“L’importanza di chiamarsi Ernest”, un manifesto comico wildiano

L'importanza-di-chiamarsi- Ernest una scena del film

Titolo Originale:The importance of being Earnest
Cast: Rupert Everett, Colin Firth, Frances O’Connor, Reese Witherspoon, Judi Dench, Tom Wilkinson, Anna Massey, Edward Fox.
Regia: Oliver Parker
Nazione: Gran Bretagna/U.S.A.
Anno: 2002
Genere: Commedia
Durata: 94′

“L’essenza stessa di ogni amore è l’incertezza.”

Trama

Jack Worthing è un giovane gentiluomo che vive nell’Inghilterra Vittoriana. Adottato da un ricco signore che lo ha trovato in una borsa a Victoria Station, è l’irreprensibile tutore della nipote del suo benefattore. Per distrarsi si è inventato un fratello scapestrato di nome Ernest e va spesso a Londra per tirarlo fuori dai guai. Tutto va bene fino a quando Jack s’innamora di una ragazza dell’alta società, Guendolen Fairfax, che ha deciso di sposare un ragazzo di nome Ernest mentre sua madre ha idee ben diverse sul suo futuro.

“L’importanza di chiamarsi Ernest”: Wilde secondo Parker

Dopo Un marito ideale, Oliver Parker ritorna con un’opera di Oscar Wilde, trasportando sullo schermo, in maniera brillante, la commedia teatrale in tre atti “L’importanza di chiamarsi Ernest”. Un’opera scritta nel 1895 e rappresentata per la prima volta al St James’s Theatre di Londra. Raffinata e sarcastica, il film segue la stessa linea teatrale grazie a dialoghi a dir poco surreali o provocatori che danno al film quell’English humor che piace allo spettatore.

In Inghilterra comunque, grazie a Dio, l’educazione non produce il minimo effetto. Non fosse così ne deriverebbero gravi inconvenienti per le classi superiori”.

Il passaggio dal palcoscenico alla macchina da presa è stato un grande salto che non ha deluso gli spettatori e gli appassionati del genere. La leggerezza della trama, un cast angloamericano perfettamente in sintonia, i brillanti dialoghi e la perfetta scelta dei tempi comici hanno reso il film una vera delizia per gli occhi oltre ad essere semplice da seguire. Non sorprende che le produzioni inglesi, rispetto a quelle americane, abbiano sempre quel je ne sais quoi che attira ed incanta.

Quella di Oliver Parker diventa una vera e propria commedia ironica e pungente grazie alla cura nel trasporre sullo schermo e nei dialoghi quel brillio scoppiettante che caratterizza le opere di Oscar Wilde. Non sorprende che i veri intenditori riescano ad andare oltre cogliendo il messaggio sotteso nell’opera.

Quando una traduzione fa perdere il forte simbolismo di un’opera

È risaputo che le traduzioni portano con sè una dose di distruzione. La versione tradotta de “L’importanza di chiamarsi Ernest” non è esente da questo scempio. L’edizione italiana della commedia di Wilde tanto a livello letterario quanto cinematografico snaturano il titolo perdendo l’assonanza fra l’aggettivo “earnest” (serio, affidabile od onesto) ed il nome proprio “Ernest” che in inglese hanno la stessa pronuncia. Un vero e proprio gioco di parole intorno al quale ruota il paradosso fondamentale della commedia, che ribalta quella famosa affermazione di Giulietta sul nome di Romeo:

“Che cos’è un nome? La rosa avrebbe lo stesso profumo anche se la chiamassimo in un altro modo. Dunque cambia il nome, Romeo, e amiamoci tranquillamente.”

L’assonanza voluta da Wilde aveva lo scopo di portare alla luce l’anima una società perbenista, che si nasconde dietro alle apparenze ed ignora piccoli dettagli quali l’onestà. Infatti, la trama ruota intorno ad una serie di equivoci, bugie più o meno innocenti che portano ad altri equivoci e ad altre bugie, insomma un cane che si morde la coda.

Da focus a spunto di riflessione

Considerato l’arco temporale tra l’opera originale e la trasposizione cinematografia si giustificano le dissonanze dettate da contesti storici culturali differenti. Elementi come la moda inglese, il ruolo delle donne, l’ipocrisia della classe borghese e la denuncia sull’importanza dell’apparire anziché essere diventano, dunque, spunti di comica riflessione più che tema principale celato dalla commedia. In questa prospettiva si arriva quindi anche a giustificare la perdita del gioco di parole che viene meno nella versione italiana.

Tuttavia, il linguaggio, l’ironia, la provocatorietà, il sarcasmo della sceneggiatura conservano la potenza comunicativa dell’opera originale. Lo spettatore ne esce divertito di fronte alle esilaranti e geniali scene rese celebri grazie ad un cast eccezionale.

Complessivamente la rappresentazione cinematografica risulta dinamica e leggera. Un film piacevole da guarda sia per gli attori completamente British, sia per quella scenografia che sembra riportare in vita l’arte ottocentesca traendo cosi ispirazione da artisti come Turner e Whistler.

Tre motivi per guardarlo

  1. Per la presenza di Colin Firth e Rupert Evert, pilastri del cinema inglese, hanno dato vita a personaggi “surreali” catapultati in situazioni altrettanto “surreali”. E l’amore? Ci sarà l’happy ending? Piccolo spoiler: sì ma… non crediate che non ci siano sorprese. ;
  2. Se vi piacciono i film di epoca regency questo fa per voi;
  3. È uno dei più grandi capolavori di Oscar Wilde, e chi vuole cogliere la sua grande forza ironica può iniziare da qui.

Quando guardalo

La leggerezza del film rende la commedia piacevole e rilassante. “L’importanza di chiamarsi Ernest” è un film godibile, per cui è possibile guardarlo ogni qual volta si vuole.

Angela Patalano

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