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“Only Murders in the Building”: recensione del settimo episodio

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“La gente parla troppo, in questa città”: così si apre il settimo episodio di Only Murders in the Building!

Intera puntata dedicata alla storia di Theo Dimas, figlio dello sponsor del podcast, nonché principale sospettato, come abbiamo visto nel sesto episodio. Theo è un ragazzo, coetaneo di Mabel, non udente. Gli sceneggiatori ci portano per mano in un mondo senza suoni e voci, tutta la puntata ha come fil rouge il silenzio, il linguaggio dei segni, il non poter o voler parlare. È una puntata intensa, delicata e drammatica, come lo sono la morte e l’amore.

Theo, dietro al viso angelico e al carattere defilato, è pericoloso. Innanzitutto sa leggere il labiale, infatti spia dalla finestra i nostri tre investigatori amatoriali. Capisce che il trio sospetta di suo padre, e va in alert. Agendo indisturbato, ruba le chiavi al portiere per entrare di soppiatto nell’appartamento di Oliver e capisce che hanno molti indizi e che la ricerca del colpevole è a buon punto.

Contemporaneamente, anche Mabel e Charles entrano di nascosto nella casa di Teddy Dimas, padre di Theo. Nel ripostiglio trovano moltissime urne funebri, della ditta “Risplendi”. Ancora scioccati da questa inusuale scoperta, scappano via prima di essere beccati. Tra suspance e timing perfetto alla Hitchcock, riescono a non farsi vedere.

L’anello di Zoe

In questo episodio finalmente i pezzi del puzzle iniziano a formare l’immagine finale. In un flashback di Theo, vediamo i giovani Hardy Boys entrare di nascosto a casa sua per fare baldoria. Lui si nasconde nel ripostiglio, da cui vede Zoe rubare un prezioso anello. Anche Zoe lo vede, e flirta con lui con il linguaggio dei segni, che lei conosce. Durante la festa di Capodanno Theo chiede a Zoe di ridargli l’anello, ma lei lo spinge e cade dal terrazzo. Verrà poi incolpato Oscar, come abbiamo scoperto nel quinto episodio.

Dopo 6 episodi di attesa, scopriamo finalmente come sono andate le cose la notte in cui Zoe morì. Theo, disperato, chiede aiuto al padre, che minaccia Tim Kono per fargli tenere la bocca chiusa. Ma, come ci chiediamo dai primi tre episodi, chi ha ucciso Tim?

Gioielli e pompe funebri: i loschi traffici dei Dimas

Oliver e Mabel vanno a vedere da vicino la ditta “Risplendi”, che sta gestendo un funerale. Si intrufolano per capire in che modo le pompe funebri sono connessi al traffico di gioielli e scoprono che Theo ruba i gioielli ai defunti prima della sepoltura. Ma Theo li scopre e li sequestra, portandoli via legati e imbavagliati in un furgoncino.

Micaela Paciotti

5 idee per Halloween: i costumi più originali ispirati alle serie tv

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Nella notte più creepy dell’anno, possiamo trasformarci nel nostro personaggio preferito! Queste le 5 Serie tv che secondo me contengono più spunti, più costumi, più personaggi in perfetto stile Halloween.

The walking dead

The Walking Dead segue un gruppo di sopravvissuti durante un’apocalisse zombie. Nelle prime 10 stagioni, i protagonisti si sono confrontati con i demoni del passato e hanno combattuto nuove minacce, con le amicizie e le relazioni che risentono del crescente danno collaterale dell’apocalisse. Basate sulla serie di fumetti scritta da Robert Kirkman e pubblicata da Image Comics, le stagioni di The Walking Dead sono state un successo planetario.

Gli zombie di The Walking Dead sono sbarcati a sorpresa a Venezia durante la 78ª edizione del Festival del cinema. Tra i numerosi vip che si sono susseguiti in questi giorni sul famoso imbarcadero della laguna, sono arrivati anche gli zombie per ricordare a tutti che la prima parte dell’undicesima e ultima stagione della serie è ora in streaming su Disney+. Guardate che bel lavoro hanno fatto stylist e truccatori, prendete spunto!

Tips: tutti a casa hanno una vecchia camicia, una camicia da notte ingiallita, qualche abito irrimediabilmente macchiato. Si possono riutilizzare e macchiare ancora di più, con un po’ di cenere, terra o fondotinta. Per il trucco tanta matita nera da sfumare e cerone bianco!

Tenebre e ossa

Bellissima serie fantasy, un bel prodotto e una vera rivelazione, uscita su Netflix ad aprile scorso. Come ogni serie fantasy che si rispetti, anche Tenebre e ossa ha la sua geografia inventata. Il regno in cui si svolge la storia è quello di Ravka dove le persone convivono in modo più o meno pacifico con i Grisha, esseri umani dotati di abilità straordinarie di diverso tipo. Alina Starkov, la giovane protagonista, ha un enorme potere, che ha celato per tutta la vita per poter rimanere accanto al suo amico Mal.

In questo microcosmo creato dalla penna di Leigh Bardugo abbiamo molti spunti demoniaci e steampunk. La costumista Wendy Partridge si è ispirata alla Prussia del 1870, lavorando molto sui ricami e sulle fibbie, per rendere tutto più contemporaneo.

Tips: Nei mercatini dell’usato si possono trovare facilmente parti di vecchie uniformi, da riadattare e arricchire con accessori più contemporanei.

Wandavision

Per la prima volta, l’universo cinematografico Marvel si mette in gioco con una serie tv, e la dedica alla storia d’amore (e non solo) tra Wanda e Visione. Wandavision è davvero un unicum nel panorama delle serie, per la scelta degli sceneggiatori di ambientare ogni puntata in un’epoca diversa, ispirandosi a telefilm popolari in quella decade. Per questo, le idee da rubare sono parecchie: dalla sophisticated lady anni ’50 alla magica mogliettina come in Vita da strega. Se però volete fare bingo, scegliete il costume più fico di Halloween 2021, quello di Scarlet Witch, il personaggio in cui Wanda si evolve (e da cui si traveste in una puntata dedicata proprio ad Halloween!)

Tips: body e leggings rossi si possono trovare con facilità, per il copricapo con le punte basta un cerchietto e un po’ di cartoncino!

Le terrificanti avventure di Sabrina

Cimiteri, pompe funebri, Satana e streghe: niente può ispirare il vostro Halloween meglio di questa serie! Se siete in 3, potete interpretare le sorelle sinistre, bellissime e cattivissime antagoniste di Sabrina. Ma ci sono personaggi molto iconici per tutti i gusti: l’oscuro signore, Dorian Grey, Mambo Marie, la sacerdotessa voodoo Mambo Marie e, ovviamente, Sabrina!

Tips: un vestito nero e un vecchio merletto della nonna come colletto vi trasformeranno nelle sorelle sinistre, una parrucca bionda e un bomber sportivo da football in Sabrina.

The Handmaid’s tale

Serie distopica e inquietante, ha un’iconografia riconoscibilissima che la rende perfetta come ispirazione Halloween!

Tips: la cuffietta di cotone si può ricavare anche da una vecchia t-shirt o si può fare con la carta forno, l’abito borgogna si cerca nei mercatini o nei negozi di stoffe!

Micaela Paciotti

La serata magica di Natasha Pavluchenko

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La moda, quella che si sposa con l’arte e l’emozione, ha il nome di Natasha Pavluchenko. Il 28 settembre scorso, in una splendida serata organizzata dall’Ambasciata polacca per festeggiare il trentesimo anno del Triangolo di Weimar, la stilista ha mostrato in passerella le sue creazioni più belle.

L’evento è stato organizzato in collaborazione con le Ambasciate di Francia e di Germania per festeggiare il trattato di cooperazione tra i tre Paesi ed ha inoltre ospitato una rappresentanza delle città di Bielsko-Biala in Polonia e di Tursi  in Basilicata che hanno ispirato l’arte della Pavluchenko.

Il bianco e il nero, nel gioco dei contrasti della collezione proposta dalla stilista, sono la chiave interpretativa che svela il legame per le due città e il dualismo cromatico tra luce e ombra, necessaria condizione per l’esistenza umana.

Spettacolare il montaggio del video che ha accompagnato la passerella: un racconto intimista e letterario che ha catturato l’attenzione degli spettatori. Le due città, la nativa Bielsko-Biala in Polonia e l’amata Tursi in Italia sono state la fonte d’ispirazione e di suggestione per la Pavluchenko che ha rappresentato rispettivamente nel candore del bianco e nella carnalità del nero.

Ed è un nero magico, mistico e primitivo quello rappresentato nella prima passerella che incarna l’anima primordiale di Tursi con l’energia delle sue pietre e il misticismo della Vergine di Anglona, impreziosito da dettagli bizantineggianti e preziosi.

Ma l’incanto è proseguito con la seconda collezione di eterei e raffinati abiti bianchi  intitolata Everlasting, già presentata all’ultima edizione di Altaroma durante la sfilata International Couture – The Roman Sunset al DOM Hotel.  Un omaggio alla sua città, percorsa dall’acqua, che ricorda il chiarore delle albe slave nostalgiche e struggenti. L’etimologia del nome deriva probabilmente dal fiume Biała che significa “bianca” per il colore dell’acqua, altri studiosi associano il nome della città anche allo sbiancamento del lino.

A dirigere l’incanto la grande professionalità di Maria Christina Rigano, Event manager & Press office di International Couture, presente nella cura di ogni dettaglio.

Dopo la magnifica sfilata gli invitati hanno continuato a sorseggiare champagne e ad apprezzare assaggi gastronomici provenienti dai tre Paesi partecipanti all’evento e dalla regione Basilicata nei giardini dell’Ambasciata mentre il Trio The ThreeX, una formazione di musicisti polacchi, si è esibito in concerto nei saloni della residenza.

Viste le restrizioni per le norme Covid,  il concerto è stato proiettato anche sul maxischermo installato in giardino, permettendo a tutti gli ospiti di assistere ai virtuosismi musicali del gruppo che ha proposto la grande musica classica in chiave contemporanea e crossover, addirittura con contaminazioni metal.

Natasha Pavluchenko è nata nel 1979 in Bielorussia, in una famiglia di origini polacche e ucraine. Ha raggiunto una notevole fama in tutto il mondo, non solo nel campo della moda. Una curiosità: il design degli interni della Fiat 500 con il nome dell’artista è stato sviluppato in occasione del 90 ° anniversario di Fiat Auto Poland e l’avventura con i design relativi alle auto è stata ulteriormente estesa in collaborazione con Carlex Design.

Grazie a Natasha Pavluchenko e alla sua creatività, una perfetta simbiosi tra cosmopolitismo e tradizione.

Antonella Rizzo

No Time To Die – Il Bond più emozionante di sempre

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Dal 30 settembre è disponibile, nelle sale italiane, il 25° film sull’agente segreto più famoso della letteratura e del cinema. Dopo innumerevoli rinvii, James Bond riesce a tornare nelle sale cinematografiche con un’avventura intimista che resterà indelebile nelle memorie collettive. No time to die è un’opera coraggiosa che si propone l’obiettivo di chiudere con forza la sesta era bondiana, omaggiando lo straordinario agente 007 interpretato da Daniel Craig e tutta la mitologia del personaggio ma, al tempo stesso, togliendone i segni dell’età dal volto. Siamo di fronte ad un cambiamento epocale per il franchise che non può passare inosservato.

C’è ancora bisogno di James Bond

Dopo gli avvenimenti di Spectre e la cattura di Blofeld, James Bond (Daniel Craig) si è ritirato dall’MI6 e, insieme al nuovo amore Madeleine Swann (Léa Seydoux), tenta di abbandonare definitivamente la sua vecchia vita da agente segreto. Non potendo fare a meno di non guardarsi alle spalle, si reca sulla tomba di Vesper (interpretata in Casinò Royale da Eva Green) dove rimane vittima di un’imboscata dell’organizzazione criminale guidata da Blofeld. La relazione con la figlia di Mr. White si conclude bruscamente e, dopo 5 anni lontano da intrighi e cospirazioni, l’ex agente 00 viene contattato da Felix Leither (Jeffrey Wright) per recuperare uno scienziato al portafoglio della MI6, rapito dalla sempre attiva SPECTRE. Tuttavia, non sono i soli interessati all’uomo e la calcolata furia vendicativa di Safir (Rami Malek) sta per abbattersi sul mondo intero.  

L’eredità di Daniel Craig

Ne è passato di tempo dall’insurrezione popolare che travolse l’attore britannico ai tempi dell’annuncio come nuovo James Bond, accusato di non avere il carisma e l’eleganza dei suoi predecessori. A 15 anni di distanza dalla prima proiezione di Casinò Royale, la situazione è inequivocabilmente cambiata e pensare ad un futuro senza di lui, sembra impossibile. Duro e letale, nell’arco dei cinque film del ciclo Craig abbiamo avuto la possibilità di guardare negli occhi l’uomo James, di entrare nella sua anima noir ed esplorarne il passato, le sofferenze, le paure. Un agente segreto tridimensionale come Sua Maestà non aveva l’aveva mai visto e capace, nonostante la discontinuità qualitativa delle sue pellicole, d’imporsi come nuovo metro qualitativo. “Abbiamo tutto il tempo del mondo”, affermerà il nostro protagonista all’inizio di questa emozionante opera, richiamando alla memoria una delle più belle Bond Songs del passato, ma è una bellissima bugia al quale non possiamo premetterci il lusso di credere.  Il tempo, vera tematica del film insieme al lascito generazionale, scorre inesorabile nonostante i nostri sforzi e i 164 minuti della piccola scivolano tra le dita dello spettatore che non può far altro che accettare di lasciarli andare. Come James sulla tomba di Vesper, siamo chiamati in sala per l’ultimo saluto, assistendo al canto del cigno di un Bond indimenticabile, in grado di rilanciare un personaggio schiacciato, per ovvie ragioni storico-culturali, dal peso dell’età.  

Un epilogo degno di 007

In cabina di regia abbiamo Cary Fukunaga, più noto per le sue imprese televisive (True DetectiveManiacs) che per i suoi lungometraggi cinematografici. Tuttavia, riesce a dare un tocco personale degno di nota, con numerose riprese aeree e giochi di macchina elegantissimi che si contrappongono ad adrenalinici inseguimenti e scontri a fuoco. Non siamo ai livelli di Skyfall che, per chi vi scrive, resta il punto più alto dell’era Craig, ma il primo regista statunitense nella storia del franchise, conosce la ricetta un buon Martini agitato e non mescolato. Dalla fredda Norvegia alla movimentata Cuba, le influenze di diversi stili e gli omaggi ai capitoli del passato sono un valore aggiunto non di poco conto. Ambientazioni e richiami a personaggi ben noti della saga, non possono che impreziosire la visione del pubblico bondiano. La più evidente prova è nei lineamenti caratterizzanti del villain di No time to die, interpretato da un ottimo Rami Malek, che indubbiamente richiama il leggendario Dr. No. Il suo Lyutsifer Safin è un mefistofelico burattinaio che vuole veder bruciare il mondo, utilizzando la letale eredità familiare di cui è custode, e cercando di plasmare James come sua eterna nemesi. Tuttavia, non sempre le motivazioni delle parti in causa sono esaustive e traballano leggermente nella complessità dell’opera in esame, che sembra voler inserire elementi quasi forzatamente. Possiamo così vedere l’evoluzione del rapporto tra l’ex agente 00 e l’M di Ralph Fiennes, uniti dalla difficoltà di tenersi al passo coi tempi, ritrovando anche l’Ernst Stavro Blofeld sempre interpretato da Christoph Waltz. Tuttavia, per quanto faccia piacere ritrovare questi confronti, nella parte centrale si ha la leggera percezione di assistere all’addio di Bond a tutti i suoi legami di qualsivoglia tipo, accantonando le ragioni dietro alle azioni in più frangenti. 
Promossa invece a pieni voti è la theme song del fenomeno Billie Eilish, ripresa più volte da Hans Zimmer che sforna l’ennesimo accompagnamento musicale totalmente immersivo e in grado di elevare ulteriormente il carico emozionale dell’intera operazione. 

Non chiamatele “Bond Girls”

Che l’era Craig abbia reso le cosiddette “Bond Girls” non più semplici bombe sexy e facili vittime del fascino della spia, è sotto gli occhi di tutti. Questa volta è però tangibile la presenza di una fuoriclasse come Phoebe Waller-Bridge in sceneggiatura, capace di tratteggiare i caratteri delle figure femminili intorno al nostro James come mai prima d’ora. Il perno della narrazione, elemento che potrà far storcere il naso ai puristi del cinema spy, è la relazione sentimentale tra il nostro agente segreto e Madeleine Swann. Un rapporto amoroso indissolubile ma sconfitto dalla mancata fiducia reciproca, dove il vuoto della lontananza e della privazione dell’altro è colmato dal rimpianto di momenti non vissuti. Léa Seydoux è bravissima nel mostrare la sofferenza e l’integrità del suo personaggio, portatrice di un segreto mai svelato. Un tempo che non può essere riavvolto o modificato ma, se c’è chi non ha mai dimenticato James Bond, c’è anche chi ha avuto il coraggio di rimpiazzarlo. È il caso dell’MI6 che ha affidato il grado di 007 ad una nuova agente, altrettanto letale ma più rispettosa degli ordini. Giocando con lo stereotipo della Bond Girl old style per l’entrata in scena di Nomi (Lashana Lynch), viene portato a schermo una figura femminile forte, determinata e che non esita a scontrarsi con la leggenda che è chiamata a sostituire. Sarebbe interessante rivederla nuovamente, così come sarebbe bellissimo passare ancora del tempo in compagnia di Paloma (Ana de Armas). Desiderosa d’azione, dopo le tre settimane di training, la memorabile sequenza cubana è impreziosita dalla genuinità della nuova leva della CIA che, elegantissima e divertente, saluta Bond e lo spettatore con un rammaricato: “fermati di più la prossima volta”. Una frase carica di significato che riporta i destinatari al tempo che scorre inesorabile, verso un epilogo obbligato al quale non c’è possibilità di sottrarsi. 

Dopo 15 anni di onorato servizio, diciamo addio al Bond più longevo di sempre, arrivando all’emozionante chiusura di un’era che non riusciremo mai a dimenticare. Dopo le partite a Texas hold ‘em in Casinò Royale, il deserto di Quantum of Solace, la rinascita di Skyfall e le difficili decisioni di Spectre, i sentimenti di No time to die non possono che travolgerci in questo lungo saluto. Il tempo passa ma le leggende restano e l’eredità del ciclo Craig vivrà in eterno. Attenzione però: questo non è un punto d’arrivo ma di partenza.
Non è tempo di morire James Bond.. e non lo sarà mai.

Michele Finardi

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

“Il ladro di bambini”: il neorealismo di Gianni Amelio

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Titolo originale: Il ladro di bambini
Regia: Gianni Amelio
Soggetto e sceneggiatura: Gianni Amelio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Cast principale: Enrico Lo Verso, Giuseppe Ieracitano, Valemtina Scalici, Massimo De Lorenzo
Nazione: Italia
Anno: 1992

Uno stile nudo, scabro, venato di lirismo. Gianni Amelio è qui, in tutta la sua delicatezza: fragilità esistenziali, rapporti familiari, la possibilità di coltivare una speranza calpestata. Il ladro di bambini, vincitore del Premio Speciale della Giuria al 45º Festival di Cannes, compendia un’attitudine allo sguardo che dilapida le convenzioni, che mira scarnificare il reale, a mostrarne il volto dissestato. Non a caso gli occhi sono infantili, liberi da scorie e impalcature a-morali.

Un realismo lieve

Rosetta (Valentina Scalici), undici anni, prostituta per volontà materna, vive con suo fratello Luciano (Giuseppe Ieracitano) alla periferia milanese, in un fabbricato affollato di immigrati, dove i margini dell’universo risuonano di lingue meridionali. Affidati, dopo l’arresto della madre, alla ‘custodia’ del carabiniere Antonio (Enrico Lo Verso), i piccoli scoprono nel quotidiano una spontaneità sommersa, il miracolo dell’amicizia, dell’affetto, dei minimi gesti di premura.

È in questa esile trama, nel filo invisibile – grezzo – di un’attualità sconcertante, che risiede il pregio dell’opera di Amelio. La sceneggiatura, elaborata con Sandro Petraglia e Stefano Rulli, elegge a livelli universali un episodio disturbante, che ricorre con frequenza nelle pagine di cronaca. Meno comune è il modo, la partitura espressiva tramata di sensibilità e pudore nella corrispondenza emotiva tra giovani anime, ciascuna segnata dal dubbio, da una lacerazione insanabile. Scarnificata dal vizio estetico, la poetica del regista persegue un realismo lieve, quasi un grido di dolore dinnanzi a una scena ribaltata, in cui il viaggio della speranza – in questo nostro, sciagurato Paese – procede al contrario, da Nord a Sud senza spiraglio di ritorno.

Ai margini dell’universo

È questo Il ladro di bambini, un film che non conclude: dei chiarimenti, delle strade spianate, nessuno se ne fa niente. Il tragitto verso l’istituto per l’infanzia di Civitavecchia diventa uno sgangherato on the road, è la deviazione dal percorso canonico, imposto, finalmente ‘slabbrato’ e dilatato, come un lungo fermo-immagine in cui cogliere tutto, dal panorama abbrutito al degrado coscienziale.

Enrico Lo Verso, splendido, dolente figlio del Sud, reca nel volto i segni dello stupore, lo spaesamento davanti alle incrinature del mondo, quando accusato di ‘eccesso di cura’ torna a vestire i panni del robot, un obbediente servitore privo di slanci e folgorazioni. Nel mezzo, una docile rinascita: fughe, abbracci, una tregua davanti al mare. Riecheggia Truffaut, il finale ‘epico’ de I 400 colpi. E ancora la lucidità di Pasolini, la consapevolezza di un mutamento immorale, tragico, fatto di abusi e degradazione. Tutto, in quest’opera di Gianni Amelio, rivela un’attrazione per i margini, tutto – dietro la patina compatta – esprime un senso di fragilità.

Oltre il silenzio

Il mutismo di Luciano, tiepida scorza contro il male, è un mezzo di diffrazione, l’esatto opposto delle parole e del rumore – come a pungere, svegliare, perturbare lo spettatore. Emblematica è la sequenza della fotografia, quando la nonna di Antonio gli mostra l’album dell’infanzia, quasi a segnare un ponte tra le due storie, un recupero memoriale che procede per scarti. Ogni passaggio, ogni sguardo è temperato; le domande incalzano sottotraccia, gli urti morali hanno il volto dell’uomo comune, dello scandalo riattizzato da copertine pruriginose. In quest’ottica Il ladro di bambini è un film sull’elaborazione di un lutto, sulla fine ingloriosa dell’Italia ‘rinnovata’.

Abusivismo edilizio, assenza di una coscienza civile, tutto concorre alla costruzione di un dramma silenzioso, in cui il viaggio è la meta, una parentesi di quiete. L’occhio di Gianni Amelio è impietoso, velato di tenerezza ma scevro da nostalgismi, nella misura – oltremodo rara – che separa l’analisi didattica dalla denuncia ‘scolastica’. È la lezione del neorealismo, qui evocato nel rapporto padre-figli (nella sua accezione più ampia), tanto zavattiniano da riemergere nel titolo (Il ladro di bambini come Ladri di biciclette): libero, irrequieto, volto a perimetrare l’attimo. Vi è un ritorno a un’indagine rigorosa, che esclude eroi, ideologie, piccoli drammi da interno. «Volevo un film di persone, più che di personaggi», dichiara Amelio. È per questo che l’opera palpita, scioglie il silenzio in momenti di bagliore. Come la vita, al di là dei singoli piani

Tre motivi per vedere il film

  1. – La sequenza in cui Antonio insegna a nuotare a Luciano
    – La fotografia scarna, bellissima di Tonino Nardi e Renato Tafuri
    – La prova di Enrico Lo Verso

Quando vedere il film

Nel momento in cui si ha voglia di storie vere, di sofferta indignazione.

Ginevra Amadio

Hai perso l’ultimo Cineforum? Eccolo per te!

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“Museo delle Illusioni” a Milano: imparare divertendosi

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Ha aperto a luglio di quest’anno a Milano il primo “Museo delle Illusioni”. 

Un format che arriva nella big city direttamente dalla Croazia: l’idea originale è stata lanciata nel 2015 a Zagabria, e poi è arrivata al Cairo, a Dubai, Chicago e New York e molte altre città per un totale di 33 sparse 5 continenti.

«Milano -afferma Roko Zivkovic, uno dei fondatori  – è il centro del design, dell’innovazione e della moda. La città ha musei e centri culturali importanti. Avere una sede del Museo delle Illusioni qui per noi è sempre stato un obiettivo importante. Riuscire ad aprire in questo momento ha un significato particolare: ci permette di donare alla città un luogo di svago e di formazione per tutte le età come simbolo di ripartenza per la dopo la pandemia».

“Se un’immagine vale mille parole, fidati che un’illusione ne nasconde oltre un milione”.

In via Settembrini, in piena zona “Centrale”, ha inaugurato un museo ricco di illusioni, rompicapi, giochi e attrazioni che coinvolgono lo spettatore attraversando percorsi e facendolo interfacciare con la scienze, la psicologia, la fisica e la matematica.

Settanta attrazioni per mettere alla prova il nostro cervello sperimentando come funziona, per esempio, la prospettiva o la percezione ottica e il tutto in un’ora di tempo.

Si, perché è un’ora il limite di tempo che permette alla mente umana di cimentarsi nei giochi d’illusione con piacere e senza stress. 

Durante il tour si attraversano diverse stanze e in ognuna di queste si provano esperienze variegate che ti lasciano a bocca aperta.

L’obiettivo è duplice: divertirsi, ma anche imparare cose nuove.

In una stanza si può provare l’illusione di essere molto piccoli, in un’altra di avere altezze diverse e in un’altra ancora ci si rende conto che la dimensione percepita di una persona dipende da quella degli oggetti che le stanno intorno.

Continuando nel percorso si raggiunge una stanza in cui si ha la sensazione di poter ruotare su se stessi.

Ma ancora: dall’illusione creata dal Vortex Tunnel, capace di simulare una lotta faticosa solo per fare un passo in avanti attraverso un cilindro rotante su una superficie apparentemente stabile e piatta, alla rotante Stanza del Sottosopra, passando per le leggi della gravità e dal rapporto tra dimensioni nella Stanza dell’Infinito.

Presente anche la Playroom con i suoi giochi e rompicapo educativi. Fino alla collezione di ologrammi.

Un brillante e divertente promemoria del fatto che le nostre convinzioni sul mondo spesso non sono altro che uno spettro d’illusioni.

Nulla di nuovo per gli studiosi di materie umanistiche: La Gestalt (significa in italiano “Forma”) infatti fu la prima scienza psicologica a studiare le illusioni e la forma.

E’ questa una corrente di pensiero fondata nel 1912 dal tedesco Max Wertheimer e sviluppata da Wolfgang Köhler e Kurt Koffka, incentrata sui temi della percezione e dell’esperienza.

Essa sostiene infatti che “Il tutto è superiore alla somma delle singole parti”. 

Secondo la psicologia della Gestalt, ciò che percepiamo non è una somma di elementi, ma una sintesi della realtà. Nella percezione del mondo esterno, insomma, noi non cogliamo delle semplici somme di stimoli sensoriali, ma percepiamo l’insieme, che è qualcosa di più e di diverso della semplice somma degli elementi.

Nel 1923 Wertheimer enunciò le leggi della Gestalt. Dei principi percettivi innati sulla cui base gli stimoli si costituiscono in forme:

  • Vicinanza
  • Somiglianza
  • Continuità
  • Destino comune
  • Figura-sfondo
  • Chiusura
  • Esperienza passata
  • Pregnanza

Sebbene negli ultimi anni del Novecento l’influenza di questa corrente sia andata ridimensionandosi, la teoria della Gestalt resta una pietra miliare della psicologia moderna.

E queste regole restano utili per spiegare diverse illusioni ottiche che si potranno vivere al Museo. Un museo unico, diverso da tutti gli altri e perfetto per adulti e bambini di tutte le età.

Al suo interno, infatti, è permesso ridere, urlare, correre e fare tutto ciò che non è consentito in altri musei. E questo, potrebbe anche risultare liberatorio.

E se siete curiosi e avete voglia di stimolare la creatività dei bambini, non perdetevi la mostra “Montessori-Munari” al Palazzo delle esposizioni a Roma. Al Museo delle Illusioni inoltre sembrerà di vivere in un parco giochi ad alto contenuto instagrammabile.  All’interno infatti ti consigliano il punto esatto dove poter vedere e scattare l’illusione che stai vivendo.

Si sa, gli occhi vedono ciò che il cervello non comprende.

Francesca Sorge

Tutte le immagini contenute nell’articolo sono a cura di Emanuela Sorridi.

Il New Look: Dior e la bellezza nel dopoguerra

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Durante la Seconda Guerra Mondiale alle donne e agli uomini spettarono parecchi difficili compiti. Tra questi, quello di far sopravvivere quanto di buono aveva creato l’uomo fino a quel momento.

Arte, scrittura, fotografia, scultura e moda: tutto doveva sopravvivere al nazismo e, perché no, rifondarsi su nuove prospettive. Nella vita di tutti i giorni, le donne continuavano a volersi sentire femminili e, senza avere un soldo per un paio di collant con la riga nera, si dipingevano la riga direttamente sulla gamba. Tutte cucivano, riciclavano, per mantenere una parvenza di normalità: gli abiti da sposa venivano cuciti a mano con le tele dei paracaduti, per dirne una.

Ferragamo iniziò ad usare materiali poveri come il sughero e la paglia per la zeppa delle scarpe, perché di pellame e cuoio non ce n’era l’ombra. Durante l’occupazione francese, le donne di Parigi portavano avanti una resistenza politica ed estetica, offendendo le mogli degli ufficiali tedeschi indossando un look opposto al loro. Le parigine iniziarono ad usare turbanti e foulard, come dichiarazione di autonomia, contro i teutonici cappelli dalle linee rigidissime.

Forse potrà far sorridere questa sorta di resistenza fashionista, ma è stata importante per preservare la bellezza sotto le bombe e mantenere la creatività in dittatura.

1947: la prima sfilata di Christian Dior, il New Look conquista il mondo

La guerra è finita da due anni, Dior aveva abbandonato la moda per arruolarsi, ma finito il conflitto bellico ricomincia a collaborare con Balmain. Nel 1946 Dior apre la sua prima boutique e inizia a disegnare la donna del dopo guerra: niente più panno, tessuto povero della moda bellica; niente abiti a sacco, mortificazione delle forme. Quella che Dior crea, regalandola alle generazioni fino al 2021, è la donna moderna.

Nel 1947, al numero 30 dell’avenue Montaigne a Parigi, Dior presenta al mondo il New Look: gonna a corolla, guêpière che stringe leggermente il punto vita, caviglie in mostra. La donna è tornata alla ribalta e con lei la femminilità, la voglia di scrollarsi di dosso la guerra, la paura, le uniformi, la fame.

Micaela Paciotti

Foto: abito Christian Dior, collezione privata, per gentile concessione di TimelessVixen.

Halloween: origine e significato della festa delle streghe

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Il 31 ottobre si festeggia Halloween con quelle che sono diventate attività tradizionali: zucche intagliate, dolcetto o scherzetto e travestimenti. 

Molti pensano che Halloween sia una festività americana, ma lo sapevate che la maggior parte delle attività associate a questo periodo dell’anno sono originarie del folklore e della tradizione celtica (e non solo)?

Web Story: overdose di Halloween

Le origini

Durante la celebrazione di Samhain, i Celti accendevano grandi falò e suonavano tamburi per guidare i visitatori dagli inferi, mentre indossavano costumi per allontanare gli spiriti maligni.

Quando l’influenza dell’impero romano si impadronì della Gran Bretagna e di gran parte dell’Europa, la celebrazione di Samhain fu gradualmente combinata con le celebrazioni romane di Feralia, in cui venivano onorati i morti, e Pomona, che rendeva omaggio alla dea dei frutti e degli alberi.

Nell’VIII secolo, papa Gregorio III dichiarò il 1° novembre un giorno in cui sarebbero stati onorati tutti i santi e i martiri. Questo divenne noto come Ognissanti (All Saints Day), mentre il 31 ottobre venne chiamato Giorno dei morti (All Saints Eve), che si sarebbe poi evoluto in All Hallows Eve e poi Allhalloween o Halloween.

Le celebrazioni

Molto di ciò che associamo ad Halloween oggi è il prodotto dell’americanizzazione che ha attraversato nel corso degli anni: ogni anno vengono spesi circa 6 miliardi di dollari per la festività di Halloween. Molte attività moderne sono radicate tuttavia in antiche tradizioni. Vediamo insieme le più famose.

Le zucche: il simbolo di Halloween

L’intaglio della zucca è iniziato in America ma ha radici celtiche. Durante Samhain, infatti, i bambini costruivano lanterne con le rape. Quando gli irlandesi arrivarono in America, non c’erano rape da trovare, quindi si accontentarono delle zucche, e da allora questo rituale è stato riportato anche nel Regno Unito ed esteso nel mondo.

“Dolcetto o scherzetto?”

Agli inglesi e agli irlandesi viene attribuita l’idea del trick or treat perché portarono con sé  in America l’usanza di travestirsi e di viaggiare porta a porta per chiedere cibo. Queste tradizioni iniziarono in Gran Bretagna e Irlanda nel Medioevo, quando i bambini e talvolta gli adulti poveri si travestivano in costume e andavano di porta in porta a chiedere cibo o denaro in cambio di canti e preghiere in onore dei defunti. Questa pratica era chiamato souling.

I travestimenti 

Maschere e costumi venivano usati per consentire la comunicazione con il mondo degli spiriti e per allontanare quelli maligni. Questa pratica, chiamata guising (da disguise, cioè nascondere, celare, mascherare) sarebbe nata dai Celti, che indossavano teste di animali e pelli per acquisire la forza di un particolare animale al fine di spaventare i fantasmi o di non essere riconosciuti da loro.

E in Italia?

Halloween è esploso in Italia solo negli anni ’90 grazie ai media: nelle serie tv, film e giochi statunitensi non manca mai un riferimento alla festa del 31 ottobre.

Da allora, pian piano Halloween è diventata una festa sentita anche qui in Italia. Certo, non viene celebrata alla stessa maniera dei Paesi anglosassoni, tuttavia non è raro vedere zucche intagliate e bambini travestiti nel bel Paese. Più che altro a noi italiani piace festeggiare tramite un bel film horror o un libro gotico.

Voi come festeggerete la notte di Halloween? Le nostre idee per trascorrere la festa delle streghe le trovate tutte nella web story all’inizio dell’articolo.

Veronica Bartucca

The Walking Dead 11: recensione del sesto episodio

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S’intitola On the inside il sesto episodio dell’undicesima stagione di The Walking Dead, e già il titolo può avere varie interpretazioni. Molte sono le prospettive dall’interno, prima su tutte quella di Connie, il nostro personaggio sordo che torna accompagnato da Virgil.

Il ritorno di Connie e la prospettiva del silenzio

Connie torna, e io già inizio a sperare che finalmente Daryl chiuda questa serie con una love story. Ma non ci impantaniamo nei miei sogni romantici, perché la nostra ragazza è in pericolo. Si rifugia in una casa col suo compagno d’avventure: fuori ci sono moltissimi zombi e dentro si nascondono delle creature tremende, umani abbrutiti dall’apocalisse e decisamente pericolosi. Connie è palesemente provata, ma non perde un colpo. Continua a essere la ragazza che abbiamo imparato ad amare nel corso delle puntate precedenti: leale, sveglia e sempre con un asso nella manica quando si tratta di sopravvivere.

Il bello di questo episodio è il silenzio: la regia, per condurre correttamente lo spettatore nel punto di vista reale di Connie, offre scene totalmente mute in cui regna solo la musica di sottofondo, come nei vecchi film horror. In questo modo sale la suspense: non sentire rumori quando si è perseguitati aumenta la tensione e la paura nelle scene labirintiche della casa infestata.

Mentre Connie e Virgil lottano per la sopravvivenza, Kelly cerca la sorella accompagnata da Magna, Rosita e Carol. Alla fine dell’episodio le due riusciranno a riabbracciarsi, ma non sappiamo bene che fine farà Virgil, che è stato gravemente ferito da uno degli homo sapiens.

La prova di Daryl

L’altra metà dell’episodio vede protagonista proprio il nostro Daryl, che si trova costretto a fingersi dalla parte dei mietitori per guadagnare credibilità: pur di convincere Pope a fidarsi di lui, conduce gli assassini ad un passo dalla squadra di Maggie. E anche qui la prospettiva è dall’interno: possiamo osservare Maggie nascosta in una specie di sgabuzzino mentre teme l’arrivo dei mietitori.

Promo Trailer del settimo episodio

Nel settimo episodio i riflettori si riaccenderanno proprio su Maggie e Negan: devo ammettere che tutta questa retorica tra loro ha un po’ stancato. La trama torna ad abbracciare anche il team di Humiko presso il CommonWealth, ma dalle immagini non ricaviamo ancora nessuna traccia di Michonne. L’unica scena davvero preoccupante è quella che riguarda Hezekiel, le cui condizioni fisiche sembrano peggiorare giorno dopo giorno.

Accabadora: un giudice spietato o un angelo benevolo?

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L’immaginario comune è ricco di figure mitiche e spesso magiche che portano la fantasia al galoppo e richiamano temi ed emozioni. Esse, non poche volte, spingono anche a riflettere sulla metafora che rappresentano, come la capacità di superare i limiti o la possibilità di trovare soluzioni anche quando queste sembrano assenti. Si pensi ai grandi riferimenti mitologici della cultura greca o ai fantastici dèi nordici o alle divinità della cultura orientale.

Spiccano, tuttavia, in questo panorama eterogeneo, figure possenti di origine africana le quali mixano la bellezza dell’ignoto con le ancestrali pulsioni umane. È il caso delle divinità tribali e di tutta la schiera di stregoni e maghi che si pongono quali medium tra l’aldilà e il mondo senziente. Esse sono personalità complesse e articolate, in bilico tra la corporeità e l’ascesi, mistici antichi di una cultura tramandata fatta di ritualità, mistero ed ermetismo. Il bacino del Mediterraneo non è esente da questa tradizione, anzi, ne custodisce le radici e ne coltiva la memoria, finanche a supportare antiche pratiche e folkloriche usanze. Il Mare Nostrum, dunque, culla e urna di storia e antropologia, abbraccia le coste che lambisce e in esse riversa conoscenze e storie e da esse carpisce le memorie e i riti diffondendoli e contaminandoli.

L’Italia tutta, dalla Magna Grecia alle regioni etrusche pullula di etnoantropografia e di folklore senza esclusione di zone o regioni.

In ogni luogo italiano si può intercettare e approfondire qualcosa di relato al sostrato misterico e inspiegabile, spesso in linea esoterica come i percorsi nel quadrilatero torinese o le multiformi interpretazioni di siti come Castel del Monte in Puglia o le grandi necropoli etrusche.

C’è una regione, tuttavia, che spicca tra le altre italiane in quanto tabernacolo di ritualità, ancestrali misteri, ignoto magico e primordiale emotività. La terra dei quattro Mori, isola lambita dalle profonde acque sarde, unicum italico, è la dimora di figure torbide e ancora vivide nell’immaginario comune, presenze reali nella popolazione isolana che le teme e le venera come nottetempo fecero gli avi. Tra i nuraghi dei Mamuthones e le sterpaglie dei campi tra i muretti a secco, presenze antiche invadono la Sardegna camminando lungo i percorsi battuti dal tempo e dalla memoria.

Controversa figura centaurica, brillante e austera, temuta eppure ricercata, donna evanescente che non teme il buio denso della notte, dal nome impronunciabile e antico, quasi scaramantica paura del mistero e reverenziale timore, l’Accabadora è la donna che incarna il latino precetto di nomen omen e lo fa integralmente, con la sua stessa sembianza e con il suo stile di vita.

Tante le leggende che vedono protagonista questa inquietante e affascinante figura le cui origini si perdono nella notte dei tempi; molte le storie che si tramandano attorno alla vaghezza del suo agire. Tutti i riferimenti, ad ogni modo, convergono verso la funzione di Accabadora, insita nel suo stesso nome: finire, compiere, terminare così come traspare anche dalle pagine del né romanzo di M. Murgia, Accabadora, in un approccio ambientato e interiore a questa figura molto controversa.

Forse è proprio dall’incertezza etimologica che bisognerebbe partire per contestualizzare meglio S’Accabadora.

Che significa S’Abbaccadora?

Se il verbo  terminare punta, infatti, maggiormente al campo semantico del finire, del concludere quasi stroncando, interrompendo bruscamente, la parola compiere, invece, allarga maggiormente l’orizzonte verso l’idea del ‘portare a conclusione’, cioè dare soluzione a qualcosa, ad un progetto o ad una storia, anche di vita umana.

Secondo questa interpretazione del verbo, molto probabilmente di derivazione spagnola o comunque iberica (acabar), S’Accabadora potrebbe configurarsi come figura intermedia tra l’imperscrutabile e l’aldiqua, tra le vicende umane e l’esito della storia del singolo, assumendo quasi la funzione di collaboratrice di un progetto ampio e prescritto. Accabadora come ausiliaria di uno scopo da compiere.

Tale linea, certamente da approfondire e che si offre qui come spunto per un’analisi più complessa, pone il punto su una nuova sfumatura di tale spesso inquietante donna, troppe volte vista come uno spietato mietitore ma forse soltanto perché guardata con gli occhi di un osservatore esterno.

Tentando un gioco della parti, accondiscendendo all’inglese if i was in your shoes, ci si dovrebbe immedesimare nell’animo degli agonizzanti ed empatizzare con essi, percepirne le emozioni e le attese, leggerne i pensieri, condividerne i respiri fino a interiorizzare il costante rantolo del dolore per una sofferenza che stenta a risolversi gettando il penitente in un lungo ed infinito limbo di dolore.

Chi è S’Abbaccadora?

E’ qui che l’intevento di S’Accabadora diventa parte del progetto di conclusione, di un circolo che tende a chiudere la circonferenza.

Armata di profonda determinazione e retta nella certezza di fare del bene lenendo le sofferenze altrui, la misteriosa figura della donna sarda, angelo della fine, irrompe silenziosa nella casa dell’agonizzante attraverso la porta lasciata socchiusa dai famigliari.

Reverente devota della fede, con passo morbido giunge nella stanza di dolore ripulita già dai quadri e dalle sacre suppellettili, per finalizzare il compimento della storia prescritta con un colpo del ligneo martello o con un cuscino a stroncare l’agonia od offrendo pace serrando tra le gambe il collo addolorato del dolente penitente.

Per tanti un omicidio, per altri un atto di pietoso ufficio per tutti un’azione contorversa e dibattuta, oggi ancora più alla luce della bioetica e dei precetti di moralità.

Non è facile, nè è lo scopo di tale intervento, definire se sia giusto o sbagliato l’operato di S’Accabadora ma, certamente, è un dato di fatto che, già da tempo immemore, in Sardegna così come in altre zone d’Italia (come il Salento) figure preposte si occupassero di acabar, portare a compimento, ciò che aveva avuto origine.

Resta alto il velo di mistero e tante volte di tetra paura che circonda queste rituali azioni, accompagnate dal canto delle prefiche e dal lamento puntuale dei congiunti raccolti in dolorosa memoria, ma, nonostante il giudizio di moralità o immoralità, di cui non si discerne in questa sede, resta alta la valenza antropologica che si accompagna all’interrogativo etico che, seppur suscitato da una mitica figura legata ad un primordiale passato, pulsa oggi con fragore soprattutto correlato ai non più esigui episodi di cronaca che interrogano l’uomo contemporaneo circa l’annosa quaestio del fine vita.

Episodi eclatanti di sportivi e uomini noti alla ribalta della cronaca pungolano il pensiero critico di ciascuno andando a porre l’accento su ciò che può essere giusto o sbagliato, troppe volte innestando il dibattito su ciò che è bene e ciò che male alla luce di dottrine e filosofie.

In queto ambito, dunque, facilmente si sfocia nella contrapposizione solita del luogo comune che vede opporre l’angelo della morte contro l’antico sterminatore armato di falce, il compimento di una storia e l’interruzione brusca di un destino stroncato.

Probabilmente, ancora una volta, sarebbe utile porre l’attenzione sull’empatia, sulla capacità di scostarsi da sè per accedere al punto di vista dell’altro, forse anche forzando le remore delle sovrastrutture personali, per assumere una visione maggiormente orientata ma non per questa relativista, un’ottica scevra di giudizio e maggiormente incline alla comprensione altrui.

Forse l’acestrale e mitologica figura di questa donne esile ma determinata induce proprio alla riflessione su tale nevralgico punto, ossia la possibilità di discernere e scegliere.

S’Accabadora, dunque, oltre a caricarsi di valenza simbolica, assume oggi più che mai il valore di interrogativo di specie circa la possibilità di scelta personale e di responsabilità etica in un contesto che, sempre con più forza, punta i riflettori su domande profonde e che necessitano di risposte non solo di massa o di diplomazia ma di vera e propria responsabilità personale.

Forse è proprio questo che inquieta di tale controversa donna, cioè la capacità di mettere ancora oggi, più che mai, in discussione le certezza di un sostrato contemporaneo che, nonostante sia forte delle scoperte e del superamento dei limiti, trema ancora indubbiamento davanti alla lezione della storia, semplice e scontata da far paura, da essere al contempo angelo di morte o steminatore, in questo caso sotto gli abiti austeri di una donna determinata che calca le strade sterrate della Sardegna antica e quanto mai attuale.

Amedeo Di Tella

“Only Murders in the Building”: recensione del sesto episodio

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Puntata dopo puntata, conosciamo sempre meglio i personaggi, uno più sfaccettato e profondo dell’altro.

Il quinto episodio ci ha lasciato vari puntini da unire: in primis, cosa ci faceva Tim Kono nel negozio di tatuaggi? E perché sembra essere al centro di un giro di gioielli rubati? Lo scopriamo grazie all’ultima foto degli Hardy Boys, durante il capodanno in cui morì Zoe: l’anello che lei indossa nella foto, non l’aveva più al dito quando è morta. Tim lo cercava tra i ricettatori. Ma non sappiamo perché.

Una puntata per conoscere meglio tutti i protagonisti

Nel sesto episodio, gli sceneggiatori si prendono una piccola pausa da indizi e investigazioni per svelarci qualche dettaglio in più della vita dei personaggi. Iniziamo dalla Detective Williams (Da’Vine Joy Randolph), che vediamo solo nel primo episodio, impegnata a chiudere il caso di Tim Kono come suicidio. Burbera e scostante, scopriamo che ha una compagna incinta, molto appassionata al podcast di Charlie, Oliver e Mabel “Only murders in the building”, che nel frattempo ha raggiunto la bellezza di 17 follower! Grazie alle nuove puntate caricate, la detective si rende conto di aver trascurato alcuni aspetti dell’indagine e, non potendo riaprire il caso, invia a Mabel il telefono di Tim.

All’inizio dell’episodio entra in scena la madre di Mabel, con cui lei ha un rapporto burrascoso ma affettuoso. La mamma di Mabel la prega di lasciarsi alle spalle le indagini, la morte di Zoe, la galera di Oscar. Inoltre, fa un cazziatone a Charlie e Oliver, indicandoli come due vecchi tristi che tormentano una povera ragazza già provata dalla vita.

Anche Oscar sembra stanco di morti e complotti, ma non riesce a non stare vicino a Mabel, e iniziamo a intuire che c’è del tenero tra i due.

Teddy Dimas, mecenate del podcast e sospettato

Il colpo di scena arriva in coda di puntata. Jimmy Fellon, in una puntata del suo celebre show, ironizza sul podcast e i conduttori, ma dichiara di amare Dimas Chicken Wraps, lo sponsor del podcast. Theddy Dimas è contentissimo, perché in Grecia Jimmy Fellon è seguitissimo, e i suoi parenti schiatteranno d’invidia. Racconta così a Charlie e a Oliver la storia della sua famiglia: dopo l’eccidio greco e armeno la nonna di Theddy viene in America con 2 monete, una per investire nel futuro e una come portafortuna, che ancora campeggia in bella mostra sulla scrivania di Theo.

Stacca così un assegno da 50.000 dollari da investire in altri podcast. L’assegno è a nome della seconda società di Teddy Dimas, la Angel Inc., la società di gioielli e pietre preziose che Tim Kono voleva smascherare. Lo strampalato trio di investigatori si riunisce per fare il punto della situazione e per portare a termine questa indagine. Insieme.

Divorati dalla suspense? Riguardate i primi tre episodi per vedere se vi è sfuggito qualche indizio!

Micaela Paciotti

Titane: molto di più di una protagonista incinta di una Cadillac

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Titane, scritto e diretto da Julia Ducournau, arriva nelle sale dopo la Palma d’oro al Festival di Cannes del 2021, dove ha lasciato tutti stupefatti. Presentato in esclusiva e in anteprima al Cinema Troisi di Roma dal 21 settembre 2021, Titane uscirà in tutte le altre sale italiane il 30 settembre ed è uno dei film da vedere assolutamente in questo autunno.

Perché è un film provocatorio, come ha implicitamente svelato, con la sua solita ironia, Nanni Moretti sul suo profilo Instagram dopo il Festival Di Cannes. Ma non solo.

È un film innovativo, la cui trama “attraversa l’immaginario techno-rock-pop new pangender”, come recitano i comunicati stampa.

La trama

Alexia, una bambina dispettosa e esasperante, ha un incidente stradale mentre è in auto con suo padre. Subisce quindi un intervento neurochirurgico che le lascia una placca di titanio nella testa e una cicatrice notevole sul cranio sopra l’orecchio.

Da subito sviluppa un peculiare amore/attrazione per le automobili. Cresce gonfia di rabbia e amore represso, che la trasformeranno in un essere ibrido e nuovo. Diventa una perfomer che nelle fiere espositive si esibisce in coreografie erotiche in cui simula un amplesso sul e con il cofano di un’auto. Poiché donne e motori è un classico binomio infallibile, Alexia richiama molti ammiratori. Dopo uno spettacolo, un uomo la segue, Alexia è chiaramente spaventata. Ad un approccio da parte dell’uomo, aggressivo e non gradito, lei risponde uccidendolo. Scopriamo che Alexia (Agathe Rousselle) è una giovane donna oggetto di una sessualizzazione spinta, che non corrisponde alla sua femminilità. Ha un’evidente difficoltà a relazionarsi con gli esseri umani; anche con le ragazze da cui è attratta ha un approccio fisicamente aggressivo. Solo con le automobili si lascia andare sessualmente. Ad un certo punto, scopre di essere incinta. Ma è una gravidanza molto strana e rapida quella che nasce da un amplesso con un’automobile.

Alexia è anche un’assassina seriale e senza scrupoli.

In questa implacabilità della protagonista, Titane fa pensare vagamente al recente Una donna promettenteIn entrambi i film, pur diversissimi, abbiamo due protagoniste che si autodeterminano usando la prevaricazione come reazione alle prevaricazioni.

Alexia inizierà però un percorso di cambiamento a partire dalla scoperta della gravidanza, passando per la fuga e l’incontro con Vincent (Vincent Lindon), comandante di una stazione di pompieri/paramedici, che vive, tra il delirio e la speranza, una grande tragedia personale.

Titane è un film di indiscutibile originalità, difficile da definire scegliendo tra i generi cinematografici. Si è parlato di fantascienza e di horror e in effetti ha caratteristiche tipiche dell’uno e dell’altro genere. L’horror forse si ritrova nelle immagini cruenti, nell’uso del sangue, nell’estetica un po’ splatter di alcune scene. Titane è un film che fa sentire il dolore fisico che i personaggi provano; a tratti è anche difficile da guardare. 

Fantascientifica si può definire l’idea della gravidanza di Alexia, velocissima (la storia del film non copre nove mesi), frutto di un rapporto tra una donna e una cadillac. D’altronde, il tema del rapporto essere umano/macchina è un topos letterario e cinematografico. La regista prende proprio il binomio donne e motori come stimolo sessuale per l’uomo e rovescia il paradigma, mettendo una donna in posizione non più oggettiva, ma soggettiva nel rapporto erotico diretto con un partner “meccanico”.

Man mano che la gravidanza prosegue, è inevitabile pensare a un classico come “Alien”, soprattutto per il rapporto che Alexia ha con il feto, come un nemico da combattere e da eliminare. D’altronde anche il look di Alexia ricorda il tenente Ellen Ripley di Segourney Weaver in Alien 3, ma anche “Undici” di Stranger Things

Gli spunti di riflessione sono diversi. 

Guardando Titane ci si chiede, inizialmente, se vuole farci riflettere sul rapporto degli esseri umani con la tecnologia. Possiamo vederci una metafora di una società che riesce ad “amare” più facilmente un’automobile o un dispositivo tecnologico piuttosto che un essere umano, a cui non riesce più a rapportarsi in modo da “soddisfare” il proprio desiderio. 

Poi si sposta la riflessione sulla violenza senza freni (qui c’è quasi un gusto tarantiniano) o remore della protagonista. Alexia è una ragazza crudele? È cattiva? Qualcosa giustifica la sua efferatezza?

Apparentemente Alexia è una giovane donna anaffettiva, non riesce ad avere un rapporto con un altro essere umano (uomo o donna, genitore o partner); negli approcci sessuali è vorace e distruttiva (e autodistruttiva) fino alla morte. Ma scena dopo scena ne percepiamo soprattutto la paura.

Anche Vincent ha i suoi problemi. Ma tanto Alessia è anaffettiva e spaventata, quanto lui è vitale, compassionevole, voglioso di essere un essere umano. Le scene in cui balla e invita anche Alexia a farlo evidenziano la differenza di vitalità tra i due personaggi.  L’incontro tra i due è potenzialmente salvifico per entrambi. 

Titane è assolutamente consigliato per la sua originalità e per le domande che lascia nello spettatore, ma anche per le interpretazioni emozionanti dei due protagonisti. 

Agathe Rousselle è straordinaria per la versatilità con cui interpreta le molte sfaccettature del carattere, delle emozioni e della parabola esistenziale di Alexia. È stata scelta in un casting tra sconosciute non professioniste.  Ducournau ha raccontato che preferiva proprio un’attrice non conosciuta, in modo che il pubblico non potesse proiettare su di lei alcuna aspettativa. Ha cercato qualcuna che potessimo vedere trasformarsi mentre la storia si svolgeva, senza essere consapevoli dell’artificio. E l’obiettivo è stato raggiunto.

Vincent Lindon nel ruolo del coprotagonista maschile è semplicemente magnifico, perfettamente in grado di rendere l’intera gamma delle emozioni del personaggio. Il trucco sta nel fatto che Julia Doucurnau ha scritto il personaggio pensando proprio a lui, che si conferma uno degli attori francesi più bravi a scegliersi i ruoli, anche in funzione politica. 

In occasione dell’anteprima del film riservata alla stampa all’inaugurazione del Cinema Troisi, Lindon ha sottolineato come Titane sia un film da sala cinematografica, che ha richiesto un grande sforzo da parte di Doucurnau. La regista non lo ha certo creato per un consumo casalingo, in cui si può mettere in pausa il dispositivo per andarsi a bere una bibita. Sono 90 minuti che richiedono uno sforzo di concentrazione intensa, da trascorrere con il cellulare spento – dice sempre Lindon – ed  è il minimo per entrare nell’universo complesso che Julia Doucurnau ha impiegato ben tre anni ad immaginare.

Concordo con Lindon sul fatto che niente – neanche la migliore delle serie TV guardate sul migliore dei dispositivi – può sostituire il piacere e l’emozione di vedere un film come questo sul grande schermo. 

Quei 90 minuti che vorrete trascorre al buio di un cinema per entrare nell’universo di Titane saranno ben spesi.

Stefania Fiducia

La foto in evidenza è di Carole Bethuel

“Only Murders in the Building”: recensione del quinto episodio

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Anche se il titolo è “The twist”, non assistiamo ad alcuna svolta.

Questo quinto episodio lascia un senso di insoddisfazione: non aggiunge indizi, teorie, elementi rispetto al quarto episodio. Sting non è più un sospettato e man mano i dubbi si fanno strada nella testa di Charles e Oliver. Il figlio di Oliver, Will, svela che Mabel frequentava il palazzo fin da ragazzina ed era molto amica di Tim Kono, il ragazzo morto. In quegli anni nel palazzo ci fu un’altra morte sospetta: Zoe, la quarta degli Hardy Boys, morì durante una festa ed Oscar, il figlio del custode, finì in prigione per colpa di Tim Kono.

Oscar, il ragazzo psichedelico

Nel quinto episodio di “Only Murders in the Building” conosciamo meglio Oscar, appena uscito di prigione. Desideroso di incontrare Mabel e di rifarsi una vita, la accompagna in una missione investigativa. Per la prima volta dall’inizio della Serie tv, il nostro trio di protagonisti si separa. Mabel e Oscar vanno in New Jersey nello studio di tatuaggi del cugino di Mabel, con cui Tim aveva un appuntamento misterioso. Charles e Oliver, che iniziano a sospettare di Mabel, la seguono a distanza con la macchina di Oliver, che da sola vale il quinto episodio.

Charles riconosce in Oscar l’uomo che la notte dell’omicidio aveva visto salire le scale, mentre tutti evacuavano il palazzo. Charles aveva più volte sostenuto che quel ragazzo con il cappuccio tirato su, ribattezzato l’uomo psichedelico, doveva essere un sospettato!

La puntata si chiude con un nulla di fatto, il nostro trio di investigatori si rincontra nello studio di tatuaggi, dove il cugino di Mabel rivela che Tim sapeva di dover morire.

Abbiamo una settimana per sbilanciarci nelle ipotesi più disparate…nel frattempo, vi consiglio di fare un recap dei primi tre episodi!

Micaela Paciotti

L’ipogeo del Necci, un luogo segreto nel cuore del Pigneto

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Conosciuto per essere il bar dove andava Pasolini, Necci è un bellissimo garden bar di Roma, da oggi ancora più famoso.

Il 23 settembre 2021 è stato inaugurato questo inedito ipogeo, e io sono andata a visitarlo, perché frequento il Necci da più di un decennio ed ero curiosissima di conoscere uno spazio così particolare. Chi vive a Roma non si abituerà mai al fatto che appena si scava si trova un tesoro, che sotto la capitale dorme una città parallela, in attesa di essere risvegliata.

Le origini dell’ipogeo

Questo luogo sotterraneo ha vissuto diverse epoche, con le sue conseguenti trasformazioni. Nell’antichità era una cava di pozzolana, quando la zona era vulcanica. Nel rinascimento il Pigneto era campagna, coltivata a viti e frutteti. Solo nel diciannovesimo secolo entra a far parte dei possedimenti della famiglia Torlonia, come gran parte dell’agro romano.

In seguito gli appezzamenti vengono venduti a varie famiglie. Una di queste utilizza la cava come cantina, infatti si possono vedere ancora le rampe scendi-barile. Con la massiva immigrazione di braccianti, nel 1923 il casale viene acquistato da Enrico Necci, e nel ’43 il bombardamento su Roma mise a dura prova la vita degli abitanti del quartiere, che proprio in questo ipogeo trovarono un ottimo rifugio antiaereo.

La scoperta e la ristrutturazione

Nel 2021, l’anno in cui il mondo ha rallentato la sua corsa a causa dell’emergenza pandemica, lo spazio sottostante il bar “rivede la luce” grazie al ritrovamento ed al recupero da parte di Agathe Jaubourg e Massimo Innocenti, gestori del Necci. I due, dopo un’accurata opera di ristrutturazione conservativa, restituiscono ai romani e a tutti coloro che vorranno visitarlo, un luogo suggestivo e decisamente unico nel suo genere. Le planimetrie del locale, così come quelle del quartiere, mostravano da sempre uno spazio sottostante al bar, che Agathe e Massimo non erano ancora riusciti a trovare. La scoperta è stata un vero e proprio caso – un atto di routine -, come quello d’interrare una pianta che avrebbe adornato il giardino del Necci e che, invece, è stata la causa di un disvelamento inedito quanto strabiliante.

Il processo di ristrutturazione, dalla scoperta alla bonifica degli spazi (durato nel complesso 8 mesi), insieme alle testimonianze degli abitanti più anziani del quartiere, hanno dato vita a un documentario in programma al Pigneto Film Festival, dal titolo “ERICOVERO. Storia profonda del quartiere Pigneto”.

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Il restauro ha permesso al genius loci di rimanere intatto e di integrarsi perfettamente con lo stile del locale, cuore della movida di una parte di Roma. L’ipogeo rimarrà fedele alla sua vecchia funzione di cantina, è stato infatti creato un cave bar, per degustazioni di drink e delle più pregiate bottiglie di vino e bollicine.

Last but not least, si presta a luogo espositivo di grande suggestione. Dal 23 al 26 settembre potrete infatti ammirare la mostra fotografica “Cosplay” di Filippo Trojano, iniziativa nell’ambito della quarta edizione del Pigneto Film Festival.

Micaela Paciotti

“Space Jam: New Legends”, i Looney Tunes tornano in campo

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Dal 23 settembre, il mondo del basket e dei cartoni animati tornano al cinema con Space Jam: New Legends, con un campione-interprete d’eccezione quale LeBron James.

Tutto parte nel 1998, due anni dopo del primo Space Jam con Michael Jordan. Il giovane LeBron si allena a basket, cercando svago in nei videogiochi, ma il suo coach lo sprona dicendogli che, se vuole diventare un campione, deve impegnarsi a fondo, togliendo le distrazioni. Arriviamo ai giorni nostri. King James è la star indiscussa della pallacanestro di tutto il mondo e vuole lo stesso destino per i suoi figli. Il più piccolo però, Dom, desidera altro, come inventare videogiochi: desiderio che crea degli scontri con il padre. Un giorno però, in visita per un progetto di lavoro alla Warner, i due James si ritrovano intrappolati all’interno del “Server-Verso”, un universo parallelo contenente tutto l’universo dei film e dei cartoni degli studi cinematografici californiani.

A renderli ostaggi è Al-G-Rhythm, un’entità computerizzata malvagia, che decide di metterli uno contro uno, sfidando King James nel suo stesso sport: in palio la libertà o l’eterna vita nel server. La differenza saranno le squadre e l’entità manipola il giovane Dom, per utilizzare la tecnologia di un gioco da lui creato e mostrare così al padre quanto sia bravo.

LeBron invece viene spedito nel “LooneyMondo”, ora abitato solo da Bugs Bunny.

Questo racconta che, in passato Al-G-Rhythm ha convinto tutti ad andarsene nei vari mondi Warner, in cerca di nuove vite. LeBrone e Bugs iniziano così a cercare tutti i vari Looney e il campione insegna loro a giocare seguendo il suo stile. La partita inizia e i Looney perdono clamorosamente il primo tempo. Sarà qui che King James imparerà una lezione che potrebbe non solo salvare la partita, ma anche il suo rapporto con Dom.

Film dalla trama forse un po’ intrecciata per la sua semplicità, ma comunque curioso.

Prima cosa che salta sicuramente all’occhio è l’uso della tecnica. Siamo lontani dagli anni ’90, ma la Warner ben sa che i fan sono fan e non vanno delusi. La base è simile a quella del primo film, quindi una tecnica mista. Ad aggiungersi è anche una tecnica 3D, che mischia ancora di più le carte: molto interessante e coinvolgente.

Gli attori, per quanto pochi, se la cavano. LeBron è abbastanza a suo agio… nell’interpretare se stesso. Molto bravo Cedric Joe nel ruolo del giovane Dom e, seppur in ruoli meno importanti, Sonequa Martin-Green e Khris Davis, nei ruoli della moglie e del miglior amico del Re. Vero e assoluto imperatore è l’antagonista Don Cheadle (per gli amanti dei film Marvel, è War Machine). Anche qui non mancano altri campioni del basket, come Anthony Davis e Klay Thompson; ma si aggiungono anche campionesse, come Diana Taurasi e le sorelle Ogwumike.

Divertente notare le citazioni che il mondo Warner fa a stessa. Nella ricerca dei vari Looney (senza spoilerare le più divertenti), vediamo ad esempio Duffy e Porky Pig cercare di salvare un imminente disastro ferroviario nell’universo DC. Nella stessa partita, tra il pubblico, molta Warner partecipa, ma personaggi di film e cartoni: come non vedere I Flinstones, Batman e Robin con annessi villans, King Kong, i “drughi” di Arancia Meccanica, la strega de Il mago di Oz e una delle sue scimmie alate.

Un po’ lungo forse, per essere un film da bambini; ma divertente e sicuramente da Cinema, cioè da vedere in sala: sul piccolo schermo, probabilmente, renderebbe poco.

4 stelle su 5

Francesco Fario

Nine Perfect Strangers: recensione dell’ottavo episodio finale

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Siamo giunti all‘ottavo episodio di Nine Perfect Strangers con la paura di affrontare il gran finale perché negli episodi precedenti non è arrivato chiaro il punto di svolta, ovvero quale snodo della storia avrebbe generato la fine: questo poteva essere spia di un finale sospeso che conducesse ad una seconda stagione.

Ma quando hai come protagonista Nicole Kidman è difficile credere che ci sarà un seguito, anche solo per una questione di budget. Quindi il finale c’è e non dà alcun indizio su un proseguimento della serie.

Come ho detto sin dall’inizio, questa è una storia di dolore. Forse avrei dovuto capirlo prima che sarebbe finita col superamento del dolore stesso, ma avevo qualche dubbio sui reali intenti di Masha.

Cosa succede nel finale

Masha e i Marconi

Nonostante anche gli ospiti inizino a dubitare di lei, alla fine la famiglia Marconi si lascia condurre nella realtà parallela e allucinogena per incontrare il figlio morto suicida, Zack, e fare finalmente pace con la perdita. Le parole del ragazzo sono davvero forti e toccanti: “Dovete staccare il mio ricordo da quel giorno” – afferma – riferendosi ovviamente al giorno del suo suicidio. La sua famiglia cerca spiegazioni razionali per un gesto irrazionale: ora è tempo di andare avanti. Quello che Masha non sa, mentre li accompagna in questo viaggio, è che sarà proprio Zoe a condurre anche lei verso la sua bambina, deceduta in un terribile incidente stradale. La neve inizia a scendere su Tranquillum House, come in quel tremendo giorno nella lontana strada russa. Dopo il ricongiungimento con sua figlia, arriveranno anche stavolta, come allora, le volanti della polizia. In questo caso per arrestare Masha, denunciata da Delilah per paura che i suoi metodi uccidessero di nuovo qualcuno.

Carmel

Nell’ultimo episodio si risolve anche il caso delle minacce contro Masha: l’autrice era Carmel, che le aveva sparato in un parcheggio tanti anni fa: grazie alla sua professione di truccatrice, si era travestita da uomo per vendicarsi del love affair della donna con suo marito. Masha perdona Carmel e, anzi, la ringrazia: proprio per la sua esperienza di morte temporanea la donna ha deciso di aprire Tranquillum House e di cambiare per sempre la sua esistenza. Poco dopo vediamo Carmel “rinata” ed elegantissima che insegna alle donne quanto valgono in un corso di formazione. Anche la sua esistenza è finalmente cambiata.

Francis, Tony e Lars

Per Francis e Tony è il momento di uscire dal limbo: si recano in un locale per cenare insieme e la scrittrice chiede carta e penna alla cameriera. Finalmente le è tornata l’ispirazione, che maturerà con la scrittura del libro Nine Perfect Strangers, un cagnolino e una vita con Tony e le sue due figlie. Scopriamo poi che anche Lars pubblicherà la storia di Tranquillum House e riuscirà finalmente ad avere una famiglia con un bambino.

Jessica e Ben

Quasi tragicomico il finale di Jessica e Ben, da cui forse non c’era da aspettarsi molto altro: li ritroviamo come nuovi gestori di Tranquillum House mentre Masha sfreccia con la loro Lamborghini gialla a tutta velocità su strade senza fine. Seduta accanto a lei, sua figlia. Un sogno che la accompagna nella vita, ora che è riuscita a riconnettersi col suo ricordo.

Il significato

Che dire: un lieto fine, quindi? Masha si rivela una donna caritatevole, sempre pronta al perdono. Alla fine, tutti hanno imparato a volerle bene e tutti sono “guariti”. Bellissimo, intenso e accogliente, questo finale sembra davvero poco realistico, anche se trasmette un messaggio importante a cui forse non siamo più abituati. L’accoglienza e l’ascolto possono far passare ogni tipo di dolore: a volte manca davvero qualcuno pronto ad offrirci questo nel momento del bisogno. Siamo talmente presi dal trovare una soluzione a tutto che abbiamo dimenticato come si sta vicino alle persone. A volte basta un silenzio. Questo vale per la maggior parte delle sofferenze. Ma cosa dire di chi perde una persona cara? Cosa trasmette il finale alle persone che soffrono per questo motivo? Il rischio di banalizzare è dietro l’angolo. Mettendomi nel loro panni potrei solo leggere una metafora in queste immagini, senza dover credere che per lasciare andare i morti servano gli allucinogeni. Potrei credere che serva accogliere – anche in quel caso – la nostra impotenza e il nostro dolore senza cercare una spiegazione o una soluzione, ma tenendo vivi i nostri cari nel ricordo. Niente trappole, niente gabbie del dolore. Largo alle emozioni, qualunque esse siano.

Alessia Pizzi

La parte degli angeli: il riscatto può passare attraverso il whisky

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Noi andiamo in giro in tuta, siamo i classici sfigati, se ci mettiamo un vestito pare che andiamo in tribunale!

Titolo originaleThe Angels’ Share
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Cast principale: Paul Brannigan, John Henshaw, Gary Maitland, Jasmin Riggins, Siobhan Reilly
Nazione: Regno Unito, Francia
Anno: 2012

Con La parte degli angeli nel 2012 Ken Loach tornò alla commedia e a vincere al Festival di Cannes.

Per essere precisi, al Festival di Cannes il film vinse nel 2012 il Premio della Giuria, il terzo per il regista Ken Loach. E – sempre per essere precisi – La parte degli angeli è sì una commedia, ma una commedia “alla Loach”: con un bel po’ di dramma in partenza e intorno.

La storia è scritta da Paul Laverty, storico collaboratore di Loach, ed è ambientata a Glasgow, in Scozia. Il protagonista è Robbie (Paul Branning), condannato a 300 ore di servizi sociali per il pestaggio di un ragazzo, causato da futili motivi. Nel suo gruppo di lavoro ci sono altri giovani sbandati e pregiudicati, seguiti da un tutor, Harry (John Henshaw) che cerca di stimolarli a cambiare vita. Robbie sembra risoluto a farlo, soprattutto perché è appena diventato padre e vuole occuparsi di lui e della compagna Leonie (Siobhan Reilly).

Una visita ad una distilleria di whisky organizzata da Harry segnerà il punto di svolta e ispirerà il titolo alla pellicola. Infatti, “the angels’ share” è la parte di whisky che evapora dalle botti di quercia durante l’invecchiamento e che, secondo una leggenda, arriva su fino agli angeli. Robbie si appassiona e coinvolge i compagni dei servizi sociali nello studio e nelle degustazioni. Si scopre un bravissimo assaggiatore e prende contatto con un esperto. Intravede nel whisky un’occasione per reagire alla società e a coloro che gli dicono che è un fallito e che ormai non può cambiare. Venuto a conoscenza che verrà messa all’asta una botte di whisky di ingentissimo valore, coinvolge tre amici del gruppo di recupero in un piano criminoso per rubare il prezioso liquore, venderlo ad un facoltoso collezionista, in cambio di una grossa somma e, soprattutto, un lavoro.

Come tutti i film di Ken Loach, anche La parte degli angeli racconta uno spaccato della società britannica.

Anche questa pellicola narra abbastanza fedelmente alcuni aspetti della Gran Bretagna contemporanea e non solo.

Nei film precedenti di Loach abbiamo visto la vita degli operai (Bread and roses) o dei minatori e quella dei disoccupati degli anni ’90 (Piovono Pietre); la precarietà del lavoro (Riff Raff); il sistema fallimentare degli ammortizzatori sociali che acuisce la povertà (Io, Daniel Black).Di recente, in Sorry We Missed you il regista inglese ci ha descritto gli effetti diretti della cosiddetta gig economy sui lavoratori, come il protagonista Ricky che fa il rider.

In La parte degli angeli si ritrovano i temi del disagio sociale di chi proviene dai ceti o dalle aree geografiche più povere. Masi accenna anche ai sistemi della mediazione penale e della cosiddetta giustizia riparativa, sempre più implementati nei Paesi occidentali, soprattutto anglosassoni. Nel film, infatti, vediamo Robbie partecipare a un incontro con la vittima del pestaggio che ha commesso e i suoi genitori, in quali sfogano su di lui il dolore per il suo gesto e per le conseguenze scaturitene. Lui non è in grado di replicare a quel dolore, ma l’incontro sortisce il suo effetto: la sua compagna Leonie gli dice chiaramente che questo è il momento in cui può cambiare.

Sembra che Loach e Laverty vogliano riconoscere la validità di questi sistemi nel ricomporre la frattura che un reato inevitabilmente crea nella società. In effetti, come la mediazione penale si prefigge, il colpevole Robbie si rende conto delle conseguenze del reato che ha commesso, trova qualcosa in cui è portato e cerca di metterlo a frutto per trovarsi un lavoro onesto (seppure passando, per un ultima volta, per vie disoneste). Così, in Scozia c’è un criminale in meno e un cittadino onesto in più.

Il tema del film è l’importanza di una seconda possibilità nella vita.

In questo senso, La parte degli angeli è una favola magica, ma realistica.

Come sempre, infatti, Ken Loach e Paul Laverty partono da un dato di realtà. Il regista dichiarò all’epoca dell’uscita del film: “nel 2011 il numero di giovani disoccupati in Gran Bretagna è salito per la prima volta a più di 1 milione. Con Laverty volevamo raccontare una storia che riguardasse questa generazione di giovani, molti dei quali hanno davanti un futuro vuoto. Sanno che non troveranno un lavoro sicuro e permanente. Come reagiscono? Come si vedono?”.

Insomma, Loach è un intellettuale “socialista” di stampo umanitario. Quindi ancora una volta i temi sono quelli della commedia umana di cui è maestro. Ma in questo film fa un racconto a tratti divertente e leggero – perché si sorride e si ride – di una realtà ancora una volta feroce e spietata, senza usare una retorica stucchevole.

3 motivi per guardare questo film:

  • perché è una storia di riscatto e di speranza;
  • per i kilt, il whisky e i paesaggi con cui fare un viaggio in Scozia con la fantasia;
  • perché una commedia drammatica (o un dramma comico) di Ken Loach vale sempre la pena.

Quando vedere il film:

in una serata d’autunno in compagnia di un bicchiere di whisky scozzese.

Stefania Fiducia

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La moda gender fluid, tra vecchi e nuovi paradigmi

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L’americanissimo Tommy Hilfiger lancia TommyXIndya Summer 2021, una capsule collection unisex in collaborazione con l’attrice e attivista non-binaria Indya Moore. Sulla passerella di Altaroma la Maiani Accademia Moda ha fatto sfilare 8 abiti gender fluid, creati con stoffe tessute in Burkina Faso.

Perché vi do queste notizie? Perché grazie alla costante sensibilizzazione verso le tematiche di identità di genere, alcuni designer stanno interpretando segnali importanti che arrivano dalla società.

Una società in un certo senso liberata, che cerca su Google “gonne da uomo”, magari dopo aver visto Mahmood vestito con una chemisier Burberry a Sanremo 2021.

Androginia, a la garçonne, unisex: gli antenati del gender fluid

Dall’antica Grecia ad oggi, il superamento della dicotomia uomo/donna è sempre stata una sfida e, in molti casi, un’esigenza. L’androginia gioca sull’ambiguità estetica, l’esempio classico nella moda è Marlene Dietrich, ma molto prima, negli anni ’10, lo stilista Paul Poiret disegnava pantaloni ampi per le donne, i famosi pajama pants, creando una rivoluzione. Negli anni ’20 Louise Brooks, la prima attrice del cinema muto, stupì il mondo con un taglio cortissimo, da ragazzino. Nei decenni successivi la moda, la cultura, il cinema ci hanno proposto tantissimi esempi di questo gioco: uomini vestiti da donne, donne da uomini, dive mascolinizzate e cantanti con il make up. Madonna, Jean Paul Gaultier, YSL, Freddie Mercury, Bowie, ci hanno traghettato nella modernità dei costumi e hanno evidenziato, valicandola, quanto sia sottile -e inutile- la linea che divide i generi. Superando il concetto di unisex, ovvero uomini e donne che vestono gli stessi capi, molto visto negli anni ’80,’90 e 2000 (pensate a Benetton, Levi’s o Jil Sander), arriviamo al gender fluid. Non è un vero e proprio stile, diciamo che è più una terza via. Alcuni stilisti vicini alla Generazione Z (Telfar, Delay, Reamerei, giusto per citarne qualcuno) creano abiti per chi non si sente rappresentato dai paradigmi estetici del suo genere e ne cerca di nuovi, non necessariamente abbandonando i vecchi.

Come ha scritto Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, nell’invito alla sfilata 2019/2020:

«Il mondo antico cantava le meraviglie dell’essere tra i due sessi. Oggi è una delle maschere più difficili da indossare, ma essere un ibrido è una benedizione»

Resta da vedere se la moda accompagnerà questo profondo cambiamento culturale e sociale, o se lo userà solo come trampolino di marketing. Ma io ho fiducia nella moda!

Foto: a sinistra, Greta Garbo. A destra, fotografia di Mario Testino, abiti di YSL. Entrambe tratte dal libro “Moda Oggi” di Colin Mc Dowell.

Micaela Paciotti

“The Prestige” – Il cinema secondo Christopher Nolan

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Indubbiamente il 2006 verrà ricordato come l’anno dell’illusione sul grande schermo. Furono ben tre i film che quell’anno trattarono l’arte del prestigio al cinema: la mystery-comedy alleniana Scoop, il cupo The Illusionist di Neil Burger e l’adattamento nolaniano del romanzo The Prestige di Christopher Priest.
La storia della pellicola in oggetto ha inizio ben 6 anni prima della sua distribuzione, durante il tour festivaliero e promozionale di Memento. La Newmarket Films, casa di produzione che vanta l’aver portato in auge il regista britannico, acquistò i diritti per la trasposizione e, su richiesta dello stesso Priest, incaricò Christopher Nolan di adattarlo per la sala. Impegnato sul set di Insomnia, il cineasta affidò gran parte della stesura al fratello Jonathan ma il compito non fu dei più semplici. Data la complessità narrativa dell’opera su carta, basata sui diari dei due protagonisti e con molte più parti in causa, qui totalmente assenti, la trasposizione cinematografica si differenzia radicalmente dall’originale pur mantenendone lo scheletro.
Seppur già dal primissimo Following, i punti cardine della poetica dell’autore erano già stati chiaramente delineati, The Prestige ne diventa il manifesto. Una volta per tutte il regista confessa i suoi desideri, la sua visione del mezzo cinematografico e la fiducia che in esso ripone come strumento per comunicare, stupire, emozionare e, perché no, ingannare lo spettatore. 

“Abracadabra”

Una rivalità mortale

A cavallo tra il XIX° e il XX° secolo, in una Londra di botteghe e palcoscenici, due giovani prestigiatori si confrontano sull’arte dell’illusione, quando un tragico evento li metterà l’uno contro l’altro. Sabotandosi e studiandosi reciprocamente, Borden (Christian Bale) e Angier (Hugh Jackman), diventeranno acerrimi nemici, tormentati dal loro lavoro e dalla realizzazione, quanto più stupefacente possibile, del trasporto umano. Il numero prevede che l’illusionista scompaia, per poi immediatamente riapparire, su un altro lato del palco. Questa ricerca della perfezione, e del successo professionale, li condurrà a sacrificare sé stessi e a ferire chi gli sta intorno. In un sentimento ossessivo di totale devozione alla loro arte, verranno a contatto con un uomo misterioso e, per certi versi, similare a loro: Nikola Tesla (David Bowie). 

Le fondamenta di un capolavoro

Costato soltanto 40 milioni di dollari, The Prestige è sul podio delle realizzazioni meno dispendiose della filmografia del regista. Tuttavia, il budget contenuto non ha in alcun modo impedito alla produzione di vantarsi di un cast eccezionale e di varia caratura, nonché di realizzare un’imponente rappresentazione di una Londra artigiana, profondamente trasformata dalla cosiddetta “Seconda rivoluzione industriale”. Quella dell’epoca era una popolazione londinese sfaccettata, con una divisione sociale estremamente marcata mostrataci, negli usi, nelle abitudini e nelle possibilità, attraverso delle splendide e movimentate camminate tra botteghe e mercati. Queste si contrappongono alle più agiate partecipazioni a esibizioni scientifiche o illusionistiche nei teatri più prestigiosi. Anche le umili origini di Borden, contrapposte alle più borghesi provenienze di Angier, illustreranno due diversi modi di intendere il mondo, l’amore ed il lavoro.
Strabilianti sono i costumi che riescono perfettamente ad enfatizzare il tessuto sociale di quegli anni. Utilizzando colorazioni per la maggior parte spente su scala di marroni, ci ritroviamo catapultati in una società industriale fatta di manualità e sacrifici che aspira alla straordinarietà, in un periodo di forti innovazioni tecnologiche. Ed è così che Olivia, l’assistente di scena di Angier prima, e Borden poi, interpretata da una statuaria Scarlett Johansson, sarà l’unico personaggio presente nell’intero film a vestire abiti colorati, destinati ad ammaliare, distrarre e stupire, permettendo di sognare. Così come sognatrice è lei stessa, innamorata dei due illusionisti ma destinata alla sofferenza. Eternamente seconda, prima in ombra dal desiderio di vendetta dell’uno, poi dall’ossessiva devozione al lavoro dell’altro, Olivia sarà vittima di un dualismo che, come Sarah (Rebecca Hall), moglie di Borden, riuscirà a cogliere ma non ad accettare. Tuttavia, il destino di un amore inappagato è qui condiviso da tutte le parti in causa, avendo anche nei personaggi maschili un ruolo di fondamentale rilievo. Questi ultimi saranno infatti incapaci di godere, per loro stessa scelta, dei sentimenti delle persone che li accompagnano nel quotidiano. L’ossessivo Angier, in arte “Il grande Danton”, ha qui il volto di Hugh Jackman, che di palchi e teatri ha vissuto prima di approdare al cinema, grazie a Bryan Singer ed al suo X-Men. Il devoto e spigoloso Borden, “Il Professore”, è invece Christian Bale, protagonista anche del precedente film di Christopher Nolan: Batman Begins. Nella pellicola sulle origini del Cavaliere Oscuro troviamo anche la leggenda Michael Caine, presente anche nel qui presente The Prestige, nei panni dell’ingénieur John Cutter: ideatore di trucchi e numeri, nonché padre spirituale dei due prestigiatori. Tuttavia, la presenza più forte, ed il casting più azzeccato dell’intera opera, è quella di David Bowie nelle vesti del tuttora misterioso Nikola Tesla. Fortemente voluto e lungamente corteggiato da Christopher Nolan, il Duca Bianco infonde un’aura mistica al suo personaggio, vero realizzatore dell’impossibile e capace, con il suo genio, di cambiare il mondo. Un visionario proprio come il suo interprete, che tristemente ci ha lasciato nel gennaio 2016. 

La chiave di lettura del cinema nolaniano

Come di consueto (fino a quel momento con la sola eccezione di Batman Begins), i fratelli Nolan decidono di iniziare la narrazione con la fine o, per meglio dire, con parte di essa. Attraverso un’astuta alternanza di due numeri speculari che rivedremo in seguito, assistiamo alla spiegazione dei momenti di cui è composto un numero di magia. È la voce di John Cutter che, chiedendoci di osservare attentamente, suddivide lo spettacolo illusionistico in 3 parti: la premessa, la svolta ed il prestigio. Citando le parole dell’ingènieur, qui alter-ego del regista, durante il primo atto (la premessa) viene mostrato al pubblico qualcosa di ordinario, apparentemente normale, che verrà poi trasformato dall’illusionista in qualcosa di straordinario (la svolta). Tuttavia il pubblico, che non sta realmente guardando, desiderando l’inspiegabile, applaudirà soltanto con il terzo atto (il prestigio), dove l’oggetto sparito/alterato tornerà alla normalità. Immediata è l’associazione tra lo spettacolo illusionistico e la proiezione cinematografica. Così come il numero di magia anche la sceneggiatura di un film, in uno stilema occidentale, è composta da tre atti e possiamo facilmente associare il regista alla figura del prestigiatore. La sala cinematografia è il luogo della finzione per eccellenza e da sempre Christopher Nolan, così come altri (M. Night Shyamalan, per esempio), punta all’emozione data dal prestigio, dal colpo di scena.
Così come un uomo che scompare sotto gli occhi di un pubblico pagante per poi afferrare una pallina dall’altra parte del palco (l’originale trasporto umano di Borden), in The Prestige viene palesato uno dei dogmi del cinema nolaniano. Viene dunque dato un significato ancora maggiore all’ultima sequenza di Cobb in Following , similare al conclusivo saluto silenzioso che vedremo al termine di The Dark Knight Rises; al ritorno a casa dei lontani protagonisti di Inception, Interstellar Dunkirk; fino ai giochi temporali di inizio/fine di Memento Tenet, che rimettono i nostri costantemente alla casella di partenza al termine della proiezione. La ricomparsa dello scomparso, del lontano (o dell’alterato al suo stato iniziale) avviene sempre, come per magia.
Nonostante la segretezza e la totale devozione alla propria arte sia uno dei temi fondamentali della pellicola in esame, non dimentichiamo che, come visto nell’analisi della sua opera prima Following, Christopher Nolan riempie metaforicamente delle scatole che vogliono essere scoperte. Per questa ragione, dissemina le sue opere di indizi e depistaggi che consentano al pubblico di tornare ad essere ingannati, ancora una volta alla ricerca del segreto che si cela dietro al numero/proiezione. Discostandosi da un esempio lynchiano, il cineasta brittanico fornisce al suo pubblico la chiave di lettura definitiva per la sua filmografia attraverso il riadattamento del romanzo di Priest. 

Borden e Angier: i due volti dell’arte della finzione

Saltando ripetutamente da una linea temporale all’altra, il labirinto narrativo si struttura sulla lettura dei due diari dei protagonisti che andranno, pagina dopo pagina, ricordo dopo ricordo, a comporre un puzzle di ossessione, amori non vissuti e morteCapiamo dunque che il tema predominante dell’opera è senza dubbio: il doppio, anche se inquadrato in una diversa accezione. Sebbene il dualismo sia ricorrente, tra doppelganger, doppiogiochisti, rivalità e doppi nodi, l’intero film è principalmente uno scontro ideologico tra due modi di vivere e veicolare l’arte dell’illusione e, dunque, il cinema stesso. Come suggeriscono i nomi dei due manipolatori della realtà, Alfred Borden (A.B.) e Robert Angier (R.A.), non sono altro che due facce di una stessa medaglia che, congiuntamente, permettono la realizzazione dell’impossibile (le loro iniziali compongono la radice della parola: Abracadabra). Il personaggio di Christian Bale è estremamente pratico, quasi spoglio e, sottoponendo il proprio lavoro unicamente al suo giudizio, non è davvero interessato ad arrivare al cuore del pubblico. Borden, che possiede in sé il vero genio creativo, è desideroso di essere ricordato dal mondo, facendo sì che: “gli altri illusionisti stiano lì a grattarsi la testa“. Ed è già quello che accade durante le vicende narrate, con il mago interpretato da Hugh Jackman, meno ingegnoso ma più uomo da palcoscenico che, desideroso di svelare il mistero dietro il “trasporto umano”, farà della risoluzione del segreto del rivale la sua ragione di vita. A differenza dell’ex amico però, Angier mette il pubblico al primo posto, cercando di donare loro un’esperienza straordinaria e puntando alla spettacolarizzazione dei suoi numeri. Entrambi dunque cercano un modo per ingannare la morte ma, se il primo spinge per l’immortalità data dalla riflessione del contenuto, il secondo mira alla straordinarietà della forma.
A fronte delle similitudini e dei continui parallelismi tra arte cinematografica ed illusoria, le ideologie dei due protagonisti non sono altro che i due volti del Cinema: autoriale e mainstream. Due visioni che Christopher Nolan sposa appieno e delle quali vuole esserne ponte, permettendo allo spettatore l’evasione dall’ordinarietà scaturita da intrecci narrativi intriganti e spettacolarizzazioni visive, forte però di una poetica chiara e solida a cui tornare. The prestige ci porta dunque a riflettere sulla rivalità effimera di due ideologie che non si sottraggono dal denigrarsi vicendevolmente. Due modi di intendere il Cinema e di veicolarlo al pubblico, che non sono l’uno non meno importante dell’altro, ma sono invece complementari. Utilizzando le parole del Nikola Tesla di Bowie: “l’ossessione non porta a niente di buono“, viene dunque suggerito che la bramosia d’imporsi come vera natura dell’arte cinematografica, non può che portare unicamente alla sofferenza del Cinema stesso.

Christopher Nolan firma dunque il suo capolavoro assoluto, toccando il punto più alto della sua filmografia ancora in corso, con un film impeccabile sotto ogni angolazione. L’ennesimo labirinto temporale è un gioco di specchi e parallelismi perfettamente ideato, attraverso il quale il regista confessa la sua visione del Cinema come luogo del sogno, della straordinarietà e del genio creativo. Nolan riesce nell’impresa tentata da Angier e Borden, rappresentazioni della sua duplice natura quale autore, di trovare il numero che li avrebbe resi immortali. L’opera nata da quel successo porta il nome di The Prestige.

Michele Finardi

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Tornare a scuola per Toccare la bellezza: la mostra Montessori – Munari

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Al Palazzo delle Esposizioni di Roma una mostra che, per la prima volta, unisce la celebre pedagogista e l’estroso designer: sotto il segno del tatto. Fino al 27 febbraio 2022

Cos’hanno in comune Maria Montessori, la prima donna in Italia a laurearsi in medicina nonché ideatrice di un metodo educativo rivoluzionario, e il visionario Bruno Munari? Molto più di quanto si creda comunemente se si tratta di incuriosire con la fantasia, invitare a tastare con mano e imparare attraverso il divertimento. Come rivela la mostra Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari, scaturita da un’idea del Museo Tattile Statale Omero di Ancona insieme alla Fondazione Chiaravalle Montessori, l’Associazione Bruno Munari, con il contributo dell’Opera Nazionale Montessori e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo.

Il metodo Montessori

Basato sull’interazione tra bambini e adulti, la possibilità dei più piccoli di scegliere e agire liberamente all’interno del cosiddetto “ambiente preparato” e attraverso il supporto di numerosi materiali per lo sviluppo cognitivo, il metodo Montessori ha presto superato i confini del nostro Paese per diffondersi in tutto il mondo. In esposizione è possibile ammirare alcuni oggetti storici e sperimentare in prima persona una selezione di quei materiali finalizzati all’educazione sensoriale e della mano.

La creatività di Bruno Munari

La multisensorialità è sempre stata una caratteristica dell’opera di quello che sarebbe riduttivo definire solo come designer: non soltanto perché Munari è stato pure scultore e autore di significativi testi capaci di incantare i bambini e far riflettere gli adulti ma anche per la sua capacità di mescolare materiali, unire forme e colori in maniera innovativa, realizzare opere pedagogiche che non smettono di stupire per la loro capacità di insegnare con leggerezza ed efficacia. Come le Macchine inutili, i Messaggi tattili, la Scimietta Zizi e il Libroletto qui esposti. Imperdibile il Bosco tattile.

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L’allestimento della mostra

Curato da Fabio Fornasari, l’allestimento è suddiviso in cinque nuclei tematici: le forme, i materiali, la pelle delle cose, alfabeti e narrazioni tattili, manipolare e interagire. Ognuno di essi mette in dialogo i due protagonisti e stimola il visitatore a creare esso stesso collegamenti e rimandi, fino a giungere al tavolo-laboratorio dove potrà cimentarsi direttamente e in piena sicurezza con svariati materiali e diverse opere che cambieranno ogni mese così da indagare e approfondire più temi.

Toccare la bellezza: un’occasione per imparare

La mostra a ingresso gratuito di Palazzo delle Esposizioni collega in maniera decisamente intelligente le personalità di Maria Montessori e Bruno Munari: entrambe, interfacciandosi con l’ambiente, hanno sfruttato i sensi della vista e del tatto per poi coinvolgere tutti gli altri e insegnare una grande lezione. Quale? Se qualcosa mi incuriosisce, la osservo, studio, tocco, metto in relazione con me e con altro. Se sbaglio non importa: la bellezza sta anche nel ricominciare.

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Cristian Pandolfino

Per tutti i materiali di Maria Montessori: courtesy GAM GonzagArredi Montessori. Per tutte le opere di Bruno Munari: courtesy Corraini, Mantova.

Le poesie vincitrici del Premio L’Avvelenata 2021

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Come vi abbiamo raccontato nei mesi scorsi, quest’anno CulturaMente ha rotto l’isolamento partecipando come partner al Premio Letterario L’Avvelenata. La direttrice Alessia Pizzi e la redattrice Antonella Rizzo sono state giurate e incaricate di consegnare il premio poesia ai tre vincitori. In aggiunta a questo premio la redazione ha anche indetto il premio della critica “Overdose di Cultura” per la poesia più meritevole.

Nella cornice di Villa Ada, lo scorso luglio, è avvenuta la premiazione: finalmente possiamo raccontarvi i vincitori con i nostri premi.

Il magazine in pdf

Uno spazio dove troverete le poesie, le nostre recensioni e la biografia dei vincitori. Una dose di cultura “portatile” per non dimenticare che c’è sempre tempo per una poesia. Scarica il Magazine qui.

La video intervista

I nostri video trailer

Insieme al nostro commento sulla poesia, lasciamo anche video trailer realizzati da Cristiana F. Toscano. La voce che legge le poesie, naturalmente, è quella di Francesco Fario.

Primo Posto: Ada Aversano, Terra Straniera

Il poetare di Ada Aversano è semplice, diretto e allo stesso tempo raffinato ed emozionante. Con la poesia “Terra Straniera” proietta i lettori in una dimensione intima, che da singolare diventa universale.

L’autrice esprime l’incertezza e la precarietà nel sentirsi estranei. Suggestiva la metafora delle “voci scalze” e infreddolite come a indicare l’autenticità (forse anche l’ingenuità) e la vulnerabilità dell’esule. In un mondo in divenire e soggetto a radicali cambiamenti, mette in evidenza il potere della parola. Collezionare parole per delineare la realtà, una realtà altra fatta di equilibri delicati, di silenzi e di sguardi.

In punta di piedi si solleva un messaggio di vita, attraverso un sapiente utilizzo della suggestione e della figura retorica.

Secondo Posto: Il sogno di Danilo di Pietro Catalano

Nella lirica “Il sogno di Danilo” Pietro Catalano interpreta la migliore tradizione poetica intimista con una cifra stilistica personale e asciutta, profonda ma scevra di manierismi formali.

Un affresco raffinato e sapiente di un dolore mai scontato e rinnovato dalla melanconia dell’eterno. Lo sguardo descrittivo ha un approccio ludico, concreto e realista, ma allo stesso tempo indaga nella profondità delle ferite.

C’è denuncia ferma, c’è analisi del dolore: dalla dimensione esterna si rimbalza verso quella interna, anche se l’unico approdo finale e possibile è quello verso un futuro di speranza.

Terzo Posto: Facciamo finta di niente di Robin Corradini

Un ritmo dinamico e contemporaneo caratterizza i versi di Robin Corradini in “Facciamo finta di niente”.

L’autore sembra raccontare lo stato in cui si vive alla fine di una relazione, quando si cerca di far finta di niente, di stare bene, quando per andare avanti è necessario, in realtà, far finta di tutto. L’utilizzo della prima persona plurale favorisce l’immedesimazione del lettore in una condizione esistenziale di incoerenza e irresolutezza, tipica dell’essere umano romantico.

Il mistero dell’alterità si rincorre nei versi pregni di una forte musicalità e di metafore incisive. Molto bella la chiusa finale che conferma il carisma espressivo dell’autore.

Premio “Overdose di Cultura: La mia anima è vento di Selene Pascasi

La poesia di Selene Pascasi riecheggia una dimensione quasi religiosa: la struttura di “La mia anima è vento”, ricorda le antiche preghiere e riconduce il lettore in una dimensione corale, squisitamente arcaica, dove si afferma qualcosa e si attende la risposta di qualcuno.

L’andamento è lapidario e per certi versi magico: un incantesimo catartico sotto forma di poesia, nel solco della tradizione letteraria dedicata al mal d’amore. Come tutti i canti di questo genere, però, alla disperazione segue la ricostruzione: un graffio diventa ricamo, le spoglie diventano alate, si sfugge anche alla presenza della vigliaccheria, così pesante da sopportare.

Il bruco lascia la sua vecchia pelle e diventa farfalla: il giorno in cui non muori, è il giorno in cui rinasci.

The Walking Dead 11: recensione del quinto episodio

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Out of the ashes è il quinto episodio appena uscito su Disney Plus. The Walking Dead 11 continua la sua strada verso il finale intrecciando in un unico episodio le tre narrazioni principali.

Maggie e Negan

Devo cominciare da qui. I due antagonisti sono rimasti da soli e proseguono il loro cammino tra una discussione e uno zombie da uccidere. I loro dialoghi si basano principalmente sul fatto che Maggie non è in grado di uccidere Negan: potrei dire che è tutto molto noioso se non fosse che ad un certo punto, nel mezzo dell’ennesimo bisticcio finito quasi con le mani addosso, si è percepita una tensione sessuale interrotta dall’arrivo di Gabriel. Ci sono stati cinque secondi di silenzio molto strani, non vorrei averli interpretati male io, ma se posso essere onesta una bella scena di improbabile sesso tra nemici risolleverebbe le sorti dell’ennesimo episodio noioso.

Commonwealth

Tornano anche le avventure di Yumiko, Eugene, Ezekiel e Princess presso il Commonwealth, il paradiso terrestre che ha ricostruito la vera civiltà sotto l’egida della misteriosissima Pamela Milton. Dopo aver fatto tutta una serie di test, la compagnia viene “adottata” dalla nuova realtà. Tutti ricevono una casa e un lavoro, addirittura Yumiko viene invitata ai piani alti. Potrebbero serenamente appendere il cappello al chiodo, eppure l’intera squadra – esclusa Yumiko che ha appena ritrovato suo fratello chirurgo a sfornare torte – vuole contattare Alexandria. Sarà Stephanie a condure Eugene verso una missione fallimentare che ha come obiettivo quello di usare la radio per contattare “casa”. Per pochi istanti rispondono alla comunicazione Rosita e Judith, ma la connessione cade e la polizia irrompe nella stanza: quale punizione sarà prevista per questa insolenza?

Alexandria

Nel frattempo ad Alexandria la piccola Judith, come una novella Buffy, insegna ai bambini a combattere con la spada di legno in mano. La figlia di Rick è sempre stata un personaggio piuttosto surreale e questo ora la rende anche vittima di bullismo ad Alexandria: sarà in questa occasione che uscirà fuori tutta la sua umanità. Dove sarà Michonne? Tornerà mai? C’è Rosita a confortare la piccola, che si sente sola e abbandonata, mentre il muro della città inizia a cadere sotto le mani smaniose degli zombie. Ma non solo: la squadra di Carol trova infatti un ex sussurratore. Dopo alcuni scambi poco pacifici con quello che resta dell’esercito di Alpha, l’uomo rivela di aver visto Connie uscire viva dalla caverna in cui era rimasta bloccata. Tutti la credevano morta, ma Carol è pronta ad andarla a cercare.

Fuori da questo episodio resta giusto Daryl, che ormai fa parte del quarto filone narrativo a se stante. Riuscirà a ricongiungersi con Connie? Dal trailer del prossimo episodio seguiremo anche un quinto filone narrativo, il suo.

Alessia Pizzi

Promo trailer del sesto episodio

Dune – Recensione: che il cammino tra la sabbia abbia inizio

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Dopo essere stato presentato fuori concorso alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Frank Herbert è finalmente disponibile nelle sale italiane. Inizialmente previsto per l’inverno 2020, il posticipo causa pandemia non ha fatto altro che aumentare il desiderio e la curiosità per la pellicola di Denis Villeneuve che, dopo aver firmato due delle pagine più importanti del cinema sci-fi contemporaneo con Arrival e Blade Runner 2049, ha ora la possibilità di rendere giustizia all’opera di Herbert anche sul grande schermo.

“Che ne sarà del nostro mondo?”

Dune – La trama

Sull’inospitale pianeta di Arrakis, detto anche Dune, coperto interamente da sabbia, è presente la sostanza più preziosa dell’intero universo: la Spezia. Potente allucinogeno, elisir di lunga vita ed elemento necessario per i viaggi interstellari, l’estrazione del prezioso materiale è affidata a Casa Harkonnen da 80 anni ma, per decreto imperiale, questi dovranno lasciare il feudo. Il pianeta sarà affidato a Casa Atreides guidata dal Duca Leto (Oscar Isaac), detto “il Giusto”: una personalità in forte ascesa e scomodo agli occhi dell’Imperatore. Il Duca e la sua famiglia si trasferiranno sul desertico pianeta ma ad attirare l’attenzione dei nativi sarà il giovane primogenito di Leto: Paul (Timothée Chalamet) che, addestrato dalla madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) nelle arti delle Bene Gesserit, potrebbe essere il Messia giunto su Arrakis per liberarli.

Il coraggioso approccio di Villeneuve

Il primo romanzo del cosiddetto “Ciclo di Dune” ha, fin dal suo avvento, influenzato ed ispirato i mondi fantascientifici che verranno proposti da lì in avanti (un esempio su tutti Star Wars che ha similitudini evidenti) divenendo oggetto del desiderio per una rappresentazione cinematografica. Tuttavia le componenti filosofiche, politiche, etiche, mistiche e religiose di un capolavoro letterario complesso hanno portato al susseguirsi di produzioni interrotte o controverse. Se da un lato, il mai realizzato Dune di Alejandro Jodorowsky proponeva un un girato non inferiore alle 10 ore, per contro l’adattamento di David Lynch condensò il tutto in soli 130 minuti, rendendone difficoltosa la fruizione.
Fortunatamente, il canadese Denis Villeneuve ha avuto il coraggio di prendere le tra le mani il materiale di Herbert e trattarlo nell’unico modo possibile. Infatti la sceneggiatura, scritta insieme a Jon Spaihts e Eric Roth, restando molto fedele alla versione letteraria e prendendosi delle piccole libertà dove necessario, va a trattare soltanto metà del primo romanzo del ciclo su carta. Una scelta necessaria per illustrare tutte le dinamiche che ruotano intorno ad un pianeta inospitale ma dall’animo profondo, soggiogato da continui giochi di potere, figli di un arrivismo senza scrupoli. Il desertico Arrakis, con la sua onnipresente sabbia e i suoi giganteschi guardiani, va assaporato lentamente e ha bisogno di tempo per sedimentare nell’animo dello spettatore. Ad una superficiale occhiata, può sembrare un mondo difficilmente associabile alla nostra azzurra Terra, ma non è così. La paura del diverso, la sottomissione delle popolazioni locali e la scellerata fruizione dei materiali per un egoistico arricchimento personale, sono dinamiche che conosciamo bene. Nell’epoca del “tutto e subito” e “dell’usa e getta“, Villeneuve riporta ancora una volta il genere fantascientifico alla sua essenza, spogliandolo della patina for entertainment purposes only a cui siamo stati abituati e dal quale dipendiamo. Di fronte alla paura di guardare davvero dentro noi stessi e ciò che ci circonda per quello che è in realtà, Dune ci chiede di aprire gli occhi nonostante la fastidiosa sabbia.

Dune – La consacrazione di due stelle

Stilisticamente non piegandosi alla grammatica del blockbuster sci-fi e mantenendo una forte componente autoriale, come consueto per il cinema di Villeneuve, la scelta per arrivare al grande pubblico passa per un cast di forte richiamo. Ed ecco che a mostrare le prime immagini di una spettacolare Arrakis, tra le sue distese infinite di sabbia e tramonti, è l’angelica visione della Fremen Chani, interpretata da una magnetica Zendaya. Attraverso una sequenza quasi onirica, la nativa mostra la sua casa per come i suoi occhi, azzurri su sfondo azzurro, la vedono: arida e inospitale ma, al tempo stesso, magica e di una bellezza disarmante. Il regista infonde Chani di un’aura mistica, trovando nella giovane attrice il volto perfetto per rappresentare il pianeta che da titolo all’opera. Grazie alla sua naturale e non convenzionale bellezza, ogni sua apparizione genera spasmodica attesa per il fatidico incontro con l’eletto di Casa Atreides. Un ragazzo dal volto dolce ma estremamente determinato e recettivo che, repentinamente, dovrà compiere il passaggio all’età adulta portando sulle spalle il peso non solo degli ideali di famiglia, ma prendendosi cura anche della sua nuova casa: Arrakis. Il protagonista Paul non poteva dunque che non avere il volto del talentuoso Timothée Chalamet che, ancora una volta, conferma la sua straordinaria capacità interpretativa. Sempre in parte, riesce a trasmettere in ogni momento la complessità del suo personaggio che, dopo lo smarrimento per un destino non chiaro e sanguinolento, abbraccia la chiamata all’azione nel momento del bisogno, come suo padre prima di lui. Seppur compaiano insieme a schermo per poche sequenze, è chiaro che Dune sarà la consacrazione definitiva della nascita dei due nuovi grandi divi. A 25 anni dal film che cambiò le regole dello star system fino ad oggi, imponendo il regno della coppia DiCaprio-Winslet (Titanic), ora la gigantesca operazione targata Villeneuve passa il testimone a Timothée Chalamet e Zendaya, dando il via ad una nuova pagina del divismo cinematografico.
Molto presenti in questo primo capitolo sono anche gli altri membri della Casa Atreides, composta due figure genitoriali dotate di un’importante tridimensionalità: il Duca Leto e Lady Jessica, interpretati da Oscar Isaac e Rebecca Ferguson. Dove il primo è perfetto nel mostrare un padre premuroso, un leader forte, giusto e carismatico, la seconda sfodera la miglior interpretazione della carriera. L’attrice svedese è impeccabile nella lettura di ogni volto della combattiva Lady Jessica quale: donna, madre, amante e Bene Gesserit, disposta alla ribellione per amore delle persone care. Degni di nota sono anche Jason Momoa, Josh Brolin come uomini d’azione del Duca, nonché del ruvido Javier Bardem, sicuramente più presente nel prossimo capitolo. In conclusione, non possono non citare lo splendido lavoro dietro alla rappresentazione del Barone Harkonnen, una delle figure più spietate e ripugnanti del mondo sci-fi. Qui reso in tutto il suo squallore da un eccezionale Stellan Skarsgård, sul quale è stato eseguito un lavoro di trucco che ha dell’incredibile.

La sabbia ricopre ogni cosa

L’adattamento cinematografico attualmente in sala, è una delle opere più ambiziose e visivamente stupefacenti a cui possiamo assistere. Attraverso l’utilizzo di campi lunghissimi e totali, le infinite distese di sabbia sembrano inghiottire i nostri protagonisti che lottano per la sopravvivenza, rappresentata dalla più piccola goccia d’acqua. Il suono della sabbia spostata dal vento è una costante che ci accompagna fin dall’inizio di questa epica narrazione, non lasciandoci mai soli ed udibile anche in sottofondo nella straordinaria colonna sonora, targata Hans Zimmer. Un accompagnamento musicale di rara bellezza che riesce a mutare sapientemente anche durante rapide visite agli altri pianeti delle casate prese in causa. Ogni pianeta, dal plumbeo Caladan di Casa Atreides, all’oscuro Giedi Primo di Casa Harkonnen, viene caratterizzato sapientemente rispecchiando l’essere delle casate di riferimento, grazie anche ad una fotografia impeccabile (che tocca però il suo massimo nel giocare con le tonalità di ocra sul pianeta di sabbia) e allo straordinario lavoro agli effetti visivi del due volte premio Oscar: Paul Lambert. Tutto è possente e mastodontico in questa trasposizione: dalle navi da guerra, agli eserciti in contrapposizione, ai giganteschi vermi della sabbia che dominano l’inospitale pianeta. Tuttavia, non è importante quale frame stiamo analizzando dell’opera in esame: ogni quadro è un dipinto. Siamo di fronte ad uno studio dell’immagine maniacale, elegante e colossale, con una tecnica che eccelle sotto ogni punto di vista, capace di trasmettere la mitologia dell’opera di riferimento. Questo è cinema allo stato puro.

Richiamando alla memoria quanto fatto con il similare primo capitolo della tolkeniana trilogia di Peter Jackson, accusare l’opera Denis Villeneuve di essere un film a metà, è un’azione priva di significato e dettata dalla non conoscenza di ciò che il capolavoro letterario di Herbert ha in serbo per noi. I pezzi sulla scacchiera sono stati disposti, le basi sono state gettate ed un viaggio che si preannuncia indimenticabile è cominciato. Questo è solo l’inizio.

Dune – Parte 2

Dopo la positiva risposta del pubblico europeo, il 22 ottobre Dune è stato distribuito nelle sale americane ed in contemporanea in streaming su HBO MAX, con un divieto ai minori di 13 anni non accompagnati. Solo nel primo week-end, il film ha incassato 40.1 milioni di dollari, divenendo l’incasso più redditizio dell’anno per Warner Bros. e di Villeneuve nei giorni di lancio in terra a stelle e strisce. Un dato estremamente confortante, al quale è seguito l’annuncio dei produttori per la conferma della realizzazione di “Dune – Part Two” e il ringraziamento del regista. “Adattare il libro di Frank Herbert era il mio sogno“, ha dichiarato in un comunicato il cineasta canadese in una giornata di estrema gioia, non solo per i fan del ciclo letterario, ma anche per gli amanti del cinema ai quali, come espresso da Christopher Nolan, con Dune “è stato fatto un vero regalo”. Non ci resta che attendere il 20 ottobre 2023, data di uscita dell’attesissimo proseguimento delle lotte su Arrakis.

Michele Finardi

Spice: l’album di debutto delle Spice Girls compie gli anni

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Spice è il primo album delle Spice Girls, la popolarissima girl band inglese che ha conquistato il pubblico di tutto il mondo negli anni ’90.  

Pubblicato il 19 settembre 1996, Spice detiene il record di “Album di debutto di una girlband più venduto della storia” con un totale di oltre 23 milioni di copie vendute.

Ma facciamo un passo indietro.

Spice girls, la storia di una band iconica

Le Spice girls nascono per un’operazione di marketing. Negli anni Novanta i Take That avevano raggiunto un successo commerciale strepitoso, che le case di produzione discografica auspicavano replicare: perché non creare a tavolino una band tutta al femminile?

Nel 1993 la rivista London Magazine pubblica un annuncio di casting, al quale risponderanno più di quattrocento candidate, che suona più o meno così: «Hai tra i 18 ei 23 anni, ti piace ballare e cantare, sei ambiziosa? Siamo alla ricerca di ragazze per registrare un disco».

Le audizioni si svolsero al Trinity Studios di Londra. Le ragazze selezionate furono: Victoria Adams (conosciuta oggi come Victoria Beckham), Melanie ChisholmMelanie Brown, Michelle Stephenson e Geri Halliwell. Per creare affiatamento e complicità tra le cinque ragazze che non si erano mai viste prima di allora, la casa discografica prese in affitto una casa nel Berkshire, dove le Spice girls avrebbero vissuto insieme. Michelle Stephenson nel giugno del 1994 decise di abbandonare la band e il progetto. Per occupare il suo posto fu selezionata Emma Bunton e, da quel momento, fu subito storia.

Spice, i singoli dell’album

L’8 luglio 1996 in Gran Bretagna uscì Wannabe, il primo singolo estratto da Spice. Il brano, considerato da molti un inno al girl power, è diventato la colonna sonora di un’intera generazione.

Il secondo singolo è Say You’ll Be There con cui le Spice bissano il precedente primo posto nella classifica dei singoli britannica ottenuto da Wannabe. Agli Mtv Music Awards del 1997 il videoclip del brano vince nella categoria come miglior video.

Il terzo singolo estratto da Spice è 2 Become 1. Del brano esistono due versioni diverse, dovute al fatto che le Spice cercano di eliminare un’allusione all’amore esclusivamente eterosessuale. Nella versione contenuta nell’album, infatti, Geri canta la frase any deal that we endeavour/boys and girls feel good together che nella single version cantata da Victoria diventa once again if we endeavour/love will bring us back together.

Il quarto singolo è Mama, una canzone d’amore dedicata alle mamme, il cui videoclip ha come protagoniste le Spice e le loro madri, che durante la canzone mostrano le foto delle loro figlie quando erano giovani. Il quinto e ultimo singolo è Who Do You Think You Are?.

Track listing

  • Wannabe 
  • Say You’ll Be There 
  • 2 Become 1 
  • Love Thing
  • Last Time Lover 
  • Mama 
  • Who Do You Think You Are?
  • Something Kinda Funny 
  • Naked 
  • If U Can’t Dance 
  • Seremos uno los dos

Top of the Pops Magazine, creando gli iconici soprannomi (Ginger per Geri; Posh per Victoria, Scary per Melanie B; Sporty per Melanie C; Baby per Emma), contribuirà alla diffusione del successo delle Spice Girls, che sono entrate nell’immaginario collettivo e nella storia della musica pop mondiale. Le Spice Girls hanno conquistato tutti e sono diventate un “fenomeno internazionale” paragonabile alla Beatlesmania: non a caso negli anni ’90 si parla di Spicemania.

Spice non può essere considerato uno dei migliori album di sempre, ma sicuramente è tra i dischi più famosi e iconici di tutti i tempi: è un album Cult con la “C” maiuscola.

Valeria de Bari