“Le fate ignoranti” ci ha regalato un nuovo sguardo sulla società

Le fate ignoranti film recensione

Che stupidi che siamo! Quanti inviti respinti, quante parole non dette, quanti sguardi non ricambiati! Tante volte la vita ci passa accanto e non ce ne accorgiamo nemmeno.

Titolo originale: Le fate ignoranti
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Ferzan Özpetek e Gianni Romoli
Cast principale: Stefano Accorsi, Margherita Buy, Erika Blanc, Rossella De Cicco, Gabriel Garko, Filippo Nigro, Serra Yilmaz
Nazione: Italia
Anno: 2001

Compie vent’anni “Le fate ignoranti”, il film che ha fatto conoscere al grande pubblico il regista Ferzan Özpetek, in procinto di farne una serie TV.

Le fate ignoranti” è il titolo del quadro galeotto che fa incontrare i protagonisti di questo terzo film di Ferzan Özpetek, sceneggiato insieme a Gianni Romoli. Il primo del regista di Istanbul ambientato in Italia.

Antonia (Margherita Buy) incontra suo marito Massimo alla Centrale Montemartini, pregevole spazio espositivo dove le statue della Roma antica incontrano l’archeologia industriale. Con la colonna sonora orientaleggiante in sottofondo, già dalla prima scena siamo immersi nel mondo di Ferzan Özpetek: il quartiere Ostiense di Roma, dove abitava all’epoca, e la cultura turca da cui proviene.

I due flirtano, vestiti da sera, come fossero due sconosciuti, tra le statue antiche e le macchine della centrale elettrica che le ospitano. Si intuisce che sono una coppia affiatata, rodata, “felice”.

Lui, però, muore improvvisamente e lei scopre per caso, mettendo in ordine le sue cose, che Massimo la tradiva da sette anni. Così a dolore si aggiunge dolore, a un trauma un ulteriore trauma.

Antonia va in cerca dell’amante di Massimo, fino ad arrivare ad un appartamento – sempre nel quartiere Ostiense – di cui Massimo aveva le chiavi. È casa di Michele Mariani (Stefano Accorsi), piena di amici, soprattutto vicini di casa. Antonia non capisce l’evidenza, ovvero che l’amante del marito era Michele.

Antonia è una donna poco avventurosa, che si è “fermata alla prima stazione”, come le dice la madre (Erika Blanc), facendole un discorso molto franco e ben poco consolatorio, ma probabilmente stimolante. È una donna borghese e forse lontana dall’autodeterminazione e dall’indipendenza.

Il legame tra i protagonisti si trasforma e li trasforma: da “rivali in amore” a “vedovi” che affrontano il lutto.

A poco a poco Michele e Antonia si frequentano e si conoscono, con la scusa che in casa di lui vive Ernesto (Gabriel Garko), sieropositivo e costretto a una terapia tramite flebo mentre Antonia è un medico. Così lei entra nel mondo di Michele, che è stato anche il mondo di Massimo e incontra i loro amici, sempre insieme per il pranzo della domenica in terrazza. E scopre che Massimo non aveva solo un amante, aveva un mondo intero, una famiglia. È scioccata. Loro la accolgono all’inizio con imbarazzo, poi come qualcuno su cui possono riversare il loro affetto verso l’uomo scomparso. Ma anche per Michele è uno shock conoscere Antonia, perché scopre che Massimo amava anche lei.

Sono stato il primo, anzi l’unico. Non ha avuto altri. Ha avuto solo noi.

Conoscersi reciprocamente significa anche conoscere Massimo e capire perché lui amava entrambi: Antonia e Michele hanno molte cose in comune. È un gioco di specchi, in cui l’amore è fatto di proiezioni dalle direzioni inattese e indesiderate. 

Ne nasce un legame profondo, che sembra quasi avvicinarsi all’amore. Il finale è aperto a più di una interpretazione, ma la poetica immagine conclusiva evoca la speranza. Antonia è all’apice di un percorso di crescita verso l’indipendenza e pronta ad abbracciare i cambiamenti. Michele, che urla la sua voglia di una vita “normale”, forse ha capito che quella già ce l’ha (“Non ti illudere”, lo ammonisce l’amica Serra).

Due Nastri d’argento come migliori attori protagonisti premiano Margherita Buy e Stefano Accorsi.

Il personaggio di Michele è indimenticabile; non altrettanto memorabile fu l’interpretazione di Stefano Accorsi, sufficientemente credibile, delicata, commossa e commovente, ma a tratti un po’ rigida. Nondimeno, Morandini lo aveva considerato ammirevole, “tenuto a briglia corta”. D’altronde, vent’anni fa era ancora raro per un attore italiano interpretare il ruolo di un omosessuale che non fosse descritto in maniera “macchiettistica”. Non deve essere stato facile trovare il giusto equilibrio.

L’interpretazione toccante e plausibile di Antonia consacrò Margherita Buy, per la critica dell’epoca, come la migliore della sua generazione (Tullio Kezich sul Corriere della Sera). Morandini la definì “sapiente nel rendere la metamorfosi” del personaggio.

Un plauso se lo merita Gabriel Garko, famoso più per il suo aspetto che per la sua bravura d’attore. Ma ottimo nel ruolo di Ernesto.

La critica apprezzò “Le fate ignoranti”, ma oggi ricordiamo questo film soprattutto per il suo impatto sulla società italiana e l’immaginario del pubblico su certi temi e certi paesaggi.

Tullio Kezich definì la prima mezz’ora del film un “felice esempio di cinema postantonioniano, dove il vibrato dei sentimenti si sposa al rigore delle immagini e a una forte tenuta di racconto. Se il tutto si fermasse qui, potremmo parlare di un piccolo gioiello; ma per arrivare in fondo il film deve escogitare, con varia fortuna, ulteriori risvolti e mobilitare altri personaggi”. 

Morandini lo definì “discreto in tutti i sensi” e ne lodò “il delicato equilibrio tra cadenze di commedia e soprassalti di dolore”. Inoltre, si accorse da subito di un elemento che poi avremmo ritrovato in tanti film successivi di Özpetek: anche laddove il film non è corale in senso tecnico, si percepisce sempre un sincero e programmatico affetto per i personaggi minori. 

Roberto Nepoti evidenziò il cosmopolitismo autentico del film, italiano coprodotto con capitali francesi, diretto da un regista nato a Istanbul e che evocava, nei climi e nell’ideologia, il cinema di Pedro Almodóvar. “L’idea di partenza è originale, il clima caldo, il tono piacevolmente amichevole. Col procedere verso la fine, però, ‘Le fate ignoranti’ sfuma un po’ a coda di pesce, non riuscendo sempre a darsi un significato più ampio dell’aneddoto che racconta”.

A distanza di vent’anni mi sento di dire che il significato più ampio, a una visione successiva, è legato all’impatto che il cinema di Özpetek ha avuto nella società italiana o comunque nel pubblico del cinema italiano, a cui ha regalato un nuovo sguardo sulla realtà, non solo da accettare, ma da accogliere.

“Le fate ignoranti” è un film in cui ci si interroga molto sulla verità e sulla menzogna.

È giusto mentire a chi si ama per evitare che smetta di amarci a sua volta, nel momento in cui dovesse scoprire la verità? Antonia vuole la verità e non capisce la scelta degli altri personaggi di nasconderla. In questa tematica del film ho sempre visto una metafora del nascondere la propria identità, il proprio orientamento sessuale. La comunità LGBT che viene raccontata è a suo agio nel suo interno, ma fuori? Mara ha cambiato sesso, ma vorrebbe tornare al suo paese per il matrimonio del fratello dove nessuno sa che ora è una donna. Gli amici le dicono di non andare, tranne Antonia.

Il gruppo si prepara al Gay Pride del 2000, quello mondiale ospitato a Roma per la prima volta proprio nell’anno del Giubileo. Preceduto da mille polemiche, è entrato nella storia del movimento LGBT (ma anche della città di Roma): era il caso che partecipasse il Sindaco? Il corteo poteva passare davanti alle chiese? La gente si chiedeva perché i gay dovessero scendere per le strade (tra)vestiti di lustrini per chiedere la loro legittimazione a esistere e il riconoscimento dei loro diritti civili (che, per la cronaca, arriverà solo nel 2016). “Non possono andare in corteo vestiti normali, invece che fare questa carnevalata?” era quello che si sentiva dire in giro.

Questo era il clima sociale (e politico) in cui “Le fate ignoranti” veniva girato nel 2000 e usciva a marzo del 2001. Quanto abbiano influito questo film e i successivi di Ferzan Özpetek nell’aprire gli occhi di una società conformista come la nostra a quel pezzo di mondo e di umanità sconosciuto e spesso oggetto di pregiudizi e disprezzo è difficile da giudicare.

Dopo vent’anni, comunque, è ancora un film che sa emozionare, soprattutto se lo vediamo come il racconto dell’elaborazione del lutto attraverso l’apertura all’altro e del superamento della paura di venire allo scoperto, in un percorso di accoglienza della vita, dell’amore e della realtà nella loro complessità.

Il film ha avuto un impatto anche sul quartiere Ostiense, dove è ambientato.

Özpetek ha raccontato che prima che il film uscisse, il Gazometro che caratterizzava molte inquadrature del film era destinato ad essere smantellato. Il suo successo ha contribuito a creare attorno al quartiere una nuova aura di fascino. Il progetto di riqualificazione che prevedeva l’abbattimento dei gazometri è stato, di conseguenza, abbandonato.

Oggi, non solo il Gazometro c’è ancora e continua a caratterizzare il panorama del quartiere Ostiense, ma la terrazza dove si svolgono i momenti conviviali de “Le fati ignoranti” è vivibile e aperta al pubblico, perché è parte integrante del centro culturale e co-working “Industrie Fluviali”. 

Oggi Le fate ignoranti è considerato un piccolo cult, tanto che, a vent’anni dall’uscita nelle sale, è pronto per il piccolo schermo. Diventerà, infatti, una serie TV: Ferzan Özpetek dovrebbe cominciare le riprese nel mese di aprile 2021. 

3 motivi per guardarlo:
  • l’atmosfera almodovariana e cosmopolita;
  • la sceneggiatura apparentemente leggera di una commedia capace di far commuovere intensamente;
  • i titoli di coda, tra Gay Pride e backstage.

Quando vedere il film:

Il film scorre veloce: ogni momento è buono. 

Stefania Fiducia

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