“Pride”: da una storia vera l’invito ad abbracciare le battaglie altrui

Pride recensione film storia vera

Quando fai una battaglia con un nemico tanto più forte, tanto più grande di te, scoprire di avere un amico di cui non conoscevi l’esistenza è la più bella sensazione del mondo.

Titolo originalePride
Regia: Mattew Warchus
Soggetto e sceneggiatura: Stephen Beresford
Cast principale: Paddy Considine, George MacKay,  Faye Marsay, Bill Nighy, Ben Schnetzer, Andrew Scott, Imelda Staunton
Nazione: Regno Unito
Anno: 2014

“Pride”, commedia inglese scritta e diretta bene premiata ai Bafta del 2014, è divertente e trascinante.

È una storia vera ad avere ispirato il regista e lo sceneggiatore di “Pride”.

Siamo in Gran Bretagna nel 1984, il Governo conservatore di Margaret Thatcher ha deciso di chiudere molte delle miniere britanniche – che dal 1947 erano state completamente nazionalizzate – e privatizzare le altre. All’orizzonte ci sono 20.000 licenziamenti.

I minatori britannici hanno indetto, quindi, uno sciopero ad oltranza, ma le trattative non stanno andando bene, con un governo che persegue la linea dura.

A Londra, però, c’è un’altra comunità in fermento, quella di omosessuali e lesbiche, che si preparano alla parata del Gay Pride. Tra loro, timido e imbarazzato, c’è Joe Cooper (George MacKay), che ancora deve fare il suo coming out, ma ha capito chi è e dove vuole stare.

E c’è l’attivista Mark Ashton (Ben Schnetzer), che ha un’intuizione: minatori e comunità LGBT hanno molto in comune, sono odiati dagli stessi soggetti, il Primo Ministro Thatcher, la polizia, i tabloid. Le legnate che di solito prendono i gay e le lesbiche ora le prendono i minatori. Propone, quindi, agli amici attivisti di raccogliere fondi a sostegno dei minatori, senza stipendio perché in sciopero. Nasce, quindi, il gruppo L.G.S.M. ovvero Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori.

Ad accettare i fondi da loro raccolti è solo il comitato di Onllwyn, villaggio minerario del sud del Galles.

Le due comunità si incontrano, tra imbarazzo, paure e diffidenza. Per i minatori i ragazzi londinesi sono i primi gay (dichiarati) che abbiano mai incontrato in vita loro e non mancano gli omofobi tra loro. Ma anche i ragazzi non avevano mai conosciuto un minatore prima di allora.

Ne nasceranno un’alleanza e un’amicizia fondate sulla solidarietà reciproca.

“Pride” racconta un anno di proteste e raccolte fondi, incontri e scontri.

Più passano i mesi e più gli scontri con la polizia si fanno duri e i villaggi dei minatori sempre più poveri. Ma gli attivisti londinesi non li lasceranno soli e organizzeranno un grande evento musicale raccogliendo migliaia di sterline.

Dopo più di un anno di sciopero, nel 1985, i minatori riapriranno i pozzi delle miniere. Di fatto, è una sconfitta. Ma non dimenticheranno la solidarietà ricevuta e alla parata del Gay Pride di quell’anno i minatori del Galles guideranno il corteo con il comitato “L.G.S.M.”.

Di “Pride” colpisce il modo divertente con cui racconta una storia vera, pur forzando la verità storica (la solidarietà era molto più articolata e diversificata, non coinvolgeva solo una comunità gallese e un gruppo di attivisti londinese).

Mette in luce, da un lato, l’entusiasmo e la determinatezza con cui le due comunità affrontano le loro dure battaglie; dall’altro le difficoltà e la ruvidezza dell’incontro tra chi è, apparentemente, così diverso.

Matthew Warchus, affermato regista teatrale inglese, ha in mano un ottimo soggetto e l’efficace sceneggiatura di Stephen Beresford. Dirige magistralmente navigati attori britannici affiatati tra loro: da Imelda Staunton a Bill Nighy (“Love actually”) passando per Andrew Scott (il fantastico Moriarty di “Sherlock” e il prete sexy di “Fleabag”).

Il risultato è una commedia che “frulla abilmente umorismo gay e british” (Morandini).

I temi di “Pride” e i suoi punti di forza.

Ma il fascino del film sta anche nelle inquadrature che indugiano sui verdi paesaggi gallesi e nel racconto di un’epoca, quella degli anni ’80, che tanto ha influito sulla società, non solo britannica.

Commuove vedere l’orgoglio dei gallesi, i minatori e le loro famiglie, per quel lavoro duro, come per la vena sotterranea da cui da secoli estraggono il carbone. È l’epica del lavoro e delle lotte sindacali, che ha il suo acme quando le donne intonano in coro “Bread and roses”, la canzone di John Denver nei cui versi si incontrano le lotte femministe e quelle dei lavoratori.

Perché questo è il messaggio più bello di “Pride”, che il personaggio di Mark Ashton spiega a Donovan (Pat Considine), portavoce dei minatori: che senso avrebbe sostenere i diritti dei gay e non quelli degli altri? O i diritti dei lavoratori e non quelli delle donne? Solo se ognuno abbraccia la lotta dell’altro, si otterranno risultati per tutti.

La Storia ha reso giustizia a questa idea: un anno più tardi, grazie al voto unanime del sindacato dei minatori – ancora potente nonostante la sconfitta –il partito laburista britannico inserirà i diritti LGBT nel proprio manifesto, dopo anni di mozioni bocciate in tal senso.

Non mancano, ovviamente, i temi caldi della comunità LGBTQ+ dell’epoca e non solo: l’AIDS che incombe minaccioso e terrificante; la forte capacità di reazione della comunità all’omofobia; la paura di fare coming out con la famiglia, per la paura – purtroppo fondata – di non essere accettati per quello che si è. A questa si contrappone l’orgoglio di chi, di fronte al disagio omofobico altrui, non vuole rinunciare alla propria identità:

non voglio nascondermi, non voglio scusarmi e non voglio scappare

3 motivi per guardarlo:

  • perché è una storia vera che vi commuoverà ed esalterà la vostra passione civile e politica;
  • per la scena del ballo nella sala comune del villaggio gallese;
  • perché fa ridere e vi metterà di buonumore.

Quando vedere il film:

quale momento migliore se non il mese del Pride, per conoscere un pezzo della storia del movimento LGBTQ+?

Stefania Fiducia

Avete già letto il precedente articolo della rubrica cineforum?

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