Siamo arrivati al penultimo episodio e non abbiamo ancora capito se questa serie ci piace oppure no. Eppure, continuiamo a guardarla sforzandoci di capire come finirà, qual è il punto, quale scioccante mistero debba svelarsi alla fine di Nine Perfect Strangers.
A Tranquillum House la situazione è degenerata: le visioni stanno prendendo il sopravvento. Frances immagina Tony che le fa proposte d’amore e inizia a dubitare che sia mosso esclusivamente dagli stupefacenti inseriti negli smoothie; Carmel aggredisce Masha credendo sia la nuova compagna di suo marito; i Marconi decidono di fare un viaggio nella droga con Masha per rivedere Zack, anche se Zoe ha molte reticenze. La coppia più anonima resta quella di Jessica e Ben, come al solito.
Mentre Masha si prepara a fare da guida ai Marconi, è costretta a confrontarsi con i suoi ospiti, che la cercano per avere spiegazioni sulle allucinazioni: in questo episodio la donna, apparentemente algida, finalmente si apre. Racconta di avere paura e di aver perso sua figlia, tuttavia non perde il punto. Nonostante gli attacchi di Delilah, vuole portare avanti il suo piano e condurre la famiglia in un’altra dimensione. Nel frattempo anche il giornalista Lars, che documenta tutto, cerca di dissuaderla chiedendole se non stia facendo tutto questo per rivedere la sua bambina deceduta.
Realtà o finzione?
Quello che manda lo spettatore totalmente in confusione, prima di tutto, è il comportamento di Delilah: prima gelosa di Masha, poi sua amante, e ora sta provando in tutti i modi a scappare portandosi via Yaoh, che ovviamente non la asseconda. La sua paura è che muoia ancora una volta qualcuno durante i giochetti di Masha. Iniziamo anche noi a dubitare di ciò che abbiamo davanti agli occhi: ci chiediamo se quello che abbiamo visto nelle puntate precedenti siano le visioni dal punto di vista dei protagonisti o la realtà dei fatti.
La stessa Masha, pur di convincere i Marconi a effettuare il viaggio spirituale, assume gli stupefacenti: in quel momento, senza una ragione, siamo catapultati in una stanza dove lei e Carmel si parlano. Carmel se ne vuole andare, non si sente a suo agio: mentre Masha la guarda, inizia a riconoscere l’individuo incappucciato che le ha sparato in un parcheggio tanti anni fa. In quale dimensione ci troviamo? La realtà oppure l’inconscio di Masha?
Lo scopriremo nell’ultimo episodio, sperando di non rimanere troppo delusi.
Titolo originale: I pompieri di Viggiù Regista: Mario Mattòli Sceneggiatura: Marcello Marchesi, Steno Cast Principale: Carlo Campanini, Ave Ninchi, Silvana Pampanini, Totò, Nino Taranto, Wanda Osiris, Carlo Dapporto, Laura Gore, Dolores Palumbo, Ernesto Almirante Nazione: Italia
Ci sono dei film che, involotariamente, diventano più che pellicole narrative, dei documenti visivi di qualcosa che in realtà stanno rappresentando. Un esempio di questo è I pompieri di Viggiù, di Mario Mattòli del 1949.
Nel piccolo paese di Viggiù, vive un piccolo gruppo privato di pompieri, infastidito dalla celebre canzone di quei giorni: creduta talmente canzonatoria al punto di non farsi chiamare “pompieri” ma “vigili”. Negli ultimi giorni, la gente, specie i bambini, va più di frequente a prenderli in giro: come mai? Scoprono così che, in un teatro di Milano, uno spettacolo di rivista ha una scena con l’odiata canzone. Decidono quindi di recarsi a teatro, dove assitono dietro le quinte a tutto lo spettacolo. Nel frattempo, il comadante (Campanini) scopre che nel cast c’è anche sua figlia Fiamma (Pampanini) scappata da mesi da un collegio. Riuscirà a convincere il padre e la gelosa madre (Ninchi) che la strada del teatro non è così assurda?
Film dalla trama inutile, se non inesistente, I pompieri di Viggiù in realtà è un vero e proprio documentario del mondo teatrale di allora.
Tutto è creato per reggere la scusa di andare con le telecamere e riprendere dei pezzi che, se non ci fosse il film, sarebbero solo rimasti nelle cronache dell’epoca. Il mondo del teatro di rivista, quella cara al mondo del dopoguerra che sentiva il bisogno di rialzarsi dopo le sciagure passate, è qui più rappresentato che mai.
Partiamo banalmente dai due spettatori, marito e moglie (Almirante e Palumbo). Lei impellicciata, pronta per una serata a teatro (lusso per l’epoca), che saluta gente intorno a lei, ridendo sguaiatamente alle scene comiche; lui, carico di binocoli, pronto a vedere solo le gambe delle ragazze che ballano. Ne seguono le ballerine, veramente sulla scena, tipiche dei tempi: arrangiate, che andavano ognuna per conto loro seguendo solo dei passi imposti, ma sorridenti e spesso ammiccanti.
La grande chicca è però la ricerca e il montaggio di Mattòli nell’unire vari sketch, ballati cantati e recitati, all’epoca veramente sulla scena in tutta Italia, facendola passare come un unico spettacolo.
Pensiamo a Carlo Dapporto e Laura Gore. Gli sketch di Petronio, Monsieur Verdoux, Maurice Chevalier, così come un’inedita Perché non sognar (interpretata dalla Gore, ma con la voce di Jole Cacciagli) già nota ai più per essere stata cantata da Nilla Pizzi, sono tratte dalla rivista Buon appettito del ’48. Si passa a Wanda Osiris che a Roma, nella rivista di Garinei e Giovannini Grand hotel, canta due pilastri della sua carriera nella sua sfarzosissima maniera, quali Canto campestre e la celebre Sentimental, scendendo una delle sue leggendarie scale. La stessa Pampanini è protagonista, insieme a Nino Taranto, di due sketch de Nuvole, quali Topi d’albergo e Censura e bikini.
Ultima chicca viene da Torino con C’era una volta il mondo del ’47.
Qui vengono tratte diverse scene, a partire dai balli allusivi al mondo americano. Curioso sentire le canzoni di Messico e Bahia, in italiano sulla scena; ben sapendo che in quegli anni sono anche sullo schermo cinematografico del classico Disney I tre caballeros. La scena però proprio della danza di Bahia ci mostra, dallo spettacolo sopracitato, la coreografia con Harry Feist, che qualche anno prima l’Italia aveva odiato in Roma città aperta di Rossellini, ignorandone le primarie doti di ballerino. Il grande protagonista è però Totò, dove interpreta il celebre sketch del manichino vivente, insieme a due celebri sue spalle quali Mario Castellani e Isa Barzizza.
Da qui infine viene tratto il vero momento magico che il film ha intrappolato e riproposto alle nuove e curiose generazioni, cioè il finale: non il finale del film, ma il finale di uno spettacolo di varietà.
Qui Totò, con tutto il cast della sua rivista, dirige un coro e, in maniera comica ma perfettamente sincrona, anche l’orchestra sottostante, a cui succederanno i cosiddetti “fuochi d’artificio”, dove muovendo le mani imiterà lo scoppio di alcuni giochi pirotecnici. Dopodiché, il Principe della Risata prende la bacchetta dalle mani del direttore e inizia a muoversi, come anteponendo una marcia funebre, portando dietro sé tutto il cast per la celebre passerella, cioè quando tutti gli artisti passavano davanti al pubblico per gli applausi; per passare poi ad una corsa con la marcia dei bersaglieri, sempre da lui capitanata e da tutti seguito, uomini e donne.
3 motivi per vedere il film
Dapporto nella sua visione teatrale, ancora più esagerato ed eclettico che al cinema
Constatare il capovolgimento del passaggio dal vedere un film al vedere uno spettacolo
Curiosare e studiare il mondo teatrale di allora, anche dietro le quinte con cambi scena carichi e rapidi
Quando vedere il film
La pellicola è leggera, non necessita particolari attenzioni per la trama. Tarda domenica mattina, magari prima di pranzo, per poi discuterne a tavola.
Francesco Fario
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Doverosa e dolorosa premessa: per gli amanti del genere horror, ormai, la vita è dura. Ci si aggrappa malinconici a qualche pellicola anni Settanta sperando di trovare prima o poi qualcosa di decente da vedere al cinema.
Difficile spaventarsi con gli zombie, visto che ormai sono sparatutto o drammi psicologici. Impossibile trovare ancora conturbanti i vampiri, dopo aver visto Twilight. Le possessioni, poi, dopo l’Esorcista, sono tutte da quattro soldi. Sicuramente, nel buco nero del genere horror, The Conjuring è stata una delle saghe più interessanti degli ultimi anni (seppur tirata troppo per le lunghe): forse è anche per questo che Malignant è un film che consiglio. Dietro la pellicola c’è James Wan, che definisce questo film la versione horror di Frozen per il forte legame delle due sorelle protagoniste. Un paragone che non può non suscitare quantomeno curiosità. Naturalmente non è solo merito della sua vivida fantasia se questo film della Warner Bros è davvero meritevole di un’ottima recensione, ma andiamo per ordine.
Non è così facile spiegare di cosa parla Malignant senza cadere nello spoiler. Quello che c’è da sapere è che Madison (Annabelle Wallis, già protagonista della saga di Wan) si trova ad avere delle terribili visioni di omicidi: pensa di stare impazzendo visto che nella sua vita recente sono avvenuti dei traumi piuttosto forti, ma ben presto scopre che le morti a cui assiste da spettatrice sono tutte reali. Nulla di eclatante fino a qui, se non fosse che dietro questa trama apparentemente banale si nascondono degli intrecci che lasciano senza fiato. Al suo fianco c’è sua sorella (Maddie Hasson), un paio di poliziotti e un passato dai confini poco nitidi. Chi è l’assassino? Perché Madison ha delle visioni? Non sarà possibile comprenderlo fino alla fine del film, e la conclusione sarà sconvolgente. Tutto quello che si può immaginare durante lo sviluppo della storia non riesce a fare arrivare alla realtà dei fatti, ad un esito coerente: il finale si capisce quando arriva. Dulcis in fundo, c’è un cameo di Mckenna Grace, che quando si tratta di recitare nei film inquietanti è la migliore tra le giovanissime.
Gli effetti speciali
Sapiente l’uso dell’effetto speciale, soprattutto quando si scopre la verità: arrivato alla fine del film lo spettatore è costretto a ripercorrere le immagini nella sua testa per mettere a posto tutti i tasselli del puzzle. Da un certo punto di vista questo film ricorda il senso di smarrimento che ha lasciato in tutti noi il finale del primo Saw – L’Enigmista o de Il sesto senso, ma ovviamente con dinamiche totalmente differenti.
L’ambientazione
Adorabile la falsa patina anni Ottanta: le musiche ricordano film di altri tempi, quando i Goblin potevano ancora scandire con i loro ritmi l’andamento degli zombie di Romero, anime in pena nel centro commerciale americano. Se non fosse per gli iphone che appaiono nel film di Wan, non pensereste nemmeno di essere ai giorni nostri. L’atmosfera è meravigliosa.
Perché vedere Malignant?
La domanda finale, a cui spero di aver riposto con tutti i punti sopra, ha una risposta davvero molto semplice: finalmente è arrivato al cinema un bel film horror. Ci sono tutti gli ingredienti per tornare a casa soddisfatti: c’è la suspense, ma non è una storia arida e priva di sentimento. Tutt’altro: alla fine non ci sarà solo la risoluzione del caso, ma anche quella di un’esistenza. Madison è una donna che deve tornare al comando della propria vita, riprendendo il controllo di ciò che i suoi occhi possono vedere…e non solo.
Torniamo indietro di due episodi: il team di Maggie era stato aggredito dai mietitori all’uscita della metro sotterranea. Le strade dei personaggi si sono divise, e finalmente scopriamo cosa è accaduto a Daryl, indiscusso protagonista di “Rendition” l’ultimo episodio uscito su Disney Plus.
Il quarto episodio di The Walking Dead inizia malissimo, perché un mietitore nel bosco lancia via Dog: si sente un guaito che raggela anche Daryl. Ma non c’è tempo per pensare, è accerchiato: il nostro protagonista inizia a scappare e il giorno dopo cerca subito Dog nei dintorni. All’improvviso, sente abbaiare: ha ritrovato il suo cane! Quello che non si aspetta, però, è che prima di lui, l’ha trovato Leah.
Chi è Leah?
Bella, bionda, abbastanza arrabbiata. Dog sta seduto affianco ad una donna mascherata che sembra conoscere Daryl, ma soprattutto che sembra aver condiviso una relazione con lui.Nella stagione 10, quando Daryl era alla ricerca di Rick, aveva incontrato Leah e il cane. Peccato che alla fine… si sia portato appresso solo il cane. Come mai?
Durante il dialogo con Leah apprendiamo che Daryl se n’è andato senza troppe spiegazioni. Come afferma il silenzioso protagonista: Non me la sentivo di spingermi oltre. Norman Reedus, del resto, non ha mai fatto mistero di non volersi fidanzare nella serie “per restare fedele al personaggio”. Daryl è il nostro scapolo d’oro, ma tutti noi sognavamo una storia con Connie…
Alla fine arriva… il Papa: il nuovo cattivo
Daryl, a parte il noiosissimo flashback amoroso, in questa puntata diventa prigioniero dei mietitori: può liberarsi solo se rivela qualche dettaglio sulla squadra di Maggie.
Dopo aver finto di non conoscere i suoi compagni di viaggio, Daryl si sbilancia con qualche informazione generica su Maggie e la squadra, così viene liberato per assistere all’entrata del nuovo cattivo di The Walking Dead, The Pope: questo capo sembra un santone che non ci pensa due volte ad uccidere uno del suo team. Ovviamente è guidato da Dio nelle sue scelte.
Nonostante la crudezza del gesto – in pratica butta nel fuoco uno della “famiglia” perché secondo lui non ha protetto adeguatamente un compagno deceduto – non restiamo sconvolti più di tanto. Ve lo ricordate Negan quando uccide con la mazza Gleen, sì? I bei tempi andati, quelli dei cattivi veri.
Il doppiogioco
Dopo il battesimo di fuoco, Daryl è ufficialmente “uno di loro” perché ha salvato Leah da un’incendio: prima regola del gruppetto è non voltare le spalle ai compagni. E lui, come sempre, non lo fa. Probabilmente Daryl ha già deciso di fare il doppiogioco per togliersi i mietitori di torno. Ma che fine farà Leah, che li considera la sua famiglia? Per rispondere dovremmo aspettare, anche perché dal prossimo episodio le luci si riaccendono su Negan, Maggie e il Commonwealth.
Posso anche apprezzare le tre storie che vanno parallele, così per gusto di variatio. Ma – ad essere onesti – sono piuttosto annoiata dall’andamento.
Dopo lo scontro definitivo con Thanos in Avengers: Endgame, il Marvel Cinematic Universe ha perso tre dei suoi più grandi eroi. Avendo finalmente reso omaggio a Black Widow nei cinema d’estate, ed aver iniziato un percorso seriale per rendere centrali degli ex gregari (mi riferisco alle riuscitissime serie tv Wandavision, The Falcon and the Winter Soldier e Loki, disponibili su Disney+), è giunto il momento che vengano inseriti nuovi eroi direttamente sul grande schermo. La cosiddetta Fase 4 inizia, questa volta per davvero, anche in sala e non poteva farlo meglio di così. Con un viaggio da San Francisco alle foreste cinesi, passando per Macao, il 25° film MCU ci rende partecipi della nascita di un nuovo difensore: Shang-Chi, adattamento dell’omonimo personaggio fumettistico creato nel 1973 dalla penna e dalla matita di Steve Englehart e Jim Starling. Tutto questo presentandoci anche degli oggetti tanto potenti quanto misteriosi e che, come ci viene suggerito nella prima scena post credits, avranno un ruolo chiave nel futuro del franchise: i Dieci Anelli.
Non si può scappare dal passato
Shaun (Simi Liu) è un giovane ragazzo cinese che vive solo a San Francisco e che, per mantenersi, fa il parcheggiatore insieme alla sua migliore amica Katy (Awkwfina). In un giorno qualsiasi, la coppia viene brutalmente attaccata su di un autobus per il ciondolo che il giovane porta al collo, regalatogli dalla madre defunta. Shaun non potrà più nascondere la verità sul suo passato all’amica e le confesserà che, oltre a chiamarsi Shang-Chi, in realtà è un esperto di arti marziali, figlio del pluricentenario Wenwu (Tony Leung), possessore dei Dieci Anelli e leader dell’omonima organizzazione che li ha aggrediti. Intravedendo un disegno nelle azioni padre, i nostri protagonisti decideranno di intraprendere un viaggio in Oriente per rintracciare Xialing (Meng’er Zhang), la sorella di Shang-Chi, ed impedire che anche il secondo ciondolo possa finire nelle mani di Wenwu, alla disperata ricerca del mitologico villaggio di Ta-Lo.
Un omaggio degno di lode
Con Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli i Marvel Studios riescono, per la prima volta, a far immergere lo spettatore in un contesto fuori dagli Stati Uniti, cosa che erano riusciti a fare soltanto in parte con il similare Black Panther. A differenza della precedente narrazione ambientata in Wakanda, buona parte del film è recitato in cinese ed il cast si compone di personalità asiatiche di varia caratura e origini che, per certi versi, collimano con le loro controparti Marvel. Il protagonista Shang-Chi viene interpretato dal giovane e promettenteSimu Liu, trasferitosi dalla Cina in Canada all’età di 5 anni, seguendo un destino similare al suo eroe. La newyorkese Awkwafina, qui interpreta Katy, anch’essa americana di seconda generazione e, per il ruolo di Wenwu, ecco che abbiamo uno dei nomi più potenti del cinema orientale: Tony Leung, in uno dei rari casi in cui interpreta una figura paterna (la sua infanzia fu piuttosto infelice proprio a causa del padre). Il cast è inoltre composto da Michelle Yeoh, nota al grande pubblico per l’iconico ruolo ne La tigre e il dragone, dalla maleseFala Chen, da Meng’er Zhan, all’esordio nel cinema che conta e dal ritrovato Ben Kingsley, per un inedito Mandarino. La nuova pellicola MCU non si ferma però soltanto ad una sfilata di attori provenienti dall’altra parte del mondo. Fin dalle prime sequenze è chiaro che l’intento è anche, e soprattutto, quello di rendere omaggio ad una cultura affascinante e differente. Immediatamente lo spettatore viene incantato da una danza-combattimento in pieno stile wuxiapian che, per l’ambiente circostante e scelte stilistiche, non può che riportare alla mente le sequenze de La foresta dei pugnali volanti o gli scontri del più recente The Grandmaster del maestro Wong Kar-wai. Con una sempre presente contrapposizione tra bene e male (caratteristica cardine della filosofia taoista ma anche del mondo Disney), a differenza di molte altre produzioni a stelle e strisce, la Marvel Studios riesce a non snaturare il contesto in cui accadono le vicende, amalgamandolo coerentemente con il mondo del cinecomic.
Gli omaggi alla cultura cinese sono numerosi. Dalle creature mitologiche (quanti hanno urlato “Ninetails!” alla vista della volpe a nove code?) allo stile di combattimento tutto ci racconta di una tradizione tanto antica quanto distante. Eppure, non si può fare a meno di notare il ritorno di alcune costanti tematiche. Oltre alla già menzionata contrapposizione tra buono e cattivo, emerge in maniera preponderante il tema dei legami familiari. Il rispetto per i propri congiunti e il desiderio di compiacerli può essere associato al mondo orientale, ma non è poi così distante dal sistema di valori occidentale. Basti pensare che anche Black Widow costruisce tutta la sua storia intorno al concetto di famiglia.
Chi vede nel film Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli una pellicola riservata solo al pubblico della Cina sbaglia. Ci sono alcuni archetipi che vanno oltre la geografia e che appartengono al patrimonio culturale dell’intera umanità. Questo nuovo film della Marvel è, e vuole essere, un prodotto dai toni epici in cui il sentire orientale e i meccanismi narrativi tipici delle grandi storie si intrecciano, con la giusta dose di umorismo a cui le pellicole MCU ci hanno abituato.
Un figlio imperfetto e un padre smarrito
Come ho già detto precedentemente, il cast è sfaccettato ma estremamente convincente. La coppia Shang Chi – Katy trasuda una chimica invidiabile con la seconda che, data l’estrema bravura di Awkwafina, riesce ad essere più di una semplice spalla comica, seppur sempre divertentissima. Non posso non farvi notare un piccolo inside joke inserito all’interno del film, dove l’attrice rimane a bocca aperta di fronte ad una creatura “magica” che ha per lei un volto noto: quello del drago Sisu, doppiato dalla stessa nell’ultimo classico Disney Raya e l’ultimo drago. La vicenda viene narrata con i tempi giusti, facendo letteralmente volare i 132 minuti di proiezione. Priva di grandi sbavature, la sceneggiatura è capace di esplorare l’imperfezione del nostro protagonista e, come di consueto per casa Marvel, andare a trattare il tema familiare da un diverso punto di vista. Un figlio che dovrà dimostrarsi eroe non seguendo le colleriche orme paterne, ma contrapponendosi ai suoi poteri pressoché illimitati. Wenwu, capace di sconfiggere la sua stessa morte, è un villain spezzato e reso cieco dal dolore della perdita dell’amore. La morale di non cedere alla vendetta, di non serrare il pugno ma mostrare sempre il palmo di mano, viene potenziato e mostrato senza l’uso di parole, regalandoci uno dei migliori momenti dell’Universo cinematografico Marvel.
Che ai giovani tocchi rimediare agli errori paterni è un altro tema ampiamente esplorato nel mondo artistico. Shang-Chi rappresenta il tipico eroe in formazione che per arrivare a padroneggiare il potere dei Dieci Anelli dovrà prima fare i conti con il suo senso di colpa. Il viaggio è lo strumento basilare per riscoprire le proprie origini. Far morire il bambino che vide morire sua madre, sarà l’unico modo per rinascere come adulto finalmente in grado di non fuggire le sue responsabilità e di essere presente per le persone a lui care (come la sorella). Un personaggio gentile, ironico e profondamente umano nonostante sia un supereroe.
Una combattiva storia di origine
Il film risulta estremamentedinamico e coinvolgente grazie a delle scene di combattimento corpo a corpo tra le più riuscite nell’MCU, sia per lo stile registico che coreografico. Dopo un primo tradizionale scontro tra i genitori di Shang-Chi e Xialing alle porte di Ta-Lo, assistiamo ad uno scontro agli antipodi nella caotica San Francisco e su di un autobus in corsa. Il combattimento è degno del miglior Bruce Lee, estremamente fluido e chiaro nonostante la complessità di far sembrare il tutto su di un mezzo movimento, passeggeri inclusi! Smarrire lo spettatore con un montaggio poco chiaro o inquadrature non ottimali, tra manovre evasive, traffico, pugni e lame, sarebbe stato molto semplice. Qui tutto questo non accade e viene ulteriormente elevato nel secondo scontro in quel di Macao. Sospesi tra le impalcature di un grattacielo e degli interessanti giochi di specchi, non viene persa l’occasione di richiamare il genere gangster movie made in Hong Kong, che verrà poi ripreso nella seconda scena post credits. Una prima ora più action, caratterizzata da combattimenti urbani, lascerà spazio ad una seconda ora caratterizzata dalla mitologia orientale e dall’esplosione della CGI. Lo scontro corpo a corpo cede il passo alle battaglie corali, con con una diversa impostazione dei quadri che permetterà di ammirare i costumi ben realizzati e la potenza delle figure della cultura orientale sul grande schermo.
L’MCU si espande, diventa sempre più multiculturale con una storia di origine forte che ci proietta verso dei nuovi Avengers, molto diversi da quello con cui siamo stati abituati. Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli non è di certo una delle migliori narrazioni del franchise ma non può che infonderci fiducia per il futurodentro e fuori l’universo supereroistico.
Alla fine dei primi 3 episodi sono poche le cose che sappiamo sulla morte di Tim Kono, anche se ancora non sappiamo dove ci porteranno!
Facciamo un piccolo recap degli indizi raccolti finora:
nel palazzo abita Sting, che odia i cani
qualcuno ha avvelenato Winnie, il cane di Oliver, dopo averlo minacciato a causa del podcast
nel palazzo abita una musicista che suona il fagotto
qualcuno ha ucciso la gatta di uno degli inquilini, e il proprietario l’ha messa nel freezer
Il quarto episodio si apre con un grande colpo di scena: Sting ha perso molti soldi per colpa di una società di investimenti, la stessa per cui lavorava Tim Kono, licenziato per aver combinato un casino. Charles, Mabel e Oliver hanno trovato il loro sospettato principale.
Ma come si fa a incolpare una rockstar?
Serve l’aiuto della direttrice del Podcast amato dai protagonisti All is Not OK in Oklahoma, personaggio che sembra uscito da Il Grande Lebowski! Il consiglio è quello di ‘abbracciare il pasticcio’ e di portare un tacchino a Sting per invogliarlo a raccontarsi. Una scena che merita tantissimo, con il famoso cantante che non si prende troppo sul serio.
Parallelamente, inizia un flirt tra la fagottista e Charles, evidentemente bloccato in un dolore passato con Lucy, la figlia della sua ex, a cui era molto legato e che non vede più.
Una rivelazione scottante
Il secondo colpo di scena è la rivelazione che Mabel conosceva Tim Kono fin da bambina, notizia che lascia di stucco Charles e Oliver. Questa notizia viene data dal figlio di Oliver, veterinario, che è andato a casa del padre per curare il cane.
La puntata si chiude con una scena che non profetizza nulla di buono: Mabel incrocia i titoli dei libri collezionati da Tim con le iniziali di un appuntamento scritto su un suo post-it, intuisce che c’entrano le pietre preziose e la ditta Montrose Gems, di cui scopriremo di più nel quinto episodio e nel sesto episodio.
Quando esce di casa, qualcuno con un cappuccio tirato sulla testa la segue e, nel frattempo, la conduttrice del Podcast sembra aver rubato l’idea al trio di protagonisti.
Da Dune a Warrior Nun, passando per Matrix e Mad Max, il cinema chiede aiuto alla moda per immaginare l’estetica post apocalittica.
Domani, 16 settembre, Dune arriva nei cinema italiani. Denis Villeneuve, regista di Blade Runner 2049, firma questo nuovo film tratto dal romanzo del 1965 di Frank Herbert. Il protagonista Paul Atreides è interpretato da Timothée Chamelet, che a Venezia ha fatto furore con il suo look e il suo carisma.
Il macrocosmo di Dune influenzerà anche i fashion trends?
Il futuro, soprattutto quello distopico, è da sempre al centro di produzioni cinematografiche e letterarie, che nei secoli hanno contribuito ad avviare profonde riflessioni sul destino dell’umanità. Dal mezzo flop (che io in realtà ho adorato) Waterworld, alle serie Netflix Black Mirror e Warrior Nun, passando per Mad Max, Matrixo Hunger Games, la rappresentazione dei prossimi secoli è molto variegata. Nomadi, predatori, streghe, creature del deserto o intelligenze artificiali evolutissime: quale fine ci aspetta? La catastrofe farà ripiombare la società a uno stadio tribale o la modificherà in modo futuristico, con un mondo virtuale governato dalle macchine: questi sembrano i due estremi più plausibili.
Come si vestiranno le donne e gli uomini dopo l’Apocalisse?
L’incertezza del presente causa ansie profonde, per questo è catartico immaginare senza freni e senza paradigmi la moda del futuro. La distruzione e la rinascita, la creazione sulle macerie, il ripensare completamente ai paradigmi estetici per un nuovo mondo, per i nuovi essere umani, è una sfida irresistibile per i creativi.
Jenny Beavan, vincitrice dell’Oscar nel 2016 per i costumi diMad Max: Fury Roadha fatto un lavoro sensazionale, che le è valso la preziosa statuetta. Molti stilisti, invece, hanno portato la moda post apocalittica nella vita reale. Alcuni di loro hanno dedicato a questo trend una o due collezioni, come Balenciaga o Gucci in tempo di Covid, altri ne hanno fatto un loro segno distintivo. Tra questi, Philippe Plein e soprattutto Rick Owens hanno saputo disegnare un guardaroba per lo più genderless, con abiti mutaforma e accessori futuristico/tribali.
Disney+ rinnova la formula dell’appuntamento settimanale, come già sperimentato con Wandavision e Loki.
Disney+ ha acquisito questa deliziosa produzione, che profuma di Hollywood anni 50 ma anche di vita contemporanea. Ogni martedì una nuova puntata ci porta a New York, nell’Upper West Side, in un favoloso condominio di gusto impeccabile. Tra gli inquilini ci sono Mabel (Selena Gomez), Charles (Steve Martin) e Oliver (Martin Short), che non si conoscono tra loro. Nel primo episodio un allarme evacua il palazzo, perché c’è un cadavere al nono piano. Vediamo i tre protagonisti -intenti ad ascoltare lo stesso podcast di True Crime All is Not OK in Oklahoma, ognuno nel proprio appartamento- scappare dal palazzo e ritrovarsi per caso nello stesso ristorante, allo stesso tavolo.
Che succede quando i Boomer incontrano la GenZ?
Steve Martin e Martin Short sono eccezionali nell’interpretare due settantenni reduci da una vita di successo nello show business. Il primo è un attore caduto nel dimenticatoio, dopo che negli anni ’90 aveva interpretato il famoso detective Brazzos. Vive una vita metodica e puntigliosa, prepara ogni giorno una omelette ai peperoni che butta nel secchio. Il secondo è un regista teatrale che ha fatto più flop che successi, al verde, ma pieno di energia e inventiva. Selena Gomez interpreta una giovane piena di segreti: non sappiamo quasi nulla di lei, vive in uno degli appartamenti più lussuosi di proprietà della zia, disegna molto bene, ma alcune cose che racconta di sé si rivelano mezze verità.
Questo trio, apparentemente male assortito, è unito dalla passione per i crimini e soprattutto dall’aver incontrato insieme in ascensore Tim Kono, il ragazzo morto al nono piano, poche ora prima che si suicidasse.
Le indagini private proseguono con la domanda “Conosci davvero il tuo vicino di casa?”, perché ognuno sembra nascondere qualcosa. Nel delicatissimo gioco della sophisticated comedy hollywoodiana trovano posto tutti i fattori di successo di una serie: l’ambientazione raffinata ma contemporanea, le generazioni a confronto, l’uso della tecnologia, il tentativo di nascondere segreti e dolori personali. Tutto condito dalla grandissima capacità attoriale dei due mostri sacri della comicità anni ’90.
Il podcast: un co-protagonista contemporaneo
Il podcast, strumento di intrattenimento e di formazione esploso durante il lockdown e i mesi di emergenza sanitaria, entra come protagonista in una serie tv. Il podcast che i protagonisti ascoltano li appassiona a tal punto che ne fanno un appuntamento fisso ed è argomento di conversazione. Inoltre, Oliver decide di crearne uno che possa raccontare la loro indagine amatoriale su Tim Kono, mettendo a frutto le sue esperienze di regista e le esperienze attoriali di Charles. Molte delle scene più divertenti ruotano intorno alla produzione di questo podcast.
Selena Gomez icona della GenZ
La sua interpretazione mi ha molto colpito. Lontanissima dalla ragazza sorridente e perfetta, interpreta una giovane tormentata ma molto sicura di sé. Non è accondiscendente con gli altri due protagonisti uomini, vuole pagare il conto al ristorante la sera dell’evacuazione e con le sue intuizioni fa progredire l’indagine. Allo stesso tempo non ha pregiudizi verso gli altri, anzi, cerca di connettersi con un’altra epoca per conoscerli meglio. Infine, non ha un look provocante e io l’ho apprezzato. Molti dei suoi abiti sono quasi genderless, tute intere con anfibi o jeans e maglioncino: non c’è stata -almeno finora- la volontà di sessualizzare questo personaggio, di cui finora sappiamo un paio di cose, però molto importanti. Mabel, infatti, tanti anni prima era molto amica del ragazzo trovato cadavere e insieme a Zoe e Oscar, il figlio del custode del palazzo, formavano un quartetto di investigatori fai-da-te, gli Hardy Boys. Ben presto, però, da detective si trasformarono in ladruncoli di piccoli gioielli nei vari appartamenti.
Come finisce il terzo episodio?
Alla fine dei primi tre episodi sappiamo che Oscar tanti anni prima venne accusato dell’omicidio di Zoe, avvenuto all’interno del palazzo. Tim poteva testimoniare a suo favore, ma non lo fece, con grande sorpresa di Mabel. Il padre di Oscar, che vive e lavora ancora lì come tuttofare, racconta alla giovane che Oscar è uscito di prigione e la prega di non farsi rivedere mai più. Scopriamo anche Tim stava aspettando di ricevere un pacchetto, contente un anello e che la sua casa è piena dei libri che da bambino leggeva con Mabel, e dentro alcuni di questi sono nascosti gioielli.
Pian piano avremo tutti i pezzi di questo patinato puzzle per poter avanzare qualche ipotesi, ma il quarto, il quinto e il sesto episodio svelano nuovi indizi! Non solo: visto il successo che ha avuto, la serie è stata rinnovata per una seconda stagione.
Quando escono gli episodi in Italia?
Only Murders in the Building episodio 1,2,3 in streaming da martedì 31 agosto
Clickbait è una nuova miniserie di genere thriller disponibile in streaming dal 25 agosto.
Creata da Tony AyresClickbait è stata girata a Melbourne, nonostante sia ambientata negli USA e le riprese hanno subito lo stop causato dal Covid nel marzo 2020. La serie è composta da otto episodi della durata di 50 minuti.
Clickbait, la trama
Partiamo dalla spiegazione del titolo: il Clickbait è un adescamento degli utenti di internet, finalizzato all’aumento delle rendite pubblicitarie. Infatti chi naviga sul web è spinto a cliccare e visitare le pagine di un sito grazie a un’esca – un titolo, un articolo, un video, una fotografia – il clickbait per l’appunto.
La vicenda ha inizio nel momento in cui su internet viene caricato un video/clickbait in cui un uomo, che si scoprirà essere Nick Brewer (Adrian Grenier), marito, fratello e padre affettuoso, mostra un cartello su cui ha scritto: “Io abuso delle donne. A 5 milioni di visualizzazioni morirò”. Tutti si chiedono se si tratti di un fake o se il video sia vero. L’unica cosa certa è che le visualizzazioni si moltiplicano di secondo in secondo e con esse aumenta la sensazione di panico di amici, parenti e spettatori perché la vita di Nick sembra appesa a un filo.
Nick non risponde al telefono, i detective iniziano a indagare e l’immagine di marito e padre perfetto piano piano si frantuma in seguito alla scoperta di particolari segreti sulla sua vita. Il pubblico scatenerà tutta la sua cattiveria sul web. Ma dove sta la verità? Nick è morto in seguito ai cinque milioni di visualizzazioni o è ancora vivo?
Clickbait, la costruzione del racconto
Lo spettatore scopre gli eventi grazie a otto protagonisti della vicenda, che offriranno il proprio punto di vista ognuno in un episodio: la prima puntata è dedicata alla sorella di Nick, la seconda al detective, la terza alla moglie e così via, fino al finale di stagione in cui si scopre tutta la verità e saranno rivelate le risposte a tutte le domande.
In ogni capitolo quindi lo spettatore avrà la possibilità di ricostruire mentalmente la vicenda attraverso il soggettivo punto di vista del personaggio di turno che offrirà il suo pezzo per la composizione del puzzle finale.
L’intricato racconto noir e crime sarà ricco di colpi di scena e di ribaltamento di giudizio dei personaggi e dello spettatore: le vittime diventano carnefici e poi nuovamente vittime; i carnefici a loro volta diventano vittime. Nick è il primo – di una serie di personaggi – a essere esposto al pubblico ludibrio; a essere negativamente giudicato sia dagli inquirenti che dagli utenti del web.
Mitomani e haters rendono ancora più complicata la ricerca della verità e il livello di coinvolgimento dello spettatore sarà altissimo fino allo svelamento della verità dei fatti tutt’altro che immaginabile o lontanamente intuibile, nell’ottavo episodio.
Clickbait, le tematiche affrontate
La serie, cavalcando il filone inaugurato da Black mirror, mette in scena i lati negativi, oscuri e violenti della rete e della tecnologia, quando utilizzata in modo scorretto. Il video viene diffuso in una realtà in cui l’utente medio è comunque colpevole del click e del conseguente raggiungimento dei cinque milioni di visualizzazioni.
Ma nel web ci sono anche utenti che sono subito disposti a puntare il dito contro gli altri etichettandoli con epiteti violenti e minandone la solidità psicologica. Persino coloro che vogliono aiutare i protagonisti e i detective in realtà lo fanno per ragioni poco nobili: per divertimento personale, per scommessa, per dimostrare la propria bravura come hacker.
Ma nel mirino di Clickbait non finisce solo Internet con le sue app per incontri e i social network. Nella serie è presente una critica alla pressione mediatica in generale, all’insistenza delle troupe televisive che assediano letteralmente la casa dove vive la famiglia di Nick, al reporter senza scrupoli che rinuncia a una qualsiasi forma di deontologia pur di portare a casa lo scoop.
Per ogni bambina fare sport è sinonimo di divertimento: ovviamente, i genitori sanno che è anche molto importante per lo sviluppo muscolo-scheletrico e per mantenere il giusto peso forma, evitando condizioni di sovrappeso. Non solo, si tratta anche di un momento di aggregazione e di socialitàcon altri coetanei e, in alcuni casi, consente di prendere confidenza con le prime, piccole competizioni.
Nel momento in cui bisogna compiere la scelta, è fondamentale ascoltare i desideri delle proprie figlie, tenendo sempre conto che ognuno ha delle preferenze ben precise. In caso di incertezza, tuttavia, può essere d’aiuto conoscere quelli che sono gli sport più amati dalle bambine, così da scoprire se tra questi si cela la disciplina in grado di appassionare anche la propria figlia.
Il fascino senza tempo della danza classica
La danza classica è sicuramente una delle discipline sportive a cui le bambine guardano da sempre con grandissimo interesse, grazie all’attrattiva esercitata dalla spettacolarità dei movimenti, dalla bellezza dei tutù e dalla musica.
Si può iniziare anche da giovanissime e consente di imparare movimenti coordinati grazie alle cinque posizioni principali adottate nella disciplina, che vanno dal semplice plié, che consiste in un piegamento sulle gambe divaricate, all’arabesque.
Inoltre, com’è noto, la danza classica è anche un ottimo punto di partenza, in quanto risulta propedeutica ad altri tipi di ballo che, se apprezzati dalla bambina, possono essere intrapresi più avanti.
Dal punto di vista dei benefici portati dall’allenamento, è bene ricordare come questa disciplina permetta di sviluppare un’elevata coordinazione così come di potenziare la muscolatura di braccia, gambe e glutei.
La pallavolo: sport di squadra per eccellenza
La pallavolo è senza dubbio uno degli sport di squadra più amati dalle bambine, che possono iniziare ad avvicinarsi a questa disciplina già a partire dall’età scolare.
Grazie a questa disciplina è possibile favorire lo spirito di collaborazione e solidarietà, nonché incrementare la socialità, imparando al tempo stesso l’importanza del rispetto delle regole, non solo durante una partita ma in qualsiasi genere di contesto.
Praticando la pallavolo è possibile potenziare l’apparato scheletrico e quello muscolare, in particolar modo per ciò che riguarda addominali, gambe e braccia. Ciò è possibile anche grazie ai numerosi movimenti da compiere durante un set: si va infatti dall’allungare le braccia per alzare la palla a una compagna al saltare per arrivare alla rete, passando per il posizionarsi correttamente per la ricezione.
Favorire coordinazione e concentrazione con la scherma
La scherma è uno sport molto amato nel nostro paese, in cui vanta una lunga e gloriosa tradizione, ed esercita grande fascino anche tra le bambine. Generalmente, la passione per questa disciplina nasce anche grazie alle Olimpiadi, che permettono di farne scoprire tutta la bellezza e le potenzialità.
Anche nella scherma la coordinazione assume un ruolo primario. Inoltre, nonostante si tratti di una disciplina cosiddetta asimmetrica, in quanto coinvolge principalmente una parte specifica del corpo, è uno sport che richiede anche una certa dose di attenzione e concentrazione.
Per quanto riguarda i benefici a livello fisico, la scherma permette di sviluppare tutta una serie di muscoli del braccio e delle gambe, senza mancare di impattare positivamente anche sulla postura.
Acquisire grazia e abilità con la ginnastica ritmica
La ginnastica ritmica, così come la danza classica, è in grado di affascinare moltissime bambine grazie alla bellezza degli esercizi e all’impiego di strumenti come le clavette, il nastro e la palla.
Si tratta di una disciplina completa e versatile, in quanto coinvolge l’intero corpo. I muscoli e le ossa si rafforzano e anche l’ossigenazione sanguigna trae benefici dal movimento aerobico.
Naturalmente, la difficoltà degli esercizi cambia e aumenta con il passare dell’età, ma si tratta di uno sport che può essere praticato già a partire dai 4 anni.
La passione per il nuoto alimentata dai successi dei grandi campioni
Il nuoto è da sempre tra le discipline più amate dalle bambine, anche grazie alla presenza di figure importanti in cui identificarsi. Una sportiva come Federica Pellegrini, infatti, nel corso degli anni ha esercitato e continua a esercitare un forte ascendente sulle nuove generazioni.
Com’è noto, il nuoto è molto importante per lo sviluppo del corpo, in quanto consente di tonificare la muscolatura, di acquisire una mobilità maggiore dal punto di vista delle articolazioni e, soprattutto, di allargare le spalle.
Si tratta di uno sport perfetto da praticare fin da piccoli e talvolta risulta molto importante anche perché permette di vincere la paura dell’acqua, molto comune nei primi anni d’età.
L’ho adocchiato mentre lo stava leggendo mia sorella al mare. Ne ho letto la trama e ne sono rimasta incuriosita. E così è arrivata la proposta della lettura del mese dei Postumi Letterari: La biblioteca di mezzanotte di Matt Haig (edizioni e/o).
Descrivere con la solita metafora alcolica che tipo di lettura è stata quella del libro del giornalista inglese non è semplicissimo. Direi che è come un vino buono, dal gusto già provato. Ne ricordi il nome ma, allo stesso tempo, puoi sorseggiarne un bicchiere per tutta la serata e non avere voglia di prenderne un altro quando lo finisci. Perché il romanzo di Haig ha dei temi interessanti e una narrazione lineare, ma ci sono degli aspetti che stonano e che non rendono la storia avvincente.
Indice
La biblioteca di mezzanotte: recensione video e audio
Audio Recensione
Video recensione
La biblioteca di mezzanotte: trama
Il libro, narrato in terza persona, segue da vicino la vita (o forse dovremmo dire le vite) di Nora Seed, una trentenne di Bedford (Inghilterra) che all’inizio del romanzo decide di togliersi la vita. La ragazza, infatti, ha collezionato solo fallimenti: non è diventata una campionessa di nuoto come avrebbe voluto suo padre, né una rock-star come avrebbe desiderato suo fratello che per questo motivo non le parla più da tempo. Lavora in un negozio di musica, ma il proprietario la licenzia perché il suo aspetto rivela molto del suo stato d’animo. Nora non ha una relazione dopo aver abbandonato il suo compagno a pochi giorni dal matrimonio. Non ha neanche più amiche strette da quando Izzy se ne è andata in Australia e non si fa sentire spesso.
Completamente sola e priva di scopo, Nora non riesce a reggere il senso di disperazione alla notizia della morte del suo gatto Voltaire. Decide così di tentare il suicidio. A cavallo tra la vita e la morte, Nora arriva in una biblioteca dove Mrs Elm, la bibliotecaria che conosceva da studentessa, le rivela che i volumi contenuti sugli scaffali sono tante versioni alternative della sua vita generate a partire da scelte fatte in modo diverso. Nora ha la possibilità di provare tutte quelle che vuole e anche di rimanere in quella dove potrà sentirsi felice e appagata. Avrà così l’opportunità di cancellare i suoi rimpianti e di trovare la vita perfetta.
Depressione e solitudine
Il libro di Haig potrebbe essere l’ideale per chi sta attraversando un periodo difficile e ritiene che la propria vita non abbia nulla di positivo o di valore. L’intento dell’autore è quello di parlare di argomenti complessi e comuni – quali la depressione e gli stati d’ansia – attraverso la storia e le vite di Nora Seed.
La conclusione alla quali arriva (se non avete letto il libro e non volete SPOILER, saltate questo paragrafo e tornate a leggere quando lo avrete fatto) è piuttosto scontata – alcuni potrebbero definirla buonista, come ha detto la nostra direttora Alessia durante la live -. La vita che Nora vuole vivere è quella che ha tentato di lasciare. Matura questa decisione dopo essere stata tante versioni di lei diverse, dopo un incontro ravvicinato con un orso polare e soprattutto dopo aver vissuto la vita perfetta. Ogni esperienza la porta a riscoprire la voglia di vivere e le suggerisce che non servono grandi obiettivi o grandi relazioni per sentirsi felice di esistere. Capisce che ciò di cui ha bisogno è il potenziale ed esso è contenuto nella vita stessa.
La cura per chi non riesce a trovare motivi validi per esistere è cambiare il proprio sguardo. È quello che ha fatto lo stesso Matt Haig quando da giovane ha sofferto di depressione. Il suo modo di sopravvivere è stato cercare piccole cose della sua vita per cui essere grato. Lo ha raccontato in chiave autobiografica in un altro libro, Ragioni per continuare a vivere e lo ha fatto ora con il romanzo che abbiamo letto.
Certo, il tema non ha molto di originale. Tutti quelli che hanno affrontato un percorso di psicoterapia sanno che questa è la chiave per cambiare il modo in cui ci si sente. Il libro ha poco da aggiungere a chi già fatte sue queste consapevolezze. Tuttavia, può essere un buon monito e sarebbe molto d’aiuto ai ragazzi e alle ragazze digiuni di questi argomenti.
Vite alternative
L’aspetto più originale del libro è dato dalla scelta di far riabilitare la protagonista attraverso le sue vite parallele. Haig è bravo perché tenta di dare anche una spiegazione fisica del fenomeno spendendo delle righe per dirci che la biblioteca non è nient’altro che una proiezione mentale di Nora stessa per accedere poi al multiverso (no, Loki e la Marvel non c’entrano nulla).
Di vite ce ne vengono raccontate tante e ogni volta è divertente e interessante vedere come i vari pezzi dell’esistenza di Nora (ciò che le piace, i suoi amici, i familiari, gli amanti) si combinano in maniera spesso strana e imprevedibile. Anche qui, nulla di troppo originale, ma di certo ti dà modo di riflettere sulla grande domanda che tutti ci siamo fatti almeno una volta nella vita: “E se…”.
È bello pensare di poter essere tante cose diverse. È bello anche immaginare che esistano versioni della nostra esistenza in cui abbiamo altro, magari di più o magari di meno, e sapere che questo ci rende persone differenti. Perché, in fondo, ognuno di noi è molteplice. Non abbiamo una forma rigida, né possiamo definirci in maniera precisa e oggettiva. Siamo sempre in trasformazione e siamo infinite possibilità di essere. Il libro ce lo ricorda e questo è piacevole.
Il gioco di scacchi nella Biblioteca di mezzanotte
Nora ricorda la bibliotecaria Mrs Elm per le partite di scacchi che facevano a scuola. Capita più volte che Haig ci mostri le due intente a studiare le pedine mentre parlano della decisione di Nora su quale vita provare.
Questo rituale non è di certo casuale. Il gioco degli scacchi (come ci racconta la serie La regina di scacchi) è interamente basato sulla strategia. Ci vuole talento, sì, ma serve soprattutto testa. Quelle partite che giocano Nora e Mrs Elm non sono altro che metafore della vita stessa. Il talento è il potenziale di serenità e bellezza che ognuno di noi può trovare, le mosse sono le nostre scelte e la strategia è il modo in cui ci approcciamo all’esistenza.
Nora riesce a trovare la sua. Il suo esempio dovrebbe rendere la strada più semplice a tutti noi.
Una protagonista femminile e un autore maschile
Nora Seed è un personaggio che deve raccontarci uno stato d’animo. Di lei sappiamo tanto non solo perché ci viene presentata in tante esperienze di vita diverse, ma anche perché ci viene sempre dato accesso ai suoi pensieri e alle sue emozioni dalla voce del narratore. Un personaggio femminile credibile che, però, ha uno spessore limitato dallo scopo che serve. I suoi ragionamenti sono molto lineari (anche se può sembrare di no) e scontati. In definitiva, c’è una semplificazione del pensiero umano che un po’ dispiace in un libro così propenso a parlare di temi psicologici.
Ho trovato un po’ banale che la vita perfetta di Nora sia avere un marito e una figlia. Sì, c’è anche una brillante carriera universitaria e un cane, ma si tratta di una rappresentazione idilliaca e molto connotata a livello sociale che potrebbe creare un po’ di disagio in chi legge. È vero che poi il libro vira verso altro e ti fa capire che la vita perfetta non esiste e che bisogna fare il meglio con ciò che si ha… ma il sapore amaro in bocca un po’ resta e la domanda che risuona nella testa è sempre la stessa: basta solo avere una famiglia per essere felici?
Lo stile della Biblioteca di mezzanotte
A mio avviso, Haig usa una tecnica di scrittura molto cinematografica. Ci sono dei capitoli brevissimi, composti da qualche riga e basta, messi in snodi narrativi particolari che mi hanno ricordato gli stacchi in chiusura e poi in apertura delle scene dei film. Essi servono come raccordo tra due momenti diversi della narrazione, ma anche a fissare degli stati d’animo o a fotografare un istante. Tutte le descrizioni sono molto vive e dettagliate e i dialoghi scorrevoli. Alcuni, però, li ho trovati ridondanti. Lo sono spesso quelli tra Nora e Mrs Elm nella biblioteca (tanto tempo passato a ripetersi “Perché non è successo questo?”, “Perché non lo vuoi”, “Ma come non lo voglio?!”, “Non lo vuoi”).
Anche la voce narrante mostra un eccesso di retorica. Le parti dedicate al tema della storia sono troppo spiegate con frasi a effetto che potevano benissimo funzionare se fossero state la metà. La storia è semplice e parla già da sola. Tante parole sono superflue.
Ho trovato un po’ troppo semplicistica la risoluzione narrativa del finale. Non a livello di tema, ma di storia. Venire a scoprire che il fratello non era davvero arrabbiato con Nora, ma la evitava perché aveva problemi con l’alcol e si vergognava… be’, è una spiegazione un po’ debole dopo quanto ci era stato detto. Una riappacificazione avrebbe avuto più senso a livello di coerenza.
Chi dovrebbe leggere La biblioteca di mezzanotte
A differenza di Non buttiamoci giù, il libro di Nick Hornby che abbiamo letto e che tratta lo stesso tema, La biblioteca di mezzanotte lo vedo adatto ai giovani. Non è un libro per adolescenti, ma per i ragazzi dai vent’anni in su sì. Potrebbe essere di conforto, soprattutto in un periodo come questo dove depressione e ansia si stanno diffondendo (purtroppo) a macchia d’olio.
Dato che La biblioteca di mezzanotte è stata una lettura condivisa con voi che fate uso delle nostre dosi di cultura, abbiamo organizzato una diretta Facebook per parlare del libro, andata in onda lunedì 6 ottobre. Per chi se la fosse persa, ecco il video.
La lettura del prossimo mese
Il libro scelto per il mese di settembre è un manga: La Divina Commedia di GoNagai. Mi sembrava il modo più giusto per celebrare il settecentesimo anniversario della morte del Sommo Poeta (14 settembre).
Se volete condividere con noi l’esperienza di lettura, non dovete far altro che leggere il libro entro la fine di settembre!
Non è venerdì sera senza la nostra dose di Tranquillum House: ormai il dosaggio di “felicità” inizia a dare esiti davvero incontrollabili, tanto che Masha chiede ai suoi ospiti di non avvicinarsi all’acqua per evitare pericoli.
Le allucinazioni sono incontenibili: i dolori del passato riemergono, sono qui davanti ai nostri occhi e ci mettono di fronte all’obbligo di ricordare. In alcuni casi le scene sono divertenti, come per Francis, che finalmente riesce a buttare – letteralmente – nel water l’uomo che l’ha ingannata; in altri casi un po’ meno, come nel caso di Jessica, che vede il proprio naso cadere nel lavandino. E così Tranquillum House diventa per un attimo la casa del terrore.
Il dramma, però, è quello della famiglia Marconi, che rivede Zack: madre, padre e figlia rivedono il loro caro, morto suicida. Heather non reggerà il colpo, perché dal “confronto” col figlio emergerà la sua più grande verità nascosta. Quella di aver letto il bugiardino delle medicine anti-asma che dava al figlio e di essere a conoscenza del fatto che potevano generare tendenze suicide. A questo punto, però, Masha fa una strana proposta ai Marconi: chiede loro di partecipare a una sorta di seduta di gruppo per creare una realtà parallela in cui Zack esiste.
La bambina interiore
Scopriremo nel prossimo episodio quale gioco psicologico sta per attuare la padrona di casa, nel frattempo i riflettori si accendono proprio su Masha: la bambina in bicicletta che abbiamo visto nei suoi sogni e nei suoi ricordi non è lei, ma probabilmente è sua figlia. E l’ultimo flash la ritrae mentre viene investita da un’automobile. Ma non è l’unico velo che viene alzato da questo sesto episodio: Carmel ha un segreto oscuro. In realtà si è recata da Masha perché sa che tra lei e suo marito, in passato, c’è stata un’avventura.
Carmel è disperatamente alla ricerca di una risposta: è convinta che il marito la amasse e non comprende perché abbia deciso di farsela con altre donne, per poi lasciarla per una ragazza più giovane. Questo movente, più la sua incontrollabile aggressività, fanno credere a Masha che sia lei a scriverle le frasi minacciose viste nei precedenti episodi: ma la donna nega.
Lo Scoop e la Love Story
La manipolazione di Masha, comunque, non è solo legata al destino dei suoi ospiti, ma anche al suo: lei stessa riconsegna un telefono a Lars per video-documentare Tranquillum e garantire al giornalista lo scoop che sta cercando. La conquistatrice non ha alcuna intenzione di restare nel buio ancora a lungo e vuole arrivare al successo con il suo progetto. Come scrivevo nelle prime recensioni, lo spirito da manager è rimasto lo stesso, non basta un vestito da hippy per eliminarlo.
Chiudo con la nota più dolce: finalmente Tony e Francis si sono baciati. Questi due personaggi messi insieme sono davvero teneri e divertenti: almeno una gioia ogni tanto ce la regala anche il resort del dolore, dove perseverano anche i nervosismi di Delilah nei confronti dei processi suggeriti da Masha.
Tutto quello che potrà andare storto, andrà storto
Titolo originale: 25th Hour Regista: Spike Lee Sceneggiatura: David Benioff Cast Principale: Edward Norton, Philipp Seymour Hoffman, Brian Cox, Barry Pepper, Rosario Dawson Nazione: USA
Oggi, ben 20 anni fa, il mondo subì un trauma. Un evento ci lasciò con gli occhi spalancati e tanta paura. Paura del domani, paura degli altri, paura di ciò che stava accadendo. Tutti eravamo, chi più chi meno, a New York. La Città che “non dorme mai”, quella dove le strade sembrano familiari (anche se è la prima volta che la vedi) perché sicuramente ci hanno girato qualche film. Quella città, quell’11 settembre 2001, era avvolta dalle grida, dal fumo di macerie e dalle sirene dei soccorsi, perché, insieme ad altre città, fu vittima di una serie di attentati che cambiarono la storia. Uno dei primi film che venne ambientato a New York dopo il disastro delle Torri Gemelle fu La 25° ora, con la regia di Spike Lee.
Monty Brogan (Norton) è uno spacciatore che vive a New York nel 2002. A seguito di una perquisizione, dove la polizia ha trovato nella sua abitazione svariati grammi di cocaina e diversi contanti, la polizia ha condannato Monty a sette anni di carcere. Nell’ultimo giorno disponibile, Monty prova a capire il perché di questo suo destino; e decide di passarlo in compagnia delle persone a lui più care, oltre che al suo cane: la sua ragazza Naturelle (Dawson), l’insegnante Jacob (Hoffman) e il broker Frank (Pepper), entrambi suoi migliori amici. Ad accompagnarlo in carcere, sarà suo padre James, ex pompiere, che prova a fargli vivere una metaforica 25° ora di libertà…
Potente e carico come l’ineluttabilità delle cose, la 25° ora è un po’ diverso dal romanzo originale. La causa è dovuta proprio a ciò che accadde l’11 settembre 2001.
Come molti fan del regista sanno, Spike Lee rapporta spesso personaggi e città, come se queste ultime fossero anche esse parte della trama, quindi con delle emozioni e complici di quanto sta accadendo. Mai come in questo film, Lee ce ne dà un esempio. Il vuoto che il protagonista cerca di colmare, andando alla ricerca di risposte tra i suoi amici e i suoi affetti è come quell’enorme buco a Ground Zero, che per la prima volta e più riprese viene mostrato al cinema dopo l’11 settembre. La sua vita è costellata da personalità-simbolo: l’ipocrisia (Jacob), il cinismo (Frank), la malinconia (James) e l’ardente passione (Naturelle)
Le emozioni di Monty sono le stesse che provavano tutti i newyorkesi: rabbia e rancore, ma anche amore e profonda conoscenza di se stessi. Ciò è evidente nel celebre monologo che il protagonista (anzi il suo riflesso) afferma:
I riferimenti all’11 settembre sono tanti. A partire da James, che ha perso molti colleghi in quel fatidico giorno. Frank e il suo essere senza scrupoli gli permettono di acquistare un appartamento di lusso, ormai a poco prezzo, perché affaccia proprio nell’enorme voragine delle macerie delle Torri Gemelle. Anche l’amtosfera è diversa: non vediamo più una New York piena di luci e sempre sveglia, viva; ma grigia di giorno e blu di notte, come se stesse eleborando qualcosa con se stessa.
Una cicatrice che ha impiegato anni a rimaginarsi e ancora fa male alla Grande Mela, come appunto quegli anni di carcere che Monty non dimenticherà.
3 motivi per vedere il film:
Edward Norton, sempre intenso e capace di unire un ossimorico oltreuomo inerme
Il montaggio di Barry Alexander Brown
La fotografia di Rodrigo Prieto
Quando vedere questo film:
Di sera, quando si vuole ricordare e lasciarsi un po’ prendere dal livore e dalla malinconia
Francesco Fario
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Certo che Camila Cabello ne ha fatta di strada dai tempi delle Fifth Armony. Già in quella età dell’oro, tuttavia, la giovanissima cantante dell’Avana aveva dimostrato di avere quel quid in più, confermato per l’ennesima volta nella sua carriera da solista. E come spesso accade nel mercato americano se “funzioni” vieni spalmata un po’ ovunque. Da Britney Spears a Lady Gaga, passando per Christina Aguilera e Beyoncé, tutte le pop star prima o poi fanno un film: e forse quel faccino pulito di Camila e quel timbro da soprano, l’hanno resa perfetta per interpretare la protagonista di una fiaba.
Il riscatto di Cenerentola
Ma c’è di più: Camila è anche latino-americana. E sappiamo bene anche quanto allo show business questo piaccia al momento, perché neanche in modo troppo latente va a stuzzicare l’immaginario del “riscatto latino“, un po’ alla Jenny from the Block.
Cenerentola, del resto, è la storia del riscatto per eccellenza. La figliastra di una donna cattiva riesce a sposare un principe nonostante le angherie della matrigna e delle sorellastre. Cosa resta della Cenerentola Disney nel nuovo film del 2021? La storia è la stessa, ma calata nel contesto di emancipazione femminile attuale.
La fata è un uomo
Non si parla solo di questione femminile, naturalmente. La fata madrina sembra a tutti gli effetti uno stylist gay (Billy Porter). La scelta è simpatica e moderna, forse troppo. Queste caricature che continuano ad essere riproposte sullo schermo non fanno altro che rinvigorire polemiche e stereotipi. Ma non perché ci sia qualcosa di male – e ci mancherebbe pure – ad essere uno stilista gay, ma perché ogni pretesto – su grande e piccolo schermo – è sempre buono ormai per emancipare qualcuno. Lo avevo notato anche in Fear Street, la miniserie di Netflix e nel reboot di Charmed. Troppi temi caldi buttati nel calderone solo per cavalcare l’onda.
Siamo ancora in grado di sognare?
Da un lato vorrei chiedere a sceneggiatori e registi di smetterla di modernizzare tutto, dall’altro mi chiedo se sarei in grado ancora di guardare Biancaneve con gli stessi occhi ingenui di qualche anno fa, o se quel modello di sogno è ormai superato, e anche le favole quindi devono adattarsi al presente. Con tutti questi adattamenti, però, si rischia di guardare anche una favola come se fosse la quotidianità. E se da un certo punto di vista questo la rende più facilmente raggiungibile, da un altro le fa perdere quell’aura di sogno che non necessita per forza appigli con la realtà per espletare il suo ruolo catartico.
Ella vuole diventare una sarta famosa e passa le sue giornate a cucire vestiti, accompagnata solo dai suoi amici topini. Andrà al famigerato ballo del principe solo per trovare degli acquirenti e riuscire a realizzare il suo sogno. Si troverà scissa, come spesso accade alla donna moderna, tra amore per il principe e carriera. Anche la lotta con la matrigna diventerà un pretesto per far emergere gli stereotipi della società: una donna non può farcela da sola, deve trovare marito. E la matrigna stessa è stata vittima di questa ingiustizia. Cosa sceglierà Ella alla fine? Se stessa. Un concetto stressato anche dalla Cabello nel video di Havana, minuto 5.08. Che farà il principe? Naturalmente quello che si aspetta da lui una donna di oggi. Da questo punto di vista il modello per le bambine è favoloso, devo ammetterlo. La Cenerentola della Disney non mi aveva insegnato niente in confronto, tranne ovviamente che i sogni son desideri. La Cenerentola 2021 vuole realizzarli tutti, altro che chiuderli in fondo al cuor!
La colonna sonora e il cast canterino
Con Cabello alla guida di questo film, che non è della Disney ma della Columbia, i riflettori sono accesi sulle canzoni. Anche troppo, specialmente perché molte sono cover di canzoni famose. Il picco del disagio l’ho raggiunto quando Cenerentola e il principe hanno duettato su Perfect di Ed Sheeran. Le cover hanno arrangiamenti piacevoli e ovviamente sono cantate divinamente, ma sono troppe. Si canta tanto e Camila muove la bocca gorgheggiando come una cantante quando dovrebbe interpretare una sarta. Tutto sommato comunque, la prova di recitazione non è delle peggiori. La Cabello è molto semplice e simpatica rispetto all’anonimo principe interpretato da Nicholas Galitzine. Affianco a lei, nei panni della matrigna c’è un’altra cantante incredibile: Idina Menzel, la voce di Elsa di Frozen.Dulcis in fundo, il re è interpretato da Pierce Brosnan: e canta pure lui. Una nota di apprezzamento va al singolo “Milione to one”, il manifesto di emancipazione di Ella che ha tutte le doti della hit.
Il 17 settembreSex Education torna su Netflix con la terza stagione. Cosa sarà successo tra Otis e Maeve? Sarà scoccata la scintilla? Eric e Adam saranno usciti allo scoperto? Aimee avrà affrontato le sue paure? La serie tv che ha sdoganato ogni tabù sul sesso torna sullo schermo e non delude le aspettative.
Dove eravamo rimasti
La seconda stagione di Sex Education ci avevi lasciati con il fiato sospeso. Otis (Asa Butterfield) aveva finalmente trovato il coraggio di dichiarare i suoi sentimenti a Maeve (Emma Mackey), ma il messaggio sarà mai arrivato alla diretta interessata? O nel frattempo Isaac (George Robinson) ha colto la palla al balzo per eliminare l’avversario in amore? Preparatevi a guardare un triangolo amoroso per nulla banale.
Sex Education 3: la trama e il trailer
Al liceo Moordale un nuovo anno scolastico sta per iniziare e tra i banchi di scuola si respira un’aria diversa. Importanti cambiamenti sono in arrivo e non tutti sono disposti ad accettarli.
Gli insegnanti e gli studenti della “scuola del sesso” devono fare i conti con questa nuova etichetta e ad alcuni sembra stare un po’ stretta. Tra questi c’è la nuova preside Hope (interpretata da Jemima Kirke), determinata a ripulire l’immagine del liceo sregolato e a ripristinare gli standard di eccellenza.
Nel frattempo Otis scopre i piaceri del sesso occasionale, Aimee lotta contro le sue ansie e le sue paure dopo la violenza subita, Jackson si prende una bella cotta e Jean e Jabok dovranno fare i conti con una gravidanza inaspettata.
L’amore e il sesso a 360°: in Sex Education nessuno resta escluso
Uno dei punti di forza di questa produzione Netflix è la sua capacità di riuscire a rappresentare sullo schermo il mondo contemporaneo nella sua totale interezza. Ogni adolescente e giovane adulto trova nella serie un personaggio in cui rivedersi, riesce a mettersi nei suoi panni e a comprendere il disagio che sta vivendo.
Piccoli e grandi problemi, insofferenze e incomprensioni legate all’adolescenza, al rapporto con i genitori, alla scoperta del sesso. Disagi che hanno caratterizzato la crescita di tutti noi che vengono analizzati e indagati con tatto e rispetto, senza mai banalizzare la cosa.
Dopo aver esplorato diverse sfaccettature dei tabù legati alla sessualità, in questa terza stagione Sex Education si avvicina anche alla narrazione di quelle che possono essere le diverse fantasie erotiche degli adolescenti e degli adulti, ma racconta anche i disagi e le difficoltà che incontra una persona che si definisce non binaria, appartenente alla comunità queer o gender fluid.
E riesce a costruire una narrazione spontanea e leggerama allo stesso tempo estremamente rispettosa verso le delicate tematiche affrontate.
Sex Education riesce ad essere uno show fresco e piacevole, ma interessante e istruttivo allo stesso tempo. I personaggi crescono e si evolvono ma restano fedeli a loro stessi, sono capaci di compiere errori e di porvi rimedio. È un percorso di miglioramento corale in cui nuovi soggetti e identità riescono ad emergere e a trovare il loro posto, senza essere emarginati, etichettati o stigmatizzati dai coetanei e dalla società. Tutto questo in una cornice comica ma mai banale, che riesce a strapparti un sorriso mentre ti apre la mente e ti invita a ragionare.
Sex Education è lo show che ogni adolescente dovrebbe guardare mentre sta facendo i conti con se stesso e sta cercando di capire chi è e qual è il suo posto nel mondo.
Cruel Summer, è una serie tv composta da dieci episodi creata da Bert V. Royal, prodotta con Jessica Biel, Michelle Purple, scritta da Tia Napolitano e disponibile su Amazon Prime Video dal 6 agosto 2021.
Nel cast sono presenti Olivia Holt, Chiara Aurelia, Michael Landes, Froy Gutierrez, Harley Quinn Smith, Allius Barnes, Blake Lee, Brooklyn Sudano e Sarah Drew.
Cruel Summer, il trailer
Cruel Summer, la trama
La storia, che non è ispirata a fatti reali, è ambientata in Texas e ogni episodio si concentra sulle vicende accadute nello stesso giorno di tre anni differenti: il 1993, il 1994 e il 1995.
La serie narra il rapporto conflittuale tra due adolescenti: Kate Wallis, una ragazza popolare, bella, ricca e amata da tutti, e la timida, introversa, loser Jeanette Turner. Nel 1993 Kate scompare e Jeanette occuperà il vuoto lasciato dalla ragazza: “ruberà” il fidanzato e le amiche di Kate e diventerà la nuova ragazza popolare della scuola.
Quando Kate sarà ritrovata viva un anno dopo, accuserà Jeanette di aver assistito al suo rapimento senza denunciarlo alle autorità e la renderà una reietta della società. Ma cosa è accaduto veramente? Chi dice la verità: Kate o Jeannette?
Cruel Summer, la costruzione del racconto
Il racconto in Cruel Summer non è lineare e la serie gioca costantemente col tempo. Coprendo un arco temporale che va dall’estate del 1993 a quella del 1995, passando anche per Halloween e Natale, Cruel Summer si concentra su alcune giornate, sempre le stesse, mostrando come la vita dei protagonisti possa essere totalmente ribaltata da un anno all’altro.
La serie racconta una storia di misteri, segreti, verità taciute e poi parzialmente rivelate, abusi fisici e psicologici, maschere e volti reali. Lo spettatore assiste a questo psyco drama utilizzando come bussola costumi, trucco e parrucco e fotografia per orientarsi tra i passaggi temporali. Nel 1993 Jeannette porta l’apparecchio e gli occhiali, ha i capelli lunghi e ondulati; nel 1994 la ragazza “sboccia” e diventa la ragazza più popolare della scuola; nel 1995 ha i capelli corti e il look è trasandato. Allo stesso modo Kate passa da abitini floreali a outfit punk-rock.
Le immagini invece subiscono un costante processo di desaturazione: si passa da immagini vivaci con colori sparatissimi del 1993 a un mondo grigio-bluastro del 1995.
Cruel Summer, le tematiche affrontate
Cruel Summer è un thriller psicologico, ma è pur sempre un teen drama. Di conseguenza affronta le classiche tematiche legate al mondo adolescenziale: la difficoltà di inserimento all’interno del proprio contesto sociale; il sentirsi inadeguati e loser; l’aspirazione a diventare qualcun altro; la paura di non essere accettati per la propria sessualità.
Al contempo però la serie affronta anche il tema della famiglia – del rapporto con i propri genitori, fratelli, sorelle – e il tema sociale della salvaguardia delle apparenze a discapito delle persone a cui si vuole bene.
La serie racconta quindi rapporti sociali, familiari, amicali, sentimentali, ma anche i misteri che coinvolgono tutti i personaggi e che saranno svelati solo nel finale.
Cruel Summer, la recensione
Cruel Summer è una serie per molti aspetti interessante e la sua visione è certamente raccomandata. L’ambientazione anni Novanta provoca un grande effetto nostalgia con i look grunge, con la colonna sonora che rivisita Wonderwall degli Oasise Creep dei Radiohead solo per fare alcuni esempi, con le dinamiche tra i giovani che, per l’assenza di comunicazione istantanea, sono diverse da quelle odierne.
A mio avviso è interessante anche che una storia anni ’90 sia raccontata con una regia contemporanea, ovvero con dei raccordi di movimento mutuati dai video di Tik Tok. Anche nella colonna sonora del primo episodio c’è un tocco di contemporaneità del tutto a sorpresa: Jeannette canta Iko Iko di Justin Wellington.
La costruzione di personaggi complessi, che non possono essere inseriti tout court nella tipologia dei buoni e dei cattivi, risulta una scelta vincente, in quanto contribuisce a creare caos su verità e menzogna, sulla partita tra “angeli e demoni”.
La storia, seppur misteriosa e svelata magistralmente, può risultare a tratti poco originale, ma solo agli occhi degli affezionati al genere. Il mio voto è quattro stelle su cinque.
È stata inaugurata oggi presso lo ShowRoom della BWT Italia in via Vivaio a Milano, la prima mostra internazionale di borracce, allestita in occasione degli eventi del Salone del Mobile.
1 Borraccia Salva la giornata, 1000 borracce salvano il pianeta
BwtItalia, azienda leader nel settore del trattamento dell’acqua, insieme a Filippo Solibello (anche ideatore anche del progetto “M’illumino di meno” dedicato al risparmio energetico), ha lanciato una campagna di educazione al consumo dell’acqua “#la mia borraccia“ che vede come protagonista proprio lei, la borraccia.
Una campagna di sensibilizzazione che prende vita attraverso un contest on line e una mostra inaugurata il 4 settembre che resterà allestita durante le giornate del Salone del Mobile a Milano e si concluderà con una premiazione finale.
La borraccia è il simbolo di chi vuole proteggere l’ambiente, è l’attenzione, la cura e la consapevolezza, un gesto concreto per chi crede che un mondo migliore sia possibile.
Il termine borraccia rimanda immediatamente all’immagine di un contenitore di plastica o alluminio che possa conservare delle bevande ma, se analizziamo l’etimologia della parola, si scopre come questa derivi da boracha, termine spagnolo indicante l’otre del vino.
Parola che appare per la prima volta nella letteratura spagnola del Cinquecento. In seguito, grazie alla presenza della corte Aragonese a Napoli, nel 1535, divenne terminologia italiana appartenentemai dialetti della penisola per indicare chi avesse bevuto tanto.
Insomma, chiaro è che il primo riferimento del termine borraccia, non era di certo l’acqua.
L’ultimo passaggio decisivo verso la prima “autentica” borraccia è avvenuto sicuramente in Italia.
La prima borraccia assomigliante a quella odierna era un’opera di legno, compresi tappo e beccuccio, da cui fuoriusciva l’acqua, poco ingombrante e abbastanza solida fatta totalmente a mano. Era composta da otto doghe trattenute in alto e in basso da cerchi di giunco, piana da un lato per essere adagiata al fianco e curva dall’altro avente capacità di un litro.
Pietro Guglielminetti fu il primo artigiano di montagna che insieme ai suoi tre figli, costruì, nel 1850, borracce per tutto l’esercito italiano.
Ma da lì a poco la borraccia di legno venne sostituita da quella in alluminio che però fu messa ai margini negli anni ’70 con l’avvento della bottiglia di plastica.
La borraccia oggi, rappresenta un simbolo ecologico e sostenibile di rinascita. Una bandiera che i giovani sventolano senza ostentazione per ricordarci quanto sia importante partire dalle piccole azioni quotidiane per salvare il pianeta.
#lamiaborraccia
La mostra allestita presso lo showroom BWT e inaugurata il 4 settembre, presenta un allestimento di oltre cento borracce scelte tramite il contest on line. Un’ installazione itinerante e dinamica di borracce che, oltre ad essere esposte su piedistalli, volteggiano sulla testa invadendo il tuo campo visivo di colori e materiali diversi.
Immersi immediatamente in un corridoio rosa e grigio, le pareti sono allestite da pannelli che illustrano il consumo di acqua virtuale ( basti pensare che ci vogliono 16.000 litri di acqua per produrre 1kg di manzo o 2 litri di acqua per produrre una bottiglia di plastica usa e getta da 1 litro).
Terminato il corridoio lo showroom apre alla vista una moltitudine di colori e geometrie dalle quali risulta impossibile distrarsi. Una stanza immensa le cui pareti sono completamente rivestite di specchi, attira da subito l’attenzione. Al suo interno un vano circolare a rappresentare il mondo ripieno di bottiglie di plastica.
E ancora: dalla borraccia di Pantani, a quelle del primo dopoguerra, a quelle personalizzate per poi passare da pezzi unici di design. Dalle borracce del Vaticano alla sezione universitaria.
Un catalogo vivo e tangibile di chi ha scelto di conservare l’acqua e di farne una preziosità.
La mostra, allestita fino al 10 settembre, vedrà un evento conclusivo finale in cui una giuria composta da Stefano Ciafani – presidente Legambiente, Lorenza Baroncelli – direttrice artistica della Triennale di Milano e Lorenzo Tadini – direttore commerciale BWT eleggerà le tre borracce più significative che saranno premiate da Filippo Solibello.
Saranno tre le categorie: sostenibilità, design e storia.
Una mostra che sposa a pieno il concetto della sostenibilità ambientale facendosi promotrice di una sensibilizzazione circa un uso più consapevole della gestione dell’acqua.
Un unico e solo messaggio: una Bottle Free Zones è possibile, che sia a casa, in ufficio, al ristorante, è possibile bere acqua in modo sostenibile.
Ah, e se passate dallo showroom ci sono anche le borracce con su scritto l’elenco delle fontane pubbliche delle grandi città.
Francesca Sorge
Tutte le immagini contenute nell’articolo sono a cura dell’autrice.
Arriviamo, lentamente, al terzo episodio dell’undicesima stagione di The Walking Dead: Hunted. Dopo l’inizio scoppiettante in tutti i sensi – grazie agli esplosivi di Daryl – iniziamo la lunga ed estenuante camminata verso il finale della serie.
Come volevasi dimostrare Maggie e Negan sono rimasti da soli. Lungo la strada verso il recupero del cibo per Alexandria la squadra è stata aggredita non appena uscita dalla stazione sotterranea. Abbiamo perso di vista Daryl e molti sono morti. Duncan, Agatha e in ultimo forse Alden, lasciato ferito in una casa perché incapace di proseguire il viaggio.
Il ruolo di Negan è quello del grillo parlante, con quel pizzico di logica e quella dose di cinismo assolutamente necessari e totalmente non richiesti che lo hanno reso un personaggio davvero sui generis. Sono rimasti soli, dicevo, Negan e Maggie. A Maggie pesa che Negan abbia sempre ragione, ma di base è così. L’antagonista dice proprio quelle paroline che frullano nel cervello di tutti, ma che nessuno ha mai il coraggio di dire ad alta voce.
E alla fine, Maggie crede di aver sacrificato tutte queste vite in nome del cibo per la sua gente. Non sa che nel frattempo Carol ha trovato un branco di cavalli insieme a Kelly, Rosita e Magna.
Il quartetto si avventura con i lazi per addomesticare i cavalli che corrono bellissimi nel bosco. I cavalli vanno verso la fattoria, le donne, spinte da Rosita, chiudono i recinti e accarezzano queste meravigliose creature che – secondo gli sceneggiatori di The Walking Dead – volevano tornare nel recinto e vivere serene. Tragico il destino dei destrieri, che se un tempo venivano cavalcati dai nostri eroi, oggi sono diventati il banchetto di Alexandria.
Ed ecco che Carol miete il primo cavallo, lo sgozza dopo averlo fatto adagiare con fiducia a terra, onestamente non so con quale tocco magico. Poi piange, più di tristezza per il cavallo che di gioia per aver sfamato la sua famiglia.
Nessuna menzione all’avventura al CommonWealth stavolta. I riflettori sono tutti su Alexandria: addirittura assistiamo al quadretto dei bimbi – capeggiati da Judith e Hersel, il figlio di Maggie. I due sembrano due saggi di sessant’anni che giocano a carte fuori dal bar e si raccontano quanto la carne secca faccia meno schifo dei ragni da mangiare.
Che dire, un’episodio di una noia mortale. L’unica caccia di Hunted è stata quella allo sbadiglio. Zero suspense e addirittura delle inquadrature che mi hanno ricordato i primi videogames di Resident Evil, specialmente nella scena del Giuda impiccato all’albero.
Promo Trailer 11×4
Nel promo scopriamo che Daryl sarà il protagonista del quarto episodio e probabilmente avremo un assaggio dei cattivi di questa stagione finale. I morti viventi, che all’inizio del genere “zombie” erano il nemico, sono diventati la cornice scomoda di un ben più ampio gioco di potere tra esseri umani. Una trama che ormai conosciamo fin troppo bene e che rischia davvero di distoglierci anche dalla visione di questa stagione, pur sapendo che è l’ultima.
Spesso sono gli stessi politici o uomini e donne di potere a stimolare tali fantasie deliranti nelle persone per screditare i propri opponenti, ma il fenomeno è molto più complesso e si aggancia a fenomeni tipici della psiche e dell’evoluzione umana. Semplificando abbiamo due grandi famiglie di processo in atto.
Voglio trovare un senso a questa sera, anche se questa sera un senso non ce l’ha
Gli esseri umani hanno bisogno di dare una spiegazione e un senso a ciò che accade attorno a loro. Già i primi ominidi pare abbiano sviluppato un primo pensiero religioso in risposta a questo bisogno (Wunn, 2000) e in epoche più tarde abbiamo visto il proliferare di divinità deputate al controllo delle attività più disparate (e.g., fertilità, guerra, mare, vento). In sostanza, il modo classico con il quale abbiamo affrontato i fenomeni complessi è stato quello di inventarci una divinità.
Nell’epoca contemporanea anche grazie alle nuove tecnologie la nostra finestra di osservazione del mondo, prima limitata al paese o poco più in là, è adesso potenzialmente estendibile a tutto il pianeta e le cose a cui dover trovare un senso sono diventate molte di più. Il ricorrere a divinità per spiegare un fenomeno complesso è diventato in parte obsoleto oggigiorno e abbiamo sviluppato perciò entità che svolgano la medesima funzione ma con nomi diversi (e.g., alieni, società segrete). Esattamente come in passato però sono le teorie che meglio fanno presa sugli altri (i.e., quelle che riescono a soddisfare meglio il bisogno di una spiegazione verosimile per una parte di popolazione) ad essere selezionate e condivise; fra queste abbiamo quella dei rettiliani. Tuttavia, non sono solo la nostra maggiore capacità di poter osservare il mondo e il nostro bisogno di una risposta verosimile ad aver probabilmente contribuito al successo della teoria del complotto rettiliana.
Tra noi e loro un abisso (cosmico)
La categorizzazione in noi e loro (tecnicamente in ingroup e outgroup) è ciò che ha permesso al genere umano di sopravvivere in un ambiente caratterizzato da una forte competizione per le risorse atte alla sopravvivenza (Campbell, 1965; Esses et al., 2005). Un essere umano incapace di riconoscere i membri della propria tribù e distinguerli da quella rivale, era talmente inadatto alla situazione da estinguersi. Pertanto, abbiamo sviluppato tutta una serie di meccanismi e bias per i quali percepiamo diversamente a livello cognitivo e affettivo chi fa parte del nostro gruppo sociale e chi no. Razzismo e discriminazione vi dicono niente? Il conflitto per le risorse nel mondo contemporaneo però non si limita più a cibo, acqua e un riparo, ma comprende anche accesso alle cure, all’educazione, al lavoro, alla sicurezza. Nel momento in cui il nostro accesso a tali risorse è minacciato abbiamo bisogno di individuare la causa della nostra privazione. Ed è qui che il bisogno di trovare un capro espiatorio e la nostra tendenza evolutiva a percepire diversamente l’outgroup si fondono e creano le condizioni per generare mostri, nel nostro caso rettiliani. Difatti in situazioni conflittuali quello che si chiama ingroup-outgroup bias (Sumner, 1906) diventa ancora più evidente. Tendiamo a de-umanizzare (Reicher et al., 2008) coloro che riteniamo responsabili dei nostri guai (vedi la percezione degli ebrei nei nazisti) e a generare rappresentazioni indifferenziate dell’outgroup (i.e., sono tutti uguali e accumunati da una caratteristica distintiva; Boldry et al., 2007).
E cosa c’è di più diverso da un essere umano di un’entità aliena?
Non basta una parrucca e, aggiungerei, nemmeno un paio di tacchi a spillo per le protagoniste del libro edito da Fandango Edizioni.
Si tratta infatti di storie di ordinaria transessualità, che liberano la mente da prospettive delineate da un immaginario collettivo lontanissimo dal dato concreto.
Mai come in questo periodo è di grande attualità la discussione sull’identità sessuale e sul sesso liquido, grazie anche alla discussione che impera sulla proposta di legge Zan.
Il libro Non basta una parrucca. Storie di transessualismo dal maschile al femminile è un documento importante e necessario che si compone di settanta interviste rilasciate da appartenenti al mondo transessuale a vario titolo, in primis individui con questo orientamento sessuale, a cura di Antonio Venezianicon la collaborazione di Ignazio Gori.
Il Veneziani poeta è una figura iconica e un militante di vecchia data e, grazie alla sua scrittura autentica e senza pudori, si pone come mediatore rendendo possibile l’incursione rispettosa nella struttura psicologica del mondo transgender che immaginiamo notevolmente semplificato dalle narrazioni fantasiose e folkloristiche.
Un viaggio in realtà parallele ma con infiniti punti d’incontro in una quotidianità che rivendica il diritto di esistere a pieno titolo, senza il bisogno di un’omologazione normalizzante ma solo di un riconoscimento effettivo dello status di individuo con delle peculiarità proprie.
Certamente il volume ha le caratteristiche di un compendio esaustivo, ai limiti del verismo, dove vengono rivelate le verità per bocca degli stessi protagonisti del mondo variegato del transessualismo; una realtà immaginata nel pensiero comune come una sorta di prostituzione specializzata.
I curatori hanno pedinato con costanza e dedizione gli intervistati che hanno rivelato la complessità delle loro esistenze.
Una costante ricerca di una serenità capace di riscattare la sofferenza di esistenze segnate da retaggi difficili da modificare: c’è un grande bisogno di seguire le proprie aspettative, i desideri, cercare una dimensione affettiva stabile anche quando la scelta obbligata o meno della prostituzione aleggia come un marchio imposto dalla propria condizione.
Troppo semplicistico e superficiale continuare a considerarla una sessualità nata dalla costola del peccato senza riconoscere all’altro il diritto di esercitare la propria autodeterminazione, esercizio di libertà che ricade necessariamente nella sfera individuale di ognuno.
Attraverso i dialoghi asciutti e intensi depurati dalla voce del perbenismo la visione che viene restituita al lettore è sconcertante nella semplicità del suo teorema esistenziale ed umano e i documenti prodotti dall’impegno culturale e umano dei curatori sono una lettura necessaria per chiunque ambisca a ritenersi un individuo inserito in una società civile.
Da leggere assolutamente, prima di sviluppare una qualsiasi convinzione.
Quinto episodio della serie su Amazon Prime Video con la conturbante Nicole Kidman nel ruolo di Masha, la guida spirituale che deve rimettere in sesto nove perfetti sconosciuti in cerca di conforto.
Mano mano che gli episodi settimanali escono, ecco che l’aura di perfezione della nostra santona perde sempre più la sua credibilità. Allo stesso tempo, però, il gruppo diventa sempre più affiatato, nonostante i giochetti della padrona di casa: si siede a tavola come una famiglia consapevole che nei propri drink di frutta potrebbe esserci qualche ingrediente magico della felicità. La più provata di tutti sembra la scrittrice Francis, che addirittura immagina il ritorno dell’uomo che l’ha delusa e tradita mentre cade con la faccia nella propria colazione.
Anche gli altri personaggi iniziano a vedere i propri fantasmi, letteralmente. Il giorno del ventunesimo compleanno di Zoe, sia lei che sua madre vedono il gemello deceduto come se fosse in carne ed ossa. Sarà il nuovo trucchetto di Masha per far affrontare ai suoi ospiti il proprio dolore?
Dosi di felicità pericolose
L’importante, dovremmo dirlo subito, è non esagerare col dosaggio di felicità. In alcuni flashback di Masha, infatti, apprendiamo che un ospite è deceduto a Tranquillum House, ma non viene spiegata ancora la causa. Quello che viene finalmente spiegato, invece, è perché Delilah è così gelosa che Noa vada a letto con la capa: lei stessa è attratta da Masha e sembra proprio che le due siano molto di più che colleghe di lavoro, alle spalle di Noa.
Riflettori anche su Lars, che sogna di partorire il figlio di Tony per esorcizzare la rottura col suo ex causata proprio dall’argomento “figli”, mentre Tony si avvicina sempre di più a Francis, ma senza andare oltre l’amicizia per ora. Napoleon, ovvero il signor Marconi, ci fa sognare con Something dei The Beatles, invece, e ci riporta sul palco con John Lennon: Carmel non gradisce. Si tratta proprio della canzone del suo matrimonio e la forchetta sembra lo strumento perfetto per sfogare la frustrazione, trafiggendo il tavolo. Dobbiamo aspettarci un attacco di violenza da un momento all’altro?
Come sarà il finale?
Dopo l’inizio travolgente dei primi tre episodi, devo ammettere che gli ultimi due non mi hanno particolarmente entusiasmata. A tre episodi dal finale di questa prima stagione mi aspetto qualche scossone che riesca ad attirare la mia attenzione. Temo in un finale sospeso che preannunci una seconda stagione.
Cast principale: Russel Crowe, Albert Finney, Marion Cotillard, Tom Hollander e Abbie Cornish
Anno: 2006
Paese: Regno Unito, Stati Uniti
L’autunno è ufficialmente arrivato e con lui inauguriamo il cineforum di settembre con un film a tema: Un’ottima annata – A Good Year, pellicola datato 2006 diretta da Ridley Scott, perfetta per le serate settembrine.
Un’ottima annata è un film drammatico britannico-americano, molto romantico, prodotto e diretto dal leggendario Ridley Scott, con protagonista un giovane Russell Crowe al fianco di Albert Finney, Freddie Highmore, Tom Hollander, Abbie Cornish e Marion Cotillard, insomma un cast di tutto rispetto.
Vi raccontiamo in breve questa stupenda storia e perché secondo noi è diventato un film cult, da vedere assolutamente una volta nella vita.
Un’ottima annata: vino, romanticismo e nostalgia
Ambientato nel sud della Francia, in Provenza, Un’ottima annata è liberamente tratto dal romanzo omonimo di Peter Mayle, vicino e buon amico del già citato Ridley Scott. In effetti, sono state le discussioni tra questi due che hanno portato alla stesura del libro di Mayle, che poi ha portato all’adattamento cinematografico di Scott.
Protagonista è un uomo d’affari inglese incallito, Max Skinner (Russel Crowe) che scopre di aver ereditato un castello, con annesso vigneto, dal suo amato defunto zio nella campagna francese. Un comico incontro con Fanny (Marion Cotillard), una graziosa proprietaria di un bar del villaggio, ritarda Max dal tornare a Londra. Decide di passare qualche giorno in più per sistemare la sua nuova proprietà. Max insegue Fanny e assapora bei ricordi delle estati trascorse con suo zio Henry in quei luoghi meravigliosi e, cambiando idea rispetto ai suoi piani precedenti, decide di non vendere più il castello.
A complicare le cose, però, arriva anche la figlia illegittima dello zio Henry, Kristy (Abbie Cornish), la cui entrata mette in crisi Max che comincia a riflettere sulla mancanza di una famiglia nella sua vita.
Un film accattivante sulla riscoperta di sé
Ridley Scott ha presentato nel 2006 un film che affascina e rende partecipe il pubblico, è una commedia sbarazzina che sa di anni ’60, di autunno e di vino, un’atmosfera inebriante che vi trasporterà in un clima autunnale da sogno. Nonostante il regista abbia cambiato ambientazione rispetto ai suoi film precedenti, dagli Stati Uniti all’Europa, resta comunque un film di livello. Alcuni crediti sono, ovviamente, dovuti alla scrittura di Peter Mayle, ma la trama è comunque piena di nuove sfumature alla trama.
Un’ottima annata si può dire che è davvero un viaggio alla scoperta di sé stessi, in questo caso per un uomo che sembra aver smarrito la sua strada. Max Skinner è un agente di cambio sardonico e senza esclusione di colpi, che ha dimenticato da tempo il gioioso ragazzino che era una volta. Ma quando è costretto a tornare ai suoi ricordi d’infanzia nel sud della Francia, quello che è stato da ragazzo inizia a emergere, facendogli rivalutare tutta la sua vita.
La sceneggiatura è basata su diversi flashback per far capire allo spettatore il passato di Max, un’espediente molto utile per coinvolgere al meglio lo spettatore sul focus della storia. Ridley Scott è un regista che si sente ugualmente a suo agio nel girare film epici e piccoli drammi basati sui personaggi, proprio come in questo caso, e infatti anche in Un’ottima annata il suo tocco è molto visibile.
Nonostante sia diverso dai suoi precedenti film, come Alien o Blade Runner, Ridley Scott ci regala comunque un piccolo gioiellino, che non può assolutamente mancare nei film da vedere almeno una volta nella vita.
Tre motivi per vedere il film
Una commedia arguta e frizzante, con un bel messaggio
Un film che fa riscoprire le piccole cose della vita
Ci sono diversi spunti di riflessione e Ridley Scott è sempre un ottimo regista
Quando vedere il film
A settembre, per ricominciare al meglio la stagione autunnale.
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Di questi tempi negli anni passati ci preparavamo alla Notte delle Streghe cercando accessori da indossare durante una festa in maschera. Quest’anno il Covid-19 ci blocca tutti a casa, ma possiamo comunque decidere di vivere il 31 ottobre all’insegna della cultura, anche se De Luca dice che è una stupida americanata! (lol)
Indice
Halloween 2021 feat. Coronavirus: cosa fare?
E noi Spacciatori di Cultura potevamo forse perdere l’occasione di fornirvi il kit di sopravvivenza per Halloween 2021 feat. Coronavirus? Ecco quindi una bella overdose di cultura al gusto zucca!
I libri da Leggere ad Halloween
Per tutti quelli che si immaginano di trascorrere a letto, sotto le coperte, la notte di Halloween, abbiamo preparato un lista dei libri dell’orrore. Sicur* di averli letti già tutti?
Se invece siete delle vere e proprie vittime di binge watching, questo è l’articolo che fa per voi. Abbiamo elencato le serie tv dell’orrore che dovreste assolutamente vedere durante la Notte delle Streghe.
Se invece fate parte della setta cinefila e non vedete l’ora di radunare i vostri congiunti per una serata all’insegna del brivido, ecco la lista dei film da vedere assolutamente il 31 ottobre.
Se l’horror non fa per voi, ma vi serve un film per avere la scusa di assaggiare quei biscotti a fantasmino che avete comprato al supermercato, abbiamo la dose di cultura giusta anche per voi: viaggiate nella città di Halloween con Jack Skeletron!
Per qualsiasi attività vogliate svolgere durante il giorno di Halloween (mettiamo – ad esempio – che vogliate andare a correre) abbiamo preparato una bella playlist dell’orrore, perfetta per accompagnarvi anche mentre leggete uno dei libri che vi abbiamo consigliato.
Per noi di CulturaMente ogni scusa è buona per una bella dose di cultura. perché non approfittare di Halloween, allora, per imparare qualcosa sulla storia dell’arte? Abbiamo due Infusi D’Arte pazzeschi dedicati alle zucche e ad Halloween.
Negli ultimi giorni non si fa altro che parlare del Greenpass. Cioè (per chi ancora non lo avesse capito) una certificazione, digitale e/o cartacea, che attesti una guarigione, controllo o una vaccinazione dal Covid-19.
Tale certificato sta diventando sempre più indispensabile, poiché risulta essere richiesto non solo per cambiare territorio, ma anche per accedere a servizi pubblici (dai teatri ai ristoranti) a cerimonie civili e religiose. Quest’obbligo ha portato diverse correnti di pensiero. Da un lato, alcuni che ritengono giusto l’obbligo del certificato, perché permetterebbe di ridurre i contagi ed automaticamente lasciare spazio nelle terapie intensive degli ospedali. Altri, invece, sono contrari, poiché tale obbligo prevarica la libertà di scegliere. Una dinamica sociale e politica, quindi, molto delicata, dove alcuni sentono il dovere di prendere una decisione.
Non sono mancati inoltre casi di cronaca, da coloro che sono stati truffati dando le proprie credenziali su un social network per creare un greenpass non ufficiale; ad altri che, tramite manifestazioni e blocchi, hanno protestato attivamente tra le piazze di tutta Italia.
Il Greenpass secondo noi
Da bravi spacciatori di cultura, abbiamo colto questa occasione per chiederci come si sarebbero comportati alcuni grandi scrittori italiani del passato. Per questo motivo abbiamo deciso di realizzare un piccolo podcast.
In un gioco vocale dallo spirito satirico, ci siamo immaginati in una redazione radiofonica che cede la parola, su alcuni argomenti di attualità, a grandi personalità del mondo dell’editoria. L’argomento del giorno è ovviamente la “questione Greenpass”.
Cinque sono gli ospiti della nostra intervista impossibile: il primo a parlare è Gabriele D’Annunzio, di cui Serena ha già parlato nella sua rubrica di letteratura italiana.
Poi Giacomo Leopardi, Niccolò Macchiavelli, Giovanni Verga e il poeta romano Trilussa si uniscono a questa particolare tavola rotonda, in cui i cinque autori espongono una loro personale opinione sul perché sia giusto o meno il greenpass.
Un’idea che è nata per divertirsi, unendo Attualità e Letteratura, con riferimenti e ricerche al carattere e al pensiero di ogni singolo autore. Una Satira….in forma audio e dal tocco contemporaneo.
Il podcast sul Greenpass: un’idea per le scuole
Saremmo contenti se questo podcast fosse utile per affrontare il tema anche con gli studenti, a scuola. Sicuramente le interviste impossibili sono un modo per studiare bene l’autore: unire la loro storia alla quotidianità è un ottimo modo per sviluppare dei temi in classe.
Serena Garofalo e Francesco Fario
Ti piacciono le interviste impossibili? Guarda quella con Saffo!