Dolemite Is My Name, Eddie Murphy torna con un esplosivo film su Netflix

Dolemite Is My Name, Eddie Murphy torna con un film su Netflix

Dolemite Is My Name, con alla regia Craig Bewer, segna l’esplosivo ritorno sulla scena cinematografica (ma in streaming) di Eddie Murphy.

Prodotto e distribuito da Netflix assieme alla indipendente Davis Entertainment, il film è uno scorretto biopic che ricalca l’altrettanto scorretta ascesa al successo di Rudy Ray Moore con il suo alter ego Dolemite.

Moore, interpretato da un rinato Murphy, è il vicedirettore di un negozio di vinili losangelino negli anni ‘70. Una mancata carriera da cantante e alcune comparsate da cabarettista sono tutto ciò che ora ha nella vita. Ossessionato dal costante desiderio di sfondare nello show business, Moore scava nel folklore afroamericano e ne estrae frammenti che gli consentono di assemblare l’irriverente personaggio di Dolemite. Nello sguardo dedito al recupero di un immaginario culturale, prende forma una creatura nata dalla tradizione popolare il cui scopo è essere fruita esclusivamente in un contesto popolare. Più nello specifico in quel ghetto nero che è periferia nel cuore pulsante delle città statunitensi dell’epoca.

E Dolemite, ‘pimp’ vestito di abiti sgargianti e sempre circondato da donne mezze svestite, si inserisce in quel solco passivamente puritano sospeso tra ciò che si può dire e ciò che può essere solo pensato. Nel film è bravissimo Eddie Murphy a vestirsi di questa doppia pelle, del Moore teso verso la fama e del Dolemite costume da spettacolo. Come è eccellente tutto il cast che vortica attorno alla scalata a ritmo musicale di quello che verrà battezzato il “Godfather of Rap” (il D’Urville Martin di Wesley Snipes sembra Jack Sparrow).

Seguiamo così il percorso dei primi vinili incisi che finiscono spacciati come materiale proibito dal bagagliaio di un’auto.

Ci spostiamo poi sulle ambiziose aspirazioni cinematografiche di comparire sul grande schermo, luogo definitivo di una consacrazione personale. Il cinema è visto come concetto che sfida le leggi del tempo e dello spazio nel suo rendersi immutabile nel corso dei decenni (e secoli). Lo farà presente in particolare un personaggio, con il suo timore di finire immortalato per sempre in quella forma in “24 foto al secondo”.

La seconda parte della pellicola, dedicata alla realizzazione del lungometraggio autoprodotto da Dolemite e su Dolemite, ricorda molto da vicino The disaster artist. Ci vengono mostrate le difficoltà della produzione dietro il sotto-genere del blaxpoitation, film carichi di macchiette esagerate destinati ad un pubblico urbano ed afroamericano. E questa sua somiglianza si rivela parziale limite nel confronto, non essendo il lavoro di Bewer esilarante allo stesso modo del film di James Franco. Lì l’essere dissacrante era chiave del racconto e qui, invece, è superstrato di una narrazione di fondo drammatica. Rimane che le intenzioni di Dolemite Is My Name si trovano sempre da quelle parti, solidificate in quel “is my name” che fa da leitmotiv alla volontà di Moore di lasciare un segno, un graffio.

Il film tutto gode comunque di un ritmo estremamente godibile, giocando molto sui singoli e in particolare (ovviamente) su un Eddie Murphy ritrovato che non vedevamo così in forma da molto tempo. Fa senza dubbio piacere.

Alessio Zuccari

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