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“Music of the Spheres” e il messaggio universale dei Coldplay

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Iniziarono con un mappamondo giallo e ora hanno un intero sistema planetario. Il 15 ottobre 2021, infatti, è approdato finalmente sulla Terra il nono album dei Coldplay, Music of the Spheres. Il disco arriva dopo anni trascorsi a rintracciare indizi che la band ha disseminato sin dalla pubblicazione dello scorso LP nel 2019. All’interno del booklet del cd di Everyday life, infatti, era già presente un’immagine raffigurante un’ambientazione spaziale e il titolo di quello che sarebbe stato il loro nono album.

Le anticipazioni: Higher Power, Coloratura e My Universe

Per circa due anni i fan sono stati in trepidazione, poi lo scorso maggio i Coldplay hanno iniziato a rilasciare informazioni più precise e parti importanti di Music of the Spheres. Ecco così che ha visto la luce il primo singolo Higher Power, che ci ha tenuto compagnia tutta l’estate con la sua carica energetica anni ‘80.

Ma proprio durante la calda stagione è arrivato un regalo inatteso: Coloratura. Una ballata psichedelica di oltre 10 minuti che racchiude il meglio dell’estro creativo dei Coldplay. “10 minutes and all you need to know (about Coldplay)”, ha affermato il chitarrista Johnny Buckland. Un capolavoro, nient’altro da aggiungere. 

Giunti a settembre, la malinconia dell’autunno è stata spazzata via in un secondo con l’uscita di My Universe, prodotto in collaborazione con i coreani BTS. Un brano dai toni allegri e pop, che racconta la storia di due amanti che lottano per superare le barriere sociali (legate alla razza, all’omosessualità o altro) e stare insieme.

Human Heart e People of the Pride

Nel frattempo Chris Martin e soci hanno svelato anche un altro paio di tracce che hanno eseguito nei primi live di promozione del disco: Human Heart e People of the Pride.

Human Heart è una sorta di gospel a cappella composto da voci diverse che si fondono insieme in un’atmosfera magica: abbiamo infatti la collaborazione con Jacob Collier e del duo femminile We are King.

People of the Pride viene da una vecchia demo dell’epoca di Viva la Vida, intitolata The man who swears. Questo brano è tra i più rock in assoluto della band con un sound potente e graffiante che ricorda alcuni pezzi dei Muse. L’abbiamo conosciuta in versione live e possiamo affermare che dal vivo raggiunge livelli altissimi.

Cosa resta ancora da scoprire, quindi?

Human Kind, Let somebody go e Biutyful

Se da un lato le varie anticipazioni hanno reso meno dura l’attesa, dall’altro questi spoiler ci hanno un po’ rovinato la sorpresa. Music of the Spheres, infatti, è composto in totale da 12 tracce, di cui 5 già note e 4 che non sono delle vere e proprie canzoni, ma più degli intermezzi strumentali. Ecco allora che le novità vere e proprie sono solamente 3: Human Kind, Let Somebody Go e Biutyful.

La prima è un inno positivo all’umanità. Il ritmo è incalzante e allegro, con l’inimitabile falsetto di Chris nel ritornello. Il senso del brano è affidato agli ultimissimi versi che racchiudono con semplicità un concetto in cui la band si è sempre identificata, un invito a riscoprire la gentilezza, la solidarietà che ci contraddistingue come esseri umani.

Oh I know, I know, I know
We’re only human
But we’re capable of kindness
So they call us Humankind

Let somebody go segna un’ulteriore collaborazione per la band inglese, questa volta con la cantante statunitense Selena Gomez. È una ballata romantica abbastanza classica, caratterizzata da un intro delicatissimo tastiera e voce a cui poi si aggiungono la drum machine e leggeri tocchi elettronici. Il tema questa volta riguarda l’amore tra due persone e la difficoltà di lasciare qualcuno che si ama… 

When you love somebody
Then it hurts like so
To let somebody go

Se torniamo indietro di 13 anni, questi versi riecheggiano quel “If you love me, why’d you let me go?” di Violet Hill. Le canzoni, ovviamente, sono totalmente diverse tra loro e non paragonabili, ma come sempre è innegabile la presenza di un filo magico che lega tutta la musica dei Coldplay.

Biutyful sembra cantata nella prima parte da un’aliena (Angelina, pare si chiami). Si tratta di un pitch vocale utilizzato anche nell’album precedente nella traccia Cry Cry Cry, che permette di intrecciare un dialogo tra Chris e questa extraterrestre. Anche in questo caso il tema è l’amore incondizionato. 

Il significato di Music of the Spheres

Ai brani che abbiamo elencato in ordine sparso, si aggiungono Music of the Spheres I, Alien Choir, Music of the Spheres II e Infinity Sign, tracce quasi unicamente strumentali che hanno la funzione di raccordare tra loro i brani e di creare l’atmosfera spaziale che contraddistingue il disco. Music of the Spheres, infatti, è un concept album con un forte impatto sonoro e visivo. Già da tempo sapevamo che il tema del nuovo album sarebbe stato lo spazio, i pianeti e gli alieni. Ma come lo stesso Chris ha ribadito in una recente intervista, i Coldplay non sono tanto interessati all’aspetto fantascientifico della questione, quanto piuttosto al suo potenziale allegorico. “Gli alieni in questo disco sono un tipo diverso di alieni, l’album parla di non avere paura delle persone che sono diverse da te”, ha spiegato il frontman.

Gli extraterrestri sono metafora del diverso e tutto il loro progetto è un inno all’amore, alla fratellanza, alla solidarietà. Da qui deriva anche la loro volontà, spesso criticata, di collaborare con artisti così diversi da loro come i BTS per conoscere nuovi mondi, instaurare relazioni credute impossibili. La musica non è da intendere esclusivamente come virtuosismo artistico, ma diventa vero e proprio strumento di pace (ricordate: “Music is the weapon”). Quel che importa è quindi il messaggio, che vogliono estendere al numero più ampio di persone, metaforicamente anche agli extraterrestri! Ecco allora che gli si perdona anche qualche piccolo difetto, qualche deriva forse eccessivamente pop e qualche collaborazione per qualcuno non troppo azzeccata. Tutto è asservito a un bene superiore e nell’insieme funziona.

I Coldplay e l’ambiente: tour e concerti ecosostenibili

Il concetto di amore che permea l’opera intera, poi, è da intendere nel senso più ampio possibile: amore per il proprio partner, per la famiglia, gli amici, per il prossimo in generale, per l’universo e la natura. L’amore per il pianeta è qualcosa per cui i Coldplay si stanno battendo concretamente soprattutto negli ultimi anni. Avevano annunciato nel 2019 che avrebbero fatto altri tour solo se fossero riusciti a renderli il più ecosostenibili possibile.

Al momento l’impatto ambientale dei loro concerti è diminuito del 50% grazie alle numerosissime iniziative che hanno intrapreso e che hanno reso note insieme all’annuncio delle prime date internazionali. Le strategie che hanno elaborato per aumentare la sostenibilità sono tantissime. Per cominciare, per ogni biglietto acquistato sarà piantato un albero in collaborazione con One Tree Planted. Le superfici degli stadi saranno dotate poi di pannelli solari e piastrelle cinetiche che sfrutteranno l’energia prodotta dai movimenti dei fan; per la stessa ragione saranno installate anche delle cyclette per contribuire a caricare delle particolari batterie prodotte da Bmw.

L’acqua potabile sarà gratuita all’interno degli stadi e saranno utilizzate tazze di alluminio al posto delle classiche bottigliette in plastica; i fan saranno anche invitati a portare da casa le proprie borracce. Anche la plastica del merchandising e dei braccialetti luminosi è stata completamente eliminata, in favore di materiali naturali e biodegradabili. Sono stati ridotti notevolmente i gas utilizzati per le esplosioni di coriandoli e fuochi d’artificio. Tra i combustibili, l’ HVO (Hydrotreated Vegetable Oil), ricavato dall’olio da cucina esausto. I Coldplay hanno infine ideato un’apposita app per aiutare i fan ad organizzare il viaggio per raggiungere i concerti in modo sostenibile. Chi si sposterà in maniera ecologica riceverà anche degli sconti da utilizzare durante gli spettacoli. 

Tra le prime date annunciate, l’Italia non è presente, ma arriverà di sicuro anche il momento del Bel Paese, probabilmente nel 2023.

Music of the Spheres: un album per ricominciare

Music of the Spheres è un disco per certi versi controverso, dal sound diverso ed eterogeneo che non ha incontrato il favore di tutti; tuttavia è innegabile che ben si adatta a un momento fondamentale della nostra storia. Un momento di ripresa, di voglia di vita e di stare insieme. I Coldplay hanno colto tutto ciò e lo hanno trasposto in musica, in questo album allegro ma profondo, fondato su valori semplici ma universali e imprescindibili. L’amore, la fratellanza, la solidarietà, l’empatia: questo è Music of the Spheres. Ed è solo l’inizio! Quello appena pubblicato, infatti, è il volume 1 a cui seguiranno una seconda e una terza parte. Non vediamo l’ora di scoprire in quali altri universi ci porterà il quartetto inglese…

Francesca Papa

Grosso guaio a Chinatown: il fanta-action con Kurt Russell e Kim Cattrall

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Regista: John Carpenter
Data di uscita:
1 luglio 1986 (Stati Uniti)
Genere: Commedia
Cast:
Kurt Russell, Dennis Dun, Kim Cattrall, Victor Wong, Kate Burton, Donald Li, Suzee Pai.

Trama

Jack Burton (Kurt Russell), un camionista simpatico e sbruffone, accompagna all’aeroporto l’amico ristoratore Wang Chi, prossimo a sposarsi con una sua connazionale in arrivo dalla madre patria. Peccato che qui la ragazza verrà rapita dagli scagnozzi dello stregone Lo-Pan, con lo scopo di sposarla e poi sacrificarla ad un demone cinese per lasciare il corpo ormai decrepito in cui risiede il suo spirito e raggiungere l’immortalità. Ciò porterà i due uomini in un’ardua missione di salvataggio dove, con l’aiuto della bella avvocatessa Gracie Law, di una giornalista, del mago Egg Shen e di altri membri della comunità, dovranno affrontare il perfido Lo Pan, entità millenaria dotata di incredibili poteri magici.

Grosso guaio a Chinatown: un caleidoscopio di risate e gag

Influenzata dalla immancabile poetica carpenteriana, il film si presenta come un unicum nel panorama cinematografico di Carpenter, il quale ha saputo creare con intelligenza una pellicola che si presenta come una miscellanea di generi e stili che spaziano dall’action, al fantasy, passando per la comedy e per al “wuxia” cinese (il classico cappa e spada con scene di arti marziali abilmente coreografate). Parliamo di una pellicola kitsch, ma anche divertente, ricca di personaggi stereotipati.  Un film cult degli anni ’80 ma che ha rappresentato un vero e proprio flop al botteghino per il tempo. Una pellicola incompresa e criticata, ma solo forse troppo “avant garde” per i tempi.

Grosso guaio a Chinatown è un vero e proprio concentrato di ironica adrenalina, dove il culto delle arti marziali si unisce alla stravaganza dell’America verace interpretata da Kurt Russell. Ed è proprio questa forma ibrida che accoglie in sé la comicità e l’azione che fa di questa pellicola un vero e proprio cult degli anni 80. Le scenografie, i colori ed ogni ambientazione è pensata per evocare richiami alla cinematografia cinese.

Carpenter e l’americano medio

Quello di Kurt Russell (Jack Burton) è un protagonista che va oltre lo stile classico americano dell’action movie del tempo dove ogni protagonista si presentava impavido, au contrarie, il camionista da lui interpretato è l’esatto opposto del paladino della giustizia e secondo il regista rappresenta il cittadino americano medio. Si presenta come buzzurro e costantemente fuori luogo e del tutto inconsapevole del tempo e luogo in cui l’azione si svolge. Solo sul finire, Carpenter decide di togliere dal personaggio interpretato da Russell quella veste di americano medio per chiudere la pellicola con “una questione di riflessi” attraverso i quali può gloriarsi del suo ruolo di salvifico protagonista.

Da un punto di vista tecnico, la regia di Carpenter è sacra, un mostro indiscusso della settima arte che ha saputo esprimere attraverso una sapiente regia la sua capacità di muoversi con armonia tra i vari generi, per cui la visione del film risulta essere piacevole.

Curiosità

Inizialmente la sceneggiatura era stata concepita come un western ambientato nel 1880. Successivamente si decise di modernizzarla.

Kurt Russell soffriva di una brutta influenza durante la scena che segue quella nel bordello, il sudore sul corpo dell’attore è reale e causato dalla febbre.

Il regista Carpenter e il protagonista Kurt Russell hanno raccontato che le reazioni alle proiezioni di prova furono straordinarie, ci si aspettava un grande successo. Invece la 20th Century Fox investì poco nella promozione del film, il botteghino registrò solo 11 milioni di dollari a fronte dei dei 19 milioni stimati.

Questo è il quarto di cinque film che John Carpenter e Kurt Russell hanno girato insieme. Gli altri sono Elvis (1979), 1997: Fuga da New York (1981), La Cosa (1982) e Fuga da Los Angeles (1996).

Sebbene Russell fosse l’unica scelta di Carpenter per il ruolo principale, la 20th Century Fox suggerì anche altre opzioni, tra cui Jack Nicholson o Clint Eastwood, ma i due rifiutarono la parte.

In occasione del 30° anniversario di Grosso guaio a Chinatown l’etichetta La-La Land Records ha messo in vendita uno speciale cofanetto deluxe in edizione limitata (3000 unità) che ha incluso la colonna sonora del film composta da John Carpenter con Alan Howarth.

Quando guardarlo

Non c’è un momento specifico, è un cult è pertanto è sempre una buona idea recuperarlo

3 motivi per guardarlo

  1. “Grosso guaio a Chinatown” deve obbligatoriamente godere del prestigio di cui originariamente era stato privato;
  2. le risate sono assicurate;
  3. per rivivere un po’ della cultura cinematografica anni ’80.

Angela Patalano

Se vi siete persi l’ultimo cineforum…eccolo!

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Fatturazione elettronica e conservazione: ecco come gestire il processo al meglio

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La fatturazione elettronica è ormai diventata un obbligo per molte aziende, ed è comunque una scelta vantaggiosa anche per gli imprenditori e i professionisti che, attualmente, non sono ancora tenutiad utilizzare questo metodo.

Naturalmente, per gestire al meglio ogni aspetto del processo il consiglio è quello di avvalersi di risorse dedicate, come appositi softwareonline che consentono di avere sempre sotto controllo la procedura di fatturazione e di conservazione.

Naturalmente, queste soluzioni risultano estremamente pratiche anche perché possono essere facilmenteintegrateai gestionali utilizzati normalmente in azienda e connesse ai sistemi di transazione e pagamento digitale. 

Grazie a un software in cloud, è possibile avere sempre il totale controllo sui flussi relativi alla fatturazione elettronica, emettendo le fatture per poi inviarle direttamente ai propri clienti e, al contempo, ricevendole dai fornitori e importandole tramite il gestionale abituale.

Contabilità automatizzata e pagamenti semplici e sicuri

La gestione della fatturazione elettronica tramite cloud consente di collegare ogni fattura con tutti gli altri documenti correlati, dall’ordine alle bolle, passando per i documenti di trasporto. È possibile, inoltre,incassare i pagamenti tramite un semplice link, che viene generato automaticamente dal sistema ed inviato al cliente. 

Una funzione molto importante dei migliorisoftware in cloud per la fatturazione elettronica, è quella di poter gestire facilmente anche la conservazione e l’archiviazione dei documenti senza che sia mai necessario ricorrere alla stampa.

L’integrazione di un archivio digitale a un sistema in cloud permette di conservare in automatico le fatture digitali in base alla normativa di riferimento. Infatti, è bene ricordare che la conservazione elettronica delle fatture tutela e preserva la validità legale dei documenti in maniera estremamente sicura e affidabile. 

Inoltre, i migliori gestionali in commercio, come il software TS Digital Invoice di TeamSystem, permettono di essere delegati come conservatori accreditati AgID per la fatture emesse e ricevute. 

Cos’è l’accreditamento AgID

Nel dettaglio, le piattaforme che svolgono il ruolo di conservatore accreditato AgID possiedono i necessari requisiti di sicurezza e qualità per poter essere inserite nell’elenco pubblicato sul sito dell’AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale, in relazione al servizio di conservazione. 

A questo proposito, è bene ricordare che, con realtà come TeamSystem l’invio in conservazione delle fatture tramite TS Digital Archive permette di visualizzare in tempo reale lo stato di avanzamento della conservazione di ogni singola fattura, semplicemente osservando le icone a forma di nuvola.

L’invio in conservazione delle fatture non deve essere effettuato manualmente: una volta predisposto il metodo ideale la prima volta, successivamente sarà il software stesso a procedere e ad inviare tutti i documenti. 

Conservazione e archiviazione non sono certo le uniche funzioni di una piattaforma di qualità, che generalmente rende possibile anche effettuare la registrazione e la contabilizzazione delle fatture, oltre a compilarle ed emetterle con la massima precisione e ad importare le fatture ricevute dai propri fornitori. 

Le principali funzionalità di un software online per la fattura elettronica

Un sistema di fatturazione elettronica in cloud offre naturalmente numerose funzioni indispensabili, tra cui la registrazione delle fatture e le operazioni contabili, con relativo collegamento agli altri documenti.

È inoltre possibile effettuare la connessione con i propri clienti e gestire in maniera fluida e semplice la fatturazione.

È sufficiente che ogni cliente si registri alla piattaforma per poter gestire il servizio con facilità e personalizzare sia il sistema di scambio e invio delle fatture, sia i permessi di lettura e di scrittura. 

The Last Duel – Il Rashomon medievale di Ridley Scott è più attuale che mai

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Inizialmente atteso per fine 2020, il nuovo film di Ridley Scott è stato presentato fuori concorso alla 78° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed è finalmente sbarcato nelle sale italiane il 14 ottobre 2021. La pellicola è un adattamento dal romanzo storico di Eric Jager, risultato di una ricerca basata su fonti originali, cronache ed atti legali riguardanti lo scontro all’ultimo sangue tra Jean de Carrouges e Jacques Le Gri, svoltosi in Francia nel XIV° secolo. A 83 anni, il regista torna alla regia dopo “Tutti i soldi del mondo” del 2017, con un concept che non può non ricordare il suo straordinario esordio cinematografico (I duellanti), con un adattamento sceneggiato per l’occasione da Nicole Holofcener e dalla coppia Ben Affeck-Matt Damon, vincitori del premio Oscar per “Will Hunting – Genio Ribelle“.

L’ultimo Duello di Dio

Nel 1380, i due scudieri Jean de Carrouges e Jacques Le Gri combattono fianco a fianco per il Re di Francia Carlo VI, nei territori della Normandia. Al ritorno dalle campagne del Cotentin, lo scudiero Jacques Le Gri (Adam Driver) diventa il protégé del conte e cugino del Re, Pierre (Ben Affleck), assumendo il ruolo di riscossore dei crediti e ricevendo in dono molti terreni. Uno di questi territori, Aunou-le-Facuon, doveva essere però compreso nella dote di Marguerite de Thibouville (Jodie Comer), novella sposa dell’amico Jean de Carrouges. Il rapporto tra i due scudieri inizia ad incrinarsi e degenera quando Marguerite accusa Le Gri di averla stuprata, in assenza del marito. Portando il caso di fronte al Re di Francia, Jean de Carrouges riesce nel suo intento di far decidere a Dio stesso se la moglie abbia detto il vero o il falso, attraverso un verdetto per singolar tenzone, dove i due uomini dovranno affrontarsi in un duello all’ultimo sangue.

“Mi sono sposata, sono stata una buona moglie.. e poi sono stata giudicata e umiliata dalla mia gente”

Sceneggiatura, regia e cast di grandissimo livello

“The Last Duel” vanta una sceneggiatura solida e ben studiata che, rifacendosi ad una meccanica già nota e sdoganata con “Rashomon” di Akira Kurosawa, racconta i fatti che portarono al sanguinolento duello rivivendoli per ben tre volte ma, questa volta, con gli occhi dei tre protagonisti. Interessante il fatto che, in fase di stesura, gli sceneggiatori si siano suddivisi le “versioni da raccontare”. Nicole Holofcener ha curato la stesura della verità di Marguerite, Ben Affeck per Le Gris e Matt Damon ha scritto in prima persona il punto di vista del suo personaggio: Jean de Carrouges. Nel corso dell’opera, e prima del duello conclusivo, lo spettatore rivive gli stessi avvenimenti arrivando alla realtà di quanto accaduto e riflettendo sulla menzogna che l’ego umano porta con sé. Anche grazie ad una regia puntuale di Scott, il semplice cambio di un’inquadratura o il soffermarsi per qualche istante in più sui volti nel quadro, unito alla straordinaria capacità recitativa delle parti in causa, cambia radicalmente la concezione del fatto a cui il pubblico ha assistito. Il trio di attori protagonisti si è dunque trovato nel difficile compito di adattare i propri personaggi a seconda della soggettività del “narratore”, cambiandone l’interpretazione e l’essere. Una visione “pirandelliana“, dove Jean de Carrouges si trasforma da amorevole marito a uomo orgoglioso e superbo, dove lo scudiero di Adam Driver (che rivedremo diretto da Scott a breve in “House of Gucci“) passa dall’essere il brillante galantuomo che si crede, ad usurpatore nonché colpevole di una violenza carnale ai danni di Marguerite. Quest’ultima che ha il volto dell’astro nascente Jodie Comer, qui al terzo ruolo cinematografico e recentemente al fianco di Ryan Reynolds in “Free Guy”, vincitrice dell’Emmy Award per “Killing Eve”, sarà nuovamente alla corte di Ridley Scott in “Kitbag”, quale Josephine de Beauharnais, moglie di Napoleone Bonaparte. Il suo è il ruolo cruciale della narrazione, attraverso il quale lo spettatore viene a conoscenza del reale svolgimento dei fatti e dei veri volti dei protagonisti, spogliati dall’egocentrismo del credersi nel giusto e del diritto di possesso del corpo femminile.

Non siamo più nel Medioevo, però..

Con la rappresentazione cinematografica dei fatti che portarono all’accusa di Marguerite de Thibouville, viene portata a schermo e fatta conoscere al grande pubblico, la prima donna della Storia a denunciare uno stupro. Siamo in un tempo dove la figura femminile non era altro che un oggetto da possedere che portava con sé una dote (denaro, terreni e possedimenti), e la cui unica funzione era di consentire un proseguimento della dinastia dell’uomo. Il fatto che Le Gri non venga accusato di aver violentato la donna in quanto tale, ma di aver usurpato una proprietà altrui, è evocativo di quanto raccapricciante fosse la situazione. Marguerite è infatti l‘unica che viene umiliata, sottoposta ad un vero processo dovendo rispondere a domande fuori da ogni logica e similari a quelle che possiamo ascoltare oggigiorno. “È sicura che non sia stata Lei a provocare Le Gris?”, “Ha provato piacere durante l’atto?“, “In passato aveva descritto Le Gris come un bell’uomo, è vero?“, sono alcune delle domande che verranno sottoposte alla donna e che non verranno ascoltate o prese in considerazione. Il giudizio è, nel film e nei fatti realmente accaduti del passato, lasciato a Dio che muoverà la spada di chi sta nel giusto, davanti ad una folla bramosa di sangue. Esattamente come oggi, assistiamo ad un vero processo mediatico dove le vittime di questi abusi, finiscono per esserlo due volte, in pasto al giudizio di tabloid arrivisti ed ottuse visioni dei singoli.
I 150 minuti di narrazione scorrono veloci portando ad un finale potentissimo, ricco di quella volatilità di pensiero, di bugie raccontate a sé stessi e agli altri per il raggiungimento di fini personali ed egoistici. Tutte tematiche sulla soggettività del concetto di verità stesso che non può che riportarci nuovamente a “Rashomon“.

Ridley Scott porta dunque lo spettatore in un Medioevo sporco e brutale dove il sangue, l’arrivismo e la possessività la facevano da padroni; in una Francia di fine XIV° secolo in cui una donna è stata usata dal suo aggressore e dal suo stesso marito, non creduta e sacrificata per la riabilitazione di un nome. Stiamo parlando di fatti che hanno portato ad un duello all’ultimo sangue avvenuto nel 1386 ma che, drammaticamente, parla del nostro tempo. In tre parole, numero ricorrente nell’opera: un film eccezionale.

Michele Finardi

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

The Walking Dead 11: il finale della prima parte

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La prima parte di The Walking Dead 11 è giunta al capolinea. Dopo un settimo episodio molto noioso, dove ci immergiamo nelle dinamiche del Commonwealth e nelle eterne diatribe tra Maggie e Negan, arriviamo finalmente all’ottavo, decisamente più interessante.

La seconda parte della serie – composta di altri otto episodi – andrà in onda dal 21 febbraio 2022, sempre su Disney +. Per guardare il finale, però, dovremo aspettare gli altri 8 episodi della terza parte, che arriveranno sempre nel corso 2022.

La morte di Pope

Maggie arriva nella tana dei mietitori e cerca di appropriarsi del loro cibo spalleggiata da Gabriel: la sua arma è un’orda di zombi, ed è stato proprio Negan a insegnarle come condurli in giro, sulla falsariga dei sussurratori. Nel frattempo Daryl fa “coming out”: induce Leah ad uccidere Pope svelando la sua coalizione con Maggie per salvare quest’ultima da morte certa. La donna non la prenderà benissimo e incolperà Daryl della morte del capo, inducendolo alla fuga. Probabilmente dopo questa parentesi Daryil si unirà nuovamente a Maggie: quello che spaventa dopo la morte di Pope è capire chi sarà il cattivo da questo momento in poi. Possibile si tratti proprio di Leah?

Alexandria in modalità Romero

Nel frattempo ad Alexandria è scoppiata una terribile bufera che si è portata via il muro di protezione: veniamo catapultati in un mondo alla Romero dove tutto il team cerca di sbarrare porte e finestre di casa per proteggere i bambini dalla folla di zombi. Sicuramente gli appassionati del genere ricorderanno La Notte dei Morti Viventi.

Rosita ad un certo punto esce fuori e inizia ad ucciderli tutti, nemmeno fosse Rambo. Gli zombi, però, continuano ad arrivare: il team si rifugia al piano di sopra mentre l’orda accede al piano terra, ma Judith e Gracie restano bloccate nella cantina che si sta allagando.

I ritorni tanto attesi

Questo episodio si concentra molto sulla figura di Judith, sempre piuttosto surreale. Nonostante la sua giovane età la bambina è diversa da tutti gli altri, e pare che il merito sia di Michonne. A proposito dell’eroina con la spada: se Rick certamente non tornerà nel finale della serie, cosa ne sarà della sua compagna? Mi aspetto un rientro in scena a breve. Del resto, anche Connie è tornata a casa. Tutti i nodi dovranno sciogliersi e accompagnarci verso la chiusura di The Walking Dead.

Alessia Pizzi

Promo trailer del nono episodio

Promo trailer della seconda parte, in arrivo il 21 febbraio su Disney Plus

“La scuola cattolica”: problemi di trasposizione

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Raccontare 1294 pagine in 106 minuti è possibile? Sì, se sai come selezionare il materiale utile a comunicare il tema che desideri sfruttando al meglio il mezzo di comunicazione che hai a disposizione. Scrivere un libro è una cosa; scrivere una sceneggiatura è tutt’altro anche se gli elementi narrativi (divisione in tre atti della storia, caratterizzazione del personaggio, luoghi, azioni, tempi) sono gli stessi. L’audiovisivo, combinando più percezioni sensoriali, è sicuramente uno strumento molto potente, ma va usato bene altrimenti si rischia il pasticcio.

È ciò che, a mio avviso, è successo con La scuola cattolica di Stefano Mordini.

Il film, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2021, è tratto dal romanzo omonimo di Edoardo Albinati, vincitore nel 2016 del Premio Strega proprio grazie a questo testo. Devo ammettere di non aver letto il libro, ma da interviste varie mi è sembrato di capire che Mordini condivide con lo scrittore gli intenti della sua storia e cerca di riprodurre fedelmente l’impianto corale del romanzo. Peccato, però, che il risultato sia un minestrone di singole esistenze insipide dalle quali si capisce poco o nulla del messaggio che si voleva trasmettere.

La scuola cattolica: la trama

In un liceo privato cattolico del quartiere Parioli di Roma vengono educati molti figli maschi di famiglie benestanti del luogo. Siamo nel 1975 e la società italiana si deve confrontare con una situazione politica alquanto turbolenta. I genitori cercano di proteggere i figli come possono e di assicurare loro il futuro migliore possibile grazie a un’educazione cattolica, di sani e rigidi principi morali. Peccato che sia tutta una facciata. Dietro al lusso e al benessere si celano violenze, ipocrisie e solitudini. Ci si omologa per sentirsi parte del gruppo. La noia porta al divertimento più basso che spesso sfiora la crudeltà. Si fa fatica a trovare una propria voce o a provare compassione. In questo ambiente non c’è spazio per imparare a essere persone. Si diventa uomini, ma nel senso più stereotipato che si possa pensare. L’amicizia è cameratismo; ci si spalleggia a vicenda anche nel peggiore dei modi.

Tutto ciò viene a galla quando tra il 29 e il 30 settembre Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira rapiscono, stuprano e seviziano due ragazze della Roma popolare, Donatella Colasanti e Rosanna Lopez. Quest’ultima viene anche uccisa, mentre Donatella si finge morta e, alla prima occasione, chiede aiuto. Gli assassini vengono catturati e nella società di Roma bene rimane sconcerto e orrore al pensiero che nei propri figli si possa nascondere un mostro simile.

La scuola cattolica: il libro

Quelli che possono apparire come spoiler sono, in realtà, vicende di cronaca nera note al pubblico già prima dell’uscita del libro di Albinati. Il massacro del Circeo (dal nome della località di San Felice Circeo dove avvenne il delitto) è una pagina del crimine italiano che divenne rappresentativo dell’educazione fallimentare della gioventù dell’epoca. I nomi e le ambientazioni sono riprese dal libro, ma sono reali. Così come lo sono le altre situazioni presentate. Questo perché Albinati è stato un compagno di classe dei tre aguzzini, ha condiviso il loro stesso percorso scolastico e non ha potuto fare a meno di domandarsi quale potesse essere il motore di una tale violenza.

L’idea del libro nasce dopo il 2004 ed è legata a un’altra storia particolarmente efferata. Angelo Izzo, rilasciato per buona condotta, sequestra, stupra e uccide una donna e sua figlia di 13 anni. Con il suo romanzo, Albinati ripercorre le radici di queste personalità inquadrandole nella foresta di giovani uomini che negli anni Settanta furono educati in un certo modo, tutt’altro che sano e funzionale. Albinati prova a indagare la natura più violenta dell’uomo e il suo senso di prevaricazione nei confronti del femminile. Lo fa con tanta consapevolezza che sa bene non appartenere ai suoi coetanei, soprattutto quando erano più giovani. Il romanzo La scuola cattolica racconta di uomini predatori e allo stesso tempo insicuri e bisognosi di affermazione e riconoscimento.

La coralità, dunque, serve a ribadire che sebbene la violenza possa essere episodica (fortunatamente), i maschi sono stati plagiati con idee per loro nocive. E di questo tutti gli esseri umani – donne e uomini – continuano a pagare un prezzo altissimo.

La scuola cattolica: il film

Ho già detto che Mordini intende far suo il tema di Albinati. E così la pellicola parte dal coro per arrivare a puntare i riflettori sul trio del delitto.

Il film appare diviso in due parti: nella prima, vediamo l’educazione dei ragazzi della scuola, le relazioni tra di loro, con le proprie famiglie e il sesso femminile. È qui che dovrebbero essere gettate le basi per capire ciò che vedremo nella seconda parte (il delitto vero e proprio). Ed è qui che sono stati compiuti una serie di errori di sceneggiatura che pesano molto nelle fruizione del film. I personaggi sono tanti e ognuno di loro viene buttato sullo schermo per qualche minuto senza che venga data loro loro troppa importanza. Vengono aperte tante finestre senza che lo spettatore abbia modo di attraversarle. Il ragazzo gay, quello bullizzato, quello geniale con un padre assente e omosessuale, quello con una ex attrice per madre, quello cattolico che perde la sorella… ritratti abbozzati dai quali è difficile cogliere il senso profondo. Le storie sono legate tra di loro, ma in maniera approssimativa e si perdono verso la fine del film.

Il peso dell’educazione tossica o di una famiglia disattenta e anaffettiva è trattato con superficialità. Si evita il didascalismo, ma tutto è così accennato che è difficile cogliere il senso del film se non si conosce l’intento prima di entrare in sala. Non si riesce a comprendere il perché una classe sociale così privilegiata (la stessa protagonista di Una donna promettente) o un’educazione di così rigidi principi riesca a partorire simili violenti. O meglio, lo si capisce perché è qualcosa che sappiamo e che già abbiamo avuto modo di vedere, ma non sembra essere sufficiente.

La scena in cui il professore porta la classe a vedere il quadro in cui Cristo è picchiato dai carcerieri non è chiarificatrice, né esplicativa. Dovrebbe esserlo, ma ci si perde dietro una serie di contraddizioni. Dovrebbe essere una scena chiave per capire il tema del film, ma non arriva, anzi, apre una serie di interrogativi anche di dubbio gusto. Dire che gli uomini diventano adulti solo grazie alla violenza ha un senso se pensiamo all’idea di “forza virile”, ma qual è il senso del dire che Cristo è lui stesso carnefice perché è quella sofferenza a renderlo il Figlio di Dio? Se si pensa alla scena della violenza finale, il messaggio può essere facilmente frainteso. Le vittime sono anch’esse carnefici? Per quale motivo? Parlare di carnefici inconsapevoli ci può stare se si difende l’idea che è la società con le sue usanze a creare dei mostri, ma è davvero il caso di Izzo, Guido e Ghira che non si sono mai mostrati veramente pentiti di quanto fatto? Allo stesso tempo, non è una lezione simile a spiegarmi che cosa vivevano questi ragazzi e perché hanno sviluppato personalità antisociali.

Se la prima parte non funziona, la seconda – quella incentrata sul sequestro e sulla violenza contro le due giovani – è un’altra storia. È un pugno allo stomaco, ma riesce a descrivere in maniera intelligente quella situazione. C’è una grandissima cura nella scelta di cosa mostrare e di cosa non mostrare. Ciò che non viene fatto vedere, si amplifica nella mente dello spettatore o della spettatrice sulla base di quanto si vede. Mordini non ci mostra la violenza, ma le sue conseguenze. E si sentono tutte. Il merito è anche degli attori e delle attrici perfettamente credibili nelle loro interpretazioni.

La parte finale è la migliore del film per quanto impietosa e dilaniante. Ed è un vero peccato per il resto. Certo, trasferire sullo schermo tutto ciò che Albinati racconta non era semplice. Ma c’erano tante altre strade possibili da percorrere. Ci si poteva focalizzare sin da subito sui tre aguzzini oppure rendere tutte le storie più corpose e sensate.

Nel film sono presenti alcuni nomi abbastanza famosi del cinema italiano. Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino e Valentina Cervi accompagnano un cast di giovani attori promettenti.

Le polemiche sul divieto ai minori di 18 anni

Il film è stato vietato ai minori di 18 anni proprio a causa della scena sul quadro con Cristo e i suoi carnefici a conferma di come la sua interpretazione sia complessa (se non ambigua). Anche le scene della parte finale possono risultare molto forti da vedere. Tuttavia, i ragazzi e le ragazze oggi sono abituati a vedere cose simili, se non di peggio. Si perde per loro la possibilità di sviluppare un senso critico rispetto a una particolare educazione e anche rispetto al rapporto maschio/femmina.

Il film può non meritare, ma il delitto va conosciuto. Solo così si può piano piano sperare di cambiare le nuove generazioni e di spingerle a guardare con occhi diversi gli esseri umani. La violenza esiste. Può essere difficile da guardare, ma non si può girare la testa dall’altra parte. È l’unico modo per provare a contrastarla.

Federica Crisci

Grey’s Anatomy 18: recensione dei primi tre episodi

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La nuova e fiammeggiante stagione di Grey’s Anatomy ha un non so che di distopico, anche solo per il fatto che è ambientata in un mondo post-Covid-19. Furba Shonda: parlare della pandemia per due stagioni sarebbe stato davvero troppo.

Dopo una diciassettesima stagione con una Ellen Pompeo latitante, la diciottesima vede la nostra dottoressa tornare protagonista – in tutti i sensi – di tutte le puntate. Apprendiamo che Meredith si è frequentata un po’ con Hayes, almeno finché il figlio di lui non ha iniziato a dare segni di squilibrio: sicuramente non è finita qui, ormai è una questione di principio.

Una scusa per chiudere la serie?

Il chirurgo ondeggia non solo tra uno spasimante e l’altro (è tornato pure il dottor Nick dalla stagione 14), ma anche tra il presente al Grey-Sloan e il futuro in Minnesota: un famoso collega le sta chiedendo di dirigere la ricerca per la cura del Parkinson in un laboratorio dedicato a lei e a sua madre. Meredith è scettica sin dal principio, mentre Amelia si lancia con impulsività verso questa nuova avventura, nonostante il suo rapporto con Link sta per colare a picco.

Quello che stupisce è che sia Meredith a trattare per “lavorare da remoto”. Tuttavia, nonostante questo temporeggiamento, il nuovo lavoro potrebbe essere la scusa per chiudere definitivamente Grey’s Anatomy con un trasloco e una nuova avventura. Nel frattempo Amelia sarebbe pronta a trasferirsi nonostante abbia un figlio molto piccolo e un compagno stabile. La sensazione è che voglia scappare dalla sua situazione personale: Link vuole sposarla e non può accettare il suo rifiuto.

Alla fine torna Addison

Mentre Amelia è in Minnesota, Link si rifugia da Jo, che a sua volta è alle prese con Luna, la neonata che ha adottato. Le difficoltà della maternità sono molte e aggravate dai suoi nuovi studi in ginecologia. Quello che darà una svolta allo stress di Jo è il ritorno di uno dei personaggi più amati della serie: Addison. Come ricorderete, l’ex moglie di Derek è un chirurgo neonatale. Dopo essersi trasferita a Los Angeles e aver portato avanti lo spin off “Private Practice”, Addy è pronta a farci sognare di nuovo col suo grande personaggio. Il suo rientro è commovente, specialmente quando conosce i figli di Derek. Per Jo, invece, il momento più commovente è quando Addison le chiede di portarle un cappuccino.

Meno male che c’è lei, aggiungo, visto che Meredith continua ad essere scialba come al solito.

Un nuovo inizio

Come cornice di questi tre episodi iniziali c’è la crescita degli specializzandi rallentati dalla pandemia: si torna alla normalità e alle operazioni, ma soprattutto si torna ad assumere; già dai primi episodi assistiamo all’arrivo di nuovi personaggi, come un nuovo chirurgo plastico.

Nel frattempo siamo costretti ad assistere al matrimonio di Owen e Teddy, che continuano ad attirare sfortune improbabili, e alla noia mortale del rapporto tra Maggie e il suo neomarito. Manca un po’ di brio, non c’è che dire: ma sto apprezzando i riferimenti beatlesiani nei titoli, da Here come the sun a With a Little Help From My Friends.

Alessia Pizzi

Quando esce Grey’s Anatomy 18 in Italia?

Titolo originaleTitolo ItaliaPrima TV USAPrima TV Italia su Disney+
1Here Comes the Sun30 settembre 202127 ottobre 2021
2Some Kind of Tomorrow7 ottobre 20213 novembre 2021
3Hotter Than Hell14 ottobre 202110 novembre 2021
4With a Little Help From My Friends21 ottobre 202117 novembre 2021
5Bottle Up and Explode!11 novembre 202124 novembre 2021
6Everyday Is a Holiday (With You)18 novembre 20211º dicembre 2021

Video Promo Quarto Episodio

“Only Murders in the Building”: recensione del nono e decimo episodio

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Gli ultimi due episodi escono insieme, per un finale di stagione che non delude i fan.

Tim Kono è stato avvelenato e tra i suoi oggetti personali c’è uno strumento per pulire il fagotto. E qual è l’unico personaggio che suona il fagotto? Jan, la fidanzata di Charles. Che però, è una bugiarda.

Mentre Charles fa confessare la donna, Mabel e Oliver frugano a casa sua, trovando veleno e tossine.

In un flashback riviviamo gli ultimi momenti di Tim Kono, sedotto e ucciso da Jan, psicopatica attratta da uomini soli. L’anello che Tim era riuscito finalmente a trovare sta a casa sua, così come il coltello con cui la musicista si è pugnalata da sola per dissimulare la sua colpevolezza.

Charles viene avvelenato con lo stesso veleno usato per Tim mentre Jan si da alla fuga, non prima di aver minacciato di uccidere tutti gli inquilini con i camini a gas. In una rocambolesca sequenza tra sliding elevators, gag comiche dal timing perfetto e rivelazioni, l’ultimo episodio si chiude con l’arresto di Jan e una lavanda gastrica per Charles.

La risoluzione del caso e il successo del podcast segnano una linea di demarcazione nelle vite dei tre protagonisti. Il prima non esiste più: la connessione fra i tre, il superamento delle solitudini, porterà nuova linfa ed energia alle loro esistenze.

Almeno così sembra: nell’ultima scena il palazzo è di nuovo in subbuglio con polizia, trambusto, sirene. Qualcuno avvisa Charles e Oliver di uscire di corsa, che vanno a prendere Mabel. Nel suo appartamento trovano la ragazza china su Bunny, l’amministratrice del palazzo che aveva sfrattato Oliver. Bunny è morta, infilzata con un ferro da calza di Mabel.

Ma niente è come sembra! Oppure si? Non ci resta che aspettare la seconda stagione, già confermata!

Micaela Paciotti

La leggenda del Munaciello napoletano: folklore dell’orrore

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Napoli, si sa, è una città particolare. Vibra d’un energia caotica e irresistibile con degli echi anche sinistri; ovunque sono conosciute le credenze e le superstizioni del luogo che di fatto ne è pieno. Il nostro viaggio continua però nel racconto d’una leggenda in particolare, quella del Munaciello.

Si tratterebbe di uno spiritello- usiamo il vezzeggiativo per farci coraggio- di un bambino deforme o di un uomo di bassa statura. Quasi uno gnomo, verrebbe da dire: e in effetti i punti in comune col più noto folklore nordico sono evidenti. C’è una sola grande differenza: il munaciello avrebbe una propria corporeità, a tutti gli effetti un incontro che i napoletani possono fare, una persona con cui potrebbero andare d’accordo…o no. A seconda dei casi, sulla base delle personalissime simpatie e antipatie di questa strana figura, vengono elargiti doni, aiuti, persino denaro o anche dispetti, sparizioni, soffi sulle orecchie.

Il tentativo di una spiegazione concreta

Come ogni leggenda che si rispetti, del munaciello si sono tentate di spiegare le origini.

La prima ipotesi ci porta nel quindicesimo secolo, allo sfortunato amore tra Caterinella Frezza e un ragazzo di umili origini, un certo Stefano. Vista la differenza del ceto sociale, la storia tra i due fu ostacolata dalla famiglia di lei. Fin quando poterono, i due continuarono a vedersi: e per lei, lui saltava di notte di tetto in tetto, per raggiungerla. Un giorno però si dice che lui cadde ( o in alternativa fu assassinato); Caterinella si ritirò in convento dove diede alla luce un bambino deforme che, per via del suo aspetto, attirò presto gli scherni di tutti e che fu presto chiamato O munaciello. Alla morte della madre, il bambino scomparve. Si dice fu la stessa famiglia della donna ad assassinarlo e liberarsi del corpicino tramite un canale di scolo.

Con la seconda ipotesi, siamo ancora sul 1600. A Napoli, a quei tempi, si aggirano figure indispensabili per la città: i pozzari. Questi erano incaricati di pulire le cisterne e le fognature e, per questo, erano spesso agili e snelli. Guarda caso, portavano un informe lunga, con cappuccio: molto simile a quella dei monaci.

Curiosità e dicerie

Abbiamo visto come la figura del munaciello sia una figura capricciosa e volubile. Tra i vicoli del centro storico, le signore più anziane ancora dicono “O munaciello, a chi arricchisce e chi appezzantisce” ( Il munaciello alcuni li rende ricchi, altri li impoverisce). O anche si usa ancora dire, quando d’improvviso una persona si arricchisce, che questa abbia il munaciello in casa che gli dispensa denaro.

Si è soliti inoltre, quando si sospetta di avere l’ospite, di lasciargli una sedia e del cibo durante la notte. Quando si abbiano sospetti del genere è anche giusto che non si dica nulla a nessuno, per non indispettirlo. Bisogna infatti ricordare che questo fantasmino dispettoso non si lega alla casa ma alla persona. E’ voi che sceglie, non la vostra dimora.

Ciò non toglie che ci siano luoghi che, per tradizione, ne sono da sempre infestati: come ad esempio la Villa Gallo, una villa storica sui colli aminei.

Ti sei perso l’articolo precedente?

Serena Garofalo

“Venom: La furia di Carnage” – Il ritorno del simbionte delude ancora una volta

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Dal 14 ottobre 2021 è disponibile nelle sale italiane “Venom: la furia di Carnage“, l’attesissimo proseguo delle avventure metropolitane dello spaventoso simbionte ospite nel corpo del giornalista d’inchiesta Eddie Brock, interpretato da Tom Hardy. Il ritorno del parassita alieno sul grande schermo, dopo l’apparizione nel terzo capitolo del ciclo “Spider-Man” di Sam Raimi, è stato capace di incassare globalmente più di 850 milioni di dollari, a fronte di un budget di “soli” 100 milioni. Nonostante la critica specializzata non abbia particolarmente gradito il film, il pubblico ha premiato la storia di origine diretta da Ruben Fleischer che, per il sequel, viene sostituito da Andy Serkis.

Nato dal dolore e dal sangue

Dopo aver salvato il mondo da una potenziale invasione di simbionti e dalla scelleratezza di Carlton Drake (Riz Ahmed), Eddie Brock (Tom Hardy) condivide la sua quotidianità con il simbionte Venom. Quest’ultimo vorrebbe passare le notti a proteggere la città, mangiando le teste dei criminali, ma l’umano non è dello stesso parere. Avendo riabilitato il suo nome quale giornalista di spicco, Eddie diventa senza saperne il motivo l’unica persona con la quale il serial killer Cletus Kasady (Woody Harrelson) voglia parlare. Al termine di un loro incontro presso il carcere di San Quentin, grazie ad un’intuizione del parassita alieno, vengono rinvenuti i cadaveri delle vittime della furia omicida del detenuto che verrà rapidamente condannato alla pena capitale. Poco prima dell’esecuzione però, Kasady entra in contatto con il sangue alterato del protagonista, dando vita così ad un nuovo implacabile simbionte rosso: Carnage.

“La sola cosa che desidero è una carneficina”

Un sequel che non mantiene le promesse

Nonostante il primo film stand alone non fosse particolarmente riuscito, è innegabile che (anche se abbozzate) venivano affrontate tematiche quali: la ricerca tra le stelle del miglioramento della condizione umana sulla Terra e il dilemma etico del crescente potere decisionale in mano alle multinazionali. Era altresì interessante il confronto tra l’ego di Eddie Brock, reporter disposto anche a deludere la persona amata pur di portare alla luce l’inganno della Life Foundation, e Carlton Drake, incapace di dare valore alla fragilità umana, ricercando la creazione di un’essere superiore. Tuttavia, la rappresentazione del simbionte che dà il titolo al film non era esattamente quella sperata. A livello di impatto visivo, il personaggio Marvel ideato da David Michelinie e Todd McFarlane, è tremendamente spaventoso e contraddistinto da un aura letale di cui non ne è mai stato sfruttato a dovere il potenziale. Nei fumetti, il suo essere incompleto per natura (ricordo che ha bisogno di un corpo che lo ospiti per sopravvivere), rendeva il parassita spezzato nell’anima ed in cerca dell’accettazione altrui. Rancoroso e violento, il percorso dell’anti-eroe fu costellato di smussature della sua personalissima visione di giustizia, confrontandosi con i fallimenti dell’umano cui decise di legarsi: Eddie Brock. Tutte cose alle quali non abbiamo assistito nel film di origine del 2018, dove si è invece optato per dare un taglio più comedy al simbionte, qui ancora più accentuato. La scena mid-credits al termine della prima pellicola lasciava ben sperare per un sequel più cruento, mostrando anticipatamente il volto di Cletus Kasady, dal quale nascerà il feroce Carnage. “La gente adora i serial killer” dirà il condannato interpretato da Woody Harrelson nei primi minuti di Venom 2, ma non c’è nessuna furia omicida ad attendere lo spettatore. L’inserimento del simbionte rosso non è altro che l’ennesimo specchietto per allodole, per una produzione il cui unico obiettivo era portare in sala un film “traghetto”. Il depotenziamento dello psicopatico Kasady, del quale non si ha il ben che minimo timore, e l’inserimento della love story tormentata con Frances Barrison (Shriek), non sono altro che un riempitivo per fare in modo che la coppia Venom-Eddie possa superare gli “attriti coniugali”. Una dinamica già ampiamente affrontata nel precedente film, che doveva essere superata ma al quale siamo costretti ad assistere nuovamente, e che non può essere il perno intorno al quale ruota un secondo capitolo degno di nota.

Una struttura narrativa che non funziona

Ignorando le decisioni di accantonare la crudeltà di Venom e Carnage, in favore di una comicità buddy movies ed una love story di dubbio gusto, resta comunque una narrazione minata alle fondamenta, a causa di una gestione irrazionale del minutaggio. Per volere dello stesso regista, il film si prefiggeva di essere uno dei cinecomics più corti di sempre, andando a regalare “una corsa entusiasmante” allo spettatore che non avrebbe dovuto avere un secondo di respiro. Per contro, Venom 2 riesce ad annoiare parecchio in quanto bisognerà attendere per quasi 40 minuti prima della svolta che darà il via alla fuga del simbionte rosso. Giustamente, si è deciso di prendersi del tempo per introdurre i nuovi volti in città, mostrando allo spettatore la nuova vita del nostro protagonista e dei suoi affetti ma non sta qui il problema. La parte centrale, che per ovvie ragioni è notoriamente la più corposa è, in questa pellicola, tanto minimale quanto banale, risultando incomprensibilmente la più corta. La risoluzione dei conflitti tra Venom ed Eddie è rapida, senza il minimo coinvolgimento emotivo, essendo più vicina ad una lite tra bambini delle scuole elementari che all’unione di forze per la salvezza di vite innocenti. Come dicevamo in precedenza: mancano le motivazioni, manca un qualcosa che valga la pena raccontare. Si arriva così velocemente alla resa dei conti e all’azione tanto desiderata, dove una CGI altalenante si unisce ad una regia imprecisa di Andy Serkis, che rendono talvolta di difficile comprensione la battaglia in atto. Tuttavia, è presente un non trascurabile omaggio frame by frame alla sequenza della Torre dell’orologio di “The Amazing Spider-Man 2” dove la memorabile Gwen Stacy (Emma Stone) cadeva nel vuoto, riflettendosi negli occhi dell’Uomo Ragno.

Un cambiamento epocale

Mentre ci si avvicina alla conclusione del film, ai grandi sospiri di sollievo dello spettatore si unisce uno strano presentimento. Si ha come l’impressione che la Eddie Brock e Venom stiano dicendo addio a tutto ciò che li circonda. In pochi minuti tutta l’operazione “Venom: la furia di Carnage” assume un significato con la scena mid-credits, che ci dà la conferma di quanto fosse un film vuoto e semplicemente riempitivo. Una sequenza, purtroppo anche qui, mal costruita ed incoerente ma che avrà drastiche conseguenze sul tutto il franchise.

Il ritorno del simbionte, e il confronto con la sua nemesi rosso sangue, è dunque privo di ogni mordente. I difetti del precedente stand alone, salvato unicamente dalla performance di Tom Hardy, vengono accentuati e questa volta il cast non basta. Per l’universo cinematografico super eroistico, “Venom: la furia di Carnageè un passo falso terribile che ci rimanda indietro di 20 anni.

Michele Finardi

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Caro Evan Hansen – Roma 2021

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È stato presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021, in collaborazione con Alice nella città, Caro Evan Hansen (in originale Dear Evan Hansen), l’adattamento cinematografico dell’omonimo musical di Broadway, che ha ottenuto un enorme successo negli anni.

Protagonista, fortemente voluto da Universal Pictures, è Ben Platt, che fino al 2017 ha interpretato il protagonista Evan Hansen proprio sui palchi più importanti degli USA, vincendo anche un Tony Awards per la sua interpretazione.

La scelta è stata molto criticata dal pubblico degli Stati Uniti, visto il divario troppo grande tra l’età dell’attore e quella del diciassettenne protagonista, ma nonostante lo scetticismo generale Caro Evan Hansen risulta, secondo noi, un musical cinematografico emozionante e pieno di significato.

Evan Hansen, un ragazzo complicato ma molto sensibile

Evan è un liceale affetto da ansia sociale. Una delle lettere che scrive a se stesso per motivarsi viene rubata da un suo compagno di classe, il solitario Connor, e poi trovata dalla madre e dal patrigno di Connor dopo che questi si è tolto la vita. La lettera suscita nei due affranti genitori la speranza che Connor avesse trovato un amico in Evan. Per compassione, Evan inventa la storia di un’amicizia mai esistita: la sua bugia avrà effetti inattesi e ad un certo punto anche disastrosi.

“On the outside, always looking in.  Will I ever be more than I’ve always been?  ‘Cause I’m tap, tap, tapping on the glass.  I’m waving through a window.  I try to speak, but nobody can hear.”  – Evan Hansen (Ben Platt)

Empatizzare con Evan è un compito difficile, forse intenzionalmente nel film. Ad ogni passo che fa, dovrebbe dire la verità, ma continua a mentire a un’intera famiglia in lutto. Allo stesso tempo, l’intimità delle riprese costringe il pubblico a vedere la sua versione della storia, dal suo punto di vista, e quindi ci si immedesima nelle sue scelte.

Il ragazzo sente spesso che potrebbe sclerare o scoppiare in lacrime, ma soprattutto si agita. Mentre gli altri ragazzi si preoccupano dei voti, degli appuntamenti, del coprifuoco, della guida e della pressione dei coetanei, la maggior parte dei suoi compagni di classe ha trovato la sua cerchia, il suo gruppo. Evan no.

Facendo credere, quindi, che la sua lettera è in realtà stata scritta da Connor, il ragazzo problematico che purtroppo ha deciso di togliersi la vita, Evan ottiene un vero e proprio boom di autostima, ma con le sue conseguenze. Il pubblico sa già quasi dall’inizio cosa succederà a Evan, il fallimento del suo piano è percepibile dall’inizio, ma nonostante questo la sua folle decisione permette a molti altri compagni di aprirsi e di parlare delle proprie debolezze, delle ansie e dei problemi mai condivisi con altri.

Una trasposizione riuscita?

Trasferire un enorme successo da palcoscenico come Caro Evan Hansen al cinema non è mai semplice, soprattutto perché il paragone è dietro l’angolo.

Le dinamiche di Broadway rispetto a quelle del mondo cinematografico sono totalmente differenti e, quindi, i due prodotti risultano inevitabilmente su due piani totalmente diversi. Non avendo avuto modo (purtroppo) di vedere lo spettacolo, le riflessioni in questa recensione ci soffermano esclusivamente sul film, quindi niente raffronti.

Ben Platt e Kaitlyn Dever in Caro Evan Hansen. Credits: Universal Pictures Italia

Per chi ama i musical, Caro Evan Hansen è perfetto, anche se non è una commedia musicale bensì un vero e proprio melodramma, che porta sullo schermo un problema molto delicato, ossia la depressione e il disturbo d’ansia nei giovani adolescenti.

Il regista Stephen Chbosky e lo scrittore Steven Levenson presentano la malattia mentale adolescenziale come fulcro del loro film. Lo fanno con delicatezza ma allo stesso tempo senza aver paura di mostrare le vere fragilità di tutti i personaggi, figli e genitori.

Non c’è dubbio, poi, Ben Platt ha assolutamente il permesso di cantare a squarciagola e i compositori Justin Paul e Benj Pasek hanno sfornato una raccolta di brani assolutamente bella e molto orecchiabile, tra cui “If I Could Tell Her”, “Anybody Have a Map?”, il pezzo centrale “You Will Be Found” e l’assolo di apertura “Waving Through a Window”.

Inoltre, il protagonista è accompagnato da un cast davvero sorprendente: in primis Amandla Stenberg nei panni della studentessa Alana Beck, che alcuni ricorderanno per il suo ruolo in Noi Siamo Tutto. La giovane attrice dimostra un carisma e una presenza incalzante nel film, nonostante il suo sia un personaggio secondario. Insieme a lei, da ricordare nel cast anche una fantastica ed emotiva Amy Adams e Julianne Moore nel ruolo della mamma di Evan.

Un film emotivo ed emozionante

Quello che posso dire di Caro Evan Hansen è che questi 134 minuti di film sono stati emozionanti, un viaggio emotivo nella vita di ragazzi che soffrono un disagio non indifferente. Non è un film facile da guardare, ma penso ne valga la pena.

La scelta del musical per affrontare questi argomenti sarà per alcuni molto azzeccata, un modo diverso per parlare di un disagio adolescenziale e non che affligge molte persone, un messaggio di speranza per tutti quelli che pensano di non potercela fare.

Ilaria Scognamiglio

“La Padrina – Parigi ha una nuova regina”: è Isabelle Huppert

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Nel nuovo film di Jean-Paul Salomé, Isabelle Huppert è Patiente: un personaggio stupefacente

La Parigi di Patiente Portefeux (Isabelle Huppert) non è la patinata città dell’amore tutta Arco di Trionfo, Torre Eiffel e Museo del Louvre: è una capitale in cui si fondono lusso e degrado, la lingua è declinata con vari accenti, la fortuna può sorridere e andarsene. Patiente lo sa bene, costretta com’è ad alternare le sue giornate tra il lavoro come traduttrice dall’arabo al francese, specializzata in intercettazioni telefoniche per la squadra antidroga capitanata dal devoto Philippe (Hippolyte Giradot), e le visite alla struttura dov’è ricoverata l’anziana madre demente.

Paziente solo di nome, affamata di vita vera

Patiente non ha nulla del nome che porta: i suoi sguardi, i suoi gesti, le sue intenzioni denunciano una brama di vivere che nemmeno la stanchezza, i pochi soldi, un marito morto prematuramente e le due figlie di cui prendersi cura sembrano poter mitigare. Forse è per questo che finisce con l’affezionarsi a quei nomi e a quelle storie che spia con le cuffie e traduce a chi di dovere, per poi ritrovarsele in carne e ossa durante gli interrogatori spesso violenti e a cui, suo malgrado, è costretta a partecipare.

Sotto l’hijab c’è tutto

Un giorno acquista una sua vecchia foto, scattata da un artista affermato: è ritratta, giovanissima, alla guida di un motoscafo sul Lago di Ginevra. Gli altri non possono saperlo ma si tratta dell’unica testimonianza che le resta di un passato avventuroso e bandito, seppellito chissà dove. Poi succede l’imprevedibile: il ragazzo che sta sorvegliando si rivela non essere uno dei soliti sconosciuti. Questo la spingerà oltre al confine della legalità, dove tutto le appare più autentico: è arrivato il momento di mentire e trasformarsi nella padrina, grazie a una notevole partita di hashish che le cambierà la vita.

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© Photo Guy Ferrandis

Egoista, carismatica, generosa: e Parigi si inchina

La Padrina – Parigi ha una nuova regina”, tratto dal romanzo di Hannelore Cayre “La bugiarda”, è il primo film in cui il regista Jean-Paul Salomé lavora con Isabelle Huppert. Ma non si direbbe vista la capacità di sfruttarne la versatilità, valorizzarne il talento e mantenerne il personaggio sempre sul filo dell’ambiguità. Al netto di qualche soluzione allegramente inverosimile per sbrogliare la complicata rete di inganni ordita da Patiente, la pellicola affronta con pungente ironia e buona dose di cinismo una serie di questioni estremamente attuali: la brutalità di certi metodi delle forze dell’ordine, l’integrazione culturale, le reali opportunità date e gli stereotipi affibbiati a chi proviene da un altro Paese o si trova in difficoltà. Tra tutti questi temi si muove leggiadra la padrina: egoista quanto basta per badare perfettamente a se stessa, carismatica quanto serve per avviare con successo la sua improvvisata attività, generosa quanto vuole per non lasciarsi dietro troppe macerie.

Un montaggio dinamico, dialoghi vivaci, giusto equilibrio tra commedia e leggera suspense, una colonna sonora irresistibile fanno de “La Padrina – Parigi ha una nuova regina” un piccolo gioiello imperdibile: come se non bastasse Isabelle Huppert.

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: © Photo Guy Ferrandis

Labyrinth, il Fantasy dal gusto anni ’80

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“Con rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin, per riprendere il bambino che tu hai rapito”

Titolo originale: Labyrinth
Regista: Jim Henson
Sceneggiatura: Jim Henson, Dennis Lee
Cast Principale (e voci): David Bowie, Jennifer Connelly, Toby Froud, Warwick Davis, Shari Weiser, Rob Mills, David Barclay
Nazione: USA

Il Fantasy è un genere che ha sempre avuto molto successo nel corso degli anni. Una pellicola, ormai divenuta un cult per gli amanti del genere, è sicuramente Labyrinth di Jim Henson.

Sarah (Connelly) è un’adolescente, che vive in casa col padre, la matrigna e il fratellino Toby. Sua madre è una star e lei ambisce a diventare come lei, recitando pezzi di storie e tenendo pezzi di giornale che vedono la genitrice in pellicole e ne esaltano i successi. Una sera si vede costretta a far da babysitter al piccolo fratellastro, che piange spaventato per il maltempo. La giovane, gelosa dei suoi oggetti e rancorosa del fatto che si prendano in considerazione solo le esigenze del piccolo, raccontandogli una favola, s’immedesima nella protagonista e, invocando i goblin, pronuncia la frase di rito per far sì che questi portino via il bambino.

Sarah però ignora che i goblin la stanno veramente ascoltando, così, non appena uscita dalla stanza e spenta la luce, dopo aver pronunciato la frase, sente improvvisamente il tacere del pianto di Toby: rientrata, capisce che il bambino è scomparso. Nella ricerca del fratello, il forte vento fa aprire la finestra e fa entrare un barbagianni che, dopo aver volato intorno a Sarah, si trasforma e mostra la sua vera identità: è Jareth (Bowie), re dei goblin. Questi ammette il rapimento del piccolo e offre alla giovane, in cambio, una sfera di cristallo, in cui Sarah potrà ammirare i suoi sogni: dono che Sarah rifiuta.

Jareth allora le lancia una sfida: mostrandole il castello dove si trova il bambino, le dice che ha 13 ore per attraversare l’immenso labirinto e raggiungere il piccolo, prima che questi venga trasformato in un goblin.

Inizia così l’avventura di Sarah in un mondo incantato, pieno di creature fatate, demoniache e goffe, con bruchi, alberi e porte parlanti. Ad aiutarla Gogol, un nano scontroso e codardo; Bubo, un benigno bestione color arancione, molto forte e capace di attirare a sé massi e sassi; e Sir Didymus, una volpe parlante dai modi cavallereschi, che parla in stile medioevale e cavalca un cane Bobtail. Tra magie e atmosfere gotiche, Sarah e Jareth si incontrano, si corteggiano e si sfidano; fino all’incontro fatale dove il re giocherà ogni mossa non solo per ottenere la vittoria della sfida, ma la stessa Sarah.

Girato in meno di 6 mesi, Labyrinth è un vero e proprio cult dei film-fantasy, simbolo proababilmente degli anni ’80.

La regia è di Jim Henson, colui cioè che inventò i Muppet. Lo stile infatti è lo stesso: goblin, mostri e varie creature presenti nel regno di Jareth sono palesemente dei pupazzi nello stile dei loro “cugini VIP” presenti nell’omonimo show. Tutti i pupazzi però avevano bisogno di qualcuno che li muovesse e non solo per loro…Fu un vero e proprio inferno! Si pensi solo che per muovere Bubo (un mega bestione di 75 kg) servivano due burattinai. Oppure la scena del pozzo delle mani: per rendere l’effetto, furono impiegate ben 100 persone. Altro esempio arriva nella scena in cui Bowie canta una sua canzone, quale Magic Dance, dove erano presenti 8 persone vestite da goblin, una cinquantina di burattini ed altrettanti burattinai

Henson fu aiutato nei disegni da Brian Froud, che invece impiegò oltre un anno a realizzare tutto. Le scenografie e le atmosfere prendono molto spunto da ambientazioni di libri di Carroll, i fratelli Grimm, Baum e Sendak; mentre le coreografie sono state realizzate da Gates McFadden.

Anche nella tecnica ci furono novità. Si pensi al barbagianni dei titoli iniziali: è il primo tentativo dell’immagine fotorealistica di un animale generata al computer presente in un film.

Il motivo principale per vedere il film però è lui, il re (o forse è meglio il Duca Bianco) David Bowie.

Inizialmente si pensò di rendere Jareth un gobli-pupazzo come gli altri, poi si decise di dare il ruolo ad una rockstar: vennero fatti i nomi di Prince, Michael Jackson e Mick Jagger, anche se Henson voleva a tutti i costi Sting. Si decise poi di chiedere a Bowie, che non si mostrò contrario, a patto che la sceneggiatura fosse di suo gradimento. Si racconta anche che, una volta letta ed accettato l’accordo, “l’uomo che cadde sulla Terra” si presentò sul set vestito da Jareth a modo suo e i costumisti non cambiarono nulla, neanche il trucco.

La sua classe, i suoi sguardi, la sua voce, le sue canzoni, i suoi movimenti ci fanno viaggiare in questo mondo fantastico, dove lui è perfettamente a suo agio, nonostante intorno a lui ci siano solo dei pupazzi: praticamente Bowie, come Jennifer Connelly, recita quasi sempre da solo!

Unica sua non abilità sono gli esercizi di giocoleria. Questi sono seguiti da Michael Moschen, giocoliere appunto specializzato in contact juggling, dove una o più sfere si maneggiano con il mero ausilio delle mani.

3 motivi per vedere il film:

  • Il modo di parlare di Sir Didymus, così cavalleresco e nobiliare da essere comico anche per i “grandi”
  • La colonna sonora di Trevor Jones
  • La scena della rincorsa nel castello tra Sarah e Toby, in una sala ispirata alle scale dei quadri di M.C.Escher

Quando vedere il film

La sera, magari con una coperta e qualcosa di caldo da bere. Non sconsigliato agli adolescenti: pupazzi stile Muppets, avventura e una rockstar come antagonista per imparare anche ad apprezzare buona musica.

Francesco Fario

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Gli occhi di Tammy Faye

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Gli occhi di Tammy Faye (The Eyes of Tammy Faye) è il film d’apertura della Festa del Cinema di Roma 2021, con Jessica Chastain nel ruolo da protagonista.

La storia di due predicatori evangelici, caduti in disgrazia platealmente negli anni ’80, dopo aver costruito un vero e proprio impero sulla fede di milioni e milioni di persone. Un fenomeno poco conosciuto in Italia, ma che negli USA ha fatto davvero tanto scalpore e ancora oggi viene ricordato come uno dei disastri mediatici più eclatanti della storia.

La storia di Tammy Faye

Basato su l’omonimo documentario, il film racconta della stramba vita di Tammy Faye, una donna fervente cristiana e devota a Dio, un po’ sopra le righe. La figura di Tammy Faye (Jessica Chastain) è molto nota negli USA, perché tra gli anni ’70 e ’80 lei e il marito predicatore, Jim Bakker (interpretato da Andrew Garfield), riuscirono a creare il più grande network televisivo a stampo religioso del Paese.

Da noi in Italia quasi sconosciuti, questi due personaggi hanno professato per più di una decade un messaggio di amore, accettazione e prosperità.

Tammy Faye è, inoltre, diventata riconoscibile grazie alle sue ciglia finte, alla sua stravagante voce e al suo desiderio di raggiungere persone di tutte le estrazioni sociali. Tuttavia, non passò molto tempo prima che irregolarità finanziarie, rivali truffaldini e scandali demolirono l’impero che i due avevano faticato a costruire. 

Abbracciando diversi decenni, Gli occhi di Tammy Faye racconta l’ascesa e la caduta della coppia religiosa più famosa d’America, tra patriottismo, scandali, avidità, che tormentano l’animo della protagonista.

Un film non all’altezza di Jessica Chastain

Adattamento dell’omonimo documentario del 2000 diretto da Michael Showalter (The Big Sick) e scritto da Abe Sylvia, il film rimbalza in modo discontinuo attraverso diversi anni nella vita di Tammy Faye e Jim Bakker, partendo dall’inizio della loro relazione, passando per la grande ascesa e il successo, finendo con la distruzione totale del loro impero.

Jessica Chastain e Andrew Garfield in una scena de Gli occi di Tammy Faye. Credits: Searchlights Pictures Italia

Ciò che, però, salta all’occhio è che Gli occhi di Tammy Faye non è allo stesso livello dell’interpretazione di Jessica Chastain, protagonista assoluta nei panni della protagonista, un’attrice che ha dimostrato ancora una volta il suo valore trasformandosi completamente, sia a livello fisico che vocale.

Voce squillante, trucco esagerato e ciglia alla Betty Boop, il personaggio di Tammy Faye viene interpretato brillantemente dalla Chastain, che quest’anno già in Scene da un matrimonio con Oscar Isaac ha riconfermato la sua grande professionalità. Il problema è che la cornice in cui recita non è altrettanto brillante.

Se la scelta di inserire clip reali dell’epoca e la ricostruzione perfetta di alcune interviste dei due personaggi funzionano alla grande, tutto il resto del racconto sfuma in modo confuso e poco interessante. Il lavoro del regista Michael Showalter risulta confuso, la narrazione risulta disordinata, poco attenta, e molti cavilli della storia non vengono approfonditi, lasciando lo spettatore con troppe domande e poche risposte.

Jessica Chastain, una stella che risplende

Meno male che Jessica Chastain risplende anche sotto quintali di trucco, facendo conoscere l’animo di Tammy Faye anche a chi non ne aveva mai sentito parlare, con una delicatezza e una grande prova attoriale da Oscar. Per questo progetto, l’attrice si è preparata meticolosamente, come ha raccontato in conferenza stampa, studiando il personaggio con attenzione e sensibilità.

Ho trascorso anni a visionare le sue riprese e non ho mai visto del mascara che le colava lungo il volto. Tammy Faye era completamente diversa dalla caricatura creata dai media. Era il
ministro ordinato che Jim non fu mai. Predicava l’accettazione e la compassione e credeva realmente in
queste doti: volevamo che le persone lo vedessero nel film. Quando tutti voltarono le spalle alle persone
colpite dall’HIV e dell’AIDS, invitò un pastore gay molto famoso malato di AIDS nel suo programma.
Conduceva i programmi del network Praise The Lord per tutta la durata delle sue giornate e, oltre a questo,
scrisse quattro libri e incise 24 album. Non fu mai pagata per nessuno di questi lavori: tutto il denaro che
guadagnava veniva devoluto alla sua Chiesa

Chissà se verrà nominata agli Oscar come Miglior attrice protagonista, teniamo le dita incrociate! Gli occhi di Tammy Faye, per finire, apre debolmente questa Festa del Cinema di Roma 2021, un film non incisivo che resta nella mente solo per la sua brillante protagonista. La pellicola uscirà prossimamente al cinema distribuito da Searchlight Pictures Italia.

Ilaria Scognamiglio

La moda Harajuku: per molti, ma non per tutti

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Nel quartiere più fashion di Tokyo sfila la sottocultura giapponese più alternativa che c’è.

Era il 2009 quando Gwen Stefani decise di far conoscere al mondo occidentale la cultura Kawaii, scritturando per il suo video “What you’re waiting for?” quattro ballerine giapponesi, le Harajuku girls, che da quel momento diventano parte integrante della carriera della cantante. Presenti per anni in ogni suo video, apparizione, intervista, sfilata, pubblicità, le giovani nipponiche sono diventate un marchio di fabbrica della passione di Gwen Stefani per la street culture e per il Giappone, tanto da essere accusata recentemente di cultural appropriation.

Che significa Harajuku?

Harajuku (原宿 Harajuku, “alloggio nel prato”) è il nome comune della zona circostante la stazione di Harajuku, sulla linea Yamanote, a Shibuya, uno dei 23 quartieri speciali di Tokyo. L’area è universalmente nota per essere la culla di fashion trend e di tendenze giovanili estremamente innovative e molto, molto originali.

I 5 stili della moda Harajuku che devi conoscere

Parlo di stili, al plurale, perché la moda Harakuju è un contenitore molto ampio, dentro cui sono comprese varie tendenze. I macroelementi che le accomunano sono sicuramente l’eccesso, il gusto del travestimento, il riferimento a epoche passate o future, la scelta di accessori e vestiti dal gusto infantile ma reinterpretati in chiave adulta.

Gli stili più famosi sono Lolita, che a sua volta comprende altre sottocategorie, come Gothic Lolita e Sweet Lolita. Le Lolita usano riferimenti culturali quali Alice nel paese delle meraviglie, lo Steampunk, le ragazze romantiche della fine dell’800. Fiocchi, rouches, pizzi, mixati a scarpe baby jane di vernice. Tutto è maxi e molto, molto colorato, con tanti pattern che fanno match insieme.

Decora è il trend più recente, praticamente indescrivibile se non si vede. Immaginate un negozio di caramelle colorate e un unicorno arcobaleno che ci si rotola dentro. Dalle mille mollette variopinte nei capelli, ai vestiti e agli accessori, tutto nel Decora è cromaticamente abbagliante. Anche i ragazzi Ganguro abbracciano uno stile coloratissimo, ma il loro tratto distintivo è un’ abbronzatura artificiale, color terra/arancio, ai limiti dell’innaturale.

Menzione a parte per lo stile Cosplay, ormai molto noto anche in occidente, ma che nacque a Hurujaku. I cosplayer riproducono, con vestiti e make up, personaggi di Anime e Manga nella vita di tutti i giorni.

Micaela Paciotti

Foto: per gentile concessione di My Lolita Dress

“Between Light and Dark” degli Zerokilled: ed è subito rock anni ‘90

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Between Light and Dark è l’album d’esordio del gruppo romano degli Zerokilled, pubblicato lo scorso luglio.

L’EP

Si tratta di un EP che comprende tre tracce, tutte cantate in inglese: Show Me the Way, Dear Myself e The Doubt. Il titolo del disco suggerisce una condizione di ambiguità che caratterizza l’essere umano e che da sempre è all’origine di innumerevoli produzioni artistiche. La luce e l’oscurità possono essere intese come metafora del bene e del male: nessuno dei due esiste senza l’altro. Tale dicotomia determina un dissidio interiore che corrisponde al limbo dell’esistenza. Dare voce a questo dissidio è da secoli l’intento della letteratura, della poesia e, come in questo caso, della musica.

Il sound

Il sound di Between Light and Dark è incisivo e ben definito sin dall’inizio del primo brano, Show Me the Way. Protagonista è sicuramente la chitarra elettrica in dialogo costante con il basso. Quest’ultimo ha una linea sempre ben distinguibile e piacevolmente articolata che si apprezza soprattutto nella seconda parte di Dear Myself . L’inizio di The Doubt, è caratterizzato, a differenza degli altri due brani, dall’ingresso energico e impetuoso della batteria. Batteria, la cui scansione ritmica pulita e precisa risulta fondamentale in alcuni passaggi all’interno dei pezzi. La base strumentale si fonde perfettamente con la voce, la quale in alcuni tratti ricorda quella di Brian Molko, cantante dei Placebo. Lo stile musicale degli Zerokilled sembra rifarsi proprio alle sonorità rock anni ’90 dei Placebo, degli Smashing Pumpinks, dei Soundgarden e dei Foo Fighters. Il richiamo (e l’omaggio) di Between Light and Dark a determinate atmosfere musicali è evidente sin dal primo ascolto. Tuttavia, se da un lato ne risente in originalità, perché è inevitabile l’effetto del “già sentito”, dall’altra sicuramente ne guadagna in fruibilità e piacevolezza.

Questo primo EP degli Zerokilled è in definitiva un prodotto senza dubbio valido che preannuncia, chissà, nuovi lavori in futuro più estesi ed eterogenei.

Francesca Papa

“Only Murders in the Building”: recensione dell’ottavo episodio

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Verso il finale di stagione col botto: un’adrenalinica rincorsa e una chiusura a sorpresa.

Nel settimo episodio, abbiamo appreso i Dimas sono stati smascherati come ladri di tombe, che rubano gioielli dai defunti per venderli al mercato nero. Teddy Dimas minaccia Oliver e Mabel di porre fine al loro podcast, che lo stesso Dimas sta sponsorizzando.

Charles, nel frattempo, sta vivendo una love story con Jan, un’altra inquilina dell’Arconia e grande fan del podcast. I due piccioncini sono riusciti ad accedere al telefono di Tim Kono e sono stati in grado di mettere insieme una cronologia degli eventi prima della sua morte.

I fan del podcast siamo noi

All’ingresso del palazzo Oliver e Mabel trovano una sorpresa: quattro fedelissimi fan del podcast li attendono per incontrarli. Hanno ipotesi, entusiasmo, mente fresca: proprio come noi spettatori, che da 8 episodi fantastichiamo e indaghiamo in parallelo.

Tutti salgono nell’appartamento di Oliver, dove li aspettano Oscar, Charles e Jan.
Insieme ricostruiscono la cronologia della notte in cui Tim Kono morì, stabilendo che i Dimas sono gli assassini, giusto in tempo per finire la puntata del podcast e pubblicarla, nonostante le minacce. Jan, invece, ipotizza che il colpevole sia Howard, l’inquilino amante dei gatti che era in guerra con Tim per il suo odio nei confronti dei felini. L’idea di Jan viene scartata e se ne va offesa.

Il podcast viene pubblicato e la polizia va a prelevare i Dimas, la detective Williams chiama Oliver, Mabel e Charles per congratularsi ma proprio in quel momento le arriva una email con il risultato tossicologico delle analisi di Tim Kono.

Il doppio colpo di scena

In coda di episodio arriva il primo colpo di scena: dal referto emerge che Tim Kono era stato avvelenato prima che qualcuno gli sparasse e dalle riprese delle telecamere del palazzo si vede chiaramente che i Dimas erano fuori dal palazzo quando Tim è morto. Nulla di fatto, quindi? Proprio quando ci stavamo rilassando e godendo il finale, arriva la stoccata finale: Charles va a trovare Jan per fare pace, ma la trova in terra, insanguinata e priva di sensi.

Chi è stato? Sarà viva o morta?

Micaela Paciotti

“Diversamente liberi” di Luisa Pitocchelli: il teatro come forma di libertà per i detenuti

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Luisa Pitocchelli sostiene attività teatrali a scopo rieducativo in qualità di volontaria nelle carceri. Dall’esperienza a Santa Maria Capua Vetere è nato il libro “Diversamente liberi”, edito da Pasquale Gnasso Editore.

L’intervista

Noi abbiamo intervistato Luisa sul CLUB CULTURAMENTE di Clubhouse e vi riportiamo qui la nostra chiacchierata.

Ci parli un po’ del tuo libro?

Il libro è nato dalla necessità di mettere su carta il mio percorso presso la Casa Circondariale Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta da ottobre 2018 a maggio 2019. Ho voluto raccontare com’è la vita dei detenuti in carcere, ma soprattutto ho voluto dare un focus alle attività teatrali, offrendo uno sguardo su cosa significa portare il teatro nelle carceri e seguire i detenuti in questo percorso, per far capire quanto questa attività possa essere importante per loro per ritrovare un contatto con la propria sensibilità.

L’idea del libro ti è venuta a fine esperienza oppure hai scritto giorno per giorno?

Diciamo che inizialmente quando sono entrata in carcere non avevo in mente di scrivere un libro, però giorno per giorno, quando tornavo a casa dopo le attività, ho sempre scritto tutto ciò che vedevo per capire se quello che stavo facendo stesse avendo degli effetti positivi sui detenuti.

Quindi ho sempre scritto quello che vivevo giorno per giorno e alla fine del progetto mi sono sentita in dovere di trasformare tutte quelle informazioni che avevo in un libro, perché ho capito quanto effettivamente il teatro possa fare la differenza nella vita di queste persone e quanto la rieducazione nelle carceri sia un tema importante e purtroppo ancora oggi non dibattuto abbastanza.

Come è partito il tuo interesse verso questo tipo di attività in carcere? 

Io faccio teatro da tantissimo tempo, ma solo recentemente ho avuto la possibilità di portarlo nelle carceri, possibilità che si è presentata in maniera abbastanza sorprendente: lavoro da tanto con una compagnia molto conosciuta sul territorio casertano e napoletano, ovvero il SudAtella, e ci è stato proposto questo progetto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Io ho deciso subito di partecipare attivamente insieme al gruppo perché so quanto il teatro possa fare la differenza, io stessa grazie al teatro sono riuscita a fare uscire allo scoperto tanti aspetti di me e a entrare in contatto con la mia sensibilità. Penso quindi che persone che hanno perso la loro strada possano usufruire del teatro per riuscire a trovare una nuova strada ed entrare in contatto con loro stessi. 

Ed è successo? Hai dei feedback di qualcuno di loro che è uscito dal carcere?

La maggior parte dei ragazzi che ho seguito a Santa Maria stanno ancora scontando la loro pena, ma qualcuno di loro è uscito. Alcuni di questi ancora li sento, sono venuti anche alle presentazioni del mio libro e in queste occasioni hanno anche parlato della loro esperienza e di quanto il teatro li abbia aiutati.

Quindi i ragazzi sanno che hai scritto un libro su di loro.

Non tutti purtroppo, perché la realtà dei detenuti e del carcere in generale è molto dinamica. Infatti ci sono stati dei ragazzi che sono stati spostati prima che pubblicassi il libro e quindi non lo sanno. Io ho fatto un lavoro immenso per riuscire a far arrivare l’informazione della pubblicazione a più detenuti possibile, infatti alcuni hanno potuto leggere il libro, ad alcuni addirittura sono riuscita a inviarlo personalmente.

E come si sono sentiti a ritrovarsi nel tuo libro? Ti hanno detto qualcosa a riguardo?

I ragazzi che hanno letto il libro sono rimasti molto colpiti perché non sapevano assolutamente quello che io stavo facendo: non ho detto mai nulla per avere la massima spontaneità da parte loro. Giustamente vedersi poi descritti tra le pagine di un libro e in maniera così intima è stato un qualcosa che ha fatto loro effetto.

All’inizio del libro descrivi brevemente il momento in cui comunichi ai tuoi genitori questa tua scelta di lavorare nelle carceri e come loro si siano mostrati preoccupati. Tu non avevi paura?

Più che paura della realtà detentiva io avevo paura dell’ignoto, cioè il portare il teatro nelle carceri era qualcosa che non avevo mai fatto e non sapevo come mi sarei trovata e se sarei stata all’altezza della situazione. Forse più che paura avevo ansia.

Per quanto riguarda i miei genitori e i miei cari, inizialmente per loro non è stato semplice, infatti si vede anche nell’introduzione del libro. Forse il problema era che non credessero fino in fondo che questo tipo di attività potesse essere davvero utile, quindi inizialmente ho dovuto scontrarmi con alcuni muri, anche perché dire ai tuoi “mamma, papà, vado in carcere!” non è una cosa che senti tutti i giorni. Però da quando ho portato a termine l’attività ed è venuto fuori il libro, i miei genitori sono diventati i miei primi sostenitori. Penso che il libro sia servito anche a questo, a dare una nuova visione alle attività rieducative in carcere a chi magari ha dei pregiudizi. Anche perché il carcere è un agglomerato di persone che sono lì per scontare la loro pena, ma deve essere anche un luogo di rieducazione, quindi bisogna dare loro dei mezzi per riuscire a uscire da lì in maniera positiva. Ho cercato infatti di decostruire l’immagine di detenuto come mostro: il detenuto è una persona che ha commesso degli errori e che attraverso tante attività deve riuscire a trovare la sua strada.

Il carcere è molto rappresentato nei media, tanto che ci hanno ambientato anche serie televisive, per esempio “Orange is the new black” oppure “Prison Break”. Ovviamente senza fare nomi e cognomi e senza dare informazioni private, ci racconti qualcosa dei detenuti che hai incontrato?

Ho avuto modo di confrontarmi con tutte le categorie di detenuti: oltre al reparto femminile, ho seguito il reparto dei reati comuni, cioè quelli di media sicurezza dove non si ha a che fare con reati di tipo associativo camorristico o mafioso, e il reparto di alta sicurezza, quindi con reati di associazione. Quello che ho avuto modo di notare è come ancor di più in chi ha commesso reati associativi il teatro sia stato un mezzo per ritrovare una sensibilità che avevano perso. Non dimenticherò mai una frase, che ho anche inserito nel libro, di un ragazzo che prima di entrare in scena mi disse: “tu sicuramente non mi crederai, ma ho più ansia ora che devo salire sul palco che quando ho una pistola in mano”. 

Come è stato l’approccio di questi ragazzi al teatro?

L’approccio è stato diverso in base al gruppo e alla singola persona: spesso si cade nel cliché di pensare che il detenuto sia un prototipo. In realtà i detenuti sono persone, ognuna reagisce e agisce in una maniera differente. Il gruppo di reati comuni sono stati paradossalmente i più difficili da gestire e la loro gestione è stata più complicata. L’alta sicurezza invece aveva un codice di comportamento più strutturato ed è stato più semplice portare a termine le attività, considerando che il teatro presuppone ordine, disciplina, rispetto per i compagni. Chiaramente ci ci sono stati dei casi particolari, specialmente in quelle persone che già fuori dal carcere tendevano a imporsi e comandare, ma penso che questo tipo di attività sia stata un bene per loro.

Quindi c’è bisogno di autorevolezza in certi casi.

Assolutamente sì, ma la cordialità è la prima cosa. Senza la cordialità e la gentilezza in carcere non si può fare niente, perché per poter portare a termine un progetto il detenuto non deve sentirsi giudicato. Io stessa ho dovuto fare un lavoro su di me per lasciarmi alle spalle determinati pregiudizi e vedere i ragazzi come persone divise dai loro reati. Io ero lì per altro, non per giudicare.

Tramite il teatro escono fuori emozioni di ogni genere. Hai assistito a momenti in cui, mentre svolgevate le attività, ci sono stati scatti d’ira o crisi di pianto da parte dei detenuti che entravano nel personaggio?

Ci tengo a citare una parte del libro che riguarda un ragazzo che apparteneva all’alta sicurezza ed era totalmente sconnesso: a livello emotivo era spento, non provava gioia, né tristezza né rabbia. Con lui è stata dura portare avanti l’attività perché ovviamente il teatro presuppone emozioni. Durante lo spettacolo che abbiamo fatto a conclusione delle attività, di fronte a magistrati, guardie, avvocati e altri detenuti, ho visto per la prima volta questo ragazzo emozionato. Era in preda all’ansia all’inizio e arrabbiatissimo alla fine perché aveva sbagliato una battuta. Sono emozioni negative, ma sono emozioni di qualcuno che non ne aveva mai mostrate, e tutto questo attraverso il teatro.

Veronica Bartucca

Per saperne di più sui contenuti che abbiamo portato su Clubhouse consultate questo articolo:

Mastro Titta, il boia del papa re: folklore dell’orrore

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Si aggira inquieto per certe strade di Roma il fantasma di Mastro Titta, il boia del papa re. La leggenda vuole che cammini ancora quelle strade che l’hanno visto in vita, all’alba, tra piazza del popolo e castel Sant’ Angelo, avvolto nel suo mantello rosso.

La sua figura è sicuramente consacrata al mito come quella del boia per eccellenza, grazie anche alle opere che l’hanno rappresentato, più o meno sempre alla stessa maniera: dal “marchese del grillo” sino al “boia del papa re”, passando per il “Rugantino.

Una realtà quasi storica

Si era in quegli anni, tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, al fine vita dei territori papali e il pontefice combatteva la dilagante crisi con una durissima repressione. Mastro Titta, al secolo Giovan Battista Bugatti, dipingeva gli ombrelli di mestiere e abitava in Vicolo del campanile, dove è ancora possibile visitarne la dimora. Iniziò a fare il boia all’età di diciassette anni e se ne andò in pensione solo 68 anni dopo, nel 1864, quando il papa gli concesse un vitalizio di 30 scudi e la sua attività fu proseguita da Vincenzo Balducci che da anni era divenuto la spalla destra del boia di Roma.

Il titolo ufficiale con cui ci si rivolgeva a lui negli atti ufficiali era però quello di Maestro di Giustizia, titolo che ricoprì da Pio VI a Pio IX. Poteva avvalersi dell’ascia e della forca, o procedere con metodi di tortura di volta in volta diversi. Dopo l’avvento delle idee francesi, però, il Bugatti dovette prendere il gusto della ghigliottina che non lasciò neppure quando gli spiriti rivoluzionari erano ormai repressi: questo fece di lui l’uomo più moderno di Roma.

Oltre alla sua funzione, è difficile dire chi fosse mastro Titta. L’immagine che va per la maggiore è quella di un uomo bonario che, per consolare i condannati, offriva loro una presa di tabacco o un bicchiere di vino. Non mancano però testimonianze di chi lo vide come un uomo fosco, crudele e sadico.

Modi di dire legati alla vicenda

Al carnefice era stato vietato di entrare nel centro di Roma: di gente ne aveva fatta fuori parecchia, lasciandosi dietro una scia di sangue e familiari in collera, alla ricerca di vendetta. Da qui nasce la dicitura “il boia non passa ponte” che oggi sta a significare “ciascuno rimanga nel proprio ambiente”.

Così, le uniche volte in cui Mastro Titta attraversava il ponte, la casistica era chiara: il boia stava andando a giustiziare qualcuno. Nacque così la frase, pesante come una pietra lapidaria, portatrice di presagi funesti “ Mastro Titta sopra ponte.”

Mastro Titta nella letteratura

La penna di molti autori scrisse del boia. Nel 1817, capitò ad esempio che Lord Byron rimasse terrorizzato dopo aver assistito ad un’esecuzione capitale e similmente accadde per Dickens che descrisse lo spettacolo a cui assistette a Roma in Pictures of Italy. Non in ultimo, Gioachino Belli ne “Il ricordo” ci racconta di quella che, a quanto pare, si era delineata come un’usanza. Dopo l’esecuzione, che avveniva sempre in pubblica piazza, Giovan Battista afferrava la testa mozzata e la alzava verso il popolo. Era solito allora che i genitori tirassero uno schiaffo ai loro bambini perché servisse da monito, o come dice il Belli “

Tutt’a un tempo ar pazziente mastro Titta
J’appoggiò un carcio in culo, e ttata a mmene
Un schiaffone a la guancia de mandritta.

«Pijja,» me disse, «e aricordete bbene
Che sta fine medema sce sta scritta
Pe mmill’antri che ssò mmejjo de tene.»

Ti sei perso l’articolo precedente?

Serena Garofalo

Squid Game: il parco-giochi dell’orrore targato Netflix

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Squid Game è una nuova serie tv disponibile su Netflix che sta facendo parlare di sé a livello globale. Scritta e diretta dal regista Hwang Dong-hyuk, originario di Seul, la serie si concentra sulla vicenda che coinvolge 456 persone ai margini della società, le quali decidono di partecipare a un folle gioco al massacro per vincere un cospicuo premio in denaro.

I nove episodi, della durata di un’ora circa (tranne l’ottavo che ha una durata di trenta minuti), in lingua originale, coinvolgono lo spettatore che sarà completamente assorbito dalla vicenda in una visione “bulimica” della storia.

Squid Game, la trama

Protagonisti della storia sono 456 individui che nella loro vita reale non hanno più niente da perdere. Si tratta di persone indebitate, minacciate dai creditori o ricercate dalla polizia per frode che hanno un’unica speranza per poter sopravvivere dignitosamente: trovare un’ingente quantità di denaro. Per queste ragioni vengono selezionate da una misteriosa organizzazione per partecipare a un gioco che consentirà loro di vincere 45.600.000.000 won. In un grande parco-giochi situato su un’isola sudcoreana i protagonisti per aggiudicarsi il premio dovranno superare sei step che corrispondono a sei diversi giochi per bambini, come  “un, due, tre, stella!” e il “gioco del calamaro” del titolo.

C’è solamente un problema: la sconfitta coincide con la morte del partecipante. 

Chi vincerà la somma in denaro? Quali sono i sei giochi? Quali strategie metteranno in atto i 456 individui per sopravvivere? Quali sono i fini dell’organizzazione segreta?

Queste sono solo alcune delle domande a cui lo spettatore cercherà di dare una risposta nel corso della visione.

Perché guardare Squid Game?

L’ambientazione di Squid Game è quella della Corea del Sud ai giorni nostri, un paese caratterizzato da una grandissima disparità sociale ed economica tra le classi. Questo tema, affrontato in molti prodotti audiovisivi coreani e già apprezzato dal pubblico occidentale nel film Parasite del 2020, è uno dei cardini principali di questa produzione Netflix.

La serie, inoltre, supera i limiti dei generi; è un survival game ma allo stesso tempo è un prodotto completamente nuovo: è pulp, per l’incredibile violenza messa in scena e per la quantità di sangue versato; è un dramma, perché racconta le tragiche vicende che riguardano le esistenze dei protagonisti; è un thriller psicologico.

Questi ingredienti, presi singolarmente, non rappresentano nulla di nuovo, ma messi tutti insieme costituiscono una miscela esplosiva e Squid Game ne è la dimostrazione: oggi la serie è il prodotto più visto in streaming in 70 Paesi.

La lettura dell’articolo da qui in poi è sconsigliata a chi non ha visto la serie, perché potrebbe contenere spoiler.

Squid Game, tutti gli ingredienti della satira sociale

Squid Game è una satira sociale dark, i cui temi principali sono le differenza e le similitudini tra ricchi e poveri.

Nell’ultimo episodio il creatore dell’organizzazione e del gioco dice al vincitore:

Sai cosa hanno in comune le persone senza soldi con le persone con troppi soldi? Che vivere non è divertente

Ma la stessa affermazione porta a delle conseguenze disastrose, nonché all’evidenza della massima disuguaglianza tra persone di classi sociali diverse: l’organizzazione esiste perché dei ricchi annoiati possano scommettere sulla vita e sulla morte dei poveri, come nell’ippica.

Ma quegli individui indebitati, trattati come cavalli, non erano loro stessi scommettitori incalliti? Nella messa in scena della legge del contrappasso Squid Game propone un mondo in cui non c’è confronto dualistico tra buoni e cattivi, bensì tra cattivi e incattiviti.

La riprova del fatto che i giocatori stessi siano persone senza scrupoli, esattamente come i propri aguzzini, sta nel fatto che nelle dinamiche tra i 456 individui vince, quasi sempre, la legge di Hobbes: Homo homini lupus. I giocatori sono disposti letteralmente a tutto, pur di sopravvivere al massacro e vincere il montepremi.

Squid Game, una narrazione circolare

La serie si apre con una sequenza in cui dei bambini stanno giocando a Squid Game. Una voce off spiega in cosa consiste il gioco, sconosciuto al pubblico occidentale.

Nella mia città c’era un gioco chiamato “Squid Game”. L’abbiamo chiamato così perché si gioca in un campo a forma di calamaro. Le regole sono semplici. I bambini sono divisi in due gruppi, l’attacco e la difesa. Una volta che il gioco è iniziato, la difesa può correre su due piedi all’interno dei limiti, mentre l’attacco fuori dalle linee può saltare solo su un piede. Ma se un attaccante taglia la vita della difesa di passaggio del calamaro, allora gli viene data la libertà di usare entrambi i piedi. da quel momento lo chiamavamo ispettore sconosciuto. Per vincere, gli attaccanti devono toccare con il piede il piccolo spazio chiuso sulla testa del calamaro. Ma se qualcuno in difesa riesce a spingerti fuori dai confini del calamaro, muori. Dopo aver toccato la testa del calamaro, vinci e urli “Vittoria”.

Il sesto gioco in cui i due finalisti dovranno battersi sarà proprio il “gioco del calamaro”. Lo spettatore scopre che la primissima scena del primo episodio non è altro che un flashback che coinvolgeva i due protagonisti adulti quando erano bambini. Sarà proprio quel ricordo dei tempi legati all’innocenza a interrompere, per un attimo, la lotta tra poveri.

Gi-hun (Lee Jung-jae), padre divorziato, giocatore d’azzardo che vive rubando piccole somme di denaro a sua madre è forse l’incarnazione di una qualche forma di bene in un mondo di degenerati?

Squid Game, un’iconografia tra campo di concentramento e luna-park

L’ambientazione principale della serie è la struttura dove si svolgono i giochi, che si divide in due spazi: il luogo del gioco e il luogo dell’attesa.

Il luogo del gioco è rappresentato visivamente come un grande parco-giochi dai colori vivaci e saturi. Il set di “un, due, tre… stella” è composto da un campo di grano; la bambola è vestita con abiti gialli e arancioni: niente nella scenografia fa presagire che alcuni giocatori avranno un infausto destino. Il set del gioco del “ponte di vetro” fa pensare al tendone di un circo, mentre l’illuminazione ricorda quella tipica delle giostre.

Il luogo dell’attesa sembra invece un campo di concentramento: tutti portano una divisa (sia i giocatori sia i “soldati” che svolgono il servizio di sorveglianza); i 456 player sono identificati grazie a un numero e, di conseguenza, sono considerati alla stregua di oggetti; i corpi dei perdenti vengono distrutti nei forni crematori; la sala d’attesa è grigia e i letti dei protagonisti del gioco sono ammassati gli uni sugli altri sia in verticale che in orizzontale.

Gli spazi in Squid Game contribuiscono a pieno titolo a veicolare senso.

Il mio voto è cinque stelle su cinque.

Intervista per Radio Popolare

Al Minuto 4.53 trovate le mie impressioni su Squid Game rilasciate a Radio Popolare per la rubrica “Seconda Pagina”, uscita il 18 ottobre 2021: https://bit.ly/2Xo0nfv

Valeria de Bari

Pomi d’ottone e manici di scopa, 50 anni di un cult disneyano

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Titolo originale: Bedknobs and broomsticks (Pomi d’ottone e manici di scopa)
Regia: Robert Stevenson
Soggetto e sceneggiatura: Bill Walsh, Don DaGradi
Cast principale: Angela Lansbury, David Tomlinson, Roddy McDowall, Sam Jaffe, John Ericson, Bruce Forsyth
Nazione: Italia
Anno: 1971

Il 7 ottobre ha compiuto ben 50 anni un film fantastico, Pomi d’ottone e manici di scopa, un cult meraviglioso di cui oggi non possiamo fare a meno di parlare.
Un compleanno importante quest’anno per il classico cult, che rientra in una categoria di nicchia per le famiglie, insomma non il solito film di successo per bambini.

Per mezzo secolo, gli spettatori sono stati affascinati da Miss Eglantine Price, interpretata da una giovanissima Angela Lansbury, il suo gatto nero spelacchiato Cosmic Creepers e il suo traballante baldacchino che può viaggiare ovunque nel mondo con il tocco e la rotazione di una manopola del letto.

Ma andiamo per gradi, ecco la storia di Pomi d’ottone e manici di scopa.

Pomi d’ottone e manici di scopa, la trama

Diretto da Robert Stevenson, famoso regista di Mary Poppins, questo film di mezza età è ambientato in Inghilterra durante la Seconda Guerra Mondiale. Basato su un classico libro per bambini inglese e accompagnato da un sacco di brani del duo dei Fratelli Sherman, il film racconta uno spaccato di vita vera, impreziosito da tanta magia.

Protagonista è la strega apprendista Miss Eglantine Price si ritrova improvvisamente tutrice di tre bambini, Charlie, Carrie e Paul, inviati in campagna per precauzione dai bombardamenti cittadini.  

Nonostante le difficoltà iniziali, i quattro cominciano a convivere con tranquillità e i bambini cercano di aiutare Miss Price a diventare una brava strega. Tutti insieme, poi, decidono di cercare l’insegnante per corrispondenza di Miss Price, Emelius Browne (interpretato da David Tomlinson) e iniziano un’avventura straordinaria, cercando il segreto per fermare la guerra.

Lungo la strada, il gruppo balla attraverso Portobello Road, visita il fondo dell’oceano, gioca a calcio con dei divertenti animali animati e, infine, riesce anche a prendere a pugni i nazisti!

Un’avventura copia di Mary Poppins? Anche no!

Pomi d’ottone e manici di scopa è un’avventura meravigliosa, che non si può assolutamente perdere tra i cult da vedere.Un vero e proprio classico, nonostante in Italia all’epoca della sua uscita non abbia avuto la stessa risonanza di altri film simili, come Mary Poppins, ma è altrettanto studiato e realizzato alla perfezione per quegli anni.

Il film ha ottenuto anche molti riconoscimenti, tra cui un Oscar per i migliori effetti visivi con nomination per i migliori costumi, la migliore direzione artistica, la migliore canzone originale (“The Age of Not Believing”) e la migliore colonna sonora originale.Molti bambini hanno sempre pensato che Pomi d’ottone e manici di scopa fosse un po’ il “fratello” di Mary Poppins: realizzato in live action con parti animate, pieno di canzoni e fiabesco proprio come il classico Disney.

Effettivamente, sono tante le cose che i due film Disney hanno in comune: una colonna sonora divertente e incalzante, una protagonista femminile forte e determinata, entrambi tratti da famosi libri per bambini e lo stesso regista. Inoltre, agli inizi degli anni ’60 quando la trattativa tra la Walt Disney Company e P.L. Travers per Mary Poppins era in fase turbolenta, Pomi d’ottone e manici di scopa cominciò ad essere sviluppato e Julie Andrews avrebbe dovuto essere la protagonista.

Come sappiamo, poi, l’attrice diventò la protagonista del classico Disney e anni dopo Angela Lansbury la sostituì nel ruolo della protagonista. Nonostante abbia sofferto del successo di Mary Poppins, quest”avventura comica fuori dagli schemi ha un fascino tutto suo e una trama meravigliosamente caotica. I due film si differenziano tra loro e, a differenza di ciò che è stato ripetutamente detto negli anni, ognuno ha una propria anima.

Pomi d’ottone e manici di scopa: una magia più adulta

Pomi d’ottone e manici di scopa ancora oggi viene rivisto dai bambini e anche dagli adulti, quelli nostalgici che ricordano quando guardavano il film nei pomeriggi di Natale, o alcune domeniche mattina quanto lo trasmettevano in tv.

Nonostante l’apparenza, il bello di questo film Disney è che la parte più “adulta” della trama è ben visibile. È vero, parliamo di una pellicola per bambini, ma i messaggi e soprattutto lo sfondo storico che vengono raccontati regalano sensazioni particolati soprattutto a chi ha qualche anno in più.

In primis per i personaggi: Miss Price e Mister Browne sono coloro che fanno la storia, lasciando i tre piccoli bambini leggermente in disparte. Eglantine è molto ambiziosa, ma deve fare i conti con le aspettative sociali del tempo e con la propria incertezza su ciò che vuole dal futuro. Vive da sola quindi per gli anni ’40 non era ben vista, ma è così che le piace fare e quando un potenziale partner e dei figli entrano nella sua vita, deve considerare il cambiamento che dovrebbe affrontare se questi rimanessero per sempre. Avere una famiglia precluderebbe la possibilità di volare in giro su una scopa o di guidare una motocicletta in giro per la città?

Il suo “maestro” Browne, invece, è un truffatore, in fuga dalle responsabilità, dalla guerra e quasi anche dagli eventi dell’avventura del film. La sua crescita personale, e anche quella di Eglantine, avviene in concomitanza con le avventure dei bambini, uno sviluppo graduale. Due bei personaggi che si intrecciano, rendendo Pomi d’ottone e manici di scopa un film davvero interessante.

Se non l’avete mai visto recuperatelo, nonostante sia sempre stato considerato uno dei film Disney minori, Pomi d’ottone e manici di scopa merita di far parte della collana dei film cult.

Tre motivi per vedere il film

– Angela Lansbury, divertente, brava e non male anche a cantare
– È un film magico
– Le canzoni dei fratelli Sherman

Quando vedere il film

Il nostro consiglio è quello di vederlo durante le feste natalizie, il periodo più magico e rilassato dell’anno, con una bella cioccolata calda o una fetta di panettone.

Ilaria Scognamiglio

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Premio Letterario EquiLibri 2021 per opere edite: bando e scadenze

Dopo il Premio L’Avvelenata 2021, siamo felicissimi di annunciare la nostra partecipazione al Premio Letterario Nazionale “EquiLibri” 2021 dell’Associazione Piazza Navona. Il nostro ruolo sarà quello di indire il premio della critica “Spacciatori di Cultura” tra i 5 vincitori delle 5 categorie.

Come partecipare

Bando del Premio Letterario Nazionale “EquiLibri” – Edizione 2021 Per opere edite (in formato E-book e cartaceo)
L’Associazione Culturale “PIAZZA NAVONA” indice e organizza il Premio Nazionale Letterario “EquiLibri” – Edizione 2021 per opere edite in lingua italiana sia in formato cartaceo sia in formato E-book.

Il Premio Letterario Nazionale “EquiLibri” si articola nelle seguenti sezioni:


A. Romanzo
B. Poesia
C. Racconti
D. Saggistica
E. Racconti e Narrativa per l’Infanzia – Ragazzi sino ai 14 anni

Gli elaborati dovranno pervenire a mezzo posta tramite “piego di libri”, corriere o raccomandata a scelta del mittente entro e non oltre il 30 novembre 2021. Scarica il bando sul sito di Chiara Ricci.

Presentazione del Premio

Premi

1° Classificato: Opera creata e realizzata dal Maestro d’Arte, scultore e ceramista salernitano LucioDe Simone e Promozione del libro vincitore (pacchetto comprendente intervista all’Autore che verrà poi pubblicata in rete e nei canali web dell’Associazione Culturale “PIAZZA NAVONA”, recensione dell’opera, promozione sui social network);
2° Classificato: Targa (o altro manufatto personalizzato) e pergamena/attestato personalizzata/o, recensione dell’opera diffusa in rete.
3° Classificato: Penna a sfera di pregio, pergamena/attestato personalizzata/o e recensione dell’opera diffusa in rete.
4° Classificato: Penna a sfera di pregio, pergamena/attestato personalizzata/o e recensione dell’opera diffusa in rete.
5° Classificato: Pergamena/ attestato personalizzata/o e recensione dell’opera diffusa in rete.


(L’Organizzazione si riserva il diritto di modificare la tipologia dei suddetti premi, di conferire riconoscimenti e di incrementare i premi già previsti).


Inoltre, la Redazione di CulturaMente dopo aver valutato le 5 opere vincitrici delle cinque categorie in gara sceglierà l’opera vincitrice del Premio della critica “Spacciatori di Cultura”. Tale opera riceverà visibilità sul sito e sui canali social del sito (www.culturamente.it) attraverso recensioni e interviste da parte della Redazione.

L’associazione

L’Associazione Culturale “PIAZZA NAVONA” nasce nel febbraio 2018 come spin-off della rubrica online omonima nata nel gennaio dello stesso anno con la firma di Chiara Ricci. La scrittrice ha deciso di creare l’omonima Associazione Culturale per meglio attuare il suo desiderio di diffusione e condivisione culturale attraverso l’organizzazione di eventi quali presentazioni di libri, mostre, esposizioni, concorsi letterari e artistici, incontri, conferenze sparsi sul territorio nazionale. Inoltre, si sta lavorando con successo per instaurare e realizzare una fitta e solida rete di collaborazioni – attiva in tutta Italia – con enti culturali, biblioteche, librerie, Case editrici, musei privati, strutture alberghiere per agevolare la presenza degli interessati.

Le streghe di Benevento: folklore dell’orrore

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Ottobre, mese di Halloween e lugubri grigiori. Nessun mese migliore per accompagnarvi in alcuni celebri luoghi del folklore italiano, aspettando la notte delle streghe. E, a proposito di queste, è da qui che inizieremo il nostro cammino e in particolar modo dalla città italiana che delle streghe è il simbolo: Benevento.

Le streghe di Benevento

Si racconta da secoli or sono delle Janare. Queste sfortunate erano nate durante la notte di Natale e avevano ricevuto la cresima in maniera scorretta. Erano donne tutto sommato normali: quando si faceva notte, però, avendo reso incoscienti le persone che dormivano con loro, si cospargevano di unguento recitando una formula destinata poi a rimanere nell’immaginario collettivo “ Unguento, Unguento, portami al noce di Benevento, supra acqua e supra vento, et supra ad omne tempo”

Dal loro davanzale spiccavano il volo verso tutti coloro che, per una qualsiasi ragione, le avevano torto anche solo un capello. Passavano dalla serratura della porta, o per qualche altro anfratto benché minimo, e si vendicavano sui bambini della famiglia. Capitava che la Janara tornasse anche per più notti di seguito per aver la certezza di far bene il proprio lavoro: perché si sapesse che era passata, semmai rimanesse qualche dubbio, dopo il misfatto intrecciava il crine di un cavallo in piccole e molte trecce.

Contriaramente alla strega comune, l’immagine della Janara rimane legata ad una prospettiva propriamente mediterranea e quasi agricola. L’etimologia del termine potrebbe essere duplice: dal latino Ianua, Ianuae cioè Porta ( visti i suoi ingressi scenici si spiegherebbe) o anche da Dianara, il seguito di Diana, ritenuta a capo del corteo di demoni che seguiva il Sabba.

Per non far morire di solitudine la povera fattucchiera, il mito ha creato altre immagini simili a lei: le Zoccolare erano streghe che si divertivano a far risuonare i vicoli del rumore dei loro zoccoli per poi attaccare i passanti alle spalle. La Manolonga invece, essendo morta cadendo in un pozzo, non riteneva giusto di essere la sola e si tirava appresso tutti gli sventurati che facevano capolino dal bordo.

La realtà storica

Ora uno si chiede: con tutti i posti nel mondo, ‘sto raduno di streghe proprio a Benevento? Per darci una risposta, iniziamo una piccola indagine.

Una pedina fondamentale nel nostro scacchiere è San Bernardino da Siena. Nel 1427, il nostro racconta: “Andando a Benivento di Notte, vide in sur un aia ballare molta gente, donne e fanciulli e giovani; e così mirando, elli ebbe grande paura”

Dieci anni prima esatti era stato fatto vicario della provincia di Toscana e aveva iniziato a predicare nell’Italia centrale: il successo delle sue parole fu immediato perché sceglieva argomenti semplici che facilmente potessero esser capiti dal popolo. E, se da una parte era facile a capirsi, d’altra parte fu una personalità rigidissima con eretici, usurai e… streghe.

Nel 1427 iniziavano i primi processi e le prime condanne al rogo. Il vicario, che in quel momento si trovava a Roma, conosceva bene le dicerie beneventane e non mancò, con i suoi sermoni, di aizzare il popolo contro le sventurate.

Il 28 Giugno di quell’anno fu messa al rogo a Campo de’ Fiori la strega Finnicella accusata di tremendi misfatti. A Todi, il 20 Marzo dell’anno successivo, fu bruciata Matteuccia di Francesco. Si faceva per la prima volta riferimento all’unguento che consentirebbe alle streghe di volare e lei, suo malgrado, divenne l’archetipo della strega. Confessò, sotto tortura, di aver volato sino al noce di Benevento.

Il nome della città fu fatto anche nel processo del 1456 a carico di Mariana di San Sito e in molti altri.

La percezione postuma

Nel corso del ‘600 questi processi vennero ripresi e in parte romanzati.

Una di queste opere è ”della superstisiosa noce di Benevento” di Pietro Piperno, uscita nel 1640. Viene qui stabilito per la prima volta il legame con i Longobardi: questi erano soliti tenere riti attorno ad un albero di noce. Prima del loro arrivo, nella zona era vivo il culto del dio bambino Bolla. Le sue sacerdotesse avrebbero tenuto gli stessi riti sotto il medesimo albero.

Anche dopo l’arrivo dei romani, il culto fu ancora una volta accettato; addirittura Augusto lasciò che si costruisse un tempio per Iside.

Il noce, però, oggi non c’è più. Nel 697 fu sradicato grazie al volere del vescovo di Benevento: la leggenda vuole che, abbattuto l’albero, ne uscì una serpe.

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Serena Garofalo

“Tre piani”: il tumulto della psiche in una palazzina borghese

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Nanni Moretti torna sul grande schermo con il film “Tre Piani”, tratto dall’omonimo romanzo di Eshkol Nevo.

La regia è estremamente fedele e rispettosa dell’opera letteraria ed i singoli personaggi rispecchiano egregiamente la scrittura di Nevo.

Il film si apre con un evento molto traumatico: un incidente mortale che vede alla guida il figlio di Nanni Moretti, un magistrato con uno spiccato senso di responsabilità ed un’elevatissima (forse troppo!) morale. Tutta la trama si snoda intorno ad una palazzina della borghesia romana, situata in un quartiere di Prati. Già a partire da questa informazione vediamo una differenza sostanziale con il romanzo che si svolge, invece, a Tel Aviv.

La trama riguarda tre famiglie, ognuna situata su un piano, ciascuna con una propria storia ed un proprio conflitto interiore evidente. La storia sicuramente non è quella che dipinge famiglie della “mulino bianco”. Al contrario, sono storie ognuna con una propria dignità, che dipingono personalità complesse, turbolente, controverse, e, per certi versi, molto solitarie. Tuttavia, tutte e tre le famiglie hanno un elemento in comune. Quest’ultimo riguarda il tema della genitorialità e, di conseguenza, il tema dell’amore. Se da un lato abbiamo la rappresentazione della genitorialità come controllo, in alcuni tratti anche ossessivo, ma anche come amore, dall’altro lato abbiamo la rappresentazione, anzi, la presenza dei bambini. Lo sguardo fanciullesco ed ingenuo di questi ultimi, tutti con una recitazione molto convincente e naturale, si contrappone con il loro “essere adulti”. È un paradosso. È proprio da questa contraddizione che esce l’aspetto drammatico, a tratti commovente, della storia. Non sono pochi i momenti, infatti, in cui i ruoli si capovolgono: in cui i figli fanno da genitori, da guida.

I tre piani del palazzo, sono simbolicamente, i 3 stati elaborati da Freud, le cosiddette istanze freudiane della personalità. Abbiamo l’“ES”, al primo piano, personificato da Riccardo Scamarcio: un padre di famiglia ossessionato dalla propria realtà delle cose e dei fatti. È il piano che simboleggia quanto di più istintivo, rabbioso, a tratti animalesco, l’essere umano può essere.

Abbiamo, al secondo piano, l’“IO”, con una madre sola (chiamata da alcuni “la vedova”). Madre che, nonostante l’ossessione di essere malata, nutre un sentimento di amore per i propri figli che è assoluto. Ha un desiderio costante di amare e di essere amata. Simboleggia, quindi, la mediazione inconscia tra la censura e l’istinto.

Infine, al terzo ed ultimo piano, abbiamo il “SUPER IO”, con il controllo ed il divieto, entrambi incarnati da Nanni Moretti.

Rispetto al romanzo, che ho letto, Moretti lascia meno spazio alle libere interpretazioni. Il regista, infatti, è molto più incisivo nello sviluppo di determinate storie, quasi a voler riflettere anche attraverso la sceneggiatura, la supremazia del “super io” freudiano. Si prende, forse, qualche libertà di scrittura, pur inserendosi con rispetto ed onestà all’interno del plot generale.

È un film che, come dice lo stesso scrittore Nevo, ci vuole insegnare a perdonare. Il perdono è quanto di più difficile, forse, l’essere umano si trova a dover fronteggiare. Non intendiamo qui un perdono nel senso religioso del termine, bensì un perdono che ha a che fare con l’anima, con quanto di più intimo ci possa essere.

I protagonisti del suo film sono: Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini, Elena Lietti, Denise Tantucci, Alessandro Sperduti, Anna Bonaiuto, Paolo Graziosi, Tommaso Ragno, Stefano Dionisi, Francesco Brandi. La loro recitazione è assolutamente convincente in tutto e per tutto.

“Tre Piani” è da vedere, consiglio di tornare al cinema proprio con questo film. Il cinema ci è mancato tanto, quale miglior modo per inaugurare una nuova stagione cinematografica, speriamo dinamica?

Serena Cospito