Perché Diaz di Daniele Vicari è un film imprescindibile

Diaz film recensione

La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale

Titolo originaleDiaz
Regia: Daniele Vicari
Soggetto e sceneggiatura: Daniele Vicari e Laura Paolucci
Cast principale: Elio Germano, Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Davide Iacopini, Renato Scarpa, Ralph Ammoussou, Francesco Acquaroli, Antonio Gerardi
Nazione: Italia, Francia, Romania
Anno: 2012

Diaz, uscito nel 2012, è un film unico e un film d’autore, da rivedere in questa estate 2021.

Diaz è un film unico perché la filmografia sui fatti avvenuti a Genova durante e a ridosso del G8 e del parallelo Genoa Social Forum è molto scarna, nonostante siano passati vent’anni e quegli eventi siano stati cruciali per la nostra società.

Ed è un film d’autore per definizione, visto che Daniele Vicari ne è il regista ma ne ha scritto anche il soggetto e, insieme a Laura Paulucci (sceneggiatrice di “L’amica geniale“), la sceneggiatura. 

La pellicola nacque dall’esigenza di Daniele Vicari e dei suoi collaboratori, di non sbagliare nella narrazione dei fatti, ma soprattutto dall’esigenza collettiva di capire con esattezza cosa fosse successo in quei giorni sconvolgenti tra il 19 e il 22 luglio 2001.

Non per altro, ha un altro titolo ufficiale, che si trova sui DVD, ovvero “Diaz-Don’t clean up this blood”, perché racconta una storia – vera – di sangue. Una storia che immagino conosciate già ma, se così non fosse, vi consiglio di approfittare dei tanti approfondimenti giornalistici e non che, in occasione di questo ventennale, abbiamo a disposizione in queste settimane.

La sinossi di Diaz recita così: “Genova, luglio 2001. Durante il G8, 300 poliziotti e 70 agenti di un reparto speciale fanno irruzione nella scuola Diaz, dove hanno trovato riparo 93 giovani provenienti da diverse nazioni e impegnati in una protesta pacifica contro il summit”. Nel film si racconta proprio il violento attacco delle forze dell’ordine sui manifestanti disarmati e semiaddormentati. Ma le immagini raccontano anche della zona rossa blindata, delle cariche della polizia sui manifestanti su Via Tolemaide e le vie limitrofe, dell’omicidio di Carlo Giuliani a piazza Alimonda. 

La realizzazione di “Diaz” è stata travagliata per la produzione e per gli autori.

Non era facile produrre e girare un film su argomenti tanto delicati e sfaccettati, su cui l’opinione pubblica negli anni ha molto dibattuto. La Fandango ha dovuto cercare finanziatori in Francia e in Romania, prima di avere dei contributi dal Mibact e radicare un po’ il film in Italia.

La decisione di Vicari di fare questo film tanto complesso matura diversi anni dopo gli eventi, per l’esattezza nel 2008, al momento della pubblicazione della prima sentenza sulle violenze nella scuola Diaz (che in realtà già all’epoca era intitolata a Sandro Pertini). 

Il regista si accorse che chi era stato a Genova non riusciva a parlarne e volle fare del film uno strumento per iniziare ad elaborare un lutto. Il lutto per la morte di Carlo Giuliani, ma anche il lutto di massa per l’attitudine dello Stato, mai dismessa dall’Unità d’Italia, alla tortura, all’uso sistematico della violenza. Qui, il film si mise anche contro il movimento del Genoa Social Forum, convinto che le violenze fossero finalizzate a mettere a tacere le loro idee, evidentemente giuste ma pericolose per lo status quo

L’assunto di Diaz è che quella violenza è sistematica, è un modus operandi dello Stato, che si ritrova più volte nella nostra Storia. Non è un caso che il film non si soffermi molto sulle idee dei manifestanti.

Tuttavia, secondo il regista, quello che è successo a Genova, già per le strade (dove sembravano già esercitarsi pratiche punitive), ma soprattutto alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, è stata una sospensione del diritto (come la definì anche Amnesty International).

Quello che è successo a Genova non è stato un evento repressivo come tanti in Italia, è stato lo sdoganamento della tortura da parte dello Stato. Con Genova è iniziata la criminalizzazione del conflitto sociale, che ci ha portato alla confusione – nell’opinione pubblica e nelle istituzioni – tra uso della forza (che può essere legittimo o lecito) e uso della violenza.

Era difficile trovare una chiave di lettura degli eventi adatta per il cinema e fare una narrazione rigorosa e libera.

La chiave di lettura scelta era una sorta di tabù, qualcosa di infamante per l’Italia e per chi porta la divisa: la pratica della tortura.

Ed è anche per questo che Genova è un punto di non ritorno. Secondo Vicari i fatti di Genova 2001, che sono stati molto raccontati dai media anche in presa diretta, hanno rotto una consuetudine narrativa. Le consuetudini narrative sono ideologiche, inevitabilmente. 

Quindi, il primo problema era scegliere che tipo di narrazione usare.

Diaz si basa, in modo quasi maniacale, sulla documentazione proveniente soprattutto dagli atti processuali, ma anche sulle diverse immagini video e fotografiche esistenti e sulle testimonianze che negli anni hanno cominciato ad arrivare. Ma non è una cronaca. È, senza dubbio, una narrazione. 

Vicari voleva sì fare un film di denuncia, ma che si adeguasse alla sua idea di cinema: raccontare qualcosa che lo riguardava, che riguardava il Paese, senza farsi sconti, senza piegare la narrazione a interessi o logiche esterne. Lo scopo era fare un film libero.

Alla fine la narrazione del film Diaz è conflittuale, anche con il pubblico: ti lascia delle domande e quando torni a casa, dopo averlo visto, sei tutt’altro che tranquilla.

A distanza di quasi dieci anni, questo film coraggioso sembra non essere invecchiato per niente. Infatti, ogni volta commuove, fa arrabbiare, interroga le nostre coscienze di esseri umani e di cittadini italiani.

Tra montaggio e grandi attori, Diaz è anche un grande risultato di squadra.

La grande professionalità di Daniele Vicari è palese nella scrittura del film, ma anche nella regia. L’autore non dimentica che un film può avere una grande funzione sociale, ma deve essere soprattutto un’opera creativa.

E il rispetto per la settima arte si vede nel richiamo, forse un omaggio, a Stanley Kubrick nella scena iniziale, che si ripeterà più volte nella pellicola (al ralenti, a ritroso, accelerata, da diverse angolazioni). Una bottiglia di vetro vuota che volteggia nell’aria fa da cesura tra una narrazione temporale e un’altra. Chiaramente ispirata alla scena di 2001 Odissea nello spazio in cui la scimmia preistorica lancia un osso come un’arma e questo rotea in area. E l’accostamento tra il 2001 immaginato da Kubrick e il 2001 che effettivamente abbiamo vissuto e di cui Diaz racconta un pezzo importante è pieno di spunti di riflessione.

A dimostrare il valore della regia c’è l’efficacia delle scene di massa, come delle scene di violenza inaudita, nonostante non sia stato possibile girare quasi niente in Italia nei luoghi degli eventi.

Un ruolo cruciale per Diaz è stato evidentemente quello del montatore Benni Atria, meritatamente premiato con il David di Donatello nel 2013, come il coraggiosissimo produttore Domenico Procacci con Fandango.

Il film si avvale, infatti, di immagini di repertorio sapientemente montate alle scene girate. Lo stesso Atria ha riconosciuto che le immagini erano così tante da creare “uno straripamento, una sovrabbondanza” ed “erano così forti, così intense, da rendere estremamente complessa la fase di montaggio”, che infatti è durata circa otto mesi.

Diaz è anche un film corale, non ci sono protagonisti. Ciò nonostante si possono apprezzare le interpretazioni di alcuni dei migliori attori più impegnati del nostro cinema, come Elio Germano o Claudio Santamaria, alle prese anche con ruoli complessi, in cui hanno dovuto lavorare più con l’espressività dei volti che con le battute.

Il messaggio di “Diaz” non può lasciare indifferenti, come dimostrano anche commenti autorevoli.

Annalisa Camilli – giornalista autrice del podcast Limoni proprio sui fatti di Genova 2001– riconosce al film di essere riuscito a rappresentare la molteplicità dei punti di vista, senza scorciatoie, senza scegliere un’unica soggettività preponderante, ma lasciando spazio anche alle altre. Inoltre, guarda in faccia alla violenza e si pone il problema di come debba e possa essere rappresentata.

E nel modo crudo e senza sconti di rappresentare quella violenza, il messaggio universale del film è diventato qualcosa che aveva a che fare con la riduzione della persona a cosa. 

Secondo lo stesso Vicari, il film va visto abbandonandosi alla visione, anche se alcune cose fanno male. “Ma il dolore trova, nella relazione tra film e spettatore, un circolo virtuoso, che permette di guardare fino in fondo l’abisso che ha fatto sì che per vent’anni quasi non si parlasse di tutto questo”.

Il compianto regista Ettore Scola ha dichiarato che Diaz appartiene a quel genere di film in cui metafora e realtà si combinano, si contrastano, si urtano, si annullano, però alla fine diventano un’opera che tocca tutti. È vero che segue la traccia del sangue, del dolore. Ma è ancora più importante che segua la dignità dell’uomo. Ogni repressione, ogni dittatura, ogni strategia della tensione tende a questo: ad umiliare, ad annullare il bene più prezioso che ognuno di noi ha, la dignità. “Questo è un film che trova la sua metafora, quindi il suo apprezzamento universale, proprio nella descrizione di cosa un uomo può fare ad un altro uomo per togliergli la sua dignità e, quindi, partendo da lui stesso. Perché, se ti confronti con uno a cui togli la dignità, il primo a perderla sei tu”.

3 motivi per guardarlo:
  • per guardare in faccia gli eventi drammatici e terrificanti dei giorni del G8 di Genova;
  • per contribuire, con la propria visione, a ricostruire e conservare una memoria collettiva;
  • perché Daniele Vicari è uno dei cineasti più interessanti del cinema italiano, di denuncia sociale e non solo.

Quando vedere il film:

il momento giusto è questo (trovate il film anche su Netflix), poche settimane dopo l’anniversario ventennale del G8 di Genova 2001 e dalle violenze della Diaz e di Bolzaneto, approfittando delle molte occasioni di approfondimento che i media hanno offerto per rammentare e rileggere quegli avvenimenti. 

Stefania Fiducia

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