986-1987 il film fu in assoluto più visto, piazzandosi davanti  a colossi quali Top gun e Platoon.

Non solo il consenso del pubblico.

Il nome della rosa fece incetta anche di numerosi e prestigiosi premi, a cominciare dall’Oscar quale miglior film straniero nel 1987.

All’edizione dei premi di Donatello del 1987, la messe di statuette per il film di Jean Jaques Annaud  fu notevole.

Ad aggiudicarsele furono Tonino Delli Colli, per la migliore fotografia, Gabriella Pescucci, per i costumi, il grande Dante Ferretti per la scenografia e Franco Cristaldi per la produzione.

Non mancarono neppure i Nastri d’Argento che copiosi ricompensarono il grande sforzo profuso per un film indimenticabile.

Nel 2015 il capolavoro di Umberto Eco conobbe una nuova veste, quella teatrale.

A portarlo in scena, basandosi sul testo teatrale di Stefano Massini, fu il regista Leo Muscato che sottolineò come la struttura stessa del romanzo avesse una «forte matrice teatrale.»

Molto convincente la recitazione dei tredici attori coinvolti nello spettacolo.

Da Luca Lazzareschi, nei panni di Guglielmo da Baskerville, a Giovanni Anzaldo, in quelli del giovane Adso. Menzione anche per Eugenio Allegri, che recita la parte del monaco Jorge da Burgos, uno dei personaggi più riusciti del libro di Eco che, a detta di molti critici sarebbe stata una caricatura del poeta argentino Jorge Luis Borges.

E poi giunse la tv.

Dopo mesi di silenzi, rotti solo da qualche piccolo sussurro, a partire dal prossimo 4 marzo, per quattro puntate complessive, andrà in onda su Raiuno l’attesissima serie tv Il nome della rosa.

A quasi quarant’anni dal bestseller di Umberto Eco, il regista Giacomo Battiato si è cimentato, come più volte ricordato, in una doppia sfida.

Non solo, infatti, il capolavoro letterario ma anche quello cinematografico.

Si tratta di uno sforzo superbo, sottolineato da numeri straordinari.

Ventisei milioni di euro spesi; tremila comparse, duecento cavalli utilizzati; ventiquattro settimane complessive di lavorazione.

Numerosi i set allestiti.

Dai teatri di posa di Cinecittà, alle esterne nel Parco del Tuscolo, vicino Roma, Perugia, Bevagna in Umbria, Manziana, Bracciano e Vulci nel Lazio, Campofelice e Gole di Fara San Martino in Abruzzo.

Cast di rilievo, con Jonh Turturro, nella parte di Guglielmo da Baskerville, un ruolo decisamente arduo, visto il pesante confronto.

L’attore americano, in una recente intervista a “la Repubblica” ha candidamente ammesso di non aver mai visto il film e di aver letto il libro solo dopo l’offerta per la serie tv.

«In quelle pagine c’è tutto: il giallo, la filosofia, la storia, il terrorismo, il ruolo della donna.»

Chissà come Turturro interpreterà il personaggio di Guglielmo. Da qualche rumor sembra sarà molto aderente all’omologo letterario, marcando il carattere aspro e sofisticato.

Una presa di distanza, in parte dovuta, dalla scelta che fece Sean Connery.

L’ex 007 preferì, infatti, un’interpretazione più ironica del suo Guglielmo da Baskerville .

A interpretare, invece, la parte del novizio Adso da Melk, il giovane Damian Hardung, con alle spalle una carriera perlopiù fatta di fiction.

E poi Fabrizio Bentivoglio, Stefano Fresi, Greta Scarano, James Cosmo, nella parte di Jorge da Burgos e il grandissimo Roberto Herlizka, in quella di Alinardo di Grottaferrata.

Non rimane che guardarsi questo nuovo e coraggioso tentativo di dare un’altra veste a un capolavoro senza tempo.

Un libro unico che ebbe il grande merito di rendere affascinante il medioevo, la filosofia, le dispute teologiche.

Tutto grazie al genio impareggiabile di Umberto Eco.

Testo Maurizio Carvigno

Nato l'8 aprile del 1974 a Roma, ha conseguito la maturità classica nel 1992 e la laurea in Lettere Moderne nel 1998 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con 110 e lode. Ha collaborato con alcuni giornali locali e siti. Collabora con il sito www.passaggilenti.com

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