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Hook-Capitan Uncino, l’ultima avventura di Peter Pan

Cosa sarebbe il mondo senza Capitan Uncino?

Titolo originale: Hook
Regista: Steven Spielberg
Sceneggiatura: James V. Hart, Malia Scotch Marmo
Cast Principale: Robin Williams, Dustin Hoffman, Maggie Smith, Julia Roberts, Bob Hoskins, Caroline Goodall, Dante Brasco
Nazione: USA

Seconda stella a destra. Un coccodrillo con una sveglia. Volare leggeri come una piuma. Ed infine una frase che riassume tutto, quale “Tutti i bambini, salvo uno, crescono”. Di chi sto parlando, secondo voi? Ma certo! È proprio Peter Pan, l’eterno fanciullo nato dalla penna dell’autore inglese J.M.Berrie. Una storia intramontabile, eterna. Cosa accadrebbe, però, se questo personaggio…crescesse? È una delle basi di Hook-Capitan Uncino, film del 1991, diretto da Steven Spielberg.

Peter Banning (Williams) è un uomo di mezza età, sposato con Moira e con due bambini, Jack e Maggie. Sempre attaccato al cellulare, Peter segue un lavoro che gli impegna tempo e attenzioni, facendogli mancare qualunque promessa. Durante un viaggio a Londra, da anni rimandato, per andare a trovare la nonna della moglie, la centenaria Wendy Moira Angela Darling (Smith), Jack e Maggie vengono rapiti in casa, mentre gli adulti sono ad un evento in onore di Wendy. Scoprendo il fatto, i parenti trovano anche un messaggio ad una porta con un pugnale, firmato Capitano Giacomo Uncino. In questo momento Tootles, un anziano un po’ svitato che vive in casa di Wendy, guardando Peter, dice:

“Devi volare. Devi combattere. Devi esultare. devi salvare Maggie, devi salvare jack: uncino è tornato”

Hook

Nessuno ovviamente prende sul serio le parole dell’uomo, tranne Wendy. È lei che decide di prendere da parte Peter e dirgli la verità: l’anziana infatti confessa che lui è Peter Pan e che solo lui, quindi, cercando in se stesso, deve trovare il modo di tornare nell’Isola Che Non C’è e salvare i suoi figli da Capitan Uncino. Anche in questo caso, l’uomo non prende sul serio le parole che gli vengono dette: il primo è folle, la seconda probabilmente in preda ad un momento di assenza dovuta alla senilità.

Quella sera stessa però un’altra figura viene a trovarlo: è Campanellino (Roberts), la fatina-spalla dell’Eterno Bambino.

Sarà lei a condurlo nella magica isola, a mettere Peter di fronte proprio ad Uncino (Hoffman) e a stringere un patto con il perfido pirata di attendere tre giorni per…far tornare all’antico splendore questo ex-eroe ora scettico, meticoloso, mai fuori dalle righe e (colmo dei colmi) che soffre di vertigini.

Film universale, semplice e dalla trama curiosa, Hook-Capitan Uncino è un vero e proprio cult degli anni ’90.

L’origine del film risale agli anni ’80 e unisce due strade che stavano pensando, indipendetemente, all’Eterno Bambino. Una era quella di Spielberg che aveva pensato di produrre e girare un musical, insieme alla Walt Disney, sull’opera teatrale di Berrie. Il progetto partì, tanto che il musicista John Williams compose anche qualche melodia; ma i costi ed i tempi di produzione rallentarono tutto, tanto da non far andare in porto il progetto.

Anche lo sceneggiatore James Hart aveva in mente un progetto dedicato a Peter Pan, poiché una volta il figlio Jake gli fece notare il finale del libro e di Capitan Uncino, che non viene esplicitata. L’idea però arrivò sempre dal piccolo Jake che guardando il padre suggerì: “E se Peter Pan diventasse grande?”

Nacque così Hook, che unì entrambi i progetti, togliendo però l’idea del musical: ne rimase solo una canzone.

La scelta del cast fu un’epopea. A partire dalla scelta del protagonista. Le scelte iniziali furono Kevin Kline e Tom Hanks, ma la leggerezza di Williams vinse poiché – sempre secondo Hart – era l’unico vero Peter Pan in grande: si dice che, tanto preso dalla bravura dell’attore, lo sceneggiatore abbia conservato alcune sue scarpe da ginnastica. Robin fu un ottimo Peter, sia in veste autocensurata che da bimbo cresciuto. Scontati i racconti della troupe su di lui che intrattiene i bambini del cast.

La grande sfida fu ovviamente il Cattivo. A chi dare il ruolo di Uncino? La prima scelta di Spielberg fu indirizzata verso un mago del travestitismo, un Artista capace sia nella recitazione che nel canto: David Bowie. Alla sua rinuncia, si chiese ad Hoffman (che già aveva vinto 2 Oscar): lui accettò, sebbene fosse molto basso….

Altro grande capitolo fu Julia Roberts, la quale non fu molto amata dalla troupe. Scelta al posto di Meg Ryan, venne amichevolmente chiamata dalla troupe “Tinker-Hell” (invece di Tinker-Bell, vero nome di Campanellino), dove “hell” significa “inferno”, a causa del comportamento eccessivamente da diva. Per citare un esempio: poiché dovette girare molte scene scalza, pretese un’assistente che…le pulisse i piedi!

Oltre a Bob Hoskins e a Maggie Smith, perfetti nei loro ruoli, il film è carico di cammei di veri e propri VIP.

Esempi? Il pirata che viene rinchiuso e torturato con gli scorpioni è…Glenn Close! Il commissario di Scotland Yard che viene ad indagare il rapimento di Jacke e Maggie è il cantante Phil Collins; mentre, sempre parlando di cantanti-attori, uno dei pirati di Uncino più volte ripreso è David Crosby, chitarrista dei Byrds.

Ci sono dei cammei anche in pochi secondi. Quando Peter ricorda il primo incontro con Wendy, la giovane ragazza non è interpretata dalla Smith, ma da una giovane Gwyneth Paltrow; invece, quando Campanellino porta via Peter verso l’Isola la prima volta, passa davanti al Big Ben di Londra e fa volare una coppia che si bacia, con la sua polvere fatata: quella coppia sono George Lucas e Carrie Fisher.

Non molto caro al regista, il film rientra molto tra le categorie da lui dirette, poiché affronta temi ricorrenti nella sua filmografia come il superare i traumi e le sfide dell’infanzia (si pensi a Il colore viola, ET o L’impero del sole) ed il viaggio (la saga di Indiana Jones, Jurassic Park, Prova a prendermi, The terminal).

Tre motivi per vedere il film:

  • La colonna sonora, capace di coinvolgere e commuovere
  • La battaglia tra pirati e bimbi sperduti, con armi impensabili, come uova, vernice e biglie
  • Maggie Smith, in una parte da centeneria, nonostante avesse in realtà 56 anni

Quando vedere il film:

Una domenica pomeriggio, con dei bambini. Travolge e coinvolge: uno stimolo per giocare e creare con fantasia

Francesco Fario

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Elettrodomestici, i consigli per allungarne la loro vita

Gli elettrodomestici, così come qualsiasi tipo di dispositivo, hanno un’aspettativa di vita limitata. Quando un elettrodomestico inizia a dare segni di malfunzionamento, la domanda che si pone più spesso è sempre la stessa: meglio farlo aggiustare o comprare un modello di ultima generazione? Questa scelta dovrebbe essere ben ponderata e dipende da una serie di fattori da analizzare attentamente per prendere la decisione migliore. Per maggiori dettagli è possibile richiedere informazioni presso un qualsiasi Centro assistenza elettrodomestici multimarca Modena.

Non è poi così raro scoprire che riparare un elettrodomestico potrebbe essere più costoso rispetto ad acquistarne uno nuovo. Per fare in modo che il tanto temuto deterioramento tardi a presentarsi, il segreto è fare una buona e frequente manutenzione dell’elettrodomestico. Solo con questa strategia si potrà tenere il dispositivo efficiente. In altre parole, prendersi cura degli elettrodomestici e trattarli come si deve è sinonimo di durabilità, efficienza e risparmio. Nel complesso, quali sono i consigli più utili per allungare la vita degli elettrodomestici?

La pulizia regolare degli elettrodomestici è uno dei segreti dietro la durabilità degli elettrodomestici. E non è necessario comprare detergenti costosi ed aggressivi.

È infatti sufficiente utilizzare prodotti naturali quali bicarbonato, limone ed aceto e tanto olio di gomito. Ogni elettrodomestico ha la sua storia e la “sua pulizia”. La lavastoviglie dovrebbe avere il filtro sempre pulito e per farlo è sufficiente uno spazzolino e acqua corrente. Il frigorifero dovrebbe essere tenuto in condizioni igieniche ottimali dato che serve per la conservazione degli alimenti. Quindi, periodicamente, è opportuno pulirlo a fondo: rimuovere i ripiani, eliminare le piccole perdite di liquidi e buttar via il cibo scaduto o, peggio, ammuffito. Può essere un’operazione scocciante però necessaria per mantenere un frigorifero pulito ed in ordine. Un frigorifero pulito ed igienizzato è l’ideale per gli alimenti e la salute di chi li consuma. Inoltre, una pulizia periodica mantiene l’elettrodomestico perfettamente efficiente e duraturo nel tempo. La lavatrice è un elettrodomestico al quale difficilmente si può rinunciare. È presente in praticamente tutte le case dato che è comoda e risparmia la fatica del lavaggio a mano. Per il lavaggio ideale occorre una lavatrice in ottimo stato, perfettamente funzionante e pulita. Sfortunatamente, non tutti si preoccupano di tenere l’elettrodomestico in buone condizioni e se la pulizia della lavatrice scarseggia, anche il bucato non è impeccabile. In ogni caso, non bisogna farsi prendere dal panico perché ci sono tanti rimedi per tenere quest’elettrodomestico pulito, soluzioni semplici, naturali e a basso costo.

Mantenere la lavatrice pulita è importante per avere panni puliti ed avere un elettrodomestico perfettamente funzionante. Rimedi naturali quali aceto e bicarbonato disinfettano la lavatrice, restituiscono brillantezza, colori più intensi ed ammorbidiscono i capi d’abbigliamento.

Per quanto riguarda il forno ed il forno a microonde è preferibile evitare prodotti chimici che sono tossici ed irritanti. Quando la pulizia è frequente, una pastella di bicarbonato ed acqua è un’ottima combinazione. La pulizia interna del microonde può farsi inserendo un contenitore con acqua ed aceto, si accende alla massima temperatura per almeno due minuti e poi si asciuga la condensa con un panno in microfibra. Il piatto girevole si può lavare come un piatto qualsiasi dato che si può rimuovere dal forno. Un’altra regola non scritta per allungare la vita degli elettrodomestici è la manutenzione periodica (sbrinare il frigorifero, sostituire le guarnizioni usurate del forno, ecc.), utile anche per evitare inutili sprechi energetici. Un altro accorgimento è staccare la spina degli elettrodomestici che non vengono utilizzati per un lungo periodo. Questo discorso non è applicabile al frigorifero ed il congelatore che restano collegati 24 ore su 24.

Per quanto riguarda il resto degli elettrodomestici, scollegare l’alimentazione elettrica previene sbalzi repentini di corrente come quelli che si possono verificare durante i temporali. Questi sbalzi di corrente possono danneggiare il dispositivo irreparabilmente. Inoltre, staccare la presa significa risparmiare sulle spie luminose accese, uno spreco di energia inutile. Una buona soluzione potrebbe essere l’installazione di un timer alle prese in modo tale da consentire l’erogazione della corrente solo quando necessario. Un altro modo per evitare che l’elettrodomestico si rovini a causa di sbalzi di corrente è l’utilizzo delle ciabatte multi presa parafulmini. Si tratta di un dispositivo molto innovativo che contiene un parafulmine che filtra il segnale televisivo (o degli altri elettrodomestici) per evitare danni alle apparecchiature. Questa ciabatta ha un costo abbastanza contenuto e decisamente più conveniente rispetto alla riparazione o sostituzione di un elettrodomestico.

Oggigiorno, mantenere gli elettrodomestici in perfetto funzionamento ed allungarne il ciclo di vita è fondamentale. Quando possibile, è preferibile evitare spese inutili, soprattutto durante questo periodo di crisi economica.

Festival del Cinema italiani: la Guida Completa


Venezia, Roma, Torino: l’Italia dei Festival Cinematografici

I Festival da sempre hanno affascinato il grande pubblico. Numerosi sono le rassegne che ogni anni si svolgono in tutte il mondo, poche sono quelle che hanno fatto la storia. L’ Academy Award, conosciuto anche come Premio Oscar o semplicemente Oscar, e la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia sono i due motori trainanti intorno al quale la filiera cinematografica gioca le sue carte. Sono i primi due festival che hanno rivoluzionato l’industria.

Considerati vere e proprie vetrine, ossia strumenti di promozione cinematografica, durante la quale sono presentati al pubblico dei film generalmente inediti. Negli ultimi decenni sono diventati parte attiva della filiera cinematografica e non più solo l’ingranaggio “finale”. Non sorprende, dunque, che “l’impatto economico delle manifestazioni festivaliere non sia limitato all’economia del territorio […] ma si estende sempre di più all’interno dell’industria del cinema.”

Oggi, infatti, durante questi eventi si progetta il futuro, si fanno accordi, acquisendo un ruolo rilevante nello sviluppo, produzione e finanziamento di futuri progetti cinematografici. Inoltre, queste rassegne sono sfruttate dai distributori e produttori per finalità promozionali.

In un contesto più nostrano, l’Italia è la patria di grandi registi, ospitando da circa un secolo, innumerevoli set italiani e stranieri.

Tra i principali festival del cinema italiano, insieme al Giffoni Film Festival e il Taormina Film Fest, abbiamo Il festival di Venezia, di Roma e di Torino.

Festival di Venezia

Il Festival di Venezia è la seconda manifestazione cinematografica dopo gli Oscar. Nacque nel 1932, nell’ambito della XVIII Biennale d’arte, con la denominazione di Esposizione internazionale d’arte cinematografica. L’allora Presidente della Biennale di Venezia, il conte Giuseppe Volpi di Misurata, insieme al segretario generale dell’Istituto internazionale per il cinema educativo, Luciano De Feo, e allo scultore Antonio Maraini, diedero vita alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

TFF: Torino Film Festival

Nato nel 1981 dall’idea dell’assessore alla Gioventù del comune di Torino, Fiorenzo Alfieri, con il nome di Festival Cinema Giovani, la kermesse si pone da subito l’obiettivo di dar vita ad una manifestazione cinematografica, dedicata al cinema dei giovani e degli esordienti, con cadenza annuale. Un modo innovativo per farsi più prossimi ai giovani e creare un ponte comunicativo attraverso il cinema e l’audiovisivo.

Festa del Cinema di Roma

Nata nel 2006 con il nome di Festival Internazionale di Roma, nel corso degli anni ha assunto diverse denominazioni, per diventare dal 2015 la Festa del Cinema di Roma.

Fin dalla sua prima edizione la kermesse si svolge presso l’auditorium Parco della Musica di Roma nel quale, all’interno delle tre sale, della cavea, del foyer e dei due studi, si svolgono le proiezioni e le altre attività della kermesse.

Quanta cinefilia scorre nelle tue vene?

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Màkari, l’ultimo episodio tra confusione e punti di forza

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Lunedì 29 Marzo sono terminate le avventure del nostro caro Saverio Lamanna: l’esperienza di Makari è giunta al termine ed è stata gradita dal pubblico fino alla fine. Su una seconda serie ancora non c’è nulla di certo e le bocce sono sigillate. Il carattere un po’ scontroso dell’investigatore-scrittore pare aver conquistato i più anche se la qui scrivente continua a trovare tutto un po’ forzato, anche nell’ultima puntata.

La trama

Suleima torna da Milano: il colloquio è andato bene e presto si trasferirà, lasciando il consorte sedotto e abbandonato e l’idillio di un’ Estate quasi finita. Saverio un po’ ci prova a convincerla di lasciar perdere, un po’ no. Si promettono di trascorrere gli ultimi giorni insieme, da bravi innamorati ma qualcosa non va secondo i piani. A Saverio viene offerto l’ennesimo lavoro ( praticamente l’unico uomo al mondo a cui le offerte lavorative cadono davanti senza sforzo e ad alta frequenza) : si tratta di fare l’addetto stampa ad una regista un po’ scontrosa, Gea. La donna è vittima, sotto gli occhi di tutti, dell’ex fidanzato violento. Saverio esplode di rabbia, arriva a minacciarlo: forse è una degli stati d’animo meglio rappresentati dell’intera seria. L’empatia è facile, il coinvolgimento ben riuscito. La donna, poco dopo, viene trovata morta. Le indagini iniziano: Lamanna non può tirarsi indietro anche se dovrebbe e si sente in colpa di non averla protetta. La conclusione non è ovvia, bene!

Intanto la bella Suleima sgancia una bomba: è incinta. Forse. Forse no. Intanto Saverio chiede di sposarla ma in realtà scherza, non fa sul serio perché la cosa muore lì. Non si capisce troppo bene, i due tentennano, decidono di fare un test di gravidanza, poi rimandano, poi lei dice di averlo fatto da sola e che non c’è nessuna dolce attesa. Partirà a Milano, sola. Lei è sul traghetto, si fanno ciao ciao con la manina e di nuovo lei dice, urlando da lontano: sono incinta, forse. E lo scenario si chiude.

Noi abbiamo capito? Forse.

Piccionello boom

Piccola clausola merita Piccionello: il personaggio sembra esploso in quest’ultima puntata. Segue Saverio sul luogo di lavoro, come spalla inseparabile ma ad un tratto diviene inaspettato protagonista, giungendo, in quanto a presenza e carisma, quasi a far ombra all’investigatore.

Sul set, tutti impazziscono per lui: addirittura iniziano ad imitarne i modi, indossando le infradito, a metà tra il comico e il grottesco. Si diverte in questo suo nuovo ruolo, addirittura trova uno pseudo-amore. Arriva a scontrarsi con Saverio e, finalmente, oltre la macchietta, si mostra come personaggio a tutto tondo: scopriamo che non è solo senso comune e detti popolari, ma è sensibilità, umanità, dolcezza.

Serena Garofalo

Le foto presenti nell’articolo sono per gentile concessione dell’ufficio stampa Rai

Euripide e Le Baccanti in pillole

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Euripide, dopo Eschilo e Sofocle, è considerato il terzo grande tragediografo. Non era una figura ben voluta dagli Ateniesi: era un personaggio eccentrico e molto autonomo; in più possedeva anche una biblioteca privata, fatto alquanto strano per l’epoca. Negli anni della Guerra del Peloponneso, le opere teatrali di Euripide si schierarono contro la logica machiavellica della legge del più forte (si veda, per esempio, l’episodio dei Melii nelle Storie di Tucidide).

Le innovazioni del suo teatro

In Euripide è evidente la crisi della ragione umana: ampio spazio viene dato alle emozioni irrazionali, con una forte critica ad un atteggiamento di razionalismo troppo impostato ed orgoglioso, come si può notare nelle figure maschili di Giasone in Medea, Ippolito nell’omonima tragedia, o Penteo nelle Baccanti. Ciò a cui punta Euripide è, quindi, un equilibrio interiore dell’uomo, dove, per dirla come Nietzsche, possano esistere in modo armonico sia l’apollineo che il dionisiaco.

Un altro elemento di originalità del suo teatro è la grande attenzione data alla sensibilità femminile; in quest’ottica si comprende il grande spazio dato al tema della maternità presente sia nella Medea, sia nell’Alcesti, che nelle Troiane.

Le Baccanti

Le Baccanti sono l’unica tragedia greca in cui il protagonista è il dio stesso del teatro, Dioniso.

Quest’ultimo ritorna a Tebe, la sua città d’origine, sotto mentite spoglie, con le (sue) devote Baccanti. Il dio del doppio e dell’irrazionalità si scontra con il principe Penteo, troppo convinto del suo atteggiamento razionale, così presuntuoso da non accorgersi della pericolosità di Dioniso.

Ironia della sorte, sarà proprio Penteo a cadere vittima del rituale bacchico: Dioniso si servirà della madre di Penteo, Agave, per ucciderlo, facendo sembrare Penteo agli occhi di Agave e delle altre Baccanti come l’animale sacrificale.

Un messaggio d’attualità

La tragedia può essere letta come la progressiva sfiducia verso gli ideali della πόλις che Euripide nutrì durante la Guerra del Peloponneso. Critica è infatti la posizione contro il tipico cittadino ateniese del tempo, così orgogliosamente convinto dei suoi principi razionali da non accorgersi degli atti tragici che commette (si vede il già citato episodio dei Melii in Tucidide). Il “sapere” non è sempre sinonimo di “saggezza”; non a caso, forte è l’attacco a quelle speculazioni filosofiche razionalistiche, a favore, invece, di un atteggiamento umile, ma saggio e consapevole delle persone semplici d’animo.

L’ὕβϱις di Penteo

Il punto centrale della tragedia è il contrasto Penteo-Dioniso: da una parte si trova un sovrano presuntuoso che rifiuta di accettare l’esistenza dell’irrazionale; dall’altra è presente il dio che rende l’aspetto irrazionale il punto principale del suo culto.

L’ὕβϱις di cui si macchia Penteo è, dunque, intellettuale: non vuole accettare il lato irrazionale della vita e, per questo, ne diventa vittima.

Prologo

[vv.1-12] Dioniso: «Sono giunto, io, figlio di Zeus, Dioniso, che un tempo Semele nata da Cadmo partorì tra il fuoco del fulmine. Ho mutato l’aspetto divino in umano, ed ora mi trovo presso la fonte Dirce e la corrente dell’Ismeno. Qui vicino alla reggia vedo il sepolcro di mia madre folgorata, e le macerie fumanti della sua casa, dove il fuoco di Zeus arde ancora: il segno perenne della vendetta di Era contro mia madre. Approvo Cadmo, che recinse questo luogo, consacrandolo a sua figlia: e io l’ho coperto tutto attorno con tralci di vite, carichi di grappoli.»

Nell’opera La nascita della tragedia Nietzsche accusò Euripide di aver eliminato la tensione drammatica, poiché aveva usato il prologo per trattare non solo la vicenda in sè, ma anche per svelare lo sviluppo e la sua conclusione. Tuttavia, in questo caso, il prologo è recitato dal protagonista, Dioniso, che rivela l’intenzione di vendicarsi dei suoi nemici, ma non accenna direttamente a Penteo. Inoltre, il dio non dice subito il suo nome, ma usa il patronimico (elemento tipico del mondo omerico), perché vuole dimostrare la sua origine divina. Oltre a ciò, la tematica del fulmine è l’elemento che lega la natura di Zeus e il parto di Semele, madre di Dioniso: anche qui si vuole probabilmente sottolineare un dettaglio del mito che viene ricordato fisicamente da ciò che è sulla scena (il fuoco che viene dal fulmine). Secondo altri, invece, la natura espositiva del prologo non doveva necessariamente avere una precisa corrispondenza scenica.

Un altro elemento importante del prologo è il travestimento da forma divina a forma umana di Dioniso: il tema del doppio e del travestimento anticipano, implicitamente, la fine che farà Penteo.

Importante è anche il termine μνῆμα al verso 6 che indica il sepolcro come monumento. Tale oggetto è da intendersi nel senso latino di monumentum, ovvero come ricordo, ma anche come tempio, edificio, come si può anche notare dall’Exegi monumentum di Orazio. Non a caso, il termine μνῆμα è collegato al verbo μιμνῄσκω, “ricordo”.

Un altro aspetto che rende simile le Baccanti ad altre tragedie è lo schema narrativo secondo cui l’eroe torna a casa senza essere riconosciuto e deve battersi per dimostrare la sua appartenenza al clan. Tale è, infatti, anche la sorte di Edipo. La versione più famosa del mito dionisiaco resta quella che lo presenta come figlio di Zeus e di Semele. Era, gelosa di Semele, riuscì a convincerla a chiedere a Zeus di mostrarsi in tutto il suo fulgore. Fu, però, la stessa folgore di Zeus ad incenerirla. Tuttavia, Zeus riuscì a salvare Dioniso, poiché cucì l’embrione nella coscia.

Cadmo e Tiresia

[vv. 196;200-210] Tiresia: «Sì, perchè noi soli abbiamo senno, mentre gli altri non l’hanno. […]

Non facciamo sofismi in materia divina. Le avite tradizioni, antiche quanto il tempo, che noi possediamo, nessun ragionamento le abbatterà, sebbene con acuto ingegno si possano trovare dotti cavilli. Qualcuno dirà che non porto rispetto alla vecchiaia, accingendomi a danzare, avendo incoronato d’edera il capo? Infatti il dio non fa distinzione, se debba danzare in suo onore il giovane o il vecchio, ma vuole avere culti uguali, non desidera essere celebrato discriminando chicchessia

I personaggi del vecchio re Cadmo e dell’indovino Tiresia partecipano insieme al tiaso dionisiaco e, inutilmente, cercano di convincere Penteo ad accogliere il dio nella città. Cadmo è caratterizzato da cautela politica, che lo porta a non rifiutare mai le novità: se c’è una nuova forma di potere religioso, per il bene della città è opportuno non trascurare la minaccia che ne potrebbe derivare: la responsabilità del capo di stato è anche questa! Al verso 96 viene richiamato il principio della saggezza e viene messo in evidenza il contrasto tra la coppia di anziani e gli altri uomini di Tebe, che condividono l’opinione di Penteo, data la preoccupazione per le loro mogli che avevano aderito al culto.

Al verso 200 si richiama l’atteggiamento, tipico dei sofisti, che tentano di fare i furbi attraverso la sottigliezza intellettuale, che in questo caso viene ritenuta inutile. Quando, dunque, si dice che Euripide è “figlio dei sofisti”, non si allude ad un’ipotetica sua adesione a tale corrente filosofica, ma si vuole dire che il suo teatro è incentrato sull’uomo e non sugli dei.

Racconto del pastore

Dal verso 660 al 778 il pastore riporta le gesta delle Baccanti nella zona del Citerione. D’altronde, l’intervento dell’Ἄγγελος (messaggero) è un elemento tradizionale: il suo compito è riportare o eventi del passato, oppure quello che non poteva essere rappresentato per il μίασμα.

Questa parte serve per ribadire l’importanza di Dioniso e giustificare il menadismo:

[vv. 690-713] Messaggero: «Quando udì i muggiti delle mandrie, tua madre levò un grido, alzatasi in mezzo alle Baccanti, perché si svegliassero. Ed esse, scacciando dagli occhi il sonno ancora fiorente, balzarono in piede, ed era uno spettacolo vedere il loro ordine: giovani, vecchie, ragazze ancora inesperte di nozze. Subito sciolsero i capelli facendoli ricadere sulle spalle, e riannodarono le nebridi, quelle che si erano allentate, e cinsero le pelli maculate con serpenti che lambivano loro la gote. Altre, che erano da poco madri e avevano lasciato a casa i piccini, tenevano al seno cerbiatti e lupacchiotti selvaggi e li allattavano offrendo le loro mammelle gonfie, e tutte s’inghirlandarono il capo con corone d’edera, di quercia, di smilace fiorito.

Una percorse una roccia con il tirso e ne sgorgò una sorgente d’acqua fresca. Un’altra piantò il bastone al suolo, e di lì il dio fece zampillare una fonte di vino. E quelle che avevano desiderio della bianca bevanda graffiando il suolo con le dita traevano rivi di latte, e gocce di miele dolce, a fiotti, stilavano dai tirsi d’edera: cossiché se tu fossi stato lì presente, vedendo queste cose ti saresti messo a pregare il dio che ora oltraggi

In questi versi c’è una forte insistenza sugli elementi del culto dionisiaco come il tirso, la nebride e il vino.

I “rivi di latte” citati sono da intendersi come un rivisitazione dell’età dell’Oro nella versione dionisiaca.

Inoltre, poco prima, l’immagine delle baccanti che allattano cerbiatti e lupacchiotti salvaggi indica una fusione tra l’elemento naturale/umano e quello divino; i prodigi hanno, inizialmente, un valore positivo, poi diverranno manifestazione di una forza straordinaria che le Menadi useranno per abbattere l’albero su cui si è arrampiacato Penteo.

[vv. 757-768] Messaggero: «Sui loro capelli c’era il fuoco, ma non bruciava. Provocati dalle Baccanti, gli abitanti mettono mano alle armi, pieni d’ira: e questo, signore, fu uno spettacolo stupefacente. Le loro lance non si tinsero di sangue, mentre quelle scagliando i tirsi ferirono e volsero in fuga gli avversari: degli uomini, e loro erano donne! Ma non erano prive d’aiuto di un dio. Di nuovo tornarono da dove erano venute: là dove il dio aveva ricavato per loro le sorgenti. E si lavarono dal sangue, mentre i serpenti, lambando loro le gote, purificavano la pelle dalle rosse stille

In questo passo, le donne che mettono in fuga gli uomini costituiscono l’aspetto più sensazionale.

Penteo in preda alla follia

Penteo, giunto a perdere la ragione, ossessionato dal culto bacchico, viene invasato dal dio; Penteo è il primo a diventare e comportarsi da baccante, anzi ne diventa una caricatura: è qui la vendetta del dio. Sia Dioniso che Penteo sono travestiti, uno da sacerdote straniero, l’altro da baccante. Entrambi hanno in comune l’aspetto androgino, senza appartenere ad un genere specifico: da una parte Dioniso ha i riccioli biondi e un aspetto effeminato; dall’altra Penteo appare in scena con parrucca e veste femminile. Penteo perde, così, il suo potere maschile (il dio si fa beffe di lui), mentre Tiresia e Cadmo mantengono una dignità.

La morte di Penteo

La manifestazione del potere distruttivo di Dioniso vuole mettere in evidenza la fragilità umana. Euripide, attraverso la figura di questa divinità, aveva anche intenzione di celebrare il suo stesso modo di far teatro (non a caso Dioniso è il dio del teatro).

Inoltre, la figura di Dioniso ha un valore allegorico: come Lucrezio nel proemio del De rerum natura rappresenta Venere come simbolo di vitalità, anche in questa tragedia Dioniso è icona dell’irrazionalità e dell’ambivalenza dell’essere umano. Secondo la definizione di Winnigton-Ingram, il dio che Penteo tenta ossessivamente di combattere è la sua stessa parte profonda: la sua vanità, l’arroganza, la sua nascosta sessualità.

Non è un caso, dunque, che ad occhi attenti non sia sfuggita la somiglianza tra Dionisio e un noto cantante dei nostri giorni!

Penteo, con atteggiamento troppo ottuso e presuntuoso, sarà distrutto proprio da quel culto che non è mai riuscito a capire:

[vv. 1136-1152] Servo: «Il suo corpo era stato scarnificato, le Baccanti con le mani insanguinate si lanciavano l’un l’altra i resti di Penteo. Ora il suo corpo giace, fatto a brani: parte ai piedi di ripide rocce, parte tra i fitti pruni del bosco, e non è facile trovarlo. Sua madre tiene tra le mani la misera testa: l’ha infissa in cima a un tirso e la porta in trionfo per il Citerone come fosse quella di un leone montano. Dopo avere lasciato le sorelle a danzare tra le menadi, fiera di questa caccia sventurata, si dirige verso la città, invocando Bacco, suo compagno di caccia, Bacco che l’ha aiutata nella cattura, Bacco il vincitore. A lui porta un trionfo fatto di pianto. E io mi allontano da questo luogo di sventura, prima che Agave torni a casa. Essere moderati ed onorare gli dèi è la cosa più bella: questo è, credo, l’acquisto più saggio per gli uomini che sanno metterlo in pratica.» (Esce)

Lorenzo Cardano

Se vuoi saperne di più sulle tragedie di Euripide:

Gamification e edutainment, la nuova frontiera per imparare divertendosi

Hai mai sentito parlare di gamification e edutainment? Se la risposta è sì, sai già di cosa stiamo per parlare, se la risposta invece è no, tranquillo, nulla di grave, poiché si tratta di due neologismi nati da pochissimo tempo per indicare una nuova tendenza, ovvero quella di fondere due aspetti diversi della vita. Questa fusione parte innanzitutto dal nome: gamification, infatti, altro non è che la crasi delle parole “game”, ovvero il gioco, e “education”, quindi l’educazione. Per quanto riguarda invece il vocabolo edutainment, allo stesso modo, nasce dall’unione delle parole “education” e “entertainment”, ovvero educazione e divertimento. Scopri di più sulle nuove tecniche di apprendimento e di comunicazione per aumentare le tue conoscenze in modo piacevole e decisamente più proficuo.

Imparare in modo piacevole

Questa nuova tendenza è semplicemente il frutto dell’osservazione del comportamento umano: tutti noi tendiamo ad essere più interessati ad un argomento o a una specifica materia nel momento in cui il modo in cui quegli specifici contenuti ci vengono trasmessi con una metodologia che sia quanto più coinvolgente o interessante. Proprio per questo il mercato della comunicazione si impegna da sempre a cercare tecniche che siano adatte a rendere fruibili ad un pubblico sempre più esteso anche contenuti che storicamente sono considerati di nicchia. Un esempio di applicazione pratica di queste tecniche lo si può trovare spesso nei musei, dove utilizzare tecniche di intrattenimento e di gioco è estremamente utile per attrarre un pubblico più vasto, favorendo così la conoscenza in modo godibile e facilitando la possibilità di ricordare ciò che si è appreso grazie al fatto che imparare cose in modo goliardico, ironico o comunque brillante permette alla nostra mente di ricordarle più facilmente e più a lungo.

Le nuove frontiere della comunicazione

Questa metodologia in realtà sta prendendo sempre più piede in diversi ambiti, anche nella comunicazione pubblicitaria. E, ad un occhio attento, è facile comprenderne i motivi: la pubblicità è percepita in modo ostile da chiunque (o quasi), quando carichiamo un video su Youtube non facciamo altro che aspettare quei fatidici cinque secondi per cliccare sull’ormai celeberrimo “Salta annuncio”, quando durante un film in televisione inizia la pubblicità, cambiamo canale in un batter d’occhio. Proprio per questo, diversi brand ormai preferiscono inserire i propri prodotti all’interno di video ludici, che catturano l’attenzione grazie ai loro contenuti interessanti, e solo in minima parte presentano i prodotti, evitando di far percepire all’audience che si tratti di un contenuto sponsorizzato.

Dispassione: la recensione del romanzo di Maria Laura Rosati

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In libreria è disponibile il nuovo romanzo di Maria Laura Rosati edito da Liberilibri e intitolato Dispassione.

“Dispassione” è un termine che non si trova nel dizionario della lingua italiana. L’autrice decide di italianizzare la parola inglese “dispassion”, che significa “distacco” e si colloca all’opposto di “passione”.

La protagonista del romanzo, Fiamma, è una donna affetta da dispassione, psicotica e ossessiva “con disturbi di amnesia dissociativa e in parte sistematizzata, retrograda selettiva”.

Fiamma non vive la sua vita e si limita a condurre un’esistenza asettica e solitaria: non le interessa la compagnia degli altri esseri umani e sopporta a malapena anche Valeria, l’unica persona che prova a rimanerle vicina. Dietro il muro che Fiamma ha innalzato nei confronti del mondo si nasconde però un’enorme sofferenza: da vent’anni la protagonista ha perso la memoria a causa di un evento traumatico che ha rimosso e non ricorda e non sente più nulla.

Mi chiamo Fiamma, e sono cattiva. Non sono stata sempre così, credo, ogni tanto la mia mente ha strani ricordi, tenerezze, turbamenti, lacrime. Forse. Non ne sono sicura. Magari l’ho solo sognato. Una volta, molto tempo fa, avevo un’altra vita, poi è arrivato il vuoto.

La perdita della memoria e la mancanza di emozione hanno portato Fiamma a cancellare anche la sua identità e le abitudini del passato.

Pettino i capelli corti e grigi con le mani umide, ho smesso di tingerli anni fa, era una scocciatura, di rado vado dal parrucchiere per tagliarli, e la piega non me la faccio fare, tanto appena torno a casa mi ripasso di nuovo lo shampoo, la condivisione di spazzole e forbici tra i clienti mi disturba.

Fiamma è ossessionata dai batteri e, per questo, ha annullato qualsiasi rapporto con gli altri esseri umani.

Non voglio essere toccata o, peggio, baciata. La trovo assurda questa abitudine dei baci, ciao come stai, quanto tempo che non ci vediamo. La gente è stupida, non capisce che di questi tempi la promiscuità è pericolosa, soprattutto per noi che ci avviamo verso la vecchiaia e che siamo più fragili, esposti, indifesi.

L’esistenza che conduce, l’immobilità emotiva e l’incapacità di vivere sono espresse egregiamente in questo passo del libro:

I libri sono perfetti […], mi fanno viaggiare senza il rischio di vivere. Non ti perdi nei libri, non smarrisci la strada e, se soffri, basta alzare gli occhi e chiudere la pagina. Puoi controllare la realtà, con i libri, puoi andare e venire a piacimento.

Fiamma ha il bisogno di controllare la realtà, rifiuta di lasciarsi andare, si tiene lontana da tutto e da tutti assumendo un atteggiamento “dispassionato”, per l’appunto.

Almeno finché un breve viaggio fuori città, affrontato controvoglia, si rivelerà l’occasione per intraprendere un doloroso viaggio nei ricordi che la condurrà alla scoperta della verità.

Questo romanzo risulta interessante soprattutto nella prima parte, quella in cui il lettore si perde tra i pensieri, le ossessioni e la frustrazione della protagonista, che vomita il suo modo di pensare in un flusso di coscienza coinvolgente.

Fiamma ci trascina nella sua mente claustrofobica intrappolata in un tormento psicologico fatto di rituali e manie.

Nella seconda parte, quella in cui Fiamma inizia a ricordare, la protagonista passa dal pensiero all’azione e forse la narrazione diventa meno avvincente.

La lettura di Dispassione è scorrevole, tanto che il libro si divora letteralmente in poche ore.
Il romanzo risulta intrigante soprattutto per l’approfondimento del mondo interiore, deturpato ed emaciato, della protagonista, per la quale il lettore non può che arrivare a provare un sincero affetto.

Valeria de Bari

E se volete un’altra lettura da divorare velocemente, ecco un suggerimento:

Gazzelle è il poeta indie degli amori finiti?

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Gazzelle è probabilmente il cantautore indie più prolifico in tema di relazioni finite: l’ho già dichiarato apertamente nella playlist per ex dove propongo dieci canzoni indie dedicate alle relazioni finite.

In seguito all’uscita di OK nuovo e terzo album dell’artista romano disponibile dal 12 febbraio, ho deciso di regalarvi una seconda puntata della playlist da dedicare all’ex composta esclusivamente da brani di Gazzelle.

Il cantautore romano è tra gli artisti indie più apprezzati degli ultimi anni, tanto che il suo terzo album è entrato direttamente al primo posto delle classifiche FIMI Top Album e Vinili a una settimana dalla sua uscita.

Destri

Il terzo album di Gazzelle è stato anticipato dal singolo Destri certificato doppio disco di platino per oltre 70 mila copie vendute. In questa canzone il tema è la sofferenza che si prova nel vedere andare via la persona amata.

All’improvviso sei volata via

Lasciando indietro una nuvoletta

Almeno meritavo una bugia, chessò All’improvviso sei volata via

Lasciando indietro una nuvoletta

Almeno meritavo una bugia, chessò almeno l’ultima sigaretta

A nulla servono i destri sul muro, che sicuramente non riportano indietro quella persona. Il dolore, alla fine di una relazione, è causato dalla consapevolezza che i momenti felici non torneranno più: qualcosa si è rotto ed è impossibile tornare indietro.

E non è colpa mia se tutta questa luce, luce, luce, non ti illumina più dentro casa mia

e non è colpa tua se tutti questi destri, destri, destri, al muro non ci fanno ritornare lì a quei momenti lì

Punk

Punk è un singolo pubblicato il 19 aprile 2019 e quarto estratto dal secondo album in studio Punk, certificato platino. In questo brano è vivo il ricordo di un incontro con una ragazza che “sa di punk”, in fissa con i Nirvana. Il luogo dell’incontro è Milano e il tempo probabilmente è un post-concerto: Gazzelle “sa di tour”. Ora che la ragazza è assente, il cantante è “preso male”.

Preso male che non c’è
Più nessuno come te
E piangi sul cuscino
Tutte quante le mie lacrime
E bevo come un ragazzino
E quando bevo senza te
Quando faccio schifo
Quando faccio schifo come te

Quella te

Quella te, uscito nel dicembre del 2015, è stato il singolo d’esordio di Gazzelle. Anche in Quella te il cantautore romano si fa prendere dalla nostalgia e ricorda dei momenti trascorsi con la protagonista del brano, una donna che, agli occhi di Gazzelle, è innamorata solo di se stessa anche se non è in grado di ammetterlo.

Mi ricorderò dei giorni pallidi quando pioveranno lunedì

E correrò come l’estate del 2003, io e te a bere e a fingere

E passeranno gli anni prima che tu ammetta che, che di me volevi solo te

Quella te Che rideva

Quella te, quella te, quella te

Sayonara

Sayonara è un singolo pubblicato il 26 giugno 2017 e successivamente inserito nella versione deluxe del primo album in studio Superbattito. Si tratta dell’unico singolo di Gazzelle per cui non è stato prodotto un videoclip: sul canale YouTube di Maciste Dischi troviamo solo la traccia audio del brano accompagnata dalla copertina, raffigurante un maneki neko dorato su sfondo rosa.

Non mi va più di scriverti un’altra stupida canzone

Non mi va più di fare l’amore

E allora sayonara in questa notte amara

Mi perderò nei borderò

Ci scriverò il tuo nome in blu

Poi scappo in tour, poi scappo in tour

Il non avere più voglia di fare l’amore, il non voler più dedicare canzoni, la mancanza di ascolto dell’altro sono tutti i sintomi di una relazione giunta al termine. E infatti Gazzelle saluta con un addio, pronunciato in “una notte amara”.

Scintille

Scintille è un singolo pubblicato il 22 novembre 2018 e successivamente inserito nel secondo album in studio Punk.

Ti ricordi di me? Abbiamo fatto scintille

Io mi ricordo e lo sai

Pensavo fosse amore e invece erano guai

Ma in fin dei conti sto bene puoi dormire tranquilla che non mi taglio le vene

Che non parto per l’India anche se ho gli occhi perduti in mezzo alla giungla

Ancora una volta ci troviamo di fronte a un amore perduto: seppure in passato ci siano state tra i due protagonisti le scintille del titolo ora è tutto finito. Gazzelle tranquillizza la ragazza: non si dovrà preoccupare per lui, non si suiciderà, non partirà per un viaggio lontano, però probabilmente darà fondo a una bottiglia per consolarsi.

E come fossimo ancora in due

Anche se siamo lontani, divisi in due

E come fossimo ancora qui

La tua bocca che sbadiglia, sul letto una tua ciglia

Ma io dormirò ancora nel fondo di una bottiglia

Nel fondo di una bottiglia

Per un attimo Gazzelle, preso dai fumi dell’alcol, ha quasi l’illusione che lei sia ancora lì vicino a lui.

Scusa

Scusa è un singolo pubblicato il 13 novembre 2020 come terzo estratto dal terzo album in studio OK. La storia d’amore è finita: lei ha fatto le valigie e ha deciso di lasciare il nido d’amore. Gazzelle si colpevolizza: è lui che ha rovinato tutto, è lui che “è una merda”, la responsabilità è sua. Non gli rimane quindi che chiedere scusa.

E ho rovinato tutto un’altra volta

E sei sparita via con la tua roba

Pezzi di cuore a terra, pezzi di porta

Sono un disastro, ok, chi se ne importa

E ho rovinato tutto un’altra volta

E sei sparita via con la tua roba

Pezzi di cuore a terra, pezzi di porta

Sono una merda, ok

Nero

Nero è un singolo pubblicato il 26 ottobre 2017 e successivamente inserito nella versione deluxe di Superbattito. In questo brano il protagonista è in una fase complicata della sua vita, in cui si sente annoiato da tutto: dai soliti posti frequentati nelle notti romane, dalle solite facce, dal solito atteggiamento della gente che lo circonda.

Sono stufo di uscire la sera

Di andare al solito posto di merda

Le solite facce noiose

La solita superficialità

In questa situazione caratterizzata da un’atmosfera cupa, per un attimo, il protagonista ha un barlume di speranza: forse la sua ex lo sta guardando con interesse e nostalgia. Ma questa è solo una sua illusione, perché lei fugge lontano anche in questa occasione. D’altronde il mondo non è fatto che di persone sole.

e gli occhi di lei che mi guardano

e io che come al solito fraintendo

lei che fugge lontano pure stavolta

e io pure stavolta che la perdo

E la notte si prende quello che vuole

e non lascia quasi niente

è che siamo soltanto persone sole

perdute fra la gente

Nmrpm

Nmrpm è un singolo pubblicato il 30 gennaio 2017 come secondo estratto dal primo album in studio Superbattito. In questo brano è il cantautore ad essersi disinnamorato della ragazza.

Non mi ricordi più il mare
Se penso a te ora vedo un centro commerciale
O lo scorso Natale
A cena dai tuoi a guardare le foto dell’estate. Che fanno i tuoi? Chi è tuo padre? Insomma suoni, ma dai?

Blu

In Blu, brano del terzo album, è ancora Gazzelle a essere mollato. Da quando lei gli ha intimato di andare via non condividono più né le notti, né i tramonti, né le fotografie.

Che fine hai fatto? Si può Sapere come ti sei cacciata in tutti i tuoi guai

Da quando non sei più nei Tramonti e dentro le fotografie

Nei giorni neri però Rimane come una scia

Però

In questa canzone Gazzelle parla degli aspetti positivi e negativi di una relazione, che ha dei momenti bellissimi, ma anche dei momenti bruttissimi. L’uso del verbo al passato lascia però pensare che sia, ancora una volta, tutto finito.

Era bellissimissimissimissimissimo tra me e te
Avevi gli occhi spenti come duecento incendi
Come se fai un disegno ma hai tolto un anno e mezzo fa
Il tappo ai pennarelli
Come una storia bella ma senza sbattimenti
Come una frase zozza ma con gli aggiustamenti
Come sporcarmi tutto con l’olio della macchina
E accarezzarti il viso con i polpastrelli

Se Gazzelle sia un poeta o meno lo lascio decidere a voi. Il dato certo che si evince dalla sua leopardiana produzione musicale è che per la sua età ha già collezionato diversi amori finiti.
Noi non possiamo che augurargli una storia lunga come quella di Maurizio Carucci, front-man degli Ex-Otago.

Valeria de Bari

E se hai ancora voglia di una playlist di musica indie non perdere questa dedicata all’erotismo.

Il Pigneto, quartiere artistico di Roma

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Roma è una città molto grande, la seconda per estensione in tutta Europa, seconda solo a Londra. In una metropoli così vasta sono molti i quartieri che si contraddistinguono, e il Pigneto è tra questi.

La storia

Noto per la sua storia e per le sue particolarità, il Pigneto è situato nel V municipio in un triangolo compreso tra Porta Maggiore, Via Prenestina, Via Casilina e Via Acqua Bullicante. Ex zona periferica e meta prediletta di artisti e intellettuali, in questo quartiere sono state girate scene di molti celebri film, come Roma Città Aperta (1945) di Roberto Rossellini e Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini.

Negi ultimi anni, complice la fermata della metro C, è invece diventato uno dei luoghi principali della movida capitolina, con la nascita di un fitto sottobosco culturale. Proprio in seguito all’apertura della metropolitana e all’incremento dei locali il Pigneto ha subito un forte processo di gentrificazione. La via principale prende il nome del quartiere ed inizia da una diramazione di via Prenestina. Superato il deposito dei tram, si giunge a Piazza Del Pigneto dove c’è un piccolo giardinetto.

Ma la vera attrazione è l’isola pedonale, fulcro della vita di quartiere.

Qui ogni mattina si tiene il mercato, con frutta e verdura fresche esposte sui banconi fino al primo pomeriggio. Proprio sull’isola pedonale sorgono molti dei locali di zona. Superato il vallo ferroviario inizia la parte più residenziale, con palazzi più alti rispetto alla media locale, per poi entrare in un comprensorio di villini unici nel loro genere. Piccole casette colorate che ricordano, più che una città, un paesino di campagna.

Il Pigneto, quartiere artistico di Roma 1
Veduta del Pigneto dall’isola pedonale.
Foto di Aurelio Frattaroli.

Molte famiglie abitano qui, dove una volta vi era una vasta pineta, da cui il nome Pigneto. La via prosegue parallela a via Roberto Malatesta e alla piazza omonima. Qui la zona prende una piega più urbana e termina mischiandosi con la vicina Torpignattara, quartiere multietnico di Roma.

Numerose sono poi le aree verdi limitrofe. Dal lato di Via Prenestina si incontrano il parco del torrione prenestino, così chiamato per il mausoleo romano al suo interno, e il parco delle energie (ex Snia Viscosa), quest’ultimo con la presenza di un laghetto.

Il Pigneto è anche proiettato al futuro. La pandemia da COVID-19 ha soltanto rallentato il processo di crescita del quartiere, ormai anche meta turistica per chi viene dall’estero. La gentrificazione favorisce l’ingresso di nuove energie, ma al contempo rischia di annacquare l’identità storica del quartiere.

Volente o nolente, parliamo di un quartiere vivo, e anche se sei solo di passaggio a Roma, non puoi non visitarlo.

Lorenzo Balla

Ultime scoperte al Pigneto

“Leonardo”: l’artista maledetto dalla Rai

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Dopo il successo dei Medici, la Rai ci riporta nel Quattrocento italiano alla scoperta di un personaggio contemporaneo a Lorenzo il Magnifico, noto e ammirato in tutto il mondo: Leonardo da Vinci.

La serie tv, che si intitola proprio Leonardo, è una produzione internazionale che vede nel ruolo del protagonista l’irlandese Aidan Turner, già noto al grande pubblico per aver interpretato il ruolo di Kili nel film Lo Hobbit. Completano il cast attori di fama mondiale tra cui Freddie Highmore, Matilda De Angelis e Giancarlo Giannini. La messa in onda in prima assoluta è avvenuta lo scorso 23 marzo con le prime due puntate e continuerà per altre tre settimane per un un totale di 8 episodi.

La fiction, che volutamente non aspira troppo alla fedeltà storica e alla complessità di scrittura, parte da alcuni fatti documentati, per poi tessere la trama di un vero e proprio giallo con tanto di detective (Freddie Highmore, quand’è che sei diventato maggiorenne?) e sospettato (il povero Aidan Turner più barbuto e capelluto che mai). Il crimine che si cerca di risolvere è l’assassinio di Caterina Da Cremona (l’attrice bolognese, come nella serie HBO-Sky The Undoing, muore nel primo episodio: non è che forse forse Matilda De Angelis si prepara a diventare il nuovo Sean Bean?). L’indagine si svolge rievocando gli eventi tra Firenze e Milano di diversi anni prima, che noi rivediamo tramite l’ormai più che assodata tecnica del flashback.

Lo spettatore conosce così la vita di Leonardo all’interno della bottega del Verrocchio, quando crea le sue prime opere. Manifesta subito anche il suo straordinario ingegno, inventando un innovativo sistema di carrucole per apporre la croce colossale sulla cupola del Brunelleschi (ah, la cupola… come dimenticare l’unico, grande e vero amore di Cosimo de’ Medici!). Come ogni artista ed eroe che si rispetti, è afflitto da un tormento interiore che gli costa l’epiteto di “maledetto”. Più volte viene usata questa parola nel corso dei due episodi per definire l’artista. Anche per ciò che succede, è chiaro che Leonardo viene dipinto come il classico genio che riesce con grande semplicità ad auto-sabotarsi (in un’ora e mezza passa dall’essere primo apprendista elogiato da tutti a prigioniero per sodomia). Inoltre, lui e la sua arte sono incompresi da chi li circonda: lo vediamo perdere delle commissioni poiché non riesce a fare a meno di dipingere la verità di ciò che gli sta davanti (nessuno vuole vedere la realtà, non l’ha capito!). Tanta sofferenza e inquietudine hanno origine da un rapporto complesso con il proprio padre (chi l’avrebbe mai detto?!) che lo considera nient’altro che un errore “frutto di una serata passata a bere troppo vino” e che si è costruito una nuova famiglia.

Non può mancare poi il filone sentimentale della trama, portato avanti proprio grazie all’introduzione del personaggio di fantasia di Caterina da Cremona (Caterina, come il nome della madre di Leonardo: ma quanto sono freudiani questi sceneggiatori?). Tra i due si sviluppa un profondo legame d’amicizia, nonostante inizialmente sembrerebbe esserci dell’altro (ma la friendzone è sempre dietro l’angolo). Che cosa sarà successo tra i due e che cosa avrà portato la donna alla morte?

Il problema di Leonardo

Leonardo è una serie di intrattenimento. È perfetta per passare il martedì sera (non solo in situazioni di pandemia, chiariamoci!) perché non ti richiede chissà quali riflessioni sulla vita o sull’arte, ma si limita a seguire la biografia romanzata dell’artista seguendo un po’ i grandi temi (ma qui potremmo parlare di “grandi stereotipi”) delle storie tradizionali (o anche “delle fiction Rai”). Il problema è che non si presenta così. Ne è stata fatta una grandissima pubblicità e la produzione, per il suo carattere internazionale, è alquanto imponente. Questa serie si propone come un prodotto serio e significativo. Cosa che non è per colpa di una scrittura approssimativa e troppo semplicistica.

Va bene la scelta di non seguire gli eventi storici. D’altra parte, la vita non è una sceneggiatura e in molte opere che raccontano la vita di qualcuno si assiste a una rivisitazione in chiave narrativa di eventi realmente accaduti. Il problema è che anche il mondo delle storie – per quanto fittizio – ha le -sue leggi. Se si alterano, si perde la qualità di quanto si sta realizzando.

Tutto ciò che avviene nelle prime due puntate di Leonardo ha uno sviluppo talmente rapido da risultare comico. Lo si vede bene nel rapporto tra l’artista e Caterina: tutti i conflitti che si creano tra loro – l’incomprensione iniziale perché lui la definisce “logora”, il litigio dovuto al fatto che l’abbia ritratta con la cicatrice che lei odia, la delusione di lei per essere stata rifiutata dal punto di vista sentimentale – hanno una rapida e serena risoluzione.

Il personaggio di Freddie Highmore che conduce le indagini contro Leonardo nel “presente” della narrazione è completamente anonimo per il pubblico. Si vede un uomo intenzionato a far giustiziare Leonardo Da Vinci per ottenere una promozione, ma non ne capiamo le motivazioni profonde. È vero che si tratta solo dei primi episodi. Forse tutto ci sarà più chiaro nelle prossime puntate.

È vero che è importante incontrare i gusti del pubblico e che un prodotto d’intrattenimento non deve risultare pesante. Però qui stiamo parlando di Leonardo Da Vinci. Se l’obiettivo è celebrare uno dei più grandi geni di cui la nostra patria può farsi merito, è anche importante restituirne un’immagine degna che vada oltre la macchietta del giovane ragazzo incompreso e tormentato.

Leonardo e I Medici

La struttura della storia di Leonardo ricorda molto quella della prima stagione dei Medici. Anche in quel caso, il primo episodio si apriva con un omicidio e buona parte della vicenda ruotava intorno a questo mistero. Se è vero che un giallo mantiene sempre viva l’attenzione del pubblico, è altrettanto vero che la figura di Leonardo non ha bisogno di questi escamotage per rendersi interessante.

Ci sono alcune somiglianze tra questa nuova serie e le tre dedicate alla famosa famiglia fiorentina precedentemente realizzate dalla Rai. C’è anche un attore, Alessandro Sperduti, che unisce le due produzioni (e se nei Medici interpretava Piero, il figlio poco capace di Cosimo, ora gli tocca il ruolo dell’artista all’ombra di Leonardo. Mai una gioia, insomma!).

Ci sono anche dei lati positivi

È giusto riconoscere alla serie anche i suoi meriti. Innanzitutto, vedere delle opere d’arte sullo schermo (e che opere!) è sempre molto bello e rigenerante.

È interessante, per quanto riguarda la fotografia, la scelta di ricorrere solo alla luce che Leonardo stesso avrebbe potuto utilizzare per dipingere. Sul set, quindi, le scene degli interni sono illuminate solo da candele e fuoco del camino, mentre per gli esterni si ricorre alla luce solare e lunare.

Anche i costumi sono degni di nota e piuttosto accurati nella realizzazione a partire da modelli e tessuti dell’epoca.

I riferimenti reali

Nel secondo episodio, viene raccontata la storia della maledizione di Leonardo legata a un episodio dell’infanzia dell’artista. La madre trova un nibbio appoggiato sulla culla del bambino. Spaventata, si rivolge a una maga del paese che le dice che il figlio è maledetto e che distruggerà tutti coloro che ama. Quindi, la donna invita la madre di Leonardo a portarlo via dal villaggio (ma poi, chi li pensa quelli del villaggio?!).

Questo fatto è probabilmente ricalcato sulla base di un sogno fatto dal vero Leonardo Da Vinci raccontato dall’artista in uno dei suoi scritti. In questo sogno, il piccolo Leonardo vede avvicinarsi un nibbio alla sua culla che gli apre con la coda la bocca e inizia a percuoterlo con la stessa dentro le labbra. Per Da Vinci questa immagine sarebbe alla base del suo interesse per il volo degli uccelli. Per Freud – che molti secoli dopo analizzò il contenuto del sogno in chiave psicanalitica – è un segno dell’omosessualità latente di Leonardo.

Al prossimo episodio…

Per dare un giudizio definitivo, è necessario prima vedere l’intero prodotto. Vediamo cosa ci riserveranno i prossimi episodi di Leonardo. Nel frattempo, vi lasciamo qualche vignetta divertente realizzata da noi sulla base dei nostri commenti in diretta mentre guardiamo la serie.

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Federica Crisci e Francesca Papa

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Un cazzo ebreo”: così i tedeschi chiedono scusa

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Un cazzo ebreo è il romanzo d’esordio della scrittrice tedesca Katharina Volckmer. Si tratta di un libro che ha suscitato un grande interesse tra il pubblico e la critica, tanto da essere considerato il caso editoriale del 2020. In Italia è stato pubblicato dalla casa editrice La nave di Teseo lo scorso gennaio. Un po’ per il titolo molto curioso e un po’ per tutto il clamore che ha suscitato, ho scelto questo titolo per il secondo incontro dei Postumi Letterari, il bookclub di CulturaMente.

Ho letto questo libro una domenica pomeriggio, tutto di seguito. E devo dirvi che si tratta di una di quelle sbronze che si fanno sentire anche una volta passate. Quando ricominci a essere padrona di te stessa, sei confusa e intontita e maledici l’alcolico che ti ha portato a quegli eccessi. Poi, ripensi a come sei stata mentre eri ubriaca, a quello che hai pensato, alle verità a cui sei arrivata… ed è allora che ti rendi conto che, in realtà, hai bevuto bene.

La lettura di Un cazzo ebreo fa un po’ questo effetto. Appena concluso il libro, la sensazione che hai non è delle migliori. Trovi dentro le pagine talmente tante cose che è difficile avere un’idea chiara di tutto subito. Però poi, pensandoci su, ti rendi conto che dalle parole dell’autrice si possono aprire riflessioni su tante tematiche diverse e che la costruzione del monologo è qualitativamente molto buona.

Quindi, in definitiva: è una sbronza che merita di essere vissuta.

La nostra Live

Per chi si fosse perso la live andata in onda sulla nostra pagina Facebook il 23 marzo, ecco qui il video:

La trama di Un cazzo ebreo

Tutto il libro è un monologo in prima persona condotto dalla protagonista. Di lei non conosciamo il nome, ma ci viene detto che ha origini tedesche e che si è trasferita a Londra. Il destinatario delle sue parole è il dottor Seligman, non uno psicologo come si potrebbe sospettare, ma un chirurgo ebreo che si occupa di operazioni per il cambio di sesso. Scopriamo, infatti, che la ragazza ha da sempre un problema a identificarsi con il suo corpo da donna e che ha scelto di liberarsene diventando uomo. Tuttavia, vuole che il suo membro sia circonciso (un cazzo ebreo, appunto). È questo il modo che lei trova per fare ammenda del peccato che tutta la nazione tedesca si porta dietro: l’Olocausto.

Dalle parole della ragazza riusciamo a ricostruire parte del suo passato. Sappiamo che ha un fratello nato morto il cui nome sarà quello che prenderà una volta completata l’operazione. Sappiamo anche che ha sempre avuto orrore del corpo della madre e ha sempre lottato nel suo corpo di donna per vedersi riconosciuta la libertà di essere ciò che voleva al di fuori degli schemi. Ci viene raccontata la sua storia d’amore con K, un pittore sposato spesso triste. Infine, ci viene detto che suo nonno era responsabile della stazione ferroviaria che precedeva quella di Auschwitz.

Grazie a queste parole, ci addentriamo nel mondo interiore di una donna che unisce il senso di colpa per ciò che è stato fatto dal suo popolo al disagio e alle discriminazioni che derivano dal nascere femmina. Ciò che viene fuori è il racconto di una persona che si è sempre sentita fuori posto, non conforme, e che è diventata più dura e meno empatica proprio a causa di questo suo sentire.

I temi del libro

Un cazzo ebreo è un libro complesso. Sono tantissimi gli input che l’autrice dà. Il primo pensiero che si ha quando si conclude è: “Devo rileggerlo!”. È uno di quei libri che deve essere letto e riletto per coglierne tutte le sfumature.

I due temi che emergono in maniera molto forte sono due: il non riuscire a riconoscersi donna e il senso di colpa legato all’Olocausto. Sono due argomenti intrecciati tra di loro e le due cose non si escludono a vicenda, anzi: si parte sempre dall’inadeguatezza. Tuttavia, queste connessioni non sono immediatamente evidenti.

Il senso di colpa per essere donna

“Non ha idea di quanto tempo ci abbia messo a capire che il mio nome non era il mio nome, dottor Seligman, che non era pigrizia se all’asilo non reagivo quando mi chiamavano, ma che conoscevo d’istinto qualcosa che avevo poi dimenticato. Perché io, semplicemente, non potevo identificarmi con quel nome, il nome di una ragazza, una donna, una femmina, il nome di qualcuno con una vagina. ”

Katharina Volckmer. “Un cazzo ebreo”

Ci sono dei passi molto interessanti che Volckmer scrive a proposito dell’essere donna. In essi si sente il peso della tradizione patriarcale e degli stereotipi a essa legati sull’idea di femminilità. Ci sono delle riflessioni molto forti sulla religione e sul modo in cui la maggior parte dei culti abbia demonizzato il sesso femminile descrivendolo come una tentazione e un pericolo per la virtù. Se sei una donna ci sono delle forti aspettative che ricadono su di te. Prima tra tutte, la maternità.

“Così ho comprato la spilla “Bambino a bordo” per viaggiarci in metropolitana, le vendevano al supermercato vicino al lavoro e ho pensato: perché no? Mentiamo su così tante cose, perché non su quello che succede nel nostro utero? E appena ho comprato la spilletta è spuntato quel sorriso, ha presente? Quel tipo di sorriso che ricevi solo quando qualcuno pensa che la tua vita sia magnifica e compiuta, quando tutti possono vedere che hai fatto sesso per una ragione e che il tuo corpo finalmente non è più tuo. Adoravo quel sorriso e per un po’ sono diventata piuttosto dipendente dalla spilla e dal potere che improvvisamente sembrava assicurarmi. ”

Katharina Volckmer. “Un cazzo ebreo”.

La protagonista del libro ha cercato di fuggire in tutti i modi le convenzioni sociali. È stata la risposta spontanea al senso di colpa che ha provato nell’essere nata così. Parla spesso delle fotografie che vede sulla scrivania del dottor Seligman. Non ne vede il contenuto, sa solo che ci sono delle cornici sul tavolo e immagina che siano occupate dalla famiglia del dottore. Perché questa è la convenzione a cui siamo stati abituati a credere. Può essere reale per alcuni, ma per altri è una prigione. In realtà, non è neanche detto che sia veramente una condizione felice. L’immagine della famiglia perfetta è oppressiva anche per chi tenta di realizzarla e ce lo dicono moltissime opere artistiche.

La protagonista riesce alla fine a trovare il suo modo per liberarsi da questo senso di inadeguatezza. Compie una scelta coraggiosa, dando voce al suo desiderio soffocato da troppo tempo.

Il senso di colpa per essere tedesca

Questo senso di inadeguatezza non riguarda solo il suo corpo con il quale non riesce a identificarsi. Riguarda anche il paese che le ha dato i natali. Da donna, la protagonista sa che cosa sia la discriminazione. Ma a lei tocca anche un altro senso di colpa, un’altra eredità: quella di un popolo che ha cercato di sterminarne un altro in maniera tanto più crudele perché lucida e scientifica.

C’è un passo del libro in cui Volckmer scrive:

“Non sono mai stata veramente capace di comprendere quello che abbiamo fatto, dottor Seligman, quello che significa spazzare via un’intera civiltà, ma ho sempre sentito di essere cresciuta in un paese spettrale, in cui c’erano più morti che vivi, in cui abitavamo città che erano state costruite attorno alle rovine di quelle di un tempo e ogni giorno ci faceva sentire come se calpestassimo qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì. ”

Katharina Volckmer. “Un cazzo ebreo”.

Chiunque sia stato a Berlino sa che la memoria storica si fa sentire prepotentemente, come è giusto che sia. Eppure è naturale che dopo un bel po’ di anni diventi una memoria di cui si è perso il senso non tanto perché si vuole sminuire ciò che è accaduto, ma perché il tempo passa.

Tuttavia, nonostante questo, la donna non può fare a meno di pensare a Hitler. All’interno del monologo vengono fatte tante riflessioni su come probabilmente il dittatore soffrisse di un profondo senso di inadeguatezza che lo ha portato a diventare l’immagine stessa della crudeltà e del male. Si dà anche voce a una domanda che io mi sono sempre posta: perché un individuo basso e dai capelli e occhi scuri esaltava la fisicità chiara dei tedeschi?

In maniera molto provocatoria, allo psicologo da cui le viene richiesto di andare, la ragazza mente raccontandogli di avere fantasie erotiche su Hitler. Per quanto portato al limite, tutto questo ci dà un’idea del peso che per un tedesco debbano avere gli eventi storici degli anni Trenta e Quaranta del Novecento e di come ognuno di loro debba confrontarsi con questa personalità, anche se da tempo deceduta.

La via di liberazione da questo senso di colpa è, ancora una volta, il cazzo ebreo. In questo modo, la protagonista può non solo trasformare la sua vagina, ma può finalmente riappacificare le due nazioni. Sul suo corpo saranno presenti sia il mondo tedesco sia quello ebraico. La circoncisione assume un significato profondo. Da una parte, è uno sfregio all’ideale della virilità tedesca tanto esaltata dalla propaganda nazista; dall’altra, è un tentativo di arginare la grande aggressività che l’uomo ha e che deriva da quel senso di onnipotenza che la tradizione culturale ha instillato negli individui di genere maschile e che simbolicamente risiede proprio nel fallo.

Lo stile

Il monologo di Volckmer è molto intenso. Andrebbe letto tutto insieme perché altrimenti si rischia di perdere il filo del discorso e di non appassionarsi alla lettura.

Dal punto di vista stilistico, l’autrice si fa sicuramente notare. Da una parte abbiamo un linguaggio riflessivo e a tratti poetico. Dall’altra, invece, estremamente concreto. Soprattutto quando deve parlare della sfera sessuale, la protagonista non fa ricorso a mezzi termini. Chiama le cose con il loro nome, in maniera molto spontanea e vera. È un flusso di coscienza nel quale ci si deve perdere per capire le dinamiche di questa persona.

Chi dovrebbe leggere Un cazzo ebreo

Un cazzo ebreo ha una protagonista che si lascia conoscere a 360°. Parla in maniera schietta e potrebbe facilmente essere oggetto di giudizi anche molto forti. Quando ne abbiamo parlato in live, è uscito fuori che potrebbe essere un’altra Fleabag. Per capirla, per apprezzarla bisogna astenersi da qualsiasi tipo di giudizio.

Nonostante questo libro possa essere un’alternativa interessante per onorare la memoria della Shoah, non è molto adatto a un pubblico adolescente poiché la lettura non è di certo semplice.

Tuttavia, chi ama leggere e chi sa confrontarsi con personaggi imperfetti avrà sicuramente modo di apprezzare questo testo, nonostante la complessità.

Un cazzo ebreo e i Postumi Letterari

I Postumi Letterari è una rubrica che nasce per condividere insieme ai nostri lettori la passione per la lettura. Ogni mese leggiamo un libro insieme e poi lo commentiamo in una diretta su Facebook.

Chi ha voglia di unirsi alle nostre letture mensili, può leggere Prima persona singolare, la raccolta di racconti di Murakami. L’appuntamento con la prossima diretta sarà sempre intorno al 22 aprile.

Federica Crisci

Valerio Flacco e le Argonautiche in pillole

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Dopo Stazio, anche Valerio Flacco risulta essere un altro dei poeti più importanti in questo modo nuovo di vedere l’epica. Appartenente al collegio sacerdotale, consacrato ad Apollo, Valerio Flacco crea un’opera, gli Argonauta, il cui precedente letterario è sicuramente il poema ellenistico di Apollonio Rodio.

Inoltre, l’idea del viaggio per mare che serve per portare la civiltà in terre lontane ripercorre le conquiste romane. Questo può sicuramente ricordare il viaggio di Enea, che da Troia va in Italia per fondare una nuova stirpe, ovvero il futuro popolo romano.

Oltre a ciò, anche nell’Egloga IV (vv.34-35) Virgilio aveva messo in relazione le spedizioni di Ottaviano in Oriente con l’impresa degli Argonauti.

Civiltà o barbarie? Flacco e Tacito

A non essere così tanto d’accordo con questa “missione civilizzatrice” di Flacco è lo storico latino Tacito: la sua riflessione sul potere e sul principato fa di lui un pensatore profondo e simile a Tucidide. Nel suo pensiero, Tacito vede l’impero, inteso come istituzione, come una necessità storica e cerca di distinguere questa forma di governo dai personaggi che salgono al potere (e che potrebbero essere migliori).

In una delle sue opere più famose, l‘Agricola, lo storico tratta anche lui il tema della politica di romanizzazione, che consiste nel modificare gli usi e i costumi dei nemici per strapparli da una condizione di barbarie e farli diventare uomini civili; tuttavia, questa condizione di pax romana è la perdita dell’identità culturale dei popoli sottomessi e serviva per giustificare campagne violente.

Agricola [30] «Quando penso alle cause della guerra e all’orribile condizione in cui ci troviamo, provo la grande speranza che questo giorno, che vi vede uniti, segni per tutta la Britannia l’inizio della libertà. Sì, perché per voi tutti qui giunti in massa, che non sapete cosa significhi servitù, non c’è altra terra oltre questa e neanche il mare è sicuro, da quando su di noi incombe la flotta romana. Perciò combattere con le armi in mano, scelta gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi. I nostri compagni che si sono battuti prima d’ora con mutevole sorte contro i Romani avevano nelle nostre braccia una speranza e un aiuto, perché noi, i migliori di tutta la Britannia (perciò vi abitiamo proprio nel cuore, senza neanche poter vedere le coste dove risiede chi ha accettato la servitù) avevamo perfino gli occhi non contaminati dalla dominazione romana. Noi, al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e dall’oscurità del nome. Ora si aprono i confini ultimi della Britannia e l’ignoto è affascinante: ma dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli e onde e la disgrazia peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la sottomissione e l’umiltà. Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di devastazione completa, vanno a cercare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli desiderano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con un falso nome, lo chiamano impero; infine, dove hanno fatto il deserto, quello viene chiamato da loro pace.»

Calgaco si afferma non solo come capo dei caledoni, ma anche di tutte le tribù che non vogliono la romanizzazione. C’è, dunque, da parte di queste popolazioni, lo stesso sforzo collettivo per superare il municipalismo tribale per la libertà comune (ideale politico e militare).

La denuncia nei confronti dell‘imperialismo romano era già presente nella Lettera di Mitridate dello Pseudo-Sallustio; inoltre, impossibile non citare anche il Dialogo dei Melii di Tucidide di cui abbiamo già parlato facendo riferimento ad Euripide.

Giasone e Medea

Se, come abbiamo detto, Apollonio Rodio è il modello da seguire, Flacco, però, vuole distanziarsi per quanto riguarda l’elaborazione del personaggio di Giasone: Valerio crea Giasone sul modello di Enea, rendendolo un vero eroe mitico, e non più una figura mediocre. Oltre a ciò, la funzione di Medea, per Flacco, è concepita seguendo il modello della Didone virgiliana:

Argonautica [VII; 305-308, 327-333]:

«La fanciulla, lasciata sola, ha paura e si guarda intorno

dappertutto e non riesce a lasciare la reggia.

D’altronde la incalza l’amore crudele, il pensiero di Giasone

destinato a morire e le parole udite più gravi si fanno nel suo cuore.

[…]

E, appena da lontano le stanze che esalavano filtri magici

e le porte sinistre si aprirono, ed ebbe di fronte tutti i rimedi,

quelli che aveva sottratto al mare, all’Ade profondo,

e quelli strappati dal volto cruento della Luna,

“Dunque seguiterai” disse “o permetterai una simile infamia,

mentre possiedi tanti filtri mortali e celeri rimedi per sfuggire

a tale misfatto?»

In questi versi l’elemento asiano, tipico dello stile di Seneca, non vuole tanto soffermarsi sulla volontà del suicidio, ma sulla ricerca dell’elemento magico.

Argonautica [VII; 344-347, 355-374]:

«Perché, padre, hai voluto allora legarti a lui in un vincolo

sleale di amicizia e non lasciare che questi mostri uccidessero

subito il giovane? Io stessa, allora, lo confesso, io stessa questo volevo.

Cara Circe Titania, chiamo le tue parole a testimone

[…]

e strappa dal Caucaso il fiore nato dal sangue

delle viscere di Prometeo, nel cui potere ella confida

più d’ogni cosa, ed erbe nutrite dai venti,

che quel sangue divino fa crescere forti tra nervi

e fredde brine, quando l’aquila, divorato il fegato,

si leva in volo e dal becco aperto irrora le rupi di sangue.

Quel fiore, eternamente fresco, non appassisce al termine

d’una pur lunga vita, resiste intatto ai fulmini

e le piante fioriscono tra tuoni e lampi.

Ecate per prima recò una falce temprata nelle acque

dello Stige e sparse folte spighe sulle rocce;

poi mostrò la pianta all’ancella che alla decima luce

del lume di Febe miete il raccolto dei gioghi e s’infuria

per il marciume residuo del dio: quello geme invano vedendo

il volto di Medea: il dolore tutto lo fa contrarre sulla rupe

allora e le sue catene sotto la falce tremano tutte.

L’infelice fanciulla contro il suo stesso regno si arma

di tali veleni e tremante attraversa la notte tenebrosa.

Venere le dà la mano e le parla e blandisce i suoi timori,

e, seguendo da presso i suoi passi, la guida attraverso le mura

Al verso 344 c’è un importante richiamo al padre che potrebbe rimandare al modello di Alcesti di Euripide, mentre al verso 347 si pone l’attenzione sulla parentela in ambito magico con Circe. Infine, nei verso 372 c’è un richiamo al φάρμακον, al filtro magico tipico della potenza femminile.

Lorenzo Cardano

Se vuoi saperne di più su Circe

Lorenzo Cardano

Tanti auguri a Lady Gaga: la femme fatale da Clitemnestra a Poker Face!

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Il 28 marzo compie gli anni una delle cantanti pop ed attrici più famose a livello mondiale; eccentrica, stravagante, scandalosa, Lady Gaga ha saputo e riesce ancora a conquistare il cuore di milioni di persone. 

Per festeggiare insieme a lei il compleanno, mi piacerebbe riportare alla memoria una delle sue canzoni più famose: Poker Face. Il singolo è stato pubblicato il 26 settembre del 2008, caratterizzato da sonorità del precedente Just Dance, però, in questo caso, il tono si fa più cupo

Il significato della canzone Poker Face di Lady Gaga

Come potranno immaginare, l’espressione poker face, usata da Lady Gaga, deriva dal gioco stesso del poker, in cui è necessario evitare, in ogni modo, di permettere all’avversario di capire se le carte che abbiamo pescato siano buone o inutili; questo è possibile soltanto con una “faccia da poker”, ovvero uno sguardo freddo e calcolatore, che non fa trasparire emozioni. 

Nel singolo, Lady Gaga usa quest’espressione per indicare ed esaltare la sua capacità manipolatrice nella seduzione degli uomini. 


“Oh, whoa, oh, oh
Oh, oh oh
I’ll get him hot, show him what I’ve got
Oh, whoa, oh, oh
Oh, oh oh
I’ll get him hot, show him what I’ve got
Can’t read my, can’t read my
No, he can’t read my poker face
(She’s got me like nobody)
Can’t read my, can’t read my
No, he can’t read my poker face
(She’s got me like nobody)”

Anche durante il sesso, Lady Gaga ha il controllo: il maschile è troppo preso dall’eccitazione, viene comandato come un burattino dal femminile, che prova un piacere quasi sadico nell’affermare la sua superiorità; si riprende, in sostanza il principio della femme fatale, donna seduttrice e cinica, quasi diabolica nella sua strategia di seduzione, alla quale non si può resistere. Ma cos’è che Gaga deve nascondere dietro la sua faccia da poker?

La carta della bisessualità, ovviamente: mentre è coinvolta nel sesso con il suo fidanzato, la cantante non può non pensare anche l’eccitazione derivante dal pensiero di poter andare a letto con una ragazza. La femme fatale, che vince il maschile, a sua volta è vinta dalle sue fantasie erotiche. 

La femme fatale: da Lady Gaga al mito greco 

L’immagine della femme fatale ha, per così dire, origini antichissime; un esempio, tra i tanti, potrebbe essere individuato in una delle donne più pericolose di tutto il mito greco: sto parlando, certo, di Clitemnestra.

Una delle più importanti fonti per il mito relativo a questo personaggio è il teatro di Eschilo. La genialità di Eschilo consiste, soprattutto, nella capacità, che lui per primo ebbe, di conferire all’organismo drammatico del teatro greco l’attitudine ad investigare ed esprimere un mondo di valori. Nel suo caso specifico, il teatro di Eschilo è ancora legato un senso forte di religiosità: gli dei sono garanti della giustizia, quindi puniscono chi si è macchiato di ὕβρις, di tracotanza, di arroganza. Il destino è l’irrevocabilità della pena, che presto o tardi si abbatte sul colpevole

Una tragedia “bella da morire”: l’Agamennone

Tale poetica è presente soprattutto in una delle tragedie più famose: l’Agamennone. Il re di Argo, infatti, su consiglio dell’indovino Calcante, per ottenere il favore degli dei, quando era in partenza per la guerra di Troia, aveva sacrificato la figlia Ifigenia. Tuttavia, Clitemnestra, la moglie di Agamennone e madre della fanciulla, era all’oscuro di tutto ciò; la morte della figlia le provocò una sofferenza ed un dolore inimmaginabili. Durante gli anni in cui il marito combatteva ad Ilio, Clitemnestra nutrì un odio e un senso di vendetta spaventosi: decise che avrebbe ucciso il marito al suo ritorno e, per farlo, si sarebbe servita dell’aiuto di Egisto, cugino di Agamennone e suo amante. 

La tragedia mostra proprio come, appena arrivato Agamennone, lei lo abbia accolto con la sua poker face: con gioia simulata ed adulazione, lamenta gli anni della guerra, in cui lei si è sentita sola, rispettando la fedeltà nei confronti del marito. Nessun indizio che potesse far capire la sete di vendetta che aveva alimentato per anni dentro sé. Non finisce qui: le ancelle, su ordine della regina, portano un tappeto purpureo (il rosso riprenderà poi il sangue dello sventurato re) sotto i piedi di Agamennone, che all’inizio vorrebbe rifiutare l’onore, adatto ad un dio e non ai mortali; sebbene in dubbio, alla fine si lascia convincere da Clitemnestra ed entra in casa calcando il tappeto rosso. A nulla sarebbero servite le grida di Cassandra, la nuova amante e “bottino di guerra” di Agamennone, che presagiva ciò che sarebbe successo; ormai la femme fatale aveva compiuto il suo piano. 

Ora bisogna togliere la maschera!

Si ode, a questo punto, il grido di Agamennone che viene pugnalato a tradimento. La porta del palazzo si apre e lascia vedere il suo cadavere nudo disteso su un lenzuolo insanguinato, con accanto quello di Cassandra; sopra di loro sta Clitemnestra con l’arma gocciolante di sangue. Finalmente può esprimere tutto l’odio represso: 

Agamennone [quinto episodio; vv.1373-1399]: “Delle parole pronunciate prima non mi vergogno, anche se in contrasto con quello che dirò. Con un nemico che ha il volto di un amico, è giusto porre una barriera da non superare facilmente. A questo scontro da tempo io pensavo, e la vittoria è venuta! Quello che ho fatto io non lo negherò: non tentò di fuggir, né di evitare il suo destino; intorno gli ho messo una rete per pesci, affinché scampo non avesse. Lo colpisco due volte e con doppio gemito si abbandonò il corpo al suolo, allora un terzo colpo gli vibro. A Zeus Ade votiva offerta io dedicai al salvatore dei morti. Nella caduta l’anima gli sfuggì: un forte soffio e un fiotto violento di sangue mi colpì come una pioggia di rugiada che in un campo di grano nei calici di spighe si raccoglie. O venerandi cittadini d’Argo, volete rallegrarvi per i fatti che sono accaduti? Io me ne vanto, e se lecite fossero libagioni su un cadavere fare, prontamente a questo uso mi sottoporrei. Un gran cratere aveva egli colmato pieno fino all’orlo di maledizioni: ora che a casa ha fatto ritorno a goccia, a goccia l’ha bevuto tutto.

Oltre a Lady Gaga e Clitemnestra, ecco un’altra femme fatale… questa volta sul grande schermo!

Oltre al teatro e alla letteratura antica, anche il cinema presenta un interessantissimo caso di femme fatale: Catwoman. Nata dal mondo dei fumetti, l’antieroina è stata capace di affascinare tutti gli spettatori nel film Batman – Il ritorno (1992); una fantastica Michelle Marie Pfeiffer riuscì ad incantare con le sue grandi capacità seduttrici e la sua sensualità.

Estremamente intelligente e furba, Catwoman, come si può notare dalla scena qui sopra, dimostra di essere grande esperta anche nel furto e capace di intrufolarsi ovunque lei voglia. Il suo rapporto con il supereroe più famoso di Gotham City è alquanto controverso: sembra che il loro scontro sia un continuo alternanrsi tra scene di amore (non sono rari i baci tra i due) e scene di lotta. Iconica soprattutto per le sue doti acrobatiche e la sua iconica frusta nera, Catwoman sembra prendere poco sul serio i tentativi di fermarla da parte di Batman.

A confermare, ancora una volta, il potere seduttivo della donna, nella parte finale del film Batman le propone di iniziare una vita insieme, ma lei rifiuta, respingendolo e graffiandogli il volto. L’amore tormentato tra i due celebri personaggi non raggiunge mai uno scontro definitivo, né una promessa di fidanzamento; tuttavia, la donna-gatto più conosciuta al mondo conserverà sempre il potere di manipolare il cuore dell’eroe.

La Ballata dell’Amore Cieco: come De Andrè distrugge la femme fatale

A distruggere la manipolazione di Poker Face e le diaboliche trame di Clitemnestra, per non parlare dell’incredibile fascino di Catwoman, è proprio Fabrizio De Andrè: la canzone La Ballata dell’Amore Cieco parla della storia d’amore tra un uomo, desideroso di poter ottenere le attenzioni dell’amata, e una donna, fredda e crudele, che richiama l’immagine della femme fatale.

La donna, consapevole del potere manipolatorio che aveva sull’uomo, lo sottopose, in modo sadico, a diverse prove sempre più dolorose; ultima quella di morire per lei, per l’amore che provava nei suoi confronti! L’uomo si tagliò le vene e decise di morire per lei, tutto contento di aver seguito il sentimento dell’amore.

Ma è proprio in questo punto che, con gran talento, De Andrè ribalta il τόπος della femme fatale: sebbene lei sembri aver vinto sull’amore dell’uomo, in realtà, scopriamo che, alla fine, se l’uomo muore contento per il suo sentimento così nobile, a lei invece non rimane più nulla, quindi tutta la sua cattiveria risulta essere stata sterile.

Lorenzo Cardano

P.S. A questo link trovi la Nostra Rubrica di Letteratura Antica!

Il Diavolo Veste Prada: perché non è solo una commedia romantica

“La verità è che non c’è nessuno che sappia fare il mio lavoro”

Il Diavolo Veste Prada

Regia: David Frenkel

Cast principale: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Adrian Grenier, Tracie Thoms, Rich Sommer

Genere: Commedia

Produzione: USA

Anno: 2006

Il Diavolo Veste Prada, arrivato nelle sale italiane nel 2006, si è rivelato da subito un successo strepitoso, perché ha aperto uno scorcio mai visto prima nel mondo della moda, rappresentando l’introduzione di una giovane donna che si confronta continuamente con la sua etica e la pressione dell’universo del fashion.

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Lauren Weisberger e diretto da David Frankel, Il Diavolo Veste Prada è ricordato soprattutto per la meravigliosa e scioccante interpretazione di Meryl Streep, che si cimenta nel ruolo della direttrice di Runaway Miranda Pristley definita dalla produzione “Uno dei più grandi cattivi di sempre”.

Ma andiamo per gradi e scopriamo, per chi non l’avesse mai visto, la storia raccontata in questo film diventato ormai un vero cult.

La Storia di Andy, una giovane giornalista

Andy Sachs (Anne Hathaway) si è laureata alla Northwestern University, dove ha curato la rivista letteraria della scuola. Ha grandi aspirazioni, ambisce infatti a una carriera giornalistica nella Grande Mela, New York City, ma sa che la concorrenza è agguerrita. 

Andy decide di presentarsi a un colloquio come assistente di Miranda Priestly (Meryl Streep), la famosissima direttrice di Runway Magazine e la donna più potente del mondo della moda. È una posizione per la quale milioni di giovani donne a New York ucciderebbero, ma Andy è totalmente estranea a quel mondo.

La protagonista, infatti, non sa nulla di haute couture e quando entra negli uffici di Runaway si ritrova in uno strano nuovo mondo popolato da dive della moda super slim e donne ossessionate da tutto ciò che è alla moda. L’assistente capo di Miranda, Emily (Emily Blunt), ama il suo lavoro e trova ridicolo che Andy pensi di avere una possibilità di ottenere la posizione. Quindi resta scioccata quando la nuova ragazza viene assunta sulla base del suo cervello e dell’impegno per l’etica del lavoro.

Miranda e Andy: un rapporto difficile

La pressione però diventa insopportabile: per mantenere Miranda felice Andy si ritrova presto a lavorare fino a tarda notte, è a disposizione del suo capo in ogni minuto della sua giornata. Il suo fidanzato Nate (Adrian Grenier) ha difficoltà ad accettare l’impegno di Andy per il suo nuovo lavoro, soprattutto quando decide di convertirsi al nuovo lavoro totalmente, cambiando il suo look da cima a fondo.

L’unico in ufficio che le dà consigli utili su come trattare con Miranda è Nigel (Stanley Tucci), l’art director che le fa notare quanto sia fortunata a lavorare per una rivista che ha “pubblicato alcuni dei più grandi artisti del 20 °secolo “e ha plasmato gli stili di moda di milioni di americani. 

Dopo aver abbandonato la sua vecchia vita, Andy si rende però conto che pian piano è diventata spietata proprio come Miranda e che i suoi vecchi principi sono completamente spariti, dando spazio al mondo crudele e spietato del fashion. Alla fine, la sua vera natura esce fuori e, nonostante rischi per sempre la sua carriera, abbandona Runaway per riprendere il suo sogno di diventare una vera giornalista.

Miranda Priestly, l’antagonista inimitabile de Il Diavolo Veste Prada

Miranda Priestly, la redattrice capo di Runway Magazine, l’antagonista di questo film, è la boss perfezionista ed è molto rispettata per il suo modo di gestire il posto di lavoro. Si dice che l’autrice si sia ispirata ad Anna Wintour, nota direttrice di Vogue America, rispettata da tutti gli stilisti e da ogni componente del mondo della moda contemporanea.

Negli anni, è diventata un personaggio iconico, una donna brillante, intelligente e scattante quanto cinica e indifferente ai sentimenti altrui. Risulta però molto più complessa di così, dalle molte sfumature, non solo un capo odioso, ma una donna forte, molto brava in quello che fa, costretta ad essere dura e inflessibile per farsi strada e mantenere il suo posto prestigioso in un mondo comandato da uomini.

La questione di come il sessismo abbia plasmato il percorso di carriera di Miranda e, per estensione, la sua personalità, è un tema che il film verbalizza apertamente solo una volta, quando Andy afferma “Se Miranda fosse un uomo, nessuno noterebbe nulla di lei, tranne quanto è brava nel suo lavoro”, ma in realtà è una domanda che ricorre in tutto il film.

Guardando il film, ti senti come Andy, vorresti odiare Miranda Priestly, ma in realtà non ci riesci mai. Meryl Streep ruba la scena e fa sì che lo spettatore arrivi ad ammirare il lavoro di Miranda e capisca in realtà che in lei c’è molto di più

Una commedia dai temi importanti

Perché penso che Il Diavolo Veste Prada sia un film importante? La pellicola con Meryl Streep e Anne Hathaway non è solo una commedia molto stilosa, ma ha un sottotesto molto più profondo e complesso.

Il tema principale è, infatti, quello del mondo spietato del lavoro. Tutto il film racconta un sistema che ha delle regole ben precise e che, probabilmente, almeno una volta nella vita tutti abbiamo affrontato. La globalizzazione è una parte importante di questo film, viene infatti affrontata analizzando come le persone si confrontano con il mondo del lavoro e le pratiche culturali con le loro regole che devono assolutamente essere rispettate, altrimenti si è fuori.

Nonostante sia del 2006, la storia de Il Diavolo veste Prada è ancora tutt’oggi attuale, in quanto tantissime realtà lavorative sono ancora così complicate e a volte troppo pesanti per i giovani, che si affacciano per la prima volta all’universo professionale.

Quello che l’autrice del romanzo Lauren Weisberger ha racchiuso tra le pagine del suo romanzo, portato poi sul grande schermo da David Frenkel, non è specifico solo dell’ambiente giornalistico, ma caratterizza oggi molti ambiti professionali, come ad esempio le società di consulenza, le agenzie pubblicitarie, le digital agency fino alle banche. La stessa frenesia del lavoro, infatti, è presente in ognuno di questi ambienti e il film lo rappresenta alla perfezione, grazie al ruolo di leadership che Miranda Priestly incarna in modo impeccabile.

La storia de Il Diavolo Veste Prada, quindi, può essere uno spunto di riflessione sulla dipendenza dal lavoro, su come alcune realtà possano diventare tossiche per il proprio benessere psicofisico.

Conclusioni

Il Diavolo Veste Prada è, quindi, un film cult da vedere perché racchiude in sé due anime: una è quella della commedia romantica, frivola, fashion, che fa anche divertire; l’altra è un’anima più seria e riflessiva, che approfondisce poco velatamente una realtà presente ancora oggi nel mondo del lavoro.

Che piaccia o no, Il Diavolo Veste Prada è una storia da conoscere, anche solo per godersi la rappresentazione da (quasi) Oscar di Meryl Streep.

Tre motivi per vedere il film

  • L’interpretazione di Meryl Streep, davvero iconica
  • Il messaggio che Il Diavolo Veste Prada in realtà vuole mandare
  • Perché è diventato un cult che non può mancare nella vostra cultura cinematografica

Quando vedere il film

Sempre, in qualsiasi momenti si abbia voglia di vedere un film leggero ma non troppo.

Ilaria Scognamiglio

Avete perso il precedente appuntamento con il cinfeorum? Eccolo di seguito!

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Milano, la città della moda e non solo: viaggio a portata di click

Milano, la città riconosciuta come capitale mondiale della moda e del design ma non solo. Il capoluogo lombardo non smette mai di sorprendere i suoi abitanti e turisti con la sua arte, i suoi meeting e i suoi eventi, rendendola sempre di più una tra le città più visitate e più amate al mondo. Ma cosa offre questa grande città italiana di così mirabile e degno di nota? Ecco le principali attrazioni milanesi e qualche piccolo consiglio su come arrivarci.

Il Duomo di Milano: l’icona della capitale mondiale della moda e del design. La chiesa dedicata a Santa Maria Nascente, costruita nel 1386 per volere di Gian Galeazzo Visconti, è una delle meraviglie che bisogna assolutamente vedere non appena si mette piede a Milano. Uno dei più grandi capolavori dell’architettura italiana, il Duomo di Milano è un luogo magico, maestoso, che con le sue grandi e colorate vetrate regala dei sensazionali giochi di luce all’interno. Da non perdere  il panorama mirabile dalle sue grandissime terrazze.

Il Cenacolo di Da Vinci: uno dei capolavori iconici del Rinascimento italiano. Nel convento domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano, precisamente all’interno del refettorio, è possibile ammirare uno dei più grandi capolavori del genio di Leonardo Da Vinci. Una sorprende opera mozzafiato plasmata dal Genio italiano tra il 1494 e il 1498, ancora oggi icona del Rinascimento Italiano, dopo la Gioconda.

I Navigli: pensare Milano come una piccola Venezia lombarda. Solitamente pensando a Milano viene in mente il Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele, il Cenacolo di Da Vinci, la moda, gli eventi, la movida, ma mai una città d’acqua. Certamente ogni città ha i suoi simboli e le sue attrazioni ma Milano in questo sa sorprendere. Un progetto ultra centenario, messo a punto dal 1179, con l’inaugurazione del Ticinello, il primo canale, e terminato nel 1805, per volere di Napoleone, con la costruzione del Naviglio Pavese,collega Milano con diversi canali al Lago di Como,  l’Adda, il Lago Maggiore e il Po’. Questo piccolo capolavoro di ingegneria regala sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro, una vista mozzafiato, soprattutto al tramonto e di sera con le luci dei lampioni che illuminano i viali. Un luogo suggestivo, magico.

La Pinacoteca di Brera e il Museo del Novecento: l’arte senza tempo. Ogni grande città che si rispetti ha i suoi musei sensazionali. Come Parigi ha il suo Louvre, Milano ha la sua Pinacoteca di Brera e il Museo del Novecento. La prima ospita dal 1776 i più grandi capolavori dal Rinascimento al Novecento, il secondo invece mostra alcuni dei più grandi capolavori dell’arte novecentesca dalle Avanguardie e il Futurismo italiano fino al Postmodernismo.

Altri luoghi simbolo: informazioni necessarie. La Galleria Vittorio Emanuele, la Basilica di Sant’Ambrogio, il Castello Sforzesco sono solamente alcuni di questi luoghi. Per maggiori informazioni, clicca sul sito taximalpensamilano.it e già che ci sei prenota un taxi, sarà l’unico mezzo che potrà aiutarti a raggiungere queste mete indimenticabili.

Quicksand (Störst av allt): la recensione della serie tv Netflix

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Basata sul romanzo best-seller Störst av allt (Sabbie mobili) di Malin Persson Giolito, Quicksand è una serie tv svedese di genere drammatico messa in scena da Pontus Edgren e Martina Hakans.

Quicksand, la trama

In seguito a una sparatoria in una scuola di Stoccolma, Maria Norberg, per gli amici Maja, una studentessa trovata sul luogo ricoperta di sangue e in stato di shock, è arrestata con l’accusa di omicidio. Una volta portata in carcere, Maja è messa in isolamento e non potrà avere nessun tipo di rapporto con le altre detenute. Gli unici e rari contatti umani che Maja può “coltivare” sono quello con la guardia e quello con il suo avvocato, che l’assiste nel corso dei ripetuti e sfiancanti interrogatori portati avanti dalla detective Nilsson. La protagonista ha rimosso gran parte dei suoi ricordi, tanto che la ricostruzione della dinamica del massacro, almeno in un primo momento, risulta impossibile.

Il focus delle domande inquisitorie dell’ispettore diventerà il rapporto della studentessa con un ragazzo di nome Sebastian, una delle vittime della sparatoria. Proveniente da una famiglia borghese molto benestante, seppur disfunzionale, Sebastian organizza spesso feste a base di alcol e droga, dimostrando di essere una persona mentalmente instabile e spesso violenta, sia con se stesso che con gli altri.

Maja, innamorata di Sebastian, è la sua fidanzata: questa relazione la travolgerà in un vortice di emozioni ed eventi che la impantaneranno. Maja si comporta come se fosse caduta nelle sabbie mobili, da cui prende il titolo la serie.

Quicksand, la recensione

Già dalla scena di apertura capiamo che la matrice di Quicksand è il cardiopalma. Sentiamo cinque spari, poi vediamo alcune persone che scappano urlando. La telecamera passa in rassegna dei corpi sanguinanti: ci sembrano adolescenti in una scuola. Alla fine vediamo un proiettile, un fucile da caccia e una ragazza ricoperta di sangue ancora viva.

Quicksand è avvincente sia per la regia incalzante e delirante o statica- in base allo stato emotivo e tossico dei protagonisti- che per la scelta di raccontare la storia attraverso l’intersecarsi di due linee narrative: quella che si focalizza sul presente di Maja, fatto di solitudine, angoscia e disperazione all’interno del carcere e dell’aula di tribunale; e quella che si concentra sul passato e sugli eventi che hanno portato alla tragedia finale.

Maja è infatti sotto shock e ha rimosso gran parte dei particolari della tragedia: non sa neanche se è l’unica persona ad essere sopravvissuta o se ci sono altri superstiti. Ma, giorno dopo giorno, interrogatorio dopo interrogatorio, inizia a recuperare la memoria. E lo spettatore scoprirà di conseguenza l’accaduto, mettendo insieme i pezzi del puzzle della memoria della protagonista.

L’interpretazione di Hanna Ardéhn è semplicemente intensa.

Lo spettatore, attraverso le emozioni sul volto di Hanna e lo sguardo di Maja, entra nel mondo borghese dei protagonisti e impara che niente è perfetto come sembra. Scopre per esempio che in questo quartiere ricco di Stoccolma aleggia una sorta di intolleranza nei confronti degli immigrati. Samir, un buon amico di Maja, cerca di integrarsi nella società, ma Sebastian non fa che denigrarlo pubblicamente.

La serie stimola inoltre una riflessione sul ruolo dei media, su come possano avere un profondo impatto sull’opinione pubblica, influenzando le persone, il loro punto di vista e insinuando nella loro mente un pregiudizio difficile da abbattere. Se Maja sia realmente l’assassina i giornali e l’opinione pubblica l’hanno già stabilito prima ancora dell’udienza preliminare.

Netflix porta sulla sua piattaforma streaming una miniserie crime drammatica, adattata da Camilla Ahlgren – già sceneggiatrice di The Bridge – sorprendente, ben scritta, semplicemente coinvolgente.

Valeria de Bari

E per essere sempre aggiornati sulle nuove uscite consultate i nostri cataloghi.

Il pensiero di Polibio in pillole

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Biografia: chi è Polibio?

Nato a Megalopoli in Arcadia, Polibio fu un esponente di spicco della Lega achea, attraverso molte missioni militari e diplomatiche. Condotto prigioniero a Roma nel 168 a.C., dopo la vittoria di Lucio Emilio Paolo a Pidna, lo storico entrò nel circolo degli Scipioni e seguì Scipione l’Emiliano nelle sue missioni più importanti. Giunto in patria dopo il 146 a.C., si impegnò in un’opera di mediazione tra i suoi connazionali e i romani.

Le Storie: la storiografia di un greco a Roma

Le Storie, l’opera a cui Polibio dedicò tutta la vita, narravano in 40 libri il periodo storico compreso tra l’inizio della seconda guerra punica (220 a.C.) e la presa di Numanzia da parte di Scipione l’Emiliano (133 a.C.). Ci restano per intero solo i primi 5 libri, oltre ad ampi estratti dei libri VI-XVIII.

Il suo contributo è di estremo valore: con la sua prospettiva da straniero, infatti, riuscì a rappresentare gli usi e i costumi romani con stupore.

Un esempio può essere tratto dal quarto libro, in cui Polibio affrontò il tema dei funerali a Roma. Il funerale gentilizio era una complessa cerimonia che riguardava due momenti fondamentali: la processione che attraversa la città e l’elogio funebre.

«In occasione dei sacrifici pubblici i Romani espongono queste immagini e le onorano solennemente; quando muore qualche altro personaggio illustre della famiglia, le fanno partecipare alle esequie ricoprendone persone simili al morto nella statura e in tutta la taglia del corpo. […] così la fama degli uomini valorosi, continuamente rinnovata, è fatta immortale, mentre la gloria dei benefattori della patria viene resa nota a tutti e tramandata ai posteri».

Uno degli aspetti più inquietanti e sconvolgenti che uno spettatore della nostra epoca potrebbe affrontare è sicuramente l’uso delle maschere che riproducono le fattezze dei defunti (manco fossimo in un film di Hitchcock!). Questa caratteristica, in realtà, al di là dell’aspetto “macabro”, aveva una funzione sociale importantissima: saldare l’individuo alla sua stirpe, agli antenati che lo accolgono tra loro come protettore della famiglia. Il funerale romano è, dunque, un’esaltazione della continuità familiare, più che del defunto in sè.

Di queste cerimonie sicuramente le orazioni funebri costituiscono una delle fonti principali per i posteri. Queste orazioni, però, non erano molto affidabili: venivano infatti scritte più per l’elogio di una famiglia, che per la registrazione di fatti storicamente oggettivi. A darne conferma sarà poi lo stesso Cicerone (Brutus, 62):

«La storia di Roma è stata mistificata da questi discorsi; in essi infatti sono contenute molte cose mai accadute – trionfi inventati, consolati supplementari, infondate pretese sullo status di patrizi..

La teoria delle forme di governo

Nel libro VI lo storico finiva per giustificare l’imperialismo romano, mostrando agli occhi dei Greci come una dominazione inevitabile e legittima, prodotta da una inevitabile “superiorità”, attraverso la descrizione della costituzione mista:

«Come ho detto sopra, tre erano gli organi dello Stato che si spartivano l’autorità; il loro potere era così ben diviso e distribuito, che neppure i Romani avrebbero potuto dire con sicurezza se il loro governo fosse nel complesso aristocratico, democratico o monarchico.[…] »

Con queste parole Polibio apre un excursus sulle istituzioni politiche romane, analizzando la costituzione romana come “mista”: una costituzione che riunisce in sé caratteristiche del regno (consolato), dell’aristocrazia (senato) e della democrazia (tribunato della plebe). Questa sua peculiarità permette a Roma, secondo Polibio, di non essere soggetta al ciclo continuo che porta alla formazione, poi alla degenerazione, e infine alla sostituzione di una forma di governo con l’altra. Anche Platone parlò del processo ciclico delle forme di governo (Repubblica, libro 8°):

«Aggiungevi comunque che, se questa città è giusta, le altre sono sbagliate. E a quanto ricordo, dicevi che esistono quattro forme di governo, delle quali vale la pena di parlare per vederne gli errori, e quattro specie di uomini corrispondenti ad esse.[…]»

Il regno è la prima forma di governo in questo percorso ciclico perché, come dice lo stesso Polibio, «è opinione diffusa che il discendente di un uomo giusto debba comportarsi in maniera analoga al progenitore.» I discendenti del primo re, dopo qualche generazione, al contrario, abituati a ricchezze e privilegi, pur non avendo fatto nulla per guardagnarseli, cominciano a violare i diritti dei loro sudditi: si passa, dunque, alla tirannide.

A questo punto, le famglie nobili più coraggiose, grazie al consenso del popolo, abbatteranno il tiranno: è la nascita dell’aristocrazia. Anche in questo caso, però, i figli corrotti porteranno alla forma degenerata dell’aristocrazia: l’oligarchia.

Si verifica, dunque, un nuovo passaggio, come afferma Polibio:

«[…] non rimanendogli fiducia se non in se stesso, il popolo trasforma il governo da oligarchico a democratico e assume su di sè la cura dei pubblici interessi».

Infine, anche la democrazia degenera: è folla, col passare delle generazioni, è preda di demagoghi, finendo in una completa anarchia. La demagogia, dunque, fa ritornare allo stato di partenza: uno stato selvaggio e in preda al disordine, da cui si può uscire ristabilendo un regime monarchico.

Platone, però, ne prevedeva una quarta, la timocrazia: si tratta di un governo fondato sull’onore, che nasce quando i governanti si appropiano di terre e di case; a essa corrisponde l’uomo timocratico, ambizioso e amante del comando e degli onori, ma diffidente verso i sapienti. Inoltre, è importante sottolineare che, se Polibio aveva identificato tre forme di governo e tre forme patologiche, Platone, al contrario, aveva identificato una sola forma di governo corretta (l’aristocrazia dei filosofi) e quattro degenerate (timocrazia, oligarchia, demagogia e tirannide).

Oltre a ciò, bisogna dire che la tendenza ad evidenziare la degenerazione di un potere è una tendenza di tutta la letteratura greca, a partire da Esiodo (Opere e giorni) con il mito delle 5 età. La prima età è quella dell’oro, evidente allegoria di regalità, poichè gli uomini vivevano come gli dei:

Opere e giorni [vv.109-126]:

«Dapprima stirpe dorata di uomini mortali

crearono gli immortali, che hanno sull’Olimpo dimora.

Era il tempo di Crono, quando il dio regnava sul cielo.

Come dèi vivevano, il cuore ignaro del dolore,

del tutto al riparo dalla fatica e dal pianto, né li inseguiva

vecchiaia misera; il loro corpo era immune dal tempo,

gioivano nele feste, separati da ogni sciagura.

Morivano come colti dal sonno e per loro vi erano

beni di ogni genere; i campi fecondi portavano frutti

spontaneamente, con grande ricchezza; essi, sereni

e in pace, godevano dei loro doni, colmati di gioie infinite.

(Ricchi di armenti, cari agli dei beati.)

Allorchè la terra avvolse questa progenie,

essi divennero demoni, secondo il volere di Zeus grande,

nobili, sulla terra; custodi degli uomini mortali,

(essi vigilano sul giusto e l’iniquo

e si aggirano in ogni luogo, avvolti di tenebra,)

portatori di ricchezze: anche questo dono regale ricevettero.»

Dopo gli uomini dell’età dell’oro, a comparire sulla terra è la stirpe d’argento, affetta da una malattia di crescita. Una volta cresciuti, questi uomini si rivelano tracotanti verso le divinità; come punizione per il loro atteggiamento, quando muoiono, essi si trasformano sì in demoni, ma sotterranei. Successivamente giungono gli uomini di bronzo, metallo associato, nell’immaginario greco, alle armi del guerriero: si tratta infatti di combattenti pericolosi, violenti e fuori controllo. Si ha poi l’età degli eroi, un miglioramento della stirpe umana, che è dovuta, probabilmente, all’ammirazione diffusa per gli eroi omerici. Ora il poeta e i suoi contemporanei si trovano nell’età del ferro, caratterizzata dal senso del caos. Infine, è presente anche una profezia futura: Zeus porrà fine a questa stirpe.

Lorenzo Cardano

PaperDante, il fumetto omaggio all’ingegno del Sommo Poeta

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Il nome Dante Alighieri è forse uno dei più noti al mondo. A lui studiosi ed artisti ancora oggi chiedono ispirazioni, poiché considerato l’elemento di passaggio effettivo dal latino al volgare: insieme a Petrarca per la Poesia e Boccaccio per la Prosa, è considerato una delle Tre Corone della Letteratura Italiana. Lui, creatore di quella Commedia così Divina, da farci muovere tra le punizioni infernali fino al cospetto delle alte Sfere Celesti. Lui, che ha descritto con forza quasi ciceroniana., opere su temi civili (Convivio), politici (De Monarchia), filosofici (Quaestio de aqua et terra) e linguistici (De vulgari eloquentia).

Quest’anno ricorre il 700° anniversario della morte del Sommo Poeta fiorentino e già mille iniziative sono partite per rendergli omaggio e ricordare la sua Opera.

Tra coloro che hanno reso omaggio Poeta, c’è la Walt Disney che ha creato un fumetto inedito proprio su di lui, edito da Giunti Editore e intitolato appunto PaperDante, in vendita presso tutte le librerie dal 17 marzo.

Già in passato la Disney aveva reso omaggio a grandi personalità del passato, come Goethe, Strauss, Guthemberg e Stradivari (tutti con protagonista Pippo però); e a grandi opere della letteratura mondiale, in forma semplicistica o leggermente parodiata, come ad esempio I racconti di Top Sawyer o Paperin Furioso.

PaperDante è un omaggio al poeta fiorentino, narrante un suo periodo a noi poco noto in realtà, quindi su cui è facile poter fantasticare: la giovinezza, anzi la fanciullezza.

Ci viene narrato come è nata l’ispirazione della Commedia, di alcuni personaggi e, seppur in maniera romanzata, l’incontro con una piccola Beatrice. Non viene inserito nessun elemento parodistico: è una storia immaginata, quasi “da grandi”. Le allusioni alla vera vita di Dante Alighieri sono molte. Pensiamo al Maestro Brunetto, insegnante di PaperDante, che la famiglia va a salutare prima della partenza: come non collegarlo al vero Brunetto Latini, maestro autentico del vero Dante, che egli incontrerà nel Settimo Cerchio dell’Inferno (XV Canto per chi volesse rileggerlo).

Interessante la prefazione di PaperDante, dove sceneggiatori ed artisti ci spiegano, non solo com’è nata l’idea, ma anche come nasce un fumetto di questo genere.

All’interno del fumetto, poi, sono presenti due precedenti opere-parodia, tratte dall’Inferno dantesco, cioè L’inferno di Topolino e L’Inferno di Paperino.

Il primo fu una vera e propria sfida, dove lo sceneggiatore e il disegnatore crearono una forma d’inferno moderno, formato giovani. Gironi fatti di somari scolastici, arbitri venduti, professori zelanti ai limiti della pazzia, ma anche iracondi, avari e golosi; con al finale un Dante furioso, pronto a punire i “traditori massimi”. Il tutto accompagnato da vere leggende della Disney, come Dumbo, i Tre Porcellini, Paperino, Pippo, Gambadilegno, la Fata Turchina, il Drago Riluttante e molti altri

L’inferno dell’irascibile papero, invece, è più un sogno di civilità, dove un virgilioso Archimede guida Paperino in un viaggio dove sono puniti gli inquinatori, i burocrati amanti dei mille bolli, gli amanti della velocità (con pene peggiori per chi non rispetta lo stop) e dei frastuoni, senza dimenticare anche qui i golosi e gli avari.

Opere originali, soprattutto la prima, nonché divertenti ed istruttive, pensando alle altre due; che aiutano il mondo dei più piccoli non solo a “conoscer la prima radice” del genio indiscusso di Dante Alighieri, ma anche a rendere sempre più immortale colui che è riuscito a rendere ancora più divino “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Francesco Fario

Dantedì: 25 Marzo 2021

Màkari: terzo episodio, nulla di nuovo

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Continua Màkari, la serie; sembra andar bene con uno share del 26,5 %, più alto anche (menomale!) dell’Isola dei Famosi, e il più alto in generale tra le reti Rai. Saverio Lamanna ha conquistato cuori anche in questo terzo episodio: è solo un gioco. Che cosa è successo?

Terzo episodio, la trama

L’episodio si apre con un occhiolino alla signora delle tradizioni meridionali: il nostro assieme all’immancabile Piccionello sta facendo la passata di pomodoro in casa. Anche stavolta si gioca con gli stereotipi, forse in maniera non consapevole. Tutto procede per il meglio quando Saverio è avvisato della morte di un cugino, cugino di cui lui non ricorda niente e della cui morte sembra addirittura non interessarsi. E va bene che i due non si vedevano da trent’anni, come subito ci viene detto, ma la reazione di menefreghismo è forse resa con un po’ troppa enfasi. Non c’è nessuno tra voi, ci scommetto, che a vedere Saverio così poco empatico non abbia storto il naso.

Fatto sta che, convinto dal padre, decide di recarsi al funerale: è morto in un incidente d’auto ma, che ve lo dico a fare, il nostro investigatore-scrittore-giornalista capisce, non si sa bene come, che non è solo questo. Il cugino giocava a calcio, era un capo-cannoniere provetto e Saverio viene invitato a giocare una partita in memoriam: è il punto di inizio delle sue…indagini? Le sue intuizioni si rivelano corrette e ben altro viene smascherato dietro la parvenza di un semplice incidente. Vi ho incuriosito abbastanza?

Lo sviluppo dei personaggi

Il brutto delle mini-serie è che iniziano e finiscono l’attimo dopo, forse è per questo che nella trama sembrano esserci delle forzature. Oltre lo sviluppo della trama, mi soffermerei un momento sui personaggi. Sono personaggi, passatemi il termine, minimi, al limite del tipo.

Saverio nei primi due episodi sembrava non aver alcuna profondità: sì, molto arguto, brillante, un po’ nostalgico ma non avremmo saputo dire un aggettivo che lo classificasse nella sua interiorità. In questa terza puntata uno sviluppo c’è: le indagini sul cugino diventano un pretesto per scavare nel passato della sua famiglia, lo vediamo commuoversi, intristirsi, diventare pesante, dove pesante è da intendersi con un suo spessore. Anche qui però tutto avviene in uno spazio ristretto ed è quasi superficiale. Non è lo stesso per Piccionello che rimane bidimensionale: conferma il suo ruolo di elemento comico ma nient’altro sulla sua figura.

Suleima funziona solo in relazione al suo rapporto con Saverio: così come è arrivata due episodi fa, adesso riparte verso Milano dove gli hanno offerto un’opportunità di lavoro. Su chi sia la ragazza, cosa provi e che faccia fuori dalla Sicilia abbiamo due parole in croce. L’episodio si chiude con i due che si salutano all’aereoporto: non sappiamo se Suleima tornerà per restare o per lasciare Saverio in definitiva.

Serena Garofalo

Le foto presenti nell’articolo sono per gentile concessione dell’ufficio stampa Rai

I racconti di Salvatore Di Gigli, uno spaccato di umanità

Esce il nuovo libro di racconti di Salvatore di Gigli Santi, briganti, passanti. Storia di gente comune e di gente non comune edito da Kinetès edizioni che ha pubblicato i lavori dei vincitori del Premio Letterario Internazionale AnticaPyrgos.

Di Gigli, decretato vincitore della sezione racconti brevi del Premio da una autorevole Giuria presieduta da Antonio Veneziani, è un autore già conosciuto nel panorama letterario.

Nel 2012 pubblica il suo primo romanzo, Testimoni Oculari; successivamente Il Vangelo maledetto, 2016 (Premio Scrittori con Gusto dell’Accademia Res Aulica di Bologna) e L’innocenza depredata, 2018, noir psicologico che affronta il problema della sessualità in ambito religioso.

Santi, briganti, passanti. Storie di gente comune e non comune sono otto racconti brevi proiettati su argomenti vari.

Dalla storia di ascendenza biblica lo scrittore si trasferisce in ambiti contemporanei che riguardano la quotidianità per sorvolare poi su argomenti storici di grande fascino come la storia della brigantessa Michelina Di Cesare.

Quest’ultimo racconto è stato definito dal critico e filologo Salvatore Nigro un racconto che andrebbe letto e studiato nelle scuole di scrittura.

Particolarmente curato nella veste editoriale grazie all’impegno della giovane ma promettente Kinetès, casa editrice spin-off dell’Unisannio, il libro riporta in auge l’importanza del racconto come filone stilistico che soprattutto in America sta vivendo un momento di grande attenzione; auspichiamo che lo stesso avvenga in madrepatria.

I racconti di Di Gigli vanno letti lentamente, soprattutto quando si giunge alle ultime righe. Queste possono trasformare, non solo il valore intrinseco in tutto il narrato, ma persino l’aura che lo avvolge.

La preziosità del racconto breve si rivela come un esercizio di scrittura vera e consapevole attraverso epoche e situazioni che può regalarci spaccati di realtà surreali o prosaici dimostrando che la natura umana può riscattare la sua condizione o rimanere fatalmente incastrata nell’arco di un respiro, come scrive la nostra redattrice Antonella Rizzo, prefatrice del libro.

Dai Podcast a Clubhouse: ecco dove “ascoltare” la Cultura

Il 2021 è l’anno della voce. Si capisce abbastanza dal fatto che i podcast sono sempre più apprezzati, come anche gli audiolibri. Dulcis in fundo è arrivato anche Clubhouse. Per la microeditoria è il momento di far sentire la propria voce e noi di CulturaMente non potevamo ignorare questo richiamo.

Abbiamo quindi preso da parte il nostro speaker Francesco Fario e lo abbiamo messo a sfornare dosi di podcast su Spreaker e Spotify. Poi abbiamo preso Alessia Pizzi e abbiamo deciso che poteva raccontare tutto quello che succede su CulturaMente in una audio newsletter in formato podcast. Perché il 2021 è anche l’anno delle newsletter. E poi, ovviamente, è arrivato anche il momento per Clubhouse: così V & V, Valeria de Bari e Veronica Bartucca, sono state pronte ad accogliere questa sfida. Se siete alla ricerca di podcast gratis o di una scusa per ricevere un invito su Clubhouse, eccoci qui per voi. Partiamo dall’ultimo?

Clubhouse

Noi Spacciatori di Cultura capiamo il valore di ogni nuova piazza e abbiamo deciso di aprire il Club di CulturaMente su Clubhouse, per fornirvi la vostra dose di cultura anche su questo nuovo social network.

Se avete iOS come sistema operativo sul vostro cellulare scaricate la versione Beta dell’App di Clubhouse: Drop-in audio (è quella con un volto in bianco e nero come icona) e iniziate a seguire il nostro Club, in modo tale da ricevere le notifiche sui nostri prossimi appuntamenti.

Non sapete come funziona il nuovo social? Leggete il nostro articolo di approfondimento su Clubhouse e non perdete, di seguito, il nostro calendario editoriale con data e argomento.

Nelle puntate precedenti

Lunedì 15/02/2021Serie antologiche: in arrivo Soulmates su Prime Video
Martedì 16/02/2021Disney-Pixar: i film d’animazione che hanno vinto l’Oscar
Mercoledì 17/02/2021Musica indie: e tu che canzone hai dedicato al tuo ex?
Giovedì 18/02/2021Serie tv al femminile: Fleabag e dintorni
Venerdì 19/09/2021Televisione: lo story telling di Maria De Filippi
Lunedì 22/02/2021Film cult: ha ancora senso vedere e leggere Via col Vento?
Martedì 23/02/2021Audrey Hepburn: icona femminile a Hollywood e non solo
Mercoledì 24/02/2021Rocketman e dintorni: i biopic sulle vite degli artisti
Giovedì 25/02/2021Piccole donne: dal libro agli adattamenti
Venerdì 26/02/2021Live action Disney: da Maleficent al nuovo Crudelia!
Martedì 02/03/2021Sanremo totocanzoni: voi su quale puntate?
Giovedì 04/03/2021Wandavision: cosa vi aspettate dall’ultima puntata?
Martedì 23/03/2021Oscar 2021: (s)parliamo dei nominati!
Giovedì 25/03/2021Puntata Speciale: Oscar 2021: (s)parliamo dei nominati parte 2!
Martedì 30/03/2021Uno, nessuno, centomila Jim Carrey: voi quale preferite? 
Martedì 06/04/2021Il romanzo: parliamone con Emiliano Dominici!
Martedì 13/04/2021Oscar nella storia: top e flop! 
Giovedì 15/04/2021Oscar nella storia: top e flop! pt.2
Giovedì 22/04/2021Oscar nella storia: top e flop! pt.3
Martedi 20/04/2021Nostalgia anni ’90: qual è la vostra canzone preferita? 
Martedi 27/04/2021Oscar 2021: commentiamo la serata!
Martedi 04/05/2021Street art: ne parliamo con Alice Pasquini!
Martedi 11/05/2021The social dilemma: i social condizionano la vostra vita? 
Martedì 18/05/2021 Tempo sospeso: la vita in comunità
Martedì 25/05/2021Da The Father a Wonderwoman: tutte le uscite al cinema del weekend!
Lunedì 31/05/2021Melodia per anime spezzate: ne parliamo con l’autrice Sara Carli!
Lunedì 08/06/2021Esami di stato: entra e raccontaci i tuoi!
Martedì 15/06/2021Diversamente liberi: ne parliamo con l’autrice Luisa Pitocchelli!
Lunedì 21/06/2021Cinema gay: come ha affrontato l’omosessualità la settima arte?
Martedì 29/06/2021Marvel cinematic universe: la guida ai film e alle serie!

Proponi una stanza

Vuoi proporre una stanza? Lasciaci un commento qui sotto! Ultimamente stiamo facendo anche delle interviste su Clubhouse.

I Podcast di CulturaMente

Backstage: audio dose di cultura

Backstage è la rubrica sul mondo del cinema e del teatro curata da Francesco Fario, nostro attore, speaker, doppiatore, regista e soprattutto rompiscatole. La trovate sia su Spreaker che su Spotify.

Cultura e Menta

Le Spacciatrici di Cultura Valeria de Bari e Veronica Bartucca dialogano su temi attuali per offrire il punto di vista di una Millennial a confronto con quello di una figlia della Gen Z.

La Dipendenza: podcast newsletter

Questo è stato davvero un esperimento gradito a molti lettori e lettrici: siamo felici di vedere che gli iscritti sono aumentati con la audio newsletter in formato podcast. Puoi leggere e ascoltare La Dipendenza letta dalla nostra Alessia Pizzi su Substack: periodicamente ospitiamo professionisti del settore per farci raccontare la dose di cultura di cui non possono fare a meno. Puoi ascoltarla in tutti i momenti della giornata, anche quando sei in bagno… noi non ci offendiamo!

Postumi Letterari Bookclub

Ogni mese Federica Crisci legge un libro: falle compagnia. Qui trovi il calendario di tutte le letture: a fine mese ti aspetta una video recensione oppure una live a cui partecipare come nostro ospite. Dulcis in Fundo, abbiamo trasformato le recensioni in podcast così potrai ascoltarle in ogni momento della giornata.

Cultura sostenibile

Grande protagonista del nuovo podcast, Cultura Sostenibile, è l’ambiente. I temi chiave che saranno affrontati nel corso delle diverse puntate spazieranno dalla presenza della natura nell’arte pittorica alla land art come testimonianza della grandezza del pianeta che ci ospita, arrivando anche a sensibilizzare chi ci ascolta rispetto alle tematiche più che mai attuali di rispetto dell’ambiente e lotta ai cambiamenti climatici. L’importante è meravigliarsi attraverso la bellezza di tutto ciò che ci circonda! Stay tuned!

La Redazione di CulturaMente

“WandaVision”: la prima serie tv Marvel da non perdere

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L’universo Marvel continua a riempirsi di storie portando gli spettatori a conoscere sempre meglio i personaggi che ne fanno parte.

E non lo farà più solo attraverso pellicole cinematografiche, ma anche con serie tv disponibili sulla piattaforma streaming DisneyPlus. La prima, andata in onda a partire dal 15 gennaio 2021, è stata WandaVision. Questa miniserie in 9 episodi è dedicata a Wanda – che ora è possibile chiamare Scarlet Witch visto che la Disney è proprietaria della Fox – e a Vision, il suo compagno.

Entrambi i personaggi sono comparsi per la prima volta Avengers: Age of Ultron; hanno commosso il pubblico con la loro storia d’amore venuta fuori soprattutto in Infinity War e ora tornano come protagonisti di uno show a loro dedicato. In senso letterale. Perché WandaVision non è solo la serie tv che potete guardare su DisneyPlus, ma anche una serie che guardano i personaggi nel telefilm stesso.

WandaVision: la trama

Chi guarda la prima puntata di WandaVision potrebbe rimanere alquanto sconcertato. A parte ritrovare Vision vivo, tutto appare alquanto sconcertante. Sembra di essere in una sitcom anni Cinquanta con tanto di sigla a tema. Wanda e Vision sono una coppia che si è appena trasferita a Westview dopo il matrimonio e cercano di integrarsi nella comunità nascondendo i loro poteri magici. Ma qualcosa non va. I due non sembrano ricordare molto del loro passato e il tempo trascorre in maniera alquanto bizzarra.

Man a mano che gli episodi vanno avanti, cambiano gli anni d’ambientazione. Si passa agli anni Sessanta, poi Settanta, Ottanta, Novanta fino ad arrivare ai Duemila. Cambiano le sigle, cambia il modo di recitare e di muoversi degli attori e delle attrici. E cambia anche la situazione. Piano piano tutte le domande troveranno risposta e si capirà che non tutto è come sembra e che quella che sembra una realtà idilliaca non lo è affatto.

Una storia sulla perdita

WandaVision è un esperimento riuscito e coinvolgente. Non solo ripercorre la storia della televisione americana dagli anni Cinquanta al presente, ma vi integra all’interno la storia di due personaggi della Marvel prima lasciati sullo sfondo.

Lui è un’intelligenza artificiale senziente, lei una mutante dai grandi poteri. Il loro amore nasce in un momento delicato per Wanda che ha perso il fratello dopo essere rimasta orfana. Vision diventa per lei un’ancora a cui aggrapparsi. Un rifugio fatto d’amore e di comprensione. Tuttavia, si sa che non ci si può nascondere per sempre e che il dolore trova sempre un modo per farsi vivere. Wanda perde anche Vision e nel peggiore dei modi, come sa chi ha visto Infinity War. Perché è lei stessa a doverlo uccidere per impedire a Thanos d’impossessarsi della Gemma della Mente. Sacrificio reso vano da Thanos stesso che riesce a portare indietro il tempo (grazie alla Gemma del Tempo) e a prendere la pietra uccidendo nuovamente Vision davanti agli occhi della donna.

La Wanda che noi ritroviamo in questa serie è quella del post-Endgame, una donna distrutta dal dolore che deve imparare a convivere con la perdita. Il modo in cui lo fa è quello tipico della maggior parte degli esseri umani: inizialmente c’è la negazione. Inconsapevole, per di più. Scarlet Witch ricostruisce una realtà da sogno in cui le è data la possibilità di vivere la sua storia d’amore nella maniera più convenzionale possibile: matrimonio, figli, vita sociale di quartiere. In questo modo non c’è solo il rifiuto di ciò che è successo, ma anche di ciò che si è. Non c’è più l’eroina che ha salvato il mondo, ma una casalinga felice di esserlo. Potrebbe sembrare quasi un messaggio confusionario per chi vive nel XXI secolo. Una donna che preferisce essere moglie e madre piuttosto che abbracciare la sua potenza e il suo vero Io. Ma la vera domanda da porsi è: che senso ha avere i superpoteri se non riesci a proteggere le persone che ami? Perché essere “speciale” se questo significa essere sole?

Sono le domande tipiche delle situazioni di sofferenza. Quando si vorrebbe negare tutto ciò che è accaduto e si preferisce ritirarsi nelle fantasie e nell’idealizzazione di ciò che potrebbe essere, ma che non sarà.

Poi arriva il momento in cui bisogna affrontare il dolore

Arriverà anche per Wanda il momento di capire che la sua fuga dal dolore non può essere permanente anche perché la sua illusione si ritorce contro gli abitanti di Westview. Nel confronto con la strega Agnes, il suo alter-ego oscuro, Wanda ripercorrerà le radici della sua sofferenza per venirne a capo. Solo così potrà scoprire la vera forza dei suoi poteri, ma sopratutto potrà rinunciare all’illusione per ritornare alla realtà. Wanda alla fine abbraccerà la sua natura eroica e capirà molto meglio il senso di alcune parole pronunciate da Vision molti anni prima:

“Che cos’è il dolore se non l’amore che persevera?

Non c’è nulla di più eroico del rinunciare ai propri desideri non tanto (e non solo) per gli altri, ma per noi stessi. Perché spesso ciò che desideriamo per quanto sembri farci bene, in realtà ci sta trattenendo dal realizzarci. Wanda perde suo marito, i suoi figli, ma trova se stessa. Perché non ha senso avere queste cose se non si riesce a essere autentici, se per continuare su quella strada si deve perdere ciò che ci rende quello che siamo. Wanda diventa una vera eroina alla fine della serie. Non solo perché salva la situazione, ma perché riesce nel viaggio e nel percorso più difficile di tutti: conoscere e amare se stessa.

Meno azione e più dialogo

Per essere una serie tv dell’universo Marvel, WandaVision ha pochissime scene d’azione. Esse sono presenti soprattutto nell’ultima parte della serie, quella in cui ci avviciniamo ai giorni nostri e ci ricolleghiamo alla storia. Viene lasciato molto più spazio al dialogo che ci consente di conoscere meglio i personaggi. D’altra parte, l’anima di questi film sta negli eroi e nelle eroine di cui trattano. La maggior parte delle persone si affeziona alle loro storie, non solo al modo di combattere o alle armi di cui sono dotati.

Il pubblico sarà molto felice di ritrovare altri personaggi già visti. Tra questi c’è Darcy, la stagista di Jane, già vista in Thor che allieta la storia con il suo umorismo.

La scrittura è ben curata, proprio come le ambientazioni che ripercorrono look, design e stili dei vari decenni dagli anni Cinquanta a oggi. I cliffhanger finali lasciano sempre il pubblico con il fiato sospeso e hanno generato un grandissimo dibattito tra i fan. Le interpretazioni di Elizabeth Olsen (Wanda) e di Paul Bettany (Vision) sono eccellenti, ma notevole è anche Kathryn Hahn nel ruolo di Agnes. L’unica pecca è che non credo sia godibile per chi non conosce il mondo Marvel. Troppi sono i riferimenti al passato.

Il nuovo esperimento della Marvel può dirsi sicuramente riuscito. Queste storie stanno diventando parte di un mondo sempre più grande e accattivante e sono sempre più interconnesso. È probabile che quanto abbiamo visto in questi episodi tornerà in altre produzioni legate ad altri eroi o eroine. E se questo è il personaggio di Wanda, possiamo dire che non vediamo l’ora!

Federica Crisci

Come usare al meglio i droni

I droni, ormai, fanno parte della nostra vita quotidiana. A un matrimonio, a un evento oppure semplicemente al parco, è molto semplice imbattersi in questi oggetti che riescono a trovare delle angolature e regalarti dei paesaggi niente male.

Infatti, con la possibilità di poter vedere tutto dall’alto, potrai immortalare un momento particolare o uno spicchio di montagna che mai ti saresti immaginato di vedere.

Ovviamente, come per tutti i prodotti tecnologici, il risultato finale dipende dall’uso che se ne fa. E, quindi, è necessario seguire alcuni consigli. Eccoli

Farsi seguire da esperti

Questo è il primo punto. Forse il più importante. Ci sono diverse scuole che ti insegnano a guidare un drone e, prima di recarti presso un operatore autorizzato per il noleggio droni a scegliere quello che fa al caso tuo, è importante che possa seguire prima degli esperti.

Anche magari guardandoli soltanto come riescono a fare delle acrobazie niente male o, comunque, farli volare leggeri nell’aria.

Guardando s’impara, dice un vecchio detto. Nel caso del drone, è esattamente così. Anche perché, poi, guardando i più esperti cosa fanno ti viene voglia di replicare e fare gli stessi movimenti.

Fare gli esercizi giusti

Saper guidare un drone è come giocare una partita dopo che ci si è allenati. Nel senso che, per farsi trovare pronti a un match, è fondamentale tenere sotto tiro tutto e provare durante il training le tattiche e i colpi giusti.

Ebbene, porta questo discorso nel drone. Prima di cimentarti nei parchi o negli eventi per mostrare a tutti quanto sei bravo a guidare il drone, è fondamentale che tu segua una pratica di allenamento giusta, facendo gli esercizi più adatti. Che ti consentano, insomma, di guidare al meglio questo oggetto.

Più ti proverai e più sarai in grado di poter fare tutte le acrobazie desiderate.

Rispettare le regole

Se pensi di poter guidare il drone ovunque e poter filmare/fotografare qualsiasi persona, sei completamente fuori strada. Avere un drone non è certamente uno scherzo e, anzi, ci sono delle leggi severe da rispettare.

Cominciando proprio da quella relativa alla privacy. Infatti, non puoi ovviamente immortalare il viso delle persone che passano ovunque ti trovi. E, anzi, non puoi ‘abbassare’ di troppi metri il tuo drone.

Non stiamo qui a dirti le misure precise ma sappi che prima di divertirti nei pieni spazi pubblici, devi comunque conoscere la legge per non incappare in multe salate.

Inoltre, non tutti possono guidare tutti i tipi di drone. Infatti, c’è una sorta di patente da conseguire con anche degli esami da affrontare. Soltanto superando tutto questo, potrai essere libero di guidare il drone che vuoi.

Senza dimenticare che, comunque, ci sono delle aree dove il drone non può assolutamente passare, indipendentemente dall’altezza. Ad esempio, nelle aree militari o estremamente riservate non puoi divertirti con il tuo drone.

Insomma, sembra un gioco ma alla fine non lo è. A meno che tu non sia un esperto. Non soltanto per quanto riguarda la guida. Ma anche sui regolamenti da conoscere a memoria.

“Uno più uno fa uno”, la poesia come eroina d’amore

Come onde che emergono dal mare la poesia di Valentina Casadei si spande nel nostro animo, creando cerchi concentrici di bianco e nero. Il nero delle paure non dette e il bianco delle speranze.

Siamo alberi e mare. La natura ci permea e ci spiega l’animo e l’amore. Siamo una donna magra che si specchia e si conosce, le ansie non sono nel corpo che si arrende all’animo ma che resiste. Metafore chiare ci spiegano gli stati fluttuanti dell’animo, le paure e le decisioni non prese. Il mondo naturale è la tavolozza da cui si traggono le forme per spiegare la nostra psicologia, quella dell’autrice, quella di una donna che scava nell’immaginario naturale per capirsi.

“Le foglie toccano il suolo” e generano poesia, aggiungo io, le foglie dei versi ci nutrono di immagini e metafore.

E, io, lettrice divengo albero con lei e onde di parole. Casadei è una donna giovane che si cerca. A volte divide il mondo in bianco e nero per dirci che la razionalità matematica non spiega la vita ma l’intossica: nulla è bianco e nero e 1+1=1, come indica il titolo del libro e una delle sue poesie più belle.

La natura e l’animo non hanno una voce matematica di galileiana memoria. Hanno la voce che l’autrice impone loro e quella della loro ribellione, come quando le onde scagliano frecce per cancellare le sue parole. Chi sono? Quali immagini mi aiutano a capirmi? Chi è colui che amo? Cosa è l’amore? E perché esistono i muri che distruggono la comunicazione? Queste sono le domande che emergono come spari in un vuoto assordante.

La poesia parla di poesia in questo libro: piange lacrime di mare e si confonde con la natura. Valentina diviene cielo, mare e nuvole, ma soprattutto, radici di se stessa.

Gli affetti cari si ricordano negli oggetti, come la coperta della nonna, le problematiche del suo animo e gli screzi con il suo amato, si risolve vicino alla canzone del mare: il mare avvolge e ci sostanzia. La voce delle onde ricorda a Valentina l’indipendenza nel dolore e la voglia di essere. Il mare e le radici sono gli elementi che inquadrano la poetica di Valentina in un moto perpetuo di essere e volere, di cercar di essere e di cercar di volere. La vita comune, ordinaria, di tutti i giorni non viene esclusa da questa raccolta: il lavoro alla posta, le fragole a sconto, la pizza, ballare e i litigi, il non comprendersi – come se i due innamorati fossero circondati dal vetro delle loro paure – sono sempre i protagonisti. Tutto viene avviluppato dal velo della poesia che rende l’ordinario speciale, magico.

Il soffio del mare rompe i vetri, anche quelli resistenti, e ricongiunge l’io con l’io, l’amato e l’amata. La poesia fa parte della vita in questa silloge. Si potrebbe azzardare e dire che equivale alla vita stessa? Senza poesia non ci sarebbe comprensione della vita, questo sicuramente. I versi snocciolano i pensieri e le paure e li chiariscono a Valentina che mi immagino guardare stupefatta le sue parole, come una donna guarda la sua anima attraverso lo specchio.

Voi lettori e lettrici come vi guardate dentro? Come capite chi siete?

Valentina scrive; forse lascia i suoi segni ovunque, su ogni pezzo di carta, scontrino e biglietto del treno. Sono parole che chiariscono e costruiscono la sua essenza, che trasformano il mondo nel suo sguardo: tutto in questa silloge rispecchia l’animo; la vita diviene un ibrido fra esserci e guardarsi e la natura parte di noi grazie al medium delle parole. il mondo perde il suo lato oggettivo, che non ha mai posseduto per intero, per trasformarsi nell’angolo del non detto, del desiderato e della poesia, lo specchio ibrido e sporco dei sogni e delle paure.

Leggete questo libro breve e intenso se volete sapere come la natura e la poesia divengono uno e tanti, come voci dello stesso attore e maschere della stessa attrice. E se non ne volete sapere di poesia, leggete i versi di Valentina comunque: vi donano immagini care, personali e universali. Tutti ci siamo sentiti alberi e abbiamo parlato con il mare, ascoltato la sua canzone e scansato le sue frecce. Tutti ne siamo stati anche colpiti. Penso. Forse è il mare che distrugge i muri che delimitano i nostri confini e non ci fanno essere parte dell’amore. Forse sono i nostri ricordi che ci proteggono dalle insicurezze, ma forse bisogna solo essere rami per incorniciare il nostro spazio di cielo.

Finiamo con le parole di Valentina:

“Sono quercia:

Le radici nella miseria

Vecchi uccelli neri

Gracchiano sulle mie fronde.”


Valentina Casadei, Uno Più Uno Fa Uno | POETRY | Edizioni Ensemble, 2020

Barbara Gabriella Renzi