Fantasia, il Cinema s’inchina alla Musica

“Quelli che vedrete sono i disegni e le storie che la musica ha ispirato alla mente e all’immaginazione di un gruppo di artisti”

Parlare di un lungometraggio come Fantasia è più difficile di quanto possa sembrare. Agli occhi di molti profani, è solo un film dove alcuni pezzi di musica classica vengono animati.
Un cartone noioso, pseudo-intellettuale e privo di interesse per quanto concerne l’intrattenimento. Non è così.
Fantasia è un film animato ad episodi del 1940, dove, in ogni sequenza, un pezzo di musica classica, eseguito dall’Orchestra di Filadelfia, funge da protagonista assoluto. Scopo del film è il contrario di tutti gli altri: non è la musica che si adegua ad una sceneggiatura già scritta, bensì sono le animazioni che seguono il ritmo di una melodia già composta. In altre parole: dare forma alla musica, senza che dialoghi o rumori fuori posto catturino l’attenzione.
All’inizio, ai titoli di coda e tra un episodio e un altro, un live-motion dell’orchestra (ombrata con uno sfondo blu) accompagna una voce narrante che annuncia le musiche che verranno, dando una sorta di ‘note di regia’ ed istruzioni a ciò che il pubblico vedrà: unica voce in tutto il film. A dirigere l’orchestra, anche lui spesso ripreso in ombra, il maestro Leopold Stokowski, che nell’esecuzione del film fu importante pilastro. Il film, come il titolo stesso preannuncia, è un lungometraggio dove gli schemi vengono azzerati: ovunque e qualora si voglia, non ci sono giustificazioni, non c’è razionalità, non ci sono forme né colori. E’ un film dove l’animazione si lascia prendere per mano e viene condotta ovunque in piena libertà. Ogni forma di ispirazione è concessa, dai quadri ai film, dalla vita vera a quella immaginaria.
“E’ una presentazione della Toccata e Fuga in Re minore, di Joan Sebastian Bach”
Fantasia
Il primo episodio è per molti il più noioso degli otto pezzi, ma in realtà è il più innovativo. Appartenente alla categoria della “musica che esiste come fine a se stessa”, la sequenza è un susseguirsi di linee animate e forme che, in piena libertà, costruiscono figure e rappresentazioni. Un esempio palese di quello che Disney vuole in questo film: matite e colori che si lasciano andare nel sentire della musica, in un caledoscopico esperimento di astrattismo (una forma d’arte che, a quei tempi, era ancora un’avanguardia). In quest’esperimento di Disney era necessario un brano senza scopi, senza storie: ecco perché la scelta del pezzo di Bach.
“(…) La composizione meno amata da Cajkovskij era la suite de ‘Lo Schiaccianoci’: divenne il pezzo musicale più popolare che scrisse”
È tra tutti i pezzi il più dolce e delicato, che ci porta nella magica fantasia dell’alternarsi delle stagioni, dove i protagonisti sono fate, fiori, pesci e piante. Scegliendo solo sei degli otto pezzi della Suite (non ci sono l’Overture e la Marcia), Disney muove i personaggi in una serie di veri e propri balletti. Dalle ‘fatine rugiada’ iniziali che ci mostrano la primavera, si passa ad un’immersione nella natura che ricorda l’estate, come i funghetti cinesi, i cardi e le orchidee russi, i pesciolini arabi. Altre fate poi rendono gialle le foglie e le fanno cadere, fino ad altre che le ghiacciano e aspettano delle ballerine bianche che scendono dal cielo con una gonna di cristallo. Evidenti in questo episodio le tecniche artistiche usate, come il rodovetro per la scena dei funghetti o le fate del gelo, o l’ispirazione dei balletti caratteristici e dei costumi per le danze araba, russa e cinese.
 “(…) E’ la leggenda di uno stregone che aveva un apprendista: un giovane intelligente e molto ansioso di iniziare il mestiere. Purtroppo cominciò a sperimentare i migliori trucchi di magia prima di imparare a controllarli”
Fantasia
Il pezzo è forse il più celebre del film, nonché progetto da cui è nato tutto. Il protagonista è Topolino che, in quegli anni, stava avendo un forte declino. Era già uscito Biancaneve, Paperino aveva conquistato ormai i cuori del pubblico e i cortometraggi disneyani più amati erano le “Sinfonie Allegre“, dove brevi sketch animati, con protagonisti diversi, si muovevano a ritmo della sola musica. Walt Disney voleva far tornare alla ribalta quel personaggio che gli aveva dato tanta fama. Fu così che decise di fare una Sinfonia con Topolino, usando la musica di Paul Dukas, L’Apprendista Stregone. L’impresa riuscì ma i costi per completarlo risultarono eccessivi: gli incassi di un corto da solo non sarebbero bastati. Così si decise di creare un film con tante Sinfonie Allegre, usando tecniche e ispirazioni libere. La trama risale alla penna di Goethe e narra del giovane aiutante di un mago che, mettendo in pratica dei poteri, combina dei disastri. Per l’occasione, Topolino subì un importantissimo ritocco. Per la prima volta infatti il celebre topo fu dotato di pupille, che gli diedero maggiore espressività: fino ad allora i suoi occhi erano semplici pallini neri. Da quel momento, gli occhi di Topolino hanno ripreso ad incantare il pubblico.

La vera magia di questo pezzo però è alla fine.

In penombra, sotto una luce arancione, viene ripreso Stokowski mentre fa scendere le braccia per terminare la direzione del brano. Sul podio, sempre in quella penombra ‘reale’ di Stowoski, sale Topolino, che tira il frac al direttore e al fine gli fischia. Sono qui le uniche parole del film: Topolino si congratula con il maestro e questi si abbassa e, rispondendogli, gli stringe la mano. Poi Topolino se ne va e il direttore lo saluta in lontananza. Questa scena è il simbolo di quel matrimonio tra musica (Stokowski) e cinema (Topolino, doppiato da Disney stesso) che il film rappresenta; ma anche quel magico momento in cui realtà (Stokowski) e finzione (Topolino), stringendosi la mano, possono vivere anche un solo momento perfettamente in armonia.
“Quando Igor Stravinsky compose ‘La sagra della primavera’ egli disse che il suo scopo era di esprimere la vita primitiva, così Walt Disney e suoi artisti l’hanno preso in parola. Anziché presentare il balletto nella sua forma originale, una serie di danze tribali, essi l’hanno immaginato come un rito fastoso della nascita della vita sulla Terra (…)”
Fantasia 
E’ il pezzo che più cerca di seguire la realtà. Una realtà che, a causa della notevole distanza di tempo, necessita di un briciolo di fantasia. Qui Walt Disney e i suoi disegnatori ci portano all’alba dei tempi. Dallo spazio fino al giungere dentro la Terra che si forma. Vulcani in eruzione, la nascita della vita sottomarina, i grandi dinosauri e la loro scomparsa: tutto nell’arco dell’esecuzione del balletto. La forza è l’elemento che più caratterizza le immagini di quest’episodio (come la musica di Stravinsky vuole): dalla lava che trascina e distrugge tutto, fino alla lotta del T-Rex con lo Stegosauro, passando per l’acqua che ricopre i resti dei rettili. Walt Disney per questo segmento, chiamò in squadra paleontologi, biologi e astronomi: la loro consulenza era essenziale. Disegnare i rettili, senza scendere nel comico, non fu cosa da poco. Il risultato fu talmente grande che (come afferma un articolo) questo segmento venne utilizzato nelle scuole per imparare, come un documentario sulla nascita del pianeta e le abitudini dei rettili. Impossibile non vederla come fonte di ispirazione di altri film, che prima di allora, per fare i grandi rettili, usavano delle iguane ingigantite: da notare la similitudine tra i dinosauri che bevono in questo film e quelli visti dal Dottor Grant appena giunto al Jurassic Park di Steven Spielberg.

“La sinfonia che Beethoven chiamò ‘La Pastorale’, la sesta, è uno dei pochi pezzi musicali scritti da lui che raccontasse una specie di storia precisa. Descrive la campagna che a lui era familiare; ma la sua musica ricopre un campo molto più vasto. Così Walt Disney ha voluta dargli un’ambientazione mitologica: il Monte Olimpo, residenza degli Dèi” 

E’ il pezzo, forse, più fantastico, poiché si parla di mitologia. In un ambiente bucolico, cavalli alati, unicorni, satiri, centauri e puttini vivono in armonia; immersi in un paesaggio dove amore, paura, allegria, dispetti e gioco sono all’ordine del giorno. Un quotidiano dove Zeus, in piena sagra del vino, si diverte a far venire fuori un temporale e a scagliare saette contro Bacco, prima di addormentarsi in una coperta di nuvole. Festa gaia dopo l’andata del dio guastafeste, con tanto di Iride che lascia l’arcobaleno. Ma giunge il tramonto. Apollo, dal suo carro del sole, saluta tutti, mentre Diana fa scendere la notte stellata: tutti si addormentano, in attesa di un’altra idilliaca giornata. Quello che più si nota è l’assenza di schemi di colore, voluto dal desiderio di disegnare un mondo mitologico: alberi viola, prati blu, cavalli rosa. Gli accostamenti che nacquero ne fecero uno dei pezzi dai colori più arditi della Disney.
“Dal terzo atto, scena sesta, dall’opera ‘La Gioconda’ di Ponchielli. Quando si apre il sipario, siamo nella Ca’ d’Oro, ad un ricevimento dato da Alvise Badoero, patrizio veneziano” 
Fantasia
 Impossibile non vedere l’allusione tra la scena di Vera Zorina in “Follie di Hollywood” e la prima visione                  dell’ippopotamo
E’ il pezzo che rappresenta la fantasia in quanto satira della danza, in particolare alle ballerine. Il sipario si apre con un gruppo di struzzi che cominciano delle coreografie sulle punte, fino a litigare per una cornucopia di frutta, il cui ultimo ambito pezzo finisce in una fontana. Da questa esce un ippopotamo, molto vanesio e molto femminile. Sarà vestito da altri animali come lui, incipriato e inizierà a ballare sulle punte anche lui. Stanco si adagierà su un canapè per essere lasciato solo, intanto che volge la sera. Qui, mentre il pigro animale dorme, un gruppo di elefanti spunta e, ballando, inzia a fare esercizi con delle bolle di sapone create dalla proboscide. Un colpo di vento li spazza via e scende la notte, sempre con l’ippopotamo addormentato al centro della scena, illuminato da un occhio di bue. E’ allora che un gruppo di alligatori la circonda, ma solo il loro principe la sveglierà, corteggerà e inviterà a ballare. Tutti si uniscono gli altri in una grande danza, che causa la rottura del teatro. Colori e forme seguono lo scorrere del tempo (si pensi agli alligatori e il loro serpeggiare, chiara allusione alla notte che mette paura), ma la fantasia sta già in un ingrediente: solo Disney poteva mettere sulle punte un ippopotamo e un elefante. La scena finale, dove tutti sono in posa, ricorda il finale di una coreografia teatrale: altra allusione. Ci sono qui dei riferimenti e ironie ad altri film, come “Follie di Hollywood” del 1938, o alle pose della protagonista che ricordano molti quadri, come la Venere, Paolina Borghese, le Maye di Goya e molte altre.

 “L’ultimo numero del nostro programma è una combinazione di due pezzi musicali, così totalmente diversi in construzione e in sentimento, che si contrappongono perfettamente. Il primo è ‘Una notte sul Monte Calvo’ di uno dei più importanti compositori russi, Modest Mussorgsky; il secondo è la famosissima ‘Ave Maria’ di Franz Schubert”

E’ il segmento più poetico. Un’opera che narra un sabba, unita ad un altro che è un inno religioso. Due opposti che racchiudono l’eterna lotta, narrata da artisti e (appunto) poeti: il Male e il Bene. Dalla punta di un monte, un grosso e terrificante demone nero apre le sue ali e spalanca le braccia sul paese sottostante. L’ombra che scende sul borgo inizia a far salire fantasmi e creature maligne che circondano il diavolo che li ha chiamati. E’ allora che il signore del male apre una voragine da cui esce del fuoco, dando inizio al sabba. Scheletri, arpie, creaturine malvagie danzano e fanno festa. Il rito si compie, le anime scendono nella voragine. Sei rintocchi di campana, però, danno una luce chiara. L’alba è giunta e mentre i vari spiriti lentamente si nascondono nelle tenebre da cui sono venuti e i fantasmi tornano nei cimiteri, il demone si richiude tra le sue ali, in attesa del prossimo sabba. La telecamera scende e, senza che la musica ne risenta, inizia la seconda parte, con la visione di una processione cantanta, in un bosco. E’ qui che, incontrando un lago che riflette chi prega e le sue candele, conifere alte e una luce che ricorda molto un rosone gotico, si conclude il film.

A causa dell’eccessiva dose di paura che suscitava il demone alato, molti del pubblico non hanno mai finito il film, né hanno mai visto la scena dell’Ave Maria.

Si vede l’influenza ucraina del supervisore della scena di Mussorgsky: molti, infatti, hanno dato a questo demone il nome Chernabog, allusione al dio oscuro slavo Cernobog. Le ispirazioni ai film qui si sprecano. Le mosse del demone riprendono quelle di Bela Lugosi, storico interprete dei film di Dracula; così come la parte iniziale del demone che sovrasta il paese, nonchè gli spiriti maligni condotti dalla nebbia, sono una ripresa del Faust di Murnau del 1926. La Disney aveva già provato, con la prima Sinfonia Allegra, a trattare il tema macabro: La danza degli scheletri del 1929, però, è una parodia, una cosa divertente. Qui il demone incute un oggettivo timore, con i suoi occhi gialli luminosi e vuoti, le sue unghie, il suo sorriso macabro e il suo petto e le sue braccia muscolose.
L’Ave Maria invece è più complessa. E’ una panoramica della processione e, come si sa, nell’animazione, più il movimento è lento e più disegni occorrono. Per evitare tremolii eccessivi, i disegni furono eseguiti su lastre di vetro: ci volle talmente tanto di quel tempo che (sembra) il pezzo fu consegnato il giorno stesso della prima.
Fantasia

3 buoni motivi per vedere il film:

– E’ un film didattico, che insegna ad ascoltare la musica sin da piccoli
– E’ divertente trovare l’arte e i soggetti che sono serviti da ispirazione
– Si capisce meglio il film Allegro, non troppo degli anni ’70, parodia italiana di Fantasia di Bruno Bozzetto

Quando vedere il film:

In famiglia, una domenica pomeriggio: è da commentare ad alta voce e si può riprendere ogni volta.
Francesco Fario

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