Il Divin Codino: l’uomo che non ha vinto tutto

una scena tratta da il divin codino, film su roberto baggio

È approdato il 26 maggio su Netflix il biopic su Roberto Baggio, per la regia di Letizia Lamartire: Il Divin Codino.
Probabilmente il calciatore italiano più amato a livello nazionale, noto sulla scena mondiale per un evento su tutti: quel calcio di rigore mancato durante i mondiali negli Stati Uniti del 1994 contro il Brasile.

Il Divin Codino: poco calcio, tanta umanità

Se ci si approccia a questo film con gli occhi di chi ha visto “Il mio nome è Francesco Totti” o la miniserie televisiva “Speravo de morì prima”, dedicata sempre all’iconico capitano giallorosso, si rimarrà profondamente delusi.

Nei 92 minuti di questo biopic non c’è spazio per celebrare la vittoria di due Campionati italiani di Serie A, la Coppa Uefa della stagione 1992-1993, la Coppa Italia nel 1994-1995 e neppure per la conquista del Pallone d’Oro nel 1993.

Il messaggio che trapela fin dai primi minuti del film è chiaro: non è questa la sede in cui si vuole onorare il calciatore Roberto Baggio. Non è qui che si vedranno i celeberrimi goal che hanno segnato la storia del calcio italiano. Oggi, con questo film, si vuole parlare dell’uomo dietro il personaggio.

Certo la sfida non è stata delle più semplici. Perché quando vai a toccare un personaggio così caro al sentimento nazional popolare, il rischio di deludere le aspettative è sempre lì pronto ad incombere. E poi si sa, gli italiani non hanno tantissime cose in cui si identificano, ma il calcio, soprattutto la nazionale, è sicuramente uno di quei baluardi in cui riconoscersi anche se sei un “tifoso occasionale”. Ma quando vieni a conoscenza dell’uscita del film su Roberto Baggio, beh, le attese sono alt(r)e.

Il Divin Codino: la trama

Il film ripercorre in maniera veloce la vita di Roberto, uno di otto fratelli di una semplicissima famiglia di Caldogno, il cui grande scopo nella vita è quello di mantenere la promessa fatta al padre alla sola età di 3 anni: vincere i Mondiali di Calcio contro il Brasile.


Il talento calcistico giovanile, l’acquisto da parte della Fiorentina alla sola età di 17 anni, il primo infortunio che rischia di compromettere la carriera alla vigilia del suo trasferimento nel capoluogo toscano, il suo rapporto con la fede buddhista che lo mantiene vivo nei suoi momenti più bui. La rincorsa di un sogno: la vittoria dei mondiali che vede infrangersi nel luglio 1994 con quel calcio di rigore calciato troppo alto contro la nazionale brasiliana.

Il rimorso, altri infortuni e altre riprese affrontate con il cuore del leone di chi non molla mai e vive per raggiungere un sogno nonostante tutto. La rincorsa arrestata bruscamente  per la convocazione ai Mondiali in Giappone. Il difficile rapporto con il padre che si ripercuote poi con quasi tutti gli allenatori e infine l’incontro salvifico con Carletto Mazzone.

Perché il Divin Codino non colpisce i cuori degli italiani?

Perché tutti potremmo essere il Divin Codino. Perché se non fosse per il titolo chiaramente evocativo, il film potrebbe parlare di un qualsiasi giocatore, di un qualsiasi uomo. Il Divin Codino lascia l’amaro in bocca a qualcuno, perché ognuno di noi potrebbe essere quell’uomo la cui carriera è minacciata da continui gravi infortuni con annessi rimorsi.
Chiunque potrebbe essere quell’uomo che trova nella fede del Buddismo della Soka Gakkai la forza per combattere il suo karma negativo, il motore per rilanciare i propri obiettivi personali nonostante le innumerevoli difficoltà la vita gli mettesse davanti.


Il Divin Codino non fa centro nei cuori di una buona parte degli spettatori italiani, perché probabilmente non è facile accettare il dipinto oscurato e a tratti depresso dell’unico campione amato forse da tutte le tifoserie. Non fa centro perché da un certo punto di vista il racconto è decontestualizzato da alcune vicende calcistiche note.
Il pallone d’oro, il rapporto tortuoso con Marcello Lippi, la rivolta dei fiorentini quando lascia i Viola per andare alla Juventus, le critiche relative all’incapacità di “fare spogliatoio”. Tutto ciò viene meno.

Se il raccontare l’uomo Roberto a discapito del campione Baggio  rappresentava  oggettivamente una scelta rischiosa, perché allora si è voluto intraprendere questo tortuoso percorso?

“Perché delle prodezze calcistiche di Baggio, Youtube è pieno.  Noi volevamo raccontare una storia poco conosciuta, non fare una puntata di Sfide” – afferma Stefano Sardo, sceneggiatore del Divin Codino insieme a Ludovica Ramboldi.

“Il nostro obiettivo – continua Stefano Sardo – era quello di raccontare la storia di un uomo che ha un sogno fin da bambino, cioè vincere i mondiali contro il Brasile e che, a differenza di tanti altri, si trova a vivere davvero quella possibilità, ma la fallisce. Da qui il desiderio di rincorrere ancora una volta quel sogno con i Mondiali del Giappone, a cui si frappongono una serie di vicende, tra cui il secondo infortunio. A fare da eco all’oscuramento degli infortuni, al rigore mancato  e all’affannosa corsa per il perseguimento di quell’obiettivo c’è la forza data dalla fede buddhista che rappresenta un po’ il suo super potere. Questa ci sembrava una storia davvero interessante da raccontare”

In conclusione, il vero merito del Divin Codino è quello di stravolgere il punto di vista, di vedere l’uomo oltre il calciatore, di ribaltare quell’immagine idolatrata. Perché, se consideriamo che tutta la vita di Baggio si sia svolta in ottica della vittoria del mondiale contro il Brasile e, il fatto stesso di non aver raggiunto l’obiettivo, fa di Baggio “un uomo che non ha vinto tutto”, come lo definisce lo stesso Sardo, che ha vinto tanto sicuramente, ma su cui di fatto grava la responsabilità di aver mancato la vittoria dei mondiali ‘94. Quindi potremmo dire che il Baggio del Divin Codino è un uomo “che ha non vinto tutto”, è un uomo pieno di fragilità, un uomo dai sentimenti contrastanti, un uomo che ha dovuto convivere con la sofferenza di un sogno mancato. Ma ciononostante, il Roberto Baggio del film è il calciatore più amato d’Italia, proprio per le sue fragilità.

E poi diciamoci la verità, se lo stesso Roberto Baggio, come ha dichiarato la figlia, ha pianto per tutta la durata del film, vorrà dire che sicuramente questo film ha toccato le corde giuste della sensibilità umana. Magari meno quelle dei tifosi.

Sara Alvaro

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