Quicksand (Störst av allt): la recensione della serie tv Netflix

Quicksand recensione Netflix

Basata sul romanzo best-seller Störst av allt (Sabbie mobili) di Malin Persson Giolito, Quicksand è una serie tv svedese di genere drammatico messa in scena da Pontus Edgren e Martina Hakans.

Quicksand, la trama

In seguito a una sparatoria in una scuola di Stoccolma, Maria Norberg, per gli amici Maja, una studentessa trovata sul luogo ricoperta di sangue e in stato di shock, è arrestata con l’accusa di omicidio. Una volta portata in carcere, Maja è messa in isolamento e non potrà avere nessun tipo di rapporto con le altre detenute. Gli unici e rari contatti umani che Maja può “coltivare” sono quello con la guardia e quello con il suo avvocato, che l’assiste nel corso dei ripetuti e sfiancanti interrogatori portati avanti dalla detective Nilsson. La protagonista ha rimosso gran parte dei suoi ricordi, tanto che la ricostruzione della dinamica del massacro, almeno in un primo momento, risulta impossibile.

Il focus delle domande inquisitorie dell’ispettore diventerà il rapporto della studentessa con un ragazzo di nome Sebastian, una delle vittime della sparatoria. Proveniente da una famiglia borghese molto benestante, seppur disfunzionale, Sebastian organizza spesso feste a base di alcol e droga, dimostrando di essere una persona mentalmente instabile e spesso violenta, sia con se stesso che con gli altri.

Maja, innamorata di Sebastian, è la sua fidanzata: questa relazione la travolgerà in un vortice di emozioni ed eventi che la impantaneranno. Maja si comporta come se fosse caduta nelle sabbie mobili, da cui prende il titolo la serie.

Quicksand, la recensione

Già dalla scena di apertura capiamo che la matrice di Quicksand è il cardiopalma. Sentiamo cinque spari, poi vediamo alcune persone che scappano urlando. La telecamera passa in rassegna dei corpi sanguinanti: ci sembrano adolescenti in una scuola. Alla fine vediamo un proiettile, un fucile da caccia e una ragazza ricoperta di sangue ancora viva.

Quicksand è avvincente sia per la regia incalzante e delirante o statica- in base allo stato emotivo e tossico dei protagonisti- che per la scelta di raccontare la storia attraverso l’intersecarsi di due linee narrative: quella che si focalizza sul presente di Maja, fatto di solitudine, angoscia e disperazione all’interno del carcere e dell’aula di tribunale; e quella che si concentra sul passato e sugli eventi che hanno portato alla tragedia finale.

Maja è infatti sotto shock e ha rimosso gran parte dei particolari della tragedia: non sa neanche se è l’unica persona ad essere sopravvissuta o se ci sono altri superstiti. Ma, giorno dopo giorno, interrogatorio dopo interrogatorio, inizia a recuperare la memoria. E lo spettatore scoprirà di conseguenza l’accaduto, mettendo insieme i pezzi del puzzle della memoria della protagonista.

L’interpretazione di Hanna Ardéhn è semplicemente intensa.

Lo spettatore, attraverso le emozioni sul volto di Hanna e lo sguardo di Maja, entra nel mondo borghese dei protagonisti e impara che niente è perfetto come sembra. Scopre per esempio che in questo quartiere ricco di Stoccolma aleggia una sorta di intolleranza nei confronti degli immigrati. Samir, un buon amico di Maja, cerca di integrarsi nella società, ma Sebastian non fa che denigrarlo pubblicamente.

La serie stimola inoltre una riflessione sul ruolo dei media, su come possano avere un profondo impatto sull’opinione pubblica, influenzando le persone, il loro punto di vista e insinuando nella loro mente un pregiudizio difficile da abbattere. Se Maja sia realmente l’assassina i giornali e l’opinione pubblica l’hanno già stabilito prima ancora dell’udienza preliminare.

Netflix porta sulla sua piattaforma streaming una miniserie crime drammatica, adattata da Camilla Ahlgren – già sceneggiatrice di The Bridge – sorprendente, ben scritta, semplicemente coinvolgente.

Valeria de Bari

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