Quando ho scelto La disciplina di Penelope di Gianrico Carofiglio per il nuovo appuntamento dei Postumi Letterari avevo voglia di leggere un giallo ben scritto.
I gialli, pur essendo generalmente considerati letteratura di consumo, hanno il grande merito di catturare l’attenzione del lettore o della lettrice grazie a storie misteriose e spesso inquietanti. In questo genere non vengono portati avanti grandi temi, né lo scopo principale dell’autore o dell’autrice è quello di far riflettere il pubblico su qualcosa. I personaggi principali sono delineati in maniera generale, non ne viene approfondita la psicologia se non quanto basta per risolvere il caso. Al centro di tutto c’è l’indagine che mette alla prova le capacità logico-deduttive del/la detective di turno e anche di chi sta leggendo. La critica letteraria di stampo neuroscientifico studia lo stile del giallo e le reazioni che comporta nel cervello umano. Il mistero da risolvere non è altro che un problema a cui ciascuno di noi deve applicare le proprie conoscenze e abilità.
Insomma, nonostante quello che a livello accademico si dice dei gialli, si tratta di un genere appassionante. Ovviamente se scritto bene. Prendiamo i libri di Agatha Christie: sono dei piccoli capolavori e chiunque abbia la passione per la lettura dovrebbe conoscere almeno i suoi romanzi più famosi (Dieci piccoli indiani e Assassinio sull’Oriente Express, ad esempio).
Per il club del libro di CulturaMente avevo proposto la nuova uscita di Carofiglio per Mondadori. Ho subito detto di non conoscere direttamente l’autore, anche se tutti me ne hanno sempre parlato bene anche come giallista. Pensavo che sarei andata sul sicuro. E invece è stato un po’ come ordinare un buon vino bianco e ritrovarsi il tavernello.
Video recensione
La disciplina di Penelope: trama
La disciplina di Penelope è ambientato a Milano. La Penelope del titolo è una ex pubblico ministero caduta in disgrazia dopo un incidente di cui lei continua a ritenersi responsabile. Lo stile di vita della protagonista è chiaramente improntato all’autodistruzione: passa dal letto di uno sconosciuto a un altro, beve e fuma molto, non vuole ascoltare i consigli degli amici né uscire dall’apatia della sua esistenza.
Un giorno, però, viene contattata dal signor Rossi che vuole assumerla come investigatrice privata per indagare sull’omicidio della moglie avvenuto un anno prima. Proprio il marito era stato il principale sospettato, ma in assenza di prove il procedimento era stato archiviato. Per dare giustizia alla defunta, ma soprattutto per potersi presentare alla figlia come un uomo innocente, il signor Rossi vuole tentare un’ultima possibilità.
Nonostante i tentennamenti iniziali, Penelope alla fine riuscirà a fare luce sul mistero e a consegnare l’omicida alla giustizia.
Cosa non funziona
Il romanzo è scorrevole e si legge nel giro di poche ore o giorni, ma una volta completato si rimane abbastanza delusi dall’esito. Non c’è un momento di tensione o di suspense e niente è sorprendente o inaspettato. Tutta l’indagine si svolge in modo lineare grazie a un grandissimo colpo di fortuna (chiamiamolo così).
È un giallo a tutti gli effetti, ma manca quel sostrato indispensabile per rendere la storia veramente accattivante e indimenticabile. Nulla incuriosisce davvero né si riesce a partecipare mentalmente a ciò che sta succedendo. Quella che dovrebbe essere una difficile caccia al tesoro si risolve nel giro di due capitoli da poche pagine ciascuno.
Una lettura poco impegnativa, ma anche priva di qualsiasi tipo di coinvolgimento.
I personaggi
Ci sono libri in cui la trama è debole, ma i personaggi sono molto interessanti. Non è questo il caso.
Non dovrebbe essere così visto il titolo e la sinossi stampata sul volume che assicura:
“Un personaggio che rimane a lungo nel cuore, ben oltre l’ultima pagina del sorprendente finale”.
Il mistero che più intriga all’interno del libro non è quello relativo al giallo, ma quello relativo alla protagonista. Si è curiosi di sapere che cosa sia successo a Penelope e perché sia diventata così arrabbiata, anaffettiva e isolata. Non è dato saperlo. Chissà se non verranno pubblicati altri romanzi con lei e se la sua storia sarà rivelata nei prossimi anni. Ma questo non giustifica il trattamento superficiale che le è riservato nelle pagine del libro.
Poteva essere molto interessante vedere un percorso di crescita parallelo alla risoluzione del caso. D’altro canto, Penelope si ritrova a seguire le orme di un’altra donna, Giuliana, e più volte la scrittura lascia intendere che si tratti di un romanzo al femminile in cui il dialogo tra donne è privilegiato. Sì, non è certo una novità, ma avrebbe avuto più senso a livello narrativo.
Così ci ritroviamo davanti a una donna traumatizzata con cui non riusciamo a empatizzare e di conseguenza la guardiamo muoversi alla ricerca dell’assassino del tutto indifferenti alla sua sorte, un po’ come fa lei con se stessa.
Se questa è la protagonista, figuriamoci gli altri personaggi. Sono tutti piuttosto piatti, poco sviluppati e di scarso impatto. Non è insolito in un giallo, come dicevamo all’inizio dell’articolo, però di certo non contribuisce a rendere il libro meritevole.
Lo stile
Il punto di forza di La disciplina di Penelope è proprio lo stile. Carofiglio scrive bene, non si può negare. Le sue frasi sono brevi, scorrevoli e incisive (a differenza della narrazione e dei personaggi). Tra i suoi meriti c’è anche quello di fare attenzione al problema del linguaggio di genere. La cosa più interessante di tutta la trama è l’indovinello grazie al quale Penelope arriva alla soluzione (trovato casualmente sfogliando un libro di logica in libreria) che potrebbe tranquillamente essere usato oggi per spiegare quanto è importante declinare i termini al femminile e come quello che viene definito un “maschile neutro” in realtà non lo sia.
Nonostante questo, leggendo si ha la sensazione che Carofiglio non riesca a empatizzare con il mondo femminile. Al di là di alcuni commenti generalisti e un po’ stereotipati su come le donne notano i dettagli e sulle loro fisse, non è riuscito a penetrare la profondità della psiche del suo personaggio, rendendo tutto molto superficiale.
Chi (non) dovrebbe leggere La disciplina di Penelope
Onestamente, non vi consiglierei la lettura di questo libro perché credo che ci siano altri libri che meritano di più (anche dello stesso autore a quanto sento dire). Tuttavia, se proprio volete qualcosa di disimpegnato che vi faccia compagnia la sera prima di andare a dormire, La disciplina di Penelope fa al caso vostro. In generale, non lo farei leggere a un pubblico adolescenziale, né a chi non ha mai letto nulla di giallo. Non è così che dovrebbe avvenire l’imprinting!
La disciplina di Penelope e i Postumi Letterari
Per chi se lo fosse perso, ricordiamo che Postumi Letterari è il bookclub di CulturaMente che nasce per condividere insieme ai nostri lettori la passione per la lettura. Ogni mese leggiamo un libro insieme e per poi commentarlo in un video in diretta.
Per il prossimo mese, proviamo a risollevarci un po’ con Later, il nuovo romanzo di Stephen King. Chi volesse partecipare, non deve fare altro che leggere il libro entro il 25 giugno!
Un anno dopo: il secondo volume
A un anno di distanza dalla lettura di La disciplina di Penelope abbiamo letto anche il secondo volume, Rancore. Ecco la recensione.
L’artista inglese Damien Hirst sfida gli iconici spazi della Galleria Borghese con una mostra che farà parlare a lungo di sé
È straordinaria la capacità della mostra “Archaeology Now” di Damien Hirst, ospitata all’interno dell’altrettanto celebre Galleria Borghese, di mantenere un perfetto equilibrio tra iconoclastia e rispetto nel rapportarsi con alcune tra le opere giustamente più famose della Storia dell’Arte. Del resto, stiamo parlando di un artista che ha sempre sfruttato a suo vantaggio provocazioni plateali e costosissime: squali tigre in formaldeide, un teschio di platino che esibisce una dentatura autentica ed è ricoperto di diamanti, monumentali installazioni e sculture tese a esplorare i grandi temi dell’umanità, interrogarsi sui valori della società, esorcizzare con spettacolarità la morte, mescolare con sapienza il concetto di vero e falso.
Chi nel 2017 aveva avuto l’occasione di ammirare la ciclopica “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, con ben due sedi espositive veneziane – Palazzo Grassi e Punta della Dogana – a farle da scenario, forse credeva di aver visto tutto. Si sbagliava: Damien Hirst lancia una sfida artistica ancora più grande.
Un incontro impossibile: Damien Hirst dialoga con l’Arte Antica, Bernini, Canova e Caravaggio
Sebbene la capacità di generare una narrazione credibile nella sua inverosimiglianza sia divenuta per Hirst una cifra stilistica riconoscibilissima, con la mostra “Archaeology Now” l’artista inglese esibisce una ὕβρις che in pochi possono permettersi. Caricando sulle spalle delle proprie creazioni tutto il peso del luogo dove si formò una tra le collezioni più invidiate e ambite di sempre: quella di Scipione Caffarelli Borghese. Che ancora oggi può vantare capolavori quali i gruppi scultorei “Apollo e Dafne”, “Enea, Anchise e Ascanio”, “Ratto di Proserpina” di Gian Lorenzo Bernini, “Paolina Borghese Bonaparte come Venere vincitrice” di Antonio Canova o quadri come “Giovane con canestra di frutta”, “Autoritratto in veste di Bacco (Bacchino malato)”, “Madonna dei Palafrenieri”, “Davide con la testa di Golia” di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Per non parlare di tutta la statuaria antica, gli affreschi, i materiali pregiati scelti per decorarne le stanze che rendono la Galleria Borghese non un semplice museo ma un’opera d’arte in sé.
Un eccesso dichiarato che non teme confronti
Coerentemente con le vicende della sua fondazione – il gusto eclettico e la spregiudicata brama di possesso di Scipione Caffarelli Borghese, forte del titolo di cardinal nepote grazie all’ascesa al soglio pontificio di Paolo V – già di suo la Galleria Borghese rappresenta una vera e propria immersione nel mondo dell’Arte: per il visitatore moderno le cose da vedere sono quasi sin troppe rispetto allo spazio che le contiene. Se a ciò si aggiungono il piacere della contaminazione e il vizio dell’esagerazione tipici di Damien Hirst, il rischio di venire travolti da un’orgia kitsch appariva reale.
Invece l’artista inglese mette in scena con grande intelligenza le proprie creazioni, trasformando difetti in pregi e riuscendo a dialogare con alcune tra le opere più rinomate al mondo senza svilirle né sminuire le proprie: i due “Cerberus” del 2009 si pongono con grande coraggio di fronte allo stesso soggetto alla base del “Ratto di Proserpina”, aggiungendo qualcosa all’arcinoto capolavoro del Bernini senza togliergli nulla. Lo stesso accade con “Two Large Urns” del 2010, i cui animali in marmo di Carrara fantastici e non finiscono per decorare magnificamente la sala come fossero qui da sempre. Persino opere marcatamente più chiassose come “Grecian Nude” del 2013 o “The Diver” del 2014 riescono a sposarsi con quanto hanno intorno, fosse anche una testa colossale dell’imperatore Adriano.
Giocare con “Archaeology Now” a lasciarsi ingannare
Più sale della Galleria Borghese si attraversano più si ha voglia di prestarsi al gioco suggerito dalla mostra di Damien Hirst: ecco, allora, ritrovarsi a immaginare cosa pensa la Paolina Borghese eternata da Bernini come icona di bellezza delle due file di “Grecian Nudes” del 2012 che la scrutano senza volto; domandarsi se il multiforme “Proteus” del 2012 si trova a suo agio con statue di divinità ben più antiche; aver voglia di chiedere alle “The Severe Head of Medusa” se ritrovano una qualche assonanza del loro mitologico dramma nel serpente schiacciato contemporaneamente da Gesù e dalla Madonna o nella testa mozzata di Golia dipinti da Caravaggio.
Ovviamente immancabili le opere che puntano al sensazionale, tra cui val la pena citare: “Extraordinarily Large Museum Specimen of Giant Clam Shell” del 2010 non solo per il formato ma per la maestria del ricreare pittoricamente la superficie autentica di una conchiglia in realtà di bronzo. O il mastodontico gruppo “Hydra and Kali”, posizionato scenograficamente all’esterno per sbalordire chi si inoltra nel Giardino Segreto dell’Uccelliera. Infine l’evitabile “The Minotaur” in granito nero del 2012: la statua rappresenta il leggendario figlio di Pasifae, generato con un toro, impegnato a stuprare una donna. Opera che appare gratuitamente provocatoria rispetto al contesto in cui è inserita.
Perché visitare la mostra di Damien Hirst presso la Galleria Borghese di Roma
Per venire trascinati in un vortice di stimolanti rimandi, cogliere la sfida di un artista la cui ambizione declinata in installazioni, sculture e dipinti sembra non conoscere limiti, sperimentare in prima persona come anche le opere più conosciute possano rivelare ulteriori significati se ben accompagnate. La mostra “Archaeology Now”, resa possibile grazie alla generosità di Prada, è visitabile fino al 7 novembre 2021.
Finalmente qualcosa di nuovo che porta il segno della scrittura femminile. Un’onda anomala quella della scrittrice siciliana Marilina Giaquinta, autrice di Non rompere niente per Euno edizioni, che scombina e ravviva la parola scritta supportata dalla ricerca letteraria in chiave antropologica.
Non solo Camilleri e Pirandello quindi, la Sicilia è profondamente femminile nelle viscere della sua essenza, madre di figlie ribelli proprio come la Giaquinta che maneggia con mestiere un lessico antico dalla grande ricchezza simbolica e semantica.
Non rompere niente è un romanzo da leggere come paradigma di un filone artistico a doppio binario: quello classico che si riferisce alla tradizione italiana nella sua eccezionale varietà linguistica e quello della ricerca d’avanguardia che produce opere di nicchia, da considerare con estrema attenzione per l’esposizione audace alla sperimentazione che sfida il conformismo del mercato letterario.
Questo è il romanzo della Giaquinta: una scultura popolare e appassionata che, sulla scia del romanzo dialettale che valorizza l’oralità tradizionale nella sua ricchezza culturale, alimenta un filone colto e necessario anticipato dalle grandi voci come Pasolini con I ragazzi di vita e molti altri.
Un barocco avito e senza tempo il suo che sfida la cadenza sintattica fatta di consuetudini e di pause serrate per adescare il lettore. Al loro posto un fiume in piena di emozioni tradotte in parole, cimeli di famiglia sgranati in modo compulsivo in una sequenza di periodi interminabili e appassionati, come l’ardore dei tramonti siciliani.
La Giaquinta è un’eterna ragazza, e questo si evince chiaramente dall’anima della sua scrittura, nel gioco delle parti che rovescia abilmente partendo dalla sua esperienza di vita, accumulata tra l’esercizio della sua professione di funzionaria di pubblica sicurezza e umanista tout court.
Il suo romanzo si svolge nello scenario di una villa apparentemente deserta ma abitata in realtà dall’ultima discendente di una nobile famiglia dove la scena del crimine viene indagata da due figure molto particolari: il commissario Anastasio Ventura, un lupo solitario, che sceglie di aspettare la pensione su una tranquilla isoletta di povere case ai piedi di un vulcano e l’appuntato Maria, siciliana verace con il suo imperversare pieno di antica saggezza, che con la sua imprevedibilità e con il suo stesso essere l’anima dell’isola, aiuterà il commissario a venire a capo di una complicata storia di trame familiari.
Un romanzo dai colori definiti e dagli orizzonti struggenti che ricordano quelli de L’isola di Arturo di Elsa Morante; un enigma lessicale che suggerisce panorami surreali e metafisici, drammi consumati in zone d’ombra dell’animo umano.
La Sicilia letteraria è orgogliosamente Donna: da Goliarda Sapienza, Dacia Maraini a Marilina Giaquinta tutte hanno scardinato serrature inviolabili e rivelato i culti misterici di una terra apparentemente narrata al maschile, per la difesa di un’autorevolezza di forma. Il genio narrativo delle isolane si è nutrito nel tempo di una forza sotterranea simile a quella dell’acqua che affiorando dal sottosuolo tutto trascina e trasmuta.
Un grande talento da conoscere ed apprezzare attraverso i suoi splendidi libri.
Marilina Giaquinta è poeta e romanziera. Nel giugno del 2015 esce per la Melino Nerella edizioni una raccolta di racconti dal titolo, L’amore non sta in piedi. Il 14 febbraio 2017 dà alle stampe un’altra raccolta di racconti dal titolo Malanotte per la Coazinzola Press. Da due anni scrive sulla rivista Sicilia in Rosa e ha condotto programmi radiofonici quali Scusi, le piace Brahms, interviste impossibili ad artiste internazionali. Ha partecipato ad antologie sia di poesia, quale Umana Troppo Umana (Nino Aragno Editore), curata da Alessandro Fo, e sia di narrativa, Lettere a Maria Occhipinti (Edizioni Arianna), e Undici, undici racconti per undici opere d’arte”, per la casa editrice Frame – Ars et Artes di Napoli. Malanotte è stato tradotto e pubblicato dalla casa editrice tedesca Launenweber di Colonia e presentato alla Fiera del libro di Francoforte. Con la Manni Editori ha pubblicato una nuova raccolta di poesie dal titolo Addimora: alcune delle poesie della raccolta sono state performate, lo scorso 28 settembre, al teatro di Randazzo, con il percussionista Gionata Colaprisca, storico batterista di Lucio Dalla. Il suo ultimo lavoro è Non rompere niente, romanzi per Euno Edizioni. Fa parte del Comitato Organizzativo del Premio Nazionale Pagliarani.
La nuova imperdibile miniserie Netflixè dedicata al celebre stilista Halston, interpretato da un meraviglioso Ewan McGregor.
Dal libro al film
I 5 episodi, dalla durata di 50 minuti l’uno, sono un adattamento del libro Simply Halston di Steven Gaines del 1991, che ripercorre in modo romanzato la vita e la carriera di questo grande creativo. Halston è stata ferocemente attaccata dai familiari dello stilista, visto che non si basa sugli archivi del personaggio ma su aneddoti e racconti di terzi. Nonostante questo, è una godibilissima mini serie, un tuffo a bomba nel ventennio 1960/1980, un periodo davvero glam in cui vivere.
Halston è stato senza dubbio il fautore del giro di boa della moda americana. Antagonista di Ralph Lauren e De La Renta, è stato lui ad anticipare il cruciale passaggio dalle boutique ai grandi magazzini, gli investimenti nella moda delle grandi holding finanziarie dell’epoca, lo switch da alta moda/artigianalità a prêt-à-porter/abiti in serie per tutte le donne.
Ha fatto per primo cose che ora è normale fare per uno stilista, ma forse era troppo presto, e la seconda parte della sua carriera l’ha vissuta da incompreso.
La parabola di Halston inizia nell’infanzia, dove lui, enfant prodige dello styling, crea bellissimi cappelli per la mamma. Sensibile e incompreso dal padre, si trasferisce a New York per lavorare come modista di cappelli. Mettendosi poi in proprio per esprimere al meglio la sua vena artistica, nell’arco di un decennio raggiungerà l’apice della fama e cavalcherà gli anni spericolati dello Studio 54, della cocaina, della factory di Andy Warhol, delle follie di Liza Minnelli, di Bianca e Mick Jagger.
Trailer
I miei 5 motivi per vedere Halston
1. Conoscere un’icona americana. Abbastanza sconosciuto in Europa ai non addetti ai lavori, è uno degli stilisti che ha cambiato volto e stile all’America. Il famoso cappellino a tamburo che Jackie Kennedy indossa il giorno dell’insediamento del marito, per esempio, è una sua creazione, quando ancora lavorava come modista da Bergdorf.
2. Riconoscere il genio dietro a un’idea. Alcune cose nella moda cambiano gradualmente, altre in pochi secondi. Un guizzo, un lampo di genio, una sforbiciata troppo in su, un tentativo di tintura nella cucina di casa diventano paradigmi per le generazioni successive. Halston utilizza il batik e l’ultrasuede, un tipo di suede che, pur bagnandosi, non si macchia. Due enormi cambiamenti, uno estetico e l’altro tecnologico, che nella serie vengono giustamente sottolineati.
3. Vedere da vicino la vita da star. L’estetica, la moda, il lusso sfrenato, le droghe, il baratro. Si ripropone in chiave glam un binomio già visto. La creatività manda il cervello di Halston in overwhelming, e per stare dietro a tutto, lo stilista inizia a drogarsi. Se all’inizio le frequentazioni spericolate lo aiutano a interpretare il mondo che cambia, alla fine quella vita lo scollerà da se stesso.
4. Capire il business della moda. Dagli anni 60 fino a Il diavolo veste Prada, la moda vive di sottilissimi equilibri e compromessi. Un esempio? Quando Halston si lancia nel business dei profumi, vuole una bottiglia di vetro con un tappo speciale, realizzabile solo a mano. Intorno alla questione si schierano le due parti: l’arte lo vuole artigianale, unico, prezioso, perché solo così ha senso. Il profitto lo vuole fatto in serie, perché così è più comodo, e soprattutto economico. Quanti brand, quanti stilisti, per poter continuare ad esistere vendono il loro marchio o il loro nome in virtù di un profitto? Dov’è il confine tra continuare a creare liberamente e pagare le bollette?
5. Sognare di indossare un Halston. Un abito di alta moda firmato da Halston è una favola. Vedere i tessuti, la sinuosità delle linee, la grazia della sartorialità è un sogno, ma sta per diventare realtà. Grazie ad una singolare iniziativa di marketing, l’attuale direttore creativo di Halston, Roberto Rodrguez, ha lavorato a strettissimo contatto con la costumista Jeriana San Juan, e ha creato una capsule collection che sarà acquistabile online e in pre-order dal 7 giugno sul sito del brand.
Una delle parti in cui è articolata prova orale dell’esame di maturità 2021 è l’analisi di un testo letterario affrontato durante l’anno scolastico. La stessa cosa accadeva anche l’anno scorso; è molto probabile che con questo intervento si voglia provare a sopperire alla mancata prova scritta le cui prime tracce hanno sempre riguardato la lettura e l’analisi di una poesia o di un brano in prosa.
Sebbene scrivere un tema sia un’altra cosa rispetto all’esposizione orale, le procedure da seguire per realizzare una buona analisi del testo sono sempre le stesse. In questo articolo, vogliamo svelarti quali sono!
Se siete maturandi o studenti che devono lavorare su questa tipologia testuale, vi consigliamo di seguire le regole che troverete qui sotto di modo da fare un elaborato (scritto o orale) eccellente!
Indice
Analisi del testo: cos’è?
Quando si parla di analisi del testo s’intende una tipologia testuale in cui un brano (letterario e non) viene letto in maniera attenta e puntuale per individuarne le caratteristiche principali dal punto di vista tematico, strutturale e stilistico. Il tutto per proporne un’interpretazione che tenga conto non solo di quanto si è letto, ma anche del contesto culturale che lo circonda.
Solitamente, si scrivono analisi testuali in ambito scolastico, ma le regole che leggerete di seguito sono utili in qualsiasi momento e possono servire anche quando si deve scrivere la recensione o la relazione di un libro.
Si può realizzare un’analisi di un testo poetico, di un romanzo, di un saggio, di un articolo di giornale… in altre parole, qualsiasi documento scritto con intenti comunicativi può essere letto e interpretato con questi strumenti che ti suggeriamo. È chiaro che a seconda della tipologia di testo bisognerà prestare attenzione a determinati elementi e tralasciarne degli altri.
Come fare l’analisi di un testo letterario?
Vediamo ora come si procede per fare un’analisi, scritta o orale che sia. Visto che questo articolo vuole dare una mano soprattutto ai maturandi, prenderemo in considerazione i testi con cui essi hanno più modo di confrontarsi, ovvero poesie e brani tratti da romanzi.
L’analisi di un testo poetico: schema
La poesia è considerata il testo letterario per eccellenza e anche quello più difficile da analizzare.
Per comprendere e interpretare al meglio le sue caratteristiche devi seguire il seguente schema:
parafrasare il testo per capirne bene il contenuto;
individuare il tema fondamentale del componimento e i temi secondari a esso legati;
rintracciare le caratteristiche stilistiche e le figure retoriche;
leggere quanto rilevato alla luce della poetica dell’autore o dell’autrice;
confrontare il testo con l’altra produzione del/la poeta o con testi dello stesso periodo.
Come iniziare un’analisi del testo
Il modo migliore per iniziare un’analisi del testo è dare informazioni relative al contesto della poesia (chi è l’autore, quando è stata scritta o a che opera appartiene) e dire in poche parole di che cosa tratta. La parafrasi non va scritta o detta a meno che non sia esplicitamente richiesto. Serve a chi sta leggendo soprattutto quando ci si trova di fronte a poeti del passato il cui uso del linguaggio è diverso da quello odierno. Con gli autori del Novecento non è strettamente necessaria.
Individuare i temi
Subito dopo aver compreso a livello letterale il testo e aver fatto l’introduzione, bisogna individuare il tema principale della poesia, ovvero il messaggio che l’autore o l’autrice vuole comunicare con i propri versi. Come si fa? Attraverso le parole chiave che possono essere “spia” del significato profondo della poesia. Solitamente, esse sono poste in posizione rilevante all’interno del verso. Possono aprirlo, chiuderlo (in questo caso, vi conviene dare un’occhiata alle parole in rima per vedere se si può ricavarne un qualche significato) oppure essere poste al centro, lì dove cade la cesura.
Se la poesia è lunga, è possibile che vengano trattati anche dei temi secondari che si ricollegano al principale in un modo o nell’altro. Un’operazione molto utile da fare è analizzare il contenuto della poesia strofa per strofa, così da ricostruire il percorso che il o la poeta vuole far compiere al proprio lettore o alla propria lettrice.
Il tema della poesia è spesso riconducibile a quelli che sono i contenuti specifici delle opere di ciascun autore o di ciascuna autrice. Ad esempio, nelle poesie dello Stilnovismo il tema principale è l’amore, quindi molte parole presenti nei testi afferenti a questa corrente sono riconducibili a quel campo semantico (o a quello del dolore visto che si parla spesso di sentimenti a senso unico).
Le caratteristiche stilistiche
Ciò che rende un testo letterario tale è l’uso della lingua. Molti di noi possiedono la sensibilità poetica per guardare l’esistenza, ma non tutti sono in grado di esprimerla in maniera universale o sfruttando al massimo il significato delle parole e le relazioni che esse costruiscono tra di loro. Un Autore con la A maiuscola si riconosce da questo.
Una volta identificato il tipo di componimento (è un sonetto o una canzone?), si deve guardare alle caratteristiche tecniche. Controllate il numero di strofe, il tipo di metro usato e qual è lo schema ritmico. Partendo dalla struttura si possono osservare molte cose. I temi vengono sviluppati uno di seguito all’altro? Oppure procedono in maniera alternata? Se la strofa iniziale e quella finale propongono lo stesso argomento, si può parlare di struttura circolare.
Una volta visto questo, si deve passare ad analizzare tutta la parte lessicale. Guardate attentamente le parole usate nella poesia. Come sono? Appartengono a un registro quotidiano o aulico? A un linguaggio concreto o astratto? Ci sono più verbi o aggettivi? Nel primo caso, sarà un testo più d’azione, nel secondo si parla di testo descrittivo o riflessivo. È importante anche andare a guardare i tempi verbali. Se c’è una variazione all’interno del testo, un significato c’è. Pensate alla canzone A Silvia di Giacomo Leopardi. Essa è tutta giocata sulla contrapposizione tra il passato in cui fioriva la giovinezza della fanciulla e il presente in cui tutto è svanito. Considerate anche se quei termini sono significativi per la corrente poetica a cui aderisce l’autore/autrice. Comprendere l’uso di determinati termini aiuta a comprendere in maniera più profonda il senso di un testo. Perché se è vero che molte parole sono dei semplici sinonimi nelle conversazioni di tutti i giorni, è altrettanto vero che ognuna ha un suo peso e un suo significato specifico.
Bisogna poi individuare le figure retoriche principali siano esse relative al suono, alla sintassi o al significato delle parole. Solitamente, l’uso di esse è finalizzato a creare particolare enfasi nel discorso o a mettere in rilievo alcuni termini particolarmente interessanti per il contenuto della poesia.
L’interpretazione di un testo letterario
Tutto il lavoro fino ad ora suggerito è preparatorio. Il cuore della vostra esposizione o del testo dovrà essere l’interpretazione di tutti gli elementi individuati alla luce della poetica dell’autore. Dopo aver presentato il contesto della poesia, dovete elencare tutte le caratteristiche per voi più significative e leggerle come esplicative dei temi fondamentali dell’autore/autrice. Nelle poesie di D’Annunzio, ad esempio, si potrebbero individuare quei termini che rimandano al panismo o all’estetismo oppure quali appartengono al registro aulico tipico della sua poesia.
Il confronto
L’ultima parte dell’analisi del testo prevede il confronto con altri testi dello stesso autore e/o con altri della stessa corrente poetica o periodo storico. In questo modo si analizzano differenze e similitudini con altri testi poetici per evidenziare la peculiarità del testo in esame. Riprendendo D’Annunzio, va da sé che una poesia di questo autore potrebbe essere confrontata a livello stilistico con le opere di Pascoli a lui contemporaneo. Ovviamente, il confronto può essere anche più ardito e coinvolgere tutti gli autori studiati durante l’anno (o durante il triennio). È chiaro che più riuscirete a dire a proposito del testo, migliore sarà l’esposizione.
L’analisi di un testo in prosa: schema
Durante l’anno scolastico non si ha modo di leggere in classe tutto il romanzo di un autore o di un’autrice; ci si limita a leggerne qualche estratto. È possibile fare l’analisi solo di questi passaggi seguendo questo schema:
riassumere il contenuto del brano;
identificare il tema principale dell’estratto e vedere se corrisponde a quello fondamentale dell’opera;
evidenziare le caratteristiche strutturali e stilistiche:
interpretare i temi e lo stile alla luce della poetica dell’autore;
confrontare il brano con altri dello stesso autore o dello stesso periodo.
Come vedete, lo schema è simile a quello dell’analisi del testo poetico. È chiaro che trattandosi di una parte minima di un romanzo, dovrete essere particolarmente bravi a parlare del tema cercando di ricondurlo a quello più generale. Anche trovare le caratteristiche stilistiche potrebbe essere più difficile visto che non sono immediatamente visibili come in un testo poetico. Ci sono delle cose da tener d’occhio e da evidenziare a cominciare dalla voce narrante che è essenziale in molti casi per capire a fondo un autore. Pensate al narratore esterno impersonale di Verga che è ciò che l’ha reso il grande autore che è stato. Analizzate i personaggi che compaiono, lo spazio in cui si muovono e il ritmo della narrazione. Inoltre, anche in questo caso ci sono delle parole che possono essere particolarmente significative (soprattutto in autori come Pirandello o Svevo).
Segui i consigli di CulturaMente
Quando affronterete il ripasso in vista dell’orale della maturità, cercate di studiare i brani facendovi uno schema simile a quello che vi abbiamo illustrato. Aiutatevi anche con le analisi presenti sul libro per individuare le caratteristiche più specifiche e poi preparatevi un breve discorso per ciascuno seguendo quello che vi abbiamo indicato. In questo modo, la bella figura è assicurata!
“Io prendo la guerra molto più sul serio di quanto lei osi immaginare”
Titolo originale: Mrs Henderson Presents Regista: Stephen Frears Sceneggiatura: Martin Sherman Cast Principale: Judy Dench, Bob Hoskins, Kelly Reilly, Will Young, Natalia Tena, Christopher Guest, Anna Brewster Nazione: Regno Unito
Nel 2005, il regista inglese Stephen Frears dirige una commedia biografica che pochi hanno avuto il piacere di vedere: Lady Henderson presenta.
Al tramonto degli anni ’30 dello scorso secolo, Laura Henderson (Judy Dench) è una ricca londinese che, da poco rimasta vedova, non sa come impegnare il suo tempo e il suo denaro. Le opere pie, il ricamo, il bridge e tutto ciò che la sua fedele amica le consiglia non fanno per lei! Un giorno, passando per la zona di Soho, la donna vede il Windmill Theatre, chiuso e fatiscente, decidendo così di comprarlo. Non sapendo però come gestirlo, lascia le redini al direttore artistico Vivian Van Damm (Hoskinks). Tra i due nascerà subito una divertente complicità fatta di amore, stima ed odio, che porterà il Windmill a brillanti scelte. Ben presto però gli altri teatri copiano le idee e il Windmill è di nuovo in pericolo.
Laura propone così una soluzione audace e poco possibile da copiare: denudare le soubrette.
Ovviamente serve il visto della censura da parte del Gran Ciambellano, che propone a Laura un compromesso: passi il nudo, ma che le ragazze siano immobili, ferme come statue, quasi “tableau vivant”. In questo modo la cosa passerebbe come artistica e non come…altro.
Le prove iniziano, le ragazze sono d’accordo e lo spettacolo prende piede, avendo un enorme successo di pubblico, soprattutto maschile. La Seconda Guerra Mondiale però è alle porte e, con l’arrivo dei primi bombardamenti, il Windmill è un pericolo per la sicurezza: i soldati si accalcano all’entrata per vedere le ragazze, creando confusione. Laura invece insiste a non chiudere, facendo del Windmill l’unico teatro aperto nel West-End. Lo scopo però dell’anziana donna è un altro, rivoluzionario e dolce, legato al suo triste passato…
Candidato a due premi Oscar (Miglior Attrice Protagonista e Migliori Costumi), il film è una vera perla per gli amanti del genere.
Tratta da una storia vera, con personaggi realmente esistiti, la pellicola èovviamente un inno al Teatro dell’epoca. La rivista, il vaudeville, i costumi e le prove. Il Teatro che non era solo lavoro, ma anche famiglia, accoglienza, riparo, rifugio: dalla guerra, dagli stereotipi, dalla noia, dai sensi di colpa. Tutto nel film è teatrale: musiche e balli, canti e trucchi, conditi con una splendida atmosfera decò, che a breve sarebbe tramontata. Ne dà un esempio la scena della Prima del…”nuovo cartellone” del Windmill.
Bellezza a parte delle attrici che interpretano le soubrette, tutto il film si basa sulle colonne Dench-Hoskins.
Lui austero, paterno, brontolone e professionale. Lei è come il miele, dolce e appiccicoso per alcune cose, ma utile e protettivo in altre circostanze. Come non applaudire i vari sketch, nel teatro, di lei che finge di essere un’attrice, per capire come il suo direttore tratta la gente ai provini; o i loro battibecchi politici e sociali.
3 motivi per vedere il film:
Judy Dench, elegante, stravagante e pungente come una piuma di pavone
Bob Hoskins, nel massimo del suo talento, tanto da mostrare a 63 anni un nudo frontale
Le musiche di George Featon, che donano lacrime ed ilarità
Quando vedere il film
Una sera d’inverno o di autunno, con una tisana.
Francesco Fario
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Ammettiamolo: stare dietro all’universo Marvel (il cosiddetto Marvel Cinematic Universe, o MCU) è complicato. Ha avuto inizio nel 2008 ed è tuttora in corso, con moltissimi film e serie TV già in produzione per i prossimi anni. È terminata, infatti, la cosiddetta Saga dell’Infinito e stiamo per entrare in una nuova fase.
Ci sarebbe proprio bisogno di un veloce riassunto degli avvenimenti più importanti di ciascun film, anche perché l’MCU vanta ben 23 film e due serie tv. Finora. Alcuni di questi, ai fini della trama orizzontale, sono indispensabili dall’inizio alla fine, altri invece presentano solo un paio di scene che si ricollegano agli altri.
Questo articolo sempre in aggiornamento è quindi una mega guida di tutti i film dell’MCU con le informazioni che realmente servono per capire, a grandi linee, lo story arc. Ma prima, ecco un paio di precisazioni.
Indice
In che ordine guardare i film?
Partiamo dalla cosa che salta all’occhio per prima: la sequenza parte da “Captain America – Il Primo Vendicatore”, uscito nel 2011, e non da “Iron Man”, uscito invece nel 2008. Questo perché seguiremo l’ordine cronologico della storia e non l’ordine d’uscita, così come vengono presentati anche nella riga dedicata all’ordine cronologico nella sezione Marvel su Disney+. Utilizzare questo ordine di visione è utile se si vuole avere una panoramica chiara della storia fino al gran finale di “Avengers: Endgame” e oltre.
Questo ordine di visione è consigliabile a chi ha già visto i film e quindi ha solo bisogno di un ripasso prima di una nuova uscita, ma va bene anche per chi li guarda per la prima volta, tenendo in considerazione però che qualche volta le scene dopo i titoli di coda possono fare spoiler.
A proposito di ciò, le frasi che vedrete in corsivo sono precisazioni non presenti nei film a cui si riferiscono, messe quando mi sembrava che quel punto potesse costituire un problema al lettore, oppure quando quella scena era presente in un altro film ma cronologicamente si inseriva meglio in quella determinata posizione. Ogni tanto, inoltre, ci sarà una panoramica della situazione delle Gemme dell’Infinito, che diventano elementi chiave per la storia ed è facile perdere di vista la loro posizione.
Dove guardare i contenuti?
Vi ricordo che i film e le serie TV presenti in questo articolo sono tutti disponibili su Disney+ tramite regolare abbonamento, ad eccezione de “L’Incredibile Hulk” (disponibile a pagamento su Amazon Prime Video), “Spiderman: Homecoming” e “Spiderman: Far From Home” (disponibile con abbonamento su Netflix) per motivi legati al copyright di distribuzione. Ciononostante, sono inclusi nell’articolo in modo da avere una visione più completa possibile.
Buona lettura!
I film del Marvel Cinematic Universe
Captain America – Il Primo Vendicatore
Siamo in piena seconda guerra mondiale. Il nazista Johann Schmidt, capo dell’organizzazione terroristica HYDRA, si impossessa del Tesseract, una reliquia luminosa dai misteriosi poteri divini, per creare delle armi alimentate dalla sua energia.
Intanto lo scienziato Abraham Erskine sceglie Steve Rogers per un progetto finanziato dal ricco Howard Stark (ricordatevi di lui, ci tornerà utile): quello di somministrargli un siero che lo avrebbe reso potentissimo, per poi rendere invincibili i soldati americani. Questo siero, non perfezionato, era stato precedentemente somministrato a Schmidt, provocandogli gravi effetti collaterali, tra cui avere il viso deformato e rosso (perciò è soprannominato Teschio Rosso).
Steve invece ne esce illeso e migliora le sue capacità fisiche, ma lo scienziato muore e con lui la possibilità di replicare il siero: Steve, ora Captain America, è l’unico supereroe sulla Terra. Il suo scudo speciale fatto di vibranio, fornitogli da Howard Stark, diventerà il suo simbolo.
In una battaglia Captain America perde il suo migliore amico, il soldato Bucky Barnes. Durante lo scontro finale su un aereo tra Captain America e Teschio Rosso, il contenitore del Tesseract viene danneggiato e Teschio Rosso, afferrandolo, svanisce nel nulla come risucchiato. Captain America si sacrifica per il mondo e dirotta nell’Artico l’aereo, che altrimenti si sarebbe schiantato su New York. Dopo varie ricerche, Howard Stark ritrova il Tesseract in fondo all’oceano.
Howard Stark è uno dei fondatori dello S.H.I.E.L.D. (associazione anti-terroristica) quindi si suppone che anche il governo degli Stati Uniti abbia avuto accesso al Tesseract.
Captain Marvel
Ci troviamo nel 1995. Vers, guerriera appartenente alla razza aliena Kree che non ricorda il suo passato, viene rapita ma riesce a fuggire rifugiandosi sulla Terra. Qui incontra Nick Fury, agente dello S.H.I.E.L.D., con cui forma un’alleanza. Scopriamo che in realtà i veri cattivi sono proprio i kree e che Vers, il cui vero nome è Carol Denvers, è una terrestre.
Grazie all’amica e collega Maria Rambeau (vi tornerà utile questo nome, credetemi), veniamo a sapere che Carol era una pilota che aveva come mentore la kree Mar-Vell, dottoressa a capo di un progetto super segreto per l’esercito statunitense. Dopo aver costruito un motore alla velocità della luce, Mar-Vell capì di non volerlo dare ai kree, che lo avrebbero usato a loro vantaggio. Carol, dopo uno scontro aereo in cui Mar-Vell venne uccisa dal capo dei kree, capì di dover distruggere il motore. Tuttavia l’esplosione le conferì i super poteri, questo perché il nucleo del motore era il Tesseract.
Presa coscienza della sua vera identità, Carol riesce a sconfiggere i nemici e prendere il Tesseract, affidandolo a Nick Fury e intimandolo di proteggerlo. Da qui lui capisce di dover formare una squadra.
Carol prende il nome di Captain Marvel in onore di Mar-Vell.
2008. Tony Stark, figlio multimilionario di Howard, viene catturato da alcuni terroristi per avere delle armi. Riesce a salvarsi grazie a uno scienziato che gli salva la vita impiantandogli un elettromagnete alimentato da una batteria per auto nel petto. Tramite un’armatura da lui costruita, esce sano e salvo e torna a casa.
Con l’aiuto di J.A.R.V.I.S., l’intelligenza artificiale da lui creata, Tony costruisce un’altra armatura più potente e sconfigge il suo rivale davanti tutta New York, guadagnandosiil soprannome di Iron Man, senza far sapere la sua identità.
In una conferenza stampa, però, dichiara in diretta di essere proprio lui Iron Man.
Iron Man 2
Per sconfiggere nuovi nemici, Iron Man si potenzia. Una nuova impiegata, Natalie Rushman, si scopre essere un’agente dello S.H.E.I.L.D. sotto copertura dal nome Natasha Romanoff (Vedova Nera), mandata da Nick Fury per controllare Tony e decidere se ingaggiarlo nel progetto Avengers. Il resoconto vede Tony inadeguato, ma viene preso come consulente.
Nella scena dopo i titoli di coda, un agente dello S.H.E.I.L.D. chiama Nick per avvisarlo di aver trovato nel deserto del New Mexico il martello di Thor.
Thor
Il martello di Thor è un artefatto potentissimo che può essere sollevato solo da chi è degno. Thor è il figlio re di Asgard, Odino.
Odino è pronto a incoronare suo figlio maggiore Thor, nonostante sia ancora piuttosto narcisista e testardo. Tuttavia, l’incoronazione viene interrotta quando i i Giganti di Ghiaccio appaiono improvvisamente sulla scena, tentando di fare irruzione. L’attacco fallisce, ma spinge Thor a disobbedire agli ordini di suo padre. Ciò porta Odino a togliere il potere a suo figlio e a bandirlo da Asgard a Midgard, ovvero la Terra. Tuttavia, come segno di segreta speranza per suo figlio, Odino invia anche il martello.
Intanto Loki, il fratello di Thor, scopre di essere stato adottato: è, in realtà, il figlio naturale del re dei Giganti di Ghiaccio.
Sulla Terra, Thor incontra gli scienziati Erik Selvig, Jane Foster e Darcy Lewis (lei ci sarà utile più avanti). Thor e Jane si innamorano. Conosciamo anche Clint Barton (Occhio di Falco), agente dello S.H.E.I.L.D molto abile con arco e frecce.
Nel tempo Thor si dimostra degno del martello e a quel punto torna a casa e sconfigge Loki che aveva usurpato il trono in sua assenza. Loki cade nel vuoto, scomparendo.
Alla fine, Erik Selvig viene contattato da Nick Fury che gli mostra il Tesseract. Vediamo però che Selvig è sotto l’influsso di Loki, che quindi ha simulato il suo suicidio. Lo scienziato accetta di studiare il Tesseract.
L’Incredibile Hulk
Lo scienziato Bruce Banner, specializzato in radiazioni gamma, viene impiegato dall’esercito per riprodurre il siero del soldato, quello che era stato usato su Steve Rogers/Captain America.
L’esperimento, provato su sé stesso, non va come previsto: il risultato è che Bruce diventa terribile nella gestione della rabbia. Se il suo cuore accelera troppo, diventa Hulk, un grosso mostro verde. Segue una lotta di proporzioni cosmiche in cui Bruce deve trasformarsi in Hulk per salvare New York dalla distruzione totale. Bruce decide quindi di convivere con il mostro cercando di controllarlo.
Alla fine vediamo Tony Stark in un bar che sta parlando della squadra che si sta formando (gli Avengers).
Captain America, rimasto ibernato per oltre settant’anni e poi ritrovato, viene reclutato nella New York odierna da Nick Fury.
The Avengers
Lo S.H.I.E.L.D., quindi, ha il Tesseract. L’oggetto fa sì che si apra un portale da cui arriva Loki, il quale controlla non solo Selvig, ma anche Occhio di Falco.
Nick Fury decide di mettere a punto il progetto Avengers: chiama Vedova Nera, Capitan America, Iron Man e Bruce Banner. Loki viene catturato, così Thor arriva per recuperarlo e si unisce alla squadra degli Avengers.
Dopo uno scontro acceso in cui Bruce si trasforma in Hulk, l’agente Coulson, caro a tutti, viene ucciso da Loki. È questa la spinta che serve ai nostri eroi, che mettono da parte orgoglio e interessi personali per formare una vera squadra unita, ma senza Hulk, che si è schiantato a terra e si è ritrasformato in Bruce.
Loki apre a New York un portale per una base aliena nello spazio, la squadra va lì per cercare di combattere i mostri, i Chitauri, che assaltano la città. Vengono salvati in extremis dall’arrivo di Hulk, che può controllarsi perché Banner ha imparato a trasformarsi a suo piacimento.
Vedova Nera distrugge il portale usando lo scettro di Loki; Thor riporta Loki e il Tesseract ad Asgard.
Alla fine vediamo un grosso cattivo che apparentemente era dietro a questo attacco. Il suo nome è Thanos.
Thor: The Dark World
Dopo gli eventi di New York con gli Avengers, Thor torna a casa. Mentre si prende cura delle sue responsabilità, però, non smette mai di struggersi per Jane Foster.
Preoccupato per lei a causa del fatto che un suo amico veggente non riesce più a vederla, Thor torna sulla Terra. Al suo arrivo, scopre che Janeè stata posseduta dall’Aether, un materiale potentissimo che, grazie a un raro allineamento di pianeti chiamato Convergenza, avrebbe potuto riportare l’universo nella sua oscurità originaria. Preoccupato, Thor porta Jane ad Asgard.
Nel caos che ne segue, gli Elfi Oscuri attaccano Asgard e uccidono la madre di Thor. Alla fine, sconfitti i cattivi, il nostro eroe riferisce a Odino la decisione di rinunciare alla corona del regno. Appena Thor esce di scena, però, scopriamo che Odino era in realtà Loki, che quindi ora siede sul trono di Asgard.
I due amici di Thor, alla fine, consegnano l’Aether al cosiddetto Collezionista, affermando che non è saggio conservarlo ad Asgard insieme al Tesseract; il Collezionista, soddisfatto, rivela che gli mancano solo cinque Gemme. Cosa sono queste Gemme? Lo scopriremo nel dettaglio nei Guardiani della Galassia!
Iron Man 3
Dopo gli eventi di New York con gli Avengers, Tony Stark inizia a soffrire di attacchi di panico e insonnia.
Dopo vari scontri con i nemici di turno, Tony decide di togliere la scheggia vicino al cuore approfittando di un siero capace di guarire gravi lesioni.
Captain America: The Winter Soldier
Due anni dopo l’attacco alieno a New York, Steve Rogers inizia ad adattarsi al mondo moderno e lavora come agente dello S.H.I.E.L.D..
Nick Fury viene ucciso da un misterioso assassino chiamato il Soldato d’inverno, poco dopo aver suggerito a Steve di non fidarsi di nessuno. Quando Steve si rifiuta di condividere informazioni per seguire il consiglio di Fury, viene bollato come un traditore dall’organizzazione.
Ora ricercato, Capitan America deve arrivare in fondo a questo mistero con l’aiuto di Vedova Nera e del suo nuovo amico Samuel Wilson (Falcon).
I nostri eroi scoprono che dietro a tutto c’è l’HYDRA, l’associazione terroristica vecchia nemica di Steve, segretamente infiltrata nello S.H.E.I.L.D. fin dalla sua creazione.
Durante un attacco, Steve scopre che il Soldato d’inverno altri non è che il suo vecchio amico Bucky Barnes, mai morto davvero: era stato catturato e sottoposto a crudeli esperimenti durante la seconda guerra mondiale.
Nella lotta finale, Steve riesce a far ritornare la memoria a Bucky. Quest’ultimo salva Steve e poi scappa. Alla fine scopriamo che Nick ha solo finto di morire e che Steve e Falcon sono andati a cercare Bucky.
Nella scena dopo i primi titoli di coda, vediamo un certo Barone von Strucker guardare soddisfatto lo scettro di Loki e due celle in cui sono presenti due gemelli: sono Wanda e Pietro Maximoff, lei ha poteri di telecinesi e lui ha la supervelocità.
Guardiani della Galassia
Rapito dagli alieni quando era bambino, Peter Quill (o Star-Lord) ora viaggia per la galassia recuperando qualsiasi cosa di valore per rivenderla. Tuttavia, quando ruba una misteriosa sfera, l’Orb, ottiene più di quanto si potesse aspettare. L’artefatto è desiderato da molti, tra cui il potentissimo Ronan l’Accusatore. Spetta a Peter e ai suoi nuovi amici Gamora, Drax, Groot e Rocket fermarlo prima che lo utilizzi come arma di distruzione.
Gamora è un personaggio importante: è la figlia adottiva di Thanos, che avevamo visto alla fine di Avengers, ed era stata mandata da lui e Ronan a recuperare l’Orb. Tuttavia, Gamora aveva deciso di tradire suo padre adottivo e Ronan, essendo in disaccordo con loro sull’utilizzo della sfera. Per questo motivo si allea con Star-Lord e gli altri.
Gamora ha un piano: mettere la sfera al sicuro portandola al Collezionista (lo avevamo conosciuto alla fine di Thor – The Dark World), il quale rivela che al suo interno è presente la Gemma dell’Infinito.Cosa sono queste Gemme che il Collezionista aveva nominato anche in Thor – The Dark World?
Le Gemme dell’Infinito sono i resti di sei diverse singolarità che esistevano prima del Big Bang e sono state compresse nelle Gemme dopo la nascita dell’Universo. Thanos le sta cercando perché, riunite in un Guanto, fanno sì che chi le possieda diventi onnipotente. Esse sono la Gemma dello Spazio, della Mente, della Realtà, del Potere, del Tempo e dell’Anima. Dove sono queste Gemme? Pensiamo agli artefatti che abbiamo incontrato finora (il Tesseract, il potente scettro di Loki, l’Aether, l’Orb): è in questi oggetti che sono contenute. Tra qualche riga facciamo il punto della situazione Gemme fino a questo momento!
Torniamo al film: Ronan riesce a prendere la gemma e tradisce Thanos, portando con sé l’altra figlia adottiva di quest’ultimo, Nebula, piena di rancore nei confronti del padre adottivo.
I nostri eroi, chiamati ormai Guardiani della Galassia, riescono a sconfiggere Ronan e consegnano la Gemma ai Nova Corps. Inoltre, Star-Lord scopre di essere per metà umano e per metà alieno: suo padre apparteneva ad una razza aliena misteriosa.
Situazione Gemme dell’Infinito finora
Quindi, per fare un piccolo recap sulle Gemme, finora abbiamo incontrato:
la Gemma dello Spazio (contenuta nel Tesseract, ad Asgard);
la Gemma della Mente (nello scettro di Loki: fin dove siamo arrivati è nelle mani dell’Hydra, che lo sta usando per degli esperimenti ai gemelli Wanda e Pietro);
la Gemma della Realtà (ovvero l’Aether che aveva posseduto Jane Forster e che per ora stata portata al Collezionista);
la Gemma del Potere (questa che abbiamo visto nei Guardiani della Galassia, contenuta nell’Orb, che alla fine del film è stata consegnata ai Nova Corps).
Mancano all’appello la Gemma del Tempo e quella dell’Anima.
Faremo il punto della situazione Gemme diverse volte prima di arrivare al gran finale!
Guardiani della Galassia Vol. 2
Portata a termine una missione intergalattica, i Guardiani della Galassia ricevono la loro ricompensa: Nebula, la sorella di Gamora, anche lei in conflitto con il loro padre adottivo Thanos.
I Guardiani si imbattono in Mantis, un’aliena capace di sentire e modificare le emozioni altrui, ed Ego, il padre scomparso di Star-Lord: egli si scoprirà essere un Celestiale che, nella speranza di ottenere estensioni di sé stesso in tutti i pianeti, aveva ingravidato centinaia di donne di tutte le razze aliene. Solo Star-Lord, però, porta in sé il gene celestiale, perciò Ego vuole tenerlo con sé.
Il gruppo riesce a salvare Star-Lord e la lotta si conclude con un’esplosione in cui Ego muore e Star-Lord perde i suoi poteri.
Nebula e Gamora si riconcilianoe decidono di unirsi per sconfiggere Thanos.
Il film inizia con l’attacco alla base a Sokovia dell’HYDRA da parte degli Avengers. Lì il Barone von Strucker, come abbiamo visto alla fine di Captain America – The Winter Soldier, stava conducendo esperimenti paranormali sui gemelli Wanda e Pietro Maximoff tramite lo scettro di Loki (nel quale, ricordate, c’è la Gemma della Mente).
Recuperato lo scettro, Bruce Banner e Tony Stark scoprono che all’interno della Gemma è presente un’intelligenza artificiale, perciò decidono di utilizzarla per creare un programma di pace e difesa del mondo, chiamato Ultron.
Durante una festa, tuttavia, Ultron si attiva, sconfigge gli Avengers, distrugge l’intelligenza artificiale di Tony J.A.R.V.I.S. e scappa con lo scettro di Loki.
Ultron recluta i gemelli Pietro e Wanda, furiosi con Tony perché, da piccoli, una serie di bombe fabbricate dalle Stark Industries avevano ucciso i loro genitori. Inoltre, Pietro e Wanda hanno subito un trauma perché una delle bombe, quella vicina a loro, era difettosa e così i due bambini si erano nascosti per ben due giorni, in preda al terrore che potesse scoppiare da un momento all’altro.
Dopo aver seguito Ultron in Africa nel tentativo di impedirgli di prendere del vibranio, materiale potentissimo di cui è fatto lo scudo di Captain America, gli Avengers vengono tutti assaliti da Wanda, che con i suoi poteri fa sorgere in ognuno di loro le paure più profonde e i ricordi più oscuri. Stanchi e spaventati, i nostri eroi si rifugiano nella casa in campagna in cui vivono Occhio di Falco, sua moglie e sua figlio.
Intanto, a Seoul, Ultron usa una tecnologia dei tessuti sintetici creata da un’amica degli Avengers, Helen Cho, e insieme al vibranio forma un nuovo corpo. Mentre Ultron si trasferisce nel suo nuovo corpo sintetico, Wanda guarda nella mente di Ultron e scopre il suo piano per distruggere l’umanità. Inorriditi, i gemelli si rivoltano contro Ultron e si alleano con gli Avengers.
Alla Stark Tower, Tony e Bruce caricano J.A.R.V.I.S., che è sopravvissuto al precedente attacco di Ultron fuggendo su Internet, nel corpo sintetico come tentativo di correggere il loro errore con Ultron. Credendo che stiano per creare potenzialmente un altro Ultron, Capitan America e i gemelli cercano di fermarli, ma Thor arriva e riporta in vita il corpo perché ha avuto una visione e ha capito che la gemma nello scettro di Loki è la Gemma della Mente, quindi il nuovo J.A.R.V.I.S., chiamato ora Visione, potrebbe sconfiggere Ultron.
Arrivati a Sokovia, gli Avengers scoprono che Ultron ha utilizzato i rimanenti campioni di vibranio e le tecnologie anti-gravità studiate nella struttura dell’HYDRA per costruire una macchina che solleva gran parte della capitale sokoviana nel cielo. Il suo intento è di farla poi schiantare al suolo provocando una distruzione di massa.
Visione riesce a sconfiggere Ultron e Thor torna ad Asgard per saperne di più sulle forze che sospetta abbiano manipolato i principali eventi. Mentre Tony se ne va e Occhio di Falco si ritira, Steve e Natasha si preparano ad addestrare i nuovi Avengers: War Machine, Visione, Falcon e Wanda.
Nella prima scena dopo i titoli di coda, Thanos indossa un guanto e giura che raccoglierà tutte le Gemme da solo.
Situazione Gemme dell’Infinito finora
la Gemma dello Spazio è ad Asgard;
la Gemma della Mente è incastonata nella fronte di Visione;
la Gemma della Realtà la possiede il Collezionista);
la Gemma del Potere è su Xandar, affidata ai Nova Corps.
Mancano ancora la Gemma del Tempo e quella dell’Anima.
Ant-Man
Dopo aver scontato alcuni anni di prigione, l’ex ladro Scott Lang viene rilasciato. La sua volontà di essere un uomo migliore per sua figlia non basta: la sua ex moglie si rifiuta di fargli vedere sua figlia perché non riesce a trovare un lavoro regolare.
Un suo amico, anche lui ladro, gli parla di un’occasione ottima di furto. Scott accetta e la missione sembra facile. Dopo essere entrato nel caveau, tuttavia, tutto ciò che trova è uno strano vestito: dopo averlo preso, lo indossa e scopre che lo rimpicciolisce a dimensione di una formica. Spaventato, Scott cerca di restituirlo ma quando lo fa viene arrestato. Un uomo che afferma di essere il suo avvocato va a trovarlo e gli dice che la causa era un’opportunità che avrebbe dovuto cogliere, e così, più tardi, alcune formiche gli portano il vestito e lui lo indossa riuscendo a uscire di prigione.
Scott va dal finto avvocato, ovvero Hank Pym, ex CEO della Pym e colui che ha creato l’abito. Pym ha rinunciato a usarlo quando ha scoperto che qualcuno stava progettando di usare la sua tecnologia per cose che non credeva fossero giuste, quindi si è assicurato che nessuno potesse replicarla e metterla via. Ma ora ha bisogno che Scott sia Ant-Man perché il suo protetto, Darren Cross, che lo ha costretto a lasciare la sua compagnia, sia vicino a replicarlo. Oltre a questo motivo, Pym è amareggiato dal fatto che sua moglie è morta in una missione mentre indossava un costume simile (the Wasp), perché per salvare la missione aveva deciso di rimpicciolirsi a dimensione sub-atomica e si era perduta nel regno quantico (concetto super importante, lo riprenderemo più avanti).
Pym perciò vuole che Scott entri nel laboratorio e prenda la tuta di Darren Cross. Scott accetta e viene addestrato da Pym e sua figlia Hope, mentre cercano di assicurarsi che Cross non sospetti nulla.
Alla fine riescono nell’intento grazie a Scott che, con un atto di coraggio, entra nel regno quantico, distruggendo il nemico, e riesce ad uscirne vivo.
Nella scena dopo i titoli di coda, vediamo Pym dare a sua figlia Hope il costume da Wasp.
Captain America: Civil War
I politici e i leader mondiali iniziano a lamentarsi degli Avengers a causa delle loro violente distruzioni. Il governo propone pertanto ai nostri eroi un accordo che li tenga a bada: avranno il lasciapassare delle istituzioni, ma dovranno sottostare ai loro ordini. Tony Stark ritiene che sia una richiesta legittima, mentre Steve Rogers non la pensa così. Queste due posizioni mettono in crisi l’unità della squadra.
Intanto, avviene un’esplosione durante una riunione delle Nazioni Unite in cui verranno firmati gli accordi degli eroi. Tra i feriti, qualcuno muore, fra cui il re della nazione africana Wakanda. Le indagini rivelano che la bomba è stata piazzata da The Winter Soldier, ovvero Bucky Barnes, l’amico di Capitan America. Il figlio del re del Wakanda, T’Challa (Black Panther), tenta di vendicare suo padre, ma Captain America è deciso ad aiutare il suo amico, convinto che non sia cosciente dei suoi crimini.
Aggiungendo il problema di Bucky (che Tony ritiene colpevole) alle tensioni precedenti riguardante gli accordi, gli Avengers si dividono:
Falcon, Occhio di Falco, Wanda, Ant-Man, The Winter Soldier con Captain America;
War Machine, Vedova Nera, Visione, Black Panther, Spiderman con Iron Man.
Notiamo la presenza di Spider-Man, alias Peter Parker, ragazzino con i sensi di ragno reclutato da Tony per rubare lo scudo di Captain America. Occhio di Falco, Ant-Man, Falcon e Wanda vengono arrestati dalle autorità.
Le tensioni fra i due eroi non si placano, neppure quando si scopre il vero responsabile degli attentati, ovvero Zemo, perché Tony viene a sapere che a uccidere i suoi genitori fu proprio Bucky (sotto controllo mentale), cosa di cui Steve era a conoscenza. Dopo uno scontro fra i tre, Steve se ne va portando con sé Bucky e lasciando a terra il suo scudo.
Alla fine del film vediamo Captain America che fa evadere i suoi compagni eBucky nel Wakanda a farsi ibernare finché non verrà trovato un modo per curare la sua mente.
Black Widow
Il film inizia con un flashback in cui vediamo le giovani Natasha Romanoff e Yelena Belova che vengono portate via dai loro genitori surrogati, Alexei Shostakov, una specie di Capitan America russo noto come il Red Guardian, e un’ex Vedova Nera, Melina Vostokoff. Natasha e Yelena vengono quindi prese e addestrate come Vedove Nere in una base chiamata Red Room.
Nel 2016, dopo gli eventi di Captain America: Civil War (ma prima che Cap liberi i suoi amici di prigione), Natasha è un latitante del governo per aver violato gli accordi di Sokovia. Intanto Yelena sta ancora lavorando per la Red Room dove uccide un’ex Vedova Nera, ma entra in contatto con una sostanza che rimuove il controllo mentale che la Red Room esercitava su di lei. Natasha e Yelena si riuniscono a Budapest e la prima scopre che la Red Room è ancora attiva e che il suo leader, Dreykov, è ancora vivo. La cosa la sorprende perché affinché potesse unirsi allo S.H.I.E.L.D., prima di diventare una Avenger, la sua missione era uccidere Dreykov e credeva di avere avuto successo.
Le due ragazze si riuniscono con i genitori adottivi e tutti insieme vanno alla Red Room, dove riescono a liberare le Vedove dal controllo mentale, uccidere Dreykov e far esplodere la Red Room.
I prossimi due film hanno la funzione di farci conoscere meglio i due eroi che sono spuntati in Civil War, ovvero Spider-Man e Black Panther.
Spider-Man: Homecoming
Nulla di particolarmente rilevante per la trama orizzontale. Più che altro in questo film conosciamo meglio Peter Parker e seguiamo i suoi problemi da adolescente e supereroe subito dopo gli eventi della Civil War.
Peter non vuole essere solo un “amichevole Spider-Man di quartiere”, vuole essere un Avenger e combattere con gli altri. Ma Tony preferisce che rimanga nel Queens e vedersela con i piccoli crimini, imparandoper bene le sue potenzialità.
Il villain di turno è l’Avvoltoio, che Spiderman riesce a sconfiggere alla fine ma che vediamo in una scena dopo i titoli di coda. Chissà se tornerà nei film in lavorazione.
Seguiamo T’Challa, appena incoronato re del Wakanda a causa della morte del padre in Civil War.
Le vicende del film in sé, come per Spiderman, non ci interessano particolarmente per la saga dell’Infinito. Ciò che è importante è capire che il Wakanda è una nazione all’avanguardia grazie alla tecnologia derivante dal vibranio (il materiale che cercava Ultron), che era contenuto in un meteorite schiantatosi sul territorio che ora è il Wakanda. Temendo che il resto del mondo avrebbe potuto farne un uso sbagliato, per tanto tempo i sovrani hanno tenuto nascosto il vero Wakanda.
Alla fine del film, però, T’Challa dichiara alle Nazioni Unite di voler condividere con il mondo intero le meraviglie del Wakanda.
Il brillante ma presuntuoso neurochirurgo Stephen Strange fa un incidente che gli causa la perdita della piena funzionalità delle mani, annullando la sua capacità di operare chirurgicamente.
Nel disperato tentativo di trovare una cura, Stephen si reca a Kathmandu, dove incontra uno strano ordine magico guidato dall’Antico. Qui scopre l’esistenza della magia e dei multi-versi. Durante delle ricerche segrete, Stephen scopre come controllare il tempo grazie a un magico artefatto, l’Occhio di Agamotto (ovvero la Gemma del Tempo), e gli viene proibito di farlo nuovamente.
Durante alcuni scontri a Londra a cui partecipa Stephen, l’Antico arriva per salvare tutti e rivela che anche lei sta attingendo potere dalla dimensione oscura. È ferita a morte e, nonostante i migliori sforzi di Stephen per salvarla, muore. Stephen usa ciò che sa sul tempo per costringere il signore della dimensione oscura, Dormammu, a rinunciare alla Terra. Dopodiché, Stephen, ora custode della Gemma del Tempo, decide di aiutare a difendere la Terra dalle minacce cosmiche.
Nella scena fra i titoli di coda, Doctor Strange parla con Thor e gli dice avere un elenco di individui che ritiene possano essere una seria minaccia per il mondo. Incluso in questa lista c’è, ovviamente, Loki. Thor risponde dicendo è venuto sulla Terra per trovare suo padre, Odino (nessuno sa cosa sia successo a Odino da quando Loki ha cambiato forma e ha preso il suo posto alla fine di Thor: The Dark World).
Thor: Ragnarok
Il film si svolge due anni dopo la battaglia di Sokovia e inizia con la lotta di Thor contro Surtur, che secondo la profezia porterà Ragnarok, cioè la distruzione di Asgard. La trama principale però segue il conflitto di Thor e Loki con Hela, la sorella maggiore perduta che era stata nascosta ai due. Thor e Loki si perdono su un pianeta-prigione, dove incontrano Hulk, che è rimasto nella forma verde per due anni. Quando Thor torna ad affrontare Hela, capisce che deve intenzionalmente causare Ragnarok per sconfiggerla. Il film si conclude quindi con Thor che guarda la distruzione totale del suo pianeta natale, al sicuro a bordo di una nave che trasporta i profughi di Asgard.
In una scena in mezzo ai titoli di coda, Loki visita Thor e chiede se andare sulla Terra è una buona idea mentre una grande astronave appare di fronte alla loro: molto probabilmente si tratta di Thanos e del suo esercito, i Chitauri (i cattivoni di The Avengers).
Ci sono un paio di cose importanti da dire su questo film riguardo la trama orizzontale. La prima riguarda il Tesseract, che contiene la Gemma dello Spazio. Lo avevamo lasciato ad Asgard, tuttavia, ciò cambia in questo film, perché Loki entra nel caveau durante la missione per scatenare Ragnarok e abbattere Hela. Dove finirà la Gemma?
Il secondo elemento da tenere in considerazione è che una parte significativa dell’atto finale della storia ha lo scopo di stabilire il fatto che Thor non ha bisogno del suo fidato martello per essere l’eroe che tutti abbiamo imparato a conoscere. Detto questo, però, il fatto che Hela abbia distrutto il martello ha comunque alcune implicazioni piuttosto negative per Infinity War: Non dare a un Avenger una delle sue armi più potenti significa chiaramente che Thor non sarà così potente come ci si aspetterebbe.
la Gemma della Mente è incastonata nella fronte di Visione;
la Gemma della Realtà la possiede il Collezionista);
la Gemma del Potere è su Xandar, affidata ai Nova Corps;
la Gemma del Tempo è custodita da Doctor Strange, che la tiene intorno al collo.
Manca ancora la Gemma dell’Anima.
Ant-Man and the Wasp
Il film inizia con Scott agli arresti domiciliari sotto il controllo dell’agente dell’FBI Woo per aver combattuto contro Iron Man al fianco di Captain America in Civil War. Hank recluta ancora una volta Scott perché pensa che possa salvare sua moglie (e madre di Hope) Janet. Come abbiamo detto, Janet si era sacrificata diventando di dimensione subatomica, rimpicciolendosi e scomparendo nel regno quantico.
Una degli antagonisti del film è Ava Starr, o Ghost. Suo padre, un altro ex partner di Pym, aveva causato un’esplosione durante un esperimento quantistico che causò la morte dei genitori di Ava e che la ha resa in uno stato di dolore perenne. Quindi ora Ava tenta di impossessarsi delle particelle Pym sabotando la missione di Scott. Tuttavia il piano dei nostri eroi va a buon fine e Janet, portata sana e salva nella nostra dimensione, dona volontariamente parte della sua energia ad Ava per stabilizzare le sue condizioni.
Scott torna a casa ancora una volta, in tempo perché un sospettoso Woo lo rilasci alla fine degli arresti domiciliari.
Avengers: Infinity War inizia con Thanos e il suo esercito che intercettano l’astronave che trasporta i sopravvissuti di Asgard da Thor: Ragnarok e si impossessa della Gemma del Potere. Thanos ora ha una delle sei Gemme dell’Infinito e vuole quella dello Spazio, contenuta nel Tesseract. Thanos riesce a sconfiggere Thor, spedisce Hulk sulla Terra e uccide Loki prendendosi la Gemma.
Quando Hulk si schianta a New York si trasforma di nuovo in Bruce e racconta il piano di Thanos di uccidere metà popolazione mondiale a Doctor Strange e Tony Stark, i quali decidono di chiedere aiuto agli altri Avengers. Mentre gli scagnozzi di Thanos arrivano a New York per rubare la Gemma del Tempo a Strange, la loro presenza attira l’attenzione di Peter Parker, in quel momento in gita scolastica. Il piano di prendere la Gemma a Strange fallisce a causa dell’incantesimo fatto su di essa; a questo punto Iron Man e Spiderman si intrufolano sull’astronave nemica mentre Bruce va a chiedere aiuto a Captain America.
Intanto, a Edimburgo, Wanda e Visione, innamorati l’uno dell’altra, vengono attaccati allo scopo di rubare la Gemma della Mente dalla fronte di Visione. Captain America, Vedova Nera e Falcon riescono salvarli e portarli al quartier generale degli Avengers. Lì, Visione dichiara di volere che Wanda distrugga la Gemma della Mente, consapevole del fatto che questo lo ucciderebbe. Captain America si oppone e decide di portate tutti nel Wakanda, perché l’alta tecnologia del posto potrebbe salvare Visione.
Nel frattempo, iGuardiani della Galassia rispondono a una chiamata di soccorso e salvano Thor. Il Dio del tuono sostiene che Thanos andrà a cercare la Gemma della Realtà dal Collezionista sul pianeta Ovunque. Thor, senza martello, riesce a imposserarsi della Stormbreaker, un’ascia da battaglia in grado di uccidere Thanos, creata anche grazie all’aiuto di Groot.
Quando la squadra arriva su Ovunque, i Guardiani scoprono che Thanos ha già la Gemma della Realtà. Thanos rapisce Gamora (ricordiamoci che è la sua figlia adottiva) e quest’ultima, per salvare sua sorella Nebula dalla tortura, dice a Thanos il luogo in cui si trova la Gemma dell’Anima.
Thanos e Gamora si dirigono sul pianeta indicate, dove il custode della Gemma, Teschio Rosso (il cattivone del primo Captain America), dice a Thanos che può ottenere la Gemma solo dopo aver sacrificato qualcuno che ama. Scelta facile per il nostro Thanos, che uccide Gamora e ottiene la Gemma dell’Anima. Ora Thanos ha tre Gemme. Nebula riesce a scappare e contatta i restanti Guardiani.
Nel frattempo, Iron Man e Spiderman riescono a salvare Strange e si ricongiungono con i Guardiani. Strange usa la Gemma del Tempo per visualizzare i milioni di possibili futuri, ma ne vede solo uno in cui Thanos perde. Pertanto mettono a punto un piano, ma all’arrivo di Thanos va in fumo perché quando Starlord viene a sapere della morte di Gamora perde la testa. Thanos ferisce gravemente Iron Man, ma viene risparmiato perché Strange gli consegna la Gemma del Tempo.
Wakanda è il prossimo obiettivo di Thanos. Gli Avengers, i Guardiani e gli abitanti del Wakanda si uniscono per combattere Thanos e il suo esercito, ma Bruce non può essere d’aiuto perché non riesce a trasformarsi in Hulk. Wanda è costretta a distruggere la Gemma della Mente e con essa il suo amore Visione, ciò non ferma Thanos: grazie alla Gemma del Tempo torna indietro a prima della distruzione della Gemma e se ne impossessa, uccidendo Visione. Nulla può fermare più Thanos, che schiocca le dita con il guanto contenente tutte le Gemme.
Che la decimazione abbia inizio: metà della popolazione del pianeta viene polverizzata, tra cui molti dei nostri eroi. Gli unici a rimanere sono Captain America, Thor, Iron Man, Bruce, Vedova Nera, War Machine, Rocket e Nebula.
Thanos si risveglia completamente guarito su un altro pianeta e si gode incantevole tramonto, soddisfatto di aver vinto.
In una scena dopo i titoli di coda, vediamo i cittadini della Terra nel panico mentre metà del pianeta scompare. Nick Fury, prima di dissolversi, riesce a chiamare Captain Marvel.
Nella scena fra i titoli di coda di Ant-Man and the Wasp, Scott si avventura nel regno quantico per raccogliere particelle per aiutare a guarire Ava, mentre è monitorato da Hank, Janet e Hope. Sebbene riesca a raccogliere le particelle, il conto alla rovescia di Hope per riportarlo indietro si interrompe improvvisamente: Thanos in quel momento ha schioccato le dita e quindi Hank, Janet e Hope sono stati tutti ridotti in cenere, lasciando Scott intrappolato nel regno quantico.
Tutto inizia con Iron Man e Nebula bloccati sull’astronave dei Guardiani. Per fortuna arriva Captain Marvel che riporta l’intera nave sulla Terra, al quartier generale dello S.H.I.E.L.D. Con l’arrivo di Captain Marvel, Iron Man e Nebula, gli Avengers vanno su Titano, dove vive Thanos, e lo uccidono dopo aver scoperto che dopo lo schiocco le Gemme dell’Infinito sono andate distrutte.
Sconsolati e consci che senza le Gemme non si possa più fare nulla, i nostri eroi tornano sulla Terra. Passano 5 anni: è il 2023 e Tony è l’unico ad aver trovato una sorta di serenità grazie alla nascita di sua figlia, mentre gli altri Avengers non si danno pace. La svolta avviene quando Ant Man, tornato per un caso fortunato dal regno quantico, si presenta al quartier generale, con un’idea di viaggio nel tempo per recuperare le Gemme nel passato prima che vadano a Thanos.
Dopo aver convinto Tony, inizialmente riluttante per via della sua nuova vita con la sua famiglia, gli Avengers si danno da fare. L’idea è tornare in vari punti del passato e ottenere tutte le Gemme prima che Thanos se ne impossessi, e poi tornare al presente e annullare la decimazione usando tutte le Gemme. Non si tratta, dunque, di annullare il passato (pena un’alterazione della realtà con grosse conseguenze), ma rimediare all’azione di Thanos. La cosa importante è riportare poi tutte le Gemme al loro posto dopo il viaggio, in modo che si compia il futuro di Thanos che riesce a rubarle (altrimenti ci sarebbe un paradosso: quale evento annullerebbero se tale evento non si è mai compiuto?).
Iron Man, Ant-Man e Captain America vanno nel 2012, durante gli eventi del primo “Avengers” quando Loki stava attaccando New York usando la Gemma dello Spazio (il Tesseract). Il piano non va come previsto (il Loki del passato fugge e porta con sé il Tesseract) e sono costretti a ripiegare su un altro anno e località, in cui Tony incontra un giovane Howard Stark, suo padre. I tre ottengono la Gemma e di Loki ne parliamo nella sua serie, “Loki”.
Thor e Rocket sono tornati agli eventi di “Thor: The Dark World” e si trovano su Asgard per ottenere la Gemma della Realtà (che si era impossessata di Jane Foster). I due riescono nella missione e Thor recupera il martello, visto che il suo era stato (o per meglio dire sarà) distrutto da Hela in “Thor: Ragnarok”.
Hulk chiede la Gemma del Tempo all’Antico. Inizialmente l’Antico non cede, poi Hulk rivela che è stato Doctor Strange a consegnare la Gemma del Tempo a Thanos. L’Antico capisce subito che ciò significa che Strange era sicuro che fosse l’unico modo per salvare il mondo, e consegna la Gemma a Hulk. (Notare: Doctor Strange in quella realtà è ancora un chirurgo, ma l’Antico sa che sarà il prossimo Stregone Supremo).
Occhio di Falco e Vedova Nera cercano di ottenere la Gemma dell’Anima a Morag nel 2014, ma per farlo serve un sacrificio (Thanos aveva sacrificato Gamora). Vedova Nera salta dal dirupo e muore, lasciando la Gemma a un disperato Occhio di Falco.
Anche War Machine e Nebula sono a Morag nel 2014 per prendere la Gemma del Potere situata in una grotta. Nebula riesce a prendere la Gemma a costo del danneggiamento del suo braccio protesico. Tuttavia, da qualche altra parte nell’universo, la versione del 2014 di Thanos annuncia che Ronan l’Accusatore ha trovato la posizione della Gemma del Potere; queste informazioni vengono condivise con le versioni 2014 di Gamora e Nebula quando improvvisamente, il sistema nella versione 2014 di Nebula inizia a interfacciarsi con il suo sé del 2023. Sebbene l’attuale Nebula non sia a conoscenza, la versione 2014 di Nebula trasmette il feed visivo del suo sé futuro.
Thanos, dunque, attraverso filmati dal futuro, capisce che riuscirà nel suo intento del futuro e che gli Avengers stanno tornando indietro dal (suo) futuro per rimettere le cose in ordine. La versione 2014 di Nebula giura la sua fedeltà a suo padre nonostante il suo apparente tradimento in futuro, e Thanos la manda nel futuro per fingersi quella del 2023, che in realtà è tenuta prigioniera.
Dopo aver ottenuto tutte le Gemme, gli Avengers tornano alla base nel 2023 e le inseriscono in un guanto creato appositamente. Tocca a Hulk annullare il danno fatto da Thanos: in atroci sofferenze, il gigante verde riesce nell’intento. La popolazione scomparsa 5 anni prima ritorna dopo lo schiocco.
Ma rimane il problema di Nebula versione 2014. Senza essere vista da nessuno, questa attiva il Tunnel Quantico per consentire il passaggio alla nave di Thanos e il suo esercito. Nebula 2014 ha ora il compito di recuperare il guanto con tutte le Gemme, mentre, a bordo della nave, Gamora scopre dalla futura Nebula che le due sarebbero diventate amiche e alleate nel futuro. Saputo ciò, Gamora, che ha sempre avuto delle riserve sul suo impegno con Thanos, libera la Nebula 2023.
Nella battaglia, nonostante il loro vantaggio in termini di numero e abilità incredibili, gli Avengers si sono trovati sopraffatti dallo straordinario potere e abilità di combattimento di Thanos. Con il suo scudo rotto e il martello di Thor (che ora può brandire anche lui, essendo degno) fuori portata, Captain America sembra essere senza speranza. Ma proprio in quel momento arrivano gli Avengers precedentemente caduti: Falcon, Doctor Strange, Black Panther, Wanda, Spider-Man, Drax, Groot, Wasp, Starlord, Mantis, e Winter Soldier. Rogers, gridando «Avengers, uniti!», richiama in battaglia tutti contro Thanos.
Inizialmente gli Avengers sembrano sopraffare l’esercito di Thanos (Wanda quasi riesce a sconfiggerlo da sola) e Captain Marvel Captain Marvel trattiene la sua mano prima di fargli schioccare le dita. Tuttavia, Thanos usa la Gemma del Potere per colpire Captain Marvel. A questo punto, quando tutto sembra perduto, Doctor Strange guarda Tony e gli ricorda la loro precedente discussione sulle probabilità di vincere (in “Avengers: Infinity War”), alzando il dito per segnalare che l’unica possibilità è quella che stanno vivendo. Tony capisce cosa fare. Thanos si compiace della sua presunta vittoria e dichiara «Io sono ineluttabile», facendo eco a ciò che il suo io del 2018 ha detto prima della sua morte, prima di schioccare le dita, ma non succede nulla. Thanos, con suo shock, si rende conto che le Gemme dell’Infinito sono scomparse e rivolge la sua attenzione a Tony, che ora è in possesso delle pietre.
Dopo aver impugnato il potere delle sei Gemme dell’Infinito e aver dichiarato vittoriosamente «Io sono Iron Man!», Tony schiocca le dita e fa sparire Thanos e il suo esercito, ma sacrificandosi.
La battaglia si conclude e dopo il funerale di Tony vediamo cosa succederà nelle vite di alcuni degli altri Avengers:
Occhio di Falco e Wanda si confortano a vicenda: entrambi soffrono per la perdita dei loro cari (rispettivamente Natasha e Visione).
Peter Parker torna a scuola, provato dalla morte di Tony.
Thor fa della sua amica Valchiria la nuova sovrana di Asgard, mentre lui si unisce ai Guardiani della Galassia, compresa la Gamora del 2014.
Captain America si offre volontario per riportare le Gemme al loro posto nel passato, ma quando torna nel presente lo ritrovano invecchiato: ha deciso, infatti, di rimanere nel passato, negli anni ’40, e vivere la sua vita da persona normale insieme al suo amore Peggy Carter. Steve dà allora il suo scudo a Falcon, considerandolo degno erede.
In una scena dopo i titoli di coda di “Black Widow”, Yelena Belova incontra la contessa Valentina Allegra de Fontaine sulla tomba di Natasha. Veniamo dunque a sapere che ora Yelena lavora per lei. La contessa fa vedere a Yelena la foto del suo prossimo target, “responsabile” della morte di Natasha: Clint Barton (Occhio di Falco).
La fase 3, e quindi anche la saga dell’infinito, si può dire conclusa con questo film. Iniziamo dunque la fase 4!
Loki
Dopo aver rubato il Tesseract durante gli eventi indietro nel tempo di “Avengers: Endgame”, Loki (che quindi è il Loki del 2012, non quello del 2023) viene catturato dalla Time Variance Authority (TVA), un’organizzazione che esiste al di fuori dello spazio-tempo e controlla le linee temporali cercando di mantenere l’ordine. Loki ha la possibilità di collaborare con la TVA in cambio di essere risparmiato, perciò inizia a cercare la persona che sta combinando pasticci nelle linee temporali, ovvero una Variante di Loki stesso.
Questa si scopre essere Sylvie (o Lady Loki, una Variante donna di Loki), che sta cercando di annientare i capi della TVA per un vendetta personale giustificata. Sylvie e Loki passano del tempo insieme e tra loro nasce qualcosa e i due riescono ad arrivare ai vertici della TVA per scoprire chi davvero c’è dietro: Colui che Rimane (Kang il Conquistatore dei fumetti Marvel, villain già annunciato di “Ant-Man and the Wasp: Quantumania”).
Colui che Rimane si presenta raccontando la sua storia: nel 30° secolo era (o sarà? In questi casi è difficile scegliere i tempi verbali!) uno scienziato che aveva scoperto l’esistenza dei multiversi ed era entrato in contatto con le sue Varianti. Nella guerra fra i multiversi che questa scoperta aveva generato, lui era riuscito a battere tutti e così aveva istituito la TVA in modo da rendere ufficiale la sua linea temporale e annientare tutti coloro che cercavano di scavalcarla.
I nostri antieroi hanno due possibilità: uccidere Colui che Rimane e dare il via al caos che questa azione genererà, oppure lasciarlo andare e prendere il suo posto, oneri compresi. Sylvie scaraventa Loki nella TVA da dove sono venuti e sceglie la prima opzione: uccidendo Colui che Rimane, le linee temporali non sono più controllabili e infatti Loki non si ritrova nell’universo da cui era arrivato, i suoi amici della TVA non lo riconoscono perché in quell’universo non lo hanno mai incontrato.
Prima serie TV che si inserisce nell’MCU. Ci sarebbero tante cose da dire su Wandavision, tante interpretazioni e chiavi di lettura, ma qui ci concentreremo sulla trama e sul perché sarà importante per i prossimi film.
Nel momento in cui Hulk ha schioccato le dita per riportare indietro tutti coloro che erano stati fatti sparire da Thanos, il mondo è nel caos. Tra quelli che sono stati “blippati” c’è Monica Rambeau, figlia di Maria Rambeau, migliore amica di Captain Marvel. Monica, capitana dello S.W.O.R.D., scopre che nei suoi 5 anni di assenza sua madre è venuta a mancare e che, prima della morte, questa aveva disposto che Monica rimanesse a gestire missioni solo terrestri.
Così Monica, insieme all’agente Woo (che avevamo conosciuto in “Ant-Man and the Wasp”) e alla dottoressa Darcy Lewis (amica di Jane Forster presente nei primi due film di Thor), è chiamata a investigare sull’anomalia Westview, una cittadina del New Jersey che sembra essere scomparsa dalla mente delle persone vicine. Inoltre, tutte le persone di Westview sono scomparse ma nessuno riesce ad avvicinarsi, come se ci fosse un campo magnetico.
Darcy Lewis rileva delle onde e riesce a sintonizzarsi alla cittadina tramite un vecchio televisore: ogni giorno va in onda, come se fosse una sitcom, la vita di coppia di Wanda e Visione. Ma Visione dovrebbe essere morto, ucciso da Thanos! Monica decide di andare a vedere in prima persona entrando nel campo magnetico, ma quando Wanda si accorge dell’intrusa la manda via dalla sua dimensione.
Quindi è Wanda ad aver costruito tutto quanto, a causa del dolore per perdita di Visione. Tutto è nato quando, tempo prima, Wanda era andata alla sede dello S.W.O.R.D. per recuperare il corpo di Visione con lo scopo di seppellirlo, ma Heyward, a capo dello S.W.O.R.D., le aveva il permesso e aveva scatenato la sua rabbia. A quel punto Wanda aveva preso il corpo e, a Westview, aveva costruito con i suoi poteri una dimensione ad hoc per lei e il suo amore, per ricominciare la loro vita.
I guai non finiscono qui: una vicina di casa di Wanda a Westview, Agnes, che si era sempre mostrata amichevole e disponibile, è in realtà Agatha Harkness, una strega intenzionata a scoprire il segreto degli enormi poteri di Wanda.
Nella battaglia finale succedono tante cose: Wanda prende pieno possesso dei suoi poteri e capisce di essere la Scarlet Witch, una strega potentissima, Heyward e Agatha Harkness vengono sconfitti (quest’ultima viene ritrasformata da Wanda in una pettegola vicina); Monica, nel tentativo di ritornare a Westview, acquisisce dei poteri sconosciuti, Wanda spezza l’incantesimo su Westview, che torna una normale cittadina. Così facendo anche Visione e i loro figli, avuti all’interno della realtà creata da Wanda, scompaiono. Tuttavia, in precedenza, Heyward era riuscito ad attivare il vero Visione, ora tutto bianco, che dopo aver parlato con il Visione creato da Wanda e aver recuperato i suoi ricordo, fugge via. Quando lo rivedremo?
Dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio, Monica viene contattata da uno Skrull (le creature che hanno combattuto a fianco di Captain Marvel) e le dicono che un amico (o amica?) della madre vuole incontrarla. Wanda, invece, mentre studia la magia per riuscire a controllarla al meglio, sente la voce dei suoi figli che le chiedono aiuto.
Vi ricordate che in “Spider-Man Homecoming” Peter voleva essere un Avenger mentre Tony lo relegava ad essere solo un amichevole Spider-Man di quartiere? Ecco, questo film è il contrario: Peter deve andare in gita scolastica in Europa e vorrebbe passare un periodo in vacanza senza preoccupazioni e, soprattutto, vorrebbe dichiararsi alla sua compagna di classe e amica MJ, ma i suoi piani però non vanno a buon fine, perché Nick Fury lo contatta per avere un aiuto contro i cattivi di turno, ovvero gli Elementali, creature distruttrici.
Ad aiutare la squadra c’è anche Quentin Beck (chiamato Mysterio), un nuovo supereroe che viene da un’altra dimensione (provando quindi l’esistenza dei multiversi) ed è pronto a sconfiggere gli Elementali perché questi hanno distrutto il suo pianeta e la sua famiglia.
In realtà poi scopriamo essere tutto un piano di Mysterio, che tramite delle proiezioni olografiche molto avanzate e ad un team espero è riuscito a creare gli Elementali per sconfiggerli e ottenere la fiducia di tutti. Quindi, per ora, niente multiversi. Spider-Man riesce ad abbattere Mysterio e la sua controparte normale riesce a dichiararsi a MJ (che scopre il suo segreto).
Durante la scena fra i titoli di coda, però, tramite un annuncio mondiale, il direttore della testata scandalistica Daily Bugle (che tra l’altro è l’attore che interpretava la medesima parte nei primi film di Spider-Man, non MCU) mostra un video in cui Spider-Man sembra colpevole degli attacchi in Europa e Mysterio sembra il vero eroe (il video è manomesso, ma questo lo sappiamo noi spettatori). Inoltre Mysterio rivela la vera identità di Spider-Man.
Nella scena dopo i titoli di coda, scopriamo che Nick Fury era in realtà per tutto il tempo Talos, lo Skrull amico di Captain Marvel, mentre il vero Fury è nello spazio in un’astronave Skrull.
The Falcon and the Winter Soldier
Sei mesi dopo gli eventi di “Avengers: Endgame”, Sam Wilson ferma George Batroc e il gruppo terroristico LAF con il supporto del tenente dell’aeronautica statunitense Joaquin Torres. Sam, a cui è stato dato lo scudo di Capitan America da Steve Rogers, decide di darlo al governo degli Stati Uniti per una mostra in un museo; Bucky Barnes, che è stato recentemente graziato, frequenta sessioni di terapia ordinata dal governo dove discute i suoi tentativi di fare ammenda per il suo periodo da Winter Soldier. Torres indaga su un altro gruppo terroristico chiamato i Flag Smashers, che crede che la vita fosse migliore durante il blip. Torres viene ferito da un membro del gruppo con una forza sovrumana e informa Sam. Il governo, intanto, annuncia che il soldato decorato John Walker sarà il nuovo Capitan America.
Bucky, che pensa che Sam avrebbe dovuto tenere lo scudo, decide di accompagnarlo a Monaco, dove i Flag Smashers e il loro capo Karli Morgenthau stanno rubando un carico. Sam e Bucky attaccano il gruppo ma i terroristi sono dei Super Soldati e riescono a sopraffare la coppia. John Walker arriva per aiutare ma i Flag Smasher scappano, dopodiché John Walker propone di lavorare con Bucky e Sam, ma loro rifiutano.
Bucky suggerisce a Sam di visitare il prigioniero Helmut Zemo, che si offre di aiutarli a fermare i Flag Smashers, così Bucky organizza una rivolta carceraria per aiutarlo a fuggire dalla prigione. I tre arrivano a Madripoor, un’isola famosa per ospitare fuggitivi e criminali governata da una misteriosa entità chiamata Power Broker. Un criminale rivela che Power Broker ha assunto l’ex scienziato Hydra, il dottor Nagel, per ricreare il siero del super soldato (quello che ha reso Steve Rogers Captain America). Sharon Carter, nipote di Peggy Carter (l’amore di Steve Rogers), che è ancora una latitante dopo gli eventi di “Captain America: Civil War”, li indirizza al laboratorio di Nagel. I nostri scoprono che ha creato 20 dosi del siero del super soldato, che poi Karli Morgenthau ha rubato.
Sam parla con Morgenthau e tenta di convincerla a porre fine alla violenza, ma un impaziente John Walker interviene e ne consegue una rissa. Zeno distrugge la maggior parte del siero prima di essere catturato da John Walker, che segretamente prende l’ultimo. In una successiva rissa, Morgenthau uccide accidentalmente l’amico di John Walker con la sua super forza e lui usa il suo scudo per uccidere il Flag Smasher di fronte a spettatori inorriditi che filmano le sue azioni. Sam e Bucky prendono allora lo scudo a John Walker, che viene spogliato del suo ruolo di Capitan America; in seguito viene avvicinato da Valentina Allegra de Fontaine e costruisce un nuovo scudo dai rottami metallici e dalle sue medaglie.
I Flag Smashers pianificano un attacco a una conferenza GRC e sono raggiunti da Batroc, che è stato assunto da… Sharon Carter! Con una nuova uniforme di Capitan America e una tuta da volo fatta dai wakandiani, Sam vola a New York per fermare l’attacco dei Flag Smashers con l’aiuto di Bucky, Sharon e John Walker. Sharon rivela accidentalmente di essere il Power Broker a Batroc e quando lui minaccia di ricattarla, Sharon lo uccide. La stessa fine la farà Morganthau.
Sam convince il GRC a posticipare il trasferimento forzato degli sfollati per cui Morganthau è morta combattendo e rimanenti Flag Smashers potenziati vengono catturati da Bucky e Sam e mandati in prigione, ma vengono fatti saltare in aria dal maggiordomo di Zemo (che è stato riportato ai wakandiani da Bucky).
De Fontaine dà a John Walker una nuova uniforme e un nuovo nome in codice: U.S. Agent e Bucky fa ammenda con tutti quelli che ha ferito come Winter Soldier. Dopo aver ricevuto il perdono dal governo, Sharon si ricongiunge alla CIA e intende utilizzare questo accesso per vendere segreti e risorse del governo.
Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli
Il film parla del supereroe cinese Shang-Chi, un maestro di arti marziali, che da bambino va negli Stati Uniti per sfuggire alle grinfie del suo tirannico padre chiamato Wenwu (che noi conosciamo come il Mandarino). Shang-Chi alla fine deve trovarsi faccia a faccia con Wenwu, che crede che sua moglie e la madre morta di Shang-Chi non sia realmente morta ma in realtà rinchiusa in Ta Lo, una bellissima dimensione fantastica a cui apparteneva.
Nell’ultimo atto del film, Wenwu sta portando i suoi guerrieri dei dieci anelli a Ta Lo perché crede che sua moglie lo stia chiamando. In realtà è un demone che vuole liberare se stesso e i suoi scagnozzi e distruggere tutto. Wenwu, armato dei Dieci Anelli, raggiunge l’ingresso del luogo in cui crede si trovi sua moglie. Shang-Chi però riesce a sconfigge Wenwu e il demone sfruttando il potere della natura come sua madre.
Nella scena nel mezzo dei titoli di coda, appare a Shang-Chi e la sua amica Katy un portale da cui sbuca Wong. Dopodiché vediamo Captain Marvel e Bruce Banner parlare del fatto che i Dieci anelli emettono un misterioso segnale.
Nella scena dopo i titoli di coda vediamo la sorella di Shang-Chi, Xialing, prendere il comando delle forze del padre ormai morto.
Dieci esseri dotati di straordinari poteri, chiamati Eterni e provenienti dal pianeta Olympia, vengono inviati sulla Terra per volere del Celestiale Arishem, affinché possano proteggere la giovane razza umana dalla minaccia Deviante. Guidati dall’Eterna Primaria Ajak, il gruppo veglia sull’umanità giorno dopo giorno, fino all’uccisione di quello che sembra essere l’ultimo gruppo di Devianti sul pianeta azzurro. Esaurito il compito affidatogli, gli Eterni si trovano a discutere sull’insensatezza del veto posto dal Celestiale di non interferire con i conflitti degli uomini.
In crescente disaccordo, si trovano costretti a separarsi fino a che, secoli dopo in una Londra moderna, Sersi e Sprite vengono assaliti dalla furia di uno di quei mostri creduti sconfitti. I Devianti sono tornati e sono determinati a sterminare i dieci eroi nell’ombra che, nel tentativo di riunirsi, scopriranno la verità sul loro incarico: non combattere i Devianti, bensì preparare la Terra per l'”Emersione”. Arishem spiega che per milioni di anni i Celestiali hanno piantato i loro semi su pianeti popolati per la nascita di nuovi Celestiali, con i Devianti inviati da loro per distruggere i predatori di ogni pianeta per garantire lo sviluppo della vita. Tuttavia, quando i Devianti si sono evoluti e hanno iniziato a dare la caccia alle popolazioni native del pianeta, i Celestiali hanno creato gli Eterni per eliminarli.
Arishem spiega che con l’inversione del Blip, la Terra ha raggiunto la popolazione necessaria per la nascita del Celestiale Tiamut, che porterà alla distruzione della Terra. Gli Eterni allora si uniscono per salvare gli abitanti della Terra ma scopriranno presto che l’Eterno più forte e stimato, Ikaris, era già a conoscenza della loro vera missione ed era stato lui a uccidere l’Eterna Primaria Ajak.
Il gruppo riesce a fermare l’emersione e Sersi torna alla sua vita a Londra insieme al suo fidanzato Dane. Tuttavia, lei e altri tre Eterni vengono rapiti da Arishem che dice loro che risparmierà i terrestri solo se nei ricordi dei tre vedrà che gli umani sono degni di vivere.
Nella prima scena dopo i titoli di coda facciamo la conoscenza del fratello di Thanos, Eros, presentato da un troll di nome Pip. Eros offre agli Eterni rimasti il suo aiuto a ritrovare i tre scomparsi.
Nella seconda scena dopo i titoli di coda vediamo Dane, il fidanzato di Sersi, che per tutto il film ci aveva fatto intuire di avere ascendenze particolari, aprire un cofanetto con una spada. Una voce non identificata gli chiede se lui sia pronto: per sapere chi ha pronunciato la frase e cosa volesse dire dobbiamo aspettare i prossimi film!
Questo articolo viene periodicamente aggiornato in base alle nuove uscite e recensioni: nel frattempo cliccando sui link qui sotto troverete già i nostri commenti ai film e alle serie tv, che dovremmo ordinare in base alla visione, come già fatto per le precedenti uscite.
Avete presente quando vi succede qualcosa di brutto e l’unica cosa che vorreste è digerirla? La sofferenza è talmente tanta, rimuginare è così facile che si vorrebbe solo dimenticare. Lo scrisse anche Pratolini, credo proprio in quel bel romanzo “Cronache di poveri amanti”: dimenticare è l’aiuto che ci offre la vita perché la viviamo.
Può valere per una litigata, può valere per un’incomprensione. Siamo certi possa valere per tutto? La paura che spesso ci corrode è proprio quella di non riuscire a superare determinati accaduti o determinati confronti. E allora accogliamo, ci raccontiamo di essere migliori, superiori. Come se ci dovessimo distaccare dal sopruso, fingendo che ci abbia toccato fino ad un certo punto.
E così le ancelle di Gilead nei gruppi di supporto gestiti da Moira fanno kumabaya in cerchio. Tutte, tranne una. Indovinate quale? June non conosce vittimismo: anche il dolore che diventa rabbia ha diritto di esistere. Ma non tutti riescono ad accettarlo. Certo è che ci vuole coraggio a essere ipocriti dopo un’esperienza come Gilead. Ci vuole coraggio a dire che “non ci importa che fine fanno i comandanti” dopo che hanno stuprato moltissime donne in nome della religione.
La paura frena la lingua, lo sappiamo bene. Ma forse frena anche la nostra evoluzione. Quel pensiero di essere nel torto, di essere sbagliati, ma soprattutto di aver meritato quello che ci è capitato è molto pericoloso: rischia di tenerci in gabbia anche quando dalla gabbia siamo già usciti da un pezzo.
Ma la gabbia è familiare, uscirne fa quasi paura. Lo si fa in punta di piedi sperando di non svegliarsi. Provare a essere liberi significa provare a dire la nostra versione della storia senza paura di essere giudicati. Tanto lo saremo comunque, sia che diciamo una bugia, sia che diciamo la verità. Emily torna sotto i riflettoriin questo ottavo episodio, “Testimony”, e si fa portavoce proprio di questo messaggio.
D’altro canto, invece, la lucidità di June in tribunale è sconvolgente: nella stanza con i coniugi Waterford, alla presenza di sua marito Luke che si presenta senza invito, la protagonista racconta la sua storia come se dovesse fornire una anamnesi. La sua rabbia è dosata e concentrata in ogni singola parola della testimonianza. June vuole giustizia. Per lei e per tutti coloro che hanno paura di chiederla. Questo, tra luci ed ombre, la rende una vera eroina.
“Donne che innovano” è il titolo del libro d’esordio di Giada Palma, trentenne veronese con alle spalle studi di giurisprudenza e matematica, ma soprattutto una grande passione per l’innovazione e l’imprenditoria. Il libro, presto in pubblicazione anche tradotto in lingua inglese, si presenta con una veste particolare, un formato quadrato che già dalle prime pagine ricorda le stampe delle enciclopedie. Colori, citazioni e venti storie raccontate nel 2020. Le storie sono le finaliste di un premio europeo dedicato proprio alle donne che innovano. Lo avevate mai sentito nominare? No? Nemmeno Giada lo conosceva: lo ha scoperto per caso nell’estate della Pandemia. Il viaggio di questo libro comincia proprio in un momento di crisi e di incertezza ed è dedicato a tutte le persone che “coltivano un sogno”.
Donne e STEM
Un punto di svolta, queste storie, anche secondo la professoressa e imprenditrice Josette Dijkhuizen, la quale – nella prefazione del libro – sostiene che tra 10 anni capiremo quanto queste donne abbiano plasmato il futuro della prossima generazione. Non possiamo negare, infatti, che ancora oggi ci siano settori in cui il genere femminile venga preso meno sul serio di quello maschile: i fatti possono fare la differenza, specialmente se raccontati e resi noti. Ma soprattutto, i fatti possono ispirare.
Dalla stampa 3D all’intelligenza artificiale, dall’omeopatia alla rigenerazione ossea, “Donne che innovano” è un libro da sfogliare piacevolmente alla ricerca di verità e coraggio.
Tra le venti storie quale ti ha colpito di più e perché?
È una domanda che mi fanno spesso, eppure per me è impossibile stilare una classifica o esprimere preferenze, perché sono affezionata a tutte le storie e leggo in ciascuna dei tratti distintivi che me ne fanno affezionare. Di Jalila Essaidi ho amato l’animo artistico e spirituale, di Rima Balanaskiene gli stretti legami familiari, di Galit Zuckerman ammiro la determinazione, mentre adoro il robottino di Karen Dolva… Ma sono solo degli esempi.
La scelta grafica del libro è molto particolare, ricorda un’enciclopedia: da cosa deriva?
A dire il vero l’ispirazione è tratta da alcuni libri editi da Chronicle Books, intersecati con National Geographic, che è la mia rivista preferita. Volevo fosse un libro colorato e prensile, nel senso che il lettore deve essere in grado di approcciare un argomento anche in modo discontinuo, entrando e uscendo a seconda delle sue emozioni.
Venti storie per venti Paesi: quali sono le differenze riscontrate tra queste donne, unite dal fil rouge dell’innovazione?
Ci sono differenze evidenti, prime fra tutte l’età, il carattere, l’educazione ricevuta, il tipo di cultura e il Paese d’origine. Trovo però più interessanti i punti in comune, che sono sicuramente meno evidenti eppure più profondi. Sono donne che condividono una certa idea di futuro, e un’ambizione che non è solo individuale ma, al contrario, ha una forte vocazione sociale.
“Attraverso l’ingegneria scopro il mio lato creativo”, afferma Neus Sabaté. Possiamo affermare che nel mondo, oggi, c’è anche posto per le ingegnere oltre che per gli ingegneri?
Diciamo che c’è sempre più spazio per le donne, uno spazio che stiamo conquistando con fatica. La STEM dovrebbe essere per eccellenza un terreno adatto alla parità di genere, proprio per la sua natura più spiccatamente quantitativa, e invece le disparità sono più evidenti qui che altrove. Cominciano però ad arrivare messaggi diversi e si diffonde una sempre maggiore consapevolezza.
Le ragazze sono sempre state scoraggiate a proseguire con studi scientifici all’università: tu hai studiato matematica. Ti sentiresti di portare il tuo libro nelle scuole per ispirarle e motivarle?
Mi piacerebbe davvero molto. Il mio libro nasce proprio con l’idea di offrire alle ragazze di oggi uno strumento di lettura diverso del mondo del lavoro nella STEM. Quando mi sono diplomata la mia prima scelta è stata giurisprudenza, credo anche perché all’epoca l’orientamento scolastico praticamente non c’era, e si andava un po’ a naso, spesso seguendo la tradizione familiare. Vorrei che questo libro fosse anche l’occasione per avvicinarsi alle carriere scientifiche.
Come ti immagini l’imprenditoria post Covid-19?
Domanda difficile. Leggo delle tendenze, in primis alla flessibilizzazione del lavoro sia in termini geografici che temporali, ma questo è al contempo sia un rischio che un’opportunità. Le donne erano “smart workers” anche ai tempi della rivoluzione industriale, giustificando così una minore retribuzione in cambio della possibilità di svolgere il lavoro da casa. Oggi abbiamo l’opportunità di ripensare anche il modo in cui si lavora, non sprechiamola!
ll Pride (letteralmente parata dell’orgoglio) è la parata dei diritti civili più colorata che si conosca, famosa per gli outfit vivacissimi, la musica a tutto volume e per l’energia incredibile che la comunità LGBTQI+ riversa nelle strade in quel giorno. Il Pride però, più corretto chiamarlo così, non è solo quello, e per capirci meglio occorre conoscere un po’ di storia.
La storia del Pride
Tutto nasce in locale di New York, lo Stonewall, nel quartiere di Greenwich, il 28 giugno del 1969. Lo Stonewall oggi è un monumento nazionale, ma cinquant’anni fa, era un locale frequentato soprattutto da persone omosessuali e transgender. Il 28 giugno di quell’anno la polizia fece irruzione al suo interno sequestrando clienti, picchiandoli, massacrandoli e minacciandoli in una lunga e sanguinosa retata. Erano contro loro e contro il cross dressing, la pratica di vestirsi con abiti normalmente utilizzati da persone di sesso opposto.
In verità non era la prima volta che accadeva ciò: in quegli anni persone gay, lesbiche, transgender, erano abituate a subire critiche, offese, umiliazioni e abusi. La differenza fu che quella sera, dopo decenni di oppressione e minacce, decisero di ribellarsi dando vita inconsapevolmente a quelli che poi gli storici avrebbero chiamato i “Moti di Stonewall”. Leggenda vuole che fu Sylvia Rivera, transgender, a scagliare il primo colpo levandosi la scarpa col tacco e lanciandola contro un poliziotto.
Il primo giorno i poliziotti furono 10, ma si ritrovarono a dover lottare contro almeno 500 persone tra i frequentatori dello Stonewall Inn e altre persone della comunità LGBTQI+ che corsero in loro aiuto. Il secondo giorno la polizia schierò anche l’unità utilizzata per gli scontri sulla guerra in Vietnam, ma si trovarono dinanzi a loro almeno 1000 persone capeggiate da drag queen pronte a deriderli con uno slogan pensato proprio per loro.
“We are the Stonewall girls We wear our hair in curls We wear no underwear We show our pubic hair We wear our dungarees Above our nelly knees!“
“Siamo le ragazze dello Stonewall Abbiamo i capelli riccioluti Non indossiamo intimo Vi mostriamo i nostri peli pubici E mettiamo delle salopette corte… …sopra le nostre ginocchia da checche!“
Era finito il tempo di nascondersi. Lo slogan riechieggiava fortissimo: “Say it clear, say it loud. Gay is good, gay is proud.” (“Dillo in modo chiaro, e urlalo. Essere gay è giusto, essere gay è motivo d’orgoglio”).
Il primo Gay Pride
I moti durarono per cinque giorni e in onore di questi, l’anno successivo si svolse il primo “Gay Pride” della storia denominato “Christopher Street Day”, dal nome della via dove si trovava lo Stonewall. I partecipanti scesero in strada indossando i vestiti più sgargianti e colorati, costumi da bagno e slip. Le transessuali e i travestiti erano liberi di passeggiare in strada senza avere paura. L’obiettivo della marcia era solo uno: far sapere che le regole sociali erano in verità regole di repressione che a loro non andavano più bene.
Sempre quello stesso anno furono organizzate altre manifestazioni a Chicago, San Francisco e Los Angeles città in cui la manifestazione fu per la prima volta transennata e organizzata come una vera parata.
Da allora, la comunità LGBTQI+ si è allargata continuamente dando vita ai primi movimenti e associazioni in difesa dei loro diritti. Quelle battaglie sfociarono poi, nel 1990, in una grande vittoria: depennare l’omosessualità e la transessualità dalla lista dell’Omsdella malattie mentali.
In Italia, la prima manifestazione pubblica di omosessuali avvenne a Sanremo nel 1972 per protestare contro il “Congresso internazionale sulle devianze sessuali” organizzato dal Centro italiano di sessuologia di matrice cattolica.
Ma il primo evento che ricalcava i pride internazionali si tenne a Torino nel 1978 a seguito di diversi episodi di violenza contro omosessuali avvenuti nel resto dell’Italia nei mesi precedenti.
Il primo Pride nazionale ufficiale si svolse nel 1994, a Roma, organizzato dal “Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli” con l’accordo dell’Arcigay. Tra gli organizzatori c’erano Imma Battaglia e Vladimir Luxuria.
Da qui, le parate si diffusero in tutta Italia.
A partire dal 2014, i pride vengono organizzati in modo itinerante all’interno di un’organizzazione radicata su tutto il territorio nazionale e per tutto il mese di giugno. Nel primo anno l’Onda Pride ha coinvolto 13 città, numero che è andato crescendo progressivamente fino ad arrivare a 39 nel 2019 (ultimo dato ufficiale pre pandemia).
E se è vero che si potrà tornare a viaggiare e siete interessati, ecco alcuni dei pride più belli in Europa ai quali potreste partecipare:
ATENE (4 giugno)
Una festa arcobaleno alle pendici del Partenone. Un’opportunità per la comunità LGBTQI+ locale e per le organizzazioni di presentare obiettivi, attività e richieste. Il Pride di Atene è impegnato da sempre in battaglie contro le malattie sessuali trasmissibili ed è per questo che è possibile effettuare test gratuiti da fare sul posto per HIV e STI.
MADRID (3 luglio)
Noto come “Orgullo Madrid” in Spagna, comprende di gran lunga la più imponente sfilata pride d’Europa nonché del mondo. Sotto i riflettori, circa 2 milioni di persone che si riversano per le strade della capitale festeggiando giorno e notte. Un’esperienza unica nel suo genere, uno spettacolo a cielo aperto di puro divertimento che parte dalla stazione di Atocha.
LONDRA (11 settembre)
La “Pride in London” è uno dei pride più famosi al mondo. Un festival cittadino con oltre 60 spettacoli itineranti che attira attorno a sé migliaia di persone. Una celebrazione dell’orgoglio gay molto colorata, dinamica ed esplosiva che si snoda solitamente da Baker Street a Trafalgar Square, e passa per Oxford Street e Regent Street.
ROMA (26 giugno)
Uno dei pride più belli di Italia nella città più bella del mondo. Una parata divisa in tappe caratterizzata da musica, gruppi animati, bandierine svolazzanti, e carri colorati. In tutta la settimana del Pride vengono organizzati eventi collaterali quali feste, proiezioni, concerti…
BUDAPEST (25 giugno)
Il più grande evento LGBT annuale in Ungheria, più piccolo rispetto agli altri Gay Pride occidentali in quanto resta ancora una manifestazione politica. Nonostante ciò, si celebra il mese con festival cinematografici, dibattiti, mostre, picnic, concerti e feste.
Queste manifestazioni sono da oltre 50 anni, l’occasione per unire le persone nella battaglia per i diritti civili. Il Pride pertanto diventa occasione di rete e di dialogo in una manifestazione inclusiva che interessa chiunque a prescindere della propria identità di genere o del proprio orientamento sessuale. Basti notare come negli ultimi anni, molte persone eterosessuali, sono scese e scendono per strada a sostegno della comunità LGBTQI+. Ultima non ultima battaglia quella del DDL ZAN: un disegno di legge per la “prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”.
Se vi chiedete pertanto se il Pride ha ancora senso, ebbene la risposta è senza dubbio sì.
Era una vita che non si vedeva un cartone animato così bello e il regalo più bello a Natale 2020 lo ha fatto Disney Pixar. Il 25 Dicembre è uscito su Disney Plus un nuovo film d’animazione, “Soul”.
Soul: la trama
Soul racconta la vita di un insegnante di musica che però vorrebbe suonare il piano con altri artisti jazz famosi, e renderla la sua unica professione. Un giorno ottiene sia la proposta per il posto a tempo indeterminato come insegnante, sia la proposta per suonare il piano per una importante artista. Poco dopo ha un incidente fatale e lì cominciano le sue prime vere avventure, che lo portano a conoscere 22 nell’antemondo.
Joe è il protagonista di Soul e, nella sua ombra, anche 22 è la protagonista. Sono due personaggi codipendenti e la vicenda che vivono si svolge in funzione dell’altro. Tra i due c’è un rapporto simbiotico.
Il film è ben fatto e ha anche una trama bellissima, interessante e profonda. Dopo tanti film di animazione, della Disney e non, in cui il protagonista deve trovare lo scopo della sua vita, la Pixar ha fatto un film che tratta il tema in maniera filosofica. Temi come la vita e la morte non sono mai stati trattati con una tale naturalezza, bellezza e sensibilità. Neanche in Coco.
Chi sono i doppiatori di Soul?
Le voci dei protagonisti sono di Neri Marcorè, per Joe Gardner, e di Paola Cortellesi per 22. Sarebbe banale dire che sono stati bravissimi ad interpretarli, dato che stiamo parlando di tue talenti della recitazione, ma vale la pena sottolinearlo, per l’eccellente lavoro che hanno svolto col doppiaggio.
Soul: dove vederlo in streaming?
Il film è disponibile su Disney Plus, la piattaforma streaming della Disney che racchiude altri film e serie tv non Disney.
Perché vederlo?
Come intuibile già dal trailer, Disney Pixar ha creato un vero capolavoro dell’animazione, che spezza la monotonia dei live action e dei remake. Ha superato anche Inside Out. Benché il film possa assomigliargli per alcuni aspetti grafici, rimane molto originale, specie nei soggetti. A tal proposito, grafici e disegnatori hanno messo anima e corpo nella sua creazione.
È chiaro che hanno avuto mano libera nella creazione e nel disegno delle scene, che sono ricche di dettagli diversi tra loro. Nell’insieme, il risultato è davvero d’effetto!
L’idea di inserire il gatto grasso della pet therapy, Mr Mittens, in cui cadrà l’anima di Joe Gardner, ha reso comico e divertente Soul e molte scene del film.
I motivi per cui vedere Soul sono molti di più e più importanti.
Moltissime scene del film ispirano delle riflessioni, per questo vale la pena vederlo più volte.
“Soul” è un titolo calzante per il lungometraggio. Parla di due anime e allo stesso tempo tocca l’anima della vita, cioè quelle che sono le cose importanti di essa.
Avere dei mentori, che ci ispirano e ci incoraggiano, avere una famiglia e degli amici che ci sostengono, ci supportano e ci aiutano a credere in noi stessi.
Le piccole e numerose perle di saggezza che Soul contiene sono tanto importanti quanto profonde. La vita è bella perché è fatta di piccole cose, di piccoli gesti di affetto e cura, del sole che ci illumina il volto, di un dolcetto che ci è stato dato per rassicurarci.
La perla più preziosa di tutte è che non esiste uno scopo per cui siamo nati o a cui siamo destinati.
Il nostro unico scopo nella vita è viverla. E godere di qualsiasi cosa bella essa ci dona, come una giornata normale trascorsa tra un taglio dal parrucchiere e una camminata per la città, mangiando la pizza.
Ma quanto è difficile vivere e trovare un motivo valido quando tutto sembra andare male, quando siamo confinati a casa da una pandemia e non possiamo fare quello che vogliamo per cause di forza maggiore?
Non bisogna tralasciare una parte importante di noi stessi: la mente. Se la nostra psiche è maltrattata, o la maltrattiamo, diventeremo le ombre di noi stessi e ci impediremo di vivere.
Il modo in cui sono stati rappresentati visivamente le manie, le ossessioni, i traumi e la depressione, si avvicina molto a come si sente una persona che vive queste condizioni mentali.
Forse la scintilla non è uno scopo, non è una passione.
La scintilla forse è la vita stessa, tutto ciò che la compone. È qualcosa, qualsiasi cosa, che ci dà un motivo per apprezzare la vita: un cibo che amiamo mangiare, la nostra passione, la famiglia, qualcosa che ci piace fare. L’unico modo per vivere è avere sempre una scintilla, la propria scintilla.
Non a caso, Soul ha ricevuto due nomination agli Oscar 2021, miglior film di animazione e miglior colonna sonora, e le ha vinte entrambe
Premi assolutamente meritati, un riconoscimento giustissimo per uno dei film più belli degli ultimi anni. Forse ha avuto ancora poco successo tra il pubblico, probabilmente perché è stato uno dei film ad essere uscito in streaming e non al cinema.
Sta per arrivare, fortunatamente, quel momento dell’anno in cui abbiamo voglia di passare intere giornate in spiaggia. Sotto l’ombrellone, però, non possiamo soltanto dormire o chiacchierare con i nostri vicini di sdraio e molti di noi sentono il bisogno di riempire queste lunghe giornate di relax con un prodotto di intrattenimento. Io di solito opto sempre per un buon libro, ma quest’anno oltre a leggere mi dedicherò sicuramente anche all’ascolto di podcast interessanti. In questo articolo quindi vi consiglio dieci podcast, per tutti i gusti, da ascoltare sotto l’ombrellone.
1. Il gorilla ce l’ha piccolo
Si tratta di un podcast curato da uno scienziato, un biologo per l’esattezza, Vincenzo Venuto, con la partecipazione di Telmo Pievani e Michele Luzzatto. L’argomento trattato è l’evoluzione della specie, che seleziona i più adatti a riprodursi (e non i più capaci di sopravvivere come si potrebbe pensare). In questo podcast si affrontano temi come il desiderio sessuale, le relazioni sociali (amorose e non), le alleanze, le amicizie, i rapporti familiari e, infine, la morte, in tutto il mondo animale, homo sapiens compreso. Questo podcast prodotto da storielibere.fm è accattivante e interessante, perché permette all’ascoltatore di scoprire delle curiosità di cui non aveva idea come ad esempio che il gorilla del titolo ce l’ha veramente piccolo. Per l’esattezza tre centimetri in erezione e con testicoli grandi quanto un acino d’uva, perché il maschio non è in competizione con altri maschi della sua specie nel ciclo riproduttivo e quindi non ha avuto bisogno di sviluppare il suo apparato riproduttivo, come invece ha dovuto fare lo scimpanzé.
Per diciotto puntate da circa trenta minuti l’una l’ascoltatore scoprirà un mondo di informazioni curiosissime.
Il mio voto è cinque stelle su cinque. Lo consiglio a chi vuole imparare divertendosi.
2. Il Figlio
Il Figlio è il podcast nato dall’omonimo inserto settimanale di Annalena Benini sul Foglio. Le tematiche trattate riguardano storie che coinvolgono genitori e figli: le bugie, i compiti in classe, l’adolescenza, la vita quotidiana, le vacanze e ovviamente gli amori. In più di settanta pillole da cinque/sei minuti l’una l’ascoltatore potrà immergersi in questo mondo familiare universalmente riconosciuto.
Il mio voto è tre stelle su cinque. Lo consiglio a chi vuole ascoltare podcast-pillole.
3. Love stories
Questo podcast di Melissa Panarello racconta le storie d’amore di coppie celebri benedette o maledette, reali o fittizie: da Brenda e Dylan alla Madonna e San Giuseppe, passando per Ornella Vanoni e Gino Paoli e Minnie e Topolino.
Scritto con Chiara Tagliaferri e prodotto con storielibere.fm è un podcast leggero e piacevole. Il mio voto è quattro stelle su cinque.
4. Senza tabù
È un podcast in cui Nadia Tempest, come suggerito dal titolo, affronta varie tematiche senza tabù, con naturalezza. L’ascoltatore apprenderà la verità a proposito di sindrome di Tourette, iperattività, design, criminologia, cultura giapponese, mestruazioni, sesso e chi più ne ha più ne metta con ospiti che spiegano la propria esperienza. Il mio voto è tre stelle su cinque. Lo consiglio a chi vuole ascoltare esperienze di vita vissuta.
5. Fashion confidential
In un podcast settimanale dalla durata variabile (tra i sei e i dodici minuti circa), on air ogni lunedì alle 7:00, la giornalista Mariella Milani racconta incontri indimenticabili, episodi curiosi ed eventi vissuti con i tanti personaggi straordinari del fashion system.
Dalla sfilata di Versace a quella di Dior nel Foyer de l’Opéra di Parigi, dalla colazione con Valentino Garavani nel castello di Wideville all’incontro-scontro con Alexander McQueen a Londra la giornalista ci fa entrare nel backstage del mondo della moda, dove non è tutto oro quello che luccica. Il mio voto è quattro stelle su cinque. Lo consiglio agli appassionati di moda, ma anche ai più curiosi.
6. Fiabe in carrozza
È un podcast di “fiabe cucite a mano” in cui si raccontano le storie che sin dalla notte dei tempi hanno incantato i bambini. L’autore e narratore Filippo Carrozzi le presenta come fiabe cucite a mano perché si “approccia al racconto in modo quanto più artigianale possibile, dalla lettura alla messa in audio delle puntate”. Non ci sono effetti speciali ma solo parole in grado di creare la magia della dimensione fiabesca.
Il mio voto è cinque stelle su cinque. Lo consiglio al fanciullino che c’è in noi.
7. Polvere
Si tratta di una serie audio di Chiara Lalli e Cecilia Sala sull’omicidio di Marta Russo. A ventitré anni di distanza le giornaliste ricostruiscono le indagini e il processo.
È maggio, siamo nel 1997 e Marta Russo muore. Chi ha sparato? E perché? La pistola e il bossolo non si trovano. Poi arriva la perizia della Polizia scientifica: c’è una particella di polvere da sparo sul davanzale di un’aula universitaria, la stanza numero 6. Il 14 giugno arrestano Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro con l’accusa di omicidio volontario. In otto puntate della durata tra i trenta e i quarantacinque minuti l’ascoltatore rivivrà il delitto della Sapienza. Il mio voto è quattro stelle su cinque. Lo consiglio a chi non può rinunciare alle storie di cronaca nera neanche al mare.
8. Globally
È il nuovo podcast di ISPI e Will sulla politica internazionale. Ogni settimana si analizzano gli scenari sociali, economici e politici in continuo mutamento, in soli 15 minuti. Il mio voto è quattro stelle su cinque. Lo consiglio a chi non vuole mai “staccare” del tutto e a chi ama “essere sempre sul pezzo”.
9. Backstage
Backstage è la rubrica in pillole da sei/sette minuti sul mondo dello spettacolo (cinema e teatro) curata da Francesco Fario, attore e regista di CulturaMente. Lo consiglio a chi non può mai farsi mancare delle notizie di cultura.
10. Cultura & Menta
È un podcast prodotto da CulturaMente a cura di Valeria de Bari (cioè io che sto scrivendo in questo momento) e Veronica Bartucca. La serie è composta da quattro puntate della durata di venti minuti, in cui io, millennial, e Veronica, genZ, vi raccontiamo come abbiamo vissuto esperienze universali come gli esami di Stato, i viaggi che cambiano la vita, gli amori estivi, la vita da “fuorisede”. In questo podcast ci mettiamo a nudo. Lo consiglio a chi ama lo storytelling.
Il voto lo chiedo io a voi che state leggendo. Potete segnarlo qui nei commenti! Grazie.
Valeria de Bari
Colgo l’occasione per ricordarvi che anche la newsletter di CulturaMente è in formato podcast:
Viene anticipata così, con un trailer accompagnato dalle note di “Fiamme negli occhi”, la seconda stagione di Summertime, in uscita il 3 giugno 2021 su Netflix. Neppure è uscita, e già è stata annunciata la terza stagione! Ma andiamo per ordine…
Tratta dall’opera letteraria “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia, la stagione è diretta da Francesco Lagi e da Marta Savina. Le puntate invece vedono la firma di Enrico Audenino e Francesco Lagi, affiancati da Daniela Gambaro, Luca Giordano e Vanessa Picciarelli nella scrittura di alcune sceneggiature.
Come è finita la prima stagione
L’ episodio finale lasciava intuire la fine dell’estate, la stagione che ha segnato la nascita dell’amore tra Summer e Ale.
Ale rivela a Summer dell’offerta del team di racing in Spagna, che prevede un buon contratto e una promozione di categoria e vuole decidere con lei che fare. Summer lo incoraggia ad andare in Spagna.
“Se mi chiedi di restare, io resto” dice Ale a Summer, ma lei sceglie di non intralciare il fidanzato nel suo percorso professionale.
In aeroporto Ale è palesemente indeciso se partire o meno. Summer tenta di raggiungerlo al telefono, cosa che farà in quello stesso istante Ale. A entrambi la linea risulterà occupata. Dopo un’estate passata distanti, di fronte a Summer si palesa Edo, anche lui sul suo skateboard. Inizia così un altro inverno per lei, ma per fortuna non dovrà affrontarlo da sola.
Nel frattempo Irene è in partenza per Cesenatico, ma prima di dire addio a Sofi, le suggerisce di parlare schiettamente con Summer e di confessarle i suoi sentimenti, cosa che non farà.
Seconda stagione in uscita il 3 giugno
I nuovi episodi di Summertime sono stati girati la scorsa estate. Dopo diversi intoppi legati alla pandemia in corso, il 3 giugno arriverà su mamma Netflix la tanto attesa seconda stagione.
Fra i protagonisti di Summertime, l’attrice e cantautrice Thony torna nella duplice veste di protagonista, nel ruolo di Isabella (la mamma di Summer e Blue), e di musicista. Quest’anno però, alla volta di nuove canzoni inedite e originali come “Trouble me too” e “We’ll be fine”.
Cast
Al cast si aggiungono delle new entry. Alla storia infatti si uniscono Lola (Amparo Piñero Guirao), Rita (Lucrezia Guidone) e Jonas(Giovanni Anzaldo). Miguel (Jorge Bosch Dominguez) sarà il nuovo allenatore di Ale, e Loris, il papà di Edo, avrà al suo fianco la fidanzata Wanda (Marina Massironi).
La musica italiana, colonna portante di questa serie tv, vede diversi cantanti della scena indie/pop italiana. Oltre ad Ariete, gli 8 episodi che compongono la seconda stagione scorrono sulle note di Franco126, Carl Brave, Margherita Vicario, Gio Evan, Frah Quintale, Fulminacci, Psicologi ft Madame, Svegliaginevra, Venerus e molti altri ancora.
La trama
Facile immaginare come, anche questa, riparta dall’estate.
Summer, Edo e Sofia superano l’esame di maturità e fanno progetti per il futuro, Ale è in Spagna alle prese con il suo rientro in pista e una nuova vita e una nuova storia con Lola, mentre Dario è in cerca di una strada sua. Filo conduttore, la scoperta per ognuno di cosa significhi diventare grandi e cosa sia davvero l’amore: tormento e estasi di un sentimento che si paleserà ai protagonisti, ponendoli di fronte a nuove sfide.
Questa serie restituisce al pubblico quella leggerezza e quella spensieratezza che è mancata in questi ultimi due anni. Ritrovarsi a vivere storie d’amore adolescenziali nate al mare, con la vitalità e l’energia di quando si è giovani e spensierati è proprio quello di cui si aveva bisogno adesso. Con la speranza per alcuni che accada sul serio.
L’estate è tornata ed è ora di affrontare la vita, i progetti e l’amore.
Anche questa stagione si conferma una finestra piacevole che si apre e si chiude quando torni alla vita di sempre. La normalità è la forza di questa serie tv. La sceneggiatura si rivela priva di giudizi su come debbano vivere gli adolescenti i propri sentimenti , non si è alla ricerca di scandali e ogni episodio lascia semplicità e naturalezza.
Ancora una volta, una tipica romantica commedia italiana.
Le opere di Alice Pasquini sono visibili sulle pareti urbane delle città di tutto il mondo. A Sidney, New York, Barcellona, Buenos Aires, Berlino e Marrakech e ai loro passanti la street artist ha donato le sue opere.
Alice viaggia e le sue tele sono i muri delle metropoli: la street art l’ha affascinata da sempre perché arte precaria ed effimera per sua stessa natura. Noi l’abbiamo intervistata sul CLUB CULTURAMENTE di Clubhouse e qui vi riportiamo la nostra chiacchierata.
Quando avevo tre anni e mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo la pittrice, mentre tutti i miei coetanei dicevano di voler diventare astronauti, attori o veterinari. Chiaramente avevo scelto la pittrice perché era l’unico mestiere riguardante l’arte che all’epoca conoscevo. Quindi l’arte l’ho sempre avuta dentro.
Sei stata molto precoce: già a tre anni sapevi cosa saresti voluta diventare da grande. Come si arriva da una passione generica per l’arte alla passione specifica per la street art?
Ho fatto tutto il percorso scolastico “giusto” che ci si aspetta da un’aspirante artista: il Liceo artistico, l’Accademia delle belle arti, perfino un Master in critica d’arte… Non mi sono fatta mancare nulla.
Poi è venuto l’amore per la street art e questa mia passione era in contrasto con l’Accademismo. La mattina dipingevo la modella con la tela sul cavalletto, con il mio professore che entrava dicendo “L’arte è morta con Duchamp, finirete a Via Margutta (strada di Roma con le botteghe artistiche commerciali, ndr)”. Nel frattempo, io e miei amici adolescenti eravamo alle prese con la cultura hip hop: c’erano i graffiti ancora prima della street art.
Questa controcultura, che si era sviluppata in America nei ghetti, nelle periferie, nei quartieri dormitorio, è stata rivoluzionaria, perché diceva ai giovani che anche chi non era andato al conservatorio o a scuola poteva cantare o fare musica, ballare. Il passaggio in strada è stato quindi una scoperta giovanile che mi ha portato prima di tutto a imparare la tecnica dello spray, che nessuno poteva insegnarmi a scuola e poi anche a trovare un’arte più reale, a stretto contatto con la città, con le persone, che mi faceva sentire viva.
Ho iniziato così, senza nessuna prospettiva lavorativa.
Successivamente mi sono resa conto che le cose che dipingevo nel mio quartiere piacevano alle persone. Agli inizi del 2000 poi la street art è esplosa grazie ai social e alla condivisione delle opere. Nasce l’interesse del pubblico e, di conseguenza, un mercato. Da sottocultura illegale comincia a essere riconosciuta come forma d’arte.
Essendo stata io una delle prime donne al mondo a dipingere su grandi superfici, hanno iniziato a chiamarmi da tutto il mondo varie istituzioni. Così è diventato il mio lavoro.
Chi l’avrebbe detto che quella tredicenne avrebbe dipinto muri sempre più grandi!
La street art è appunto come sottolinei tu “illegale”. Come ti sei comportata tu per far fronte a questo problema?
Intanto io ho fatto una cosa che nessuno ha mai fatto: ho sempre firmato con il mio nome e cognome. Questo significa che se da un lato ho esposto e collaborato con grandissime realtà istituzionali come i Musei capitolini e la Collezione Farnesina – ho anche una voce nella Treccani – dall’altro lato ho un provvedimento penale per imbrattamento. Questo è il filo di contraddizione su cui si muove questa arte. Se da una parte i politici invocano gli street artist per la riqualificazione di aree urbane degradate, dall’altra fare graffiti continua ad essere illegale. Banksy ha più di una causa aperta, così come ce l’ha Obey.
Io in quanto donna non sono mai andata in giro di notte da sola, un po’ per una questione di sicurezza un po’ per la tecnica che uso: dipingere a mano libera richiede molta luce. Andavo all’ora di pranzo a dimostrazione del fatto che non stessi facendo nulla di male.
Per quanto riguarda il muro, che è la tua tela, come lo scegli?
In generale l’arte femminile è relegata a piccoli interventi. La mia novità è invece scegliere superfici enormi. La scelta del muro è fondamentale perché lo ‘spot’ dove si dipinge influenza lo stile, il soggetto e i colori dell’opera che io creerò. Il muro mi ispira: è un supporto unico ed è alla mercé dei passanti e delle persone. La street art è un’arte precaria, esposta al mondo.
A questo proposito sai se qualcuno ha “rovinato” una tua opera?
Ribadisco che la street art è un’arte precaria. Si sa in partenza che i muri vengono abbattuti, ridipinti ed è giusto così. I miei followers su Instagram mi avvisano, ma in realtà a me la questione non preoccupa.
I piccoli interventi, invece, possono rimanere per tantissimi anni ed è molto commovente.
Se io oggi volessi fare un tour delle tue opere a Roma, dove dovrei andare?
A Londra nel 2010 mi sono imbattuta in un tour della street art e in quel momento mi sono resa conto che questa forma di arte non faceva più parte della cultura underground.
Noi artisti comunque non siamo molto favorevoli alle mappature, soprattutto delle opere piccole, perché si perde l’effetto sorpresa. Le mie opere più grandi si trovano al Quadraro, a Casalbartone, San Lorenzo e Torpignattara. Sia sul sito del comune di Roma che su Instagram con l’hashtag #alicepasquini potete trovare tantissime info.
Come mai hai deciso di dipingere”il femminile”?
Nella storia dell’arte siamo abituati a opere che raffigurano donne dipinte da uomini. Le donne, al contrario, non hanno mai avuto l’opportunità di essere artiste, a parte qualche rara eccezione.
Dagli uomini la donna viene sempre rappresentata in situazioni fittizie. Io invece ho scelto di immortalare le donne in momenti quasi ‘sospesi’. Le mie opere arricchiscono la città ed educano ai sentimenti, ponendosi contro il cinismo della società.
Dal punto di vista tecnico quali accortezze usi? Quanto tempo impieghi per realizzare un’opera?
Per quanto riguarda i muri commissionati, c’è tanto tempo – anche 10 giorni – ma io preferisco metterci di meno, per fare in modo che l’opera conservi la spontaneità. Dal punto di vista tecnico in senso stretto bisogna, nella fase di realizzazione, tenere conto delle proporzioni: io dipingo frontalmente un’immagine che verrà vista invece dal basso, quindi devo forzare un po’ la mano. Il fondo lo faccio con rulli e vernici, poi uso lo spray a mano libera. Lavoro su un braccio meccanico e la gente si ferma sempre a guardarmi scioccata.
Gli interventi in strada, piccoli, vulnerabili, li eseguo con spray e uno stencil a cui poi aggiungo dettagli. I luoghi scelti sono molto degradati, perché amo il contrasto che si crea tra l’opera realizzata con tutti i crismi e il luogo degradato.
Qual è il messaggio che trasmetti ai giovani che vogliono iniziare questo percorso, che vogliono vivere di arte?
Io invito sempre i ragazzi a cercare la propria strada. La sfida è trovare uno stile che renda l’autore riconoscibile anche in assenza di firma.
A cura di Valeria de Bari, Veronica Bartucca e Micaela Paciotti
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E’ un signore con lo sguardo austero e due baffi bianchi, all’insù, ad incorniciargli la linea diritta delle labbra. Un siciliano dei tempi antichi, direbbe qualcuno, Giovanni Verga: nato nella Catania del 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri con ascendenze nobiliari, il nostro non mostra una predilezione particolare per lo studio. Studiò inizialmente con dei maestri privati che lo contagiarono d’un fervente patriottismo e di un gusto per la letteratura decisamente romantico e proseguì, ci provò almeno, gli studi frequentando la facoltà di legge. Ma- come ogni letterato italiano che si rispetti- un più grande amore lo distolse dalla sua carriera: l’amore per la letteratura e per il giornalismo politico in particolare. Si pensi che spese il denaro che il padre gli aveva consegnato perché terminasse gli studi per autopubblicarsi un romanzo; Verga non ha quindi una formazione classica: i suoi studi furono invece discontinui e autonomi, ispirati soprattutto dalle grandi penne francesi, con buona pace del contemporaneo Carducci, così entusiasta dei grandi classici.
Ora il giovane sa bene quello che vuol essere e vuol fare ma è anche conscio di un suo grande limite: la provincialità. Quindi si trasferisce a Firenze, la capitale del regno, per evadere dall’etichetta, e ancora a Milano: qui, venuto in contatto con gli ambienti fervidi della Scapigliatura, risolverà per la svolta verista che approfondiremo più avanti.
Dopo una serie di viaggi tra Milano e Catania, tornerà definitivamente a casa nel 1893. Nel giro di dieci anni però, la scrittura di Verga si inaridisce e poi si spegne del tutto: l’uomo anziano è ormai provato dalle ossessioni economiche, dalla cura delle sue proprietà agricole e, da come intuiamo dalle lettere di questo periodo, da una passione amorosa per la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo. Le sue idee divengono sempre più chiuse e conservatrici. Poco prima della guerra mondiale, si dice interventista: muore nel 1922, l’anno tremendo della marcia su Roma e del Fascismo.
Una svolta verista?
Ho usato prima, il lettore lo perdonerà, un termine improprio parlando di svolta verista, riferendomi alla produzione di Verga dopo la pubblicazione di Rosso Malpelo nel 1876. Quella dell’autore, infatti, non è una svolta: da sempre, bisogna riconoscerlo, Verga aveva voluto descrivere il vero. Già qualche anno prima aveva dedicato tempo alla stesura di Nedda, la descrizione della misera vita di una bracciante; Verga ha semplicemente maturato degli strumenti opportuni per un obiettivo che non è mai cambiato: una concezione materialistica della realtà e l’impersonalità.
Prima di chiarirci questi concetti, un appunto: non c’è, in questo cambiamento, nulla che sia da intendere in senso moralistico; certo l’autore non è stanco degli ambienti mondani da cui proviene e non sta rinunciando a loro per gli ambienti popolari. Questi sono semplicemente un punto di partenza più semplice dove i procedimenti che si propone di analizzare sono maggiormente visibili.
Torniamo a noi. Secondo la sua visione, l’opera deve possedere l’efficacia artistica dell’essere stato, avere l’impronta di qualcosa avvenuto veramente, deve riportare “documenti umani”. Il lettore deve essere messo davanti al fatto nudo e schietto e per questo lo scrittore non deve lasciare traccia, deve eclissarsi, l’opera deve essere quasi “fatta da sè”. Non devono esserci né introduzioni, né clausole: questo può creare inizialmente confusione ma chi legge imparerà a conoscere gli attori man mano che la storia va avanti. Si badi che tale tecnica non coincide con il narratore onnisciente, è come se a parlare fosse qualcuno a livello dei personaggi, ma non coinvolto direttamente nella vicenda. Il linguaggio non è quello che potrebbe essere dello scrittore, ma è spoglio e povero.
Ma perché farlo? alla base c’è una concezione pessimistica della realtà: la società umana è dominata dalla legge del più forte, i più deboli sono destinati a soccombere. Non possono quindi essere date alternative, ogni giudizio correttivo è totalmente inutile. La letteratura non può contribuire a modificare la realtà. E’ chiaro che un tipo di pessimismo simile ha una connotazione fortemente conservatrice e vi si associa un rifiuto polemico delle ideologie progressiste, contemporanee, democratiche e socialiste. Si capisce come il suo verismo sia diverso da quello di Zola, che ha invece fiducia nel progresso e nella letteratura. Se d’altra parte Zola è un borghese democratico, Verga è il tipico galantuomo del Sud.
Regia: Luciano De Crescenzo Scritto da: Luciano De Crescenzo Anno: 1984 Genere: Commedia Paese: Italia Cast: Luciano De Crescenzo, Antonio Allocca, Lucio Allocca, Giovanni Attanasio, Umberto Bellissimo, Isa Danieli, Marina Confalone, Gianni De Bury, Gerardo Scala, Renato Scarpa, Luigi Uzzo, Tommaso Bianco, Benedetto Casillo, Francesco De Rosa, Nunzio Gallo, Geppy Gleiyeses, Salvatore La Rotonda, Patrizia Loreti, Lorella Moriotti, Vittorio Panetta, Riccardo Pazzaglia.
Trama
Gennaro Bellavista è un professore di filosofia in pensione, che si diletta a esporre le sue teorie agli amici Salvatore, Saverio e Luigino. In particolare, riallacciandosi scherzosamente alle categorie sociologiche esposte nel trattato tedesco Gemeinschaft e Gesellschaft, egli distingue l’umanità in «uomini d’amore», come i napoletani, e «uomini di libertà», come i milanesi. La sua vita tranquilla viene disturbata dall’arrivo del Milanese dottor Cazzaniga, il nuovo direttore del personale dell’AlfaSud. Costui va ad occupare un appartamento all’interno dello stesso palazzo di Bellavista. Il contrasto tra le due realtà interpretate da Bellavista e Cazzaniga non tarda ad arrivare. Oltre al nuovo inquilino, Bellavista si trova ad affrontare una gravidanza inaspettata, quella di sua figlia Patrizia, rimasta incinta del suo fidanzato Giorgio, disoccupato, e i due hanno intenzione di sposarsi. L’occasione di cambiare le cose si presenta quando lo zio di Giorgio, avendo deciso di ritirarsi, cede la sua attività di rivendita di articoli religiosi al nipote. La coppia, tuttavia, scopre presto il vero motivo del ritiro: il negozio è terra di confine tra due clan camorristici che chiedono entrambi il pizzo, costringendo così la coppia alla chiusura forzata. La soluzione arriverà a sorpresa grazie al Cazzaniga: rimasti entrambi bloccati in ascensore, Bellavista scoprirà nel nuovo inquilino un «uomo d’amore» e si pente di averlo giudicato male. Cazzaniga, grazie a un suo cognato, procurerà un posto di lavoro al Nord per Giorgio, e la coppia si trasferirà a Milano.
La poetica filosofica di Luciano De Crescenzo
Luciano de Crescenzo, poliedrico e polivalente personaggio, naturalizzatosi autore, regista, sceneggiatore e attore, è diventato simbolo della napoletanità, quella verace. Con la trasposizione cinematografica del suo primo fortunato romanzo “Così parlò Bellavista”, l’ex ingegnere dell’IBM si afferma nel panorama cinematografico degli anni ’80. Una pellicola in grado di catturare l’essenza di Napoli con i suoi vizi e le sue virtù, con le sue problematiche e la sua anima folkloristica. Tra stereotipi vari De Crescenzo non teme di trasformare la sua opera prima in un vero e proprio Manifesto della cultura napoletana del tempo: lo fa attraverso il dialogo con il camorrista; quando si affronta il tema della disoccupazione di Giorgio e i timori legati alla nuova famiglia che sta per formarsi. Eppure il film non assume mai un tono greve grazie ad una trasposizione semplice e decriptata in grado di rendere la filosofia accessibile a tutti, proprio come i suoi libri.
In “Così parlò Bellavista”, De Crescenzo si avvale della forza comunicativa della settima arte coniugando al cinema la filosofia quale strumento per confrontarsi con i problemi della quotidianità. Proprio attraverso il cinema De Crescenzo ha portato sullo schermo il pensiero dei più grandi filosofi, rendendo questa disciplina di facile comprensione: dal Divenire di Eraclito, della Virtù secondo Socrate, del Mondo delle Idee di Platone, senza dimenticare Sant’Agostino e tanti altri filosofi.
Attraverso questa dimensione filosofica i riflettori si accendono sull’anima di Napoli. Una città che ruota intorno al sentimento dell’amore, all’accoglienza e alla libertà. La città in cui vivono gli uomini d’amore, appunto.
Un film semplice che ha appassionato, e continua ad appassionare, milioni di italiani.
Il film è strutturato in scenette collegate tra loro da un sottile filo rosso: l’urgenza di comunicare, avvalendosi della filosofia, l’animo napoletano senza timore di mostrare anche quello che di Napoli non piace. Un film bello, di quelli che rivedi spesso nell’arco di un anno grazie all’innata bravura recitativa che da sempre contraddistingue la scuola attoriale napoletana. Grazie ad un cast eccezionale di attori teatrali e cabarettisti, “Così parlò Bellavista”, a distanza di 37 anni, appassiona ancora gli spettatori, i quali si lasciano coinvolgere da quella leggerezza che solo il popolo napoletano sa trasmettere.
Non mancano scene che sono rimaste nell’immaginario collettivo, come quella del cavalluccio a dondolo interpretata da Riccardo Pazzaglia, a simboleggiare la mania di ingigantire degli episodi. Un atteggiamento figlia dell’epoca, che contraddistingueva i meridionali.
Insomma, in “Così parlò Bellavista” il cast è di alto livello. Artisti per la maggior parte provenienti dal grande teatro di Eduardo, il cui contributo è stato fondamentale nell’animare la satira di questa esilarante commedia.
In conclusione, il film si presenta, in maniera goliardica, una lezione di vita rappresentando in modo leggero e comico quella che è ancora oggi la Napoli raccontata in “Così parlò Bellavista”. La pellicola, con i suoi numerosi richiami ad una filosofia accessibile a tutti, assurge a manifesto dell’animo napoletano. Un film in grado di farti sorridere e ridere, ma che sa trasmettere l’amore, la passione che il suo autore prima e il cast poi hanno per questa meravigliosa città.
Curiosità
Nel film “Così parlò Bellavista”, il dottor Cazzaniga, interpretato da Edoardo Scarpa, lo ritroviamo nel libro nel personaggio di Palluotto.
L’omonimo romanzo ha venduto oltre 600.000 copie, ed è stato tradotto in più di 20 lingue, anche in giapponese, diventando un vero e proprio caso letterario.
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Qualche giorno fa ho visto lo spot del progetto Autostima della Dove. Subito incuriosita, mi sono scaricata la loro guida in pdf perché trovavo il progetto molto interessante. Lo spot in televisione racconta di quanto le giovani donne siano influenzate dal social networks quando si tratta di bellezza e dei relativi canoni.
Autostima e Social Network
Filtri e photo editing ormai sono all’ordine del giorno, tanto che un hashtag molto popolare è proprio #senzafiltri. Come se ormai fosse inconcepibile mostrarsi per come si è: con anche un solo difetto.
La società dell’apparenza non è nulla di nuovo: l’esistenza si è sempre basata su come si appare agli occhi degli altri. Pensate al poeta Archiloco, che lascia lo scudo in battaglia andando contro la società della vergogna omerica: cosa avrebbe detto Achille oppure Ettore al cospetto di un uomo che si salva la vita lasciando la propria arma in battaglia? Piuttosto… la morte! (Letteralmente).
Anche Achille ed Ettore lottavano e vivevano per dei valori: per quello che gli altri avrebbero pensato di loro in quanto uomini e guerrieri. La nostra fama, invece, non si basa sullo scudo o sulla difesa della patria. La nostra gloria è avere molti “seguaci”: siamo diventati noi gli Dèi in Terra.
Ma noi divinità non siamo, e tornando un po’ al dunque, a me questo pdf declinato solo al femminile non è piaciuto. Non è piaciuto perché è vero che la donna è tanto discriminata, ma è anche vero che quando si parla di alcuni temi è importante che tutti siano inclusi. Non è sufficiente scrivere “che il kit si può usare anche per i ragazzi”, o che esiste anche il progetto misto per studenti. Messa così ha tutta l’aria di un contenuto di marketing per intercettare un determinato target, un certo “tema caldo”, e perde un po’ il valore umano. Non sono qui per fare polemica, ognuno è libero di promuovere ciò che vuole, che siano o meno trovate di marketing. Tuttavia, sono anche libera di proporre la nostra “versione dei fatti”, per un web più inclusivo.
Temi come l’autostima e la sicurezza sono molto relativi. L’insicurezza non si combatte, l’autostima non è il Sacro Graal. Quello che è importante, forse, è non sentirsi soli durante il cammino.
SicuraMente: portaci con te
Per questo motivo la redazione di CulturaMente ha realizzato “SicuraMente, Overdose di Fiducia”. Quello che trovi nel pdf sono le nostre testimonianze di vita. Quando ti senti solo/a, quando ti senti triste, leggile. Noi saremo con te e magari il dolore sarà un po’ più leggero.
20 esempi di Sicurezza e Insicurezza
Per un totale di 40 esperienze, declinate sia al femminile che al maschile.
La redazione è composta da uomini e donne dai venti ai sessant’anni: quindi abbiamo pensato che affiancare le nostre insicurezze avrebbe potuto offrire uno spaccato di vita e farci capire che, alla fine, non siamo poi così diversi.
Non conta l’età, e soprattutto non conta il genere. Tutti ci sentiamo soli prima o poi.
Sono sempre stata una grande fautrice dei bei titoli. Un articolo non è completo senza un bel titolo, ad effetto, che lasci il segno e colpisca subito il lettore. Non parlo ovviamente di quei titoli che vanno molto di moda ora, quelli sensazionalistici, che poi apri l’articolo e parla di tutt’altro. Del resto quello del titolista è un mestiere ben più interessante del clickbait.
Eppure, con The Handmaid’s Tale ho smesso di mettere titoli. Mi limito a scrivere “recensione dell’episodio numero X” perché in realtà la serie mi crea un tale disagio da non riuscire davvero a esprimere bene niente. Non è possibile racchiudere in poche parole il concetto di ogni episodio. E forse è una mia pecca, ma non credo, perché ve l’ho detto: ho sempre amato i titoli. Scrivo anche quelli degli altri, figuriamoci.
Solo che qui la situazione è complicata, e allora uno per non cadere nell’ovvio, rende il titolo minimale e confida nel lettore. Ecco, è un atto di fiducia da recensore a lettore quello di scrivere un titolo così. Senza anima. Perché il lettore che segue questa serie può comprendere il mio disagio. E quindi io spero che il lettore clicchi, che il lettore apra le mie recensioni perché ha capito che mi ci vogliono più di cinque parole per descrivere la violenza.
In questo settimo episodio della quarta stagione, dal titolo “Home”, siamo finalmente a casa. Se per casa possiamo intendere un posto dove siamo al sicuro. Eppure, non c’è mai stata tanta violenza. Nella calma serafica di una civiltà ritrovata, June porta con sé la ferocia di Gilead. Si aggira silenziosa, prova a tornare velocemente tra le braccia di un’impossibile normalità. Eppure, anche la testarda June, deve accusare il colpo. Lo fa a testa alta, come sempre, ma deve leccarsi le ferite.
E come si lecca le ferite una leonessa? Prevaricando, schiacciando. Attuando quello di cui è stata vittima. Tra le sue mani ora Luke, marito paziente e tenero, poi le amiche vecchie e nuove – Moira, Emily, Rita – e ancora, tra le sue mani Nichole, figlia ritrovata, e infine Serena, l’artefice di questa distruzione, di questo dolore.
La fierezza di June non conosce limiti, e già sappiamo che questo piccolo nuovo mondo le starà stretto. Dubito fortemente che la nostra ex ancella potrà tornare alla vita che conduceva, ma tutto ora è propedeutico ad un unico approdo. Quello della giustizia. Forse non ce ne sarà mai abbastanza, ma tentare non nuoce. June si è lasciata dietro una figlia, un amore, anni della sua vita che non potrà dimenticare. E che forse non vuole dimenticare.
At Last… canta Etta James in questo episodio. Alla fine…ma forse siamo solo all’inizio.
Dal 19 Maggio all’11 Luglio è possibile ammirare in un’esposizione d’eccezione, a Palazzo Barberini, una delle opere più speciali della Galleria dopo il recente restauro: la Madonna del latte.
La Madonna del latte è un quadro di Murillo, artista spagnolo del 1600, che era già esposta in una delle sale del museo, ma in alto. Dopo il restauro, per l’occasione, è stata esposta ad altezza d’uomo, in modo da consentire ai visitatori di scoprire la storia di questo quadro e per rimanere rapiti dallo sguardo di questa donna.
Il nome di questa esposizione, Occhi come lanterne danzanti, viene da una citazione di Gustave Flaubert, del 1851, che per mesi non fece altro che parlare di questo quadro.
«Sono innamorato della Vergine di Murillo della Galleria Corsini. La sua testa mi perseguita e i suoi occhi continuano a passarmi davanti come due lanterne danzanti.»
Gustave Flaubert, 4 Maggio 1851
La storia di questo quadro di Bartolomé Estevan Murillo è molto lunga e complessa.
Non si hanno molte notizie su questo dipinto. Sappiamo che probabilmente è stato realizzato tra il 1670 e il 1675. Nella metà del ‘700 si trovava nella collezione di Giovanni Bernardino Pontici, che fu il segretario del cardinale Neri Maria Corsini, a cui lasciò l’opera nel testamento. Anche il cardinale rimase colpito dal quadro e lo mise di fronte al letto. Questo passaggio del dipinto è molto curioso e fa pensare che a Palazzo Barberini e alla Galleria Corsini chissà quante altre opere, oltre alla Madonna del latte, siano giunte a noi in questo modo.
Oltre al ben noto Flaubert, tantissime persone sono state affascinate dalla Madonna del latte. Nell’Ottocento, in un decennio, erano state fatte 75 richieste per la copia del dipinto. La ragione è che questo quadro rappresenta una Madonna più umana e terrestre. Si capisce solo guardandola. Nulla a che vedere con l’immagine di una donna celestiale e divinizzata. Questa è una donna comune che ha dato la vita ad un bambino come tanti altri, che poi scopriremo essere il Figlio di Dio.
Nel 1892 Carl Justi la definì “Madonna zingara” per le sue sembianze, i suoi vestiti e i suoi colori. Un pastore inglese, invece, disse che era più una donna che una Madonna. Una madre qualsiasi direbbe semplicemente che è una mamma come tutte che ha la faccia stanca e “sbattuta”. Anche la Madonna avrà fatto le sue nottate!
La tela della Madonna del latte ha le stesse caratteristiche dei dipinti di Murillo.
La Madonna e il bambino sembra siano stati interrotti dallo spettatore mentre passava. Entrambi ci guardano come se fossero stati colti nel momento dell’allattamento, e lei non ha ancora avuto modo di coprirsi il seno. È come un fermo immagine di una realtà, impressa su tela, che continua ad esistere solo lì.
Lo sfondo è una delle caratteristiche del pittore: un cielo non ben definito, fatto con pennellate veloci, i soggetti in primo piano interrotti nella loro attività che guardano lo spettatore, e di lato un muro franato o una rovina antica.
Il restauro dell’opera, che ha impiegato circa 10 mesi, ha portato alla luce dettagli che prima erano invisibili.
Dall’oscuro cespuglio, sono emersi dei boccioli, forse di rosa. Ora si possono vedere anche le sfumature e le variazioni di colore nella veste, mentre prima erano confuse. Grazie alle analisi scientifiche, sappiamo che nella parte davanti della veste è stato usato il lapislazzulo e col restauro è tornato visibile il suo bel colore brillante. Nella parte laterale, quella in secondo piano, non è stato possibile ottenere lo stesso effetto, poiché è stato usato lo smaltino, un pigmento più economico. In pratica, la morale è sempre la stessa: la qualità si paga.
Il quadro è stato esposto anche ad una radiografia, durante il restauro, e così si è scoperto che sotto il dipinto se ne celava un altro.
Inizialmente sulla tela Murillo aveva dipinto un San Francesco inginocchiato. Per qualche ragione, Murillo ha coperto tutto e sopra ha dipinto questa magnetica Madonna con Gesù Bambino.
La Madonna del latte e la radiografia con San Francesco.
Crediti immagine: Alberto Novelli
Tuttavia è possibile ancora notare ad occhio nudo il contorno del saio e del libro. Nella sala, accanto all’opera il museo ha collocato una stampa a grandezza naturale della radiografia rappresentante il Santo.
Per l’occasione di questo restauro, verrà anche pubblicato il volume “La Madonna del latte di Murillo alla Galleria Corsini. Storia e restauro”, edito da Marsilio, e poi anche dei saggi. La prefazione del libro è scritta da Flaminia Gennari Santori e da Giovanna Castelli.
Al volume è legato il terzo appuntamento del ciclo di webinar, #dialoghibarberinicorsini, per approfondire le tematiche relative al museo e alle sue attuali mostre.
La cosa più interessante di questo restauro, forse, è che è stato realizzato con i proventi della vendita del Vino Civitas, con un progetto dell’Associazione Civita in collaborazione con l’associazione vinicola Tenuta Caparzo di Montalcino. L’obiettivo è di sostenere il restauro di opere antiche delle Gallerie Nazionali di Arte Antica.
Praticamente il restauro è stato finanziato con il vino! Si può dire che il vino fa doppiamente bene alla salute: fa bene al corpo e all’anima, quando supporta l’arte.
Oltre a questa bellissima opera, a Palazzo Barberini cosa si può vedere?
In esposizione trovi gli imperdibili quadri di Caravaggio e tutti i Caravaggeschi, la mostra Tempo Barocco, e l’attualissima mostra fotografica Italia in-attesa, fino al 13 Giugno!
Dopo il successo di Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, Massimo Popolizio torna al Teatro Argentina di Romacon un altro classico, ma stavolta della letteratura americana, quale Furore di John Steinbeck, in scena fino al 30 maggio.
Una lettura, niente altro. Su un palco diviso in quattro. Alla sinistra del pubblico, un palchetto con pile di giornali e una scrivania con una macchina da scrivere ed una sedia. Sulla destra una batteria, dove Giovanni Lo Cascio (unico a fare compagnia in scena all’attore genovese) non solo suona e dona alla lettura un’atmosfera, ma esegue anche dei piccoli rumori con strumenti e vari oggetti, senza mai fiatare. Lo sfondo cambia di volta in volta, grazie a delle proiezioni che ci cullano e ci aiutano nell’immaginare il dramma raccontato.
Al centro di tutto, il leggio dove Popolizio racconta alcuni pezzi tratti dall’opera che fece vincere il Pulitzer all’autore americano.
La storia di Steinbeck ci racconta le tragedie della famiglia Joad che si vede costretta, nel 1939, ad emigrare dall’Oklahoma alla California. Fame, lavoro malpagato, ingiustizie, cataclismi e mancanza di solidarietà terranno compagnia a tutti i componenti, dal momento dell’abbandono della propria fattoria a ben dopo l’arrivo nella terra delle “nuove speranze”. Il romanzo nacque da una raccolta di articoli che l’autore fece tra il 1939 e il 1940, per conto del San Francisco News, che gli chiese di documentare le condizioni di vita di quanti dall’est degli Stati Uniti d’America passavano all’Ovest.
Prendendo spunto da questo principio, lo spettacolo di Popolizio non vuole raccontarci la storia e le vicende dei Joad.
Le parole scelte dall’attore-regista sono così ben scelte e così ben allineate nel loro collage, da donarci una specie di reportage.
Ci narra infatti la parte più giornalistica e descrittiva di questa tragedia generazionale, facendoci immergere in un racconto che, se non fosse per le immagini d’epoca proiettate che indirizzano ad un periodo storico preciso, ha l’aria di essere quasi…contemporaneo. Come una tempesta di sabbia che ricopre le coltivazioni, la sete di possesso da parte del mondo Finanziario e Burocratico rende aridi le menti e i cuori di chi vi lavora all’interno, con una conseguente assenza di empatia per chi subisce o sta perdendo tutto.
A ricoprire il palco, la terra.
La terra che dovrebbe donare raccolti e non ci riesce. La terra che genera polvere, sia quando leggendo le si dà un leggero colpo con il piede, sia quando si passa per l’interminabile Route 66. La terra che decide se restituire le lacrime con un’inondazione o accettare lo sfiancante lavoro delle braccia.
Inutile parlare di Popolizio. Maestro nella voce, è a suo agio nell’interpretare la vasta ed epica storia dei migranti americani. Intenso, rabbioso, malinconico, stanco, in cerca di pietà e menefreghista: tutto in lui, tutto grazie a lui.
Incomprensibili invece alcune scelte registiche. Il finale (senza anticipare ovviamente nulla) ci racconta di personaggi precisi, con tanto di nomi. Chi ha letto il libro, ben sa di chi si sta parlando. Chi invece non ha avuto l’occasione, si perde nel capire se le storie narrate sono collegate a quanto detto prima oppure (anche più pericoloso) si distrae cercando di ricordare se questi nomi sono stati o meno fatti: un peccato.
Lo spettacolo comunque è bello, coinvolgente e lascia uno splendido messaggio. 4 stelle su 5.
La fortuna di avere una casa al mare non dev’essere mai sottovalutata. Quello che spesso capita, però, è che non avendo la possibilità di recarvisi spesso, questa venga trascurata. È un vero peccato considerando che si possono creare delle situazioni davvero molto accattivanti e originali per rendere l’ambiente accogliente e unico nel suo genere. Ecco alcuni consigli utili.
Ottimizzazione degli spazi e tocco di originalità
A prescindere dalla grandezza della casa, senza dubbio il nostro fine ultime sia quello di garantire una vivibilità eccellente. Ecco perché si dovrebbero ottimizzare gli spazi, sia quelli interni che esterni. Ecco allora che si potrebbe optare per dei mobili di dimensioni non troppo considerevoli, o addirittura salvaspazio.
Parliamo di divani-letto, mobili a scomparsa e così via. Stesso discorso vale per gli elettrodomestici: ormai, la tecnologia è andata così avanti che si possono acquistare anche dei prodotti di dimensioni davvero contenute, adatti ad ogni tipo appartamento. È inutile riempire l’abitazione di oggettini e soprammobili inutili, ma bensì meglio ottimizzare tutti gli spazi a disposizione: è una seconda casa, quindi vanno garantite praticità e funzionalità di tutti gli elementi d’arredo presenti.
Detto questo, non significa che non possiamo dare un tocco di originalità per valorizzare l’aspetto estetico della casa. Possiamo dare libero sfogo alla nostra fantasia, scegliendo dei vasi decorativi o dei quadri non troppo classici. Una delle scelte che può sicuramente avere successo è quella di optare per degli adesivi personalizzati: possiamo utilizzarli sulle pareti, sui mobili o su altri oggetti. Piacciono in maniera particolare ai bambini, ma esistono decorazioni di ogni tipo da poter sfruttare.
Scelta dei colori
Per quanto riguarda l’illuminazione, sarebbero sicuramente da evitare dei colori troppo accesi, ma invece risulteranno ottimi dei blu e dei bianchi, i quali riescono a dare anche un tocco di originalità e soprattutto un’area di vacanza a tutta l’abitazione. Per esempio, puoi optare anche per qualcosa che abbellisca i muri: gli adesivi murali sono senza dubbio un’ottima idea, perché riescono a dare un tocco in più all’ambiente.
Ovviamente il discorso vale anche per l’illuminazione: non è ovviamente necessario scegliere dei lampadari classici, di grandi dimensioni, ma seguire uno stile minimalista è indubbiamente un consiglio utile. In alcuni casi si può pensare di utilizzare lampadine a filo o persino dei faretti.
Elementi d’arredo di cui non poter fare a meno
Va da sé che ci sono una serie di elementi d’arredo che non è possibile trascurare in una casa al mare. Se abbiamo degli spazi esterni a disposizione, allora possiamo pensare di sfruttarli appieno. Ecco allora che ci verranno di sicuro in aiuto alcune sedie sdraio, o comunque da esterni. Allo stesso modo, tavoli e tavolini da giardino possono essere sfruttabili, specie se abbiamo voglia di pranzare fuori casa, ma non è da sottovalutare neanche il soggiorno. A prescindere da ciò, l’ideale è comunque prevedere una zona dello spazio esterno in cui ci si può riparare dal sole: ecco che possono esserci d’aiuto ombrelloni fissi, tendoni e pergole.
Detto questo, anche all’interno non possiamo lasciare che la casa risulti poco curata. L’ideale sarebbe scegliere dei mobili freschi, non pesanti e classici. Ovviamente, come già anticipato, gran parte della scelta è dettata dalla disponibilità di spazio. L’arredo dovrebbe essere leggero, differente dalla prima casa.
Il 26 maggio si festeggia il Dracula Day perché in questa data, nel 1897, venne pubblicato il celebre romanzo di Bram Stoker.
Se allo scrittore irlandese va l’indubbio merito di aver reso Dracula un cult letterario, al regista Francis Ford Coppola va l’onore di averlo portato sul grande schermo. Come dimenticare il meraviglioso film in cui l’eterea Mina (Winona Ryder) cade tra le braccia del conte (Gary Oldman), mentre il marito Johnatan (Keanu Reeves) e il Maestro Van Helsing (Anthony Hopkins) tentano di salvarla a costo della vita?
I vampiri nella letteratura moderna
Tutti conoscono Dracula, quindi, ma pochi sanno che il panico da vampirismo è legato alla superstizione popolare.
I malati di turbercolosi spesso venivano riesumati alla ricerca di segni manifesti sul cadavere. Celebre fu il caso di Mercy Brown (Rhode Island, fine dell’Ottocento) ritrovata ancora intatta nella tomba dopo alcuni mesi dalla sepoltura. Per allontanare il diavolo e la maledizione che stava uccidendo tutta la sua famiglia i suoi organi furono bruciati e dati da bere al fratello malato, che però, guarda caso, morì ugualmente. Potete trovare tutta la storia nel primo episodio del telefilm Lore, su Amazon Prime.
L’amore per i vampiri potrebbe sembrare di stampo squisitamente vittoriano, visto che ben presto le paure popolari si trasformarono in letteratura nella Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu (1872).
La vampira Carmilla, come la Lucy sedotta da Dracula, è figlia di una donna ancora più antica, raccontata da Flegonte di Tralles (II d.C) nel Libro delle Meraviglie: Filinno.
I vampiri nella letteratura greca
La fanciulla macedone, morta prima del matrimonio, secondo il racconto torna in vita tutte le notti e seduce un giovane ospite nella sua casa natale. Quando l’uomo apprende di avere fatto sesso con un revenant si uccide per l’orrore, mentre il cadavere della ragazza viene bruciato per impedire che torni ancora dall’aldilà.
Come si può facilmente intuire, la figura del vampiro è legata inesorabilmente alla seduzione. Anche solo l’atto di penetrare con i canini il collo della vittima per succhiare linfa vitale è erotico: la stessa Mina, seppur innamorata di suo marito, non può resistere al fascino misterioso del conte, come l’amante notturno di Filinno è vittima della non morta femme fatale.
Che storia è quella dei vampiri, infatti, se non un incontro sublime tra l’uomo e il suo lato oscuro? Il gioco con Dracula ci tiene appesi da secoli, in bilico tra luci ed ombre, tra comfort zone e avventura sfrenata.
Fondamentalmente non ci sono né buoni né cattivi: per quanto la superstizione abbia voluto associare queste figure al male che cammina sulla terra e stermina la popolazione con malattie e morte, siamo totalmente rapiti dalla natura dei succhia sangue che vivono alla luce della luna.
I vampiri nei film e nelle serie tv dopo Coppola
Ne sono una conferma i tanti film – non tutti degni di nota – dedicati al conte, da Dracula Morto e Contento, passando per Dracula Legacy, fino ad arrivare a Dracula Untold. Uno dei più eleganti sul vampirismo, anche se non strettamente legato alla figura di Dracula, è Intervista col Vampiro, la pellicola con Tom Cruise – Brad Pitt che indaga la natura solitaria delle creature della notte, aggrappate e allo stesso tempo disgustate dalla propria immortalità.
Il conte alla fine è arrivato anche sul piccolo schermo con una serie omonima, ma nel mio cuore resta significativa l’apparizione nella quinta stagione di Buffy, la serie TV sui vampiri per Eccellenza. La stessa Sarah Michelle Gellar resta sedotta dal vampiro in un primo momento, per poi mandarlo a casa con una delle sue solite battute sarcastiche.
Nel corso di questi ultimi anni tra Twilight e The Vampire Diaries abbiamo avuto solo innumerevoli riprove del fascino sempiterno dei non morti. Sarà che l’essere umano è profondamente turbato dalla morte e l’idea di vivere eternamente, per quanto inquietante, intacca la paura che ci rende più umani che mai. Quella di perdere ciò che abbiamo, ciò che amiamo, ciò che siamo.
Alessia Pizzi
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Franco Battiato è stato sempre la cura per quelle emozioni “blu” che si possono provare. Bastava ascoltare le sue canzoni per fare riflessioni profonde, commuoversi e ritrovare la gaiezza.
Per questo il 18 Maggio è stata una giornata di lutto per tutti gli italiani e per la musica italiana.
Ci sono delle canzoni che fanno parte del patrimonio artistico musicale italiano, da generazioni. Alcuni artisti hanno lasciato notevolmente il segno, tipo Gaber, De André, Dalla, Battisti, Modugno…
Tra questi grandi artisti c’è Franco Battiato, la cui musica ha spaziato tanto coi generi, al punto da aver creato canzoni capaci di farci emozionare e altre che cantiamo a squarciagola.
L’artista ha tenuto segretissima la sua vita privata, ma è più che sufficiente ascoltare i suoi album per conoscerlo.
Franco Battiato era una persona e una personalità unica, originale e fedele sempre a se stessa. La sua musica riflette benissimo chi era. Basti pensare che ha inciso 30 album in studio, due in inglese, otto dal vivo, e che ha composto anche opere, colonne sonore, e moltissimi brani per altri artisti.
Ha scritto testi e composto musiche e arrangiamenti in tutta la sua carriera e per moltissimi cantanti, mentre con altri ha duettato. Ha scritto musica e testo anche della hit Un’estate al mare di Giuni Russo che riprenderemo a cantare tra poche settimane, oltre alle canzoni più recenti.
La vita di Franco Battiato è stata intensa, fatta di stile, audacia, autenticità. È stato una persona curiosa, aperta, intellettuale e onesta, al punto da fare affermazioni schiette anche sui parlamentari.
Era un artista completo, il cui interesse non si limitava alla musica e arrivò fino alla pittura e al cinema.
Negli anni ’90 aveva cominciato a dipingere con uno stile tutto suo, che rifletteva le sue influenze e gli archetipi estetici a cui era legato. Nel cinema, oltre a comporre colonne sonore per i film, è stato anche regista dei suoi videoclip, di alcuni film e anche di qualche docufilm. Senza contare le sue canzoni che sono state usate nelle colonne sonore, come nel caso di Radio Varsavia per la colonna sonora di Chiamami col tuo nome.
La sua scomparsa è un’altra pietra sopra il cantautorato italiano degli anni d’oro della musica italiana, quella che l’ha caratterizzata e resa uno stile a sé. Inoltre, anche Battiato, come Mango, Pino Daniele, Battisti e Dalla, aveva un timbro vocale proprio e subito riconoscibile.
Un’era della musica italiana sta volgendo al termine, mentre un’altra ha già avuto inizio e si spera sia speciale e prolifica come quella precedente.
Ora che è venuto a mancare, ci sono rimaste tutte le sue opere, che sono davvero tante, e in ognuna di loro c’è un po’ di Franco Battiato. Tra tutte queste possiamo trovare qualcosa che ci commuova, che ci diverta, che ci infuochi l’animo, che ci crei nostalgia. Ognuna è la cura.
Il 28 maggio arriva nei cinema e su Disney+ Crudelia, finalmente conosceremo la storia di una delle cattive più affascinanti di sempre
Da bambina ero già amante dei cani, e La carica dei 101 era il mio cartone Disney preferito, ovviamente. Ma, a fronte dei numerosi personaggi tenerissimi e adorabili, il mio momento di totale ipnosi era l’ingresso in scena di Crudelia De Mon (riuscitissima traduzione dell’originale Cruella de Vil). Odiavo il fumo ed ero contro le pellicce, ma neanche questo riusciva a fermare la totale fascinazione che provavo nel guardarla. Sinuosa, spigolosa, flessuosa, rumorosa, insopportabile, prepotente: Crudelia entrava dai Radcliff pretendendo i cuccioli, affumicando tutti e muovendosi come una diva. Impossibile non amarla almeno un po’!
Sono quindi super esaltata all’idea di vedere, dal 28 maggio, il nuovo film Disney che racconta le origini di Crudelia: Emma Stone interpreterà la perfida criminale, indossando dei superbi abiti disegnati da Jenny Beavan (Oscar per i costumi di Mad Max/Fury Road). Abiti che sembrano vivi e cambiano quasi per magia una volta indossati. Ambientato negli anni 70, durante la rivoluzione punk, il film seguirà le avventure di Estella, giovane creativa e appassionata di moda che ben presto scoprirà la sua parte perfida e diabolica.
Le cattive e la moda
C’è un filo sottile che lega indissolubilmente le cattive dei film allo spettatore, grazie a uno stile ipnotico ed elegantemente sfacciato.
Questa la mia top 5 delle Villain più fashion dello schermo
“Everybody wants to be us” dice Miranda (Meryl Streep) ad Andy (Anne Hathaway) che inizia a capire di essere stata risucchiata in un mondo ben lontano dai suoi valori. Ma se è vero che il mondo della moda è spietato, è anche vero che è luccicante e molto, molto seducente. Miranda è troppo bella e sofisticata per non starci almeno un po’ simpatica. Le sue borse Hermes e i suoi cappotti lanciati sulla scrivania rimarranno per sempre nei nostri cuori.
2. Malefica in Maleficent
I cattivi non nascono così, ci diventano a causa di un evento scatenante. Conosciamo la strega cattiva che maledice Aurora, nel film Maleficent, e nel sequel Maleficent-Signora del male scopriamo che la sua razza ha origine dalla mitica Fenice, di cui Malefica è l’ultima discendente diretta. Poiché gli umani hanno decimato la stirpe, si sono ridotti a vivere in esilio nel sottosuolo. Grazie a ore di trucco, il dolce viso di Angelina Jolie si trasforma in quello della demoniaca Maleficent, con le sue stupende corna ritorte e zigomi affilati. Una eroina e una villain allo stesso tempo, terrificante nell’aspetto ma anche meravigliosa!
3. Cat woman in Il cavaliere oscuro- Il ritorno
Tra tutte le Cat-woman della storia del cinema, la più combattiva e mozzafiato è sicuramente quella interpretata da Anne Hathaway in Il cavaliere oscuro – Il ritorno, film del 2012 di Cristopher Nolan (il suo ultimo film è Tenet). Lindy Hemming, la costumista del film, per il costume di Selina ha voluto due strati di materiale, quello esterno è in spandex ricoperto di poliuretano. Anne Hathaway fa cadere la mascella per terra con i suoi guanti a gomito, una cintura e stivali alti fino alla coscia con tacchi a spillo. Selina Kyle nel film e nei fumetti è una ladra eccezionale, combattente di numerose arti marziali, che usa il suo fascino per sedurre le sue vittime, compreso Bruce Wayne!
4. Sabine Moreau- Mission Impossible 4
Nelle prime scene di Mission Impossibile- Protocollo fantasma, vediamo l’implacabile assassina Moreau (Lea Seydoux) uccidere un agente dell’IMF. La rivediamo dopo parecchie scene, impegnata in una trattativa per vendere i codici di lancio nucleari. Gelida e spietata, dura ai limiti dell’inespressività, nascosta dietro a un viso da bambola, è tra le villain che mi hanno fatto più paura.
Elizabeth Olsen in WandaVision è davvero bravissima: quasi da sola regge 9 episodi di questa prima serie della Fase Quattro del Marvel Cinematic Universe. Tutte le puntate girano intorno allo stesso interrogativo: Wanda sta manipolando tutte le menti di Westview o è lei per prima vittima di un potere più grande? Ispirandosi a sitcom di periodi diversi e stili diversi, WandaVision permette a Elizabeth Olsen di sfoggiare numerosi outfit, uno più bello dell’altro.