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Il grande Lebowski, un cult psichedelico ed ironico che rievoca il Noir

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Regia: Ethan Coen e Joel Coen
Genere: Commedia
Cast: Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, David Huddleston
Anno: 1998
Nazione: USA, Gran Bretagna
Durata: ‘117

Pietra angolare della filmografia dei fratelli Coen, Il grande Lebowski è un movie cult che ha fatto la storia del cinema con il suo protagonista Drugo (Jeff Bridge, un personaggio (realmente esistito e conosciuto dai fratelli Coen) divenuto il simbolo di un modo d’essere e di vivere: vestito a casaccio, con calzoncini, maglioni sformati e sandali di gomma e con quell’aria costantemente distaccata dal mondo e dai suoi problemi.

Trama

Anni ’90, Los Angeles, Jeffrey Lebowski, che tutti chiamano Drugo, è un pigro hippie disoccupato che vive fumando marijuana, sorseggiando White Russian e giocando a bowling con i suoi amici Walter e Donny. Il suo nome diventerà la sua condanna. Viene, infatti, coinvolto in un caso di rapimento a causa di uno scambio di persona dovuto ad omonimia. Tra tentativi di auto rivendicazione e con l’aiuto dell’amico Walter, veterano del Vietnam, il film sarà un susseguirsi di eventi tragicomici che vi terranno incollati allo schermo della tv.

Più che un cult uno stato mentale allucinogeno e comico

Il film si contraddistingue per la sua unicità e stravaganza, diventando un manifesto culturale che racchiude al suo interno stereotipi propri della cultura americana: il culto del self made man; le sottotrame sessuali che dominano ogni rapporto di potere; l’arte come élite; la musica come massa, sono solo alcune delle sfumature che emergono dalla pellicola.

Il film diventa una proiezione di una parte di una specifica realtà americana, quella della California, che un po’ tutti abbiamo amato grazie ai numerosi film e serie tv che tra gli anni ’80 e gli anni ‘2000 hanno raccontato una terra del benessere e del tutto è possibile. Il grande Lebowski non teme di andare contro correte e racconta con ironia la cruda realtà di Los Angeles dove “le varie subculture sono giustapposte ma non comunicano veramente (…).” In questa realtà i fratelli Coen inseriscono un “personaggio ozioso, rilassato, senza occupazione come quello di Jeff Bridges (Lebowski), che sembra vivere al ralenti, per noi appartiene tipicamente a quella cultura locale (…) nella mente della gente, la cultura psichedelica allucinatoria è associata alla California del Sud e a S. Francisco.” (Ethan e Joel Coen, in V. Bucchieri, Joel e Ethan Coen, Milano, Il Castoro Cinema, 1999). La pellicola è un vero e proprio esperimento sotto le luci hollywoodiane dove i generi si uniscono creando qualcosa di assolutamente geniale e stravagante. Insomma il film se da un lato stereotipizza con leggerezza la realtà americana: troviamo hippie disoccupato e disconnesso con il mondo, gli amici reduci del Vietnam che ancora si sentono soldati, e il solito amico fuori di testa. Una perfetta combinazione che rievoca, con ironia, molti personaggi dei film americani del tempo; dall’altro non teme di mostrare una realtà ben lontana dallo scintillio raccontato da altri registi.

Un cast eccezionale e una regia visionaria hanno portato la pellicola ad un livello superiore. D’altronde sono proprio i suoi personaggi a dare spessore al film. Un cast corale con un grottesco e carismatico Jeff Bridge che governa e guida la trama verso un continuo nonsense. L’autoironia di John Goodman, il fascino di Julianne Moore, il talento di Philip Seymour Hoffman e l’imprevedibilità di Steve Buscemi contribuiscono a trasformare il film in un affare di cultura che coinvolge un’intera generazione e quelle future. I suoi personaggi diventano più che iconici, rappresentano uno status mentale che piace e diverte rappresentando un’epoca: gli anni ’90, anestetizzando lo spettatore da una deriva sociale e culturale orientandosi verso l’unica arma che rende la vita più leggera: l’ironia. 

I dialoghi, scritti con originalità ed ironia,  sono serrati e non superficiali nonostante la natura umoristica delle scene, scandiscono il ritmo rapido della vicenda. Il tappeto sul quale due malviventi urinano diventa l’espediente narrativo che dà il via alla vicenda. L’abitudine dell’amico Walter a combinare guai sulla spinta di un’abitudine ad agire come fosse ancora in guerra, crea una catena di deviazioni labirintiche alla trama.

Il grande Lebowski: il valore semantico del bowling

“Questo non è il Vietnam. È il bowling: ci sono delle regole!”

Considerata una delle migliori pellicole dei fratelli Coen, il film è un vero e proprio manifesto ironico del noir anni ‘40 e ‘50. Ne tratteggiano la struttura classica richiamando con il bowling i grandi classici dove una partita di bowling diventa un passaggio quasi sacro che un uomo deve attraversare prima di compiere scelte di vita. Pensiamo a “La fiamma del peccato” di Billy Wilder, dove il protagonista turbato dalla proposta di assassinare il ricco marito della seducente femme fatale Phyllis Dietrichson, si concede una partita a Bowling. Gli attimi prima di tirare la palla nella speranza di uno Strike diventano un momento sacro che consente di focalizzarsi sul presente lontano dai cattivi pensieri. Il bowling lo ritroviamo anche in “Double Indemnity” o in”I quattro rivali” di Jean Negulesco. Questo sport acquista valore semantico in numerose pellicole. Un momento per se stessi, in cui la concentrazione porta il giocatore a pensare solo all’hic et nunc, lontano dalle scelte di vita, dai peccati, dagli omicidi. Ma i Coen fanno qualcosa in più, scardinano alcuni tratti “somatici” del genere noir e li sdrammatizzano attraverso una vena comica e ironica.

Ne Il Grande Lebowski,il bowling assume una dimensione centrale all’interno delle vicende diventando una sorta di coprotagonista. L’importanza di questo sport nel film emerge anche dai titoli di testa in cui vediamo una serie di inquadrature a ralenti che vanno a cogliere i piccoli gesti, i rituali, gli ingranaggi e i meccanismi umani della sala da bowling in cui i tre amici protagonisti: il Drugo, Walter e Donny, passano la maggior parte del loro tempo libero.

La sala da bowling diventa lo sfondo in cui si snodano i dialoghi più importanti e le scene più comiche. La pista rievoca il suo fine ultimo degli anni 40, luogo di pace in cui rifugiarsi quando tutto va male, l’unico luogo dove le regole e la fisica conducono alla certezza. è il luogo in cui ristabilire l’ordine nei pensieri e nella vita, il luogo dove Drugo torna con i suoi amici dopo ogni evento tragicomico: dopo che gli uomini di Jackie Treehorn irrompono in casa del Drugo e gli urinano sul tappeto;  dopo il fallimento del piano di Walter per sbaragliare i rapitori di Bunny e tenersi il riscatto; dopo la morte di Donny, la risposta dei protagonisti è sempre la stessa: “Let’s go bowling!”.

Senza dubbio, Il Grande Lebowski è entrato nell’immaginario collettivo, dove il bowling non solo assume un ruolo centrale ma i Coen hanno immaginato una modalità di metterlo in scena nuova, originale e divertente.

Curiosità e influenze culturali

  1. nel 2005 il giornalista Oliver Benjamin ha fondato negli Stati Uniti il Dudeismo, una filosofia che ha lo scopo di diffondere lo stile di vita e i principi che caratterizzano il personaggio di Jeff Bridge.
  2. Dopo l’uscita del film si sono susseguiti una serie articoli e saggi che analizzano il mondo di Lebowski: nel 2009 è stato pubblicato The Year’s Work in Lebowski Studies, a cura della Indiana University Press, una raccolta di articoli che vanno dalla corretta preparazione del White Russian al carattere zen o trotskista del personaggio. (Giorgio Falco, Perdenti di successo, su ricerca.repubblica.it, repubblica.it, 14 gennaio 2010.)
  3. Il grande Lebowski non è solo un cult ma proprio un culto. Dal 2002 ogni anno viene celebrato a Louisville e in altre cittadine americane il Lebowski Fest, un raduno di fan del film. L’evento ospita parate di fan vestiti come i loro idoli, perché essere il Drugo significa prima di tutto condividere e avere qualcuno con cui alimentare il caos.
  4. Il personaggio di Walter Sobchak (interpretato da John Goodman) ha ispirato al comico italiano Maurizio Crozza il personaggio di Napalm51.
  5. I Coen e la scorpacciata di MacGuffin. Ma che cos’è? Si tratta di un espediente narrativo molto usato nel cinema. “Un termine coniato dal maestro del brivido Alfred Hitchcock e con il quale si intende identificare il mezzo attraverso il quale si fornisce dinamicità a una trama. Il “McGuffin” rappresenta un qualcosa che per i personaggi ha un’importanza cruciale, attorno al quale si crea enfasi e si svolge l’azione, ma che non possiede un vero significato per lo spettatore.” Ne Il grande Lebowski i Coen usano il MacGuffin a partire dal tappeto maltrattato per poi continuare con la valigetta, il dito mozzato, il compito corretto. Insomma non lesinano di MacGuffin, con un susseguirsi di depistaggi che non conducono a nulla ma riempiono di delirio una storia che con tutto il suo nonsense accompagna un significato più nobile.

Quando guardarlo

Per rivivere la magia folle degli anni ’90 e apprendere la vera essenza dell’essere Drugo. Con amici o da soli, Il grande Lebowski è un film che va rivisto più volte nella vita. Crescendo ne coglierete le diverse sfaccettature.

Tre motivi per guardarlo

  1. Perchè il film sarà diverso ad ogni visione, ne coglierete sfumature sempre diverse.
  2. Per la colonna sonora. Il grande Lebowski è un jukebox, vi si trova di tutto: dal folk al country, passando per suggestioni latinoamericane.
  3. Un meta cinema a tutti gli effetti. Il grande Lebowski è proprio un esperimento dei Coen scritto e diretto per il puro piacere di divertire il pubblico.  Un film camuffato da crime story, ma che spazia nel noir sino a sfiorare il musical. Le citazioni pulp, memori di Quentin Tarantino (dalla valigetta all’attenzione feticista per i piedi), si alternano ad altri rimandi espliciti come quello kubrickiano del mitico sergente maggiore Hartman.

Angela Patalano

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Ai miei tempi si stava meglio”: il passato è davvero migliore?

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Questa è la frase che sempre più spesso si sente ripetere, non solo dai nostri nonni o da alcuni politici che fanno della grandezza passata un valore ma anche da alcuni giovani, ma hanno davvero ragione?

Tutti i giorni siamo continuamente bombardati da orribili notizie. Che sia al telegiornale o sul nostro feed social ci vengono riportati casi di razzismo giornaliero, crisi economica, malattie, carestia e guerra, ma se andiamo a vedere i dati e se li guardiamo da una prospettiva corretta questi ci raccontano un’altra storia. Infatti, se andiamo a cercare su “Our word in data”, sito che raccoglie dati dal tutto il mondo, notiamo molto chiaramente come la distribuzione globale del reddito sia nettamente migliorata in tutto il globo.

Se all’inizio del 1800 soltanto una piccola minoranza di persone era benestante, circa 80% della popolazione mondiale viveva in condizioni che oggi noi riteniamo di povertà estrema. Nei secoli successivi la situazione si è ulteriormente evoluta in “meglio” in Europa e nelle Americhe specialmente. Passati solo 40 anni alcune popolazioni di Asia e Africa hanno vissuto un aumento del reddito fino a quasi uguagliare i redditi americani ed europei, portando così la popolazione che viveva in estrema povertà ai minimi storici.

Se poi diamo un’occhiata all’indice di sviluppo umano, che misura le dimensioni di una vita lunga e sana, l’accesso all’istruzione e un tenore di vita dignitoso, notiamo come questo sia migliorato negli ultimi 60 anni in tutto il mondo.

Ma allora cosa spinge le persone a credere che in passato si vivesse meglio?

Una possibile spiegazione del perché ci viene fornita Amos Tversky e Daniel Kahneman (1973). Le persone tendone a stimare la probabilità di un evento, non sulla reale probabilità oggettiva, ma bensì sulla disponibilità di una informazione in memoria e dall’impatto emotivo che questa ha sul ricordo. Se infatti giornalmente siamo esposti maggiormente a brutte notizie, quando ci troviamo a ripensare al passato e lo compariamo con l’oggi, le prime cose che ci verranno in mente spontaneamente saranno con quelle brutte dell’oggi (che sono più recenti e accessibili in memoria), cosa che ci spingerà a credere di stare peggio rispetto a prima.

Ma il nostro cervello ha ancora un’altra carta da giocare per farci ammirare ancora di più il passato, il bias di conferma. Questo processo mentale, descritto sin dall’antichità ma sistematicamente studiato da Peter Cathcart Wason (1968), è caratterizzato dal ricercare e selezionare prevalentemente le informazioni che tendono a confermare le nostre ipotesi e a ignorare attivamente, quelle alternative.

Perciò se crediamo che nel passato si vivesse meglio, tenderemo a cercare con più insistenza informazioni che confermano la nostra visione del mondo, creando così, un circolo che si autoalimenta.

Ci dovremmo accontentare?

Questo vuol dire che non dovremmo lamentarci di come vanno le cose? Ovviamente no, dobbiamo infatti aspirare al migliore mondo possibile, ma non dobbiamo ingannarci che il passato sia necessariamente meglio del presente. Ancora oggi nel mondo l’8,9% della popolazione mondiale soffre di denutrizione e nonostante la diminuzione osservata negli ultimi anni ancora non possiamo accettare numeri così alti. Guardare al passato con interesse e ammirazione è certamente utile, anche solo per capire come ci siamo emancipati da alcune miserie umane, ma non dobbiamo rimanere incantati e inebetiti davanti ad un passato che abbiamo arredato secondo i nostri gusti e che non corrisponde alla realtà.

Articolo scritto da: Mirko Duradoni e Lapo Bartarelli

Tulipano: caratteristiche, significato e abbinamenti culturali del fiore olandese

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Il fiore di oggi, oltre ad essere stato scelto dai miei amici e dai follower su Instagram per avere un suggerimento in più, ha fatto scoppiare la prima bolla speculativa documentata nel capitalismo.

In breve, la mania per il tulipano in Olanda, nel ‘600, fece in modo che i bulbi si vendessero a prezzi esageratamente alti. Le persone arrivarono a vendere immobili e terre per dei bulbi, e gli speculatori vendettero anche i bulbi che ancora dovevano nascere. Il tutto finì con lo scoppiare della bolla, tutti andarono in rovina e nessuno fu adeguatamente risarcito.

Caratteristiche

Il tulipano è una pianta bulbosa e perenne appartenente alla famiglia delle liliaceae; originaria dell’Africa mediorientale e dell’Asia, dove veniva coltivata da centinaia di anni prima di essere importata in Europa nel 1500 dagli Ottomani.

La pianta comprende circa 150 specie, ma le varietà ibride sono migliaia.
La classificazione del tulipano si basa interamente sul fiore: sul suo tipo e la sua forma, sulla sua dimensione e sul periodo di fioritura. In totale vi sono quindici gruppi.

Generalmente le foglie del tulipano sono ovali e allungate o arrotandate, con margine liscio e di colore verde acceso o verde-azzurrastro, alla base dello stelo.
Il fiore del tulipano non è composto da petali, come tutti pensiamo, ma da tepali.

Il tulipano, come tutti gli altri fiori delle Liliaceae, è composto dal perigonio, cioè l’involucro esterno che protegge e racchiude la parte sessuale del fiore, che è composto per l’appunto da tepali e non petali.
I colori del perigonio sono tanti e variano anche per le sfumature.

Significato

Regalare un tulipano significa dichiarare il proprio amore; in ogni caso, è un fiore che porta allegria, perciò è bello regalarlo o coltivarlo, al di là del suo significato nel linguaggio dei fiori.

Il nome “tulipano” deriva dal turco “tulbend”, ossia turbante, e sta a indicare la forma del fiore di alcuni tipi, che ricorda la forma dei turbanti indossati dai nobili ottomani.

Abbinamenti Culturali

Un fiore così amato merita solo abbinamenti anch’essi amati, dei cult della musica e del cinema.

Canzone

La canzone scelta da abbinare al fiore è del Trio Lescano, oggi interpretate dalle Ladyvette, dive del secolo scorso che hanno fatto ballare tra swing e jazz.
Chi ama il genere conoscerà sicuramente la loro canzone Tulipan, il cui ritornello non si stacca dalla testa e continua a girarci esattamente come un disco sul piatto di un giradischi.
Il perfetto tormentone primaverile, allo sbocciare dei tulipani.

Film

L’abbinamento cinematografico l’ho scelto leggendo la storica rubrica di CulturaMente, il Cineforum, sui cult del cinema.

Pane e tulipani era la scelta più ovvia e lascio che sia la penna di Stefania Fiducia a raccontarvelo per bene.

Ambra Martino

Serra Moresca di Villa Torlonia: un caleidoscopio di colori

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Un luogo splendido, quello della Serra Moresca di Villa Torlonia a Roma. Ha riaperto al pubblico a fine 2021, il complesso architettonico e naturalistico progettato nel 1839 da Giuseppe Jappelli, è un luogo altamente suggestivo che mescola la Natura con gli elementi architettonici colorati costituiti da vetrate policrome.

Il periodo di recupero e di restauro dell’intera area è stato molto lungo. L’architettura della Serra Moresca ricorda l’Alhambra di Granada.

La sua storia

Il complesso della Serra e della Torre è stato progettato nel 1839 dall’architetto veneto Giuseppe Jappelli e fa parte del complesso di Villa Torlonia, nel Municipio II. Ha seguito due distinti periodi di restauro entrambi molto lunghi. La prima fase, dal 2007 al 2013, ha riguardato il recupero dell’edificio che versava in uno stato di profondo degrado. Dopo un ulteriore lungo periodo di chiusura, che ha comportato una seconda fase di interventi mirati, in particolare, alla bonifica della vegetazione cresciuta in maniera incontrollata. 

I più recenti lavori di conservazione e allestimento sono stati progettati dall’architetto Maria Cristina Tullio con la direzione della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e l’esecuzione materiale di Zètema Progetto Cultura

La visita

Vi starete chiedendo cosa prevede la visita alla Serra Moresca…

Si inizia direttamente dalla Serra, meraviglioso padiglione da giardino con una struttura in peperino, ghisa e vetrate policrome che fanno da cornice alla fontana interna, oggi di nuovo attiva. Al suo interno troviamo una raccolta di Palme, Agavi, Ananas e Aloe, piante e specie arboree. Dopo la Serra, è il turno della Grotta artificiale che, a tratti, ricorda alcuni angoli magici dei giardini della Reggia di Caserta. Ad arricchire la Grotta, troviamo delle cascatelle ed i laghetti dove vivono le ninfee ed i fiori di loto. Probabilmente (ma questo è un mio parere del tutto personale) è il punto più bello della visita. Questa parte ci parla di teatro, di storia, di antico. Rappresenta certamente uno scenario storico naturalistico da ammirare lungo il percorso di visita insieme alla vista, dal basso, della Torre, imponente costruzione caratterizzata da ampie finestre con particolari in ghisa e vetri colorati che nascondono, all’interno, pareti riccamente decorate da stucchi policromi.

Orari e biglietti

Inserito nel circuito dei Musei di Villa Torlonia, il complesso della Serra Moresca è aperto al pubblico dal martedì alla domenica
– dal 1° aprile al 30 settembre
 dalle ore 10.00 alle ore 19.00 (ultimo ingresso alle ore 18.20),
– dal 1 ottobre al 31 marzo dalle ore 10.00 alle ore 16.00 (ultimo ingresso alle ore 15.20).
con l’eccezione di luglio e agosto in cui il complesso rimane chiuso per ragioni climatiche.

I biglietti del costo di 4 € (intero) o 3 € (ridotto) si acquistano direttamente alle biglietterie della Serra Moresca o del Casino Nobile.
Disponibile anche il pre-acquisto online o chiamando il call center 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00 (con supplemento di 1 €).

L’ingresso è gratuito con la MIC Card.

Serena Cospito

Credits immagine di copertina: Gustavo La Pizza, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

La canzone di Achille: l’epica che piace alla Gen Z

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Il successo del romanzo La canzone di Achille è figlio della globalizzazione, dei social network e della Generazione Z. Uscito, infatti, oltre 10 anni fa, il libro di Madeleine Miller rimane sconosciuto fino al 2020, quando una diciottenne di Los Angeles appassionata di lettura lo inserisce in un suo breve video su Tik Tok.

Da quel momento il successo è stato rapido e universale. Le pagine della scrittrice statunitense coinvolgono ed emozionano adolescenti di tutto il mondo e non potrebbe essere altrimenti.

Una rilettura moderna dell’epica classica

La materia è quella epica, che più classica non si può, riletta però in chiave moderna. Viene narrata la vicenda dell’Iliade dal punto di vista di Patroclo, il fedele compagno dell’eroe Achille. Al centro del racconto vi è il profondo legame d’amore tra i due, straordinario e controverso. Far parlare in prima persona i personaggi della classicità è un procedimento che ultimamente viene spesso utilizzato con successo per dare nuova vita alle opere del passato.

Miller, oltre ad essere una scrittrice, è laureata in lettere antiche e ha insegnato per anni latino e greco nei licei americani. Dunque, tutto quello che scrive, per quanto romanzato, si basa su studi approfonditi e fonti letterarie. Ha dichiarato infatti di aver usato come fonti Omero, Ovidio, Platone, Eschilo, Sofocle, Apollonio Rodio e Virgilio.

Lo stile e la narrazione

Lo stile che utilizza è molto semplice e chiaro, diretto e coinvolgente. Perfetto, insomma, per i giovani lettori. Le vicende della guerra di Troia hanno da sempre affascinato donne e uomini di tutte le età, ma non era mai accaduto che gli adolescenti ne fossero così entusiasti. La storia d’amore tra Patroclo e Achille potrebbe essere la storia tra due ragazzi di qualsiasi epoca, poco importa che Achille sia un semidio e che l’ambientazione sia l’Antica Grecia: i loro sentimenti sono universali e tutti possiamo immedesimarci. La scrittrice racconta quello che nel poema abbiamo solo immaginato, ci permette di fare quello che Omero, narratore esterno e distaccato, non ci ha concesso: entrare nella mente dei personaggi, capire i loro sentimenti, le loro paure e le loro debolezze.

Patroclo è una voce narrante presente e viva, ma mai ingombrante, per lasciare il posto d’onore all’amato Achille. Si ripercorrono le fasi dell’innamoramento, la crescita insieme, il passaggio dall’infanzia alla pubertà fino all’età adulta. Non vengono risparmiate le scene di intimità con descrizioni a volte anche piuttosto esplicite, ma sempre delicate e mai volgari.

I temi principali

Uno dei motivi per cui il libro è particolarmente amato dai giovani è la semplicità e la naturalezza con cui affronta il tema dell’omosessualità: essa non intacca la forza e la gloria dell’eroe, anzi ne definisce la personalità. La lettura può essere sicuramente di conforto per tutti coloro che vivono il difficile periodo della adolescenza e affrontano la prima consapevolezza della propria sessualità.

Accanto alla tematica amorosa, asse portante dell’intero romanzo, compaiono però anche altri topoi principali del poema omerico. Si parla ad esempio di onore, uno dei valori fondamentali dell’antichità. L’onore di Menelao a cui è stata portata via la moglie Elena. L’onore di Achille, conquistato in battaglia e violato con la sottrazione di Briseide. L’onore di Agamennone che non cede a compromessi. L’onore e la ricerca della gloria portano però gli uomini a superare spesso il limite del loro orgoglio.

“La parola che uso è hubris. La nostra parola che indica l’arroganza che si innalza fino alle stelle, una violenza e una furia terribili come quelle degli dei”.

La guerra che è la protagonista dell’Iliade, nel romanzo, diventa sfondo imprescindibile dell’amore tra i due protagonisti. L’autrice descrive come da un iniziale disinteresse e addirittura aberrazione della violenza i due protagonisti si lasciano coinvolgere nella guerra più famosa dell’antichità. Da una parte la volontà di sfuggire al destino (altra grande tematica del poema) scritto dagli dèi, dall’altra il desiderio di gloria eterna.

Infine lei: la morte. Nonostante i presagi e gli avvertimenti è impossibile sfuggirle. Achille ha accettato di morire giovane pur di ottenere la fama che desidera, quel che non sa è che la sorte più terribile toccherà al compagno Patroclo. Accecato dalla rabbia e dal dolore, l’eroe va incontro al suo destino cadendo vittima di Paride.

Commoventi le ultime pagine in cui persino la gelida Teti, madre di Achille, prova compassione per Patroclo, rimasto privo di sepoltura e incide il suo nome accanto a quello del figlio.

Un romanzo per un pubblico giovane

Sicuramente La canzone di Achille è molto diverso da ciò che ci aspetteremmo di leggere conoscendo l’Iliade. Il tutto è affrontato da una prospettiva inedita e fantasiosa. L’epicità del poema cede il posto alla semplicità dei sentimenti. Semplificazione, forse, un po’ azzardata, ma, se consideriamo il giovane pubblico di riferimento, potenzialmente geniale. I ragazzi e le ragazze di oggi hanno bisogno di avvicinarsi a queste figure “sacre” e ai grandi temi della letteratura senza diffidenza ma con curiosità, e se questo può avvenire attraverso una loro storia romanzata, ben venga!

Francesca Papa

Elvira Notari: la più prolifica cineasta del cinema muto

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Elvira Notari (1875 – 1946), pioniera del cinema muto italiano, fu una intraprendente regista napoletana che tra il 1911 e la fine degli anni Venti sceneggiò, produsse e diresse qualcosa come sessanta lungometraggi e un centinaio di corti[1].

Insieme al marito Nicola fonda la Films Dora ,una casa di produzione cinematografica a conduzione familiare che produceva cinema popolare. Insieme al figlio Edoardo, presente sempre nei suoi film, nel ruolo di Gennariello, porta al successo soggetti incentrati sulla letteratura e sul teatro napoletano, quali Ciccio il pizzaiolo del Carmine, 1916; Gnesella, Il barcaiuolo d’ Amalfi, 1918; Chiarina la modista, 1919 ed altri.

La prima regista italiana

Fu la prima donna regista italiana, anticipatrice per il nostro cinema, nelle sceneggiature e nei soggetti, del neorealismo. Le ambientazioni dei film della Notari, che hanno come sfondo Napoli (grazie al grande fermento culturale che a quel tempo viveva la città), svolgono una funzione stilistico narrativa che conquistò il pubblico meridionale e quello degli emigranti di oltre oceano. […] Le ambientazioni, tipiche dell’Italia meridionale, la scelta dei tipi rappresentativi, anch’essi di estrazione meridionale, sono rese attraverso scelte stilistiche (quali il primo piano, la dissolvenza i tagli irregolari delle inquadrature) che integrano nella nuova arte convenzioni, motivi ed elementi espressivi della sceneggiata tradizionale, in modo da tradurli ed adattarli al film. Ruolo fondamentale è svolto dal montaggio, inteso dalla Notari come cucito, a cui il regista deve sottoporre l’opera per creare l’impianto narrativo a cui infuse un’impronta femminile.[2]

Elvira Notari porta in sé la forza morale tipica della gente del Sud. Infatti, era lei a contrattare con i noleggiatori e i proprietari di sale cinematografiche. La sua abilità con la macchina da presa era senza eguali. Si contraddistingue per il succedersi delle inquadrature e dell’utilizzo della luce. Il suo tocco magico con la macchina da presa fu apprezzato anche dalla critica. Le sue opere erano originali e si caratterizzano per quella quotidianità che andava oltre ogni sceneggiatura. Le tematiche erano attuali, affrontavano la vita di tutti giorni di quella classe sociale povera che popolava i sobborghi.

L’anima meridionale

Nelle sue opere sceglie giovani attori che in seguito hanno fatto la storia del cinema napoletano come Tina Pica e Carlo Pisacane e anticipa il neorealismo scegliendo attori non professionisti presi dalla strada. Le sue opere si caratterizzano per una forte anima meridionale, quella popolare, dei sobborghi. Proprio di una metropoli plebea (espressione coniata da Pier Paolo Pasolini). Di Napoli coglie la poetica e il linguaggio non verbale, la musicalità e il frastuono che la caratterizza. Le sue opere si allontanano degli stereotipi e dal fiabesco. I suoi personaggi sono sempre madri forti e ragazze audaci.

I suoi film hanno avuto successo in tutto il meridione e fuori confine, ad esempio Malta o gli Stati Uniti[3]. Proprio in America i film della Dora trovarono un mercato vastissimo fra gli emigrati italiani e anzi questi mantenevano totalmente entusiasmati che costituirono una specie di associazione. [4]

La sua carriera cinematografica è stata breve. Negli anni ‘20 l’avvento del sonoro la carriera della Notari intraprende la strada del declino. A questo si aggiunse negli anni ’30 il fascismo che con la censura e il Codice Hays cessò definitivamente l’attività della Films Dora.

Un libro su Elvira Notari

Se volete leggere un libro su di lei, vi consigliamo quello di Chiara Ricci


[1] Monica dell’Asta (a cura di) Non solo dive, pioniere del cinema italiano 2008  https://www.academia.edu/2077198/Non_solo_dive_Pioniere_del_cinema_italiano

[2] Le donne del cinema muto, http://joantoedox.it/Cinema/Cinema_muto_donne.htm

[3] Nella documentazione ufficiale della Library of Congress di Washington sono elencati i visti di soli tre film, tuttavia non solo i giornali italo-americani, ma anche lettere e materiale pubblicitario testimoniano che molti altri furono distribuiti negli Stati Uniti. Evidentemente non tutti i film in circolazione avevano ottenuto il regolamentare visto. (Nota 2, M. Dell’Asta, Ibidem, pag. 147)

[4] Vittorio Paliotti e Anzo Grano, Napoli nel Cinema. Pionieri e Dive del muto tra fine ‘800 e primo ‘900, MArotta & Cafiero Editori 2006

Angela Patalano

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Bikini: la rivoluzionaria storia del “due pezzi”

Il 1900 era iniziato da pochi anni quando la celebre nuotatrice e attrice australiana Annette Marie Sarah Kellermann faceva scandalo indossando un costume-tuta aderente e non i pantaloni e le camicie coprenti che fino a quel momento le donne avevano sempre utilizzato in spiaggia. Il pudore lasciava spazio alla comodità e, perché no, alla celebrazione del corpo femminile. Kellermann sarebbe stata addirittura arrestata su una spiaggia di Boston per atti osceni in luogo pubblico mentre indossava uno dei suoi costumi, di cui in seguito creò una linea di abbigliamento e che oggi vengono considerati il primo spavaldo passo verso il costume da bagno femminile come è concepito ai giorni nostri.

All’inizio del secolo non molti avrebbero potuto prevedere quanti cambiamenti e sconvolgimenti avrebbero portato presto il ‘900 ad essere considerato un secolo di grandi lotte e vittorie nel nome dell’emancipazione femminile… anche a partire dalla spiaggia.

Scandalosissimo “due pezzi”: dall’atomo al bikini

La seconda guerra mondiale, per necessità di economia di materiali e tessuti, forzò lo sdoganamento di abiti femminili più corti e comodi. E con la fine della guerra, forse, un sentimento di voglia di libertà ispirò una creazione memorabile.

Storia del primo bikini

La storia del bikini inizia nel 1946, quando lo stilista parigino Jacques Heim annunciò con orgoglio di aver creato il “costume da bagno più piccolo del mondo”, così piccolo che decise di chiamarlo “atomo”. Poco dopo, un altro francese, Louis Réard disegnò un costume da bagno ancora più piccolo. Il modello fu presentato solo quattro giorni dopo che gli Stati Uniti avevano iniziato a testare bombe atomiche nell’atollo di Bikini, per coincidenza e risonanza degli eventi, il nuovo costume venne paragonato a una esplosione: era nato il bikini.

Il nuovo modello di costume divenne immediatamente celebre, ma le donne che mostravano troppa pelle venivano considerate delle “svergognate” dalla gente comune. La chiesa bocciò il capo di abbigliamento con severità vedendolo come peccaminoso e tentatore e presto la morale comune portò i gendarmi sulle spiagge pronti a multare chi si scopriva troppo.

Il bikini restava scandaloso, soprattutto nella cattolica Italia che era estremamente perbenista. Il capo d’abbigliamento da spiaggia venne per anni censurato dal cinema e dalla pubblicità. Ma la ribellione era nell’aria e la rivoluzione femminista degli anni ‘60 avrebbe sdoganato per sempre il “due pezzi” sulle spiagge italiane.

Cristiana F. Toscano

Video dose: la storia in un minuto

Brutti, sporchi e cattivi: quando povertà non fa rima con bontà

– Ma com’è tu’ moglie?

– È comprensiva …basta menaje

Titolo originale: Brutti, sporchi e cattivi
Regista: Ettore Scola
Soggetto e sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola
Cast Principale: Nino Manfredi, Linda Moretti, Maria Luisa Santelli, Maria Bosco, Franco Merli
Nazione: Italia
Anno: 1976

Per Brutti, sporchi e cattivi Ettore Scola vinse il Prix per la migliore regia al Festival di Cannes del 1976, dove fu presentato in concorso.

Non mancarono quindi le critiche attente e positive, né il successo di pubblico, visto che si  tratta di una commedia in cui si ride, benché molto amaramente.

Il tema di Brutti, sporchi e cattivi è la povertà, argomento mai raccontato così crudamente e senza sconti in un film di Scola.

La pellicola è ambientata e girata tra le baracche di Monte Ciocci, borgata della periferia ovest di Roma, una zona che all’epoca in cui fu girato il film era davvero occupata da baracche in cui vivevano emigrati e operai dei cantieri di Via Baldo degli Ubaldi e Via Boccea.

Già le panoramiche che indugiano tra la vista sulla maestosa cupola di San Pietro e quella dei palazzi residenziali nuovi dei quartieri confinanti per poi spostarsi sulle baracche e le strade sterrate senza marciapiedi della borgata creano un senso di disagio, che renderà difficile ridere spensieratamente.

La trama racconta della numerosissima famiglia Mazzatella, formata da circa 25 persone, che vivono sotto lo stesso tetto di una baracca.

Il film è corale, ma il protagonista è il capo clan Giacinto, interpretato da un gigantesco Nino Manfredi. Un uomo dispotico, spesso ubriaco, che tratta moglie, figli, nipoti e affini come bestie. Vive nella paura costante – anche fondata – che qualcuno di loro possa rubargli il milione di lire che ha ottenuto dall’assicurazione come risarcimento per aver perso un occhio colpito da un getto di calce viva.

Tutti i componenti della famiglia si danno da fare con qualche lavoro mal pagato e sfruttato per sopravvivere. Il reddito familiare è costituito per lo più dalla pensione della nonna Antonecchia (interpretata dall’attore Giovanni Rovini). Una volta incassata, la somma mensile viene immediatamente spartita tra tutti i nipoti, a differenza della piccola ricchezza di Giacinto, che lui non vuole spartire con nessuno e che nasconde sempre in posti diversi.

In famiglia nessuno lo sopporta, fino al punto di organizzarsi per ucciderlo. Ad istigare tutti è la moglie Matilde (Linda Moretti), esasperata dalla decisione di portare la sua amante, la giovane prostituta Iside (Maria Luisa Santella), ad abitare con loro dormendo nello stesso letto.

Giacinto riesce a sopravvivere all’avvelenamento e decide di vendicarsi, prima appiccando il fuoco di notte alla baracca, poi vendendola ad una famiglia di sfollati.

Brutti, sporchi cattivi descrive impietosamente una realtà fatta di povertà ed emarginazione sociale.

Ettore Scola, firmando anche la sceneggiatura di questa commedia, ha descritto senza fronzoli la povertà. Il degrado in cui vivono i personaggi è materiale, ma anche morale ed esistenziale. La sopravvivenza è il loro unico obiettivo quotidiano.

In Brutti, sporchi e cattivi non troviamo alcun tentativo di analisi delle cause della povertà ed emarginazione narrate, non solo perché è e vuole essere una commedia dallo stile grottesco, ma anche perché gli sceneggiatori evidentemente vogliono dire altro.

La famiglia Mazzatella vive in una promiscuità che non si può che definire degradata e degradante. Nessuna privacy, nessuna giusta distanza tra le persone, parenti e affini. Le molestie sessuali alle donne della famiglia e a qualunque altra donna entri nella casa (vedasi Iside, l’amante di Giacinto) sono all’ordine del giorno. Gli uomini hanno un’incontinenza sessuale che le donne sono (o si sentono) costrette a soddisfare, quando non sono proprio oggetto di violenza a casa e a lavoro.

La lotta per la sopravvivenza fa sì che gli istinti più bassi guidino le persone, dal ricordarsi della nonna solo il giorno del ritiro della pensione, fino al tentativo di omicidio o di strage.

Uomini e donne vorrebbero il riscatto ma ogni tentativo è debole e vano. Ogni sentimento positivo si affaccia per un attimo e velocemente viene sostituito dalla disperazione e dal cinismo.

Non c’è una visione poetica della povertà qui, fatta eccezione per le scene con i bambini i cui primi piani sono gli unici momenti del film a suscitare davvero tenerezza, insieme alle inquadrature in cui compare la giovanissima nipote di Giacinto che ogni mattina si alza per prima per andare a prendere l’acqua alla fontanella della borgata. È lei ad aprire e a chiudere il film in una narrazione quasi ciclica, che rappresenta anche la ciclicità di un destino familiare, refrattario al cambiamento.

Viene spontaneo tentare il paragone con il neorealista Miracolo a Milano, girato esattamente 25 anni.

Nel film di Vittorio De Sica si respira l’aria di rinnovamento e di speranza che doveva portare la ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nella baraccopoli milanese di De Sica c’è voglia di riscatto ed entusiasmo per difendere i propri sogni e combattere lo sfruttamento. Lì i poveri entrano in contrasto con i ricchi e hanno la speranza di poter uscire dalla propria condizione. Le descrizioni sono poetiche, la povertà alberga nei personaggi insieme alla bontà. Ma serve comunque un miracolo, una magia per trasformare la speranza in salvezza o riscatto.

Nella baraccopoli romana di Scola, invece, i poveri sono in conflitto con altri poveri e di speranza ce n’è poca e viene soffocata subito. Quei poveri non sono buoni e per loro non si prova compassione.

Alberto Moravia, infatti, osservò come Brutti, sporchi e cattivi avesse assorbito l’eredità del Neorealismo, creando però “un nuovo estetismo in accordo coi tempi…: quello del “brutto”, dello “sporco” e del “cattivo” e soffermandosi sulla “ricerca di un effetto che colpisca piuttosto che di un tratto che commuova”.

L’ironia della sceneggiatura e la bravura degli attori.

Nella descrizione di tanta miseria anche umana c’è l’ironia in cui Scola è maestro indiscusso, ma si ride tra l’amarezza e il fastidio che la condotta dei personaggi suscitano.

Non mancano picchi di genialità nella sceneggiatura a sorprendere chi guarda il film per la prima volta. Basti ricordare solo la scena del coro dei baraccati che intona quasi professionalmente l’aria del “Va, pensiero” diretto dall’oste, che a fine prove gli versa il vino, come fosse un premio. Uno dei pochi momenti in cui la sensibilità umana si prende il suo spazio nel contesto che abbiamo descritto.

La critica sociale, a cui gli sceneggiatori non si sottraggono, è lasciata soprattutto alle immagini.

Il Cupolone di san Pietro, che ogni tanto compare, stridendo con la sua magnificenza, come sfondo alle vicende raccontate, sembra incombere su quei baraccati, quasi a rappresentare una Roma dove si vive meglio, ma lontana e irraggiungibile per i Mazzatella, ma anche un potere (politico? Religioso?) impotente di fronte a quelle miserie che non sa risolvere.

In un film corale come questo è fondamentale un buon amalgama del cast.

Nino Manfredi nel ruolo di Giacinto è magnifico. Girò circondato da veri baraccati e spesso fu costretto ad improvvisare le battute. Fa ridere ma soprattutto si fa odiare dal pubblico.

Intorno a lui, però, c’è un gruppo coeso di caratteristi, bravissimi proprio nel caratterizzare il proprio personaggio e a interagire sulla scena occupando ognuno il proprio posto.

In ciò si vede anche la maestria di Ettore Scola, in una prova di regia molto difficile, nel dirigere molte persone in scene quasi sempre caotiche.

Le immagini di Scola sono accompagnate anche in questo caso (come in C’eravamo tanto amati) dalle belle musiche di Armando Trovajoli.

3 motivi per guardare il film:

  • per l’interpretazione perfetta di Nino Manfredi;
  • perché è uno dei film migliori di Ettore Scola;
  • perché è uno spaccato realistico dell’emarginazione sociale dell’epoca e non solo.

Quando vedere il film:

in una serata in cui volete vedere una commedia all’italiana firmata da un maestro del cinema.

Stefania Fiducia

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Avete letto la puntata precedente del cineforum?

Il narcisista ha le ore contate, ecco il manuale di Luana Sciamanna

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L’estate può diventare un momento introspettivo, seppur con la leggerezza che il riposo impone. È possibile riflettere con le letture giuste come 100 motivi per chiudere con un narcisista di Luana Sciamanna per Ensemble edizioni.

Un tema largamente dibattuto negli ultimi tempi, per fortuna, che facilita il processo di formazione di una coscienza capace di individuare le vere motivazioni che indirizzano le scelte sentimentali verso veri e propri territori minati, dove è facile ritrovarsi in seria difficoltà.

Chi è l’autrice

Luana Sciamanna è un’avvocata penalista, presidentessa dell’associazione Crisalide-Donne per le Donne ed è attiva e stimata nell’ambito dei centri antiviolenza. Le sue vicende professionali e la spiccata sensibilità per la valorizzazione della consapevolezza al femminile sono state determinanti nella decisione di scrivere queste “indicazioni per l’uso”; un manuale dove sono elencate le possibili situazioni che costituiscono la trappola per un empatico, ovvero la vittima ideale del narcisista.

Probabilmente alcune sfumature caratteriali, in passato, potevano risultare caratteristiche di grande fascinazione. La cultura del sentimentalismo ha provocato clamorosi abbandoni alle avances astute e sofisticate di personalità con tratti di narcisismo patologico.

Il fatto di codificare in un volume, frutto di competenze tecniche e linguistiche, i numerosi motivi per sfuggire alla trappola narcisistica, è uno strumento potente di emancipazione per chi continua a cadere sotto i colpi di insidie emotive destabilizzanti e distruttive.

Un libro per proteggerci

L’autrice individua dei comportamenti tipo, semplicemente, e invia al lettore un feedback immediato stabilendo una corrispondenza efficace tra causa-effetto. Come a dire: ogni cosa ha un nome e, se esiste una collocazione semantica per le azioni, queste diventeranno immediatamente svuotate della potenzialità tossica, trasformate in un corpo estraneo non inquinato dalle nostre raffigurazioni inconsce.

Il lavoro della Sciamanna non è un compendio di psicologia né uno strumento legislativo ma un passaggio di umanità tra individuo e individuo, da cuore a cuore.

Il Sé grandioso, così dibattuto nella storia della psicoanalisi, ha comunque caratteristiche fortemente seduttive che all’inizio possono mostrarsi come apertura e donazione verso l’altro prima di palesarsi nei tipici tratti distruttivi; può manifestarsi con modalità antitetiche a seconda dei sottotipi overt o covert e incarnare quindi caratteristiche di grandiosità come di vulnerabilità.

Questo libro è importante, per calibrare la nostra idea di sentimento e proteggere la nostra vita psichica: l’autrice sceglie la strada del linguaggio colloquiale e rassicurante e questo costituisce il valore aggiunto rispetto alle pubblicazioni già esistenti, mantenendo una potenza sintattica e una pulizia concettuale di grande efficacia.

Tutti incontreremo o abbiamo già incontrato una/un narcisista nella nostra vita ma riuscire a neutralizzare la sua patogenicità è un atto di rispetto per noi stessi, e anche per il nostro potenziale predatore.

Luana Sciamanna (1978) è nata a Genzano di Roma e vive ad Ariccia, dove svolge la professione forense. È esperta di violenza di genere e relazioni abusanti, collabora con i centri antiviolenza dei Castelli Romani, per i quali svolge consulenza e assistenza legale in favore delle donne vittime di violenza. È inoltre docente per la Regione Lazio nell’ambito della formazione degli operatori della rete antiviolenza territoriale, fondatrice e Presidente dell’associazione di promozione sociale Crisalide Donne per le Donne che si occupa di consapevolezza ed empowerment femminile. Scrive di narcisismo e relazioni tossiche su alcune rubriche telematiche. Sugli stessi temi tiene anche una rubrica radiofonica.

Antonella Rizzo

Only murders in the building 2: recensione del settimo episodio

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Perfettamente simmetrico rispetto al sesto episodio della prima stagione, anche il settimo episodio della seconda stagione ha come fulcro narrativo la vita di Theo Dimas. Sordo dalla nascita, il figlio dell’imprenditore greco ci costringe ogni volta a rallentare i ritmi della narrazione e aumenta la nostra empatia in modo esponenziale.

Mabel, Oliver e Charles, nonostante le loro vite complicate e nodi da sciogliere, sono dei personaggi allegri e sopra le righe. Theo invece, pur vivendo nella stessa città, è molto più solo, molto più isolato, molto più triste. New York è una città frenetica e caotica, e una persona sorda può davvero sentirsi esclusa dalla vita che scorre intorno. il fatto che a interpretarlo sia James Caverly, un attore sordo, conferisce a questo personaggio una profondità e un forte collegamento con la realtà. Inoltre, dà una rappresentazione corretta delle persone sorde: no, non è vero che possono leggere il labiale alla velocità della luce, solo il 35-40% di quello che si dice viene compreso e no, non è affatto bello parlare una lingua (quella dei segni) che nessuno conosce o studia.

All’inseguimento dell’uomo glitterato

Il sesto episodio si era concluso con un gancio favoloso: l’uomo glitterato era sullo stesso vagone di Mabel, che viene vista poco dopo trafiggerlo con un ferro da maglia e fuggire. In questa puntata vediamo Mabel che si sveglia a casa di Theo, che l’ha soccorsa nonostante tra i due non corra buon sangue. Mabel infatti accusa Theo di aver testimoniato il falso quando Zoe fu uccisa, ma Theo nell’arco della puntata confesserà che è lacerato dal senso di colpa. Il dolore per quell’evento drammatico che ha segnato la loro gioventù li lega profondamente, non sono poi così diversi in fondo, e man mano che Theo si rende utile all’indagine, i due si avvicinano.

L’uomo glitterato, fuggendo sotto la metro, ha rubato la borsa di Mabel e perso il suo badge di lavoro: è della security di Coney Island. Theo supplica Mabel di lasciarsi aiutare a catturare il killer di Bunny, e si intrufolano dentro Coney Island, dopo l’orario di chiusura. Riescono a rubare lo zaino al killer, ferito, e scappano.

L’infanzia di Mabel

Questo episodio, intriso di delicatezza e partecipazione emotiva, ci mostra finalmente un pezzo del passato di Mabel, ad oggi la più misteriosa dei protagonisti. Il titolo della puntata è “Il puzzle da ricostruire”, perché Mabel faceva i puzzle con suo papà, morto quando lei era ancora una bambina. Il puzzle da ricostruire, però, è quello nella testa della protagonista: possibile che sia stata in grado di trafiggere Bunny e il killer? Ha davvero un’indole violenta e buchi di memoria? Il passato ci perseguita sempre e comunque, sembrano dirci Theo e Mabel, sta a noi interrompere la ruota e aprire gli occhi sulle nostre verità più sepolte.

Mabel ha finalmente un’epifania sulla sera in cui Bunny è morta. Quando è entrata dentro casa per prendere lo champagne, ha visto un uomo fuggire e per la paura si è girata verso il cesto della maglia per prendere un ferro. Ma la cesta era vuota, perché il ferro era nel petto di Bunny, quindi lei non ha fatto nulla. Contemporaneamente, Theo si rende conto che suo padre è l’unica presenza nella sua vita, non avendo amici o vita sociale, e finalmente gli risponde al telefono.

L’indagine è a punto morto?

Questa puntata non toglie e non aggiunge nulla agli indizi già in nostro possesso. Sappiamo solo che il coltello trovato in casa di Charles dalla figliastra Lucy viene consegnato informalmente alla detective Williams. La puntata si chiude con un black out e un’atmosfera di pericolo che grava su Lucy, da sola a casa e -forse- spiata dal killer. Nonostante la parte investigativa sia più o meno assente, la linea narrativa legata all’umanità di Mabel e Theo rende questo episodio il più bello della seconda stagione, finora.

Micaela Paciotti

Matrimonio smart: 5 consigli per fare un figurone!

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La data è fissata e ora inizia il difficile: la preparazione del matrimonio può essere un momento di stress, ma con questi 5 consigli sarà tutto più easy!

Innanzitutto, parliamo di soldi! Il budget di solito è una coperta corta, a meno che non siate una delle Kardashian. Sulle tante voci di spesa ce ne saranno alcune su cui potrete fare dei compromessi, perché magari non avete desideri particolari, ma su altre no. Un esempio? Se sognate un abito principesco da sempre, non ci rinunciate. Se invece considerate i fiori un surplus, potete fare economia su questi.

Questa è la mia esperienza da wedding planner di me stessa!

1. L’abito da sposə

Ho girato 2-3 atelier, tra quelli più pubblicizzati online e sinceramente ho trovato alcuni abiti belli, ma molto cari considerando il materiale e la fattura. Inoltre, mi è venuto il dubbio che tutta quella pubblicità avrebbe portato migliaia di future spose a scegliere gli stessi vestiti, perdendo quel tocco di unicità a cui io non potevo rinunciare. Le linee sposa sono ormai accessibili anche su Yoox, Zalando, Max and Co, ma anche su Vinted, in fondo parliamo di un abito indossato 1 volta, e anche il second hand è una buona risorsa. Infatti mi sono rivolta a una boutique di Roma che vende abiti da sposa vintage, che si chiama Vintachic. Ha una selezione di centinaia di abiti che vanno dagli anni ’20 agli anni ’80, tutti di eccellente fattura e condizioni. I prezzi variano, ma sono tutti sostenibili. Alla fine, ho deciso di mettermi nelle abili mani di una sarta di grande esperienza. Siamo andate insieme a comprare la stoffa (seta, cady, tulle) e abbiamo scelto il modello. Questa è la cosa che più mi sento di consigliare, perché il giorno del matrimonio indosserò un abito unico, cucito su di me, e soprattutto ho avuto l’opportunità di vedere, mese dopo mese, una fantastica artigiana al lavoro!

2. Le scarpe da sposə

Le scarpe meritano un approfondimento. Anche qui ci si trova davanti a vari quesiti:

  1. Le metterò una volta sola, vale la pena spenderci tanto? No, se le metti una volta sola prendine un paio economiche, cerca negli outlet e nei negozi di quartiere, le scarpe bianche non sono necessariamente da sposa e si trovano a prezzi bassi.
  2. Le voglio rimettere, quali scelgo? Ha senso optare per un sandalo gioiello (intramontabile) o magari per una scarpa sui toni dell’argento o dell’oro chiaro, dei veri passepartout del guardaroba. Scarpe così si trovano ovunque a tutti i prezzi.
  3. Belle ma scomode o brutte ma comode? Ovviamente, belle ma comode. Come fare? Scegliete un tacco al di sotto dei 10 cm, 7-8 cm sono una misura perfetta per stare in piedi tante ore e soffrire poco. Vale sempre l’opzione ‘scarpa di ricambio’, sia per gli sposi che per gli invitati!

3. Save the date, inviti, partecipazioni

Tra carta Amalfi, caratteri tipografici, ceralacche e indirizzi, preparatevi a mettervi le mani nei capelli. Nessuno nella vita ha mai dovuto pensare ad una partecipazione e ci sono molte domande a cui rispondere. Qualche mese prima del matrimonio, è molto comodo inviare un save the date, per blindare la data. Io ho optato per il formato digitale, creato con Canva a costo zero (ma ci sono decine di siti simili per creare inviti), inviato via WhatsApp a tutti gli invitati. 2-3 mesi prima della data, è importante mandare le partecipazioni vere e proprie. Devono contenere i nomi degli sposi, le indicazioni del luogo e orario dove si svolgerà il rito, il nome e indirizzo del ristorante, e tutti i dettagli che reputate importanti. Infine, per evitare di ricevere in regalo l’orologio d’oro da parete, il piatto da portata anni ’80 o l’ennesimo servizio di piatti inutile, vi consiglio di optare per una lista di nozze o di indicare l’ormai sdoganato Iban, così potrete comprare quello che desiderate. Per le partecipazioni ho risolto con i fantastici creativi di Pop the Question, è un sito ma anche una tipografia fisica che sta a Roma, dove lavorano delle persone carine e preparate! I prezzi sono ottimi e spesso ci sono sconti e offerte.

4. La location

Questo sarà un vero nodo cruciale della preparazione del matrimonio. Il mio consiglio è di pensare in modo moderno e alternativo, per non finire stritolati nelle dinamiche dei matrimonifici. Anche in questo caso è importante capire cosa si desidera: una festa è una festa, e se il budget è limitato si può organizzare in uno stabilimento balneare, in un locale della movida per un aperitivo, in un circolo culturale, in una serra dell’orto botanico della città. In merito al cibo, credo sia finita l’epoca dei pranzi infiniti e delle cene luculliane, lo spreco di cibo in questi casi è garantito e non più sostenibile. Basta davvero poco per creare un’atmosfera di festa! Soprattutto, credo sia importante regalare ai propri amici e parenti un vero momento di svago e libertà, dopo questi anni di lockdown.

5. Le bomboniere

E’ stata la parte più difficile, perché io ho sempre avuto un rapporto difficile con le bomboniere. Mettetevi il cuore in pace: sarà impossibile scegliere un oggetto che possa piacere a tutti, per cui vi consiglio di fare un ragionamento economico. Un tot del budget è destinato alle bomboniere, quindi basta chiedersi a chi volete vadano quei soldi. Un artigiano del quartiere? Una onlus? Una giovane startup di design? Anche qui vale il pensiero non omologato. Tutti amano la novità e molti odiano l’ennesimo ninnolo a cui non si trova mai posto!

Micaela Paciotti

Infine…un cult per ispirarvi!

Habemus papam: il trionfo del genio di Moretti

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“Habemus Papam”, film di Nanni Moretti del 2011, è un capolavoro assoluto!

Questa voglia di ridare umanità, vita, esperienza a chi è sostanzialmente rinchiuso costretto e obbligato alla stessa vita da sempre è un andare oltre che premia il genio di Moretti consegnandolo all’empireo dei classici. Ci era già andato molto vicino coi suoi capolavori “Bianca” e “Palombella rossa”, ma con “Habemus Papam” ha realmente raggiunto il non plus ultra.

La trama

La trama è molto semplice e lineare: al momento dell’elezione il nuovo pontefice viene meno, nel senso che si fa prendere da uno sconforto ed un senso di impossibilità tale da mandarlo in una crisi dalla quale non ne uscirà più; il termine corretto per definire questo stato è “bloccato”.

Il nuovo rappresentante della Sacra Chiesa non riuscirà più a fare un passo nonostante l’intervento di diecimila fattori esterni d’ogni tipo giunti in suo aiuto. I più geniali puliti e particolari saranno proprio quelli forniti dallo psicoanalista (Moretti), che regalerà degli attimi di vera pace, come vedremo in seguito, non solo al papa ma anche a tutti i cardinali presenti in Vaticano.

Per liberarsi da questo nodo alla gola l’unico rimedio per il protagonista sarà scappar via da questa gabbia d’oro e confondersi tra la gente comune per provare emozioni di vita vera, reale.

Lo stallo che si crea dal momento della mancata proclamazione alla risoluzione del guaio è la sintesi dell’impasse che nasce nella testa del neo eletto, è la sintesi di tutto il film: un sentirsi soffocato da un contesto che ti stringe ti accerchia e ti toglie il respiro fino a portarti allo sfinimento e l’unica soluzione è fuggire, evadere.

L’attacco diretto e senza filtri che Moretti scaglia contro il Sistemachiesa (tutto unito è più bello e rende meglio) è esattamente il motivo per il quale Nanni sarò riconosciuto come un genio in saecula saeculorum.

Poiché non è una semplice esposizione della situazione del papato o una semplice invettiva di genere, ma nasconde, dietro  l’alone di critica diretta, una vera e proprio metafora della vita, e può essere letta come un monito rivolto a chiunque viva la propria vita sotto la spada di Damocle di una qualsiasi costrizione senza rendersene conto di stare a vivere un po’ così, a casaccio, tanto per vivere. 

È un elogio alla ribellione, alla rivolta, al non accettare senza riflettere dogmi e routine, teorie e imposizioni, ma semplicemente vivere, perché vivendo si può assaporare se stessi.

A seguire un po’ di momenti catartici del film. 

Il papa che ama il teatro è forse uno dei momenti più emozionanti: la sua voglia di far sapere che ha sempre desiderato far l’attore ma non ha mai potuto farlo veramente, il suo conoscere a memoria le parti teatrali, il suo emozionarsi durante uno spettacolo sono tutti passi chiave, di umanità sui quali Moretti insiste a forza per sottolineare la sua teoria di fondo.

La  necessità estrema della chiesa di nascondere sempre e comunque tutto e di far finta che tutto vada bene e che siano loro ad avere la ragione è l’altro tema per il quale Moretti sente proprio il bisogno di combattere con fermezza.

Facciamola finita, venite tutti avanti” direbbe Qualcuno (è bene che maiuscole e minuscole si usino al posto giusto).

È quasi triste vedere i mille tentativi che il Vaticano mette in atto per coprire questa enorme falla (quasi paragonabile alle tante fantasie a cui “credere per fede” presenti nel sistema religioso d’ogni latitudine, ma principalmente di latitudine occidentale!), così come è emozionante cogliere il lato umano che viene fuori tra i cardinali; lato che si può toccare grazie alla leggerezza che Moretti/lo psicanalista trasmette nel contesto mettendo in risalto l’umanità di ogni persona che va al di là di tutte le mille catene morali imposte dalle istituzioni. 

Sta qui il capolavoro! Nello sbeffeggiare con stile l’ipocrisia.

Ipocrisia che si svela a più riprese, ad esempio nei momenti clou quando il portavoce in diretta televisiva cerca di arzigogolare un discorso sulla fede fino ad affermare che non ci sta capendo nulla nemmeno lui e che sta solo inventando frasi e parole fino a dover rivelare la verità sullo stato del papa.

Il culmine del gioco Morettiano lo troviamo nel ruolo del finto papa che deve fare solo da ombra alla finestra, ma, essendo questi un completo ignorante nel vero senso che ignora ciò che sta facendo, muove e tocca oggetti nella stanza papale mangia fuma e guarda partite di biliardo, mentre il papa, tra le vie di Roma, rinasce, migliora.

E ancora, lo psicanalista che inventa mille cose da fare coi cardinali e commenta continuamente tutte le loro azioni e i loro gesti confrontandoli con la realtà, per invitarli ad un discorso costruttivo.

Troveremo i cardinali che nell’attesa della venuta ballano, giocano a carte, animano un torneo fra nazioni di beach volley, nel Vaticano.

Se non è genialità questa!

Ma come tutte le cose, anche nel film si giunge ad una fine. Mentre il papa si gode uno spettacolo teatrale, i cardinali vanno alla ricerca ed irrompono in sala a interrompere quel momento di serenità che il quasi beato aveva avuto.

E qui la poesia nella poesia.

Rientrato alla base, il papa si presenta finalmente al mondo, nel tripudio della folla e dei cardinali, ma nel momento tanto atteso del discorso ai fedeli, rivela di non avere la forza e di non essere in grado di guidare la chiesa in un momento di scelte tanto difficili per gli uomini (quest’ultima frase sa tanto di presa in giro visto che va bene sempre).  In seguito, abbandona il leggio e scompare nel palazzo, lasciando nuovamente la chiesa senza guida e nello smarrimento generale!

Fantastico tutto il film, fantastico il finale.

Come fantastico è sempre stato Moretti, con quel fare da uomo apparentemente perso e smarrito (in realtà, filosoficamente parlando, è tale per davvero), che sembra non aver capito nulla della vita ma che ha capito tutto.

La vita non si capisce e perciò ci si estranea, come unica salvezza.  

Con i suoi continui aneddoti, le sue scene che sembrano folli insensate anomale cosa ci voleva dire con questo film?

Che dio, l’anima, qualsivoglia entità terrena o meno si può servire e amare in tutti i modi e non con mille privazioni che portano solo a stare male, a soffrire perché obbligati a far qualcosa, altrimenti dov’è la libertà?

Lasciatemi andare via, vi prego” dice il Papa a più riprese.

Quando si esaspera troppo una situazione portandola allo stremo questa scoppia, non sarà più di qualità.

La chiave sta tutta nel titolo: habemus sì il papa, ma un papa naturale, un papa che vive la vita e che serve dio, i fedeli, chiunque ma con serenità e naturalezza e non schiavo e vittimi di mille dogmi. Un papa rivoluzionario.

Il papa qui lo abbiamo per davvero, lo sentiamo proprio perché è un papa diverso.

Il senso è che qui il papa lo abbiamo non avendolo!

Lorenzo Romano


Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Mansfield Park”: il romanzo più controverso di Jane Austen

Chi conosce le anticonvenzionali e ironiche eroine di Jane Austen, e ha fantasticato senza troppa difficoltà sulla possibilità di bere un tè con Lizzy Bennet ridendo delle sciocchezze delle sue civettuole sorelline, avrà probabilmente girato l’ultima pagina di “Mansfield Park” con un senso di delusione e perplessità.

Era Jane Austen nient’altro che una acida zitella, fedele alla morale della religione e agli ordini stabiliti dalla famiglia patriarcale? C’era, inoltre, un timido accenno, o anche consenso, alla “giustizia” della schiavitù nelle pagine appena lette? Queste domande potrebbero essere sorte spontanee al lettore di “Mansfield Park”.

Di cosa parla “Mansfield Park”

Il romanzo è stato scritto tra il 1812 e il 1814 ed è stato pubblicato la prima volta nel 1814. Narra le vicende di Fanny Price che, figlia nata da un matrimonio d’amore, ma economicamente svantaggioso, viene affidata sin da bambina alle cure dei ricchi zii.

Nella ricca dimora di Mansfield, la giovane cresce con la consapevolezza e la placida accettazione di essere inferiore, per stato sociale, salute e intelligenza, ai suoi cugini. Trattata con superficialità da tutti, fuorché da suo cugino Edmund, Fanny diventa una giovane donna e si scopre particolarmente affezionata al cugino. Poi, come sempre accade nei libri di Austen, nuovi personaggi arrivano a rompere l’equilibrio della quotidianità e a scuotere gli animi dei protagonisti.

Gran parte del romanzo è dedicata all’organizzazione di uno spettacolo teatrale che, però, non verrà mai messo in scena a seguito dell’anticipato ritorno a casa del severo padrone di casa: lo zio, Sir Thomas Bertram.

Nel libro Fanny critica severamente l’idea del teatro che, è stato detto da qualcuno, potrebbe essere una metafora: è l’unico momento in cui i protagonisti, protetti dalla finzione della messa in scena, dicono e fanno davvero quello che vogliono. Allo stesso tempo, Fanny non apprezza la mondana e affascinante Mary Crawford che dice sempre ciò che pensa. Infine, guarda con sgomento ai comportamenti disdicevoli (o da lei reputati così) delle sue cugine e, tuttavia, non ne parla con nessuno.

Per la verità il personaggio di Fanny rimane spesso silenzioso, passivo e pieno di giudizio inespresso verso ciò che la circonda. Tale giudizio non è sempre negativo, anzi: ella adora la morale religiosa del cugino Edmund e guarda con timore reverenziale e immenso rispetto allo zio.

In un susseguirsi di vicende in cui Fanny non prende mai una iniziativa, ma, da perfetta donna ottocentesca, abbassa la testa e nasconde la propria opinione (anche quando le viene chiesto cosa pensi!), si arriva alle ultime pagine ad una frettolosa conclusione nella quale, quasi senza romanticismo, Fanny ha tutto quello che avrebbe mai potuto desiderare, il cugino Edmund per marito, la famiglia degli zii come sua stessa famiglia, un nuovo rango sociale e, in definitiva, la dimora.

Capire Jane Austen: la segreta chiave di lettura di “Mansfield Park”

A chiusura del libro potrebbe sembrare che Jane Austen abbia innalzato a modello ideale la società che, invece, aveva con sottile ironia criticato in “Orgoglio e Pregiudizio”, uscito solo l’anno prima e che avrebbe continuato a criticare in “Emma”, pubblicato un anno dopo “Mansfield Park”. Come è possibile? Il dilemma ha confuso per anni (si potrebbe dire, per secoli!) i critici. Finché qualcuno ha avuto un’intuizione che, bisogna ammetterlo, è ancora oggi timidamente considerata: la chiave di lettura del libro è il rovescio delle verità!

Molto di ciò che viene elogiato nel romanzo è in realtà criticato: i personaggi buoni sono i “cattivi” (si pensi anche solo all’amato cugino Edmund, che è talmente simile al buffo Mr Collins di “Orgoglio e Pregiudizio”) e i comportamenti disprezzati dalla protagonista meriterebbero, invece, l’elogio del lettore (all’odiosa e schietta Mary Crawford piace parlare e camminare… non è simile a Marianne Dashwood, di “Ragione e Sentimento”?).

Il punto di vista di tutto il romanzo è quello di Fanny, che in sé è una protagonista che difficilmente può starci completamente simpatica. Non solo è spesso sottomessa, ha (per sua stessa ammissione) poca cultura, ma è anche a tratti falsa.

Si potrebbe dire che quello di Austen è un esperimento di scrittura estremamente all’avanguardia, forse solo parzialmente riuscito, che probabilmente sarebbe stato subito compreso un secolo dopo, ma, nella quotidianità della scrittrice, era stato piuttosto frainteso.

Jane Austen e la questione della schiavitù

Si è a lungo discusso sul fatto che “Mansfield Park” trattasse anche il tema della schiavitù che all’epoca era ancora praticata.

Per la verità, la questione degli schiavi rimane implicita ed è menzionata solo una volta nel testo, quando Fanny parla con Edmund di una conversazione avvenuta con lo zio la sera precedente.

“Ma io discorro con lui più di quanto facessi prima. Ne sono certa. Non mi hai sentito quando gli ho chiesto della tratta degli schiavi l’altra sera?”
“Sì, certo, e ho sperato che a quella domanda ne seguissero altre. A tuo zio avrebbe fatto molto piacere se tu lo avessi indotto a darti più informazioni”.
“E io avrei desiderato così tanto farlo… ma c’era un tale silenzio!”…

Capitolo III, volume II

Per il resto, di Sir Thomas Bertram già sapevamo fosse membro del parlamento, con affari ad Antigua e, secondo gran parte della critica, nessun contemporaneo di Austen avrebbe frainteso l’allusione: il possesso di una piantagione lavorata da persone schiavizzate.

Visto che nel testo il personaggio di Sir Bertram è elogiato nelle sue doti di padrone di casa (“master of the house”, capitolo II, volume II), molti lettori si sono scandalizzati credendo che Austen stesse implicitamente approvando anche lo sfruttamento degli schiavi. Qualcuno ha provato ad argomentare che il dettaglio sulla schiavitù fosse insignificante, però i dettagli nei romanzi di Jane Austen non sono mai casuali, sono, anzi, accuratamente selezionati. La scrittrice voleva parlare di schiavitù? Sì, ma non va dimenticato il meccanismo del rovescio delle verità!

Non è possibile che Austen approvasse lo sfruttamento degli schiavi e, anzi, sappiamo dalle sue lettere alla sorella, che aveva letto e molto ammirato gli scritti dell’attivista abolizionista britannico Thomas Clarkson. Ricordiamo il meccanismo del rovescio, ed ecco come il buon padrone di casa si trasforma in un tremendo e ipocrita padrone di schiavi.

In “Mansfield Park” Jane Austen crea un disegno nitido dei personaggi che popolano le sue pagine. Sono ritratti precisi e ben collocati nella realtà tramite dettagli che, sebbene possano sfuggire al lettore moderno, sarebbero stati ben compresi dai contemporanei.

Alla luce di tutto ciò, non è strano che nell’adattamento cinematografico di “Mansfield Park” del 1999 i personaggi siano stati completamente riscritti e Fanny appare come una giovane donna spigliata e sarcastica. Certo, trasportare al cinema un libro dall’ironia così tanto profonda che è difficile scorgerla non sarà stata una sfida semplice da cogliere. A ogni modo, il film è divertente e richiama molto più gli antagonisti e le eroine degli altri celebri libri dell’amatissima Jane Austen.

Cristiana F. Toscano

Only murders in the building 2: recensione del sesto episodio

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Che il personaggio di Alice, la gallerista interpretata dalla magnifica Cara Delevingne, fosse quantomeno misterioso, era chiaro a tutti. Dalla relazione con Mabel ai suoi tentativi di coinvolgerla in strani happening catartici, tutto in Alice ha una doppia faccia. A partire dai suoi look, che la costumista Dana Covarrubias ha reso quasi ‘parlanti’: la fluidità del personaggio, a metà tra luce e ombra, tra simpatia e sospetto, viene incarnata in outfit squisitamente genderless.

Lei e Mabel sono una coppia speculare a Charles e Oliver, tra di loro il generation gap è tanto evidente quanto spassoso. Ma per Mabel i sorrisi stanno per finire.

Questo episodio racconta la pianificazione di un falso scandalo ai danni di Mabel, ad opera della famosa podcaster Cinda Canning, che dalla prima puntata tenta di incastrare i nostri tre protagonisti come assassini di Bunny. Per orientare l’opinione pubblica, decide di intervistare un vecchio amico di Mabel, che la accusa di averle tagliato di netto un dito con il coltello. Ovviamente la verità non è mai come i mass media ce la raccontano, e chi finisce incastrato in questi meccanismi difficilmente ne riesce ad uscire.

Giovani vs anziani

Entrando di più nelle dinamiche di Cinda, conosciamo più da vicino Poppy, la sua assistente. Anche in questa relazione -lavorativa- è presente il tema della distanza tra generazioni. I vecchi hanno raggiunto fama e successo, i giovani scalpitano per ottenere ciò che è dovuto, ma chi sta sopra difficilmente riconosce i meriti delle nuove generazioni. Poppy viene trattata malissimo da Cinda, non le dà spazio per una crescita personale e professionale, nonostante sia molto in gamba. In una scena molto empatica, Mabel sprona Poppy a ribellarsi e a prendere posizione per se stessa, per capire chi è e cosa vuole fare nella vita. Suona un po’ come un consiglio a se stessa, perché anche Mabel vive un momento di confusione.

A che punto siamo con le indagini?

Facendo un’improvvisata ad Alice, Mabel scopre che l’artista ha ricostruito in ogni dettaglio la scena dell’omicidio di Bunny, con tanto di personaggi, costumi ed effetti speciali. Non capendone la finalità (e neanche noi), rimane molto turbata. Nel frattempo Oliver haun test genetico da portare avanti, per capire se suo figlio è davvero suo o frutto di un tradimento. Infine, Charles si aggancia sempre di più a Jan, che riesce a manipolarlo anche stando in prigione.

Le difficoltà li deconcentrano dalle indagini, anche se mai come in questo episodio sono vicini al killer. Vogliono contattare la detective che aveva seguito il caso di Tim Kono, e rispondono all’ultimo messaggio che aveva mandato, ovvero il consiglio di uscire dall’edificio mentre Bunny veniva uccisa. La detective però è fuori città, e dal tono dei messaggi si rendono conto che stanno chattando direttamente con l’assassino. Charles sfodera il trucco del ‘falso indizio’, imparato sul set di Brazzos.

L’accordo è di lasciare l’indizio (i fiammiferi) in un bidone vicino al parco, avvolto in una bomba di glitter. Così il killer verrà ‘marchiato’ e arrestato. Ma mentre attendono vicino al parco, si distraggono chiacchierando dei loro guai personali e non si accorgono che il loro piano sta avendo successo.

In chiusura di puntata si vede Mabel sulla metro, al telefono con Poppy che le da del materiale da usare contro Cinda. Dietro Mabel, sul vagone, c’è un uomo vestito di nero pieno di glitter. Diventa subito virale un video di Mabel che lo accoltella.

Sipario.

Micaela Paciotti

BiEnne Autori in bianco e nero, la rassegna dell’estate siracusana

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Estate Fotografia, l’annuale rassegna fotografica a cura della Fototeca Siracusana, celebra la fotografia in bianco e nero con una mostra al Palazzo Montalto di Ortigia, fino al 18 agosto.

Una rassegna dedicata alla fotografia in bianco e nero, non per inutile faziosità, ma per intrigante ri-lettura di un genere molto amato dai fotografi e dal pubblico della fotografia, per ragioni tanto chiare inconsciamente quanto difficili da elencare razionalmente.
Saranno presentate le opere di 18 fotografi tra i più emergenti nel panorama nazionale ed internazionale, dagli stili molto diversi tra loro, accomunati solo dalla scelta di esprimersi in scala di grigi.

Un gioco di rimandi, una continua citazione dei grandi autori del passato che ci hanno lasciato il grande patrimonio visivo di cui si alimenta la fotografia contemporanea. Non è mai una questione di tendenze, dove spesso ci si trova ad essere trascinati, ma è sempre una questione di verità e di autenticità degli autori che di questa eredità ne hanno fatto tesoro.
Una piccola e rara sorpresa sarà data dalla presenza in mostra di alcune fotografie inedite di Ferdinando Scianna, eccellenza della fotografia italiana, scattate negli anni ’60 ai primordi della sua carriera, alcune delle quali a Siracusa.

I fotografi in mostra

Gli autori selezionati sono molto eterogenei, sia per stile che per provenienza. Fotografia paesaggistica, di interni, still life, reportage di viaggio: cifre stilistiche diverse che convergono nel bianco e nero, eterno e immutabile omaggio alla fotografia.

Mauro Colapicchioni è nato a Roma, dove ha vissuto fino a quattro anni fa quando si è trasferito a Siracusa. Fotografo dal 2011, negli anni si è occupato di scena teatrale, musicale, eventi, still life e architettura. Usa il digitale per professione ma spazia tra i diversi formati della pellicola per portare avanti i suoi lavori personali. Espone, nella rassegna, uno studio delle linee di difesa della seconda Guerra
Mondiale lungo il sud-est della Sicilia, un lavoro che restituisce un pezzo drammatico della storia del Novecento.

Il francese Thierry Cron vive sulle pendici dell’Etna da 15 anni. Cuoco e marinaio, viaggiatore e giramondo, ha messo la sua esperienza di viaggio e il suo gusto per l’avventura al servizio della produzione fotografica. Farà viaggiare anche noi, portandoci attraverso le fotografie in India, durante un suggestivo matrimonio.

Il grande Ferdinando Scianna, invece, viene presentato dalle parole del suo amico Leonardo Sciascia: «È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile».

Un’altra chicca per cui vale la pena non perdere questa mostra è la fotografa belga Marie Sordat. Nel 2019 è stata selezionata tra i 50 fotografi belgi più importanti a Les Rencontres d’Arles. Negli ultimi quindici anni il suo lavoro è stato esposto in musei, gallerie e festival di tutto il mondo. Per il critico Giuseppe Cicozzetti la fotografia di Sordat “è un canto dalla voce di sabbia e sassi, oscuro e primordiale come un rito che scarnifica il superfluo. Le figure fuoriescono dall’oscurità dopo avere ingaggiato una lotta contro la luce; e la luce non ha la forza salvifica, si arrende nella tregua d’un patto”.

Gli altri fotografi, le cui bio potete trovare sul sito dedicato alla mostra sono: Daniele Aliffi, Giacomo Brunelli, Mauro Cangemi, Luciano Cannella, Daniele Cascone, Guido Gaudioso, Francesca R. Guarnaschelli, Karel Saelaert, Giulio Speranza, Alfio Torrisi, Wouter Van Vaerenbergh, Umberto Verdoliva, John Vink, Lorenzo Zoppolato.

La Fototeca Siracusana ovvero: l’amore per la fotografia

Ho visitato questa galleria qualche anno fa in uno dei miei viaggi a Siracusa: Salvatore Zito, l’appassionato fondatore, l’aveva aperta da poco ma il progetto era molto ambizioso. Chiamarla solo galleria, infatti, è riduttivo. Negli anni è diventata un vero e proprio polo culturale che ruota intorno al mondo delle arti visive. La fotografia, dalla tecnica più pura alle sale espositive, viene esplorata a 360 gradi. Non solo, viene anche insegnata.

I corsi sono dedicati a tutti coloro che non hanno mai approfondito il proprio rapporto con la macchina fotografica o che la usano per la prima volta, ma anche ai più esperti che desiderano arricchire e verificare nozioni già acquisite. I fotografi digitali possono imparare ad usare la camera oscura per la stampa analogica, i neofiti possono avvicinarsi a questo mondo con un approccio appassionato e molto competente. Infine, è anche editrice di alcuni cataloghi e libri fotografici davvero stupendi.

Mettete in agenda un weekend a Siracusa: vi innamorerete della città e della Fototeca! E tornateci anche per il ponte dei morti, non potete perdervi gli antichi riti di Ognissanti!

Micaela Paciotti

Foto: Marie Sordat, MotherLand

La morte ti fa bella: un imperdibile cult anni 90′ sulla vanità

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Titolo originale: Death Becomes her
Regia: Robert Zemeckis
Genere: commedia, fantasy, grottesco
Cast: Isabella Rossellini, Goldie Hawn, Bruce Willis, Meryl Streep, Sydney Pollack, Adam Storke
Nazione: USA,
Anno: 1992
Durata: 100 minuti

La trama

Situata in un arco di tempo che, in due tappe di 7 anni, va dal 1978 al 1992, proiettandosi fino al 2029, la storia racconta di due amiche-rivali di Beverly Hills. Helen Sharp (Goldie Hawn) ha una vita sentimentale apparentemente felice mentre sogna di diventare una scrittrice di successo. L’incontro con l’amica/nemica Madeline Ashton (Meryl Streep) stravolgerà la vita di Helen che prima si vede portar via il suo amato Ernest (Bruce Willis) e poi finisce in manicomio. Tra pozioni magiche, filtri di bellezza, crisi di nervi e morti che tornano in vita questo cast stellare ha realizzato una commedia Horror volutamente grottesca che vi farà sorridere e forse un po’ rabbrividire.

Un cult di inizio anni ’90: un apologo sulla vanità

Attraverso salti temporali progressivi dal 1978, 1985, 1992 e il 2029, Robert Zemeckis riporta i postulati filosofici sulla memoria e sui paradossi temporali di Ritorno al futuro contaminando la pellicola con atmosfere gotiche – che omaggiano il cinema di Tim Burton –alla Edgar Allan Poe e Frankenstein. Un premio Oscar per i migliori effetti speciali della Industrial Light and Magic di George Lucas e una candidatura ai Golden Globes come miglior film commedia o musicale con La morte ti fa bella (film del 1992) il cineasta ci regala uno degli incipit più belli di tutto la sua filmografia.

Per comprendere il senso leggero ed ironico della pellicola bisogna partire dal caso Madonna e dal suo timore di invecchiare. La ricerca ossessiva dell’eterna giovinezza e bellezza che caratterizza Hollywood più di tutte è ben rappresentata dalla seguente citazione che chiude il film:

“Noi tutti abbiamo ascoltato le sue rocambolesche storie sui cosiddetti morti di Beverly Hills”.

Zemeckis ha preso una realtà disfunzionale e ne ha fatto un film attraverso cui mixa con sapienza horror e ironia sfociando in più punti nel comico grazie alla maestria attoriale di Bruce Will – come dimenticare la scena del bicchiere con il liquore e la pozione – e delle bellissime coprotagoniste Maryl Streep e Goldie Hawn.

Zemeckis rappresenta con estrema accuratezza, anticipandola di circa trent’anni, l’ossessione che connota il popolo dello star system soprattutto oggi. Va oltre la profezia grazie ai frequenti rimandi alla simbologia dell’immagine cinematografica: nella prima parte assistiamo al moltiplicarsi degli specchi che continuano ad evidenziare una dissonanza tra immagine reale e percezione distorta di se; nella seconda parte i colori cambiano e anche e atmosfere. La morte ti fa bella si presta ad essere un’opera dissacrante sul platinato mondo di Hollywood che lotta col bisturi per imbalsamare il corpo perfetto.

A trent’anni dalla sua uscita, il film non solo continua ad essere vivo nella mente di molti spettatori che lo ricordano per le scene cult come il buco nello stomaco di Goldie Hawn o il collo “leggermente” girato al contrario di Meryl Streep dopo la piccola caduta dalle scale, ma è più attuale che mai.

Set e incidenti tra colleghe

Nella lotta con le pale tra Helen e Madeline non andò tutto liscio. Durante le riprese, con un colpo di pala dato con un “pizzico di foga” in più, Meryl Streep ferì accidentalmente la Hawn in piena faccia, provocandole una ferita sul volto, di cui la stessa attrice ha ancora affermato di avere. In un’intervista degli anni ’90 l’attrice Hawn affermò:

C’era questa scena di lotta in cui io ho avuto un vero incidente. Una delle pale che stavamo usando mi colpì in volto e creò uno squarcio sulla mia faccia. Sono stata molto eroica, a riguardo. Ero tutta un ‘È tutto okay, sto bene.’ Ma ancora adesso ho una cicatrice.

L’omaggio a Ritorno al Futuro

Noto per la trilogia cult Ritorno al futuro, Robert Zemeckis omaggia uno dei suoi maggiori successi ne La Morte ti fa bella, e lo fa nella scena in cui quando Helen beve per la prima volta la pozione il 26 ottobre 1985, che è la data esatta di quando nel parcheggio del centro commerciale Twin Pines, Marty saliva a bordo di una DeLorean DMC-12 modificata dal dott. Emmett Brown per tornare nel 1955.

Il finale alternativo

Il finale con Madeline ed Helen a pezzi, dopo essere cadute dalle scale, lo ricordano tutti coloro che hanno visto il film, ma sapevate che in realtà si tratta di un finale alternativo? Ebbene in origine il film prevedeva, dopo la scena della fuga da casa di Lisle, che Ernest trovava riparo nel bar dove lavorava Toni, una ragazza con cui aveva stretto amicizia interpretata da Tracey Ullman, (tutte le scene con lei sono state cancellate). Con lei inscenava una finta morte e scappava in un luogo non precisato. Il film finiva ventisette anni dopo in Europa dove Madeline ed Helen, ormai ridotte a pezzi di carne putridi stile zombie, sono in viaggio e per caso vedono un’anziana coppia che si tiene per mano su una panchina. Mentre se ne vanno, la telecamera fa lo zoom sulla mano dell’uomo anziano e si nota che essa è di un ragazzo molto più giovane, rivelando che si tratta proprio di Ernest. Ovviamente la mano era più giovane perché anni prima aveva ricevuto il quel punto la pozione.

Questo finale non piacque e dopo i primi test screening fu cambiato con il finale che tutti conosciamo. Personalmente avrei preferito il finale originario.

“Si può dire che questo benefattore, quest’uomo avesse appreso a suo modo il segreto della vita eterna. Ed è qui, fra noi, nel cuore dei suoi amici. Il segreto dell’eterna giovinezza è proprio qui, racchiuso nelle vite dei suoi figli e dei suoi nipotini. Ed è mia opinione che il nostro beneamato Ernest sia un uomo che certamente vivrà in eterno.”

Quando vederlo?

In qualsiasi momento è quello giusto per godere di un film anni ’90 con un cast stellare

Tre motivi per guardarlo

  1. Per il giovanissimo cast composto da Goldie Hawn, Bruce Willis, Meryl Streep;
  2. Per la tematica che affronta con assoluta leggerezza ed ironia
  3. Perchè è un cult anni ’90 imperdibile

Angela Patalano

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Christopher Nolan: la classifica dei film dal peggiore al migliore

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In occasione del compleanno di Christopher Nolan, e al termine di una rubrica d’approfondimento interamente dedicata alle opere di uno dei registi più calamitanti del panorama cinematografico contemporaneo, ho deciso di fare mente locale e divertirmi un po’ con una personalissima – e totalmente non condivisibile – classifica dei suoi film, dal peggiore al migliore.

Prima di iniziare, devo confessare che utilizzare la parola “peggiore” in associazione a uno qualsiasi dei lungometraggi di un autore fedelissimo alla sua poetica dal primo all’ultimo ciak, capace di divenire ponte tra cinema autoriale e blockbuster, è per me un vero e proprio atto criminale. Nonostante sia un nome che con il tempo è divenuto soggetto di feroci dibattiti tra appassionati, Christopher Nolan si è affermato per merito all’interno dell’industria, generando un’attesa spasmodica per ogni suo successivo lavoro.
Seppur qualcuno non gli perdoni il fatto di essere passato a una narrativa più mainstream, dedicata alla creazione di intricati puzzle temporali, illusori e dimensionali, il regista di origini londinesi non ha mai nascosto le sue intenzioni e le sue influenze, di cui la sua filmografia è disseminata. Ossessionato dal tempo, dalla menzogna e dai lati oscuri della mente umana, i suoi lavori sono falsamente “freddi”, nonostante la sua estrema calibratura. Qualsiasi lungometraggio prendiate in esame, vedrete che esso poggia pesantemente sui legami umani, passando dalla paternità, al ritorno a casa, all’amore da preservare o ritrovare.

Nello stilare questa personale classifica ho cercato di trovare il giusto bilanciamento tra oggettività e soggettività, e andrò a indicarvi le motivazioni che oggi mi hanno spinto ha ordinare le opere di una della filmografie più solide della cinematografia, come vedrete tra poco. Non negandovi che questa classifica è per me sempre mutevole, e ricordandovi che è solo un momento just for fun, vi invito poi ad approfondire ulteriormente con i rispettivi articoli della Directed By: Christopher Nolan.

Insomnia (2000)

Il remake hollywoodiano di Insomnia, noir norvegese di Erik Skjoldbjærg, che sancì l’inizio della proficua collaborazione tra Warner Bros. e Christopher Nolan, non è un adattamento qualsiasi. Seppur sia l’unico film che veda il regista non accreditato alla sceneggiatura è sotto gli occhi di tutti che l’abbia revisionata, conformandola all’evoluzione della sua poetica. Nolan dirige per la prima volta due vere stelle di Hollywood, con un Robin Williams inedito nel ruolo del killer e un Al Pacino deteriorato dall’assenza di sonno. Nonostante il film venga etichettato come “su commissione”, i punti cardine del cinema nolaniano non vengono affatto abbandonati ma, in alcuni casi, persino maggiormente delineati. Il tempo diventa indecifrabile, il rapporto allievo-mentore si evolve, il conflitto etico di chi agisce nell’ombra per il giusto verrà ripreso nella nota trilogia di Batman. Tuttavia, la struttura è un po’ troppo classica rispetto al precedente Memento e questo ha indubbiamente influito negativamente nella valutazione di Insomnia che, seppur in ultima posizione, è un film di tutto rispetto.

Following (1998)

Il primo lungometraggio di Christopher Nolan è la prova di quanto per fare del buon cinema non ci sia bisogno di grandi budget, attori professionisti o autorizzazioni sulle location. Costato solo 6.000 dollari, i quali quasi interamente devoluti all’acquisto della pellicola, Following è l’aperta dichiarazione d’intenti del regista londinese, attratto dal depistare a tal punto lo spettatore durante la visione affinché quest’ultimo torni nuovamente per decifrarne ulteriormente l’opera. Come in una scatola che vuole essere scoperta, il regista racchiude in questo suo primo piccolo lavoro diventato conosciuto in tutto il mondo, gli stilemi stilistici e poetici che andranno a delinearne la carriera: dalla segmentazione e circolarità del narrato, alla figura del ladro, a tutto il resto. Ciononostante il film non può reggere, per ovvi motivi di budget ed esperienze, il paragone estetico, tecnico e recitativo delle pellicole che seguiranno, ma è indubbiamente l’opera da cui partire per decifrare l’enigma Nolan.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012)

Nell’epico capitolo conclusivo della Trilogia del Cavaliere Oscuro, assistiamo alla caduta dell’eroe nolaniano in entrambe le sue identità. Bruce è incapace di sopportare il fallimento dell’investimento nel reattore, e della perdità dell’amore, come semplice essere umano, decidendo inconsciamente di ricercare la caduta attraverso lo scontro con il nuovo brutale villain apparso a Gotham: Bane.
Come ben sappiamo però, se la caduta nel pozzo a Villa Wayne permise a Bruce di conoscere le tenebre, la scalata della prigione-pozzo di Lazurs permetterà a chi era pronto ad abbracciare la morte di ritrovare la luce e voglia di vivere, abbandonando la maschera. Indubbiamente, si tratta di una conclusione imperfetta, dove la narrativa inciampa in qualche occasione; è impossibile dimenticare che il film avrebbe dovuto portare a schermo l’ultimo scontro tra Batman e Joker. Tutto sommato, Christopher Nolan chiude egregiamente il suo rapporto con il difensore di Gotham, girando un urban story impeccabile dal punto di vista tecnico con alcune delle migliori scene di guerriglia urbana di sempre.

Batman Begins (2005)

Christopher Nolan, da sempre effezzionato dal dualismo dei super-eroi DC Superman e Batman, propone a Warner Bros. di riabilitare il nome di vigilante di Gotham dopo la parantesi Schumacher, in un periodo cinematografico dove tutte le principali case di produzione stavano sfruttando le licenze dei personaggi in loro possesso (vedi gli Spider-Man di Raimi, gli X-Men di Singer, Blade e via dicendo). In Batman Begins, Christopher Nolan maschera la sua impronta autoriale sotto il simbolo del pipistrello, conscio che questo sarà il vero passo di afficinamento al grande pubblico. Ciononostante, porta una rilettura personale del personaggio e, da abile ladro e adattatore qual è, priva il difensore di Gotham dell’aspetto super-eroistico, esaltando come mai prima d’ora il concetto della maschera e della duplice identità. Costamentemente spezzato, eticamente combattuto ma non per questo meno mitologico, il giovane Batman di Bale fa un vero e proprio bagno nella paura, venendo forgiato dai suoi stessi avversari. Indubbiamente sono i villain a venir meno, mancando di una figura di grandissimo carisma e imponenza, ma qui i riflettori sono puntati sui confini che il protagonista decide di marcare, tra luci e ombre, imparando ad affrontare e a domare la paura. E Batman vince, prima di tutto, su se stesso.

Tenet (2020)

Partiamo dal pressuposto che è impossibile non voler bene a Tenet. Dopotutto, sull’undicesimo lungometraggio di Christopher Nolan è pesato il fatto di essere stato il film apripista per il ritorno in sala dopo la globale chiusura causata dalla pandemia Covid-19. Si tratta infatti di un’esperienza cinematografica che andava assolutamente gustata sul grande schermo, dalla forte indole blockbuster. Non sbaglieremmo a definire infatti Tenet come uno spy-movie temporale che, come lo stesso regista suggerisce di fare, va vissuto senza pensarci troppo. Una narrazione indubbiamente complessa e affascinante, con il tempo che scorre in entrambe le direzioni, perfettamente rappresentate sul grande schermo con combattimenti a ritroso e riavvolgimenti, in evoluzione con gli stilemi del regista che già aveva trattato le influenze del futuro sul passato. Tenet è, che se ne voglia dire, una pellicola estremamente coerente con la filmografia nolaniana ma che, nel desiderio di dare una chiave di lettura anche attraverso il quadrato di Sator, lascia forse uno sforzo eccessivo allo spettatore, rapito da una roboante messa in scena e colonna sonora firmata Goransson. Un film tutto da scoprire, dove troviamo le migliori scene action della filmografia del regista a cui va dato il merito di aver provato a portare qualcosa di nuovo. È Nolan al 110%, dove quel 10% è in eccesso.

Dunkirk (2017)

Con la rappresentazione sul grande schermo dell’Operazione Dynamo, detta anche il miracolo di Dunkerque, Christopher Nolan si cimenta per la prima volta in carriera con la trasposizione di un evento realmente accaduto. Riportando indietro nel tempo la vera spiaggia di Dunkerque, ricostruendo il famoso molo – divenuto simbolo si speranza – e con una quantità considerevole di comparse, il personale war-movie del regista londinese raccoglie l’eredità del capolovoro di Terrence Malick La sottile linea rossa, allontanandosi con forza dalle produzioni classiche del genere Made in Hollywood. Niente backstories di espiazione, nessun monologo motivazionale o linea amorosa già vista. Dunkirk è un film essenziale sulla brutalità della guerra e, giocando con gli elementi, ci ricorda come il fuoco lasci alle sue spalle solo morte e distruzione. Tra nemici invisibili, l’esercito tedesco e il tempo, i padri rischiano la vita nella traversata per riportare i propri figli a casa, con la Gran Bretagna che assume il ruolo di Madre-Patria in un film privo di figure femminili. La poetica del regista assume dunque una nuova accezione, nonostante gli sfasamenti temporali dei tre archi che vanno a richiamare la maschera, il prestigio e la bugia, in un lungometraggio quasi interamente girato in IMax che rimarrà nella Storia del Cinema.

Inception (2010)

Se a 12 anni di distanza vi state ancora chiedendo se la trottola si stia fermando o continui a girare, forse è il momento di andare oltre e osservare il tutto da un altro punto di vista. Il puzzle onirico diventato immediatamente fenomeno di culto, vede il regista intento a innestare nel pubblico la proprio idea di cinema, associando l’esperienza filmica all’esperienza onirica, con la proiezione che diviene “sogno condiviso” dove lo spettatore è partecipe e vittima al tempo stesso. Tra realtà e illusione, la produzione ha compiuto imprese degne una divinità nella realizzazione di Inception, oscurando il sole e ricrando acquazzoni mai così credibili, sottolineando una grandezza tecnica e un savoir-faire unico nell’industria, ancora una volta utilizzando la computer grafica il minimo indispensabile. Tuttavia, quella trottola di cui vi ho parlato prima è croce e delizia al tempo stesso del film, capace di calamitare l’attenzione di vasta parte del pubblico scervellandosi sulla sorte, ma penalizzando i restanti spunti poetici e metacinematografici. Non dimentichiamo che Cobb, evoluzione del ladro d’intimità di Following, è il primo protagonista nolaniano a vincere l’ossessione scaturita dalla perdita dell’amore, decidendo di tornare a vivere. “Non, je ne regrette rien“.

Il Cavaliere Oscuro (2008)

A un passo dal podio, con mio enorme rammarico – le scelte di questa classifica si stanno rivelando una sofferenza inaudita – quello che è, senza tanti giri di parole, il miglior capitolo della Trilogia del Cavaliere Oscuro. Christopher Nolan rivoluziona l’industria dell’intrattenimento dal punto di vista estetico, portando il coinvolgimento dello spettatore ad un altro livello, grazie all’utilizzo delle camere IMAX e portanto un cinema super-eroistico davvero iper-realistico. Indimenticabili e calibrate al millimetro sono le nuove maschere che appaiono a Gotham City, dove l’immortale Joker di Heath Ledger è un’illusionista completamente devoto alla sua arte di abile manipolatore. Professandosi “agente del caos”, il realtà il suo piano è rendere tale l’uomo che decide da sé il suo destino, non lasciando nulla al caso: Harvey Dent. Si tratta del primo film super dove il villain ha la meglio, portando il simbolo onesto della città sulla via della vendetta e rendendo il vigilante mascherato capro espiatorio: trasformandolo da Batman a Cavaliere Oscuro. The Dark Knight è dunque lo scontro tra un prestigiatore criminale e un eroe necessario, che pecca in un epilogo un po’ troppo frettoloso.

Memento (2002)

Girato in soli 25 giorni e con un budgeti di soli 9 milioni di dollari, Memento permetterà a Christopher Nolan di entrare nell’industria che conta, stimolando il pubblico a una riflessione sulla memoria e l’identità. Attraverso una struttura filmica straordinariamente complessa, lo spettatore è portato a immedesimarsi con lo smemorato protagonista, smarrito dalla parziale conoscenza degli avvenimenti post-trauma e disorientato da un’elaborata sovversione del rapporto causa-effetto. Tuttavia, noi che guardiamo osserviamo i fatti da un’angolazione differente rispetto a Lenny, fedellissimo al suo metodo. Con l’incedere del film dunque, quell’unica soggettiva comune iniziale è destinata a incrinarsi sempre di più, fino a scoprire il labirinto circolare di false verità in cui Leonard si è imprigionato. Un montaggio che ha fatto storia, in un’esperienza cognitiva condivisa dentro e fuori dallo schermo. Ciononostante, Memento è anche il film che, evolvendo e sdoppiando quanto rappresentava la Bionda in Following, delinea con inequivocabile chiarezza il significato dell’amore e dei sentimenti all’interno della filmografia nolaniana: quale forza non tangibile, resistente al tempo, allo spazio e persino alla morte; non pienamente comprensibile ma motore delle azioni dell’essere umano. 

Interstellar (2014)

Questo è probabilmente il film per il quale faccio più fatica a tener a freno la soggettività. Interstellar è la rappresentazione su schermo di come danzino e interagiscano tra loro le forze invisibili della poetica di Christopher Nolan. Probabilmente, a molti ha stonato il fatto che venga apertamente dichiarato come l’amore (per un figlio, una figlia, un padre, una moglie, un’arte, una terra) sia il vero motore di questa filmografia. Per quanto mi riguarda, questa è l’opera più stratificata e mastodontica dell’intera filmografia, e vi rimando fortemente all’approfondiamento che potete trovare qui. Una storia di emancipazione dove la razza umana è chiamata a vincere la morte, mirando all’immortalità attraverso il suo protagonista divenuto fantasma, che da padre diverrà figlio, in uno scambio di ruoli potentissimo. Lo sforzo della produzione nel gestire le riprese tra minuature ed enormi ricostruzioni, nonché l’incredibile lavoro degli effetti visivi nella rappresentazione di un buco nero esattamente come appare in natura, ben prima che ne avessimo una reale fotografia, da un valore inestimabile all’opera in esame. Ovviamente, Christopher Nolan si prende delle libertà scientifiche nell’epilogo del tesseratto spazio-temporale, eppure con Interstellar cerca di limitare la fantascienza il più possibile, mettendo in guardia l’umanità sui danni irreparabili che stiamo apportando al nostro pianeta, alla nostra casa, con una piaga che proviene realmente dal nostro passato. Il regista ci spinge ancora una volta a guardare il cielo, a sognare e sperimentare, a credere e studiare. Ne va del nostro futuro.

The Prestige (2006)

Ed eccoci arrivati al primo posto e, sul gradino più alto, non poteva che esserci The Prestige. Se Following e Memento sono i delieamenti della poetica del regista, il film del 2006 che vede contrapposti i due ossessionati prestigiatori interpretati da Christian Bale e Hugh Jackman, ne è l’indiscusso manifesto. Se Inception paragonava la visione cinema al sogno, The Prestige sovrappone la proiezione filmica a un numero illusorio, dove il pubblico vuole essere ingannato per evadere dall’ordinarietà della realtà. Illustrando lo scontro ideologico tra i due modi di vivere e veicolare l’arte del prestigio dei due protagonisti, il regista confessa la sua duplice natura di autore e intrattenitore, utilizzando Angier e Borden in egual modo come suoi alter-ego. Nolan si dichiara dunque ponte tra cinema mainstream e autoriale, nella personale ricerca di un cinema fortemente identitario, attaccando con violenza chi reclama la supremazia di una fazione sull’altra. Rivelando la sua totale ossessione e devozione alla Settima Arte, trova il numero di prestigio che gli permetterà di vincere la battaglia sul tempo, trovando la chiave per l’immortalità. In una parola: capolavoro.

Michele Finardi

Menta: caratteristiche, significato e abbinamenti culturali

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La terza pianta scelta per Droghe Vegetali è un omaggio all’estate, ai gelati, alle granite e alle bibite fresche. Ecco a voi, la menta!

Il gusto menta nei bar mi ha ispirata come la lavanda della mia vicina la volta precedente. O forse sono stati i ravioli ricotta e menta della Basilicata.

Caratteristiche

Famosissima già al tempo dei romani, questa pianta è usata nella gastronomia, per gli oli essenziali e nella fitoterapia. Ormai è diffusa in tutto il mondo, ad eccezione delle zone a clima tropicale, dove non cresce bene.

La menta è una pianta aromatica perenne, le cui radici rizomatose si sviluppano molto in profondità nel terreno, mentre i fusti hanno un’altezza compresa tra 30 centimetri e un metro.

L’oro della menta sono le sue foglie, di forma lanceolata, che contengono un elevato numero di ghiandole in cui ci sono proprio gli oli essenziali. La loro quantità varia in base alle temperature: maggiori sono i gradi e maggiore sarà la produzione di oli.

I fiori sono raggruppati all’estremità alta della pianta su un unico ramo, detto infiorescenza, come nel caso del basilico.

Comprende circa 600 specie, tra cui alcune ibride nate spontaneamente. Ne è un esempio la menta piperita che è un ibrido tra la menta acquatica e la spicata. Altre varietà famose sono la menta puleggio, la mentuccia e le sopracitate acquatica e spicata (o romana).

Significato

Non mi aspettavo che una pianta dall’odore pungente avesse un significato così dolce! La menta rappresenta la sobrietà e la temperanza, poiché non è una pianta con particolari esigenze, e simboleggia anche la saggezza. Sta anche a simboleggiare tutte le virtù più sincere, data la sua natura adattiva, e l’amore perfetto.

Abbinamenti culturali

Abbinare la menta è facile quanto lo è in cucina e nei cocktail.
Il primo abbinamento culturale da non perdere è il confronto generazionale di Valeria de Bari e Veronica Bartucca, Cultura e Menta.

Canzone

Se “menta” significa un mojito che rinfresca l’estate, vuol dire anche una profumata sera d’estate immersi nel verde del proprio balcone o giardino.

Un mood che Zucchero canta benissimo in Menta e rosmarino. L’accostamento di queste due piante aromatiche è profumatissimo anche solo a immaginarlo.

Film

Il gentleman più famoso dello spionaggio è colui che rappresenta per eccellenza i cocktail, e di conseguenza la menta.
La saga cinematografica di James Bond è l’abbinamento ideale per questa pianta. Proprio la menta è la protagonista dell’iconica scena di La morte può attendere in cui James Bond (Pierce Brosnan) porge un mojito a Jinx, appena uscita dall’acqua del mare cubano.

Per la menta, “Annusa, bevi, mangia” è la versione vegetale di Mangia, prega, ama. Cheers!

Ambra Martino

Nope, la recensione: Jordan Peele rivoluziona il concetto di UFO

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L’11 agosto 2022 avrete una ragione in più per osservare il cielo, oltre alla consueta ricerca di una stella cadente: arriva al cinema Nope, l’ultimo e attesissimo film di Jordan Peele, una pellicola rivoluzionaria dedicata agli alieni.

Nonostante la semplice premessa, recensire Nope potrebbe essere più complesso del previsto anche solo per una questione di approccio: possiamo decidere di voler capire le mille tematiche di questo film, arrendendoci al fatto che nessuna predomina sulle altre, oppure possiamo decidere di valutare il film nel suo complesso.

Per accompagnare i lettori in questa recensione mi propongo di tentare entrambi gli approcci, passando prima al crivello alcuni dei punti salienti del film e dando alla fine la valutazione complessiva. Quello che mi sembra davvero interessante in Nope è che ogni personaggio porta una lettura differente della realtà, creando una sorta di caleidoscopio di esperienza e verità.

Nope è un film sugli alieni

Per farla breve, Nope è un film sugli UFO. Prime vittime dell’incontro extra-terrestre sono i proprietari del ranch Haywood, noti per l’addestramento di cavalli nei film: Otis Junior (Daniel Kaluuya, attore feticcio di Peele e interprete di altre pellicole come Get out) dovrà prendere letteralmente in mano le redini della situazione aiutato dalla sorella Emerald (Keke Palmer), che non vede l’ora di fare fortuna con l’invasione aliena nel ranch. Durante l’impresa non mancheranno giornalisti affamati di scoop e complottisti.

Nope è un film sulla fame di successo

È proprio Emerald, così diversa da O.J., a portare in scena il primo punto di vista contrastante con quello integerrimo e naturalista del fratello. La ragazza vuole a tutti i costi filmare l’UFO per diventare ricca, tanto da ingaggiare un regista per compiere l’impresa, mentre O.J. è molto preoccupato per i suoi cavalli, terrorizzati dall’aliena presenza. Ma Em non è la sola a voler cavalcare l’onda: anche Rick Park (Steven Yeun, aka il Glenn di The Walking Dead) non vede l’ora di vendere al pubblico del suo parco a tema lo show degli UFO. L’esperienza avuta molti anni prima con la scimmia Gordy, che durante uno show televisivo è impazzita a causa di un palloncino scoppiato, sembra non essere servita come lezione. Ma di Gordy ne riparliamo più avanti.

Nope è un film sulla famiglia

Nope è un film sulla famiglia, sull’eredità dell’azienda familiare, ma anche sul rapporto tra fratello e sorella, che di fatto sono i protagonisti della pellicola. Nonostante le diversità, O.J. ed Em si vogliono molto bene e si sostengono anche quando non condividono le scelte dell’altro. Il senso del dovere di O.J. nei confronti dell’attività ereditata dal padre, la sua devozione verso i cavalli e la protezione nei confronti della sorella, lo rendono un personaggio portatore di messaggi semplici e sani.

Nope è un film sul rapporto tra esseri umani e animali

La figura di O.J. quindi porta sullo schermo l’amante degli animali, quello che tratta l’UFO come un cavallo non addomesticato. O.J. è il tipo di persona che porta la propria natura in scena, qualunque cosa accada. Può esserci un’invasione aliena nel ranch, ma lui deve dare da mangiare ai cavalli. Può esserci un alieno killer sopra casa sua, ma lui lo continuerà a trattare come un animale selvatico, applicando all’UFO l’unico tipo di comunicazione che conosce: quello dell’addestratore.

Ma la scimmia cosa c’entra? [Possibile Spoiler]

Torniamo quindi a Gordy, la povera scimmia che impazzisce anni prima senza un apparente motivo e inizia ad aggredire le sue co-star sul set per poi tornare tranquilla, come se avesse avuto un raptus. Non ho potuto fare a meno di pensare che sia stato l’arrivo dell’UFO (anche molti anni prima della linea temporale presente) a turbarla, visto che anche i cavalli di O.J. si agitano parecchio quando l’UFO si avvicina. Questa però è solo una mia congettura: nel film appare evidente che l’animale addomesticato non è mai totalmente gestibile. I cavalli sul set tirano calci, e nemmeno l’UFO reagirà bene quando Rick proverà a renderlo uno spettacolo per famiglie.

Dramma, horror, commedia, sci-fi. Cosa caspita è Nope? [Spoiler]

Nella pellicola si intrecciano talmente tante letture dell’incontro ravvicinato con gli alieni che è davvero difficile inquadrare un genere specifico: cercando su Google troverete la dicitura “horror/sci-fi”, ma di fatto Nope ha note molto ilari (a partire dal titolo che vuol dire “NO” ed è una delle battute più divertenti che sentirete uscire dalla bocca del protagonista).

Ma non solo: quando Em ingaggia il regista per filmare con una telecamera a manovella (visto che l’UFO inibisce l’elettricità), possiamo assistere a delle scene molto esilaranti di dramma artistico: il regista filma fino a essere ingerito. A quel punto mi aspettavo che l’UFO sputasse la telecamera col prezioso filmato, come aveva fatto precedentemente con tutti gli oggetti metallici indossati dalle proprie vittime. E invece Peele mi ha fregato con un film minestrone, girato in IMAX e con una colonna sonora molto bella, che rivoluziona il genere sci-fi, spiazzando lo spettatore dall’inizio alla fine: il regista si immola e alla fine non gli torna nulla indietro. L’arte per l’arte, l’estremo sacrificio per un’esperienza shock con la telecamera in mano. Sembrava un’esibizione di Marina Abramovich.

Valutazione finale

Per concludere, dopo la visione si esce dalla sala un po’ confusi, ma con la consapevolezza di aver visto due ore di film senza annoiarsi. Una pecca? Se proprio dovevamo portare sullo schermo un UFO visto da “nuove prospettive”, forse nel 2022 avremmo potuto rappresentarlo meglio con gli effetti speciali, ma credo che l’intento fosse proprio quello di lasciare chi guarda a fissare delle scene difficilmente interpretabili.

Film assolutamente consigliato per questa torrida estate, in cui il cinema resta una delle poche speranze di sopravvivenza.

Anteprima a Roma col cast di Nope

Daniel Kaluuya e Keke Palmer salutano gli spettatori prima dell’anteprima di Nope al The Space Cinema Moderno.

Alessia Pizzi

“Dentro di me Stefano e Stefania”. Il crossdresser italiano in minigonna e tacchi a spillo

Di recente apparso a Unomattina e MorningNews, Stefano Ferri è un PR di successo, giornalista consulente in comunicazione marketing, uomo bianco, cis, eterosessuale, sposato con una figlia adolescente. Tutte le caratteristiche per definirsi una persona privilegiata. Invece no. No, perché si veste con abiti da donna. Fa la spesa sui tacchi, si reca in ufficio in tubino, passeggia in minigonna e ama il calcio e le macchine d’epoca. Ho avuto il piacere di intervistarlo in un pomeriggio di luglio, io soffrivo l’umidità della Puglia e lui soffriva il caldo Milanese. Ne è venuta fuori una piacevolissima chiacchierata, a tratti anche illuminante.

Nella sua storia e nelle sua ricerca di consapevolezze e accettazione di sé, ho visto un pò di me e mi sono lasciata trasportare dalla sua testimonianza.

Stefano raccontami di te:

Sono Stefano Ferri, giornalista consulente in comunicazione e marketing, scrittore con quattro romanzi all’attivo di cui un ultimo autobiografico. Devo ammetterlo, sono più noto per come mi vesto. Prendo il prestito il titolo che ho dato al romanzo per dire che sono un crossdresser. Sono un uomo che indossa abiti che vengono convenzionalmente riservati alle donne. Dovessi essere più schietto, ti direi che sono l’esatto contraltare di tutte le donne di oggi che si vestono da uomo: quale donna occidentale non ha nel suo guardaroba un tailleur pantalone? O non ha jeans o t-shirt o sneakers?

Eppure non si ammette che un uomo indossi una gonna o un abito al ginocchio perché, per uno stolto pregiudizio culturale, si considera che questi abiti siano ancorati al sesso femminile dimenticandosi che gli uomini li hanno indossati per oltre quattromila anni di storia documentata.

Per tutto l’antico Egitto gli uomini si vestivano soltanto con il pareo, nell’antica Roma e nell’antica Grecia l’uomo indossava tuniche al ginocchio, nel Medioevo contadino anche.

Nel Rinascimento l’uomo usava la minigonna e la calzamaglia. Questo per dire che c’è molto pregiudizio e ignoranza dietro al divieto e allo stigma che la società ha verso di me.

Basti pensare che la prima donna che nel 1896 indossò un paio di pantaloni fu arrestata, incarcerata, processata e detenuta per indecenza e oltraggio alla morale. E come lei tutte le altre donne fino allo scoppio della prima guerra mondiale, occasione in cui le città si svuotarono di uomini partiti per il fronte e le donne si ritrovarono a svolgere ruoli prettamente maschili che non avrebbero potuto svolgere con abiti pre Coco Chanel.

Questa drammaticità ha fatto cadere 20 anni di stigma addirittura superiore a quello che è toccato a me visto che finora in galera non mi ha mandato nessuno. 

Per quanto mi riguarda, ritengo che sia solo questione di quante persone indossano un capo e per quanto tempo. L’inventore del Marketing, Kotler, disse che “Qualcosa diventa sufficientemente interessante quando la si vede a lungo”.

Sono diversi secoli che non si vedono più uomini con la gonna, per questo mi affanno tanto. Più mi si vede, più vengo percepito come normale.

L’uomo con la gonna è l’uomo che va in ufficio tutte le mattine, che si reca a fare la spesa, che fa le cose di ogni giorno. L’uomo con la gonna è da equiparare alla donna con il pantalone. Per questo mi definisco il contraltare.

Una delle citazioni che preferisci è “La cultura è quello che ti rimane quando hai dimenticato tutto”. È come se a un certo punto della storia ci fossimo autocensurati rientrando in convenzioni dalle quali stiamo faticando a ri-uscire. Se la cultura è quello che ci rimane, di questo secolo cosa ci è rimasto?

Intanto i paletti sono enormi perché enorme è la radice di questo paletto in particolare. Ci fu un momento dopo la rivoluzione industriale in cui l’uomo fece quello che i politologi chiamano la grande rinuncia maschile: rinunciò a tutte le parrucche, le ciprie, i tacchi e i colori purché gli restasse l’esclusiva del potere.

Che stereotipo più grande c’è dell’uomo dell’Ottocento vestito in smoking e di nero? La classica rappresentazione di un potere patriarcale che portò le donne a trascorrere il loro tempo in casa o al limite in conceria.

Ricordo un video che ho visto di un comizio di Mussolini in Piazza del Plebiscito a Napoli: non era presente neanche una donna, proprio in virtù di questo “scambio” che durò fino alle contestazioni del ’68.

Oggi la donna si sta riprendendo il potere. Abbiamo donne che sono presidenti, ministre, senatrici, deputate dirigenti… Le statistiche dicono che nel 2008 solo il 5% delle società quotate in borsa era presieduto da una donna, oggi siamo saliti al 37%. La donna sta dunque recuperando il tempo perso. Come si può pensare che non nascano uomini come me?

Stiamo correndo verso la parità e sono curioso di vedere come l’uomo sopporta il fatto di non potersi vestire come vuole.

Rispondendo alla tua domanda, del secolo scorso rimane Internet. I social media hanno sovvertito modalità di contatto personale annullando i famosi sei gradi di separazione.

Di tutti gli altri valori che si sono persi, dobbiamo riconquistare la voglia di guardare al futuro, progettarlo e costruirlo. 

La tensione progettuale verso il “voglio fare soldi”, l’eccesso di benessere ha dato alla testa. Dagli anni 90 del XX secolo non guardiamo più al futuro, e neanche al passato. Non guardiamo più a nulla. Esistenzialmente parlando, come società, siamo delle amebe. Pare davvero che l’unico obiettivo di una giornata di lavoro sia l’aperitivo serale. 

Le tragedie di oggi sono figlie di questa mancata proiezione. Dobbiamo riconquistarla.

Stefano Ferri

Tu affermi di avere due parti dentro di te, Stefano e Stefania, come convivono? Ti andrebbe di descriverle?

Va detto che tutti hanno due parti dentro se stessi, chiunque ne ha una maschile e una femminile, a me semplicemente si vede di più. Stefano è l’uomo che ti sta parlando ed è forse l’uomo più maschile che ti possa capitare di incontrare.

Al mio interno di femminile non ho nulla perché lo riverso negli abiti. Sono un uomo che pensa in modo maschile e ha gusti maschili persino banali: macchine di grossa cilindrata, il calcio, i romanzi e i film d’azione, le donne. Questo sono io. Di Stefania ho solo gli abiti.

Questo è un modo metaforico per descrivere la cosa ma in realtà le cause di questa scissione sono profonde e descritte accuratamente nel mio romanzo.

Vien facile chiedersi come mai non riesca a vestirmi da uomo. Le cose più profonde sono anche le più difficili da dire perché le parole le sminuiscono, per questo ho dovuto scrivere un romanzo di trecento pagine per spiegarlo. 

Com’è il tuo rapporto con la famiglia e con gli altri?

Ho 56 anni e di tutti gli amici che avevo me ne sono rimasti due. Questo è quasi normale, sfido qualsiasi mio coetaneo a dire che frequenta le stesse persone di quando aveva vent’anni. La differenza è che le mie amicizie sono cambiate in modo un po’ brusco quando ho iniziato a vestirmi da donna. I miei amici non mi hanno più accettato o non sono stato in grado io di farmi accettare. 

Fu spaventoso anche per me perché all’epoca ignoravo le cause del voler indossare abiti femminili, mentre adesso, dopo quindici anni di analisi, sono consapevole.

La stessa dicotomia Stefano-Stefania era un mistero per me e l’ignoto ti fa paura e ti rende aggressivo.

Io, fra virgolette, mordevo gli altri.

Per quanto riguarda la famiglia, mia moglie ha dovuto fare quello che ho dovuto fare io: scalare la montagna dei propri pregiudizi.

Io per primo ho dovuto farlo, ho avvertito la pulsione verso gli abiti femminili a 9 anni e li ho indossati soltanto a 36.

Ci ho messo 27 anni a scalarla.

Mia moglie, che mi ha sposato in giacca e cravatta, ce ne ha messi soltanto dieci.

Anni infiniti. Ha fatto quella montagna di corsa, pur di non perdermi. Se ci pensi, è stata una bellissima dichiarazione d’amore. Mia figlia invece fa parte della generazione fluida, oltre al fatto che mi ha visto sempre così. Per lei è stato più semplice.

Della mia famiglia d’origine, mia sorella fu la prima a saperlo. Era molto preoccupata perché ero sposato da sette anni e non arrivavano figli. Un giorno mi chiese se ci fossero dei problemi tra me e mia moglie.

Allora, facendomi giurare di non dire nulla a nessuno, soprattutto a mio padre, la feci venire a casa mia e le mostrai il mio armadio. Le cascò la mascella.

Io, in società, vestivo ancora in abiti da uomo. Lei guardò i miei vestiti e dopo essersi ripresa dallo choc mi disse “beh, non fai nulla di male”. Ma anche lei impiegò del tempo per capire che la mia non era una scelta. 

Chiedere a me di vestirmi da uomo è come chiedere ad un gay di andare con una donna.

Mia madre è morta senza conoscere questo lato della mia personalità, mio padre invece, come ho raccontato nel libro, è morto da poco e ha fatto in tempo a conoscermi per quello che sono.

Io per tanti anni mi sono censurato quando andavo a trovare i miei genitori. Indossavo indumenti unisex.

Un giorno, i casi della vita mi fecero dimenticare di cambiarmi prima di andare da mio padre, e mi accorsi quando avevo già citofonato di come ero vestito.

Mi accolse in casa e mi parlò tranquillamente, come se fosse assolutamente normale che il uso unico figlio maschio fosse vestito in minigonna e tacchi.

La cosa mi sconvolse e mi ripromisi di chiedere perché non ebbe reazioni. Un giorno capitò l’occasione e mi disse: “ Stefano, tu hai una figlia che adesso è bambina e un giorno crescerà. Da quel momento comincerai a vederla con il contagocce, cosi come a me è successo con te. Però se anche a te dovesse capitare di vederla con un unico paio di jeans addosso per dieci anni, due domande te le porresti anche tu.”

Cosa ti senti di consigliare alle nuove generazioni?

Che si sentano libere di costruire la società come la vogliono e la sentano loro senza lasciarsi imporre niente. Tanto, come diceva Steve Jobs: “La morte è l’unica cosa democratica ed è pure utile perché consente il ricambio totale delle idee” .

Sei mai stato vittima di atti omofobi?

Posso raccontarti un unico episodio. Ho avuto solo un’intimidazione in spiaggia di un gruppo di maschi etero senza donne. A parer mio non c’è cosa più potenzialmente pericolosa di un gruppo di uomini etero senza donne.

Fondamentalmente l’omofobia che ho subito e che subisco ha preso la forma di attacchi professionali, così come oggi ricevo shitstorm sui social.

Ma dietro queste shitstorm c’è l’invidia nei confronti di un uomo risolto, e tanta gente purtroppo non lo è. 

Sul lavoro ho sofferto molto ma anche lì la radice è la stessa. 

Suppongo tu abbia girato il mondo, come ha reagito l’estero rispetto al tuo abbigliamento?

Paese che vai, usanza che trovi. Ci sono Paesi in cui mi sono sentito completamente accettato: Londra, i paesi nordici, New York (che è il posto migliore per me perché, pur con le sue contraddizioni, socialmente parlando è il più maturo che io conosca).

Poter andare in giro confondendomi alla massa sarebbe ideale ma non succede sempre e ovunque.

In alcuni casi verrei arrestato, come ad esempio nei Paesi musulmani.

Ho rischiato tanto in Malesia quando il crosdressing era vietato. Era il 2005 ed ero ospite del governo per una fiera turistica, il vice ministro del turismo si era fatto una foto con me, difficile arrestarmi in quelle condizioni ma una volta arrivato all’aeroporto per il viaggio di ritorno, mentre aspettavo il volo per Roma da solo, all’ultimo controllo davanti al gate, un poliziotto in borghese mi vide vestito da donna, mi guardò e mi disse:

“Sei vestito da uomo o da donna?” E io ebbi il guizzo della disperazione dicendo “È una gonna da uomo, signore”.

Sorrise, mi ridiede il passaporto e mi disse “Vattene”. E corsi.

Francesca Sorge

“La Dipendenza” di Stefano Ferri

Stefano Ferri è stato ospite della nostra newsletter La Dipendenza: ascolta il suo trip culturale per scoprire i suoi suggerimenti!

“La casa del sonno” porta alla follia

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Se per curiosità sull’argomento del sonno, vi doveste mai avvicinare al libro di Jonathan Coe, La casa del sonno, preparatevi al peggio.

La trama

La trama di La casa del sonno si presenta ingarbugliata sin dalle prime pagine. La premessa all’inizio del libro è che i capitoli dispari seguono una linea temporale e i capitoli pari una linea temporale diversa, a circa dieci di distanza dalla prima.

La casa del sonno racconta la storia intrecciata di più personaggi, a cominciare da una ragazza, Sarah, che soffre di narcolessia, cataplessia e allucinazioni ipnagogiche. Proprio le allucinazioni sono l’incipit di tutta la trama, dal momento che le accadono quasi sempre, condizionando la sua vita.

Il secondo personaggio che si incontra è il suo fidanzato Gregory, uno studente di medicina, con l’ossessione per il sonno di Sarah. A distanza di alcuni anni dalla laurea, aprirà una clinica per la cura del sonno.

Nei capitoli pari scopriamo, a grandi linee, come funziona il cervello durante il sonno, quali sono le fasi e quando comincia la fase REM. È grazie a Terry, un amico di Robert e Sarah, che scopriremo questo, poiché per dodici anni ha avuto il sonno disturbato, anzi, se n’è quasi totalmente deprivato.

Terry si rivelerà, alla fine della lettura del libro, il personaggio più in salute mentalmente, anche se tanti anni senza sonno avrebbero dovuto condurlo all’autodistruzione. Non a caso gli psicologi parlano di igiene del sonno, poiché il sonno, un sonno ristoratore, è importante tanto per il corpo quanto per la psiche dell’individuo.

Se nel libro La casa del sonno quasi tutti i personaggi mostrano segni di disturbi, qualunque essi siano nei casi specifici, le storie di Sarah e Robert sono quelle più folli e che fanno diventare folle anche il lettore.

Rimanere concentrati e attenti a tutto quello che succede e alle loro evoluzioni mentali è sfiancante.

Sarah, dopo la relazione con Gregory, si fidanza con una ragazza. Tra questi due eventi conosce Robert, che si innamora di lei. Quando Sarah si lascia con la fidanzata, Robert vede uno spiraglio di opportunità ma lei gli dice che ha capito, con questa relazione, di essere omosessuale.

Robert comincia ad andare in analisi e, quando arriva a capire che odia se stesso da quando Sarah lo ha rifiutato, il suo terapeuta gli chiede cosa c’è stato in quel rifiuto che lo ha portato a detestarsi. Il ragazzo capisce che si odia perché è uomo e capisce da altri particolari di se stesso che vorrebbe essere donna, così comincia la transizione e prende un nuovo nome: Cleo.

Per come viene raccontato nel libro, sembra che Robert scelga di iniziare la transizione solo per stare finalmente con Sarah.

A me sembra un modo sbagliato di raccontare una realtà, quella transgender, che è molto poco conosciuta ed è colma di stereotipi ancora nella società.

Fatalità, nei giorni in cui leggevo questo libro, nelle pagine di cronaca si è raccontata la triste vicenda di Cleo Bianco, una professoressa morta suicida poiché allontanata dall’insegnamento per la transfobia, l’ignoranza e i pregiudizi delle persone.

In La casa del sonno, alcuni anni dopo la sua transizione, Cleo ha una specie di incontro con Sarah, ma scappa quando scopre che l’amata si sposerà con un uomo a breve, che non è stata totalmente omosessuale e che quella era stato solo una fase della sua vita.

La confusione che si sente mentre si legge il libro è solo all’inizio. Più avanti entrano in scena altri personaggi del passato, nuovi personaggi, nuovi disturbi e cose strane. Tutto si confonde tra presente, futuro e disturbi del sonno.

Per questo motivo la seconda metà del libro tiene sempre più incollati al racconto, così come per l’autobiografia di Christiane F. con Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, e si giunge alla fine frastornati e attoniti.

In tutto questo caos di sogni e ricordi, vale la pena armarsi di matita per annotare i tanti titoli di film e nomi di autori cinematografici che si trovano nella storia, curiosare e vedere i loro lavori. Una via di fuga per evadere da un libro suddiviso in gironi, al posto di capitoli!

Ambra Martino

Doctor Strange nel Multiverso della follia: l’horror Marvel

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Era il 2016 quando abbiamo visto Benedict Cumberbatch vestire per la prima volta i panni di Doctor Strange. Già si sapeva che ci sarebbe stato un secondo film con lui protagonista, ma era difficile immaginarne la storia, almeno per chi non è così dentro il mondo fumettistico Marvel.

In questi 7 anni l’universo narrativo di questa grande saga si è espanso sempre di più. Le storie sono diventate più articolate, dialogano tra di loro in maniera complessa e continuativa. Il Doctor Strange è entrato in azione più e più volte per sistemare la situazione, diventando anche un Avenger. Tuttavia, serviva un altro film incentrato su di lui. Il suo personaggio è, a mio avviso, una delle personalità più interessanti del mondo Marvel per quanto l’uomo egocentrico, ambizioso ed emotivamente distaccato sia da sempre presente nelle storie (e nella vita). Perché, alla fine, i crossover sono interessanti e belli da vedere, ma la caratterizzazione e l’approfondimento psicologico di un personaggio si può avere solo in un film a lui/lei interamente dedicato.

Doctor Strange nel Multiverso della follia era il film di cui avevamo bisogno e c’è da dire che le scelte registiche di Sam Raimi hanno ricompensato in pieno l’attesa.

La trama

Dopo aver aiutato Peter Parker a chiudere lo squarcio dimensionale apertosi a seguito di un incantesimo andato male in Spider-Man No Way Home, Strange deve affrontare una situazione molto più drammatica: il matrimonio di Christine e la domanda di lei: “Sei felice?”. A distogliere l’attenzione dello stregone dai suoi sentimenti sarà l’arrivo improvviso da un altro universo di una ragazza, America Chavez, inseguita da un mostro dimensionale. La giovane ha il potere di viaggiare nel Multiverso, ma non riesce a controllarlo. C’è qualcuno che potrebbe e se ne vuole impossessare per soddisfare i propri desideri: si tratta di Scarlet Witch, ovvero Wanda. La donna non si rassegna al dolore per la perdita dei due figli e vuole sostituirsi alla Lei di un qualsiasi universo in cui i due bambini esistono davvero.

Mentre cerca di fermare Wanda, Strange si ritroverà ad affrontare un nemico anche più insidioso: versioni alternative di se stesso.

“Cosa sarebbe successo se…”?

È una domanda che ci si pone almeno una volta nella vita. “Cosa sarebbe successo se…”. È strano pensare a dove si potrebbe essere se qualcosa fosse andato diversamente per volontà propria o per quella del caso. Ci sono alcuni videogiochi che si costruiscono sulla base delle scelte effettuate dal/la gamer e che portano a riflettere su quanto sia importante prendere una decisione.

La stessa cosa avviene quando si costruisce l’arco narrativo dei personaggi di un film (o di un libro). Gli sceneggiatori e le sceneggiatrici compiono delle scelte e spingono le loro storie verso una direzione che, inevitabilmente, ne esclude delle altre. È difficile tornare indietro e cambiare qualcosa perché chi guarda coglierebbe subito l’incoerenza della storia. Il Multiverso permette di esplorare tante altre strade per gli eroi e le eroine che conosciamo senza far perdere di credibilità alla narrazione. Lo abbiamo già visto in Loki e ancora meglio con la serie animata What if… uscita su Disney+ nel 2021. La narrazione si arricchisce e diventa potenzialmente inesauribile e infinita.

Il peggior nemico da affrontare è sempre il proprio Sé

Proprio in una delle puntate di What if… ci siamo trovati davanti a una verisone del Doctor Strange succube del potere accumulato. La ragione che porta l’uomo tra le braccia del male è il dolore per la morte di Christine e il desiderio di sistemare le cose riportandola in vita, infrangendo l’equilibro dell’universo. È la stessa intenzione di Scarlet Witch in questo film. Ed è sicuramente una motivazione con cui chiunque potrebbe empatizzare. Un dolore così grande non conosce consolazione e non risponde alla razionalità. Come potrebbe? Alle volta è davvero necessario toccare il fondo per poter lasciar andare le proprie emozioni.

Le versioni che incontriamo o che ci raccontano di Doctor Strange sono state tutte corrotte dal potere. Ogni volta è per una buona ragione, ma sono tutte varianti che hanno ceduto alla paura, alla rabbia o al proprio senso di superiorità. Tuttavia, si riveleranno fondamentali per aiutare il “nostro” Doctor Strange a capirsi. Le loro esperienze di fallimento sono essenziali per permettere a Strange di agire diversamente. Rinuncerà ad avere il coltello dalla parte del manico e lascerà che siano le persone intorno a lui a sistemare la situazione. Affidandosi ad America, incoraggiandola a fidarsi dei suoi poteri, Strange riesce a creare una relazione in cui lui non è l’unico agente. Affrontando se stesso, riuscirà ad ammettere le sue debolezze affettive acquistando nuove consapevolezze e prendendo coraggio.

Rispondere con onestà alla domanda “Sei felice?” non è semplice, soprattutto se la risposta è “No”. Ma solo quando lo si riesce a fare, si ha la possibilità di andare avanti.

La dichiarazione d’amore di Steve a Christine è destinata a sostituire quella celeberrima della figlia di Iron Man in Avengers: Endgame tra i fan Marvel e non solo.

Ti amo in ogni universo.

Doctor Strange

Wanda: un percorso di redenzione fallito o incompleto?

Se il percorso di Doctor Strange è perfettamente credibile e interessante, quello di Wanda lascia leggermente increduli. Dopo quanto successo al personaggio in WandaVision è un po’ difficile abituarsi alla donna spietata che vediamo sullo schermo. È abbastanza doloroso vederla massacrare in maniera brutale chiunque le si ponga davanti.

Era davvero necessario renderla la villan del film?

È coerente con la narrazione dei fumetti e si sa che una delle fasi del dolore è caratterizzata da rifiuto della situazione. Tuttavia, è una scelta che potrebbe sembrare forzata e non piacere alle persone.

Il più horror dei film Marvel

Dicevamo che lo stile dei film Marvel è cambiato nel tempo. Da semplici lungometraggi d’azione, ogni pellicola ha cercato un suo stile che si adattasse alla storia raccontata. Merito di registi e registe in gamba come Sam Raimi, Chloé Zhao, James Gunn e Taika Waititi che hanno utilizzato il linguaggio di diversi generi cinematografiche per i film da loro diretti. Se Thor: Ragnarok ha i toni della commedia, Eternals spicca su tutte le pellicole Marvel per la sua epicità. Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli è ricco di citazioni al mondo cinematografico orientale e ricco di elementi che richiamano il fantasy.

Non poteva mancare la tonalità horror ed è qui che inquadriamo Doctor Strange nel Multiverso della Follia, che risulta essere un’opera di Sam Raimi perfettamente riconoscibile. Seppur il regista non sia avvezzo a un utilizzo così massiccio della computer grafica, i rimandi alla sua immortale filmografia e alla sua poetica sono evidenti. Anche lo spettatore più superficiale avrà un sentore di dejà vu quando Gargantos, nel primo scontro new yorkese all’inseguimento di America, scalerà i grattaceli cittadini in maniera similare a quanto abbiamo visto in Spider-Man 2 con il Dottor Octpus. Non a caso, Raimi punta la camera alle medesime angolazioni, autocitando il suo capolavoro super-eroistico per eccellenza.I rimandi visivi non finiscono certo qui, tra terzi occhi che appaiono, la scia di sangue che Wanda lascia dietro di sé e la goliardica comparsata del fedelissimo Bruce Campbell.

Tuttavia, l’intera narrazione di Multiverse of Madness ruota intorno a librii oscuri e possessioni, in pieno stile Raimi. Al posto del libro dei dannati Necronomicon Ex-Mortis della trilogia La casa, in questo capitolo MCU il demoniaco Darkhold si insinua tra le ferite aperte di Scarlet Witch, corrompendone l’animo e offuscandone il giudizio. Lo stesso Strange dovrà affrontare il potere del Libro dei Peccati, resistendo alla sua oscurità e contrattaccando gli spiriti degli Inferi attraverso una vera e propria seduta spiritica che rimanda al terzo incredibile atto del sottovalutato Drag Me To Hell. Tra spettri, libri dannati, possessioni di vivi e morti, siamo di fronte a un’opera dalla forte identità registica che ha portato un differente taglio stilistico all’interno della narrativa cinematografica Marvel. Anche se può sembrare che si sia limitato unicamente a citare e omaggiare i suoi lavori del passato, nell’atto conclusivo Raimi si prende una piccola rivincita, prendendosi gioco del cliché motivazionale iper-buonista che caratterizza la grande maggioranza delle pellicole di stampo super-eroistico. Raimi prende la decomposta versione del suo protagonista, la sbatte in primo piano e dalle sue cadaveriche labbra fa proferire le consuete frasi sulla fiducia e la forza di agire nel giusto, a cui tanto siamo abituati, strappando così l’epicità tanto cara al pubblico e donando una scena irriverente, totalmente sopra le righe.

La storia è costruita bene ma non brilla particolarmente, soprattutto dopo le ultime uscite. Tuttavia, ci sono diversi elementi che rendono questo film imperdibile. La visione di alcune realtà del Multiverso, ad esempio, con i personaggi che le animano (alcune rappresentano dei veri e propri camei). Ma, a rendere speciale questo film sono le scelte registiche di Raimi e le interpretazioni impeccabili di Cumberbatch e di Elizabeth Olsen. Tuttavia, non lasciatevi trarre in inganno. Sebbene la narrazione si sposti tra diversi universi c’è un nuovo concetto che è stato introdotto e rimarcato più volte: l’incursione. Si tratta del procedimento inarrestabile che porta due universi a fondersi l’uno con l’altro, con la possibilità che uno dei due venga completamente annientato. Questi fenomeni vengono generati da sconvolgimenti multiversali e, guarda caso, il nostro amorevole Doctor Strange del Multiverso ha appena dato il via al prossimo cataclisma che potrebbe annientare non solo la Terra ma l’intero MCU come lo conosciamo!

Doctor Strange 3

Alla fine del film ci viene promesso “Doctor Strange will return”. Tornerà. Non sappiamo ancora, però, quando sarà o come. Chissà se ci saranno altri film dedicati a questo personaggio (la scena dopo i titoli di coda lo farebbe pensare) o se il suo ritorno sarà legato ad altri personaggi come è già capitato.

Di certo il nostro eroe è cresciuto e sembra essere pronto ad affrontare l’esistenza in maniera più consapevole e coraggiosa. Vedremo che cosa gli riserverà il futuro.

Intanto, se avete bisogno di un ripasso per quanto riguarda tutti i film Marvel, date un’occhiata alla nostra infografica.

Federica Crisci e Michele Finardi

Respiro Piano: col Roma Fringe Festival il teatro torna a “respirare”

Respiro Piano” è uno spettacolo teatrale che si è svolto nell’ambito della decima edizione del “Roma Fringe Festival“, al Teatro Vascello dall’11 al 26 Luglio compreso. Il Festival rappresenta una manifestazione attiva dal 2012 e si sostanzia nel fenomeno dello spettacolo dal vivo, anticonvenzionale, indipendente, all’avanguardia ed innovativo. Lo slogan che gira intorno a tale Festival è proprio “torniamo a respirare il teatro – get your breath back“. Con la pandemia e la conseguente chiusura dei teatri, durata per più di 2 anni, si torna effettivamente a respirare, a vivere, con l’arte e con il palcoscenico. E si torna, effettivamente, a respirare con lo spettacolo casertano “Respiro Piano”.

La storia

Siamo in Campania, durante gli anni “50. La protagonista è una giovane donna di nome “Matilde“, interpretata magistralmente da Piera Russo. Solo lei in scena. La scenografia è assolutamente minimale, sostanziale, fatta esclusivamente di alcune “cose”, “oggetti” che evocano nella protagonista vecchi ricordi. Ricordi di lei bambina, di lei ragazzina. Lo spettacolo è un viaggio catartico, a tratti drammatici, molto forte e profondo. Ogni oggetto di scena le ricorda qualche avvenimento particolare della sua vita: il vecchio giradischi del nonno, i fragili giocattoli regalati dallo zio, la finestra serrata dalla madre e, soprattutto, il suo armadio.

Con l’utilizzo costante del corpo, della voce, della luce e dei suoni, il personaggio ci accompagna verso tanti luoghi diversi in cui lo spettatore rimane spesso “imbambolato”. Lo sguardo della società dell’epoca, della cultura patriarcale che, ancora imperversa nel nostro Paese, dominano la storia e la vita di Matilde. Lei che ha avuto un rapporto violento con suo “padre”, lei che ai suoi occhi altro non è che “frutto del peccato“, lei che trova rifugio solo nel suo armadio: un mondo nascosto dove sentirsi finalmente sentire protetta da tutto e da tutti.

Il racconto drammaturgico è costituito da non detti, da espressioni dialettali forti ed irriverenti, il tutto colorato dalla vivacità artistica di Piera Russo. La verità nel racconto rimane sempre nascosta, eppure sempre lì, a portata di mano. Lo sguardo ingenuo e autentico di Matilde bambina si scontra costantemente con l’essere “padrone”, l’essere “maschio”, l’estetica delle cose e del materialistico.

Uno spettacolo che non annoia mai, che ti tiene sempre lì, ad occhi aperti, ti incanta per poi portarti nello strapiombo della verità, di quello che realmente succede ed è successo. Quanto di più violento e orrendo possa esserci: macchiare la purezza di una bambina.

Il Roma Fringe Festival

21 spettacoli da tutta Italia per non fermare il teatro, per tornare a respirare. 21 compagnie per altrettante drammaturgie inedite e traduzioni di testi stranieri poco conosciuti dal pubblico italiano, per accendere i riflettori sul teatro indipendente e su quella compagine teatrale che non vive di fondi pubblici, di finanziamenti e di supporti istituzionali. Come ogni anno, il Roma Fringe Festival porta in scena una fetta importante delle tendenze teatrali contemporanee che spesso, negli ultimi mesi, hanno riflettuto sull’attualità, proponendo analisi, visioni e approcci differenti. Il percorso che quest’anno propone il Roma Fringe Festival è uno specchio fedele del mondo che stiamo vivendo, interpretato attraverso il teatro e l’arte degli ultimi 12 mesi: si parla di nuovi futuri e nuovi orizzonti, con uno sguardo lucido che passa attraverso sperimentazioni e inediti linguaggi, tra tradizione e ricerca, proponendo originali forme e inaspettati messaggi.

Il programma ricco proporrà ogni giorno 3 spettacoli, in scena al Teatro Vascello di Roma, con la finale che si svolgerà il 26 Luglio. Il Fringe di Roma è il Festival del teatro indipendente, un Festival che parte dal basso perché si basa soltanto sulle proprie forze e sulla convinzione che tutti, al di là del sostegno pubblico possano e debbano creare ogni giorno per tutto l’anno. Un atto di creatività che non si ferma, che non si arrende e che con tenacia, continua superando tutti gli ostacoli restando fedele a se stesso. Per il vincitore del Roma Fringe Festival c’è una grande opportunità: una tournée teatrale di 12 date nei teatri che compongono la rete di Zona Indipendente, una rete di Teatri dislocati su tutta la penisola che si sono messi in gioco per creare una rete Fringe nazionale.

La produzione

Proveniente da
Caserta

regia
Piera Russo

con
Piera Russo

aiuto regia
Carolina Romano

autori
Piera Russo e Nicola Maiello

musiche
Frankie Broccoli e Francesco Granatello

laboratorio scenografico
Alovisi attrezzeria e elementi di scena

scene
Rossella Pugliese

collaborazione artistica
Elena Starace

Maria Serena Cospito

Only murders in the building 2: recensione del quinto episodio

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Son of Sam è un gioco di carte, in Italia lo chiamiamo Assassino, che richiede molta perspicacia. Ogni giocatore riceve una carta, ma solo 2 sono importanti: quella che identifica il killer e quella che identifica il detective che deve scoprire chi è. Si spegne la luce e tramite un pizzicotto si ‘uccide’ un partecipante. Compito del detective è capire chi è il colpevole prima che muoiano tutti. Questo gioco è perfetto per animare serate in compagnia, feste, cene tra amici, come quelle che ospitava Oliver negli anni della sua giovinezza.

Da bravo artista, era un vero animatore: le sue feste negli anni ’80 erano glamourous e divertenti, anche grazie a questo gioco di carte, in cui lui era un vero mattatore. A queste serate partecipava anche Teddy Dimas. Un grazie di cuore agli sceneggiatori che hanno inserito in questo quinto episodio dei lunghi flashback sul passato di Oliver, senza dubbio il mio personaggio preferito. Attraverso questi scorci sul passato conosciamo meglio il lato tenero di Oliver, padre affettuoso del piccolo Will, che abbiamo conosciuto nel quarto episodio della prima stagione. I due avevano un ottimo legame, ma qualcosa negli anni deve essere andato storto, è evidente.

E un indizio lo abbiamo: il figlio di Will per un progetto scolastico fa un test genetico. Risulta per metà non irlandese come Oliver, ma greco come Teddy Dimas!

Le indagini proseguono

Nel frattempo i misteri si accumulano. Il cameriere a cui Bunny aveva lasciato la generosissima mancia torna all’Arconia e infila la busta sotto la porta della defunta. Oliver lo interroga, e lo convince a fargli vedere i video della sicurezza per capire con chi pranzava Bunny nei giorni prima della sua morte. Nei filmati si vede un uomo incappucciato, che dopo aver discusso con lei, uscendo mette in tasca dei fiammiferi. Gli stessi fiammiferi che vengono trovati da Mabel nel passaggio segreto nel suo bagno.

Forse l’assassino ha ucciso Bunny e fuggendo ha perso i fiammiferi? O sono stati messi lì ad arte?

Charles, invece, sente l’irresistibile richiamo del crimine e torna in carcere a parlare con una -ormai- disinibita Jan. La folle assassina, ancora innamorata di lui, espone la sua teoria secondo cui il colpevole è qualcuno con un temperamento artistico, perché ha ricreato situazioni e manipolato indizi con grande creatività. Questo qualcuno deve essere entrato da poco nelle loro vite, ed è una presenza molto scaltra.

Il pensiero va subito ad Alice, la gallerista amica di Mabel. Spezzo una lancia a favore di Cara Delevigne, già vista in Carnival Row, e davvero migliorata nella recitazione (e anche nell’aspetto). Alice chiede a Mabel il suo appartamento per una festa tra artisti: ecco l’occasione giusta per scoprire se sia lei l’omicida di Bunny.

Son of Sam, il gioco di Oliver per scoprire la verità

L’ultima parte dell’episodio ci trascina nel roboante mondo artistico Newyorkese. A casa di Mabel arriva tanta bella gente, compresi Charles e Oliver, decisi a smascherare il colpevole. Oliver propone alla gen Z di giocare a Son of Sam, il gioco dal gusto vintage convince tutti, anche grazie alle doti istrioniche di Oliver. Tra un pizzicotto e un altro, il carrello circolare della macchina da presa ci fa girare la testa in un crescendo di emozioni, risate, tensioni, fino all’acme finale: Oliver accusa Alice di essere non solo l’assassino nel gioco, ma la incita a confessare anche i suoi crimini nella vita reale.

Ma i crimini che confessa la gallerista sono di tutt’altro genere: non è una ricca socialite di buona famiglia, ma la figlia di un idraulico, che si è inventata un passato affascinante per avere successo come artista e gallerista.

Ancora si brancola nel buio all’Arconia, aspettiamo i prossimi episodi!

Micaela Paciotti