A Quiet Place, accetta il gioco del silenzio se non vuoi morire

A Quiet Place

Credo che uno dei più grandi misteri del cinema sia scoprire l’elemento che rende un film grande.

Ce ne sono tanti, naturalmente. E se tutti li conoscessero, se fossero così chiari, si farebbero soltanto grandi film. Talvolta per capire l’elemento decisivo non serve nemmeno scervellarsi troppo: basta un’idea, una singola idea, e anche una storia semplice, vista e rivista, può fare il salto di qualità.

Ecco, quest’ultimo caso si adatta perfettamente a A Quiet Place. Perché diciamolo subito, il film di John Krasinski è un grande film. Lo è pur essendo semplicissimo – o chissà, forse proprio per quello – e avendo al centro essenzialmente una singola idea che cambia tutto il resto.

L’horror, non a caso, è un genere semplice se ci pensate bene. La premessa del film è chiara: c’è stata una qualche invasione aliena, non è mai specificato come e perché, e gli essere umani devono sopravvivere come meglio possono in questo scenario post-apocalittico senza alcuna via di salvezza. Non ci sono battaglie, non ci sono politici, al centro c’è una famiglia che deve cavarsela.

Proprio qui, però, entra la singola idea illuminante che cambia tutto.

Gli alieni sono attirati dal suono, dai rumori. Sono ciechi, e l’unico modo che hanno per uccidere e distruggere – fanno solo quello, senza uno scopo o un fine più grande apparente – è sentire un rumore e avvicinarsi alla fonte di quel suono.

L’idea, come sottolineato, cambia tutto. Il silenzio è protagonista assoluto del film, non potrebbe essere altrimenti. I nostri protagonisti non possono fare rumore, non possono parlare tra loro, camminano a piedi scalzi sulla sabbia per non far sentire i passi e hanno preparato un bunker a prova di rumore. Il fatto che la figlia sia sordomuta, e quindi tutti in famiglia abbiano imparato a comunicare col linguaggio dei segni, aiuta non poco.

In pratica, Krasinski ha costruito un film minimal, quasi muto, sposato con l’esigenza dell’horror. La forza di A Quiet Place è proprio quella di essere calibrato perfettamente, ricco di tensione e capace di non perdere mai di vista la necessità del genere, ovvero infondere nello spettatore la percezione che in ogni scena, ogni minuto, possa succedere qualcosa non di brutto, ma di veramente terribile. Pur senza basarsi sul ritmo A Quiet Place mantiene intatto un senso di urgenza che lo rende vitale dall’inizio alla fine.

È un film che terrorizza A Quiet Place, indubbiamente. Soprattutto, terrorizza a livello empatico: come potremmo mai riuscire noi essere umani a sopravvivere dovendo fare stare zitti?

Quella di sfruttare il silenzio è un’idea geniale dal punto di vista narrativo e della messa in scena: in un genere che si basa su rumori e urla, questi sono tolti mantenendo intatta l’asticella della paura. Inoltre, e qui c’è il salto di qualità, optare per il silenzio in un mondo ricco di suoni e rumori, spesso fastidiosi e inutili, è quasi un manifesto intellettuale. Anzi, diventa quasi una richiesta d’aiuto.

Infatti, seppur non so quanto consapevolmente, A Quiet Place è anche un esperimento terapeutico. John Krasinski ha scritto e diretto un film con protagonista una famiglia. Lui è l’uomo di casa, e la moglie è interpretata da Emily Blunt, sua moglie anche nella vita reale. I rumori artificiali che circondando il nostro mondo reale hanno contribuito alla bolla dell’incomunicabilità relazionale. Ora vediamo una famiglia, sia vera sia fittizia, che non può parlare, non può comunicare. La chiave di lettura è palese, no?

In novanta minuti coincisi senza un filo di grasso, senza spiegoni ridondanti, senza scene inutili o momenti noiosi, A Quiet Place raggiunge il proprio scopo. E forse fa pure qualcosa di più. Non so se Krasinski abbia avuto semplicemente un’idea brillante o diventerà una nuova voce del genere, ma di sicuro per il momento ha creato un futuro cult.

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 Emanuele D’Aniello

Emanuele DAniello
Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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