Grazie a Palazzo Barberini il Seicento a Roma ha ancora più spazio

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Inaugurato il nuovo allestimento dell’Ala nord al Palazzo Barberini di Roma.

È un importante traguardo quello raggiunto da Palazzo Barberini di Roma che continua il proprio rinnovamento come spazio museale. Dopo più di ottant’anni di gestione, infatti, tre anni fa il Ministero della Difesa ha restituito alle Gallerie nazionali di arte antica gli ambienti finora occupati. Con l’obiettivo di aprire al pubblico l’intero palazzo, lo scorso aprile era stata inaugurata l’Ala sud del piano nobile dedicata ai capolavori del Settecento. Oggi tocca a quelli del Seicento.

Un periodo complesso anche dal punto di vista culturale

In seguito alla Riforma Protestante e con la conclusione del Concilio di Trento del 1563, anche ciò che viene rappresentato in Arte diviene oggetto di disputa. Personalità come Giovanni Andrea Gilio, il vescovo Gabriele Paleotti e il cardinale Carlo Borromeo si esprimono sull’argomento. Puntando a imporre i principi della dogmatica religiosa ai canoni artistici. Ciò avrà una notevole influenza su pittori, scultori ed esponenti della cultura e del pensiero del secolo successivo. Il risultato sarà ambivalente, perché se da un lato alcuni di essi aderiranno in maniera impeccabile a quanto stabilito, altri si troveranno più o meno volontariamente a divenire dei rivoluzionari. Basti pensare a Giordano Bruno, Galileo Galilei e, in ambito artistico, Caravaggio.

10 sale totalmente rinnovate per un totale di 550 mq

Il risultato di questo nuovo percorso espositivo di Palazzo Barberini, curato dalla direttrice Flaminia Gennari Santori e progettato dall’architetto Enrico Quell, è da un punto di vista sia didattico sia di fruizione, decisamente positivo. Gli innovativi impianti di illuminazione non valorizzano solo le opere, ma anche gli stupefacenti soffitti. Creazioni, tra gli altri, del Pomarancio, Baldassare Croce e Giuseppe Chiari che prima di fatto risultavano quasi invisibili. Ma non solo: anche i pannelli e le, finalmente, esaustive didascalie riflettono la volontà di offrire a ogni visitatore un’esperienza realmente completa. Grazie a un’impostazione concettuale non più legata ai singoli artisti ma a un ordine cronologico e geografico.

Un viaggio dal Manierismo al Caravaggismo

Si parte dal Tardo Manierismo romano e internazionale, passando per alcuni tra i più importanti esponenti della pittura veneta, come Tintoretto, Palma il Giovane e il celebre Venere e Adone, qui in una versione di scuola tizianesca e restaurato per l’occasione. Ma c’è anche spazio per due opere di El Greco dalle chiare influenze veneziane. Superato l’ambiente che ha come protagonista la Pittura di genere ci si imbatte in una piccola sala, finora non visitabile, dove è custodita una sola opera. Si tratta di un prezioso tabernacolo che rappresenta una pietà. Un oggetto realizzato da Annibale Carracci in collaborazione con l’allievo Innocenzo Tacconi per il cardinale Odoardo Farnese. Il cui soggetto, il dolore provato da Maria dinnanzi al corpo del figlio, ben si sposa con un ambiente così intimo. Si prosegue con i cosiddetti Paesaggi Mattei: una celebrazione della bellezza della Natura. Essa non è più vista come mero sfondo ma vero e proprio protagonista della narrazione.

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Palazzo Barberini – Ala Nord. Foto Alberto Novelli

L’effetto Caravaggio

Fa sorridere soffermarsi su quanto l’opera e la poetica di Michelangelo Merisi abbia rivoluzionato l’idea di pittura presso i contemporanei e influenzato quella dei pittori a venire. Persino nella sua negazione. Il suo nome, col tempo, viene dimenticato non solo a causa della controversia generata da alcune sue opere ma anche della sua rocambolesca vita. Per non parlare della tragica morte. Le sue invenzioni e soluzioni, come l’utilizzo di luce e buio, invece subirono un destino opposto. Finirono per essere infinitamente replicate da seguaci più o meno consapevoli, come dimostrano le tre sale dedicate al pittore lombardo e a quanti a lui si ispirarono. Il celebre capolavoro Giuditta e Oloferne posizionato accanto all’Amor sacro e Amor profano di quell’invidioso di Giovanni Baglione non fa che sottolinearne i miseri e ambivalenti tentativi di negare la grandezza di Caravaggio sperando di farla propria. Il naturalismo del Merisi sortirà ben altri effetti su pittori quali Orazio Gentileschi, Jusepe de Ribera o il cosiddetto Candlelight Master. Fino ad arrivare a Georges de La Tour, Gerrit van Honthorst, detto anche Gherardo delle Notti, e Valentin de Boulogne.

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Palazzo Barberini – Ala Nord. Foto Alberto Novelli

Il coraggio del negare un volto a Beatrice Cenci

Nell’ultima sala sono riunite tutte quelle opere di matrice emiliana, tra cui quelle firmate dal Domenichino, Guercino e, soprattutto, Guido Reni. Proprio al “divino” la traduzione ha ormai da secoli attribuito uno dei quadri più iconici dell’intera collezione. Quel ritratto di Beatrice Cenci, celebrato da Johann Wolfgang von Goethe e Johann Caspar Lavater così come da Antonin Artaud e Alberto Moravia. E che la vulgata vuole sia stata così eternata da Reni poco prima dell’uccisione. In occasione del riallestimento del Palazzo Barberini di Roma viene, dunque, suggerita una nuova ipotesi: che si tratti di un anonimo ritratto in veste di sibilla da attribuire alla pittrice bolognese Ginevra Cantofoli. Ipotesi meno suggestiva ma certamente più realistica: nonostante ciò, nulla può sminuire il fascino di quel volto e la drammatica storia che, per tradizione, ormai evoca.

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Ginevra Cantofoli (attr.) – Donna con turbante (Presunto ritratto di Beatrice Cenci). Olio su tela, cm 64,5 x 48. Courtesy Gallerie Nazionali di Arte Antica – Bibliotheca Hertziana, Istituto Max Planck for Art History/Enrico Fontolan

Cristian Pandolfino

Credits foto in evidenza: Palazzo Barberini – Ala Nord. Foto Alberto Novelli

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