“Il Gattopardo” di Visconti, paradigma dell’umana decadenza

Il gattopardo film

Il Gattopardo, film di Luchino Visconti, si configura come la sintesi raffinata e perfetta dell’ineluttabilità delle trasformazioni socio-culturali.

Titolo originale: Il Gattopardo
Regista: Luchino Visconti
Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa, Luchino Visconti
Interpreti principali: Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale, Romolo Valli, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Lucilla Morlacchi

C’è una componente sciasciana nella sontuosa operazione di Luchino Visconti. È un tratto che trascende la sicilianità dell’opera e l’evidente – eppur mai scontata – osmosi tra testo letterario e trasposizione cinematografica.

Al pari dello scrittore di Racalmuto il regista del Gattopardo fa, del suo prodotto artistico, uno strumento di lettura e denuncia dell’eterno presente umano. Il referto – impietoso nella sua perfezione formale – di una decadenza temporale e umana transitata senza alterazioni da un passato insepolto che è paradigma di mali e vizi.

Non è un caso, né viene in mente di derubricarla come tale, la scelta di Visconti di partire da un’opera scritta, l’ennesima dopo I Malavoglia di Verga (La terra trema), Le notti bianche di Dostoevskij e Senso di Camillo Boito.

È il documento a costituire una solida base, il punto di avvio di un processo che investe il testo sin quasi a torcerlo per scovare, tra le sue pieghe, gli elementi di una realtà che pretende di restar chiusa in se stessa.

Il metodo, tanto paradossale quanto necessario, è quello del disvelamento, nell’oscurità dei fatti narrati, di un presente ambiguo, sfuggente, che rende difficoltosa se non impossibile qualsiasi rappresentazione in chiave diretta e “presente”.

La funzione demistificante dell’arte si esercita, pertanto, a partire dalla parola letteraria, l’unica in grado di gettare un ponte tra l’ambiguità del reale e la possibilità di un’interpretazione.

Sciascia, di quest’operazione, è un maestro indiscusso e mostra attraverso saggi, romanzi, e mescolanze tra i due generi, come grazie ai testi sia possibile rivelare i fatti quali veramente sono.

In tale prospettiva il lavoro più emblematico – anche perché prossimo al tema affrontato da Visconti – è quello de I pugnalatori, opera in cui la rielaborazione dei fatti storici passa attraverso la scrittura per illustrare il presente. Con acribia e filologica caparbietà, Sciascia si appunta su documenti e atti relativi a un processo intentato da Guido Giacosa nel 1862, quando a Palermo si verificarono simultanei ferimenti a colpi di pugnale.

L’episodio, collocato agli albori dell’Italia unita, vede un parlamentare del Regno tramare nell’ombra per ottenere una restaurazione neoborbonica e serve, a un autore engagé quale è Sciascia, per denunciare in controluce i depistaggi messi in atto da governo e servizi segreti nell’ambito della coeva «strategia della tensione».

Il gttopardo film

Con pari impegno, Visconti rielabora il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e da esso trae linfa per fotografare una dimensione presente e in-visibile, nella quale il passaggio di un’epoca è illuminato – o piuttosto reso comprensibile – dalla trasposizione storica.

La decadenza di una famiglia, di una società, di tutto, serve al cineasta milanese per riflettere, senza rimpianto o amarezza, su una situazione di passaggio in cui si avvertono già le tracce della demolizione.

È il 1963, il miracolo economico ha innescato una mutazione nei gangli della società e la borghesia – la nuova borghesia – è già avviata al trionfo. Ecco allora che il passaggio dal «tempo dei gattopardi e dei leoni» a quello «degli sciacalli e delle iene» non è più, soltanto, la presa di coscienza di un mondo falso, che non ha più ragion d’essere ancor prima dello sbarco dei garibaldini.

Quel modello di società di cui il gattopardo è stemma e dunque simbolo diviene, nei secoli a venire, amara e posticcia rappresentazione di quanto è destinato a essere spazzato via.

Don Calogero (Paolo Stoppa) che dalle dipendenze del principe di Salina (Burt Lancaster) passa a divenire padrone di un’era nuova è lo stesso, rozzo campione di una classe che «nel corso di tre generazioni trasforma innocenti cafoni in gentiluomini indifesi» [1].

Se Tomasi di Lampedusa, in forza delle sue origini nobiliari, capisce e sa che l’evoluzione del tempo e, perché no, della sua terra, reca con sé un’ineluttabile fatalità, Luchino Visconti – che con l’autore condivide i natali aristocratici – assume tale consapevolezza come paradigma universale.

Le campiture decise, l’attenzione «fino al più insignificante particolare» [2] fanno di ogni scena un quadro, secondo la cifra stilistica propria del regista che qui serve a fermare l’attimo di un sistema di vita che non sarà più.

L’estrema fedeltà al testo originale, che qui si fa persino dilatazione fastosa, permette meglio di qualsiasi rilettura di appropriarsi della morale tomasiana per renderla eterna.

Su Tancredi (Alain Delon) in particolare, si appunta l’accusa sommessa – e perciò più tagliente – del Gattopardo di Visconti. È la rivoluzione tradita a pesare sulla coscienza del rampollo reazionario, garibaldino unitosi all’avvenente figlia di don Calogero (Claudia Cardinale) affinché tutto cambi perché nulla cambi. E forse è avventato intravedere in questo biasimo l’insofferenza di Visconti nei confronti di un mondo intellettuale pronto a blandire i vorticosi – e ingovernabili – stravolgimenti dell’età del “boom”.

Quel che è certo è che il celebre ballo, per lui vero apice del romanzo di Tomasi, restituisce allo spettatore il disfacimento di un mondo il cui unico baluardo, nelle sue contraddizioni, era Don Fabrizio Salina.

Le danze poi, inevitabilmente, continueranno a essere condotte. Fino alla fine del prossimo gattopardo, del prossimo sciacallo, della prossima, camaleontica, iena.

Tre motivi per vedere il film:

  • La scena del ballo
  • Il gusto scenografico di Visconti e l’attenzione psicologica profusa in ogni personaggio
  • I costumi

Quando vedere il Gattopardo (film):

La previa lettura del romanzo è necessaria. Dopodiché dedicata una sera, o un pomeriggio, a queste fantastiche e sontuose tre ore e venti di film.

Ginevra Amadio

[1] G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, 1969, p. 131.

[2] A. Todisco, Recensione a Il Gattopardo, in “La Stampa”, 28 marzo 1963.

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