West Side Story: il mito torna a vivere grazie a Steven Spielberg

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Qualcuno potrebbe rimanere perplesso nel vedere il nome di Steven Spielberg associato all’iconico spettacolo di Broadway. Adattato per il grande schermo nel 1961 dalla coppia Robbins – Wise, West Side Story fu capace di vincere 10 Premi Oscar, rivoluzionando drasticamente le regole del musical cinematografico.

Prendendoci la briga di andare a osservare la filmografia del regista con più attenzione, possiamo scorgere un primo omaggio all’importanza della musica, come strumento di comunicazione universale, in quell’iconico contatto linguistico tra umani ed extra-terrestri in Incontri ravvicinati del terzo tipo. Anche il ballo è stato protagonista di memorabili sequenze in svariati altri film, sparsi qua e là. Addentrandoci ancora più a fondo nella poetica di Spielberg, non possiamo altresì non notare come l’assenza del padre abbia fortemente condizionato i suoi lavori, costellati da figure paterne controverse e figli abbandonati a loro stessi.

A fine anni ’80, qualcosa inizia gradualmente a cambiare. Partendo dal riavvicinamento di Indiana a Henry Jones Sr. in Indiana Jones e l’ultima crociata, passando per Alan Grant e Oskar Schindler che si ritrovano – malgrado le loro iniziali posizioni – a essere vere e proprie figure paterne all’interno dei rispettivi Jurassic Park e Schindler’s List, Spielberg si riappacifica sempre più con il suo passato.

“Ma cosa c’entra tutto questo con il secondo adattamento di West Side Story?”, vi starete chiedendo. È presto detto: tutto. Come ha dichiarato lo stesso regista, fu grazie al padre Arnold, rincasato una sera con il disco della colonna sonora del film, se da ragazzino s’innamorò follemente delle musiche di Leonard Bernstein e dei testi di Stephen Sondheim, nel periodo più difficile della sua vita. Nonostante la precoce fuga nella realizzazione di cortometraggi amatoriali, il cineasta ricorda quei tempi nel New Jersey come un vero e proprio “Inferno sulla Terra”, vissuti nella paura di andare a scuola a causa della sua estrazione sociale e delle sue origini. Il far parte di una minoranza ed essere, per questa ragione, vittima di maltrattamenti è un tema che ritorna nell’opera di Broadway, dove gli esclusi commettono l’errore di scontrarsi tra loro anziché allearsi contro il comune oppressore.

A 60 anni dal primo adattamento, con un anno di ritardo causa pandemia, Steven Spielberg porta in sala il suo personale omaggio a uno dei suoi film preferiti e uno dei più importanti della Storia del Cinema. Ora settantacinquenne, l’immortale cineasta abbraccia il suo passato, facendolo rivivere per sé stesso e per le nuove generazioni, attraverso un mito ancora attuale.

L’amore tra le macerie dell’Upper West Side

La vicenda ricalca la tragedia Romeo & Giulietta di William Shakespeare, narrando la rivalità tra due bande: gli Sharks, composta da immigrati di origine portoricana, e i Jets, gang di immigrati europei di seconda generazione. I leader delle due fazioni, Bernardo e Riff, non perdono occasione di scontrarsi per rivendicare il quartiere nel quale vivono, con il secondo intenzionato a riportare nella banda il suo co-fondatore, nonché amico fraterno, in vista della prossima rissa. Tony, appena uscito di prigione per aver quasi ucciso un avversario in una precedente guerriglia, ora lavora al Doc’s, e con la prospettiva di una seconda possibilità per una vita onesta, non vuole immischiarsi nuovamente nella lotta fra bande. Mentre Jets e Sharks si sfidano persino in pista durante il ballo della scuola, gli sguardi di Tony e Maria, la sorella di Bernardo, si incrociano e tra i due è amore a prima vista.  Non volendo rinunciare l’uno all’altra, i due capiranno che per stare insieme dovranno calmare gli animi tra i rispetti gruppi.

Steven Spielberg a caccia di talenti

Negli ultimi anni, dove i remake e i riadattamenti sembrano andare per la maggiore, avrete sicuramente sentito qualcuno affermare: “certi film non andrebbero nemmeno sfiorati!”, spaventatissimi per chissà quale ragione.
Ebbene, questo nuovo adattamento di West Side Story potrà far ricredere i malpensanti, dimostrando come non si debba aver paura di riproporre un classico se affidato a un regista di valore, e di come sia persino nostro dovere riportarli a nuova vita.

Steven Spielberg non teme il confronto con il mito, dato che il suo chiaro intento è omaggiarlo e riportarne in alto il nome, né tanto meno con le iconiche figure che l’hanno reso immortale. Azzarda, ma con estrema lucidità e cognizione di causa, nell’affidare quasi ogni ruolo ad attori esordienti o semi-sconosciuti che si riveleranno estremamente talentuosi. Una scelta coraggiosa che riporta immediatamente all’immaginario collettivo creato dal il film del 1961, capace di rendere leggendarie figure quali: la già ben nota Natalie Wood nei panni di Maria e la “seconda Rita di HollywoodRita Moreno, vincitrice del Premio Oscar per la sua straordinaria interpretazione di Anita, che qui possiamo ammirare nuovamente nel ruolo di Valentina.

Tuttavia, i comprensibili timori iniziano ad affievolirsi con l’eccezionale sequenza d’apertura. Seguendo la fuga dei Jets e il primo faccia a faccia con gli Sharks, possiamo conoscere David Alvarez e Mike Faist nei rispetti ruoli di Bernardo e Riff. Entrambi alla prima apparizione sul grande schermo, dimostrano un’ottima presenza scenica e una naturalezza spiazzante nelle tante sezioni cantate per due dei ruoli chiave della narrazione. Come sappiamo bene, facendo riferimento alla tragedia cui West Side Story trae liberamente ispirazione, in Romeo & Giulietta, Tebaldo e Mercuzio sono due dei personaggi chiave dell’opera, vicinissimi ai protagonisti e che riservano alcuni dei più memorabili momenti. Dalla coppia di giovani attori dipendeva dunque molto della riuscita del film e meritano un plauso per la convincente trasposizione dell’appassionante rapporto conflittuale tra i due leader, sfociato in quel magnifico duello al magazzino del sale di cui sentiremo molto parlare negli anni a venire.

Dopo aver conosciuto le bande rivali è arrivato il momento per lo spettatore di incontrare i due innamorati e le paure sopra citate spariscono definitivamente. Ansel Elgort è il volto noto a cui Spielberg si affida per il ruolo di Tony, attore già conosciuto al pubblico soprattutto per Baby Driver di Edgar Wright, l’incompleta trilogia distopica Divergent e il teen-drama Colpa delle stelle. Il giovane attore classe 1994 è caratterizzato da un’espressività particolare, dura e poco incline alle sfumature emotive, cosa che poteva destare una qualche preoccupazione. Non possiamo invece che ricrederci immediatamente di fronte alla sua ottima performance canora e alla palpabile complicità che trasmette la condivisione del quadro con l’emergente Rachel Zegler, per chi vi scrive, vera stella della pellicola.

Entrando per la prima volta nella camera di Maria troviamo l’uragano Anita, di cui parleremo a breve, intenta a vestirla per il ballo. Il tuffo al cuore dello spettatore appassionato nel ritrovare il vestito bianco della ragazza, e lo smarrimento nel vederlo indossato da un’attrice differente dalla stupenda Natalie Wood, è un passaggio obbligatorio. Tuttavia, non appena la giovane classe 2001 mostra le sue capacità canore, possiamo capire cosa abbiano provato Marc Webb e Marc Platt nel provinarla per il ruolo di Biancaneve, prossimo live-action Disney. Fu l’incontro che portò alla dichiarazione: “appena Rachel iniziò a cantare, per noi non c’è più stata nessun’altra.”, in risposta alle critiche per le origini latine della Zegler. Durante la visione di West Side Story, lo spettatore può toccare con mano il perché di quelle parole e la regia di Spielberg non manca di elevarne la bravura, accompagnando la sua straordinaria voce con una gestione della camera da che danza tra il classico e il moderno. Non stupisce che la giovane sia stata premiata con il Golden Globe quale Miglior attrice in un film o commedia musicale ma, in fatto di premiazioni e ovazioni della critica, spicca l’altra vincitrice del globo dorato e nominata Oscar come Miglior attrice non protagonista: Ariana DeBose.

Travolgente è la sua interpretazione di Anita, amica di Maria e fidanzata di Bernardo che, nella parte finale della pellicola, si troverà a condividere la scena con Rita Moreno, interprete della stessa nella versione originale. Il loro è il passaggio di testimone generazionale più riuscito, dove il regista decide di donare ancora maggiore spessore al personaggio. Il ritratto che possiamo ammirare è dunque quello di una donna forte, fiera delle sue origini, indipendente e determinata a guardare alle opportunità che offre la sua nuova casa. La sua straripante energia illumina ogni stanza e si rivela non solo capace di travolgere lo spettatore ma, cinematograficamente parlando, di risvegliare un intero quartiere a più riprese. Già iconica in quello splendido vestito giallo, Ariana DeBose è un faro da seguire nell’indiscusso miglior momento coreografico della pellicola: America.

Perché abbiamo bisogno di West Side Story

Adattando agli anni ’50 la tragedia shakespeariana, e riproponendola fedelmente a 64 anni dal debutto a Broadway, lo spettatore è indubbiamente chiamato a dover sospendere l’incredulità in qualche frangente. La classicità dell’opera permea anche questo adattamento di Steven Spielberg che, tra gli intenti di omaggio e riscoperta di un capolavoro, intende mostrarci come certe dinamiche non siano cambiate. La tragica storia d’amore tra Tony e Maria, ha risvolti fortemente politici e morali che ancora oggi trovano terreno fertile, come lo era a fine 1500 lo scontro tra le casate dei Montecchi e dei Capuleti.

La divisione della società in classi, e la difficoltà di rompere questo meccanismo, è uno dei temi fondamentali del musical in questione, cosa che possiamo ammirare fin dalla prima sequenza. Gli Stati Uniti, da sempre dipinti come il luogo dell’uguaglianza e delle possibilità, rivelano il loro vero volto di nazione schiava del capitale. Le fasce più deboli vengono scacciate dalle loro abitazioni che verranno abbattute per permettere la costruzione di una nuova area: Lincoln Center, centro nevralgico dell’arte newyorkese. Incompresi e abbandonati nella “Terra della libertà” gli emarginati fanno del loro simile il nemico, lottando per la supremazia di un territorio che entrambi non possiedono. Anziché allearsi per fronteggiare il comune oppressore, combattono una guerriglia tra minoranze che perderanno entrambe.

Sia il film del 1961 che l’odierna pellicola di Spielberg, giocano con la verticalità a più riprese ma, su tutte, è impossibile non citare l’iconica scena del balcone. A divedere i due innamorati c’è una grata, simbolo della reciproca appartenenza a due gruppi incapaci di comunicare e trovare un punto in comune. Eppure, entrambi vivono per quelle strade, si affacciano a quei balconi, vivono in quelle case che lentamente si riveleranno essere vere e proprie prigioni. Non possono far nulla per andare via da quel mondo: non gli è concesso.

Se infatti guardiamo con occhio più attento, possiamo notare come a più riprese compaiano in scena dei muri da saltare, cancellate da superare, grate da forzare o balconi da scalare per raggiungere una via di fuga, un amico, un miglior punto d’osservazione o l’amata. Senza rendersene conto i protagonisti si trovano a sbattere quotidianamente contro le ingerenze di un sistema sociale classista e ingiusto, rappresentato da quel quartiere che chiamano: Casa. Giovani e inesperti, i protagonisti troveranno nel gruppo rivale l’unico avversario alla portata verso il quale sfogare la frustrazione data dall’essere invisibili. Ancora una volta, e come non poteva essere altrimenti, sarà l’amore di due giovani di diversa appartenenza a cambiare le cose.

Sono passati 60 anni ma, purtroppo, il mondo non sembra poi tanto diverso. Dovremmo dunque ringraziare Steven Spielberg per averci ricordato, nel miglior modo possibile, come ci siano leggende che dobbiamo continuare a tener vive, tramandandole di generazione in generazione. Purtroppo, il botteghino non ha premiato i suoi sforzi, ma sarà il tempo a riscattare questo suo straordinario lavoro.

Michele Finardi

Dove si può vedere West Side Story di Steven Spielberg?

Il remake di West Side Story è disponibile su Disney+ dal 02 marzo 2022

IL VOTO DEL PUSHER
Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Area tecnica (trucco, costumi, luci, effetti speciali)
Michele Finardi
Planner di salotti cinefili pop fin dalla tenera età, vorrei disperatamente vivere in un film ma non riesco a scegliere quale!
west-side-story-recensione-steven-spielbergIl mito di West Side Story continua a vivere 64 ani dopo il debutto a Broadway e 60 anni dopo i 10 Premi Oscar, grazie a Steven Spielberg. Tra i cantieri del futuro Lincoln Center, quello di Maria e Tony è un amore shakespeariano tra due ragazzi di fazioni diverse: i Jets e gli Sharks. Incompresi, abbandonati nella terrà delle libertà, gli emarginati fanno del loro simile il nemico, reclamando la supremazia di un territorio comune. I volti e le voci di di tutti i giovani interpreti catturano e convincono all'istante nel meraviglioso omaggio di un musica senza età. Spielberg dirige come non succedeva da tempo, regalandoci un'esperienza di cinematografica allo stato più puro.

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