Palazzo Barberini, mostra virtuale: sui social ogni venerdì

Palazzo Barberini mostra roma 2020

Ha senso inaugurare, a fine 2020, una mostra a museo chiuso? La sfida di Palazzo Barberini è già una vittoria

Sarà perché il titolo non solo è stimolante ma rispecchia il contenuto. O perché, nonostante Palazzo Barberini e Galleria Corsini siano definite Gallerie Nazionali di Arte Antica, spesso i temi delle mostre ospitate sono davvero contemporanei. E ancora perché chiamare in causa lo spettatore proprio in questo momento di chiusura, in ottemperanza alle disposizioni per contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19, è particolarmente significativo. Per questi e altri motivi “L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano” è un’esposizione che va raccontata e seguita.

Cosa ne dice il curatore

Rifacendosi anche a Roland Barthes, Michele Di Monte ci suggerisce:

ogni spettatore ha il proprio habitus, più o meno condiviso, così come ha le sue ragioni, e non può che partire da qui, ma non per questo ha sempre ragione. Se è vero che «nell’opera scopriamo sempre ciò che siamo», ciò vale naturalmente anche per i dubbi, le incertezze, i passi falsi, gli errori. Ma dagli errori si può imparare, ammesso che si sia disposti a mettersi in gioco. Questo significa però concedere uno spazio, significa, come scriveva Roland Barthes, «la possibilità di una dialettica del desiderio, di una imprevisione del godimento: che il gioco non sia già chiuso, che ci sia un gioco».

Il privilegio della visione

Chi scrive ha avuto la fortuna di poter partecipare a una giornata di studio a ridosso dell’inaugurazione della mostra “L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano”. Ed è rimasto incantato dall’efficacia del “gioco”. Perché se si accettano le regole di questa prospettiva anche i quadri più familiari, tra i 25 dipinti in mostra, inizieranno ad apparire come una provocazione intellettuale. Basti pensare a opere come la Salomè” di Guido Reni. La maggior parte delle figure religiose dipinte dall’eccellente pittore bolognese sono sempre caratterizzate da un’aura di angelicità ultraterrena: incarnato perfetto, espressione pia, atmosfera rarefatta. Cosa succede quando si decide di tratteggiare un’eroina negativa come Salomè con i medesimi elementi? E quanto cambia nella percezione di un’opera da parte dello spettatore conoscere la biografia del soggetto rappresentato a prescindere dallo stile con cui si decide di ritrarlo? La santità apparente di Salomè come si rapporta alla fama di danzatrice capace di suscitare i più famelici appetiti tanto da ottenere da Erode, in cambio di una sua esibizione, la testa di Giovanni Battista?

Una sorpresa tra le opere, firmata Giambattista Tiepolo

C’è un piccolo ma efficacissimo quadro di Giambattista Tiepolo, chiamato idealmente ad accogliere lo spettatore, il cui titolo è “Mondo Novo”. Grazie a questo generoso prestito da parte del Museo Nacional del Prado di Madrid – che riproduce in scala ridotta il medesimo soggetto svolto in maniera più grandiosa nel vasto affresco dallo stesso titolo conservato presso Ca’ Rezzonico a Venezia – è possibile entrare immediatamente nello spirito del gioco. I protagonisti della tela non rivolgono che le spalle al visitatore. Sono essi stessi impegnati a guardare qualcosa: quel mondo nuovo – e illusorio – rappresentato da una lanterna magica. Un quadro di inaudita contemporaneità se lo si osserva con gli occhi di chi, oggi, è perennemente tentato all’astrazione dal monitor di uno smartphone o di un computer.

Un ingegnoso percorso espositivo in cinque tappe

Superata quella che possiamo considerare come la sala d’”Attesa del Pubblico” con il suo ingegnoso Tiepolo, lo spettatore è invitato a mettersi in gioco attraverso cinque sezioni dai nomi allusivi. “La soglia” parla di superare un confine o svelarlo: che sia illusorio, come “Ragazza in una cornice” di Rembrandt, o subliminale come “Ritratto di Ferdinando I de’ Medici” di Scipione Pulzone. Qui lo svelamento dell’artificio del guardare il quadro di un quadro, con la complicità di una tenda che si alza rivelando sottilmente una cornice dipinta dentro la cornice, gratifica occhi e mente. Impossibile non soffermarsi a lungo su “La Passione” di Hans Memling: un quadro che attira e coinvolge per la sua ricchezza di dettagli, tutti da cogliere percorrendo con lo sguardo l’intera via verso il sacrificio di Gesù.

Scipione Pulzone
Ritratto di Ferdinando I de Medici, 1590
olio su tela, 142×120 cm
Gallerie degli Uffizi, Firenze
Foto Alberto Novelli

Sentirsi chiamati in causa e scoprirsi indiscreti

Cosa succede quando è l’opera stessa a voler coinvolgere lo spettatore? Tra i tanti dipinti della sala denominata “Appello”, quello che esplica più arditamente il concetto è “Venere, Marte e Amore” del Gurcino. La dea della Bellezza, nonché madre di Amore, chiede a suo figlio di puntare la sua infallibile freccia verso chi guarda. Colpirà la mente o il cuore? Questo può dirlo solo chi verrà colpito. Cosa si prova, invece, a sentirsi di troppo? La sala de “L’Indiscreto” è, infatti, dominata da figure assorte nei propri pensieri che ci sembra quasi di spiare. Come l’austero “San Gregorio Magno” di Jusepe de Ribera che ha senz’altro di meglio da fare che badare allo spettatore. Mentre la “Maddalena” del Savoldo, attraverso i bagliori di luce riflessi sul proprio mantello ci dice che siamo accanto al Cristo risorto, testimoni del miracolo su cui si fonda la quasi totalità delle correnti del Cristianesimo. Azzardando, però, c’è un’ultima, remotissima, ipotesi: che siamo noi stessi il Figlio di Dio.

Guercino
Venere, Marte e Amore, 1633
olio su tela, 136×157,5 cm
Gallerie Estensi, Modena
Foto Alberto Novelli

La complicità e il piacere dell’esser guardati

Le ultime due sale condiscono di abbondante malizia il gioco con lo spettatore: come definire altrimenti “Giuditta e Oloferne” di Johan Liss, che domina lo spazio denominato “Il Complice”, dove l’eroina bibblica dalle forme dichiaratamente voluttuose lancia uno sguardo di assoluta intesa allo spettatore? Nonostante stia commettendo un brutale omicidio, Giuditta sa bene che chi vi assiste non solo non la tradirà ma sarà dalla sua parte. Chiude il percorso “Il Voyeur”: qui, tra le altre opere, trova degnissima collocazione il celebre “La Nuda” di Pierre Subleyras. Un corpo di donna di spalle che non ha bisogno di attributi divini o regali per giustificare l’esibizione della sua pelle. In virtù della propria bellezza non ha bisogno di alcuna giustificazione. Infine la tela che ha più divertito chi scrive: “Venere e Marte” di Lavinia Fontana. Non a caso opera di una pittrice, ritrae una Cipride che scopre di essere guardata. Svelando, contemporaneamente, il piacere di essere vista e quasi invitando il guardone a unirsi, anche se solo con gli occhi, alla coppia divina.

Lavinia Fontana
Venere e Marte, 1650
olio su tela, 116×140 cm
Fundación Casa de Alba, Madrid Foto Alberto Novelli
 

Come diventare uno spettatore della mostra

La chiusura de “L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano” è prevista per il 28 febbraio 2021. A meno che i musei non riaprano prima o la mostra venga prorogata, sarà impossibile visitarla di persona. La sede di Palazzo Barberini delle Gallerie Nazionali di Arte Antica ha però pensato a un modo per rendere ugualmente spettatore chi lo vorrà: attraverso un dossier e un video racconto da parte del curatore oltre che con un appuntamento di approfondimento settimanale, ogni venerdì, sui canali social delle Gallerie.

Perché parlare di coraggio?

Perché una mostra così ambiziosa e ricca di importanti prestiti da parte di prestigiose realtà museali non solo conferma quanto di buono finora fatto dalla direttrice Flaminia Gennari Santori, supportata dai suoi collaboratori, per favorire il dialogo tra l’Antico e l’Uomo Contemporaneo ma dà l’occasione a ognuno di noi di ripensare il proprio ruolo nella fruizione dell’opera d’arte in un tempo in cui ne siamo alienati.

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: Giambattista Tiepolo – Mondo Novo. Olio su tela, 34×58,3 cm – Museo Nacional del Prado, Madrid.

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