Tempo sospeso: il reportage fotografico sulla vita di comunità a cura di Francesca Sorge

reportage fotografico lockdown

Il reportage fotografico di Francesca Sorge sarà esposto a Milano presso il Tempio del futuro perduto.

Sarà possibile visitare la mostra tutti i giorni dalle 10:30 alle 19:00 a partire dall’otto Maggio.

Tutte le foto sono state scattate durante il primo e durissimo lockdown, quello del 2020, all’interno di Associazione Caf, una comunità residenziale per minori (dai 3 ai 12 anni) che sono stati vittime di maltrattamenti e abusi.

Francesca, oltre a essere una redattrice di CulturaMente, è anche un’educatrice della comunità. Il lavoro la nobilita ogni giorno perché quotidianamente lei, e gli educatori come lei, si occupano di chi non può contare sulla propria famiglia.

Fuori piove e fa freddo: le minime sono diminuite ancora questa settimana anche se, in realtà, dovrebbe già essere primavera. Sia io che Francesca siamo in zona rossa e ovviamente non possiamo incontrarci per questa intervista. Ci sentiamo telefonicamente, con una normalissima chiamata. Le dico che sono stufa di call e video call, quelle già le faccio quotidianamente nelle mie ore di smart working.

Anche lei preferisce fare delle chiacchierare “alla vecchia maniera”.

Francesca qual è il contesto socio-temporale del reportage?

Da noi in comunità il tempo si era fermato già dal 23 febbraio. In Associazione Caf si è capita subito la gravità dell’epidemia e già da allora sono state predisposte misure di isolamento. È dal 23 febbraio che abbiamo avuto una nuova routine. Noi educatori siamo diventati animatori, inventori di giochi, improvvisatori teatrali, esperti di informatica e videochat, preparatori atletici, ballerini.

Come è nato questo progetto? Come ha preso vita? Come ti è venuta l’idea?

Durante il primo lockdown, ogni educatore ha messo a disposizione le proprie competenze per riempire i pomeriggi lunghi e vuoti dei bambini di comunità. Io ho scelto di tenere un corso di fotografia portando in turno la mia umile reflex. Da quel giorno è nata una serie di scatti fotografici che custodisco gelosamente (magari per una prossima mostra, chissà) e ho iniziato così, anche con i bambini, a documentare la sospensione di quel tempo che trascorrevamo, la sua lentezza e il suo carico.

Ci sono state delle difficoltà (organizzative, emotive, relazionali) nella realizzazione?

Non ho mai riscontrato difficoltà se non quella delle emozioni che sentivo mentre coglievo l’attimo: l’immagine che rimbalzava dal monitor della reflex a volte era di gran lunga più impattante di quello che vedevo nella realtà con i miei occhi. Il Caf si è sempre mostrato sensibile e interessato a questo progetto così come verso tutte le occasioni utili a sensibilizzare la tematica della vita di comunità (e non solo).

E i protagonisti del progetto? Come l’hanno presa i ragazzi della comunità?

I bambini della comunità erano felicissimi di prender parte a un progetto bellissimo ma quasi tutti gli scatti sono stati effettuati a loro insaputa proprio per poter cogliere il vero, l’autentico.

Nelle foto si vede uno spazio ludico bellissimo. Qualcuno potrebbe affermare che almeno questi ragazzi avevano a disposizione un giardino, al contrario di molti loro coetanei. Voglio fare l’avvocato del diavolo e lanciarti questa superficialissima provocazione.

Baratteresti un giardino per avere del tempo da trascorrere con la tua famiglia? Che se ne fanno di un giardino se sono stati sottratti ai loro affetti? A loro mancano i genitori, sempre, e durante il primo lockdown la nostalgia era amplificata dal fatto che non avevano la possibilità di recarsi in vista per vederli (la cadenza delle visite è decretata dal giudice,
mediamente varia da una a due volte al mese).

L’aria che si respirava era di forte responsabilità per noi educatori: eravamo le uniche persone che potevano entrare in comunità e avere un contatto con loro. Chiamiamolo contatto… non potevamo neanche abbracciarli!

Deve essere stata dura per voi e per loro. Ti faccio una domanda più tecnica: come mai hai scelto il b/n?

La scelta cromatica è stata fatta in un secondo momento. Le giornate trascorse all’interno mi sembravano tante diapositive in bianco e nero. Un po’ si somigliano l’una con l’altra, non trovi? Ho voluto eliminare gli altri colori per far arrivare maggiormente la sofferenza, la tristezza e la pesantezza di quelle giornate trascorse in un tempo immobile: come vedi ci sono diversi scatti in cui i bambini sono sospesi.

Sì, ma per una questione di privacy non hai potuto fotografare i volti? Come si comunica un’emozione se non si può contare sull’espressione su un viso?

Certo, per privacy non è possibile ritrarre nessun volto… Ma credo fortemente che l’emozione non è legata soltanto al viso, agli occhi o a un sorriso. Anche un oggetto può catturare la nostra attenzione ed emozionarci.

Hai ragione. La mia foto preferita rappresenta proprio degli oggetti, ovvero delle biciclette parcheggiate. Mi è sembrata un’ottima immagine per esprimere la metafora delle nostre vite letteralmente parcheggiate durante il lockdown. Ho colto il senso?

Direi proprio di sì! Quella foto rappresenta uno stop. Una fermata. Obbligatoria ma non necessaria. E fermarsi, annoiarsi, per i bambini che vivono in comunità è la cosa più difficile. Riecheggiano e incombono in loro improvvisi ricordi, le urla, le violenze subite. Pensa a quanto sia stato doppiamente difficile per loro vivere il lockdown. Parcheggiati così, contro un muro senza sapere quando poter rimettere i piedi su quei pedali e tornare a vivere. E la cosa più triste è che, dopo un anno, quelle bici sono ancora parcheggiate lì.

Questo pensiero è tutt’altro che confortante. Tutti speriamo di poter riprendere a vivere il prima possibile e che i bambini possano riconquistare il proprio spazio e il tempo… Quale è la tua fotografia preferita e perché?

La mia fotografia preferita è quella del mio collega Matteo. Ho scattato quella foto a termine di uno dei tanti pomeriggi trascorsi a giocare a calcio con i bambini. Faceva tanto caldo ma non potevi fermarti con loro, non potevi arrenderti e dovevi concederti sempre. I bambini hanno solo te nelle loro giornate.

Matteo, seduto a terra, era sfinito, inerme, stanco e in quell’attimo ho catturato la resa. Vivere in comunità in lockdown rappresentava vivere in una bolla d’aria dove l’orologio ti serve solo per scandire gli orari dei pasti. E lì Matteo aveva appena comunicato che era ora di lavarsi perché era pronta la cena. Si è concesso cinque minuti di respiro per poi ricominciare. Una pausa in un tempo sospeso.

Qual è l’obiettivo del reportage?

Dare un messaggio di speranza. Per quanto abbiamo dovuto caricarci di questo isolamento, lo sentiamo solo nei nostri arti e non nel nostro cuore perché quello no, quello non puoi metterlo in quarantena. Non resta altro che aspettare. I bambini conoscono bene il significato dell’attesa: c’è chi aspetta una famiglia affidataria, chi una visita, chi una telefonata che tarda ad arrivare, chi il rientro a casa. Ora l’attesa è più lunga e più grande perché appartiene al mondo. Ma i bambini tengono duro, per la prossima uscita al parco sapranno aspettare. E noi con loro.

Valeria de Bari

Nel lockdown non sono nati solo progetti fotografici ma anche musicali.

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