Una possibile spiegazione sul perché crediamo ai rettiliani

Rettiliani spiegazione

Ebbene sì, l’essere umano può arrivare a credere alle cose più strampalate. Come si può credere che il mondo sia dominato da “malvagi rettili extraterrestri mangiatori di gattini”, tra i quali annoveriamo Barack Obama, George Soros, la Regina Elisabetta, Hillary Clinton e Lady Gaga? C’è addirittura chi ha ucciso i propri figli ritenendoli rettiliani.

Spesso sono gli stessi politici o uomini e donne di potere a stimolare tali fantasie deliranti nelle persone per screditare i propri opponenti, ma il fenomeno è molto più complesso e si aggancia a fenomeni tipici della psiche e dell’evoluzione umana.
Semplificando abbiamo due grandi famiglie di processo in atto.

Voglio trovare un senso a questa sera, anche se questa sera un senso non ce l’ha

Gli esseri umani hanno bisogno di dare una spiegazione e un senso a ciò che accade attorno a loro. Già i primi ominidi pare abbiano sviluppato un primo pensiero religioso in risposta a questo bisogno (Wunn, 2000) e in epoche più tarde abbiamo visto il proliferare di divinità deputate al controllo delle attività più disparate (e.g., fertilità, guerra, mare, vento). In sostanza, il modo classico con il quale abbiamo affrontato i fenomeni complessi è stato quello di inventarci una divinità.

Nell’epoca contemporanea anche grazie alle nuove tecnologie la nostra finestra di osservazione del mondo, prima limitata al paese o poco più in là, è adesso potenzialmente estendibile a tutto il pianeta e le cose a cui dover trovare un senso sono diventate molte di più. Il ricorrere a divinità per spiegare un fenomeno complesso è diventato in parte obsoleto oggigiorno e abbiamo sviluppato perciò entità che svolgano la medesima funzione ma con nomi diversi (e.g., alieni, società segrete). Esattamente come in passato però sono le teorie che meglio fanno presa sugli altri (i.e., quelle che riescono a soddisfare meglio il bisogno di una spiegazione verosimile per una parte di popolazione) ad essere selezionate e condivise; fra queste abbiamo quella dei rettiliani. Tuttavia, non sono solo la nostra maggiore capacità di poter osservare il mondo e il nostro bisogno di una risposta verosimile ad aver probabilmente contribuito al successo della teoria del complotto rettiliana.

Tra noi e loro un abisso (cosmico)

La categorizzazione in noi e loro (tecnicamente in ingroup e outgroup) è ciò che ha permesso al genere umano di sopravvivere in un ambiente caratterizzato da una forte competizione per le risorse atte alla sopravvivenza (Campbell, 1965; Esses et al., 2005). Un essere umano incapace di riconoscere i membri della propria tribù e distinguerli da quella rivale, era talmente inadatto alla situazione da estinguersi. Pertanto, abbiamo sviluppato tutta una serie di meccanismi e bias per i quali percepiamo diversamente a livello cognitivo e affettivo chi fa parte del nostro gruppo sociale e chi no. Razzismo e discriminazione vi dicono niente? Il conflitto per le risorse nel mondo contemporaneo però non si limita più a cibo, acqua e un riparo, ma comprende anche accesso alle cure, all’educazione, al lavoro, alla sicurezza. Nel momento in cui il nostro accesso a tali risorse è minacciato abbiamo bisogno di individuare la causa della nostra privazione. Ed è qui che il bisogno di trovare un capro espiatorio e la nostra tendenza evolutiva a percepire diversamente l’outgroup si fondono e creano le condizioni per generare mostri, nel nostro caso rettiliani. Difatti in situazioni conflittuali quello che si chiama ingroup-outgroup bias (Sumner, 1906) diventa ancora più evidente. Tendiamo a de-umanizzare (Reicher et al., 2008) coloro che riteniamo responsabili dei nostri guai (vedi la percezione degli ebrei nei nazisti) e a generare rappresentazioni indifferenziate dell’outgroup (i.e., sono tutti uguali e accumunati da una caratteristica distintiva; Boldry et al., 2007).

E cosa c’è di più diverso da un essere umano di un’entità aliena?

Mirko Duradoni

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