L’asciugona è il podcast di Lodovica Comello prodotto da Dopcast, una società nata dalla sinergia tra MNcomm e Sony Music Italia, con la partnership di Inglesina, noto brand italiano del mondo infantile.
Il titolo del podcast, che in milanese sta ad indicare una persona logorroica, che parla in continuazione senza pause, ci fa già capire che si tratta di un prodotto dal tono ironico, auto-ironico, divertente e giocoso.
In L’asciugona Lodovica racconta la sua gravidanza, nella prima stagione, e la sua maternità, nella seconda stagione, donando all’ascoltatore una testimonianza personalissima e al contempo condivisibile di eventi, emozioni, comportamenti e sbalzi umorali e ormonali.
In venti episodi, della godibile durata di dieci minuti circa l’uno, Lodovica affronta i “classici” temi legati all’arrivo di suo figlio Teo con tono onesto e a tratti dissacrante, senza peli sulla lingua.
L’asciugona, la prima stagione
Nella prima stagione, in dieci episodi, Lodovica ci parla di concepimento, gravidanza e “fatidico momento”, ovvero la nascita usando una metafora culinaria: per lei queste tre fasi sono paragonabili a infornamento, cottura e impiattamento, come ci spiega nel primo episodio “Intro”.
I temi affrontati sono: la scelta del nome, tutte le cose che avresti dovuto fare prima di rimanere incinta e non hai fatto, la dolorosissima rinuncia del prosciutto crudo quando si è toxo-negative, l’annuncio della gravidanza, il modo di affrontare la situazione dal futuro papà, le leggende metropolitane, il costante pensiero a come avverrà la nascita.
L’asciugona, la seconda stagione
Nella seconda stagione invece Lodovica racconta l’arrivo di Teo e i momenti più tragicomici dell’essere mamma: la sensazione di essere una mucca durante l’allattamento; l’attaccamento fisico del nuovo arrivato tipico della cozza; la figura fondamentale del padre; i consigli della gente non richiesti; il corpo femminile che si trasforma; la casa in costante disordine.
L’asciugona, la recensione
A questo podcast do quattro stelle e mezzo su cinque. È un prodotto formidabile che si ascolta annuendo, sorridendo e, a volte, ridendo proprio di gusto. L’ironia di Lodovica Comello è divertente e non asciuga mai, anzi… non vedo l’ora di ascoltare la terza stagione (che in questo momento è in fase di lavorazione).
E allora perché non promuovere il podcast a pieni voti con lode? Per un solo motivo, ovvero la seguente frase infelice:
“la toxoplasmosi viene per colpa dei gatti […] almeno io ho capito questo”.
Non è così e qualcuno, ascoltando il podcast, potrebbe crederci. In L’Asciugona Lodovica ha il merito di divulgare notizie importanti, come ad esempio la necessità di fare il vaccino per la pertosse in gravidanza. Ma della toxoplasmosi, probabilmente per un eccesso di semplificazione (dovuto alla brevità delle puntate) e di ironia, dà una visione parziale. È vero che ci sono alcuni gatti randagi che contraggono la toxoplasmosi mangiando altri animali portatori del microrganismo (come gli uccelli) e lo rilasciano nel terreno con le loro feci. Ma se avete un gatto domestico che frequenta solo la vostra casa e si è sempre alimentato di croccantini e cibo per gatti non c’è nessun pericolo: non abbandonatelo se rimanete incinte. Parola di madre toxo-negativa, gattara e amante del prosciutto crudo San Daniele.
Lo so che è esagerato togliere mezzo punto per una sola e unica frase in venti episodi, ma tra i consigli non richiesti che ho ricevuto io mentre aspettavo mia figlia c’è stato il “lascia il gatto in un centro di stallo per animali” e quindi sono particolarmente suscettibile.
Vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.
Oriana Fallaci
Scrivere di Oriana Fallaci è quasi un dovere. Come farlo in modo opportuno è tutt’altro paio di maniche. Sarà perché, oltre ad amarla come scrittrice, ogni anno festeggio il suo compleanno insieme al mio. E questo 29 giugno che ci unisce me l’ha fatta sentire sempre vicina, anche se ho potuto apprezzarla solo dopo la sua morte per una questione prettamente anagrafica.
Serve forse un pretesto per parlare di lei? Non c’è un’occasione particolare che mi porta a scrivere questo articolo (che, lo preciso, spero sia un articolo in divenire visto che naturalmente non ho letto tutte le sue opere), ma sentivo la necessità di condividere questa mia passione, specialmente con i più giovani, la generazione successiva alla mia (quella Z), che forse inizia a essere un po’ troppo lontana da Oriana.
Indice
Google e Social Networks
Secondo Google Trends, dal 2004 ad oggi, Google ha registrato tre picchi nelle ricerche per “Oriana Fallaci”. Il primo, purtroppo, a settembre 2006, quando è morta a causa di un tumore ai polmoni. E quindi forse questo articolo inizia alla rovescia, inizia dalla morte. Chissà perché com’è morto questo o quell’altro sia una delle ricerche preferite degli italiani su Google. Anche Google Suggest mi propone “Oriana Fallaci morte, causa morte” tra le ricerche suggerite, e poi sorrido leggendo “Oriana Fallaci marito” tra le ricerche.
Il secondo picco, non meno triste, a Novembre 2015, nove anni dopo la sua morte: fu dopo gli attentati di Parigi che ci fu il nuovo boom editoriale di Oriana Fallaci. Frasi, citazioni, aforismi. Questo è cercato di Oriana Fallaci, che è diventata un contenitore di saggezza da googlare. Le profezie di Oriana sono diventate addirittura una pagina facebook piuttosto seguita, che parla d’altro, però.
E poi ovviamente, l’argomento affine par excellence, “Islam” si accende su Google Trends. E quello “Scusaci Oriana”, parole alate su twitter che hanno dato vita ad un’apologia postuma.
L’Oriana, anche in formato serie tv
Ce n’è stato anche un altro di picco su Google Trends qualche mese prima, a febbraio 2015, quando la Rai ha mandato in onda L’Oriana, la miniserie interpretata da Vittoria Puccini. Ho tentato di guardare il primo episodio ma è stata davvero un’agonia. Una giornalista che ha fatto la guerra si trasforma in una bambola di pezza, ma quel che è peggio, la serie passa da un reportage all’altro, da un libro all’altro, senza mandare alcun messaggio.
Oriana Fallaci raccontata da Enrico Mentana
Probabilmente una delle ore più felici della mia esistenza, ma soprattutto il racconto più intenso su Oriana Fallaci. Enrico Mentana nel 2005, quando Oriana è ancora in vita e lotta contro il cancro, le regala un documentario davvero appassionato: Storia di un’italiana. E mette subito le mani avanti: non si faranno polemiche, che ce ne sono già troppe, e si tireranno fuori lati della scrittrice ancora sconosciuti, anche a chi la segue e la supporta.
L’ultima intervista prima di morire
“Sei un kamikaze, muori per uccidere”.
Oriana Fallaci
Oriana in lotta con l’alieno, il cancro ai polmoni, racconta che non si è fatta curare subito perché doveva finire di tradurre i suoi libri in francese e in inglese. Non era soddisfatta delle traduzioni fatte dal traduttore. La Sontag la accusò di essere stupida per avere perso tempo prezioso, ma lei rispose che i suoi libri sono i suoi figli. E che una madre, tra la propria salvezza e quella dei suoi figli… sceglie sempre quella dei suoi figli.
Chi era Oriana Fallaci, a modo mio
Oriana è stata una pioniera. Alle donne ha offerto un modello, volente o nolente, da amare e da odiare, un riflesso con cui confrontarsi, un fantasma che perseguita, rompiballe anche nella morte. Agli uomini ha mostrato un nuovo modo di essere liberamente donna. Alla società ha proposto un piccolo smacco, che ha radici ataviche e si estrinseca nelle espressioni epigrafiche attribuite alle donne antiche: mogli di, sorelle di, amanti di qualche uomo più famoso. “La nipote di Bruno“, ha invertito le correnti: ora è lui che viene chiamato “Lo zio di Oriana“.
Ero solo una ragazzina, quando, sperduta tra le montagne marchigiane leggevo per la prima volta Lettera a un bambino mai nato. Non ricordo moltissimo di quel libro se non le emozioni che mi ha dato. “Questa penna mi piace”. Credo di aver letto quel libro perché me lo suggerì il fidanzatino dell’epoca, anche se mia madre più volte aveva provato a farmi leggere Un uomo, il libro dedicato al suo grande amore Alexandros Panagulis.
Lo racconta così il collega Maurizio Carvigno sempre su CulturaMente:
Un libro idilliaco e al tempo stesso crudo e spietato, nelle cui pagine scorrono vita, passione e disperazione. Un atto d’amore, stupendamente riassumibile in quella dedica iniziale, in quel “Per Te”, il tragico lascito per un uomo che nonostante tutto sconvolse la vita di Oriana, un dono per un amore bruciato troppo in fretta, che, tuttavia, vive nell’eternità dei Greci, in quel prolungato ed urlato “Alekos zi, zi, zi”, (Alekos vive, vive, vive), che riecheggiò il giorno dei funerali, scortando fedelmente il feretro di un uomo che non voleva essere altro che un uomo e che divenne un eroe, un esempio, un modello e che sapeva benissimo che “l’eterno Potere non muore mai, che cade solo per risorgere, uguale a se stesso, diverso solo nella tinta”.
Anni dopo avrei capito che l’Oriana che amavo era quella che raccontava la verità. Ammetto che come romanziera non mi ha fatto mai impazzire, ho provato a leggere Un uomo, ma non ci sono riuscita; ho letto Penelope alla guerra, il primo romanzo di Oriana, ma non ricordo quasi nulla. All’epoca facevo l’università. Ho ripiegato immediatamente su Se il sole muore e forse il vero e proprio innamoramento è iniziato da lì.
A 30 anni siamo un campo di grano maturo
Sarà che amo lo spazio e mi appassiona tutto quello che accade sopra di noi, ma la storia degli astronauti che devono andare sulla luna raccontata da Oriana Fallaci si guadagna il primo posto nel mio cuore. Perché, ovviamente, questo resoconto di missione va molto oltre la missione stessa. Diventa un’indagine sulla vita e quegli uomini, che oggi sono eroi, Oriana li racconta nella loro umanità. Una delle frasi più celebri di quel libro, sempre impressa nella mia mente, descrive quanto siano stupendi trent’anni secondo la scrittrice:
Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi.
Se il sole muore
Oriana Fallaci e le donne
Se l’innamoramento è arrivato con Se il sole muore, l’amore vero è legato a un libro forse meno noto, ma non per questo meno valido. Il sesso inutile. Oriana racconta la condizione femminile negli anni Sessanta: glielo chiede l’Europeo. Non so quanto ho pianto leggendo il passo in cui la giapponese saltella nel treno perché ha i piedi troppo piccoli per camminare, a causa delle fasciature imposte sin dalla nascita per rispettare un canone di bellezza. Ma questa è solo una delle scene che troverete in questo testo: Oriana descrive come la società rende fiere le donne di questi sacrifici.
Ci sono donne che si butterebbero nel rogo funerario del marito. E donne che sono onorate che la loro famiglia scelta per loro un marito. Sono punti di vista molto lontani da noi, che ci fanno pensare di essere superiori, emancipati. Ma Oriana tira su un altro velo di Maya, indagando anche la vita delle donne americane, in un Paese dove il matriarcato esiste davvero.
E come le riesce bene mettere in luce che è la nostra visione da Occidentali a ricercare in queste tradizioni orientali e medio-orientali la componente retrograda; come le riesce bene tirare fuori da questa indagine il senso della felicità se nemmeno le emancipatissime donne americane dell’epoca riescono ad essere felici.
E di quel libro porto con me una grandissima idea, che condivido a pieno: le donne non sono una fauna speciale, anche se spesso sono trattate come tale. Oriana non voleva proprio raccontarle come se fossero qualcosa di strano, e scriveva:
Per quanto possibile, evito sempre di scrivere sulle donne o sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico. Il padreterno fabbricò uomini e donne perché stessero insieme, e dal momento che ciò può essere molto piacevole, checché ne dicano certi deviazionisti, trattare le donne come se vivessero su un altro pianeta dove si riproducono per partenogenesi mi sembra privo di senso.
Oriana Fallaci
E forse non è un caso che sulla sua tomba nel Cimitero Evangelico agli Allori di Firenze sia scritto “Oriana Fallaci. Scrittore”.
Il mio video intervento su Il sesso inutile
Guardavo su You Tube questa intervista con Ugo Zatterin che ironizza sul fatto che Oriana sia “cattiva” perché dice la verità. E sicuramente possiamo affermare che sia stata una penna molto criticata, forse da amare o da odiare. Sempre sul mio comodino, attende La Rabbia e l’Orgoglio, uno dei testi che forse l’ha esposta di più a causa della questione islamica. Mia madre mi ha sempre raccontato di quanto fosse criticata Oriana quando era in vita, mentre io ho assistito quasi ad una venerazione postuma.
Il graphic novel “Donne sul fronte”
Il Vietnam, l’America e l’anno che cambiò la Storia: questo è il titolo del graphic novel, a cura di Eva Giovannini, Michela Di Cecio, dedicato a Oriana Fallaci e uscito nel 2020 in edicola con Il Fatto Quotidiano. Per quanto io non sia una grande fan del genere, devo dire che l’ho trovato molto carino. Nella stessa collana sono uscite altre storie di giornaliste famose.
Libri postumi sul comodino
Sul comodino, da ormai qualche anno, attendono il momento fatidico anche “La luna di Oriana” e “Solo io posso scrivere la mia storia”. Rizzoli ha pubblicato molto su di lei negli ultimi anni, tutti libri postumi che sfamano la curiosità ritrovata nei confronti di una donna provocatoria, a volte incompresa, ma decisamente geniale.
La prima stagione si era conclusa con un duello all’ultimo fulmine tra Magne/Thor e il Gigante Vidar. Il guanto di sfida viene raccolto nella seconda stagione su Netflix!
Il trailer della seconda stagione
Fortunatamente Netflix ha prodotto la seconda stagione di questa serie tv, che secondo me è una vera e propria chicca. Mi affascina la premessa: dei giganti non sono mai andati via, vivono tra gli uomini, si incarnano nelle persone e si fondono con loro. I prescelti vengono chiamati ad una trasformazione mentale e fisica, che li metterà alla prova. Quindi dimentichiamoci la rappresentazione mozzafiato di Thor e Loki della Marvel, qui abbiamo rispettivamente un goffo ragazzone dislessico e suo fratello minore, manipolatore e torbido.
La trama
Proprio i due fratelli, Magne (David Stakston) e Laurits (Jonas Strand Gravli), sono al centro della seconda stagione. Se Magne si tormenta con dilemmi etici sulla sottile linea che divide il bene dal male e rifiuta i poteri di Thor, Laurits si incarna in Loki, dio dell’inganno, ben deciso ad ottenere tutto quello che può, senza guardare in faccia nessuno. Mentre la loro vita di adolescenti va avanti tra una crush e manifestazioni ambientali, la loro vita di divinità è messa in pericolo dalla famiglia Jutul. Giganti e proprietari dell’azienda più importante del luogo, inquinano le acque di Edda, la città che fa da sfondo alle vicende, facendo ammalare i cittadini.
La seconda stagione è una preparazione alla grande battaglia finale, per cui serviranno alleati e rinforzi, che si nascondono tra gli abitanti di Edda. Ogni personaggio è chiamato a comprendere il proprio ruolo e da che parte vuole stare: decisioni fondamentali, soprattutto quando l’apocalisse incombe!
Micaela Paciotti
L’articolo perfetto per la Maratona Marvel ora che è uscito Loki: scopri data di uscita e ordine con cui vedere il film!
Il secondo capitolo del silenziosissimo sci-fi horror firmato John Krasinski, era inizialmente atteso per aprile 2020 nel nostro Paese ma, per i motivi che tutti conosciamo, l’uscita nelle sale è stata rimandata più volte. Senza mai cedere allo streaming, per volere dello stesso regista, è finalmente approdato nei cinema italiani il 24 giugno 2021 dopo aver macinato numero da record (in tempi pandemici) oltreoceano. Un segnale fortissimoper l’industria, che vede il pubblico in prima linea nel voler condividere l’esperienza di un mondo ridotto a brandelli, dove anche il più piccolo rumore può costare la vita.
Dove eravamo rimasti
Al termine della precedente pellicola, il sacrificio di Lee ha permesso la sopravvivenza della propria famiglia e potenzialmente, dopo 474 giorni di terrore, potrebbe aver dato speranza all’intera umanità. Gli Abbott sono però costretti ad abbandonare la loro casa, e le abitudini faticosamente preservate, in seguito alla home invasion alienasubita e all’arrivo di una vita. In questo nuovo mondo, dove non è concesso emettere un suono, il trovarsi con un neonato è sinonimo di pericolo costante, ma del fumo in lontananza potrebbe essere il segnale di un amico. Tuttavia, con l’arrivo di una nuova razza dominante sul pianeta, l’uomo è profondamente cambiato e fidarsi del prossimo è un lusso che non ci si può più permettere.
“Restare in silenzio non ti basterà”
La forza della famiglia
Nato tra le mura domestiche, l’intero progetto “A Quiet Place” ruota intorno al tema della famiglia. E non poteva essere diversamente se pensiamo che tutto iniziò nel salotto di casa Krasinski, con una Emily Blunt tanto entusiasta per il concept del marito da obbligarlo ad affidarle il ruolo di Evelyn Abbott (decisione che si rivelò assolutamente vincente). Con il primo film, che il regista ha rivelato essere una vera e propria “lettera d’amore per le figlie”, vengono esplorate le dinamiche del rapporto genitori-figli, tra incomprensioni e carichi di responsabilità in preparazione di ciò che verrà.
Il messaggio è chiaro: il mondo è alla deriva ma la speranza risiede nei più giovani. Proprio in questo secondo capitolo, con l’abbondono della casa di famiglia e della reinventata quotidianità, avviene un passaggio di testimone generazionale significativo. Se da un lato troviamo una madre disposta a tutto pur di salvare e tenere al sicuro i propri figli, dall’altra una ragazza lotterà con tutte le sue forze (facendo di testa sua) per far sì che il sacrificio del padre non sia vano.
È Regan, interpretata dalla giovane e talentuosissima Millicent Simmonds, attrice realmente sorda dall’età di 1 anno, ad essere ancora una volta il perno della narrazione. Singolare e di assoluta riflessione è il fatto che, in un mondo minacciato da creature aliene killer dotate di super-udito, la chiave per la salvezza sia una giovane non udente che porta tra le mani un apparecchio acustico guasto, ultimo dono di un padre coraggioso.
Non si parla durante il film!
È noto a tutti che il comparto sonoro e la riscoperta del silenzio, abbiano giocato un ruolo fondamentale nel successo di quello che, ormai, potremmo definire un franchise, dato che si vocifera da tempo di uno spin-off programmato per il 2023. Togliere al cinema horrorifico uno dei suoi elementi caratteristici (l’urlo) è stata una scelta tanto azzardata quanto vincente ma, in questo capitolo, c’è un po’ più di respiro in questo senso.
Si sono trovati luoghi e stratagemmi per i quali sussurrare è a volte concesso, tanto che possiamo persino godere di un ottimo accompagnamento sonoro firmato Marco Beltrami e di una criptica “Beyond The Sea” alla radio. Resta però affascinante l’utilizzo della lingua dei segni ed il tema della comunicazione, che qui si alza notevolmente di livello con l’inserimento di un personaggio extra-familiare: Emmett, interpretato da Cillian Murphy, in difficoltà nel relazionarsi con la giovane non udente.
Tutte le scelte giuste per un sequel d’eccezione
“A Quiet Place II” è un sequel che diventa una vera e propria eccezione dato che, soprattutto nel genere thriller-horror, siamo abituati ad un abbattimento qualitativocon il proseguimento delle saghe. Qui, invece scopriamo un titolo, unicamente sceneggiato dal nostro ex venditore ammiccante Jim Halpert (The Office), che non tradisce mai l’opera precedente divenendone la naturale conseguenza.
Dopo un breve e funzionale opening del Day One, che ci mostra i primi attimi dell’Apocalisse, facendoci assaporare il nostro Lee ancora per qualche momento, siamo esattamente dove eravamo rimasti. Come se gli Abbott fossero rimasti lì, ad aspettarci, prima di andare avanti a lottare.
A una sceneggiatura così precisa e coerente, si uniscono una regia ed un montaggio (curato da Michael P. Shawver) capaci di esaltare ogni momento di tensione. Nonostante, come abbiamo detto precedentemente, il gruppo si divide e abbiamo due linee narrative differenti, si passa dall’una all’altra con una maestria rara che eleva ulteriormente il carico emotivo. Potete stare tranquilli amanti del genere, c’è da saltare sulla sedia in più di un occasone!
Il cast che già conoscevamo (Emily Blunt, Noah Jupe e Millicent Simmonds) sono, a mio avviso, ancora più in parte rispetto al capitolo precedente. Sempre totalmente credibili, le prove di un cast rodato vengono impreziosite da un innesto perfetto sia per carisma che per espressività: Cillian Murphy. L’attore irlandese riesce a dare al suo Emmett, un uomo devastato dalla perdita, l’ambiguità che necessitava, instillando nello spettatore sentimenti contrastanti per buona parte della pellicola dato che, come vedremo, il bene degli Abbott passa anche dalle sue scelte.
Concludendo, non è possibile non citare le scenografie e i luoghi scelti per le riprese in esterna; così come la fotografia, capace di cambiare volto più volte a seconda della situazione e dove possiamo trovare sia delle sequenze girate con luce naturale, sia toni più “sporchi”, che oscuri e tenebrosi.
Non chiamatelo solo “horror movie”
“A Quiet Place II” è un’esperienza da vivere davanti al grande schermo, che porta lo spettatore a tenere gli occhi spalancati e a non fiatare, quasi come se la salvezza degli Abbott dipendesse da lui. Protagonisti ai quali, come rarissime volte accade, entrano nel cuore del pubblico che non esiterà a temere seriamente per la loro incolumità. Gestendo perfettamente i tempi action ed emotivi, il sequel di Krasinski amplifica i concetti di famiglia, sacrificio, fiducia e lotta per un futuro migliore, rispetto al precedente capitolo. Da sottolineare è il modo in cui ciò avviene: allontanandosi dalla comfort zone del genere ed imponendo una nuova figura non udente come motore narrativo, dandole in mano la chiave per la salvezza dell’umanità, non solo in termini di trama ma soprattutto metaforici. Non chiamatelo soltanto: “horror movie”, sbagliereste enormemente.
Quando fai una battaglia con un nemico tanto più forte, tanto più grande di te, scoprire di avere un amico di cui non conoscevi l’esistenza è la più bella sensazione del mondo.
Titolo originale: Pride Regia: Mattew Warchus Soggetto e sceneggiatura: Stephen Beresford Cast principale: Paddy Considine, George MacKay, Faye Marsay, Bill Nighy, Ben Schnetzer, Andrew Scott, Imelda Staunton Nazione: Regno Unito Anno: 2014
“Pride”, commedia inglese scritta e diretta bene premiata ai Bafta del 2014, è divertente e trascinante.
È una storia vera ad avere ispirato il regista e lo sceneggiatore di “Pride”.
Siamo in Gran Bretagna nel 1984, il Governo conservatore di Margaret Thatcher ha deciso di chiudere molte delle miniere britanniche – che dal 1947 erano state completamente nazionalizzate – e privatizzare le altre. All’orizzonte ci sono 20.000 licenziamenti.
I minatori britannici hanno indetto, quindi, uno sciopero ad oltranza, ma le trattative non stanno andando bene, con un governo che persegue la linea dura.
A Londra, però, c’è un’altra comunità in fermento, quella di omosessuali e lesbiche, che si preparano alla parata del Gay Pride. Tra loro, timido e imbarazzato, c’è Joe Cooper (George MacKay), che ancora deve fare il suo coming out, ma ha capito chi è e dove vuole stare.
E c’è l’attivista Mark Ashton (Ben Schnetzer), che ha un’intuizione: minatori e comunità LGBT hanno molto in comune, sono odiati dagli stessi soggetti, il Primo Ministro Thatcher, la polizia, i tabloid. Le legnate che di solito prendono i gay e le lesbiche ora le prendono i minatori. Propone, quindi, agli amici attivisti di raccogliere fondi a sostegno dei minatori, senza stipendio perché in sciopero. Nasce, quindi, il gruppo L.G.S.M. ovvero Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori.
Ad accettare i fondi da loro raccolti è solo il comitato di Onllwyn, villaggio minerario del sud del Galles.
Le due comunità si incontrano, tra imbarazzo, paure e diffidenza. Per i minatori i ragazzi londinesi sono i primi gay (dichiarati) che abbiano mai incontrato in vita loro e non mancano gli omofobi tra loro. Ma anche i ragazzi non avevano mai conosciuto un minatore prima di allora.
Ne nasceranno un’alleanza e un’amicizia fondate sulla solidarietà reciproca.
“Pride” racconta un anno di proteste e raccolte fondi, incontri e scontri.
Più passano i mesi e più gli scontri con la polizia si fanno duri e i villaggi dei minatori sempre più poveri. Ma gli attivisti londinesi non li lasceranno soli e organizzeranno un grande evento musicale raccogliendo migliaia di sterline.
Dopo più di un anno di sciopero, nel 1985, i minatori riapriranno i pozzi delle miniere. Di fatto, è una sconfitta. Ma non dimenticheranno la solidarietà ricevuta e alla parata del Gay Pride di quell’anno i minatori del Galles guideranno il corteo con il comitato “L.G.S.M.”.
Di “Pride” colpisce il modo divertente con cui racconta una storia vera, pur forzando la verità storica (la solidarietà era molto più articolata e diversificata, non coinvolgeva solo una comunità gallese e un gruppo di attivisti londinese).
Mette in luce, da un lato, l’entusiasmo e la determinatezza con cui le due comunità affrontano le loro dure battaglie; dall’altro le difficoltà e la ruvidezza dell’incontro tra chi è, apparentemente, così diverso.
Matthew Warchus, affermato regista teatrale inglese, ha in mano un ottimo soggetto e l’efficace sceneggiatura di Stephen Beresford. Dirige magistralmente navigati attori britannici affiatati tra loro: da Imelda Staunton a Bill Nighy (“Love actually”) passando per Andrew Scott (il fantastico Moriarty di “Sherlock” e il prete sexy di “Fleabag”).
Il risultato è una commedia che “frulla abilmente umorismo gay e british” (Morandini).
I temi di “Pride” e i suoi punti di forza.
Ma il fascino del film sta anche nelle inquadrature che indugiano sui verdi paesaggi gallesi e nel racconto di un’epoca, quella degli anni ’80, che tanto ha influito sulla società, non solo britannica.
Commuove vedere l’orgoglio dei gallesi, i minatori e le loro famiglie, per quel lavoro duro, come per la vena sotterranea da cui da secoli estraggono il carbone. È l’epica del lavoro e delle lotte sindacali, che ha il suo acme quando le donne intonano in coro “Bread and roses”, la canzone di John Denver nei cui versi si incontrano le lotte femministe e quelle dei lavoratori.
Perché questo è il messaggio più bello di “Pride”, che il personaggio di Mark Ashton spiega a Donovan (Pat Considine), portavoce dei minatori: che senso avrebbe sostenere i diritti dei gay e non quelli degli altri? O i diritti dei lavoratori e non quelli delle donne? Solo se ognuno abbraccia la lotta dell’altro, si otterranno risultati per tutti.
La Storia ha reso giustizia a questa idea: un anno più tardi, grazie al voto unanime del sindacato dei minatori – ancora potente nonostante la sconfitta –il partito laburista britannico inserirà i diritti LGBT nel proprio manifesto, dopo anni di mozioni bocciate in tal senso.
Non mancano, ovviamente, i temi caldi della comunità LGBTQ+ dell’epoca e non solo: l’AIDS che incombe minaccioso e terrificante; la forte capacità di reazione della comunità all’omofobia; la paura di fare coming out con la famiglia, per la paura – purtroppo fondata – di non essere accettati per quello che si è. A questa si contrappone l’orgoglio di chi, di fronte al disagio omofobico altrui, non vuole rinunciare alla propria identità:
non voglio nascondermi, non voglio scusarmi e non voglio scappare
3 motivi per guardarlo:
perché è una storia vera che vi commuoverà ed esalterà la vostra passione civile e politica;
per la scena del ballo nella sala comune del villaggio gallese;
perché fa ridere e vi metterà di buonumore.
Quando vedere il film:
quale momento migliore se non il mese del Pride, per conoscere un pezzo della storia del movimento LGBTQ+?
Stefania Fiducia
Avete già letto il precedente articolo della rubrica cineforum?
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Tratto dal romanzo omonimo ottocentesco, Black Beauty: Autobiografia di un cavallo racconta la storia di un cavallo Mustang sin dalla sua nascita. Dalla trama potrebbe sembrare un film per bambini, invece, il film diretto da Ashley Davis, rivela una sensibilità spiccata, che tocca tutte le generazioni.
Sicuramente il romanzo aveva già dato prova di sollevare l’interesse di piccolo e grande schermo: numerosissime sono state le trasposizioni – come film e serie tv – dai primi del Novecento fino alla metà degli anni Novanta del secolo scorso. Questo film è l’ultimo omaggio al testo di Anna Swell, scritto proprio per sottolineare le crudeltà che subivano i cavalli in età vittoriana.
Trama e Commento
La cavalla Beauty passa dalla libertà alla scuderia: proprio qui conoscerà Jo, la ragazza che diventerà la sua migliore amica. Una serie di vicissitudini allontaneranno Beauty da Jo (Mackenzie Christine Foy), ma il loro legame sarà per entrambe fonte di ispirazione per andare avanti nelle difficoltà della vita.
Quello che colpisce di questo film è sicuramente la semplicità con cui Beauty, voce narrante del film (in lingua originale Kate Winslet), riesce a raccontare la vita dal punto di vista di un cavallo. Non è tutto rosa e fiori, ovviamente: il maltrattamento degli animali è protagonista della pellicola tanto quanto i buoni sentimenti. Fa male al cuore vedere un cavallo selvaggio, fiero e ribelle, attaccato ad una carrozza oppure abbandonato a se stesso in una stalla.
Non mancano le frecciatine anche verso i cavallerizzi che trattano gli animali come macchine, disinteressandosi del loro benessere: troppo spesso gli animali di razza diventano accessori di lusso da sfoggiare agli eventi, come dimostra l’esperienza di Beauty nella famiglia Winthorp.
In tal senso Black Beauty manda un messaggio fortissimo sull’amore, il rispetto e l’amicizia. Il film, nella sua semplicità, è emozionante e scorrevole. Il tocco di umanità è dato dal fatto che è proprio Beauty a raccontare la sua storia, evidenziando tutti i sentimenti che la attraversano durante la vita. Entriamo nella sua mente, nei suoi affetti, nel suo cuore e scopriamo un animo pieno di coraggio e dignità. Due qualità non sempre ugualmente ravvisabili negli esseri umani.
Alessia Pizzi
Il film è attualmente presente nel catalogo Disney Plus.
Quest’anno, durante il periodo di lockdown a colori, vi abbiamo proposto un quiz di cultura generale per darvi una forma di intrattenimento alternativa. Il nostro test contiene dieci quiz a tema, composti a loro volta da dieci domande a risposta multipla.
Il funzionamento del test è estremamente semplice: una volta aver risposto a tutte le domande potrete cliccare sul punteggio e vedere quali risposte avete sbagliato. Naturalmente vi apparirà la risposta corretta e – a volte – anche un nostro articolo di approfondimento sul tema. Questo perché ci tieniamo a regalarvi dei quiz che siano un gioco per apprendere. Vi abbiamo chiesto (e chiediamo tutt’ora a chi non ha ancora fatto il test) l’email all’inizio perché ci interessa sapere quante persone sono interessate a questo tipo di attività: naturalmente non abbiamo usato e non useremo i vostri dati per importunarvi, ma solo per avere dati statistici sui nostri quiz.
E infatti siamo qui proprio per fornirvi pagelle e percentuali! Eccoli di seguito.
Quiz sull’arte: voto 6/10
In arte raggiungiamo la sufficienza. Le domande a cui più spesso è stata data la risposta sbagliata sono tre, ovvero:
Quale Santa è rappresentata secondo l’iconografia cristiana con una ruota dentata rotta?
In quale città si trova la Ragazza con l’Orecchino di Perla?
Quanti monumenti UNESCO ha Ravenna?
Più dell’80% conosce invece il luogo di nascita di Raffaello, il 50% sa quale artista si è ispirato al ritratto di Papa Innocenzo X realizzato da Velázquez, il 60 % ha risposto correttamente alla domanda relativa alla data della prima mostra degli “impressionisti”.
Buoni i risultati in questo test: i lettori hanno riconosciuto gli autori dei più grandi versi della letteratura. Gli utenti hanno individuato D’Annunzio, Leopardi, Kafka, Ungaretti, Catullo, Dante e tanti altri autori con un punteggio medio di 8/10.
Anche nella settima arte raggiungiamo la sufficienza con una media di sei punti su dieci.
Mentre i lettori di CulturaMente hanno risposto correttamente alle domande relative al film italiano che ha vinto l’Oscar come migliore regia (52,6%), alla pellicola italiana che è entrata nel Guinness dei Primati come “film con il maggior numero di remake nella storia del cinema”(71,1%) e al film che può essere ricondotto al genere del mockumentary (71,1%), hanno avuto qualche difficoltà con i seguenti quesiti:
Qual è l’ultimo film diretto da Clint Eastwood?
“Tutta un’altra musica” è il libro da cui è tratto quale recente film?
Di quale film degli anni ’80, è stato girato un remake, nel 2012, con un cast completamente afro-americano?
Quale film musicale doveva inizialmente intitolarsi ““I was a teenage Mambo Queen”?
La filosofia è una materia particolarmente complessa e, purtroppo, non raggiungiamo la sufficienza. La media del punteggio raggiunto in questo test è un mediocre 5/10. Ma abbiamo ancora il secondo quadrimestre per recuperare.
Sono ben sei le domande a cui più spesso è stata data una risposta errata:
Chi è quel Fedro da cui prende il nome un celebre scritto platonico?
Chi ha postulato «Possiamo anche dire che l’uomo diviene ciò che vede come Dio nelle cifre. La lotta dell’uomo per se stesso coincide con la sua lotta per Dio»?Come si chiama la donna che tradizionalmente ridusse Aristotele a farsi utilizzare come fosse un cavallo?
Chi ha scritto “Platone è meglio del Prozac”?
Chi ha scritto “L’Ideologia Tedesca”?
Quale filosofo descrivendosi ha detto «Su di me non posso dire assolutamente niente di semplice o solido senza confondere e mischiare tutto»?
Chi affermò: «Tutti i pregiudizi vengono dagli intestini. Il culo di pietra è il vero peccato contro lo Spirito Santo»?
Ci consoliamo pensando che sappiamo bene chi fosse Plotino e cosa significhi il concetto di Panta rei.
Siamo tutti promossi in letteratura! Il punteggio medio di questo test è 8,18/10 punti. Da Calvino alla corrente dell’estetismo, da Shakespeare ad Agatha Christie più dell’80% dei lettori ha dato delle risposte corrette!
I lettori di CulturaMente sono in generale dei lettori affamati: anche in questa materia si raggiunge un buon risultato con una media di 8/10 punti. L’unica domanda a cui solo il 40% ha saputo rispondere correttamente è la seguente: Quale tra questi non è un romanzo di Franzen?
Sufficienza anche in moda e cultura. Il 92.3% dei lettori sa quale fosse il profumo preferito da Marylin Monroe, il 70% conosce il marchio dell’abito da sposa indossato da Kate Middleton e la stessa percentuale sa con quale famoso stilista Lady D aveva stretto amicizia.
Le domande a cui ha risposto correttamente solo il 30% dei lettori sono quattro:
Ci becchiamo una sufficienza anche in musica. Le “frequent missed question” di musica sono tre:
Quale artista inglese ha intitolato i suoi album con il numero degli anni che aveva quando ha composto le canzoni ovvero 19, 21 e 25?
Qual è l’ultimo album registrato in studio dei Beatles?
“I’ll try anything once”, brano contenuto nella colonna sonora del film Somewhere di Sofia Coppola, è una canzone di quale rock band?
Al contrario le domande a cui oltre l’80% dei lettori ha risposto correttamente riguardano: la famosissima pop band deglianni ‘90 composta da cinque cantanti risoprannominate dalla stampa “baby”, “scary”, “ginger”, “posh” e “sporty”; l’anno di pubblicazione di “Girlfriend in a coma” degli Smiths; la band indie ha conquistato il terzo posto al Festival di Sanremo nel febbraio 2020.
Sulle serie tv i lettori sono molto ferrati, tanto che tutte le domande registrano un tasso di risposta corretta tra il 52,4% (quesito su Grey’s Anatomy) e il 95,2% (domanda a tema Skam). Il voto è discreto (7/10 punti).
Non sarà un caso visto che nell’ultimo anno, con la complicità del Covid, abbiamo passato le nostre giornate davanti a Netflix, Amazon e Disney plus.
Siamo bravissimi in teatro, materia in cui raggiungiamo un bel “buono”, con una media di 8 risposte corrette su dieci domande. Il lettore di CulturaMente si sa destreggiare in vari argomenti: dalla tragedia greca al teatro di narrazione, da Plauto a Edoardo De Filippo.
Rispetto al vitalismo plebeo di Accattone, vi è un elemento in più di rottura: il Trecento di Boccaccio o di Chaucer, o il tempo mitico delle Mille e una notte, cancellano completamente dall’orizzonte quella realtà borghese alla quale perfino nella riscrittura della tragedia greca veniva adombrato un posto di grande importanza dialettica, come fonte di abbruttimento della sacralità della vita. Questa umanità che vive in una “età del pane”, di bisogni corporali strettamente necessari che rendono necessaria la sua vita povera e precaria, cancella, con la sua presenza, l’esistenza dell’idiozia consumistica, in cui avviene la sostituzione feticista del godimento reale con il possesso del godimento. Nella cultura aneddotica, popolare, riduzione letteraria della tradizione orale dei tre testi da cui sono tratti i film della Trilogia della vita, non resta alcuna traccia del presente, ma nel regista non c’è neppure nostalgia per il passato: il passato è solo uno strumento di negazione totale del vuoto del presente.
Negli anni Settanta, Pasolini si concentrerà ancora di più sul tema dell’ἔρως, la sessualità dei singoli individui che voleva essere slegata da qualsiasi principio morale ed è essere totalmente libero ed anarchico nella sua espressione.
Per realizzare il suo obiettivo, Pasolini si serve non di opere minori, ma fa affidamento ai Grandi Classici della letteratura mondiale: Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle «Mille e una notte» (1974).
Tale trilogia, che lo stesso Pasolini definisce «della vita», rappresenta la sessualità come istinto vitale da cui bisogna ripartire per pensare in modo nuovo e migliore (ricordiamo che siamo negli anni ’70, la fine della stagione delle grandi utopie) alla funzione dell’uomo, della morale e della società.
Il Decameron (1971)
Trailer del film Decameron di Pasolini
Tratto dall’omonima opera di Boccaccio, il regista mette in scena nove storie, fra cui anche quella di un allievo di Giotto (interpretato dallo stesso Pasolini) che deve affrescare le pareti della chiesa di Santa Chiara.
Ma il Decameron di Pasolini non è lo stesso di Boccaccio: la capitale linguistica, in questo caso, non è più Firenze, ma la Napoli popolare. Tale scelta è da interpretare come un attacco diretto al politichese del giornalismo televisivo, cioè l’italiano della massificazione.
La struttura della pellicola è rigida: i nove episodi si intrecciano in due episodi guida, ovvero quello di Ser Ciappelletto prima, quello di Giotto poi. Tali episodi sono importanti perché riprendono tematiche tipiche della cinematografia pasoliniana.
Nel primo caso, Ser Ciappelletto ripropone la vicenda di Sant’Infame, un assassino e libertino che, in punto di morte, decide di farsi passare per santo; si riprende, dunque, il tema della santità non come elemento di bigotta religiosità, ma come impossibilità di distinguere la mistificazione dalla verità.
Nell’episodio di Giotto, al contrario, viene messo in evidenza il rapporto tra arte, vita e sogno in modo autobiografico. L'”artista Pasolini” vive nel suo sogno, da cui poi trarrà ispirazione figurativa, immaginando, in modo consono all’epoca del Trecento, la rappresentazione del Paradiso e dell’Inferno.
Ma cosa accade dietro le righe, nel mondo in cui si aggirano questi personaggi beffardi e liberi, pieni della loro vita? Molti episodi si concludono con la morte (Ciappelletto, TIngoccio, Lisabetta), o hanno a che fare (Andreuccio), per quanto in maniera blasfema o irriverente.
Con questa frase, Murri mette in evidenza come la morte sia un elemento onniprensente in ogni situazione, per quanto non sia mai accettata per quello che è: da una parte, Lisabella tiene la testa dell’amante ucciso nel vaso di basilico; dall’altra Tingoccio torna per descrivere al fratello le angosce dell’aldilà, ma poi lo libera sessualmente rivelandogli che nessuno terrà conto dei suoi peccati carnali; per non parlare poi della vicenda di Ciappelletto di cui sopra.
I racconti di Canterbury (1972)
Scena dell’inferno in I racconti di Canterbury di Pasolini
Tratto dall’opera omonima di Chaucer, scrittore medievale inglese; la storia che tiene insieme tutte le altre è il viaggio dello stesso Chaucer (interpretato da Pasolini) per andare ad onorare, insieme ad altri pellegrini, la tomba del santo arcivescovo di Canterbury Thomas Becket.
Per ingannare il tempo, i viaggiatori raccontano storie ed aneddoti; dei ventiquattro racconti di Chaucer, Pasolini ne sceglie otto, dandone una rappresentazione originale.
Rispetto al Decameron la forma evolutiva si fa volutamente più “sporca” e sperimentale (l’uso della cinepresa a mano diventa quasi un must) e i sentimenti diventano chiari sui volti dei personaggi (al contrario dell’ambiguità dell’espressione facciale di Maria Callas in Medea).
Il contenuto narrato, se paragonato a quello del Decameron, si estremizza ancora di più nella fusione, ormai indistinguibile, di sesso-amore-morte, nel recupero sempre più insistente del disgustoso e dello sconcio.
Il fiore delle «Mille e una notte» (1974)
Scena tratta da Il fiore delle «Mille e una notte»
Il film riprende la celebre raccolta di novelle arabe che assunse la sua forma canonica nel corso del Quattrocento; la trama consiste nell’impresa di un giovane alla ricerca della fanciulla amata, che poi si ritrova sotto mentite spoglie maschili. Tuttavia, all’interno della storia principale, ne sono contenute altre quattro.
Ultimo – ma, a mio avviso, il migliore – film della trilogia, Il fiore delle «Mille e una notte» porta un’atmosfera di straordinaria serenità. Come scrive lo stesso Murri:
Il sesso delle Mille e una notte è puro, liberato dai rapporti di possesso reciproco, ma anche dalla fissazione narcissica e masturbatoria del play-boy o della play-girl occidentali: questa libertà sessuale, agli antipodi della teoria della liberazione sessuale (coatta nella sua istanza protestataria), è l’emblema di una purezza interiore, di una cristallinità dei sentimenti che strappa il sesso dell’ambito dell’osceno.
In ogni storia rappresentata, il sesso non è morboso, ma l’atto si realizza senza inibizioni culturali: l’atto sessuale è inteso come dono, mezzo di scambio, bene prezioso.
«LA VERITÀ NON STA SOLO IN SOGNO, MA IN MOLTI SOGNI.»
Così un servitore, ad un tratto, dice alla principessa Dunja, sconvolta da un sogno premonitore; tale frase è indicativa di tutto il contesto onirico e magico in cui sono avvolte le vicende. Il filo rosso, che caratterizza tutte le storie del libro, è la tendenza all’utopia; come se, in un certo senso, la materia artistica iniziasse a diventare sempre più autonoma.
Per concludere, i tre film qui proposti vogliono sicuramente essere emblema della capacità – tipica di Pasolini – di rendere attuali opere lontane, mostrandone il messaggio importante che queste si portano dietro.
Tuttavia, non è da sottovalutare la difficoltà con cui esse sono strutturate: si consiglia, perciò, una visione attenta ed informata delle pellicole che, ad uno spettatore ingenuo, potrebbero non risultare del tutto accessibili.
Lorenzo Cardano
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Si chiude un anno scolastico interamente all’insegna della pandemia da covid-19. La parola d’ordine, fino ad anno scolastico inoltrato, è stata DDI (Didattica digitale integrata), diventata parte della vita di studenti, genitori e professori, dalla primaria fino all’università.
Questo sistema ha certamente cambiato il modo di interagire con il materiale scolastico, fattosi digitale, perché necessariamente ha dovuto rispondere a un contesto diverso da quello della classica aula. Cambiano dunque i rapporti tra compagni, tra studenti e docenti, e tra tutti e i libri di testo da sempre utilizzati a scuola.
Anche a livello istituzionale, si è diffusa l’idea di stimolare maggiormente la componente digitale della didattica, già approdata nelle aule tramite la LIM (la Lavagna Interattiva Multimediale); il nuovo rapporto con i libri scolastici permette una personalizzazione dell’esperienza scolastica nuova, sia dal punto di vista degli alunni, sia dal punto di vista dei professori: in tal senso, sono loro i soggetti capaci di produrre il nuovo materiale didattico, poiché questo – nel contesto della DDI – si è sganciato dal supporto fisico del libro, approdando al digitale.
Libri scolastici: saranno ancora necessari?
Insomma, si profila all’orizzonte un nuovo modo di fare didattica, forse più equo, ma che diversi, tra docenti e studenti, tendono a criticare, in quando, secondo loro, insufficiente ed eccessivamente dispersivo. Per molti professori, dunque, anche se le potenzialità del nuovo atteggiamento digitale sono molte, il libro di testo resta un elemento imprescindibile per una didattica sana e costruttiva.
Integrati con i nuovi strumenti digitali, saranno i manuali scolastici a continuare a essere il riferimento essenziale: all’avvio del nuovo anno scolastico, sarà dunque possibile consultare la lista dei libri scolastici su Amazon per procurarsi i testi selezionati dalle varie scuole unitamente ai dizionari di lingua consigliati per le diverse materie.
Questi testi saranno la base per rinnovare quella che sarà la scuola, un’esperienza condivisa e sociale. Di fatto, sono molti gli aspetti che la pandemia e la Didattica Digitale hanno compromesso, non relativi unicamente alla preparazione degli studenti.
La Didattica Digitale integrata: gli effetti
Se ai docenti è stato richiesto uno sforzo enorme per riadattarsi al nuovo contesto digitale, non è da sottovalutare l’impatto che la DDI nel suo complesso ha avuto su studenti di tutte le fasce d’età. Talvolta, il lavoro dei professori e dei maestri è stato frustrato proprio dal nuovo contesto domestico che, si stima, abbia ridotto a circa un terzo i risultati che sarebbero stati conseguiti in un contesto più tradizionale.
A favore della DDI va, invece, il merito di aver stimolato l’aggiornamento del corpo docente, che non può dirsi del tutto inutile in un tempo in cui il loro principale confronto avviene con i nativi digitali. D’altra parte, la divisione del lavoro in modalità sincrona e asincrona ha permesso di stimolare – specie con la tipologia asincrona – la maturità degli studenti, spingendo anch’essi a elaborare contenuti digitali, individualmente o in gruppi.
Delicate sono le difficoltà riscontrate nelle modalità sincrone, visti gli ormai noti problemi, che spaziano dalle distrazioni domestiche (dalle normali incombenze alle partite ai videogiochi) ai problemi di connessione (di cui alcuni studenti approfittano per evitare una domanda diretta da parte di un docente). Possono essere applicati alcuni accorgimenti, come quello di accendere la webcam o la videocamera del cellulare per dimostrare di essere davvero davanti lo schermo, ma talvolta si tratta di espedienti che lasciano il tempo che trovano, richiamando anche troppo da vicino dinamiche che si svolgono anche in presenza: lo studente è in classe, ma ha la testa da tutt’altra parte.
In sintesi, alcune problematiche della vita scolastica in presenza si attivano anche in DaD (o DDI): alcuni credono che esse risultino accentuate e che gli svantaggi superino gli svantaggi. Certamente, alcuni aspetti della vita scolastica (come la maggior competenza digitale richiesta a docenti e studenti) sono destinati a cambiare, mentre altri (come l’uso di libri di testo) sono destinati a restare.
Su Spotify è disponibile un nuovo podcast prodotto da Sky e dedicato a genitori e figli, il cui obiettivo è quello di insegnare come impedire ai bimbi di cacciarsi nei guai.
Le fiabe prudenti, il podcast
Nel corso dell’ascolto delle sette fiabe, il bambino o la bambina protagonista, avvertirà di trovarsi in una situazione di pericolo grazie al prurito al naso (anche per questo le fiabe sono “prudenti”). È creativo il modo in cui i protagonisti descrivono come il loro istinto dia l’allarme in caso di pericolo. Non è il prurito che viene quando ti cola il naso, non è neanche quello che ti viene quando ci sono i pioppi in fiore, non è neppure quello di quando ti metti le dita nel naso. È il prurito a catinelle come se ti stesse per piovere il naso o alla Giacomo Giacomo come se tremasse, o ancora a manovella come se la punta del naso si arrotolasse su se stessa.
I piccoli, e con loro i grandi, impareranno, come affrontare un incendio boschivo, memorizzando per esempio il 1515, ovvero il numero telefonico da contattare (con la fiaba “Naso a zig zag”) o una fuga di gas (la fiaba “Naso a manovella”), come comportarsi in spiaggia in caso di temporale estivo (come raccontato in “Naso alla Bersagliera”), o ancora si troveranno rinchiusi in un ascensore bloccato (nella fiaba “Naso a cento all’ora”).
In queste favole avvincenti i più piccoli possono imparare, intrattenendosi, che è pericoloso salire su tavoli o sedie posti vicino al parapetto del balcone; che è rischioso avvicinare all’acqua strumenti che funzionano con l’elettricità; che quando si rimane bloccati in ascensore è impossibile rimanere senza ossigeno e che se ci si sente mancare è per un attacco di panico.
Le fiabe prudenti, la recensione
Le fiabe prudenti è un podcast divertente, giocoso e al contempo utile ed educativo. I testi sono stati scritti da Stefania Andreoli, psicoterapeuta e autrice che lavora da sempre con l’età evolutiva e interpretati da Anna Foglietta, attrice italiana che ricordiamo per film come Il talento del calabrone, Perfetti sconosciuti, Genitori quasi perfetti. Il mio voto è cinque stelle su cinque. I racconti si ascoltano tutte d’un fiato e i dieci minuti per storia volano via in un battito di ciglia, lasciando l’ascoltatore con la voglia di immergersi subito nella fiaba successiva.
La storia di Alfredino Rampi
Sky ha voluto realizzare questo podcast che parla di sicurezza prendendo spunto dalle pillole di prevenzione del Centro Rampi, realtà impegnata quotidianamente da quarant’anni per la sicurezza dei bambini in attività di formazione e prevenzione nelle scuole, per dedicarlo ad Alfredino Rampi.
Sono passati quarant’anni anni dall’incidente di Vermicino, in cui moriva Alfredino Rampi, un bambino di soli sei anni caduto in un pozzo artesiano. Era il 10 giugno del 1981, quando il papà del piccolo chiamò allarmato la polizia perché il figlio non era rientrato a casa. Per salvarlo venne tentato di tutto. La Rai seguì il caso con una diretta lunga 18 ore. Il Paese si fermò: tutti rimasero con gli occhi appiccicati allo schermo, sperando in un lieto fine mai arrivato.
La vicenda di Alfredino Rampi ha segnato in maniera profonda sia gli italiani che l’hanno seguita all’epoca sia chi ne ha appreso i dettagli dopo. Tuttavia grazie alla forza dei genitori di Alfredino, Franca e Ferdinando Rampi, che fondarono il Centro Rampi, oggi tutti noi possiamo contare sull’esistenza della Protezione civile e sul suo lavoro.
Sky e Lotus, in occasione del quarantesimo anniversario, hanno prodotto la serie tv Alfredino – Una storia italiana, che è disponibile su Sky Cinema e Now Tv dal 21 giugno.
Valeria de Bari
E se hai voglia di scoprire nuovi podcast leggi i dieci podcast consigliati per l’estate 2021!
BeccoGiallo Editorenon delude neanche stavolta pubblicando “Vita da Pomodoro”, che porta la firma di sette donne.
Le magnifiche 7 fumettiste
Le protagoniste sono note e seguite per i loro webcomics: Miko, Kotopopi, Bibi, Laura Romagnoli, Sara Ferracuti, Silvia Carrus e Caterina Costa (Tomatocomics).
In questo super concentrato, buonissimo come il sugo fatto con i pomodori italiani, le fumettiste si mettono in prima linea raccontando le loro storie, in Italia e all’estero.
Tra un sorriso e l’altro, passano al crivello tematiche calde come l’emancipazione femminile senza dimenticare l’ordinaria amministrazione: come ci si comporta quando ci piace qualcuno?
Non sono una grande fan dei fumetti, ma ho letto con piacere Vita da Pomodoro. Mi sono ritrovata moltissimo in alcune delle storie, dalle difficoltà di andare a vivere da soli fino alla semplice voglia di essere come si è.
Calzante il titolo, perché nelle storie si sente forte il legame con l’Italia, con la famiglia, con la casa e le tradizioni. Si sente forte la difficoltà di diventare grandi, di accettarsi, di lasciare andare paure e pregiudizi: anche quando si tratta di depilarsi o meno!
Insomma, Vita da Pomodoro è il libro di fumetti che stavate aspettando se avete bisogno di una lettura leggera che vi faccia anche riflettere sulle piccole grandi sfide quotidiane che troppo spesso affrontiamo da soli per paura di essere giudicati, di non essere all’altezza, di essere sbagliati.
Un po’ come avevamo potuto già riscontrare nella pubblicazione di Takoua Ben Mohammed, sempre per i tipi del BeccoGiallo.
Le insicurezze a volte sono generate dal pregiudizio esterno, come nel caso di Takoua che racconta le sue avventure col velo in Italia, altre da quello interno, spesso derivante proprio dalla famiglia di origine.
«Mamma, Papà! Voglio diventare una fumettista!»
«Cosa abbiamo sbagliato? Dovevamo farti fare più sport! Come farai a pagarci la casa di riposo? Lo sapevo che dovevamo fare un secondo figlio!»
Che siano in buona fede o meno, che siano frutto solo della paura, i pregiudizi possono essere accolti col sorriso. Specialmente con i libri giusti sotto mano.
Hermione Granger è senza dubbio uno dei personaggi più ammirati e apprezzati dai fan della saga di Harry Potter. Non è difficile intuirne le motivazioni.
Hermione, con la sua intelligenza, la sua arguzia e il suo coraggio, smentisce lo stereotipo della “secchiona sfigata” a cui eravamo abituati e si presenta come una vera e propriaeroina moderna. D’altronde diciamocelo: senza di lei, il grande (ma un po’ sprovveduto) Harry Potter non sarebbe letteralmente sopravvissuto al primo anno di scuola.
Hermione Granger: i genitori e le origini babbane
Hermione Jean Granger, questo il nome completo, nasce in una famiglia di babbani, cioè non maghi. I genitori di Hermione sono dei semplici dentisti e, soltanto il giorno del suo undicesimo compleanno, scoprono di avere una figlia con poteri sovrannaturali e che per i successivi sette anni avrebbe frequentato la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Da quel momento, la piccola Hermione, fedele alla sua indole, inizia a informarsi, a leggere e a studiare libri di ogni tipo per conoscere quanto più possibile quel mondo a cui, fino ad ora, apparteneva inconsapevolmente.
Non è difficile immaginare come la Granger si distingua subito come “la strega più brillante della sua età”. La sua propensione per lo studio, l’intelligenza, la creatività e l’ingegno l’avrebbero resa un valido membro della casa dei Corvonero, caratterizzati proprio da queste qualità. Tuttavia, dopo alcuni minuti in più del normale, il Cappello Parlante smista Hermione tra i Grifondoro riuscendo a intravedere in lei il grande coraggio che la contraddistinguerà nella saga.
A Hogwarts, comunque, le sue origini babbane non passano inosservate: verrà, infatti, presa di mira da alcuni maghi “purosangue” e definita da Malfoy una “mudblood” ossia una “sanguemarcio”.
La purezza della razza in Harry Potter
La questione della “purezza della razza” è un tema ricorrente nei romanzi che, seppur declinato in un mondo fantastico fatto di magie e incantesimi, avvicina i giovani lettori ai problemi legati ai pregiudizi e alle discriminazioni. Il pubblico più adulto potrà interpretare tutto questo come un richiamo alla storia del periodo nazista, con un accostamento non troppo azzardato tra le figure di Voldemort e di Hitler. Se per quest’ultimo le “razze inferiori” da eliminare per preservare la purezza della razza ariana erano ebrei, omosessuali, zingari e disabili, per Voldemort erano da sterminare tutti i mezzosangue, i sanguemarcio, i babbani e i magonò. Entrambi si rendono così responsabili di un terribile olocausto. Inoltre, così come Hitler era tutt’altro che un ariano biondo, alto e prestante, anche Voldemort non rispecchiava il perfetto purosangue poiché il padre era un babbano privo di qualsiasi potere magico. Anche dopo la caduta di Voldemort, poi (così come dopo la morte di Hitler), le sue idee continuano a circolare tra i suoi ex seguaci e le loro famiglie, tra cui, appunto, i Malfoy.
L’evoluzione del personaggio di Hermione
Sin da subito, dunque, Hermione deve fare i conti con il razzismo e con le discriminazioni che si aggiungono alle insicurezze tipiche di una ragazzina di undici anni. Si tratta di problematiche estremamente attuali che poco hanno a che fare con magie e incantesimi. La piccola Granger, infatti, ci mostra che per affrontarle non è necessaria una bacchetta magica, ma basta un pizzico di determinazione, un’amicizia sincera e una passione smodata per la conoscenza.
Ciò che induce molti fan ad amare Hermione è poi l’importante evoluzione e crescita del suo personaggio. Inizialmente, infatti, appare chiusa in una rigidità fatta di libri e di regole, ma con il passare del tempo la sua mentalità diventa molto più flessibile. Capisce che gli eventi prendono spesso pieghe inaspettate e che talvolta vi sono delle priorità che prescindono dalle regole prestabilite. Rimane convinta che è bene rispettare le autorità, ma non quando queste ultime mettono a rischio la sicurezza e i diritti degli altri.
Hermione Granger e l’impegno sociale
Questa consapevolezza, unita alla sua profonda empatia, renderà inevitabile il suo impegno sociale contro le discriminazioni e le disuguaglianze. In particolare, Hermione si interessa della condizione degli elfi domestici, creature magiche schiavizzate dagli umani che possono essere liberate solo se il padrone regala loro un indumento. Anche a Hogwarts vivono degli elfi domestici che lavorano nelle cucine e Hermione decide di battersi per i loro diritti e di fondare un’associazione a favore della loro liberazione (il C.R.E.P.A.: Comitato per la Riabilitazione degli Elfi Poveri e Abbrutiti), cucendo per loro calzini e cappelli. Anche in questo caso J.K. Rowling utilizza questo espediente come metafora per parlare delle disuguaglianze e dello sfruttamento dei più deboli nel mondo contemporaneo. Così la tematica della lotta per i diritti uguali per tutti si presenta nei romanzi in modo leggero ma incisivo, capace di parlare ai lettori, soprattutto ai più piccoli facendosi spazio nelle loro coscienze in formazione.
L’attualità del personaggio di Hermione
Hermione Granger oggi avrebbe 41 anni e sarebbe attualmente Ministra della Magia nel mondo creato da J.K. Rowling. Un’altra conquista nella sua lotta contro le disuguaglianze e le discriminazioni. Hermione sarebbe, infatti, la prima persona a capo del Ministero del mondo magico ad avere origini babbane e ad essere una donna. Un po’ come se come presidente degli Stati Uniti venisse eletta una donna di colore: una vera rivoluzione!
The world is full of nastiness, but if we stand by each other it would be ousted
Titolo originale: Jagten Titolo internazionale: The Hunt Regia: Thomas Vinterberg Cast Principale: Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Susse Wold, Annika Wedderkopp, Lasse Fogelstrøm, Anne Louise Hassing, Lars Ranthe Nazione: Danimarca
Nel 2012, quattordici anni dopo Festen, Vinterberg firma il suo capolavoro, Il sospetto, un film che affronta un tema toccante e straziante, quello della caccia alle streghe. Il regista danese mostra come un uomo, Lucas, in un primo momento stimato e benvoluto, possa poi essere trattato come un perfido criminale da tutta, o quasi, la comunità di persone che lo circonda.
Presentato il 20 maggio 2012 al Festival di Cannes, il film ha riscosso un grande successo di critica e ha permesso a Mads Mikkelsen di vincere il premio per il miglior attore protagonista.
Il sospetto, la trama
Lucas è un uomo danese di mezza età che svolge la professione di educatore all’interno dell’asilo nido del suo piccolo paese, dove ha tanti amici e gode di grande stima da parte di tutti. Separato, ha un figlio che vive con la ex moglie con il quale ha un ottimo rapporto.
Un giorno la piccola Klara, figlia del migliore amico di Lucas, costruisce per lui un cuore di perline, scrivendogli anche una lettera “d’amore”. Lucas le dice che questo tipo di attenzioni dovrebbe riservarle ai suoi coetanei, ma una volta vistasi rifiutare dall’insegnante Klara nega di essere l’autrice del regalo.
Successivamente la bambina confiderà a Grethe, la direttrice dell’asilo, di odiare Lucas e descriverà il suo pene usando le parole sentite dagli amici del fratello, che stavano visionando materiale pornografico. Grethe, sicura del fatto che “i bambini dicono sempre la verità”, denuncia Lucas alle autorità che faranno partire le indagini per pedofilia. Basta il sospetto e l’uomo è tagliato fuori da tutto: l’intera comunità si ritrova unita contro di lui. La caccia, the hunt del titolo internazionale, ha inizio.
Il sospetto, la recensione
La legge è chiara: un uomo non può essere considerato colpevole fino a quando un tribunale non dichiari che ha commesso il reato al di là di ogni ragionevole dubbio.
Ma questo assunto non vale per la comunità in cui il sospettato vive: il popolo condanna, giudica e isola il presunto colpevole, prima ancora che venga stabilità la verità.
In questo film Vinterberg affronta il tema dell’innocenza di un uomo, che è, tuttavia, considerato un mostro. Il regista danese offre una critica aspra e amara alla società borghese, in cui un uomo diventa il capro espiatorio, il cervo ucciso in una battuta di caccia condivisa con i presunti amici (quelle stesse persone che ora insultano Lucas, lo picchiano, lo cacciano dal supermercato, se la prendono con il suo povero cane, lo minacciano lanciandogli pietre in casa).
Vinterberg affronta il tema dell’abuso sui minori capovolgendo la prospettiva: ne Il Sospetto la vittima non è un bambino, bensì un uomo ingiustamente accusato.
Nel finale cogliamo il senso più profondo del film: confermato colpevole o rilasciato dalle autorità competenti, “perdonato” o meno dal padre della bambina, tenuto ai margini o reintegrato nel gruppo, la reputazione di Lucas è irrimediabilmente rovinata.
3 motivi per vedere il film:
Il superlativo Mads Mikkelsen, che offre un’interpretazione memorabile e drammaticamente coinvolgente;
La tematica pruriginosa dell’abuso sui minori affrontata in modo inedito e critico;
La possibilità di guardarci allo specchio e riflettere sulla collettiva smania sociale di puntare il dito contro l’altro.
Quando vedere il film
Quando si è abbastanza sereni da poter affrontare un film che tratta di abusi sessuali su minori, presunti o reali che siano. In questo momento Il Sospetto è disponibile nel catalogo di Amazon Prime Video.
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Pablo Trincia e Alessia Rafanelli nel 2017 hanno realizzato un’inchiesta su una vicenda svoltasi negli oscuri anni ’90. Questa indagine giornalistica, che ha dato vita prima a un podcast e poi a un libro, ha fatto luce sugli eventi di abuso su minori e satanismo che si sarebbero verificati nella bassa modenese.
Veleno, la serie Amazon Prime
Da questo podcast prende origine la nuova docu-serie originale targata Amazon Prime Video scritta e diretta da Hugo Berkeley. Veleno è infatti una serie crime di cinque episodi, basata su una storia vera, che racconta uno dei casi di cronaca nera più aberranti della storia del nostro Paese: tra il 1997 e il 1998 sedici bambini sarebbero stati vittime di abusi sessuali svolti sia in ambito domestico che cimiteriale da parte di una sanguinosa setta satanica, formata dai componenti delle proprie famiglie, dai vicini di casa e dal parroco del paese. La stampa avrebbe definito le persone accusate “i diavoli della Bassa modenese”, espressione passata alla storia.
In realtà, come rivela la serie, il caso non è mai stato veramente chiuso.
Dopo numerosi gradi giudizio e cinque diversi processi, sembra infatti che la storia del satanismo fosse nata per suggestione.
Gli errori nelle indagini
Il caso si apre in seguito alle accuse mosse da alcuni bambini, che prontamente saranno allontanati dai propri familiari, in piena notte, e affidati ai servizi sociali. Nella Bassa si scatena il panico tra i genitori: c’è chi addirittura fa un briefing ai propri figli su come comportarsi se in piena notte qualcuno suona il campanello di casa. Ben sedici bambini infatti sono stati separati dalle proprie famiglie e non sono mai più tornati indietro, nonostante la legge italiana abbia riconosciuto l’insufficienza di prove per l’accusa di abuso durante il rituale satanico. Polizia e psicologi della Bassa modenese avrebbero infatti posto le domande ai bambini con tecniche sbagliate in grado di generare falsi ricordi. Partendo dal falso assunto che “i bambini non mentono mai” e dalla volontà di punire i colpevoli prima ancora che siano stati dichiarati tali, psicologi e assistenti sociali hanno causato letteralmente la distruzione di alcuni nuclei familiari, ferite psicologiche che tutt’ora sanguinano e vuoti emotivi.
I falsi ricordi
Il professor Stephen Ceci della Cornell University, psicologo di fama mondiale, ha fatto delle indagini sul tema dell’attendibilità delle testimonianze dei bambini. Uno dei suoi test più famosi, raccontato in Veleno, è quello della “trappola per topi”. Assieme alla sua equipe, Ceci ha incontrato una volta alla settimana alcuni bambini, con i quali parlava degli argomenti più vari. Nel corso di ogni incontro però, faceva una domanda, per una sola volta: “Hai mai messo il dito in una trappola per topi finendo in ospedale?”.
Inizialmente i bambini avevano risposto di no. Ma dopo aver sentito la stessa domanda per tre o quattro volte, alcuni bambini hanno iniziato a rispondere di sì e incoraggiati da altre domande, come “Chi è venuto con te all’ospedale?” o “Dov’è la trappola per topi in casa tua?”, avevano arricchito il racconto di dettagli facendo proprio un falso ricordo.
Quando poi gli psicologi spiegavano ai bambini che la trappola per topi in realtà non esisteva, e che era solo un test, il ricordo dell’episodio era ormai talmente innestato da essere diventato “vero” e in quanto tale indelebile.
I colloqui psicologici con i minori
Per approfondire meglio la gestione del colloquio, è doveroso fare un passo indietro con una premessa fondamentale. Il terreno sul quale ci si muove è molto delicato. Un lavoro carico di responsabilità e sofferenza nell’ascoltare e rivivere le storie dei minori. Non è facile prendere delle decisioni sull’allontanamento del minore dalla sua famiglia considerando che questo non ha la percezione di cosa stia realmente accadendo. Spesso poi, i minori tendono a colpevolizzarsi pur di salvare i loro genitori e di restare a casa. Altre volte invece, parlano poco, vengono forzati o indotti nel parlare e spetta al professionista filtrare ciò che è accaduto. Nella gestione dei casi, esistono due contesti paralleli: quello clinico e quello forense. In seguito a delle segnalazioni (da parte di familiari, amici, contesto scolastico…) e alle successive indagini, il minore viene allontanato dalla famiglia e collocato in una comunità dove, nel migliore dei casi, viene avviato un percorso di supporto psicologico e assistenziale. Per intenderci, nel caso della Bassa, erano gli incontri svolti dalla dottoressa Donati. Questo è l’ambito clinico. Quando invece la segnalazione arriva in procura, segnalando un possibile reato, qui operano gli psicologi forensi in supporto all’autorità giudiziaria. Questo è l’ambito forense.
È dal 1995, in seguito ad un convegno sull’abuso sessuale sui minori, che le figure professionali interessate nel colloquio fanno riferimento alla famosa “CartadiNoto“, un documento che fornisce le linee guida da seguire e applicare con minori presunte vittime di abuso, in caso quindi di esame psicologico del minore.
Questo documento nasce dalla collaborazione tra magistrati, psicologi, avvocati, criminologi e neuropsichiatri infantili. Obiettivo ultimo è quello di evitare il più possibile i codizionamenti dei minori in fase di colloquio. La storia ci mostrerà come il dottor Foti, con il suo metodo psicologico connotato da forte pressione e forzatura nei confronti del minore, verrà denunciato vent’anni dopo nel caso “Bibbiano” per ipotesi di reato, lesioni aggravate e forti violazioni della Carta di Noto.
Con un occhio attento, nella docu-serie Veleno, si nota come, anche nel 1997, non venivano rispettate le direttive della carta inducendo nel minore le risposte ma, onore al vero, mancano le prime registrazioni dei colloqui con i minori, fondamentali per definire l’approccio.
Perché guardare Veleno?
Allo spettatore è offerta l’opportunità di farsi un’idea sul caso grazie alle immagini di repertorio – trasmesse dai telegiornali e dai programmi d’inchiesta dell’epoca- e soprattutto grazie alle registrazioni dei colloqui tra i giudici, gli psicologi e i bambini.
Veleno è un documentario che riesce a dare una visione dei fatti più corale rispetto al già eccezionale racconto della vicenda fatto nel podcast.
La presenza di nuove testimonianze dei diretti interessanti – che si erano rifiutati di offrire il proprio punto di vista nel podcast – è sicuramente un valore aggiunto. La narrazione infatti offre un quadro a trecentosessanta gradi della vicenda, anche se trapela l’idea di fondo che gli errori giudiziari siano stati molti e che i colpevoli abbiano ricevuto delle accuse ingiuste.
Il decimo e ultimo episodio della quarta stagione di The Handmaid’s Tale è arrivato velocissimo. “The wilderness” mette il punto su una questione primaria, che forse può sembrare scioccante.
Nell’immaginario comune il lieto fine di questa brutta storia poteva essere il ritorno in famiglia e alla libertà. La verità è che ci sono cose che non si possono dimenticare, e questa serie ha sempre avuto come unico e primario protagonista il potere.
Tutto il resto è sempre venuto dopo: amore, passione, anche amicizia. June è sopravvissuta ed è riuscita a salvare molte vite per un unico motivo: è stata al gioco e ha capito come farlo suo. In questo episodio diventa evidente come la manipolazione finalizzata alla prevaricazione sia ancora una volta l’unico vero scopo dei protagonisti: ciascuno per i propri motivi, che siano religiosi, di comodo o basati sul puro senso della vendetta.
Mentre Fred asseconda Serena che gioca a fare la moglie e la madre per proteggersi, June non si dà pace: i Waterford non possono tornare a essere liberi. Cosa fare, allora? Come intervenire? Nel nono episodio Tuello proponeva di usare Fred come tramite per ritrovare Hannah: stavolta nemmeno questo riuscirà a distogliere June dal proprio obiettivo.
Non sono una buona madre
Incontentabile June, non ti basta proprio riavere la tua famiglia felice. Non ti basta aver ritrovato Moira, Luke e tua figlia Nichole. Perché non scendi a compromessi, e non fai in modo che Fred ti aiuti a ritrovare tua figlia?
I soprusi di Gilead riecheggiano troppo forti nella tua mente ferina. Dimenticare la violenza è impossibile, andare avanti è quasi inconcepibile. E June non è l’unica a pensarla così: se Moira scansa il passato, Emily non è della stessa opinione. Sarà proprio in questo episodio che tornerà la complicità tra le due donne, il tacito accordo di una vendetta che va consumata.
Intorno a loro, vorticano personaggi che hanno due strade di fronte a sé: possono guardare i fatti e aiutare, oppure fingere che questi sentimenti non esistano ed essere tagliati fuori.
Violenza porta violenza?
Visto che la vendetta in questo caso è cercata da donne vittime di violenza e abusi, è impossibile non immedesimarsi con la cronaca attuale e i movimenti femministi, che molto spesso hanno assunto delle declinazioni fortemente prevaricatrici nei confronti degli uomini. Il messaggio che dobbiamo cogliere quale sarebbe? Che violenza porta altra violenza, che è impossibile mandare giù il boccone amaro senza reprimere una parte di noi che lotta per uscire. Per tutta la quarta stagione sono state messe a confronto le donne che tacevano, che volevano andare avanti, con quelle arrabbiate, quelle che non volevano arrendersi. Il finale di The Handmaid’s Tale rincara la dose su questo punto. Si può andare avanti senza una cruda vendetta quando la giustizia non fa il suo dovere? È davvero possibile ricominciare a vivere una “vita tranquilla”?
La quinta stagione è confermata
Naturalmente ci sarà una quinta stagione: c’è da chiedersi cosa si inventeranno ora per allungare il brodo.
Alessia Pizzi
Le recensioni di tutti gli episodi della quarta stagione sono elencate qui:
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Omaggio di Zack Snyder già dal titolo, che ricalca proprio la saga che ha reso famoso il papà degli zombi, George A. Romero, scomparso il 16 luglio 2017, “Army of the dead” è disponibile su Netflix.
Dalla satira allo sparatutto
Chi ama il genere è cresciuto guardando e riguardando The Night of The Living Dead e poi ancora Dawn of The Dead, seguiti dai meno celebri Land of the dead e Diary of the dead. I fan di Romero avranno sicuramente visto anche il remake di Dawn of the dead firmato da Snyder nel 2004: un remake degno dell’originale, come poche volte è possibile affermare.
Le aspettative per questo Army of the dead, attualmente uno dei film originali Netflix più visti, erano quindi altissime. Sappiamo bene quanto il format zombie apocalypse sia stato maltrattato da film trash e senza carattere. Poche sono state le eccezioni dopo Romero, una su tutte sicuramente la saga di Resident Evil con Milla Jovovich, anche se con un gusto totalmente differente.
Perché Romero è così difficile da superare o anche solo da eguagliare? Il regista si espresse anche contro serie del calibro di The Walking Dead (che lo omaggiò con un episodio post mortem) proprio perché i suoi film avevano un approccio al tema zombi tutto particolare. Mi riferisco ovviamente alla satira politica e antropologica che Romero metteva in scena rendendo gli zombi a volte espediente per trattare temi come il razzismo, altre volte come metafora dell’essere umano abbrutito dal consumismo. Dawn of the dead ne è l’esempio più alto e si distacca fortemente dagli ultimi celebri film di genere, pensiamo a World War Z con Brad Pitt. Gli zombi non sono più una nicchia ormai e questo Romero non lo aveva accettato.
Army of the dead non ha questa pretesa sociologica, ma riesce comunque a proporre una trama originale; forse è questo il problema più grosso quando si racconta una apocalisse zombi: non raccontare sempre le stesse cose. Location d’eccezione una Las Vegas totalmente ricreata nel set: un gruppo di mercenari dovrà trovare una cassaforte e farsi strada nel regno degli zombi. I non morti che affrontano sono un mix tra quelli di Io sono leggenda e quelli di 30 giorni di buio. Snyder crea uno zombi differente da quello di Dawn of the dead, riproponendo ancora una volta il tema della riproduzione, come nel remake. Gli zombi di Snyder non sembrano più morti che camminano, ma quasi un altro tipo di creatura, in linea con gli infetti dei film sopra citati.
Nel genere dello sparatutto non manca comunque lo sguardo sensibile all’intreccio personale: in Army of the dead non c’è posto per la satira politica, ma c’è decisamente posto per il sentimento (e per le musichette in ascensore tanto amate dal regista).
Il film scorre senza annoiare e, a parte alcune scelte discutibili nello snodo della trama, è sicuramente consigliato. Resta il quesito iniziale: cosa avrebbe detto Romero? Secondo me non gli sarebbe piaciuto, ma qualcosa dovremo pur guardare ora che lui non è più dei nostri.
Il boom di grow shop degli ultimi anni ha sicuramente portato ad una richiesta molto più significativa di diversi strumenti adatti all’attività di fumatore. In alcuni casi si parla di strumenti sicuramente molto particolari, in altri di qualcosa di già noto ai più. Ma vediamo nel dettaglio quali siano quelli maggiormente richiesti.
I filtri e le cartine
Tra i gadget maggiormente richiesti troviamo sicuramente i filtri e le cartine. Ogni fumatore non può fare a meno di questi due strumenti essenziali. Può sembrare strano, forse a chi non ha molta dimestichezza con l’argomento, ma esistono dei filtri e delle cartine molto differenti sul mercato, in particolar modo per quanto riguarda la qualità dei materiali utilizzati per realizzarli. Basti pensare al fatto che dei materiali non di qualità eccelsa possono persino influenzare il gusto. Generalmente, si tende a credere che la carta più sottile sia, meglio è. Questo è vero, ma è anche vero che bisogna trovare una via di mezzo, perché risulterà sicuramente difficile poi rollare.
Grinder
Probabilmente ne avrai già sentito parlare, ma forse non sai di preciso di cosa si tratti. Stiamo parlando dei grinder erba. Si tratta di gadget molto richiesti e molto utilizzati dai fumatori, i quali consentono di tritare l’erba. E i più esperti sanno quanto sia importante questo strumento e quanto sia difficile scegliere quello giusto, visto e considerato che vi siano sul mercato tantissimi modelli differenti. In primo luogo la distinzione essenziale che viene fatta è quella relativa alle dimensioni.
Solitamente, quelli che si usano a casa possono essere anche di dimensioni più considerevoli, mentre se abbiamo intenzione di portarcelo per strada, allora si potrà optare per un grinder più piccolo. Ma non è tutto. Ci sono anche delle distinzioni in base al peso e alle componenti di cui è composto.
Bong
Fino a qualche anno fa si trattava di un gadget sicuramente poco conosciuto in Italia, ma ora le cose sono cambiate drasticamente. I bong sono ormai diventati indispensabili per molti. Questi possono essere scelti anche in base al design, al colore e allo stile, visto che il mercato è ricco di varianti.
Pipa
Anche la pipa risulta essere uno dei gadget più richiesti dai fumatori. Viene utilizzata principalmente quando finiscono le cartine o comunque quando non si ha tempo di rollare. Possono essere anche molto piccole e facilmente trasportabili in giro. Anche in tal caso, le differenze in base a colori, dimensioni e forme sono molto ampie. In particolare, quelle che vengono più apprezzate sono le pipe di vetro, anche se sono più fragili rispetto alle altre.
Supporto filtro
Un altro gadget molto particolare che però sta riscuotendo molto successo è il supporto del filtro. Si tratta di un sostegno che è pensato essenzialmente per i fumatori che non utilizzano il filtro. Oltre ad essere funzionali, sono molto pratici perché permettono di evitare di bruciarsi le dita e qualche volta anche le ciglia, mentre si fuma. Insomma, si garantisce sia la praticità che la sicurezza.
Tenebre e ossaè stata la serie tv più guardata su Netflix per alcune settimane dopo la sua uscita, lo scorso 23 aprile. Il suo successo ricorda molto quello di Bridgerton ed è stato confermato dal rinnovo per una seconda stagione, annunciata la settimana scorsa.
Parte del successo è sicuramente legato alla popolarità dei libri di Leigh Bardugo da cui è stata tratta la serie tv. Inoltre, si tratta di una saga fantasy che offre tutti gli elementi tipici del genere che sicuramente coinvolgeranno gli appassionati. È veloce da guardare visto che si tratta di soli 8 episodi di 50 minuti ciascuno (in media).Personalmente, l’ho trovata una bella scoperta.
Tenebre e ossa: la trama
Come ogni serie fantasy che si rispetti, anche Tenebre e ossa ha la sua geografia inventata. Il regno in cui si svolge la storia è quello di Ravka dove le persone convivono in modo più o meno pacifico con i Grisha, esseri umani dotati di abilità straordinarie di diverso tipo (noi la chiameremmo magia, ma nella serie si parla spesso di “scienza”). Il motivo delle ostilità sta nel fatto che un Grisha – noto con il nome di Eretico Nero – ha creato la Faglia, una zona oscura abitata da creature mostruose e letali che ha diviso in due il regno. Da secoli gli abitanti di Ravka stanno aspettando l’arrivo di un’Evocaluce, una persona dotata del potere di attrarre la luce che possa distruggere l’oscurità. Questa persona è Alina Starkov, un’orfana diventata cartografa che per salvare la vita del suo compagno d’infanzia Malyen “Mal” Oretsev dentro la Faglia rivelerà un potere a lei stessa ignoto.
Alina entra in contatto con il generale Kirigan, il capo dei Grisha, che vuole istruirla per renderla in grado di distruggere la Faglia e salvare così il popolo di Ravka. Da qui, Alina avrà modo di imparare non solo a gestire il suo potere, ma anche a conoscere se stessa e a rivedere alcune scelte del suo passato cercando nel frattempo di difendersi dalle minacce esterne… ma anche da quelle interne. Nella storia ci sono anche Kaz, Jaspere Inej, una banda che vuole presentarsi come cattiva e senza cuore, ma che rappresenta il vero cuore emotivo della serie.
(Da qui in poi, farò una serie di considerazioni sui personaggi, sulla storia e sui temi e ci saranno degli Spoiler. Quindi, se non avete ancora visto la serie, vi consiglio di tornare a rileggermi quando l’avrete fatto!).
Alina Starkov: l’eroina alla ricerca di sé
Soprattutto negli ultimi tempi, è abbastanza comune trovarsi di fronte a serie o film fantasy che hanno come protagonisti ragazzi o ragazze giovani e dotati di un grande potenziale che deve essere esplorato e padroneggiato. La cosa interessante di Alina è che quel potenziale è stato da lei stessa negato quando era piccola per non separarsi dal suo amico Mal. Il legame affettivo ha impedito alla giovane Alina di essere riconosciuta come Grisha e di prendere il suo giusto posto nel mondo. Ma, cosa ancora più importante, le ha impedito di vedersi per quello che è. Per tutta la vita, Alina è stata emarginata a causa dei suoi tratti fisici che ricordano quelli della razza Shu, paese vicino Ravka. Si è sempre sentita diversa, fuori luogo. L’unica persona con cui ha avuto modo di sentirsi a suo agio è Mal, ma questo ha significato perdersi ancora di più.
Durante il suo apprendistato per controllare il suo potere, Alina dovrà imparare a contare su se stessa e sulla sua forza. La tentazione di sostituire la presenza di Mal con quella di Kirigan sarà molto forte. L’identificazione con il generale sarà massima nel momento in cui lei sceglierà di vestire il suo colore (il nero). Ma neanche questa soluzione può essere veramente positiva o risolutiva per il personaggio. L’eroina deve imparare ad affrancarsi dal modello maschile e a rendersi indipendente.
Per trovare la sua forza e capire davvero ciò che può fare, Alina dovrà compiere un percorso molto tortuoso e difficile che la porterà anche a essere brutalizzata e perdere l’autonomia sul suo potere prima di vedere la luce dentro di sé.
Tenebre e ossa è una storia di crescita, di accettazione, di consapevolezza che ci regala un personaggio femminile molto interessante, anche se sicuramente da esplorare ancora nella futura seconda stagione.
Il fantasy
Tenebre e ossa ha tutti gli elementi caratteristici del genere nella sua forma più pura. Il buio si scontra con la luce, il potere con la compassione; il male è insidioso, ingannevole e seducente. A questo, si aggiungono i temi moderni e il bisogno di ricreare una società immaginaria che in un modo o nell’altro richiami quella odierna così da fornire spunti di identificazione e di riflessione. Troviamo il tema del diverso che viene emarginato a causa di un pregiudizio non solo nel personaggio di Alina, ma anche nei Grisha, la sua classe di appartenenza.
I temi d’attualità
Per creare un immaginario visivo che sia realmente inclusivo, anche in questa serie troviamo un cast multietnico e nella storia compaiono rapporti omosessuali. Per qualcuno potrebbero sembrare buttati là giusto per rispondere alle norme del politically correct. In realtà, però, non è detto che le storie d’amore debbano essere a carattere esclusivamente etero, quindi la cosa più giusta da fare è proprio realizzare delle storie in cui le coppie dello stesso sesso siano numerose e non costituiscano un’eccezione, perché così avviene nella realtà.
Inoltre, il personaggio principale che più di tutti è interessato da questo discorso, Jasper, è fondamentalmente quello che fa la cosa sbagliata nel momento sbagliato. Quindi, se mentre i suoi complici – Kaz e Inej – cercano di portare avanti il piano di rapimento dell’Evocaluce, lui si lascia prendere dal desiderio sessuale, non è importante se esso riguardi un uomo o una donna. Ciò che conta è che faccia qualcosa che porti lo spettatore a esclamare: “Ti prego, non lo fare!”. La scena coinvolge un uomo solo perché non dovrebbero esserci pregiudizi sui gusti sessuali di un personaggio, né dovrebbero esserci delle conseguenze in merito.
La solitudine
Al tema del diverso si accompagna sempre quello della solitudine. In realtà, si tratta di un argomento che ormai ci è molto caro per via di quanto stiamo vivendo da un anno a questa parte con il coronavirus. Ma la solitudine è anche ciò che caratterizza gli eroi e le eroine della storia. È vero che li vediamo sempre circondati di alleati e amici, ma alla fine solo loro possono prendere in mano il loro destino e farsi carico delle proprie responsabilità. Non c’è possibilità di dividere perché alla fine ognuno deve essere padrone/a di sé con le proprie forze.
Tenebre e ossa ci racconta questo in diverse figure a cominciare da quelle di Alina e di Kirigan. In quest’ultimo, poi, è anche presente una critica al maschilismo più subdolo e più insidioso che ancora oggi si avverte nella nostra società.
Il maschile e il femminile
Il rapporto tra il generale Kirigan e Alina è uno degli aspetti più affascinanti della serie. Complice anche l’alchimia tra i due interpreti (Ben Barnes e Jessie Mei Li), il legame tra i due è forte visto che si tratta di due esseri con un potere unico nel loro mondo. Tuttavia, si tratta di un rapporto tutt’altro che sano o positivo per la protagonista. Nonostante Kirigan sia animato da un suo sistema di valori di una certa rilevanza e nonostante riconosca in Alina la sua unicità, non è in grado di rispettarne la libertà. Il suo concetto di relazione non si basa sulla parità ma sulla dipendenza, ovviamente della giovane verso di lui.
Il generale è tra i pochi a non badare ai tratti somatici di Alina, ma non per questo si dimostra più rispettoso, anzi. La mette su un piedistallo fatto di mezze verità e nel momento in cui non la trova più disponibile ne prende il controllo.
Nella costruzione della storia lo sviluppo di questa relazione è ben fatto e c’è tanto che lo spettatore o la spettatrice potrebbe imparare a proposito di rispetto.
Tenebre e ossa: seconda stagione
Lo scorso 7 giugno è stata annunciata da Netflix l’arrivo della seconda stagione. Non ci sorprende, visto che i romanzi di Bardugo sono numerosi e il grande successo della prima serie.
Il cast tornerà al completo, ma non si sa ancora bene quando. Tenendo conto che le riprese non sono ancora state effettuate, bisognerà sicuramente aspettare il 2022 se non il 2023. Nel frattempo, avete tempo per recuperare le puntate. Se amate le storie fantasy, non potete perdervele.
Un altro giro (Druk in lingua originale) è un film del 2020 diretto dal regista danese ThomasVinterberg.
La pellicola, durante la serata degli Oscar 2021, ha vinto la statuetta al miglior film in lingua straniera.
Un altro giro, la trama
Martin, un professore di storia in una scuola superiore, scopre che le persone che lo circondano – i suoi studenti, i suoi amici e persino sua moglie – lo trovano noioso. In passato Martin, quando era più giovane, è stato un docente brillante e un marito appassionato, ma ora ha perso tutta la sua vitalità.
Una sera mentre Martin è a cena con i colleghi e amici Tommy, Nicolaj e Peter, anch’essi demotivati dalla routine della vita quotidiana, decide con loro di portare avanti un esperimento. I quattro vogliono dimostrare che la teoria dello psichiatra norvegese Finn Skårderud, secondo cui il corpo umano nascerebbe con un deficit alcolico pari allo 0,05% sia vera. Di conseguenza stabiliscono che dal giorno successivo assumeranno piccole quantità di alcol per colmare questo deficit e per migliorare il proprio rendimento professionale e la vita privata.
Martin perfeziona il metodo ispirandosi a Ernest Hemingway, il quale avrebbe detto che se un essere umano smette di bere alle 20:00 trova una sorta di equilibrio tra lavoro, vita privata e alcol. I quattro andranno così avanti con l’esperimento finché non decideranno di aumentare ulteriormente il tasso alcolico nel sangue, con conseguenze disastrose.
È inevitabile infatti che il bere rovini le carriere, i matrimoni e le relazioni in generale.
Un altro giro, la recensione
Vinterberg dirige un film sublime, affrontando un tema delicato in modo provocatorio. In Un altro giro, seppur siano evidenti le conseguenze dell’abuso di alcol, la regia offre anche un punto di vista inedito: bere moderatamente può aiutare a migliorare i propri rapporti sociali, a sentirsi a proprio agio in situazioni difficili, a eliminare le proprie ansie.
Vediamo una scena, per esempio, in cui un professore incoraggia un proprio studente a bere un goccio prima dell’esame in modo tale da sciogliere le preoccupazioni e, di conseguenza, la lingua.
Vinterberg parla allo spettatore della libertà di scelta, della possibilità di seguire il proprio istinto anche se si rischia di andare contro le convenzioni socialmente accettate. Un altro giro infatti non è un film drammatico, ma una pellicola che ci spiega le conseguenze tragi-comiche dell’assunzione di alcolici. Delicato e dolcissimo è il finale in cui Martin vola libero.
Il mio voto è quattro stelle su cinque.
Un altro giro, il remake
Un altro giro – Another Round in inglese – ha vinto l’Oscar al miglior lungometraggio internazionale, dopo aver trionfato nella stessa categoria ai Bafta. Del film sarà prodotto un remake in lingua originale inglese in cui il protagonista, interpretato magistralmente nella versione originale da Mads Mikkelsen, sarà LeonardoDiCaprio. Non è stato confermato nessuno come regista, né come sceneggiatore. L’unica cosa certa è che Vinterberg non sarà coinvolto in questo progetto, nonostante abbia già girato film in lingua inglese in passato.
Valeria de Bari
E se vuoi leggere le recensioni degli altri film candidati agli Oscar 2021 non puoi perdere gli articoli su Nomadland, The Father e Mank.
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Il Globe Theatre, con la stagione 2021, festeggia il suo 18° anno di età, diventando “adulto”.
Un teatro che non è mai sceso a compromessi, facendo cartelloni solo esclusivamente a tema shakesperiano. Fedeli, sperimentali, in dialetto, ma solo copioni firmati da William Shakespeare!
Grandi nomi sono collegati a questo palco, primo fra tutti quello del suo fondatore: Gigi Proietti. La sua scomparsa, avvenuta lo scorso novembre, ha generato una vera e propria ferita nel cuore artistico (ma soprattutto umano) nell’universo del Globe.
Il Teatro al centro di Villa Borghese è stata una creatura del Maestro, che lo aveva coltivato e sostenuto. Eppure, come affermava una nota canzone, “the show must go on”.
Lo scorso 7 giugno, in una conferenza stampa, prima di presentare la stagione del 2021, il Silvano Toti Globe Theatre ha annunciato che, in onore del fondatore, da quest’anno si chiamerà Gigi Proietti Globe Theatre Silvato Toti, affinché l’attore e regista romano rimanga ufficialmente per sempre legato a questo bellissimo teatro!
Sempre, poi, in ricordo ed omaggio dell’immenso Proietti, si è deciso di dar via alla stagione con uno spettacolo più volte presentato sul palco del Globe negli anni e che porta la firma del Maestro: Romeo e Giulietta, la cui tenitura sarà dal 30 giugno al 25 luglio.
Poi il calendario ha in serbo La dodicesima notte con regia di Loredana Scaramella, in scena dal 28 luglio all’8 agosto
A seguire, dal 10 al 15 agosto, ci sarà Il sogno di una notte di mezza estate, diretto da Riccardo Cavallo. Sarà poi il turno di Misura per misura, allestito da Giacomo Bisordi, coprodotto dal Teatro di Roma e dall’Accademia Silvio D’Amico (dal 19 al 29 agosto).
Dal 1 settembre fino al 5 andrà in scena Venere e Adone con regia di Daniele Salvo: spettacolo che tornerà in cartellone dal 9 al 12 settembre.
invece dal 17 settembre al 3 ottobre sarò il turno della commediaFalstaff e le allegre comari di Windsor, diretto da Marco Carniti. A concludere la stagione sarà Danilo Capezzani con il suo Pene d’amor perdute, in un weekend allungato dal 7 al 10 ottobre: anche qui si vedrà la coproduzione con la Silvio D’Amico.
Proseguiranno anche gli appuntamenti per i più piccoli, con la rubrica “Al Globe con mamma e papà“.
Tre spettacoli, sotto la direzione di Gigi Palla, renderanno dolci e fruibili anche ai bambini dai 4 agli 11 anni, trame come Riccardo III, Amleto e Re Lear, sotto forma di sequel, gialli interattivi e rivisitazioni.
Un anno quindi ricco, intenso e carico, che sicuramente il Maestro Proietti avrebbe apprezzato e condiviso.
Francesco Fario
Foto in evidenza: Ufficio Stampa del Gigi Proietti Globe Theatre Silvano Toti
Nato nel 1863 a Pescara, studia in una delle scuole più prestigiose del tempo, il collegio Cicognini di Prato. Esordisce a 16 anni con un libretto di versi, Primo Vere, e a diciotto anni si trasferisce a Roma per frequentare l’università: finisce per distrarsi presto, il nostro Gabriele, preferendo spendere la gioventù tra salotti mondani e redazioni giornalistiche. Ben presto, in un modo o nell’altro, si inizia a parlare di lui: la sue produzione, sempre più copiosa, suscita scandalo per l’erotismo esasperato ma la sua vita non è da meno; Gabriele sta divenendo già l’esteta con l’odio per la mediocrità.
Negli anni novanta, D’annunzio incontra Nietzsche: è ancora un incontro poco chiaro, nebuloso, di cui l’autore si serve per la sua letteratura. Il tentativo è quello di creare una vita che sia eccezionale, un’opera d’arte. Ed è tale, in effetti, la vita che D’annunzio trascorre nella villa della Capponcina, sui colli di Fiesole, tra i suoi mille oggetti stravaganti e artistici e in compagnia della bella Eleonora Duse. In realtà, pur disprezzando- apparentemente, sia chiaro- il denaro e le esigenze di mercato, gli scandali e le esibizioni eclatanti di sé e della sua scrittura ad altro non servivano che a vendersi meglio su quel mercato da cui, in teoria, voleva tenersi lontano.
Gli editori lo pagano sempre di più e sembra ugualmente non potergli mai bastare. Questa contraddizione non fu dall’autore, anzi dall’uomo, mai superata.
E ora quel mito di una vita all’estremo si accompagna anche a deliri di un attivismo politico. Ma che il nostro uomo sia interessato più ad un certo atteggiamento vitalistico ed energico che ad una vera ideologia politica è evidente a chiunque conosca la sua vita: se nel 1897 tenta infatti l’avventura parlamentare come deputato dell’estrema destra, nel 1900 passa allo schieramento di sinistra, commentando la sua scelta con un “Vado verso la vita!”.
Si dedica al teatro per far leva sulle folle ma non ne ha un reale bisogno: non è semplice ammirazione quella che l’Italia gli tributa ma un vero e proprio divismo. D’annunzio è ormai il vate, l’imitato, l’acclamato. Nonostante questo, nel 1910, inseguito dai creditori, lascia l’Italia per aver salve le penne. Torna solo perché la guerra mondiale gli offre un’occasione assai ghiotta: è l’azione eroica che da tanto aspettava. Deciso interventista, compie mirabolanti imprese come la beffa di Buccari, cioè un’incursione nel golfo del Carnaro con una flotta di motosiluranti, e il volo su Vienna.
Gabriele, teniamolo a mente, non si sporca mai del fango delle trincee ma preferisce il nuovo mezzo: l’aereo. Dopo la guerra è la principale voce della vittoria mutilata e si produce nell’ennesima folle impresa, questa volta in opposizione allo stato italiano, la presa di Fiume. Scacciato con le armi nel 1920, spera di poter essere un duce di una rivoluzione reazionaria ma è soppiantato da Benito Mussolini, il resto è storia. Il fascismo lo elogia a parole ma nei fatti lo confina nella Villa di Gardone, dove trascorre gli ultimi anni ossessionato dal vedersi invecchiato. Muore qui nel 1938.
Opere e pensiero: il verso è tutto
Nel D’annunzio degli inizi, c’è molto di Carducci: c’è il senso, tutto pagano, del forte e vitale. Nel giovane autore diventa fusione ebbra tra l’io e la natura. Apollineo sì ma anche Dionisiaco: non mancano zone d’ombra, momenti cupi, visioni confuse della morte.
Ma se da una parte c’è Carducci, dall’altra è evidente l’influenza del Verga delle novelle rusticane nell’opera d’annunziana “Terra vergine”: in uno scenario idillico, esplodono passioni violente, sia erotiche sia sanguinarie. L’intromissione dell’io narrativo, grande differenza col siciliano galantuomo, è evidentissima, ed è forte la fascinazione di un mondo magico, superstizioso e sanguinario. Anche le opere successive sembrano insistere su queste tematiche, delineando anche l’idea di una femminilità fatale e distruttrice.
Arriviamo però al concetto principale: il verso è tutto. Non esiste il male e il bene ma solo il bello che è valore supremo, culto. L’esteta rifiuta la realtà meschina e vive in una dimensione rarefatta di sublime e arte. Ben presto però l’autore si accorge di qualcosa non perdonabile: l’esteta è debole in questa sua finzione, non può davvero opporsi alle forze disgregatrici dell’Italia postunitaria e all’intraprendenza feroce della borghesia. La debolezza viene smascherata senza remore in Andrea Sperelli, protagonista de “Il piacere” ma anche alter ego di D’annunzio stesso con il quale lui adotta un atteggiamento impietosamente critico. Andrea è infatti un uomo dalla volontà debole, distrutto e svilito dalla stessa che lo lascia completamente privo di moralità.
Ed è qui che l’incontro con Nietzsche è fatale; per amor del vero, dobbiamo dire che molto del filosofo viene dallo scrittore banalizzato e, per così dire, forzato. Ad ogni modo, giusto o sbagliato che sia, Gabriele arriva ad esaltare il superuomo, la volontà di potenza, un uomo liberato e gioioso. Pochi esseri eccezionali riusciranno ad affermare se stessi, sprezzando le leggi comuni: si affermerà così una nuova aristrocrazia che sappia tenere schiava la moltitudine. L’immagine dell’esteta è inglobata in quella del superuomo e il culto dell’arte diventa uno strumento di dominio sulla realtà.
Titolo originale: Zuppa di pesce Regia: Fiorella Infascelli Soggetto e sceneggiatura: Fiorella Infascelli, Patrizia Pistagnesi Cast principale: Philippe Noiret, Chiara Caselli, Lou Castel, Lucrezia Lante della Rovere, Renzo Montagnani, Macha Méril Nazione: Italia Anno: 1992
Cenni di trama
Storia familiare, di adolescenza inquieta: Zuppa di pesce (1992) costeggia terreni paludosi, dissestati, eppure ha il pregio dell’equilibrio, di una sincerità mai affettata. Fedele alla regola secondo cui occorre parlare di ciò che si ‘pratica’, Fiorella Infascelli racconta del padre Carlo, del suo ruolo di patriarca sghembo, circondato da mogli, figli, amici e collaboratori. Sotto la maschera del fittizio Alberto Raganelli (cui presta il volto un ottimo, ma sacrificato, Philippe Noiret) si cela un uomo ombroso, in bilico tra estro e difficoltà economiche, che intesse con la figlia un rapporto di spigoli, irto di contraddizioni.
È la figura di Isabella (Chiara Caselli), alter ego della regista, il vero perno della narrazione, sebbene il genitore sia un motore immobile, la linea di demarcazione fra incertezza e norma. Spetta a lei il compito di ri-definirsi, di decomporre un’epopea personale destinata all’oblio, sommersa da dati fissi, mediati, relegati alla sfera pubblica. Il recupero del dato mnesico, spesso sottoposto a una serie di ‘costrizioni’ dettate dal sub-genere della commedia, del memoir, del racconto di formazione, impone un intento epistemologico teso alla comprensione dell’io, della sua metamorfosi osservata per tappe, attraverso frammenti e partizioni disorganiche.
Tra memoria e nostalgia
Il lavoro memoriale, già predisposto al filtraggio, procede lungo tre linee precise, che tengono insieme episodi distanti, emozioni disordinate: da un lato la rievocazione di un certo cinema, denso di citazioni ed estrinsecato dal padre (produttore temerario che «vende le intenzioni»); dal’altro l’effetto-nostalgia, le canzoni degli anni Cinquanta a fissare un periodo, quasi che l’oggi rimemorante abbia bisogno di spazi, di perimetri delimitati. Infine i colori, che il direttore della fotografia Acácio de Almeida fa virare all’azzurro, al pastello del mare, ai toni di un’estate assolata e ‘tipica’. Questa patina di revival, a tratti posticcia, fugge il rischio della mitizzazione e crea un collegamento emotivo riguardante il proprio destino; l’intento non è raccontare il passato bensì sfruttare le potenzialità del già fatto e rintracciare in esso le possibilità di crescita, il momento chiave della propria pacificazione.
La prima parte del film, con i trionfi del padre e l’infanzia di Isabella, colloca la bambina in uno spazio ideale, la casa delle vacanze affacciata sul Tirreno che domina, in verità, l’intera opera. Quest’area sospesa – dove regnano tensioni e riconciliazioni, invidie e affetti – segnata dall’odore di certi piatti, da pareti bianche e patii, è un luogo simbolico di rivendicazione, uno spazio del distacco – poi significativamente pignorato. La scoperta di sé, propria di ogni adolescente, procede in parallelo al ‘ricongiungimento’ familiare, al senso di unità che deriva da guai economici, rinsaldato vieppiù dalla salute di Raganelli.
https://youtu.be/UzqAtkAAejU
Crescita e trasformazione
Chiara Caselli, al meglio dei suoi moduli espressivi, dona a Isabella un’inquietudine spregiudicata, al limite fra timidezza ed esagerazione. Tutto è bianco e nero nel suo universo giovanile, e in quanto tale la realtà ricreata da Infascelli si presenta incasellata entro rigidi schemi, dando al ricordo un’aura ‘reale’, tipica di un’età vissuta per divisioni. Lo sguardo retrospettivo – meglio, il cogito dell’età adulta – consente l’edificazione di un’archeologia familiare, iniettata di tenerezza e di un’insolita linfa poetica, necessaria a gettare luce sulla propria storia, sul cammino del sé e della successiva definizione.
Le relazioni di cui un’identità si nutre, che la compongono a varie fasi, sono fissate dall’autrice in totale naturalezza, la stessa in grado di effigiare volti indimenticabili – in special modo femminili: la madre (Masha Meril), devota compagna e vittima degli umori, degli sbalzi economici; Anna (Lucrezia Lante della Rovere), figlia amatissima prossima al matrimonio (in realtà un modo per evadere); infine Isabella, la più moderna, la ragazza del ‘nuovo corso’.
Un mondo in estinzione
In quest’opera tenera e riposante, che affronta – evitandoli – tutti i rischi del suo genere (compiacimento di sé, rappresentazioni statiche, eccessiva indulgenza), il crescere donna durante il ‘boom’ economico si intreccia con il destino di una categoria umana, quella dei produttori un po’ macchiette un po’ cialtroni alle prese con la trasformazione, ormai in atto, dell’intero sistema Italia. Ne emerge un ricordo velato di nostalgia, l’indagine di un universo in estinzione, condannato – pur con toni lievi – al giudizio del presente.
Tre motivi per vedere il film
– La recitazione, le espressioni di Chiara Caselli
– La fotografia
– Il ricordo di un mondo sghembo, arruffone, comunque inimitabile
Quando vedere il film
In un pomeriggio d’estate, sull’onda del racconto e dei ricordi.
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È approdato il 26 maggio su Netflix il biopic su Roberto Baggio, per la regia di Letizia Lamartire: Il Divin Codino. Probabilmente il calciatore italiano più amato a livello nazionale, noto sulla scena mondiale per un evento su tutti: quel calcio di rigore mancato durante i mondiali negli Stati Uniti del 1994 contro il Brasile.
Il Divin Codino: poco calcio, tanta umanità
Se ci si approccia a questo film con gli occhi di chi ha visto “Il mio nome è Francesco Totti” o la miniserie televisiva “Speravo de morì prima”, dedicata sempre all’iconico capitano giallorosso, si rimarrà profondamente delusi.
Nei 92 minuti di questo biopic non c’è spazio per celebrare la vittoria di due Campionati italiani di Serie A, la Coppa Uefa della stagione 1992-1993, la Coppa Italia nel 1994-1995 e neppure per la conquista del Pallone d’Oro nel 1993.
Il messaggio che trapela fin dai primi minuti del film è chiaro: non è questa la sede in cui si vuole onorare il calciatore Roberto Baggio. Non è qui che si vedranno i celeberrimi goal che hanno segnato la storia del calcio italiano. Oggi, con questo film, si vuole parlare dell’uomo dietro il personaggio.
Certo la sfida non è stata delle più semplici. Perché quando vai a toccare un personaggio così caro al sentimento nazional popolare, il rischio di deludere le aspettative è sempre lì pronto ad incombere. E poi si sa, gli italiani non hanno tantissime cose in cui si identificano, ma il calcio, soprattutto la nazionale, è sicuramente uno di quei baluardi in cui riconoscersi anche se sei un “tifoso occasionale”. Ma quando vieni a conoscenza dell’uscita del film su Roberto Baggio, beh, le attese sono alt(r)e.
Il Divin Codino: la trama
Il film ripercorre in maniera veloce la vita di Roberto, uno di otto fratelli di una semplicissima famiglia di Caldogno, il cui grande scopo nella vita è quello di mantenere la promessa fatta al padre alla sola età di 3 anni: vincere i Mondiali di Calcio contro il Brasile.
Il talento calcistico giovanile, l’acquisto da parte della Fiorentina alla sola età di 17 anni, il primo infortunio che rischia di compromettere la carriera alla vigilia del suo trasferimento nel capoluogo toscano, il suo rapporto con la fede buddhista che lo mantiene vivo nei suoi momenti più bui. La rincorsa di un sogno: la vittoria dei mondiali che vede infrangersi nel luglio 1994 con quel calcio di rigore calciato troppo alto contro la nazionale brasiliana.
Il rimorso, altri infortuni e altre riprese affrontate con il cuore del leone di chi non molla mai e vive per raggiungere un sogno nonostante tutto. La rincorsa arrestata bruscamente per la convocazione ai Mondiali in Giappone. Il difficile rapporto con il padre che si ripercuote poi con quasi tutti gli allenatori e infine l’incontro salvifico con Carletto Mazzone.
Perché il Divin Codino non colpisce i cuori degli italiani?
Perché tutti potremmo essere il Divin Codino. Perché se non fosse per il titolo chiaramente evocativo, il film potrebbe parlare di un qualsiasi giocatore, di un qualsiasi uomo. Il Divin Codino lascia l’amaro in bocca a qualcuno, perché ognuno di noi potrebbe essere quell’uomo la cui carriera è minacciata da continui gravi infortuni con annessi rimorsi. Chiunque potrebbe essere quell’uomo che trova nella fede del Buddismo della Soka Gakkai la forza per combattere il suo karma negativo, il motore per rilanciare i propri obiettivi personali nonostante le innumerevoli difficoltà la vita gli mettesse davanti.
Il Divin Codino non fa centro nei cuori di una buona parte degli spettatori italiani, perché probabilmente non è facile accettare il dipinto oscurato e a tratti depresso dell’unico campione amato forse da tutte le tifoserie. Non fa centro perché da un certo punto di vista il racconto è decontestualizzato da alcune vicende calcistiche note. Il pallone d’oro, il rapporto tortuoso con Marcello Lippi, la rivolta dei fiorentini quando lascia i Viola per andare alla Juventus, le critiche relative all’incapacità di “fare spogliatoio”. Tutto ciò viene meno.
Se il raccontare l’uomo Roberto a discapito del campione Baggio rappresentava oggettivamente una scelta rischiosa, perché allora si è voluto intraprendere questo tortuoso percorso?
“Perché delle prodezze calcistiche di Baggio, Youtube è pieno. Noi volevamo raccontare una storia poco conosciuta, non fare una puntata di Sfide” – afferma Stefano Sardo, sceneggiatore del Divin Codino insieme a Ludovica Ramboldi.
“Il nostro obiettivo – continua Stefano Sardo – era quello di raccontare la storia di un uomo che ha un sogno fin da bambino, cioè vincere i mondiali contro il Brasile e che, a differenza di tanti altri, si trova a vivere davvero quella possibilità, ma la fallisce. Da qui il desiderio di rincorrere ancora una volta quel sogno con i Mondiali del Giappone, a cui si frappongono una serie di vicende, tra cui il secondo infortunio. A fare da eco all’oscuramento degli infortuni, al rigore mancato e all’affannosa corsa per il perseguimento di quell’obiettivo c’è la forza data dalla fede buddhista che rappresenta un po’ il suo super potere. Questa ci sembrava una storia davvero interessante da raccontare”
In conclusione, il vero merito del Divin Codino è quello di stravolgere il punto di vista, di vedere l’uomo oltre il calciatore, di ribaltare quell’immagine idolatrata. Perché, se consideriamo che tutta la vita di Baggio si sia svolta in ottica della vittoria del mondiale contro il Brasile e, il fatto stesso di non aver raggiunto l’obiettivo, fa di Baggio “un uomo che non ha vinto tutto”, come lo definisce lo stesso Sardo, che ha vinto tanto sicuramente, ma su cui di fatto grava la responsabilità di aver mancato la vittoria dei mondiali ‘94. Quindi potremmo dire che il Baggio del Divin Codino è un uomo “che ha non vinto tutto”, è un uomo pieno di fragilità, un uomo dai sentimenti contrastanti, un uomo che ha dovuto convivere con la sofferenza di un sogno mancato. Ma ciononostante, il Roberto Baggio del film è il calciatore più amato d’Italia, proprio per le sue fragilità.
E poi diciamoci la verità, se lo stesso Roberto Baggio, come ha dichiarato la figlia, ha pianto per tutta la durata del film, vorrà dire che sicuramente questo film ha toccato le corde giuste della sensibilità umana. Magari meno quelle dei tifosi.
Il nono episodio di The Handmaid’s Tale 4 è come il vaso di Pandora. Appena scoperchiato escono fuori tutti i mali.
Serena trema di fronte all’ipotesi di perdere la libertà, ma soprattutto di perdere suo figlio; Esther, la sposa bambina conosciuta in questa serie, è finita tra le mani di zia Lydia trasformandosi da moglie ad ancella; Luke sa che Hannah non ricorda più niente di lui e June. Paura, rabbia, disperazione: in fondo al vaso c’è la speranza, però.
Luke chiede a June di rivedere Nick. E non si capisce se lo faccia solo per avere informazioni su Hannah o anche per regalare a sua moglie un attimo di felicità. Non a caso le chiede di portare Nichole con sé. Ed è in questo episodio che assistiamo a uno dei momenti più belli della stagione, quello in cui June abbassa le difese, torna ad essere se stessa.
Vorrei aprire una parentesi sulle persone che ci ricordano noi stessi, se mai esista un “concetto di sé” realmente efficace. Mi spiego meglio: ci sono persone che hanno il potere di farci sentire al posto giusto, che non ci fanno mai pensare di dover essere altrove. La sensazione è inspiegabile e parte da dentro, generando una naturalezza che non è replicabile o simulabile. Questo accade quando June e Nick si incontrano. Questo non accade più quando June è con suo marito. L’attrice Moss ci offre questa ennesima emozione affiancata da un Minghella finalmente più sciolto, nei limiti delle circostanze. A tanta tenerezza risponde altrettanta crudezza: June deve tornare da Luke, Nick si rimette l’anello al dito. Un anello che sa di moglie, magari di figli, ma che sa davvero poco di legame o di felicità.
Malinconia a parte, una luce si accende su Hannah grazie a Nick, questa giovane donna che ora studia arti domestiche e vive in Colorado. Una ragazza da salvare o una figlia da lasciare andare? Dove si nasconde una verità, se esiste.
La Fede di Fred
“Abbi fede” dice Fred a Serena. E non mente: il signor Waterford non ha nessuna intenzione di lasciare sua moglie, o meglio, suo figlio, quindi ha deciso di raccontare tutto su Gilead in cambio della libertà. Un colpo di scena che ci fa temere per la sorte di Serena dopo il parto, ma che ci fa ben sperare di rivedere Hannah tra le braccia della sua famiglia. Fred, paradossalmente, potrebbe diventare l’unico tramite da June e sua figlia, ma soprattutto potrebbe essere l’unico genitore in libertà di suo figlio.
La Fede di Janine
Hannah sembra quasi una delle vittime più fortunate di Gilead a questo punto: non possiamo dire lo stesso di Esther, che non intende collaborare con Lydia finché non interviene Janine. Non sappiamo a che gioco stia giocando, ma sappiamo che Janine sa tirare fuori le sue armi quando serve. La sua fede è quella meno esplicita, è quella di chi deve sopravvivere.
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