90 anni di Oriana, 30 per amarla

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Ogni anno, il 29 giugno, prima di pensare al mio compleanno, penso a quello di Oriana Fallaci. Impossibile da dimenticare visto che siamo nate lo stesso giorno e questo mi ha sempre fatto riflettere.

Senza aprire una parentesi astrologica che vi farebbe immediatamente interrompere la lettura di questo articolo, ammetto subito di essermi sempre sentita molto vicina a Oriana principalmente per un motivo e, cioè, che era una donna “scomoda”.

Sì, perché anche se negli ultimi anni c’è stato un revival delle sue opere, onnipresenti in ogni libreria, la verità è che Oriana Fallaci è stata una donna schietta, una che non aveva paura di dire quello che pensava, anche se questo la rendeva spesso impopolare.

Non credo siano scelte di vita, quanto piuttosto esigenze di natura, e qui parlo per esperienza personale. Si tratta di inclinazioni caratteriali non proprio comuni e soprattutto molto poco conservative. Esporsi è molto pericoloso e, non a caso, lo fanno in pochi.

Ma quell’ardore che spesso non frena la lingua neppure di fronte “all’utile”, alla circostanza e al luogo comune, quel confronto necessario e quel coraggio di scontrarsi, quello spirito guerriero che, per dirla alla Foscolo, ruggisce dentro, non si può controllare. E se a vent’anni possono dirti che hai sbagliato a parlare e puoi sentirti in colpa, a trenta sai che non è vero.

“Un uomo” di Oriana Fallaci: un libro pieno di libri

Uno degli esempi più felici della saggia spontaneità di Oriana, dedicato proprio all’essenza dei trent’anni, si trova nel libro “Se il sole muore“, il reportage in cui intervista alcuni astronauti statunitensi.

Io mi diverto ad avere trent’anni, io me li bevo come un liquore i trent’anni: non li appassisco in una precoce vecchiaia ciclostilata su carta carbone. Ascoltami, Cernam, White, Bean, Armstrong, Gordon, Chaffee. Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile.

(Maria Rosaria) Omaggio a Oriana Fallaci

In questi miei trentuno anni, compiuti oggi insieme a Oriana (e a Giacomo Leopardi, auguri pure a lui!), non posso non ripensare a questo estratto, una prosa onesta sull’essere umano e sulla strada che compie. Dicono che i 30 anni siano “i nuovi 20”, e per certi versi è così. Un tempo a trent’anni si era madre e moglie, oggi una trentenne studia, cerca di fare carriera, brama l’indipendenza sociale.

Siamo lucidi, scrive Oriana, a trentanni.

E forse è vero: quella smania di fare, di essere qualcosa, che ci perseguita a vent’anni, con i trenta diventa smania di vivere il presente in tutte le sue contraddizioni. Quella paura di sbagliare che ci perseguita in giovinezza si trasforma in compassione e tenerezza verso il nostro essere irreparabilmente e meravigliosamente umani, finiti, e perché no? Fallaci.

Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. […] Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna.

Peccati e punizioni li abbiamo lasciati a casa con mamma e papà: quei genitori che ora non sono più nostri nemici e che anzi, ci mancano quando non li vediamo già da un po’.

Il dolore, prosegue Oriana, è tutto nostro.

E questo è vero: dai silenzi alla rabbia, dalla tristezza all’apatia, i trent’anni ti portano a guardare quello che accade con gli occhi di chi sa che il proprio potere è assolutamente limitato. La lotta è finita: non si ha tempo da perdere né con persone né con attività che non ci interessano.

L’innecessario si lascia andare, le ferite si rimarginano prima perché ormai siamo consapevoli che non possiamo portare tutto con noi, che qualcosa si perde durante la strada, volenti o nolenti. E quello che desideriamo lo teniamo stretto nel cuore, nei sogni: a volte ci è concesso averlo, altre no. Ma dentro riconosciamo bene la forza dell’amore, la profondità della sofferenza. Assaporiamo quella intermittente serenità con la consapevolezza di chi sa che come è andata, tornerà.

Il tempo di piacere è finito, è arrivato il tempo di essere.

Siamo seduti nel mezzo del cammino, per richiamare Dante, ricordiamo il passato con dolcezza bonaria e guardiamo al futuro con la pace di chi sa che la vita è tutta qui: in bilico tra uno sguardo indietro e uno in avanti, ma col cuore ancorato al presente. E la felicità si assapora sulla cima di quella montagna a respiri grossi, a volte anche affannosi, perché l’alta quota si sa, non è facile da mandare giù. Ma è comunque ossigeno, è comunque aria, è comunque vita.

Alessia Pizzi

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