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Coronavirus, Maturità 2020 e terza media: che fine fanno le tesine?

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Con la tanto attesa ordinanza sugli esami di stato 2020 del Miur sono state finalmente chiarite le modalità di svolgimento della maturità.

A poco più di un mese dall’inizio degli esami di maturità 2020, è stata finalmente pubblicata la bozza dell’ordinanza con tutte le indicazioni sul loro svolgimento.

L’emergenza causata dalla pandemia di coronavirus, ha bloccato ormai da più di due mesi l’attività didattica in presenza. Studenti e insegnanti sono stati costretti a spostarsi dai banchi e dalle cattedre di scuola alle scrivanie e ai tavoli di casa. La didattica a distanza ha sicuramente portato alla luce alcuni problemi che affliggono la scuola italiana da ormai troppo tempo, come ci ha raccontato qualche giorno fa la prof.ssa Daniela Di Donato. Ci sono degli aspetti positivi, ma è altrettanto vero che il rapporto tra docenti e alunni è stato messo a dura prova.

Il contatto umano, la relazione in presenza, sono delle componenti fondamentali nel processo di apprendimento, soprattutto in determinate età e/o in alcune circostanze. Nessun computer potrà mai sostituirle.

Nonostante tutti i problemi, sta di fatto che la linea che il Ministero ha cercato di seguire è stata quella della ricerca della “normalità”. Ed è esattamente questo che si è cercato di fare anche per la conclusione di questo anno scolastico.

Maturità 2020: le materie dell’orale

Si sa ormai da tempo che l’esame di stato 2020 avrà inizio alle 08:30 del 17 giugno.

La data è rimasta la stessa decretata prima dell’inizio della pandemia di Covid-19. Cambia, però, la modalità d’esame. Non ci saranno più le prove scritte, ma solo un colloquio orale che lo studente dovrà sostenere davanti a una commissione composta da 6 membri interni e da un presidente esterno. La circolare del ministero prevede che l’esame si svolga in presenza prendendo tutte le dovute misure di sicurezza. Questo ammesso che le condizioni epidemiologiche continuino a migliorare.

Le materie che si discuteranno all’esame sono quelle d’indirizzo, la letteratura italiana e quelle discipline scelte dal consiglio di classe.

Maturità 2020, l’orale e il suo svolgimento

Il colloquio orale dell’esame di stato dovrà avere la durata massima di un’ora.

Durante questi 60 minuti, gli studenti dovranno dimostrare alla commissione di aver appreso quelle competenze che solitamente si verificano con le prove scritte. Infatti, è richiesto agli alunni di partire da un elaborato di loro produzione sulle discipline di indirizzo, normalmente oggetto della seconda prova scritta. L’argomento dell’elaborato deve essere assegnato dai docenti di queste materie entro il 1 giugno 2020 e va consegnato dagli alunni alla commissione entro il 13 giugno. Gli studenti dei licei musicali o coreutici devono prepararsi anche una parte performativa a loro scelta della durata massima di 10 minuti.

La prima prova scritta, invece, si fa spazio nel colloquio orale nelle vesti della tipologia A, l’analisi testuale, non proprio tra le scelte preferite dagli studenti. Una parte dell’esame di maturità del 2020, infatti, prevede il commento di un brano letterario oggetto di studio durante l’anno scolastico. Per verificare la conoscenza della letteratura italiana si parte dai testi. È un’intuizione importante: troppo spesso si riduce la conoscenza delle grandi opere scritte a pure nozioni mnemoniche che servono a poco e nulla a livello d’educazione. La letteratura vive delle parole scritte dai grande autori. Si deve fare sui testi, non sulle date di vita, di morte e di pubblicazione.

Lo studente deve presentare anche un elaborato multimediale sulla propria esperienza dell’alternanza scuola/lavoro e dimostrare le sue conoscenze in merito agli argomenti di “Cittadinanza e Costituzione”.

Esame maturità 2020: buste no, ma il materiale sì

Si arriva poi alla nota dolente dell’esame: l’analisi del materiale scelto dalla commissione. Questa analisi avrebbe costituito la parte fondamentale del colloquio orale se la pandemia non fosse mai scoppiata. In pratica, pur avendo eliminato l’estrazione della lotter… – ehm – delle buste, rimane il principio di base. Il candidato deve dimostrare di saper fare collegamenti interdisciplinari partendo da una suggestione scelta dalla commissione d’esame. Questa suggestione può essere (citiamo testualmente dall’ordinanza):

un testo, un documento, un’esperienza, un progetto, un problema.

Il tutto, ovviamente, basato sul percorso svolto.

Esami di maturità 2020: la tesina non era meglio?

Con la maturità 2020, la tesina sembra andare definitivamente in pensione.

È una scelta alquanto discutibile. È vero che i programmi sono sempre gli stessi e che sono ormai anni che gli studenti presentano sempre i soliti argomenti. I totalitarismi, il doppio, la bellezza, l’arte… È legittimo essere annoiati dalla prevedibilità, ma il discorso qui, è un altro.

Se si deve accertare la capacità di collegare tutte le discipline partendo da un argomento, perché non possono essere gli studenti a sceglierlo? Perché togliere loro questo momento di creatività? Sì, molte mappe concettuali possono essere ripetitive, ma c’è spazio per l’originalità. Si può chiedere agli alunni di provare a esserlo o, quantomeno, di scegliere un argomento che li appassioni. Potrebbe essere per loro la volta buona per mettere in relazione quanto studiato con le esperienze della vita di tutti i giorni e scoprire che non sono mondi poi così lontani.

Si vuole verificare la capacità degli studenti di riflettere e di argomentare su dei particolari temi per verificare che la scuola non fornisca solo nozioni, ma un’educazione culturale? Allora, forse, vanno riformati i programmi scolastici. La tesina, in realtà, se strutturata in maniera un po’ più complessa, può ottenere questo stesso scopo.

Magari, si teme che lo studente possa sapere solo l’argomento della tesina e non tutto il programma. Ma quello dovrebbe essere stato accertato durante l’anno. Si presuppone che l’ammissione all’esame di maturità si sia ottenuta completando il percorso di studi in maniera quantomeno sufficiente. Forse, bisognerebbe motivare gli studenti nel ricercare spunti più legati all’attualità, a tematiche sociali, culturali o scientifiche. Ma perché non spronarli a scegliere e a ricercare?

Insomma, l’esame è il punto di arrivo di un percorso. Un rito di passaggio importante e decisivo, ma è solo una parte del percorso. Ecco perché si dà tanto spazio nella valutazione ai crediti che si basano sulle medie scolastiche ottenute negli anni precedenti (quest’anno, il punteggio massimo dei crediti è pari a 60, mentre il massimo che si può ottenere all’orale è 40).

Maturità 2020: i privatisti come faranno?

Nell’ordinanza del ministero non è esplicitato quando i candidati esterni, ovvero i privatisti, potranno svolgere l’esame di maturità. Si dice soltanto che sarà svolto con le stesse modalità della scuola pubblica, previo superamento degli esami preliminari che si terranno a partire dal 10 luglio. Ci si aspettano ulteriori chiarimenti in merito.

Al di là di tutte le considerazioni che possiamo fare, questo sarà l’esame di stato in tempi di pandemia. Che piaccia o meno, almeno ora i maturandi sanno con cosa confrontarsi e possono iniziare a prepararsi adeguatamente.

E gli esami di terza media?

Non dimentichiamoci, però, dei loro fratelli minori. Anche gli studenti della scuola secondaria di primo grado sono stati messi a dura prova dalla didattica a distanza. Per loro, anzi, è tutto molto più complicato poiché a questa età hanno ancora bisogno di essere guidati costantemente nell’apprendimento, ma allo stesso tempo è esattamente in questo triennio che si creano le basi per poter raggiungere una propria indipendenza anche a livello didattico.

L’esame di terza media, che paragonato alla maturità potrebbe sembrare di poco conto, costituisce per tutti questi ragazzi la prima vera prova importante di confronto e di conferma delle proprie capacità. Quindi è giusto che non sia stato eliminato del tutto con una semplice promozione di massa.

Le nuove modalità, secondo la bozza dell’ordinanza, non prevedono il ritorno in aula. Niente prove scritte di italiano, matematica e lingue straniere. Tutto si svolgerà in maniera telematica. In questo caso, si recupera in parte l’idea della tesina. Il consiglio di classe, infatti, concorderà per ogni alunno un argomento relativamente al quale dovrà essere svolto un elaborato da sviluppare in maniera interdisciplinare. Tale elaborato potrà essere di varia natura:

testo scritto, presentazione multimediale, mappa o insieme di mappe, filmato, produzione artistica o tecnico-pratica o strumentale per gli alunni frequentanti i percorsi a indirizzo musicale.

Entro la fine delle lezioni, inoltre, il consiglio di classe predisporrà un momento di presentazione orale dell’elaborato in videoconferenza davanti ai docenti del consiglio stesso. La valutazione finale terrà conto, dunque, dell’elaborato e della sua esposizione insieme al lavoro svolto in presenza e a distanza del corso dell’anno scolastico.

Insomma sia per i ragazzi della terza media che per i maturandi, che fino a pochi mesi fa si prefiguravano tutt’altro, sarà un esame anomalo ma decisamente memorabile.

A tutti loro va il nostro grande in bocca al lupo!

Federica Crisci e Francesca Papa

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Dempsey o Borghi: abbiamo capito chi è il vero “Diavolo”

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Con la serie tv Diavoli, siamo quasi alla resa dei conti.

Abbiamo visto gli episodi 7 e 8 di Diavoli la serie tv in onda su Sky Atlantic e… ok! Possiamo dire di aver capito di che pasta sono fatti i nostri eroi!

Quelli andati in onda lo scorso 8 Maggio, sono due episodi complementari che si sviluppano rispettivamente in due direzioni: una orizzontale e una verticale.

Massimo Ruggero (Alessandro Borghi) si muove attraverso lo spazio (per quanto riguarda l’episodio 7) e attraverso il tempo (nell’episodio 8).

Episodio 7: Borghi va in giro per l’est Europa

Il nostro protagonista ha finalmente avuto il dossier che tanto aveva cercato e scopre con sua sorpresa di essere coinvolto in affari poco leciti. Così, accompagnato dall’attivista Sofia, Ruggero parte alla volta dell’est Europa alla ricerca di conferme.

Finalmente fughiamo ogni dubbio su Dominic Morgan, (Patrick Dempsey). Non c’è più dubbio che si tratti di quel burattinaio spietato, disposto a giocare con la vita di chiunque, nessuno escluso.

Mentre Ruggero è all’estero, il CEO della NYL porta avanti la sua politica, riuscendo a tirare dalla sua parte sia Oliver che Eleanor. I due giovani trader sanno di aver commesso un grosso errore e, in mancanza di Massimo, non possono fare altro che stare al gioco del capo.

Sono pedine che Morgan può usare a suo completo piacere.

Nel frattempo il personaggio di Alessandro Borghi ha scoperto tutta la verità. Si trova immischiato in un meccanismo complesso e corrotto, che porta la sua firma. Riuscirà a venirne fuori?

Episodio 8: il ritorno ai tempi dell’infanzia

Iniziando l’episodio 8 della serie tv Diavoli ci aspettiamo una sorta di continuo dell’avventura precedente. Invece no. O meglio, l’approfondimento continua in un’altra direzione: il passato.

Infondo, che cosa sappiamo di Massimo Ruggero? Poco e nulla. Sappiamo che è italiano e che si è trasferito a Londra in cerca di fortuna, dove l’ha trovata.

Tutto quello che riguarda il suo passato italiano non ci è dato saperlo fino a quando Massimo non riceve una chiamata di suo padre e decide di partire alla volta di Cetara, sulla costiera amalfitana.

Scopriamo un passato travagliato, fatto di povertà e miseria, di tradimenti e di corruzione. E pian piano comprendiamo quanto Cetara altro non sia che una piccola riproduzione del mondo conosciuto all’interno della NYL.

In punto di morte, suo padre ricorderà a Massimo che tutto quello che è stato fatto, è stato fatto anche per consentirgli un futuro. Una barca, strumento per lavorare, così da mantenere tutta la famiglia, ma anche per potergli dare l’occasione di andarsene via. Lontano da tutto quella realtà.

I suoi concittadini odiano Massimo perché è riuscito ad andarsene e a diventare ricco, a fuggire via. In realtà il nostro protagonista sa bene di esser fatto della stessa carne di suo padre. Il suo successo nasce dalla medesima corruzione.

Serena Vissani

Avete perso gli altri episodi? Ecco qui le nostre recensioni!

Episodi 1 e 2:

Episodi 3 e 4:

Episodi 5 e 6:

  • Episodio 9 e 10

Didattica a distanza: un ripassino su Guicciardini

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Cosa c’entrerebbe ora Francesco Guicciardini con la didattica a distanza?

Il Coronavirus ha drasticamente condizionato le nostre vite e la nostra socialità. Tutto quello che consideravamo “normale” è stato messo da parte, lasciando tanto spazio alle riflessioni. In un disperato momento di noia, sono andata a riprendermi i Ricordi di Francesco Guicciardini e non potevo credere ai miei occhi!

Quello che ho trovato tra quelle pagine è stato così illuminante che ho pensato di raccontarlo un po’ a tutti quei ragazzi delle classi terze e quarte che prima o poi hanno a che fare qualcosa con questo autore fiorentino.

Francesco Guicciardini: I Ricordi

Subito dopo l’opera principe del Guicciardini, le Storie d’Italia, si collocano i Ricordi, una raccolta di pensieri, frammenti che, come i migliori manuali di letteratura ricordano, derivano dall’antica tradizione delle scritture mercantili fiorentine.

I Ricordi sono un’opera che solo apparentemente potremmo definire desueta, così come potremmo considerare il suo autore poco rilevante. Ma non è così!

Ai tempi del coronavirus, mi sono ritrovata a leggere Francesco Guicciardini e a trovarlo incredibilmente moderno ed attuale. Credo che la sensazione di smarrimento, di impotenza e la paura del vuoto che mi ha (e mi sta) attraversando in questi giorni possa essere riconducibile un po’ a tutti.

Scorrendo quelle pagine e quegli aforismi, ho scorto un pensiero acuto e illuminante che nel corso degli anni avevo dimenticato.

Francesco Guicciardini: un pensiero estremamente attuale

In quest’opera l’autore fiorentino spazia dai luoghi comuni a considerazioni sulla politica del tempo. Nonostante l’apparente e illogica correlazione dei temi trattati, alla base di tutto si colloca un drammatico pessimismo.

Francesco Guicciardini, pur avendo lavorato a stretto contatto con Niccolò Macchiavelli, non ha il suo stesso ottimismo. Non riesce ad intravedere una dialettica continua tra fortuna e virtù, ossia tra gli imprevisti della realtà e la capacità dell’uomo di adattarsi e di contrastarla.

Il nostro ambasciatore, dopo aver vissuto le terribili Guerre d’Italia, è convinto che la fortuna, ossia il susseguirsi degli eventi, sia arginabile dall’uomo solo in modo parziale. Affinché l’uomo abbia la possibilità di vivere “felicemente” necessita anche di un po’ di buona fortuna, quindi di eventi favorevoli.

Non possiamo dedurre delle regole generali entro cui muoverci, ma imparare a discernere il particulare. Che cosa vuol dire? Vuol dire analizzare con occhio critico il singolo caso e trovare la strada giusta per affrontarlo.

Dietro tutto questo empirismo, questo pessimismo, dietro all’osservazione della realtà, che cosa possiamo trovare mai di tanto attuale?

Il Coronavirus ha evidenziato drasticamente la nostra fragilità. Chissà come sarebbe stata ora la nostra vita se tre mesi fa non fossimo stati travolti da questo invasore invisibile. Probabilmente tutto sarebbe stato diverso e le difficoltà che abbiamo vissuto non sarebbero state vagamente nei nostri pensieri.

Volere è potere

Non sempre e, sopratutto, non contro un essere che mina la forza più grande dell’uomo: la sua socialità. Ci ha divisi, sparpagliati e ci ha reso insicuri e impotenti.

La letteratura non è la soluzione, ma può essere una saggia compagna di viaggio. Può darci quel suggerimento giusto, quella consolazione che non riusciamo a trovare sui social o in tv.

Guardiamo al primo Cinquecento: anche a quel tempo, c’è stato un invasore che ha frantumato quanto era stato costruito nel secolo precedente. La discesa di Carlo V e il sacco di Roma sono solo il culmine di anni di guerre tra Francia e Impero combattute sul nostro territorio.

Le certezze dell’umanesimo caddero, esattamente come sono cadute quelle nel nostro vivere quotidiano. Non sempre abbiamo il potere di fare qualcosa, qualche volta c’è bisogno di un po’ di buona fortuna, ma ci resta sempre un piccolo margine di azione… nel particulare. Non dimentichiamocelo!

Serena Vissani

E se l’ultimo romanzo della Ferrante diventasse una serie tv?

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Per gli amanti della Ferrante una bella notizia: La vita bugiarda degli adulti diventa una serie tv!

A dichiararlo è Netflix in collaborazione con Fandango, a meno di 6 mesi dall’uscita dell’ultimo romanzo di Elena Ferrante. La vita bugiarda degli adulti sarà una serie tv.

Poche settimane fa ci eravamo espressi in modo assolutamente favorevole sulla nuova uscita della scrittrice de L’Amica Geniale. Avete perso la recensione dell’ultimo libro di Elena Ferrante? Nessun problema, ecco il link all’articolo:

La dichiarazione di Felipe Tewes, Director of Local Language Original Series Netflix:

“Siamo incredibilmente onorati di poter sviluppare una serie basata su La vita bugiarda degli adulti. I libri di Elena Ferrante hanno ispirato e affascinato i lettori in Italia e nel mondo, e siamo entusiasti di portare la sua ultima opera sugli schermi del nostro pubblico globale. Siamo inoltre felici di proseguire la nostra collaborazione con Fandango e di continuare a investire in storie “made in Italy” uniche che crediamo possano essere apprezzate in Italia e in tutto il mondo”.

Elena Ferrante, nell’ultimo libro tratta di una realtà molto complessa e, come sempre, decisamente vicina ad ognuno di noi. Domenico Procacci, fondatore di Fandango afferma:

“Sarà una bella avventura e siamo contenti di affrontarla con Netflix, con cui abbiamo ormai un rapporto forte e consolidato”.

La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante si preannuncia essere un altro capolavoro che supera i limiti della carta e tocca più media. Dalla carta allo schermo. Solo un dubbio ci assale: sarà in grado di soddisfare le alte aspettative del pubblico?

Per quanto ci riguarda, non vediamo l’ora di toglierci questa curiosità!

Serena Vissani

La musica lirica come eccellenza italiana: intervista al tenore Gianluca Sciarpelletti

La nostra missione culturale non si interrompe in quarantena e intercetta grandi voci dell’Opera italiana come il grande tenore Gianluca Sciarpelletti, star internazionale della musica lirica.

Maestro, la lirica italiana è ancora il fiore all’occhiello dell’arte italiana?

Credo di poter affermare che la musica è la massima espressione ”eccelsa” di ogni forma di arte e in particolare l’Opera Lirica le riunisce tutte in una unica magia. Ripropongo le parole di Cavaradossi tratte dall’aria del tenore “Recondita armonia” nel primo atto della Tosca di G. Puccini: “l’arte nel suo mistero, le diverse bellezze insiem confonde”; così l’Italia, così ricca di arte, nelle sue molteplici forme e manifestazioni, esporta arte e cultura nel mondo.

Proprio nella lirica siamo ancora l’èlite nel mondo; soprattutto in alcune realtà d’eccellenza  dove si riescono a fare produzioni di altissimo livello che vengono poi prese a modello ed esportate dall’Italia al mondo.

Lei è considerato uno dei migliori tenori italiani, capace di coniugare un grande virtuosismo e capacità interpretative a una profonda carica empatica che la lega al suo pubblico. Quali sono i fattori che contano nel mondo artistico, ovviamente escludendo il talento personale?

La ringrazio del complimento che spero meritarmi sul palcoscenico. Per essere un bravo artista necessitano una serie di fattori: alla base una solida tecnica vocale che comporta uno studio continuo e una ricerca della perfezione che nessuno mai raggiunge ma che l’artista umilmente insegue e persegue per tutta la vita.

Una grande serietà, costanza, passione, pazienza e amore per la musica, con un approccio umile nei confronti della partitura musicale e del suo autore  e una approfondita conoscenza del personaggio che deve essere indossato come un vestito su misura, adattato il più possibile alle proprie capacità vocali.

Non bisogna alterare né  la linea musicale né stilistica ma “ingolarlo”, prima musicalmente abituando la voce al tipo di scrittura e poi interiormente, vivere le sfumature del personaggio per riuscire a  trasmetterle al pubblico trasformate in emozioni.

Tutto questo il pubblico lo percepisce e e ti ama perché oltre ad avergli dato uno spettacolo,  gli hai donato emozioni con l’interpretazione del ruolo affidato.

In sintesi è questo il fattore fondamentale per il successo oltre al talento, la costanza, la professionalità, l’umiltà, il desiderio di fare sempre meglio, essere al servizio della “buona musica”: Sempre alla ricerca della perfezione,  tutto condito da un pizzico di fortuna e una buona agenzia che riesca ad aprirti le porte dei palcoscenici del mondo.

Sappiamo che è figlio d’arte, i suoi genitori sono stati dei grandi artisti e accademici. Il talento si eredita o si costruisce?

Essere “figlio d’arte” è sempre una grande responsabilità e non sempre un vantaggio. Infatti fin dai tempi del conservatorio ho sempre sentito il di dover fare bene anche per rispetto di quello che mi avevano insegnato i miei genitori.

Sono stato molto fortunato perché figlio del soprano Angela Centola e del tenore Giovanni Sciarpelletti  che vengono dalla “vecchia scuola”. Hanno studiato tecnica vocale a Firenze con il grande tenore Mario Filippeschi e il repertorio con il maestro Luigi Ricci ( autore di cadenze e traduzioni ), un ponte generazionale tra la scuola romana di canto del baritono Antonio Cotogni  e la “vecchia scuola” che ha forgiato le più grandi voci dello scorso secolo.

Sono riusciti a trasmettermi la tecnica della “vecchia scuola”  e la maniera del “bel canto”. Il talento si eredita? Sicuramente il talento è un dono prezioso, si eredita la passione e l’amore per la buona musica, come la passione e la cultura. Il talento da solo non basta, va costruito giorno dopo giorno, va forgiato, educato, rifinito, un po’ come un diamante grezzo che ha bisogno di essere lavorato per poter esprimere tutta la sua luce, la sua  bellezza,  per poter esprimere al meglio il suo valore.

L’Oriente ama la nostra musica e sta contribuendo alla sua globalizzazione, oltre a tenere vivo il meccanismo del ricambio artistico con i numerosi studenti che si dedicano alla lirica. Esiste una reciprocità in termini di contributi professionali, tecnici e anche culturali grazie a queste interazioni?

L’Oriente ama la musica e ha scoperto l’opera lirica e le sue potenzialità già da molti anni. I primi sono stati i coreani, poi i giapponesi e adesso i cinesi, presenti ovunque nei nostri conservatori italiani per capire, studiare e apprendere le metodologie tecniche ed interpretative del repertorio operistico e le modalità interpretative ed esecutive del belcanto.

E proprio queste  modalità esecutive ed interpretative del bel canto sono materia delle mie Masterclass negli USA e in Cina, perché la maggior parte della produzione operistica e del bel canto è Made in Italy e ha un marchio indelebile di eccellenza; forse uno dei pochi che ancora in Cinesi non sono riusciti ancora del tutto a “clonare”.

Sicuramente hanno imparato ad apprezzare la “buona musica” e ancor di più  il business che si può sviluppare. Da qui i grandi investimenti cinesi in infrastrutture e in teatri come il NCPA di Pechino che, grazie alla sinergia tra l’ottimo direttore artistico Giuseppe Cuccia e la capacità e sensibilità  del  grande direttore d’orchestra cinese LuJia, formato artisticamente in Italia, rappresenta oramai una delle realtà più importanti del mondo alla stregua della Scala di Milano o del Metropolitan Opera di New York.

La reciprocità consta nella possibilità di formare professionalità e nella possibilità immensa di impiego, stante la crescente passione del sempre più vasto pubblico cinese, amante della musica e dell’opera lirica. La crescita qualitativa degli spettacoli che ogni anno vengono prodotti ed eseguiti in Cina sta riscuotendo grandissimi successi.

Quali sono i ruoli che ama di più e che rispecchiano maggiormente la sua natura interiore?

Questa è una domanda difficile, perché io amo sempre il ruolo che devo interpretare, immedesimandomi. Certo è che il mio animo e la mia voce amano Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, autori che avevano una precisa consapevolezza della voce, dove nulla è lasciato al caso, dove parole e musica si fondono in una perfezione irraggiungibile.

Ma altri autori come Gaetano Donizetti, Pietro Mascagni, Ruggiero Leoncavallo, Umberto Giordano, George Bizet, hanno composto capolavori che sempre amo eseguire e interpretare. Partirei dal mio debutto nel “Ballo in maschera” e poi tutti gli altri personaggi come  Alfredo, il Duca di Mantova, Rigoletto, Radames, Don Alvaro, Manrico, Rodolfo, Macduff, Otello, F.B.Pinkerton,  Rodolfo,Cavaradossi,  Calaf , Dick Johnson, Pollione, Turiddu, Canio  e Don Josè.

Li ho amati tutti e per ciascuno di loro, ogni volta, ho cercato di render onore al ruolo, al loro animo, ai loro sentimenti,  dando il meglio di me stesso. Come si dice: anema e core…

In questo momento il mondo è fermo ma il bisogno di tornare alla normalità e forte e l’energia che stiamo accantonando esploderà in un bisogno universale di bellezza, di cultura, di grande musica. Potrebbe essere lo scenario di un prossimo futuro, secondo lei?

Sicuramente alla fine di questa pandemia tutti avremo voglia di vivere, voglia di bello, di nutrirci nell’animo e nello spirito e cosa c’è di meglio della musica per fare ciò? Sicuramente sarà una grande riscoperta della “buona musica”, come amo chiamarla io.

Come di consueto non possiamo congedarci senza sapere i suoi impegni in programma. Grazie ancora per sua disponibilità a rilasciarci questa intervista, è stata una bella emozione.

Sono stati  cancellati molti impegni che mi avrebbero visto in questo momento in tournée in Cina con la Poly Theater, in USA per la Tosca, Masterclass, ecc.

Sto lavorando ad un meraviglioso progetto che consta nella raccolta, revisione musicale e edizione alla quale seguirà l’incisione di alcune liriche rare e inedite di Ruggiero Leoncavallo; progetto che aveva nel cassetto mio padre e che io ho colto l’occasione per rispolverare e realizzare.

È giunto il momento che tutti possano conoscere e fruire queste liriche che sono dei capolavori di Leoncavallo che si conosce solo per i “Pagliacci” e per la “Mattinata” ma che ha avuto invece una fiorente produzione di altre opere e di liriche stupende, che presto avrete modo di ascoltare, studiare e poi interpretare…

Grazie Maestro, la sua è stata una vera lezione magistrale.

Gianluca Sciarpelletti, italo-americano e figlio d’arte, è stato avviato sin dall’infanzia all’educazione musicale. Ha avuto l’onore di essere introdotto allo studio del violino dal Direttore d’Orchestra Franco Ferrara, studi nei quali si è applicato presso il conservatorio di Musica Licinio Refice di Frosinone, sotto la guida del Maestro Umberto Di Lorenzo. Si è dedicato successivamente allo studio del canto, diplomandosi al Conservatorio di musica Santa Cecilia di Roma, alternando da subito all’attività didattico formativa quella concertistica esibendosi in Italia e all’estero. Si è poi perfezionato nel repertorio operistico con Maestri internazionali.
Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, vincendo concorsi internazionali e tenendo numerosi concerti, nell’ambito di manifestazioni culturali nazionali e internazionali, oltre ad aver interpretato ruoli principali del grande repertorio operistico.
Si è esibito in vari teatri fra i quali Teatro Nazionale, Teatro Valle, Teatro Brancaccio e Auditorium “Pium” dell’Accademia di S.Cecilia, Teatro dell’Opera di Roma, EUR Palazzo dei congressi, Teatro Unione di Viterbo, Teatro Mancinelli di Orvieto, Ruggles Hall di Chicago (USA), Pyong Yang DPR Korea, Baijigin Pechino (Cina), Forest Teatre Thessaloniki(Grecia) partecipando inoltre ad alcune incisioni per prime esecuzioni e concerti di musica sacra,tra i quali il Requiem di (G.Verdi) e la Petite Messe Solemnelle di (G.Rossini), alcuni dei quali ripresi e trasmessi dalle emittenti televisive nazionali Rai e Rai International.

Antonella Rizzo

Credits fotografici: http://www.sofig.cz/

Il Salone del libro di Torino 2020 si sposta online

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Dal 14 al 17 maggio si terrà in live streaming il Salone Internazionale del Libro di Torino EXTRA.

“Altre forme di vita” era il titolo scelto per la XXXIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino. A leggerlo adesso sembra quasi profetico, come molto spesso si è dimostrata la letteratura.

Quest’anno, gli eventi e gli ospiti del Salone avrebbero cercato di ipotizzare i tratti generali dell’aspetto che avrebbe assunto il mondo nel prossimo futuro. Il coronavirus ha impedito lo svolgimento di questa manifestazione dal vivo (è la prima volta in 32 anni) e, di conseguenza, di ragionare su questo argomento. Tuttavia, ha reso più impellente la domanda.

Quali saranno le “forme di vita” che ci aspettano durante la fase di convivenza con il virus? Quali quelle del post-pandemia? Come si torna alla “normalità” dopo essersi adattati a delle condizioni di sopravvivenza?

Proprio perché il bisogno è sempre più impellente e si sente la forte necessità di reagire a questa crisi internazionale, la direzione del Salone ha pensato di organizzare un’edizione straordinaria della manifestazione da seguire in diretta streaming.

Salone del Libro di Torino: le date

Da giovedì 14 a domenica 17 maggio, sul sito del Salone sarà possibile seguire in live streaming tutti gli eventi facenti parte del programma.

Tutti gli appuntamenti saranno raccontati sui canali social della manifestazione. Inoltre, molte delle iniziative saranno trasmesse in diretta su radio e canali televisivi. Potrete ascoltare alcuni eventi del 15 maggio su Rai Radio3. Anche i canali Rai 1, Rai Cultura, Rai News 24 si sono impegnati a dare spazio agli eventi virtuali del Salone.

Questa versione extra del Salone del Libro in streaming non è che un assaggio o un preludio dell’evento in presenza che dovrebbe tenersi in autunno, pandemia permettendo.

Salone del Libro di Torino 2020: il programma della versione Extra

Il programma completo dell’edizione online del Salone del Libro di Torino 2020 sarà disponibile tra pochi giorni sempre sul sito della manifestazione.

Tuttavia, sono già stati dichiarati i nomi di alcuni illustri ospiti che interverranno nel corso della manifestazione. Sono personalità importanti del mondo della letteratura, della scienza, degli studi storici, della filosofia, del cinema e della musica. Tutti insieme, proveranno a ragionare sul tempo e sulla situazione che stiamo vivendo. Inoltre, sarà dato modo agli editori di presentare le novità dei loro cataloghi grazie alla condivisione della copertina del loro Libro della ripartenza.

Nel dolore la consapevolezza, nell’amore la conoscenza. Qualche giorno fa, in una delle ore più buie, confuse e dolorose per il nostro paese e per il mondo intero, il gruppo di lavoro del Salone Internazionale del Libro di Torino ha fatto un sogno: riunire alcune delle migliori menti del pianeta per ragionare insieme su ciò che sta accadendo. Abbiamo cominciato a contattare prima timidamente, poi con sempre maggiore convinzione gli interlocutori: le risposte sono state entusiastiche. Il nostro, ci siamo resi conto, era un sogno condiviso. Così, dal 14 al 17 maggio, ci daremo ancora una volta appuntamento intorno al focolare del Salone. Nel nome della solidarietà, della condivisione, dell’amicizia. Se faremo scattare in noi quell’antica scintilla, ne sapremo molto di più, e allora sapremo anche di avere un futuro” (Nicola Lagioia, direttore artistico del Salone del Libro).

La lezione inaugurale sarà tenuta da Alessandro Barbero il 14 maggio in collegamento dalla Mole Antonelliana. Per il 15 e il 16, invece, sono attesi ospiti come Samantha Cristoforetti, Vinicio Capossela, Dacia Maraini, Francesco Piccolo, Walter Siti, Salman Rushdie, Jovanotti, Paolo Cognetti e -M¥SS KETA.

La maratona dell’ultima giornata si svolgerà in diretta dalla torre di libri di François Confino, simbolo del Salone. Ci saranno Zerocalcare, Paolo Giordano, Alessandro Baricco, Roberto Saviano, Massimo Gramellini e Carlo Rovelli.

Se non si riesce a seguire in diretta i vari appuntamenti, non è un problema: tutti gli eventi, una volta conclusi, saranno disponibili sul sito.

Cosa significa svolgere il Salone del Libro online

L’edizione straordinaria del Salone del Libro di Torino è dedicata alle vittime del coronavirus, ai loro parenti, al personale medico e paramedico che continua a svolgere la sua eroica missione per salvare vite umane. È l’occasione per creare un momento di riflessione e di incontro, ma anche per mantenere viva la cultura, con ogni mezzo possibile.

È importante che un evento simile riesca a emergere e a farsi sentire anche in una situazione difficile come quella attuale. Il Salone non è solo una manifestazione di grande importanza a livello nazionale e internazionale. È una vera e propria festa del libro e del suo significato. È un evento immersivo in cui si celebra il sapere, la curiosità, la scoperta, la discussione… la cultura in tutte le sue molteplici accezioni.

La cultura ci ha aiutato in questi mesi, ci ha intrattenuto, ci ha consolato. Ci fornisce gli strumenti utili per reagire. E continuerà a farlo.

Non basterà una versione streaming per soddisfarci, è chiaro. Girare tra gli stand, chiacchierare con gli editori, partecipare agli incontri, sfogliare le pagine dei libri e crogiolarsi nell’indecisione di cosa comprare: sono tutte azioni (ed emozioni) che non si possono sostituire. Ma per ora questo non può accadere. Quindi, dobbiamo accontentarci e sostenere la resistenza della cultura alla pandemia. Che è, poi, la nostra resistenza alla pandemia.

Seguiremo quest'”altra forma di vita” del Salone del Libro, augurandoci di tornare presto a quella a cui siamo stati abituati.

Babylon Berlin 3, episodi 11 e 12: non si può fuggire alla verità e alla Storia

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Andati in onda gli episodi 11 e 12, Babylon Berlin 3 ci mostra il finale di molte vicende, da tempo in attesa di risposte.

Viene portato a termine il mistero del “fantasma incappucciato”, che ha costretto i protagonisti Gereon e Lotte indagare negli studi cinematografici. Indagine che ha un sapore dal finale di Miss Marple (non Poirot), con quel gusto quindi degno di Agatha Christie. Niente spoiler, per carità! Un mistero però che arriva fin dentro gli uffici della polizia, dove i due poliziotti rischieranno la vita e altri personaggi, purtroppo, la perderanno. Un finale che, questa volta, non darà adito a dubbi sul termine della storia e sul perché i delitti sono avvenuti. Tutto giustificato, magari non condivisibile, ma con un unico e intramontabile movente: la vendetta. Vendetta che utilizza anche Wendt per porre fine a un’altra vicenda, quella di Greta e la sua esecuzione.

Babylon Berlin 3, episodi 9 e 10: la paura di parlare che, in fondo, dice tutto

Oltre a quelle legate al set di “Demoni della passione“, hanno trovato un punto d’arrivo anche le vicende che seguono il corso della Storia.

È arrivato infatti il giorno del crollo della Borsa americana (che un giorno i libri nomineranno “GIovedì nero”), tanto atteso e programmato da Nyssen. Ciò porta con sé una serie di catastrofiche conseguenze: primo fra tutti il potere dell’industriale, il quale ha dimostrato un viscido sesto senso nel prevedere il crollo economico del proprio paese e investire una grossa somma affinché ciò avvenisse. Scopriamo, o meglio ci ricordiamo, che altri personaggi (che non brillavano di simpatia) avevano investito grosse somme e ora si ritrovano in condizioni disastrose. Tutti scenari che, purtroppo, erano prevedibili!

Nel frattempo però, gli amanti della libertà e della democrazia sono già attivi per combattere l’oscurantismo nazista. Elisabeth e Marie Louise, infatti, proseguono la loro collaborazione, quando quest’ultima dona all’ex padrona di casa di Gereon il rullino con le foto contenenti i piani segreti del riarmo dell’aviazione tedesca: rullino che Elisabeth darà a Katelbach, che a sua volta lo consegnerà a Rath.

Gli episodi 11 e 12 di Babylon Berlin 3, però, non danno invece una fine chiara alle vicende di Lotte e Gereon.

La giovane ispettrice infatti continua ad avere problemi con le sue sorelle, in particolare con Toni, la quale ha scoperto la realtà sul loro legame di sangue. Rath invece affronta Wendt, dicendogli che ha scoperto il ruolo nella morte di Benda. Il colonnello non sembra per niente spaventato e affronta il commissario con molta calma, dicendogli che non potrà fare niente data l’assenza di prove; e sempre più convinto, dopo aver ricattato il capo della polizia, di prenderne il posto e quindi poter, a breve, decidere il destino di Gereon. Questi però è figlio del suo tempo e, grazie alla tecnologia, riesce a fargli una piccola sorpresa…

Gereon però ha ben altro che lo tormenta.

Il pubblico rivede le scene della prima puntata, dove Rath spaesato cammina per la Borsa. La folla che lo travolge e la vista di Helga con il suo nuovo amante, portano il commissario nel passato, in tutti i sensi.

Un finale che dirà molto e che apre uno spiraglio ad una possibile quarta stagione.

 

Francesco Fario

Uomini VS Donne: dallo scandalo Telegram alla Vasetti Challenge

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Telegram e lo scandalo del revenge porn

C’era una volta nel ventesimo millennio dopo Cristo un gruppo Telegram. “Uomini”, passatemi il termine, che incitavano allo stupro di sorelle, figlie, fidanzate, ex ragazze. Giustissimo scandalo dell’opinione pubblica, il gruppo viene chiuso (anche se voci di corridoio dicono che se ne siano aperti altri, che forse il nostro caro Telegram debba lasciarsi controllare un po’ di più, come tutti gli altri social?).

Fin qui, tutto giusto. Qualche tempo dopo, sempre nel ventesimo millennio, Oohbenz pubblica un giochetto da fare su Instagram: consiste nel riempire i vasetti dei casi umani, in base alla propria esperienza. Se ho avuto un ex tirchio, sbarro la casella. E quell’altro lì… sbarro la casella del pelato. Posto il mio bel questionario compilato sulle storie e ho messo alla berlina tutte le mie avventure passate. Et voilà.

Cos’è la Vasetti challenge?

Sono le otto di mattina del giorno dopo l’uscita dei vasetti, sono ancora mezza intontita dal sonno, ma basta aprire un social a caso: il web si è popolato di eroi dell’ultima ora– o meglio, bei giudici intogati di tutto punto. Scrivono: prima condannate i gruppi telegram e poi…(inserire allusione qualsiasi alla sfortunata challenge)… ipocrite.

E’ scoppiata la guerra dei sessi: maschi contro femmine. Chi fa peggio, chi è meglio? Spiego: sarete d’accordo che è l’atteggiamento che va condannato, non il genere. Il revenge porn s’ha da stigmatizzare, condannare senza appello e il gioco è senza ombra di dubbio di cattivo gusto, come d’altra parte molte altre challenge. Ma, come in una qualsiasi guerra, la situazione è tesa già da prima e noi, pure se non ce ne rendiamo conto, abbiamo un problema grande quanto una casa: il maschilismo – di cui vi lascio una definizione nel link della Treccani perché abbiate chiaro cosa intendo – è diventato più subdolo.

Ossia, non lo vediamo più, come certi gas che dopo un po’ non si sentono ma avvelenano comunque. Mettere questi accadimenti sul piano di uno scontro tra generi, come se aver condiviso una pessima storia di Ig e aver condannato poi il revenge porn mi rendesse incoerente, è maschilismo. Cosa – quei giudici a cui accennavo prima – hanno tentato di fare se non condannare le donne che hanno condannato degli uomini?

Una guerra sotterranea

C’è altro sui social, c’è molto altro, e c’è da anni: c’è un’oggettificazione dei corpi femminili spietata, una grande libreria di memes che pure trattano le donne per categorie – esattamente come i famosi vasetti, e nessuno ha mai fiatato. E’ facilissimo pensare che questi mitici siano gli stessi che ora levano accuse di ipocrisia. C’è un femminismo fasullo, come quello di Oohbenz, figlio esattamente della stessa matrice maschilista che, nel paradosso, nel tentativo di rinnegare le strutture patriarcali, le conferma. Donne che nel mostrarsi indipendenti, sfacciate, senza paura di quel giudizio che gli uomini sono pronti a dare, si mostrano senza remore, adattandosi al loro sguardo. Donne che, per paura di essere considerate pesanti, appoggiano quelle battute di cattivo gusto, e anzi le fanno, le condividono, a mostrare, non so, quanto siano forti, emancipate, indipendenti, desiderabili?

Bisognerebbe ridestarsi come da un lungo sonno, chiedersi: com’è il mio atteggiamento? Quali principi sto seguendo davvero?

Se io uomo, se io donna, condannassi questi tremila mondi fatti di pregiudizi e categorie che ingabbiano l’umano, al di là dell’uomo, al di là della donna che li ha praticati, allora io davvero potrei iniziare un articolo con “c’era una volta”.

Serena Garofalo

Il tour virtuale su Julian Assange ritratto da Miltos Manetas

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La mostra che, a partire dall’11 maggio 2020, sarà ospitata nella Sala Fontana di Palazzo delle Esposizioni, è costituita da una serie di circa quaranta ritratti di Julian Assange eseguiti da Miltos Manetas tra febbraio e aprile di quest’anno e vuole rappresentare, fra le molte cose dette e fatte in questi ultimi due mesi in tutto il mondo, un particolare, forse paradossale, contributo di riflessione sulla condizione della reclusione, dell’isolamento,
dell’impossibilità dell’incontro

Inaugurando la settimana precedente alla prevista riapertura dei musei italiani, la mostra non si potrà visitare, e manterrà questa condizione anche quando le sale espositive dovessero riaprire le porte al pubblico.


L’unica modalità per conoscerla ed esplorarla rimarranno la sua comunicazione e la sua documentazione attraverso i canali social e digitali di Palazzo delle Esposizioni e il profilo creato dall’artista per essere riempito di contenuti a partire dal momento dell’inaugurazione, l’11 maggio alle ore 18.

“Condizione Assange” vuole essere soprattutto un’operazione che coglie, nella coincidenza fra la lunga storia di reclusione e isolamento – prima da rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, poi, dopo il “sequestro”, nelle prigioni inglesi – di sovraesposizione mediatica e, allo stesso tempo, di riduzione al silenzio di Julian Assange, molte analogie con la condizione vissuta da miliardi di abitanti del pianeta, in queste settimane.

Julian Assange oggi

Non si tratta quindi solo della denuncia di un’ingiustizia, o di un tentativo di richiamare l’attenzione pubblica sulla vicenda di una persona che si è consapevolmente e ripetutamente assunta la responsabilità di rendere pubbliche informazioni segrete e che ora rischia, con l’estradizione negli Stati Uniti, la pena di morte. E neanche di una mostra di quadri di un artista che decide di dedicare la sua pratica a ritrarre un volto “difficile” (sia per la complessità del personaggio sia, come dice lo stesso Manetas, per le sue caratteristiche espressive).

Palazzo delle Esposizioni – che pochi mesi fa ha ospitato la mostra “Tecniche di evasione”, sulle strategie di derisione ed evitamento della censura nell’Ungheria degli anni ‘60 e ‘70 accetta la proposta di Manetas e proprio negli stessi giorni in cui speriamo di poter riaprire al pubblico le grandi esposizioni di Jim Dine e Gabriele Basilico, interrotte improvvisamente dall’emergenza: lo scopo è quello di dedicare una porzione dello spazio a ospitare una mostra che, in ogni caso, non si
potrà visitare per non nascondere il senso di inquietudine e di incertezza che l’esperienza Coronavirus lascia in tutti noi.

Realizzata con la collaborazione la Galleria Valentina Bonomo, la mostra è parte di #laculturaincasa, il programma con cui Roma Capitale della cultura aderisce alla campagna #iorestoacasa.

The Last Dance: recensione in anteprima del 7° e 8° episodio

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Gli episodi 7 e 8 di The Last Dance, in uscita l’11 maggio su Netflix, recensiti in anteprima.

Nello strepitoso viaggio nei successi dei Chicago Bulls che Netflix ha dato l’opportunità di fare ai propri utenti con la docuserie The Last Dance, continuiamo a rimanere ammaliati dai racconti dei protagonisti. Eravamo rimasti, con il quinto episodio, al commovente ricordo di Kobe Bryant e della sua prima sfida contro il leggendario numero 23 dei Bulls, diventato in seguito un mentore e “un fratello maggiore”. Mente nel capitolo sesto, si ripercorre la stagione 1992-1993 che vede Michael Jordan all’inseguimento della conquista terzo leggendario titolo dell’NBA e, contemporaneamente messo sotto tiro da parte dei media per il suo vizio del gioco d’azzardo.

La morte del padre e il ritiro del basket

In questa nuova accoppiata, MJ si ritrova ad affrontare la tragedia che forse di più ha segnato la sua vita: la morte del padre per mano di due rapinatori nella Carolina del Nord, dove si trovava per partecipare al funerale di un amico. La notizia sconvolge il mondo dello sport e dello stesso Jordan, il quale, subito dopo, decide di ritirarsi dalla pallacanestro e dedicarsi al baseball professionistico, lo sport prediletto proprio dal padre. Da questo periodo di inattività è nato anche il celebre film Space Jam. La pellicola affronta in maniera meno dolorosa la vicenda, facendo interagire Michael Jordan con i personaggi dei Looney Tunes come Bugs Bunny, Duffy Duck etc.

Il ritorno ai Chicago Bulls

Dopo la parentesi di 17 mesi e risultati modesti nel Baseball, his hairness torna sui suoi passi il 18 marzo 1995 annunciando con un semplice quanto efficace “I’m back” la ripresa della carriera da cestista. Ovviamente viene riaccolto dai tifosi e dalla squadra come un idolo e colui il quale avrebbe ridato nuova energia vitale ai Chicago Bulls. In questa occasione si ripresenta indossando la maglia numero 45, al posto del celebre 23, per sottolineare un nuovo inizio e, come rivela lui stesso nel documentario: “il 45 è stato il mio primo numero quando giocavo alle superiori”.

Oltre alla classe del campione, nel racconto emerge la figura di Michael Jordan come leader dello spogliatoio. Una leadership, la sua, che metteva a dura prova i propri compagni, i quali venivano messi sotto pressione in ogni allenamento per raggiungere i massimi livelli di competizione. Uno degli episodi che fa scalpore è quello che vede protagonista Jordan e il suo compagno Steve Kerr, i quali durante un allenamento sono arrivati alle mani facendo partire una scazzottata. Kerr rivela però come proprio quell’episodio abbia aiutato a unirli ancora di più: “Ci siamo sentiti dopo e lui si è scusato. Direi che quel pugno ha aiutato la nostra relazione”. L’attuale tecnico Golden State Warriors ha proseguito scherzando: “Comunque non lo augurerei a nessuno”.

Luigi Comencini inedito: “La tratta delle bianche”

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“Il cinema è qualcosa che sta a metà strada tra la meccanica di precisione e la tratta delle bianche”

Titolo originale: La tratta delle bianche
Regista: Luigi Comencini
Sceneggiatura: Luigi Comencini, Antonio Pietrangeli, Luigi Giacosi, Ivo Perilli, Massimo Patrizi
Cast principale: Eleonora Rossi Drago, Marc Lawrence, Ettore Magni, Vittorio Gassmann, Silvana Pampanini
Nazione: Italia
Anno: 1952

Al porto di Genova Machedi gestisce un traffico di ragazze. La tenace Ada riesce a sottrarsi con l’aiuto del compagno Carlo, il quale sarà tuttavia coinvolto in un furto che segnerà le sorti di entrambi…

Luigi Comencini e il melò

Capitolo eccentrico nella filmografia di Luigi Comencini, sequel ideale o, piuttosto, deliberatamente variato di Persiane chiuse (1950), La tratta delle bianche costituisce un inedito crocevia di soluzioni narrative, la messa in atto di una ristrutturazione tematico-produttiva che coinvolge il cinema italiano all’inizio degli anni Cinquanta. Pensato e riletto – in special modo a posteriori – come seconda parte di un dittico melò, il film si discosta dal precedente per un’attenzione tutta formale alla «forza dei set» [1], sintomo di un linguaggio in parte algido eppur mai tendente all’esercizio formale.

I set urbani di Comencini

La volontà di adesione alle proprie storie induce Comencini, piuttosto, alla ricerca di soluzioni altre per porsi al servizio di una trama già data, confezionata attorno a una protagonista ‘sicura’ (Eleonora Rossi Drago) e ancora una volta prossima al tema della prostituzione. Animato da una ripulsa del compromesso, nonché intimamente avverso alle riproposizioni tout-court, il regista sposta dunque l’attenzione sul piano ‘spaziale’, illuminando con chiaroscuri la preminenza di set urbani potentemente «sospesi tra ipermodernità e degrado» [2].

Disgregazione del neorealismo

La scelta, oltre a marcare il distacco dall’organizzazione ‘musicale’ di Persiane chiuse (individuata da Morreale nel crescendo di sequenze forti, dal tabarrin al ritorno a casa [3]), segna i confini di una ‘zona grigia’ entro cui l’opera prende forma, incastonata tra immaginario noir e suggestioni espressioniste. Sebbene l’ibridismo sia in parte condiviso dal film precedente, La tratta delle bianche interpreta con maggiore vigore quello sconfinamento di genere che investe la pratica neorealista nei suoi aspetti semantici e sintattici [4], trasformando il ‘prodotto’ meno amato dal regista [5] in un terreno d’analisi dalle molteplici implicazioni.

Tra noirmelò

Realizzata, anzitutto, a seguito di un radicale ripensamento del melodramma contemporaneo, l’opera di Comencini conserva i sovratoni dialogici del filone “matarazziano” [6] per poi virare con decisione verso il linguaggio ‘inquieto’ del cinema muto. A impreziosire il lavoro d’incastro – in un «pout pourri multimediale» [7] segnante persino le dinamiche narrative – concorre l’innesto sul materiale neorealista, già compromesso nei suoi elementi-base dall’influenza del noir e della letteratura poliziesca.

Suspense e sguardo di donna

Oltre a Houston, Hawks, Dassin [8], lo sguardo comenciniano si estende a quel cinema interessato ai «meccanismi della suspence» [9], sovente affidati – nella loro funzione scandagliante – a un occhio femminile volutamente statico. In perenne bilico tra intimità e orizzonte sociale, il personaggio-donna del film è, come in Persiane chiuse, il residuo più evidente dell’eredità melò. Chiamato in causa per indagare «temi sordidi quali il crimine, il vizio, la prostituzione» [10], esso fornisce allo spettatore un rassicurante spettro di divisioni manichee, in cui il guazzabuglio emotivo della vita lascia il posto alla spartizione tra buoni e cattivi.

Luigi Comencini “sperimentale”

La mescolanza tra neorealismo e noir, d’altro canto, impone la giustapposizione di componenti inconciliabili, sicché ai malfattori in trench e gessato s’oppongono irrimediabilmente i borgatari a la Lizzani (si veda Ai margini della metropoli, 1953, di poco posteriore). La ricomposizione di moduli narrativi canonici permette comunque a Comencini di mostrare alcune delle soluzioni formali «più “sperimentali” della sua carriera» [11], dando vita a un impianto figurativo oltremodo originale.

Aspetti figurativi

Lontana dall’esornazione fine a se stessa, la macchina del regista effettua dei movimenti in profondità che ammantano il proscenio d’efficaci sfumature. L’atmosfera cinerea e plumbea avvicina Genova «a un sobborgo della Chicago degli anni Venti» [12], mentre lo stacco iniziale sulla partita di pelota mostra giocatori bianchissimi stagliati su uno sfondo d’assoluta oscurità. Questa continua alternanza di luci e ombre fotografa efficacemente l’intenzionale assenza di chiaroscuri nell’impianto narrativo.

Buoni vs cattivi

In La tratta delle bianche contenuto e aspetti figurativi procedono di pari passo, dando vita a una compattezza finale difficilmente riscontrabile nelle prove coeve. La schematica ripartizione in buoni e cattivi (cui corrisponde, sul piano formale, quella in bianchi e neri) s’incarna – come accennato – nello sguardo che fissa l’antitesi tra sfruttatori e sfruttati.

Luigi Comencini osservatore della società

Qui vien fuori il Luigi Comencini dell’attrazione verso i margini, l’autore sapientemente teso all’osservazione della società. Mediante i ritratti autentici (seppur ingenui e schizzati) delle protagoniste dell’opera, il regista conduce un’indagine impietosa sui miti della civiltà del benessere. In una fase di ricostruzione che già si fa smantellamento, i bisogni materiali si fondono con le illusioni, mentre il marchio dell’oppressione segna in maniera indelebile ogni tentativo di riscatto.

L’impronta di Pietrangeli

A farne le spese, secondo un destino di «flagelli subiti», le donne che pur tentano di sottrarsi a un avvenire già scritto. La figura di Alda (Rossi Drago) risente in tal senso della scrittura di Pietrangeli, co-sceneggiatore del film e attento osservatore dell’universo femminile. Pur senza riproporre i fragili equilibri dei suoi personaggi, il cineasta romano investe la giovane comenciniana del peso delle trasformazioni economico-sociali, stabilendo un cronotipo collegamento di sopraffazione e soprusi.

La gara di ballo come allegoria sociale

In una dimensione spazio-temporale immobile, la vicenda di Alda denuncia l’ineluttabilità di un ruolo pre-stabilito, cui taluna si sottomette come alle regole di un macabro, odioso gioco. E in quest’ottica che la maratona di danza diviene catalizzatore degli elementi della storia. Interpretata da Gili come «l’espressione simbolica di una società» che oppone ricchi e poveri [13], la gara è in realtà un perfido strumento di possesso, in cui ogni differenza tra l’agire di Machedi (Mark Lawrence) e quello dell’innamorato Carlo (Ettore Manni) è appiattita su un unico paradigma culturale.

Un’opera da riscoprire

L’oggettivazione sessuale – passata attraverso lo sguardo del protettore e del futuro marito – s’impianta inoltre nella promessa del sogno divistico, vera e propria tratta delle bianche per giovani squattrinate. Contrariamente allo spazio riservatogli nelle bibliografie, l’opera in questione rappresenta una delle prove più interessanti del cinema di Luigi Comencini, capace di restituirne il carattere poliedrico in costante tensione tra pessimismo e moralità.

Tre motivi per vedere il film:

  •  Il cast stellare: Eleonora Rossi Drago, Silvana Pampanini, Sophia Loren (ancora Lazzaro), Vittorio Gassmann, Enrico Maria Salerno
  • La musica
  • La sfumatura impressionista che mai più riprodotta

Quando vedere il film:

Dopo Persiane chiuse, ovviamente. Si raccomanda anche la visione di Anna di Lattuada e di Tombolo, paradiso nero di Ferroni.

Non perdetevi l’appuntamento con il precedente Cineforum!

Arrangiatevi, una commedia che oscilla tra bigottismo e coraggio

Note (prima parte)

[1]. E. Morreale, Così piangevano, Roma, Donzelli, 2011, p. 249.
[2] Ivi, p. 254.
[3] Ivi, p. 253.
[4] Si veda a proposito R. Altman, A Semantic/Syntactic Approach to Film Genre, in “Cinema Journal”, 23, III, primavera 1984, pp. 6-18.
[5] Notoriamente ostile a lavorare più volte sui medesimi temi, il regista dichiarò di non aver «mai visto terminato» La tratta delle bianche, giacché farlo lo «aveva agghiacciato»: «Ci avevo messo una cosa che mi piaceva, una maratona di danza come in They Shoot Horses, Don’t They?. Volevo centrare tutto il film su questa maratona, ma i produttori Ponti e De Laurentis, sempre cottimisti, volevano, dopo il successo di Persiane chiuse, un altro film “sulla prostituzione”. Di solito quando c’è un conflitto col produttore, io sbaglio il film. In questo caso, doveva essere un film piuttosto discontinuo». (L. Codelli, Entretien avec Luigi Comencini, in “Positiv”, 156, febbraio 1974, p. 7. Per la traduzione italiana ho attinto a T. Masoni – P. Vecchi (a cura di), Luigi Comencini autore popolare, Reggio Emilia, Comune di Reggio Emilia- Assessorato Istituzioni Culturali-Commissione Consiliare Cinema, 1982, p. 93).

Note (seconda parte)

[6] Si fa riferimento, qui, a Raffaello Matarazzo, iniziatore con Catene (1949) del melodramma d’ambientazione contemporanea. Per approfondimenti si veda O. Caldiron, S. Della Casa (a cura di), Appassionatamente. Il melò nel cinema italiano, Torino, Lindau, 1999.[7] E. Morreale, Così piangevano, cit., p. 254.
[8] Cfr. F. Di Chiara,  La “segnorina” neorealista tra melodramma e noir. La tratta delle bianche di Luigi Comencini, in “Annali Online di Ferrara – Lettere”, I, 2007, p. 9.
[9] E. Morreale, Così piangevano, cit., p. 250.
[10] A. Farassino, Viraggi del neorealismo. Rosa e altri colori, in L. De Giusti (a cura di), Storia del cinema italiano 1949-1953, VIII, Venezia, Marsilio, 2003, p. 213.
[11] E. Morreale, Così piangevano, cit., p. 251.
[2] M. Schiavoni, La tratta delle bianche di Luigi Comencini, in “Quinlain. Rivista di critica cinematografica”, 17 marzo 2020.
[13] J. A. Gili, Luigi Comencini, Roma, Gremese, 2003, p. 22.

Ginevra Amadio

Ecco l’ultimo appuntamento col cineforum!

Fratelli per la pelle: una strana coppia di gemelli siamesi

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The Boys: la serie tv sui Supereroi targata Amazon

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The Boys è una serie televisiva scritta da Eric Kripke per Amazon Prime Video, basata sull’omonimo fumetto ideato da Garth Ennis e Darick Robertson.

La serie parte dal presupposto che i supereroi non sempre sono “buoni” come vorrebbe il luogo comune.

Il racconto è ambientato in un presente in cui i supereroi vivono al centro dell’attenzione mediatica e sono gestiti dalla multinazionale Vought American che mette in atto studiatissime tecniche di marketing per trarre il massimo vantaggio economico dallo sfruttamento dell’immagine dei Super.

Per questo la Vought American nasconde i vizi dei propri supereroi, dipingendoli come paladini senza difetti di cui il mondo ha assolutamente bisogno.

Il gruppo di supereroi più popolare è quello dei Sette, capitanato dall’eroe americano per eccellenza: Patriota, un uomo senza scrupoli, narcisista ed egocentrico.

Gli altri super sono: A-Train, l’uomo più veloce del mondo, un tossicodipendente, egoista e superficiale; Abisso, ovvero Aquaman, un molestatore; Queen Maeve, la Wonder Woman dei seven, insicura e prostrata al potere; Black Noir, il Black Panther silenzioso e impassibile; Translucent, l’Uomo Invisibile, un maniaco sessuale; e infine Starlight, la nuova recluta, una ragazzina ingenua che scopre con lo spettatore la realtà dei fatti: i supereroi non sempre stanno dalla parte dei buoni.

Il protagonista della serie è Hugie, un timido commesso nerd che vede la sua fidanzata morire assassinata da A-Train che la travolge disintegrandola letteralmente.

Hugie sarà per questo avvicinato da Billy Butcher, che rimetterà insieme i Boys, la sua vecchia squadra di ex agenti della CIA incaricata di punire i Super per i loro crimini.

The Boys è una serie televisiva cinica, violenta e visivamente cruda.

Sin dalle prime scene del primo episodio questa serie televisiva colpisce per l’irriverenza e l’anticonformismo, il linguaggio aggressivo della sceneggiatura e l’esplicitezza delle immagini.

The Boys è una serie tv senza peli sulla lingua nonché un adattamento riuscitissimo del fumetto.

The Boys: in programma la seconda stagione

Forse alcuni personaggi non sono stati approfonditi in questa prima stagione, ma chissà che non diventino primari nella seconda che è già stata confermata per il 2020.

Altre serie tv da vedere in quarantena su Amazon Prime Video?

Valeria de Bari

David Di Donatello 2020: tutti i vincitori

Edizione anomala quella dei David Di Donatello 2020, che si presentano in una nuova veste a causa dall’emergenza Coronavirus. Tutti i protagonisti del cinema italiano sono collegati in diretta con Carlo Conti, che conduce la serata dagli studi Rai di via Teulada.

I nominati dei David Di Donatello 2020

Sono 23 i film di candidati ai Premi David di Donatello 2020. Tra questi è Il traditore di Marco Bellocchio a conquistare il più alto numero di nomination, 18 per l’esattezza. Seguono Il primo re di Matteo Rovere e Pinocchio di Matteo Garrone, entrambi con 15 candidature a testa. Martin Eden di Pietro Marcello raggiunge quota 11 nomination, 5 è il numero perfetto di Igort ne porta a casa nove e Suspiria di Luca Guadagnino se ne aggiudica sei.

A Franca Valeri il David Speciale

Franca Valeri, icona dello spettacolo e della cultura italiana, riceve il Premio David Speciale. È un’omaggio alla sua capacità di rivoluzionare la comicità e l’immagine femminile nel corso della sua lunga carriera, calandosi nei panni di personaggi diventati memorabili.

L’Accademia del Cinema Italiano non perde l’occasione per rendere omaggio ad altri due grandi nomi della storia del cinema italiano: Federico Fellini e Alberto Sordi.

Il primo Natale di Ficarra e Picone si aggiudica invece il David dello Spettatore, il riconoscimento per il film più visto dal pubblico nei cinema italiani entro la fine del 2019.

I vincitori dei David Di Donatello 2020

Scopriamo tutti i vincitori della 65ª edizione dei Premi David Di Donatello, evidenziati in neretto.

MIGLIOR FILM
Il primo re
Il traditore
La paranza dei bambini
Martin Eden
Pinocchio

MIGLIOR REGIA
Matteo ROVERE per Il primo re
Marco BELLOCCHIO per Il traditore
Claudio GIOVANNESI per La paranza dei bambini
Pietro MARCELLO per Martin Eden
Matteo GARRONE per Pinocchio

MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE
IGORT per 5 è il numero perfetto
Phaim BHUIYAN per Bangla
Leonardo D’AGOSTINI per Il campione
Marco D’AMORE per L’immortale
Carlo SIRONI per Sole

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA (presenti ex-aequo)
Valeria BRUNI TEDESCHI per I villeggianti
Jasmine TRINCA per La dea fortuna
Isabella RAGONESE Mio fratello rincorre i dinosauri
Linda CARIDI per Ricordi?
Lunetta SAVINO per Rosa
Valeria GOLINO per Tutto il mio folle amore

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Toni SERVILLO per 5 è il numero perfetto
Alessandro BORGHI per Il primo re
Francesco DI LEVA per Il sindaco del rione Sanità
Pierfrancesco FAVINO per Il traditore
Luca MARINELLI per Martin Eden

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Valeria GOLINO per 5 è il numero perfetto
Anna FERZETTI per Domani è un altro giorno
Tania GARRIBBA per Il primo re
Maria AMATO per Il traditore
Alida BALDARI CALABRIA per Pinocchio

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Carlo BUCCIROSSO per 5 è il numero perfetto
Stefano ACCORSI per Il campione
Fabrizio FERRACANE per Il traditore
Luigi LO CASCIO per Il traditore
Roberto BENIGNI per Pinocchio

Premio David per il cinema internazionale assegnato a Parasite di Bong Joon Ho come Miglior film straniero.

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
Bangla
Il primo re
Il traditore
La dea fortuna
Ricordi?

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Il sindaco del rione Sanità
La famosa invasione degli orsi in Sicilia
La paranza dei bambini
Martin Eden
Pinocchio

MIGLIOR PRODUTTORE
Bangla
Il primo re
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio

MIGLIOR AUTORE DELLA FOTOGRAFIA
Il primo re
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio
Ricordi?

MIGLIORE MUSICISTA
Il Flauto Magico di Piazza Vittorio
Il primo re  
Il traditore
Pinocchio
Suspiria

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE
“Festa” per Bangla
“Rione Sanità” per Il sindaco del rione Sanità
“Un errore di distrazione” per L’ospite
“Che vita meravigliosa” per La dea fortuna
“Suspirium” per Suspiria

MIGLIOR SCENOGRAFO
5 è il numero perfetto
Il primo re
Il traditore
Pinocchio
Suspiria

MIGLIORE COSTUMISTA
5 è il numero perfetto
Il primo re
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio

MIGLIOR TRUCCATORE
5 è il numero perfetto
Il primo re
Il traditore
Pinocchio
Suspiria

MIGLIOR ACCONCIATORE
Il primo re
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio
Suspiria

MIGLIORE MONTATORE
Il primo re
Il sindaco del rione Sanità
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio

MIGLIOR SUONO
5 è il numero perfetto
Il primo re
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio

MIGLIORI EFFETTI VISIVI
5 è il numero perfetto
Il primo re
Il traditore
Pinocchio
Suspiria

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Citizen Rosi di Didi GNOCCHI e Carolina ROSI
Fellini fine mai di Eugenio CAPPUCCIO
La mafia non è più quella di una volta di Franco MARESCO
Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari di Simone ISOLA e Fausto TROMBETTA
Selfie di Agostino FERRENTE

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
Inverno di Giulio Mastromauro vince il premio come miglior cortometraggio Premio David di Donatello 2020.

DAVID GIOVANI
Il traditore di Marco BELLOCCHIO
L’uomo del labirinto di Donato CARRISI
La dea fortuna di Ferzan OZPETEK
Martin Eden di Pietro MARCELLO
Mio fratello rincorre i dinosauri di Stefano CIPANI

Crediti foto in copertina: Rai1

L’immagine contenuta in questo articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Il teatro è fatto di carne”. Ce lo racconta Silvia Siravo

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“Sono stata concepita in un teatro , ho gattonato dietro le quinte di teatri all’italiana e fatto i compiti nei camerini.”.

Una frase secca, diretta, con cui è impossibile non iniziare questa intervista, che poi è un racconto, un viaggio nell’artista. L’artista è Silvia Siravo, che fa l’attrice da 15 anni, ma ha cominciato ad esserlo molto molto prima. Forse porta con sé questa professione come un’eredità genetica da cui era impossibile sfuggire o forse come una conoscenza innata, o forse ancora come un dono della vita, quelli da cui non si torna indietro.

Da poco ho compreso e accettato che per me il lavoro e la vita non si possono distinguere.”

E qualcuno potrà pensare che magari sia stato anche facile, quasi naturale, imboccare questo percorso professionale – date le sue origini – eppure fa sorridere pensare che Silvia capisce di voler fare l’attrice solo da grande, quando al liceo fa un provino per interpretare la figlia dei suoi veri genitori in tv… e non viene presa!

Dopo una così curiosa batosta – afferma l’attrice –  non poteva che essere tutto in discesa.

Ne emerge una certa caparbia, che forse è una caratteristica imprescindibile per chi lavora nel mondo dello spettacolo, e ancora di più per i professionisti dello spettacolo dal vivo. Maggiormente per una donna, potremmo affermare, anche figlia d’arte. Quante donne nel passato, profili talentuosi e geniali, sono state ricordate come “le mogli di” e “le figlie di”? Un leit motiv che nel mondo contemporaneo si traduce spesso con una nuova (e pericolossima) formula… “la fidanzata di”.

E Silvia conosce la questione, la conosce da vicino. Non a caso definisce i suoi “congiunti attori” gioielli preziosissimi e pesantissimi che quasi faccio fatica a stare dritta nel portarli e non a caso porta avanti un progetto per dare voce alle donne dimenticate, affiancata da Arianna Ninchi. E quando le chiedo il suo personaggio nel cassetto mi risponde: “Rosalinda in Come vi piace sempre di Shakespeare e sempre una donna che si traveste da uomo.”

Perché con i generi è giusto giocare, visto che forse sono stati presi fin troppo sul serio, nei ruoli del passato (e a volte anche in quelli del presente).

Con umiltà, procede. Quasi a voler dire che questo mestiere non si eredita. Quasi a voler dire, com’è giusto che sia, che se l’è sudato con “l’indagine, la psicoterapia, la conoscenza di sé e degli altri“. Anche per andare oltre il luogo comune, immagino.

Ogni volta che va a cena dopo lo spettacolo pensa che questo è proprio il suo mestiere. Una conferma continua, nel tempo, arrivata  la prima volta, forse con meno consapevolezza “in Calabria, a 17 anni con un gruppo di giovani attori ed insieme ad un grande maestro, venuto a mancare da poco, Paolo Giuranna.Non c’erano alternative, racconta Silvia: “Lì stavo bene.

Non sono parole da poco, specialmente se rivolte all’ambito professionale. Quanti di noi potrebbero affermare lo stesso parlando del proprio mestiere?

E Silvia, che da bambina si immaginava a restaurare mosaici e ad aggiustare biciclette – e non a fare l’attrice come si potrebbe facilmente pensare – oggi lavora sul palco, dove sta bene. Attualmente sarebbe dovuta essere in scena a Catania e a Palermo con Erano tutti miei figli di A. Miller con Mariano Rigillo ed Anna Teresa Rossini per la Regia di G. Dipasquale. Le chiedo di recitarmene un pezzo, ma è impossibile per i dialoghi serrati che caratterizzano questo spettacolo, così Silvia opta per un monologo interpretato con la regia di Norma Martelli, “Teresa” di Toni Fornari, ispirato al romanzo di Jorge Amado.

Parla di coraggio, di una donna indomita, del tempo del vaiolo, di resilienza.

Tutti temi che possiamo sentire vicini a noi in questo momento storico.

“Dietro gli occhi seri, c’è uno sguardo strampalato.”

C’è la ricerca della verità. Avete mai sentito quel terribile luogo comune secondo il quale chi fa teatro sa fingere meglio? Io ho sempre creduto, invece, che chi fa teatro non ha bisogno di fingere nella vita reale, perché distingue molto bene il vero dal falso e anzi, nella vita personale cerca il vero con ostinazione. Non ha bisogno di ulteriori maschere quando scende dal palco. E quindi Silvia è schietta quando mi dice cosa sia mancato per supportare lo spettacolo dal vivo durante questo momento storico:

È mancato un pensiero politico consapevole della necessità e dell’importanza della cultura. E i soldi.

In questi giorni infatti sono circolate notizie concernenti un presunto ritorno del teatro in streaming e alcuni teatri già contattano la nostra redazione per inviare i loro spettacoli online. La flessibilità naturalmente è un valore aggiunto nei momenti di difficoltà, ma come giustamente chiosa Silvia:

Ma il teatro è fatto di respiri, di carne, è un’altra storia.

E mi sorprende quando le chiedo qual è la prima cosa che vorrebbe fare finita la quarantena. Banalmente potremmo aspettarci una frase retorica sul tornare a teatro, ma Silvia mi risponde “un viaggio in Albania”, come chi sa che certi ritorni sono talmente inevitabili che non esiste fretta.

Alessia Pizzi

7 ore per farti innamorare: il nuovo film con Giampaolo Morelli in streaming

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7 ore per farti innamorare è l’ultimo film di Giampaolo Morelli uscito in streaming lo scorso 20 aprile.

7 ore per farti innamorare è uno dei tanti film che hanno dovuto cedere il passo alla generale situazione di lockdown. Ma l’uscita del film si sposta dal cinema alla tv delle nostre case, attraverso la programmazione in streaming. E per fortuna!

Sì, perché questa commedia capita proprio in un momento in cui ridere serve, e parecchio anche!

7 ore per farti innamorare: un cast tutto da ridere!

I protagonisti del film, Giampaolo Morelli (che avevamo visto di recente ne Gli uomini d’oro) e Serena Rossi (meravigliosa in Io sono Mia), fungono da baricentro di un sistema di personaggi minori altrettanto esilaranti e divertenti.

Le battute, mai scontate, brillano ancora di più grazie alla ritmica dei dialoghi.

Lezioni d’amore: una trama apparentemente banale

Cosa ci sarebbe di più banale di una trama in cui vediamo una donna dare lezioni di seduzione ad un uomo? Insomma, è roba già vista, almeno dai tempi dell’Aretino! Eppure non è semplice liquidare il film rapidamente.

Partiamo da basi abbastanza scontante: lui, lasciato dalla ragazza-dittatore, incontra lei, scaltra e smaliziata, che lo educa sui comportamenti necessari per riprendersi la sua amata. La vicinanza e la confidenza farà poi il resto per far scatenare la scintilla e per il vissero per sempre felici e contenti. Mettiamo pure che Giampaolo Morelli e Serena Rossi sono belli quanto bastano per completare la ricetta di un film melenso e banale.

Ma non è solo questo. Dietro alle regole ferree, agli schermi fondati su verità scientifiche e genetiche, si nasconde tutta la complessità dei sentimenti umani. Potremmo definire 7 ore per farti innamorare una commedia dei sentimenti (ma non sentimentale!), dove le difficoltà e i traumi della vita condizionano le scelte dei singoli e determinano il carattere.

In 7 ore per farti innamorare, la vera protagonista è Serena Rossi che attraverso i suoi vademecum e le sue lezioni, cela la sofferenza di un’infanzia tradita. La scienza può aiutarla, ma solo in parte e per quanto riguarda la sopravvivenza pura e semplice.

Tra il vivere e il sopravvivere c’è una differenza bella e buona.

Il ritorno alla vita è invece possibile attraverso l’affetto e l’aiuto reciproco, la possibilità di potersi fidare e affidare a qualcuno.

Un tema difficile da trattare, dunque, altro che scontato. Il tutto fatto con la leggerezza e il brio di una commedia intelligente e divertente.

Serena Vissani

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Per una scuola più digitale: intervista alla prof. Daniela Di Donato

L’istruzione in Italia, il suo presente e il futuro tra valutazioni, scuola digitale e didattica a distanza.

Daniela Di Donato è una docente di lettere nella scuola secondaria di I grado. Nell’unica edizione dell’Italian Teacher Prize, cioè il  titolo per il miglior docente italiano, è finita tra i primi cinquanta finalisti.

Ora è Dottoranda di ricerca alla Sapienza Università di Roma, con una ricerca sull’uso delle tecnologie didattiche e innovative a casa e a scuola.

In breve, parla di digital training e della sua importanza da molto, molto prima della pandemia e del lockdown. Le abbiamo chiesto una fotografia della scuola italiana.

didattica online daniela di donato
Daniela Di Donato

Daniela, a che punto siamo con la scuola digitale?

Innanzitutto, specifico che già da anni il MIUR è chiaro su questo argomento: i docenti devono andare verso le competenze digitali. Un 20% era già attivo da tempo e costituiva lo zoccolo duro dei più motivati, un 10-15% era molto lontano dall’idea di un cambiamento didattico e un restante macro-gruppo di insegnanti aspettava solo uno spunto importante per avviare una formazione personale.

Il lockdown è stato un vero e proprio spintone che ha accelerato i tempi. È come al mare: puoi entrare passetto dopo passetto nell’acqua, o fare una corsa e tuffarti a bomba. Gli insegnanti hanno dovuto fare il tuffo a bomba. Chi era già formato prima, ora sta aiutando i neofiti, una buona parte del corpus docenti si è messo in gioco.

Videolezioni, Zoom, tanti compiti: cos’è la didattica a distanza?

L’ideale sarebbe alternare didattica sincrona e didattica asincrona. La didattica sincrona è la videoconferenza o la lezione in diretta, ma attenzione: un’ora online è molto più intensa di un’ora in aula, dove ci sono più distrazioni e un’atmosfera diversa. In più, l’OMS dà delle linee guida per l’esposizione dei più piccoli agli schermi: non più di 2 ore al giorno, in tutto. Tra le molte app utilizzate per ‘vedersi’ online, il MIUR ha chiesto l’utilizzo di strumenti sicuri e che rispettino la privacy dei dati, che si possono trovare sul sito https://solidarietadigitale.agid.gov.it/.

La didattica asincrona si fa in un luogo virtuale, dove il prof può caricare video, contenuti digitali, spunti. Alcune app hanno anche delle ‘aule’ separate, in cui gli alunni possono incontrarsi in piccoli gruppi per fare ricerche e confrontarsi tra di loro.

Una grande rivoluzione porta grandi trasformazioni. Quali cambiamenti hai notato?

Il più evidente è il cambio di percezione sulla scuola da parte di alunni e famiglie: ora è finalmente sentita come un diritto. Ha perso la sola connotazione di ‘dovere’ ed è vista sotto una luce positiva: ai ragazzi piace imparare, hanno una necessità neurobiologica di stare tra pari, hanno bisogno di essere stimolati e hanno nostalgia di compagni e professori.

Il cuore della scuola è proprio questo: un diritto costituzionale ad un percorso formativo di successo.

Una cosa sicuramente molto positiva. Me ne dici una negativa?

Questa scuola digitale deve far ripensare alla didattica in generale.

Parlare per un’ora di seguito davanti a uno schermo o davanti a trenta ragazzi non funziona, non ha mai funzionato. E adesso è lampante. Ci sono molti alunni che non sono ‘agganciabili’: ma mentre prima si potevano mimetizzare, ora sono evidenti molti casi di povertà educativa.

La scuola dell’800 non è più proponibile: servono strumenti di oggi, i docenti devono portare i ragazzi nella realtà che li circonda. Questo è il momento per i docenti e per gli addetti ai lavori di dire “Ok, possiamo fare in modo che non sia la stessa scuola di prima”

La fine dell’anno è vicina, i ragazzi non torneranno sui banchi. Come si faranno le valutazioni?

Le indicazioni, secondo il decreto, sono chiare: la valutazione dovrà essere formativa, dovrà aiutare lo studente ad andare avanti. L’esperienza di crescita non deve essere bloccata.

Cosa pensano gli studenti della didattica a distanza?

Micaela Paciotti

Coronavirus, Carcere e Cultura. Intervista a Salvatore Ferraro

La questione dell’importanza culturale in carcere è un argomento tornato in auge a seguito delle proteste dei detenuti di qualche settimana fa.

La cancellazione dei colloqui con i familiari a seguito delle misure restrittive dovute al COVID-19 è stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La notizia non è stata accolta adeguatamente e si è scatenata la ribellione che conta ad oggi 28 penitenziari coinvolti.

Questo ha portato la Procura di Milano ad aprire un’inchiesta facendo nuovamente emergere il caso mai chiuso del sovraffollamento e delle condizioni precarie di vita all’interno.

La cultura all’interno delle carceri italiane ai tempi dei Coronavirus, diversi risvolti di un unico problema

Tre C che sembrano non centrare nulla tra loro, eppure carcere, cultura e Coronavirus sono tre facce di uno stesso poligono. Qualche mese fa, abbiamo assisto ad una protesta nazionale e siamo qui a chiederci quanto c’è di non detto dietro quelle ribellioni e cosa nascondono.

La prima reazione concreta al problema si è avuta con la programmazione dello “sfollamento” del carcere di San Vittore da parte dell’amministrazione penitenziaria.

Allontanando la lente, però, si nota come il problema del sovraffollamento non è l’unica questione da risolvere: se è vero che l’art. 27 della Costituzione Italiana, afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, è altrettanto vero che ad oggi, non si va ancora totalmente in quella direzione.

Qual è la situazione nelle carceri italiane?

Ci sono carceri che potrebbero offrire maggiori opportunità di reinserimento e rieducazione ma che, per qualsivoglia ragione, vengono ridotte a quattro mura bianche.

Alcuni detenuti vorrebbero uscire da certe logiche legate al passato ma non vengono guidati in un percorso di tutela. Ne abbiamo parlato tempo fa nella recensione di Angela Patalano del film “Le ali della libertà“.

Quanto c’è di non detto dietro le proteste nelle carceri italiane di qualche mese fa

Per non parlare del ruolo che la cultura riveste oggi e del valore suo aggiunto.

La sua importanza all’interno del sistema penitenziario è stata ribadita nel documento conclusivo degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale del 18 Aprile 2016. Secondo quanto riportato, il tasso di recidiva dei detenuti sarebbe notevolmente inferiore fra coloro che hanno preso parte ad attività artistiche e culturali.

Come cita il Rapporto Bocconi-Icrios del 2017:

“La riduzione dei reati non arriva chiudendo un cancello ma aprendo allo studio”.

Qual è la posizione dell’Italia rispetto alle attività di cultura in carcere

L’Italia risulta capofila nello sviluppo delle attività culturali nelle carceri, però, in alcuni penitenziari, le stesse attività sono considerate mero mezzo di intrattenimento.

Purtroppo i casi di recidiva sono ancora elevati in Italia nonostante è risaputo che contaminare l’interno del carcere con l’ambiente esterno forma, istruisce e crea nuove coscienze critiche e giudicanti.

L’impatto della conoscenza e della cultura sul detenuto aumenta la consapevolezza del sé, migliora i rapporti con i familiari e gli stessi compagni di cella. Inoltre distende i rapporti con gli agenti della polizia penitenziaria e riduce l’isolamento e la solitudine.

L’offerta culturale deve far parte di un trattamento rieducativo proprio perché la cultura eleva lo spirito e dà speranza verso la costruzione di una nuova vita. 

Come viene vista dall’interno l’importanza della cultura nelle carceri italiane

Qualche giorno fa, ho avuto il piacere di ritrovare sui social network Salvatore e così ho approfittato per confrontarmi con lui su questo tema.

Salvatore Ferraro, giurista ed ex detenuto, cofondatore dell’associazione radicale Il detenuto ignoto, nonché animatore della rock-band e della compagnia teatrale di ex detenuti Persi per caso.

***

Salvatore, quanto è importante il ruolo che riveste la cultura all’interno di un istituto penitenziario?

La cultura è un universo di valori alternativi al reato, anzi, l’antitesi vera e propria.  

Sulla carta, quindi, dovrebbe rivestire un ruolo fondamentale. C’è, però, un problema: il carcere, per sua “natura”, concentra i detenuti, li raggruppa mettendoli in stretta, anzi strettissima, relazione tra di loro. Questo finisce per rafforzare e consolidare, in carcere, un solo tipo di cultura: quella criminale. In questo senso, se ci si ostina a conservare questo sistema punitivo che intende “risocializzare recludendo” sarà difficile, se non impossibile, costruire, intorno al detenuto, un ambiente culturale vero che riesca a prevalere su quello deviante. 

Il trattamento rieducativo, oggi, prevede un’offerta culturale all’interno degli istituti? Se sì, cosa nello specifico?

La prevede. Ogni istituto ha una dotazione di libri, una sala di lettura. Qualche penitenziario ha anche il teatro. Nelle carceri più “moderne” si tengono corsi di scrittura, di musica, di recitazione.  

Il problema è che in carcere la cultura viene considerata più come una concessione, un premio, non una prospettiva di sistema. Il fatto non deve meravigliare. Il carcere si nutre di stasi, di tempo che non scorre, di prevedibilità. Per il carcere, la cultura ci può essere ma solo se presa a piccole dosi. E questo è sbagliato.

La cultura deve essere solida e duratura costruzione, non mera distrazione. Se è vero che qualcuno in carcere, durante l’espiazione, ha maturato una scrittura, si è arricchito di buone letture, è perché ci è riuscito da solo. Ma sono eccezioni. Sono stati avviate azioni di volontariato che hanno messo in relazione persone libere e recluse; contatti umani con scambi proficui di esperienze ma di breve durata, palliative. 

La regola generale è che il detenuto rimane costretto a vivere la sua detenzione nella passività totale: inerzia,  degrado e interazione esclusiva con i propri compagni di reparto: l’esatto contrario, cioè, di quello che noi definiremmo “percorso culturale positivo”

Quali sono le reali difficoltà all’interno di un carcere se un detenuto volesse accrescere il suo bagaglio culturale (musica, teatro, lettura, studi universitari..)? Che bisogni ci sono?

La difficoltà principale nasce dalla legittima esigenza del carcere di dover sempre sorvegliare, controllare. A causa di ciò, in carcere, se vuoi accedere a un libro, a un’iniziativa culturale, devi sottoporti a un avvilente iter burocratico di autorizzazioni.  

Detto questo, in carcere si sono sviluppati anche buoni progetti. Però, il più delle volte, è mancato il coraggio di attuarli nel contesto più utile e significativo ossia fuori le mura, dentro la società. Il test decisivo per capire se il detenuto ha in concreto avviato un processo di responsabilizzazione e consapevolezza e se ha scelto di convivere con regole e valori positivi condivisi.

Discorso diverso per gli studi di tipo universitario, che richiedono solitudine, disciplina e continuità: lì si sono ottenuti ottimi risultati, grazie agli sforzi delle istituzioni, soprattutto con i detenuti con il fine pena molto lungo. 

La statistica ci dice che potenziare la mente, accrescere i saperi, studiare ma anche banalmente leggere e documentarsi, diminuisce i casi di recidiva.

Vista la tua esperienza, cosa consiglieresti per migliorare questo aspetto della qualità della vita di un detenuto? Quanto ancora potrebbe e dovrebbe fare lo Stato per supportarlo nella sua rieducazione, che ricordiamo, è il fine primo del carcere?

C’è una distinzione importante da fare.  Per la giustizia, in carcere ci sono detenuti giudicati non pericolosi (il 93% della popolazione detenuta) e, per questo, condannati a pene esigue e detenuti con un lungo fine pena. Per i secondi (il 7% della popolazione detenuta) si può fare tantissimo anche dentro le mura: il tempo “a disposizione” consentirebbe un lavoro culturale di consapevolezza, crescita, revisione del proprio passato.

La lettura, la scrittura, la musica, sono strumenti narrativi potenti di rimodulazione di certe priorità, di rilettura e riscrittura della propria vita e, grazie al “lungo tempo della pena”, potrebbe davvero attecchire nella struttura esistenziale dell’individuo, nonostante la natura tendenzialmente infeconda della condizione intramuraria.

E per quelli meno pericolosi?

Per quelli dichiarati non pericolosi esiste una prospettiva utile e praticabile: quella indicata anche nel mio saggio “La Pena visibile”. Bisogna collocare i condannati in contesti culturali nuovi, dentro la società, eludendo subito il contatto con quella criminale presente in carcere.

Permettere a quei condannati, con le dovute restrizioni di orari e di movimento, di confrontarsi (relazionarsi) quotidianamente e attivamente con un nuovo sistema di valori, di scenari, con nuove e variegate realtà. Consentirgli di essere attivi, fattivi e di ripagare concretamente la società.  

Credo nello shock culturale di una società che accoglie i “sanzionati” nella propria cerchia di valori, esperienze, orizzonti variegati. La monocultura criminale la distruggi così: contaminandola con la creatività e le prospettive di scenari e futuri diversi possibili.

*****

Dopo questa piacevole conversazione con Salvatore non posso non pensare alle parole di Dostoevskij:

“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni.”

Francesca Sorge

Le pillole di Irene Facheris contro ogni discriminazione

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Irene Facheris, in arte CIMDRP, milanese, classe 1989, laureata in psicologia e presidente dell’associazione “Bossy” (progetto culturale che si occupa di parità, discriminazione, disuguaglianze maschili e femminili) è approdata qualche mese fa nelle librerie con la sua seconda pubblicazione “Parità in pillole”, un testo, edito da Rizzoli, che promuove lo sviluppo del pensiero femminista.

Dal web alla carta stampata, i voli delle pillole di parità

Un libro che prende il titolo dal suo canale Youtube creato nel 2016 con 150 puntate e che, come si apprende già dalla prima di copertina, dispensa consigli per formulare pensieri scevri da giudizio e denigrazione nei confronti dell’altro.

Un testo che si legge in maniere semplice e discorsiva, come una specie di dizionario che attraverso una scrittura facile e concisa, capitolo dopo capitolo.

Affronta tematiche relative al femminismo intersezionale quali body shaming, molestie, razzismo, victim blaming, ma anche mascolinità tossica, femminismo ( prima, seconda, terza e quarta ondata) e revenge porn dando a tutti la possibilità di sviluppare un pensiero femminista.

Un linguaggio accessibile adatto a chiunque: dall’adolescente in piena crisi, all’adulto che vuole sviluppare pensieri nuovi o a chi semplicemente è stato vittima di atti discriminatori e si ritrova in quelle pagine per imparare nuovi modi di agire e reagire alle situazioni.

Un libro rivolto anche a chi è autore e carnefice per imparare a non assumere, seppur involontariamente, determinati comportamenti.

Una guida chiara per educarsi alla diversità ma soprattutto al rispetto dell’altro abituandosi a vedere nell’altro, sempre e prima di tutto, una persona.

E’ così facendo, secondo l’autrice, che verrà facile accoglierlo, comprendere gli atteggiamenti dannosi e violenti e costruire basi per una società in cui le diversità diventano valore aggiunto. 

Ben si sa che una società con una legislazione che protegge la parità, migliora la qualità di vita del singolo e delle generazioni future.

Cosa pensa Facheris del mondo in cui viviamo

Facheris parte da un’idea chiara: non è detto che chi vive in una condizione di privilegio come la nostra (e dove come nostra intendiamo una società occidentale composta prevalentemente da bianchi), viva una vita serena e adeguata.

Dopotutto, ancora oggi una donna guadagna meno di un uomo, chi non risponde a particolari canoni di bellezza viene escluso o emarginato, o l’uomo stesso non può ancora permettersi di piangere o soffrire.

Qualche mese fa, in una recensione, anche la nostra direttrice definiva “muri davvero difficili da buttare giù, quelli del femminismo che affonda le unghie sulla prevaricazione di cui le donne sono state vittime per secoli, un’arma di cui oggi fanno uso troppo spesso per far sentire la propria voce”

Questa sua opera di divulgazione (badate bene non è un romanzo) entra a gamba tesa nella nostra società offrendosi come strumento di analisi e comprensione, descrivendo tutti i tipi di discriminazione e offrendo al lettore l’opportunità di costruire delle relazioni paritarie e inclusive.

Utopia?! Chi può dirlo!

Certo è che attraverso le sue pillole di parità e il pensiero femminista vengono fornite risposte concrete ai diversi casi sopracitati, risposte pratiche ma soprattutto personali.

Un pensiero quasi scontato diremmo ma che nella freneticità della vita, sopraffatti dal potere, dalla conquista e dal riscatto sociale, lo dimentichiamo.

Ed è qui che l’autrice cita Carol Hanish, la quale, in una sua intervista del 1970 affermava “ I problemi personali sono problemi politici […] C’è solo un ‘azione collettiva per una soluzione collettiva”. 

Si, perché le battaglie personali, ma anche le ingiustizie, le offese, le ingiurie verso l’altro non sono solo problemi personali ma appartengono alla società, alla polis, e la polis se ne deve far carico proprio perché è fatta di persone.

Nel libro, pertanto, ogni capitolo presenta una panoramica storica e generale sul tema scelto e infine una pillola di parità per abituare la mente a nuovi pensieri puliti e non giudicanti.

Dobbiamo riconoscere che le discriminazioni sono dappertutto e inconsapevolmente nei nostri gesti quotidiani. Ci avete mai fatto caso?

Pensateci.

Ma pensate anche che qualsiasi comportamento discriminatorio non danneggia solo chi lo subisce, ma anche chi lo commette.

Un libro necessario quindi, che apre le menti e infonde fiducia nel domani perché chi lo leggerà, avrà acquisito gli strumenti necessari per sapersi comportare verso l’altro e per saper continuare a lottare. Sempre.

Francesca Sorge

Festa della mamma, cosa regalare quest’anno? Dritte e consigli utili

Nonostante le restrizioni a cui siamo costretti da alcuni mesi, anche quest’anno si troverà il modo di celebrare la festa della mamma. La mamma è una figura troppo importante per permettere a una pandemia di oscurarne la grandezza. E così, anche senza potersi abbracciare, il 10 maggio 2020 in tutte le famiglie italiane si festeggeranno le mamme.

Le distanze possono essere accorciate ma l’affetto di una madre per i propri figli travalica i muri e, solo per questo, merita di essere ricompensato. 

Spesso ci si dimentica di tutto quello che fa una madre o lo si dà per scontato. Sebbene si cresca e i rapporti cambino, il filo che lega genitori e figli si può assottigliare ma è sempre presente e più saldo che mai.

Per questo è importante ricambiare quello che si è ricevuto e si continua a ricevere con un dono, anche simbolico, che faccia sentire importante la propria mamma.

Secondo un sondaggio indetto da Discoup.com, il portale di coupon e sconti tra i più visitati in Italia, anche per quest’anno sono tante le persone che non rinunciano all’acquisto di un regalo per la festa della mamma.

Su oltre 1000 persone intervistate, la maggior parte di loro si dice pronta ad acquistare dei fiori o una pianta, dei gioielli o dei capi di abbigliamento.

D’altronde, non bisogna dimenticare che una mamma, a prescindere dalla sua età, è sempre una donna e, come tale, va omaggiata. 

Ogni donna ha i suoi gusti e la sua personalità e chi più di un figlio o una figlia può conoscerli così a fondo? Se poi si può approfittare di uno sconto per l’acquisto di un profumo o un gioiello, soprattutto in un momento di incertezza lavorativa come questo, tanto di guadagnato.

Discoup è una piattaforma che da anni propone sconti e coupon sull’acquisto di prodotti online. Negli ultimi anni il pubblico di persone che hanno approfittato delle offerte e delle promozioni presenti sul sito è cresciuto a dismisura. Questo grazie alla grande varietà di sconti per l’acquisto di articoli dei migliori brand presenti sul mercato. 

Tra i tanti coupon è possibile approfittare degli sconti sui gioielli Pandora, ad esempio. Un gioiello trendy alla moda è l’ideale per una mamma stilosa e sempre al passo con i tempi. 

Sempre nella sezione dedicata alle offerte per la Festa della Mamma c’è anche uno sconto del 20% sui gioielli Guess, da regalare a una mamma dinamica e femminile. 

Regalare un gioiello alla propria mamma ha un significato molto speciale, perché le trasmette tutto l’amore che si prova e a fa sentire una vera e propria regina. 

Per la mamma amante dei libri e della letteratura, invece, Discoup propone sconti e offerte per l’acquisto dell’ultimo romanzo del suo autore preferito o per un libro di poesie da dedicare alla donna più importante della nostra vita. 

E ancora accessori per la casa, prodotti tecnologici, trucchi, prodotti cosmetici e di bellezza e tanto altro, da acquistare comodamente on line a prezzi super convenienti.

Onirica: un raffinato omaggio a Dario Argento

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Onirica – opera prima di Luca Canale Brucculeri – è un raffinato thriller che omaggia il genio di Dario Argento.

Onirica si configura come uno spassionato omaggio verso il Dario Argento che fu. Una dichiarazione d’amore che il regista – Luca Canale Brucculeri qui al suo primo lungometraggio – ha scritto e diretto con lucidità e passione. Onirica non fa mistero del genere al quale – felicemente – si rifà: l’indimenticabile filone del Giallo all’italiana, di cui Argento è sicuramente uno dei più felici rappresentanti.

Veniamo alla trama: Torino, vigilia di ferragosto. Una serie di omicidi nei luoghi culto dei film di Dario Argento. Un sospettato e una poliziotta (Gianna Nicolodi, ricorda qualcosa?) determinata a fermare l’assassino.

Vedere Onirica è un po’ come fare un tuffo nei posti più iconici dei migliori film di Argento. Un continuo gioco citazionistico ci accompagna per tutta la durata del film. Merito sicuramente di una regia sapiente a cui si accompagna una colonna sonora di grande impatto (autore della stessa, Giorgio Mirto). Memorabile la fotografia (curata da Mattia G. Furlan, capace di rendere le atmosfere del film rarefatte, immaginifiche, potenti. Le inquadrature sono tutte a favore di questo sapiente gioco al richiamo che diverte senza scadere mai nel troppo.

Alla recitazione degli attori, mai sopra le righe, ben calibrata e godibilissima – soprattutto quella dei due attori protagonisti, Fabio Rossini e Camilla Nigro – si accompagna l’essenzialità dei dialoghi quasi sacrificati in nome della potenza delle immagini. E’ qualcosa che spiazza e riesce alla perfezione.

Cosa aspettarsi da Onirica?

Onirica è un tuffo nel passato: e questo è un dato di fatto. Strizza l’occhio a tutta una produzione tipica degli anni settanta, ci diverte con le mille citazioni, con le musiche atte a ricreare una determinata atmosfera, si dilunga sulle inquadrature splatter quel tanto che basta. Un gioco di richiami su richiami che finisce per confondere il giusto, non c’è esagerazione.

Ma non si può ridurre solo a passionale slancio di amore verso Argento e tutto quello che ha rappresentato. Onirica è anche un prodotto coraggioso e innovativo. Cimentarsi in un film che ricrei le emozioni di un genere ormai di nicchia, non è facile. Tirare in ballo sua maestà Argento, non è facile. Ci ha già provato – con risultati discordanti – Luca Guadagnino col suo personalissimo remake di Suspiria. Insomma, ragazzi, siamo onesti: non è facile. Per questo tutto il mio plauso va a questo giovane e in gamba cineasta che ha saputo giocare divertendo e – credo – divertendosi a sua volta.

Intendiamoci: l’opera prima di Luca Canale Brucculeri può non piacere. Su questo si può scendere ai dovuti compromessi. Può non piacere la storia, ci si può chiedere se di questo omaggio ce ne fosse bisogno. Dal mio canto ovviamente assolutamente sì. I più critici potranno storcere il naso di fronte a certe ingenuità, a determinate sbavature stilistiche. Ma non oggi, non io e non su questa recensione.

Chiara Amati

Foto per gentile concessione della May Film Studios

Dempsey o Borghi: da che parte vogliamo stare?

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Siamo al giro di boa della serie tv Diavoli!

Gli episodi 5 e 6 della serie tv Diavoli hanno fatto luce sul passato del misterioso Massimo Ruggero. Poche novità sugli sviluppi della vicenda ma tanti bei flashback che fanno chiarezza sul passato dei nostri eroi.

D’altra parte non potevamo non aspettarci qualche dato in più. Il passato per capire il presente, non serve solo nella vita di tutti i giorni!

Finalmente, quel legame tra Massimo Ruggero (alias Alessandro Borghi) e Nina Morgan (Kasia Smutniak), che era passato inosservato fino ad un certo punto, viene spiegato.

Diavoli è la serie tv dei rapporto tra padri e figli

Il legame che lega Dominic (Patrick Dempsey) e Massimo, lo abbiamo già detto, è un rapporto conflittuale di amore-odio tra professore e allievo, tra padre e figlio.

Dominic ha perso un figlio in guerra, un figlio che si è arruolato perché in cerca dell’approvazione paterna. Incapace di seguire le orme del padre, il giovane Morgan decide di servire il suo Paese con l’inconscia speranza di ottenere da suo padre quello sguardo di approvazione e di orgoglio che invece riserva costantemente per Massimo, l’allievo prediletto.

E Morgan lo confessa a distanza di tempo. Non si trattava della gelosia immotivata di un giovane in perenne conflitto con il padre, ma la realtà dei fatti. Il personaggio di Patrick Dempsey avrebbe voluto che suo figlio fosse più come Massimo Ruggero.

Da qui il dramma della morte e la disperazione inconsolabile di una madre che vede nel marito la causa primaria della morte di suo figlio.

Kasia Smutniak e il dolore di una madre: Nina Morgan

Il legame tra la moglie di Morgan e Massimo Ruggero viene meglio indagato all’interno dell’episodio 5 della serie tv Diavoli. Avevamo già intuito che tra loro c’era un’intimità più profonda, ma non è solo stima, frutto di anni di lavoro a stretto contatto.

L’atto carnale c’è stato, ma limitarlo alla semplice bestialità dei sensi sarebbe riduttivo e avvilente per la serie che ben pensato di dedicare un’intero episodio per questo avvenimento.

Il figlio ideale (Massimo) si sostituisce al figlio venuto a mancare e giunge a sollevare l’animo afflitto di questa madre attraverso la carne. Un quadro freudiano molto piacevole da vedere: gli animi si sollevano e cercano di trovare un nuovo equilibrio nel mondo. Nonostante niente possa tornare più come prima.

Ma il passato non resta un segreto e Dominic si rivela più camaleontico di quanto si potesse pensare. Massimo si troverà di fronte al bivio: sarà l’angelo che si manterrà fedele al dio o che verrà condannato per la sua ribellione?

Serena Vissani

Ecco il riassunto delle puntante precedenti:

  • Episodi 1 e 2:
  • Episodi 3 e 4:
  • Episodi 7 e 8:
  • Episodio 9 e 10:

Star Wars Day: The Mandalorian arriva su Disney Plus Italia

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Poter guardare una serie dedicata al Mandaloriano, per i fan di Star Wars, è l’equivalente di trovare 100 euro per terra, scartare un uovo di Pasqua con dentro una sorpresa fichissima, provare i jeans del liceo e vedere che ti entrano ancora.

È, insomma, un’emozione, più che una Serie TV, tra l’altro la prima in live action tratta dall’universo di Guerre Stellari.

Per chi si stesse chiedendo “La posso vedere anche se non ho visto Star Wars?” la risposta è si: ovviamente, da nerd, io vi consiglio di guardare tutti i film della saga, messi in un prezioso ordine cronologico su Disney+, così da capire lo sviluppo narrativo. Ma The Mandalorian -per gli amici Mando- è un personaggio che ha un suo posto e una sua dignità nel macrocosmo creato da George Lucas 40 anni fa. E, a prescindere da quanto ne sappiate di Star Wars, sarà comunque una serie che vi catturerà.

Chi sono i Mandaloriani?

I mandaloriani sono guerrieri tostissimi, una volta abitanti del pianeta Mandalore, ora sparpagliati ai confini della galassia, dopo la guerra civile tra i fedeli alla Repubblica e i lealisti all’Impero.

Popolo legatissimo alle tradizioni, al loro codice morale (non si tolgono mai il casco), sono abilissimi cacciatori di taglie, sebbene avvolti dal mistero della loro identità e dell’acciaio con cui forgiano le loro armi.

The Mandalorian- La recensione degli Episodi

Il nostro Mando è, dunque, affiliato alla gilda dei cacciatori di taglie, non proprio la categoria più benvoluta dell’universo. Ma lui non è come gli altri: orfano di guerra, ha visto i genitori morire. I Mandaloriani lo hanno salvato e reso quello che è. Ma dentro di sé rivive spesso l’addio ai suoi genitori.

Già dal primo episodio ci innamoriamo di lui: il suo obiettivo, per riscuotere una cospicua taglia, è un bambino della stessa razza di Yoda, soprannominato sul web ‘baby Yoda’, ma che nella serie viene chiamato semplicemente ‘Il bambino’ (the child). Catturato e consegnato al suo capo Greef, chiede cosa abbia intenzione di fare con il bambino, ma non riceve risposta, bensì il consiglio di dimenticarsene.

Mando inizia a preparare la sua nave Razor Crest per partire verso un nuovo incarico, ma all’ultimo momento cambia idea e decide di tornare indietro a salvare il bambino. Applausi a scena aperta.

Chi può resistere agli occhioni di baby Yoda? Nessuno, neanche il temibile Mandaloriano, che decide di voltare le spalle alla sua gilda pur di salvare l’innocente creaturina verde e portarla con lui fuggendo come un criminale.

Nel corso degli 8 episodi, incontriamo le creature più iconiche dell’universo Star Wars, viaggiamo per vari pianeti, facciamo la conoscenza di droidi, guardie imperiali, assaltatori e animali bizzarri. Nelle varie avventure, il mandaloriano stringerà amicizia con Cara Dune e il tecnico esperto Kuiil, che fino all’ultima puntata lo aiuteranno a tenere in salvo il bambino.

The Mandalorian: cast, autori e registi

Il Mandaloriano è interpretato da Pedro Pascal, l’indimenticabile Oberyn Martell di GoT. Il cast è ricco di pezzi da 90: Werner Herzog, Nick Nolte, Carl Weathers (l’Apollo Creed di Rocky).

Lo sceneggiatore della serie è Jan Favreau, attore e regista -tra i numerosi film- dei due Iron Man, e dei live action Disney “Il libro della giungla” e “Il re leone”.

Alla regia, invece, si alternano nomi di tutto rispetto, come Taika Waititi (regista e attore in Jojo Rabbit e di , Deborah Chow (dietro la macchina da presa per Mr. Robot e alcuni episodi di Better Call Saul) e Bryce Dallas Howard, attrice che abbiamo visto in un paio di film di Shyamalan e nel recente biopic Rocketman, dedicato a Elton John.

Il futuro della serie

La stagione 2 è confermata, ma la vedremo in autunno, nel frattempo non rimaniamo in astinenza.

Segnate sull’agenda il 4 maggio: giorno in cui tutta la galassia celebra lo Star Wars Day. Disney+ per festeggiare, lancia Gallery: The Mandalorian, un incontro tra l’autore Jon Favreau e il cast per condividere uno sguardo inedito sulla realizzazione della serie, per svelare i retroscena di The Mandalorian.

“Ho parlato”. (cit.)

Micaela Paciotti

Prima dell’incendio di Notre Dame a Parigi bruciava “Le Bazar de la Charité”

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Il period drama Destini in fiamme, diretto da Alexandre Laurent, è un mix di dramma, complotti e ribellione agli albori della belle epoqué.

Prima dell’incendio di Notre Dame de Paris, bruciava Le Bazar de la Charité

Il dramma del 15 aprile 2019 rimarrà nella nostra memoria e nella storia. Uno dei più grandi simboli parigini, sfondo di uno dei romanzi più famosi di Victor Hugo, è stato fortemente danneggiato, crollando parzialmente, come se fosse una casa di carta.

Di recente, grazie alle serie tv Netflix “Destini in fiamme, abbiamo scoperto che in realtà Parigi non è nuova a eventi così catastrofici. Il 4 maggio 1897 è stata protagonista di un altro drammatico incendio: le Bazar de la Charité. 

Titolo funesto per un prodotto Netflix interessante e avvincente

Destini in fiamme” (Le Bazar de la Charité) è un ottimo prodotto audiovisivo made in France. Una storia avvincente che, tuttavia, perde di credibilità a causa del titolo. Inevitabile è il rimando ad una produzione di genere romantico, di quelle in perfetto stile Harmony.

La serie tv, a discapito del titolo, in realtà è un prodotto del genere storico/drammatico avvincente, intrigante, con quel je-ne-sais-quoi che tiene incollato lo spettatore fino all’ultima puntata. 

Le Bazar de la Charité uno dei tanti eventi storici in cui le principali vittime sono le donne 

Siamo nella Parigi di fin de siècle, la città si prepara alla terza edizione de le Bazar de la Charité. Una sorta di grande fiera realizzata dalle associazioni di beneficenza dell’alta borghesia. Venivano allestiti stand, spettacoli, mostre e bancarelle con l’intento di raccogliere denaro e finanziare le varie cause. Il Bazar rinviene le proprie radici ai tempi di Maria Antonietta, ma solo a partire dal 1885, ad opera del filantropo Harry Blount, assunse il nome di Bazar.

L’evento annule dell’aristocrazia cattolica era una grande occasione, per le famiglie dei politici, di ottenere consensi in vista delle campagne elettorali. Un evento mosso dal denaro, organizzato da uomini potenti ma che nella pratica era gestito dalle donne.  

Il tema di quell’anno fu “Parigi nel medioevo”. L’istallazione venne realizzata nell’ottavo arrondissement, a rue Jean Goujon, dove sorgeva un grande capannone in legno.

La serie tv Netflix porta in scena la nascita del cinematografo in Francia

La presenza del Cinematografo rappresentava una novità imperdibile, considerato un semplice passatempo, soprattutto per le famiglie ricche. Le prime pellicole ad essere proiettate furono quelle dei fratelli Lumière tra cui il corto “Il treno che arriva alla stazione de La Ciotat“. Con soli cinquanta centesimi di franco, si superava il tornello e si entrava nella piccola sala cinematografica.

1200 persone, più di 200 feriti, 126 morti di cui 118 donne. Una sorta di femminicidio difficile da accettare per l’alta borghesia

Nella serie, che rappresenta bene gli eventi, si evince che i Signori dell’epoca in realtà furono i principali autori della grande strage. Pur di salvarsi sacrificarono le centinaia di donne presenti, scaraventandole a terra e calpestandole senza ritegno.  

A tal riguardo è interessante la testimonianza della giornalista anarchica e femminista Caroline Rèmy, nota anche con lo pseudonimo Séverine, che denuciò l’azione meschina degli uomini sull’Ècho de Paris. Sottolineò come questi “facendosi largo a colpi di bastone e calpestando le donne, abbiano pensato esclusivamente a mettere in salvo se stessi” e di come gli unici e veri soccorritori di sesso maschile appartenevano a classi che non rientravano di certo nell’alta borghesia o nobiltà.

Sciascia, ne “Il giorno della civetta” diceva:

“..e quella che diciamo l’umanità […] la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà”.

La citazione di Sciascia calza a pennello con il racconto della serie. Infatti, nel corso delle puntate emerge la netta scissione tra gli uomini e ominicchi o quaquaraquà rapresentata alla perfezione dallo sceneggiatore.

La serie tv Netflix ha saputo riprodurre fedelmente la società dell’epoca: patriarcale, sessista e conservatrice 

La riproduzione dell’evento storico in realtà fa solo da sfondo. Il focus è puntato sulla condizione femminile del tempo. La donna era un oggetto su cui l’uomo, il padre prima il marito poi, esercitava i suoi diritti.  E pur in presenza delle prime leggi in loro favore, come ad esempio il divorzio erano, poi in realtà, i mariti a governare la vita della consorte.

Un period drama che ben rappresenta il cambiamento verso la libertà della donna

La storia di questa serie tv Netflix ruota intorno a tre donne:

  • Adrienne, sposata col ricco e crudele Marc-Antoine de Lenverpré  prossimo alla Presidenza del Senato, che le impedisce di vedere la figlia. Dopo l’incendio, si finge morta per rifarsi una vita. Le cose non andranno come le aveva immaginate. La lotta per la libertà sarà lunga e dura.
  • Alice, nipote di Adrienne, è obbligata a sposare un gentiluomo con lo scopo di risollevare le sorti finanziare della famiglia. Tuttavia l’incendio cambierà le carte in tavola. Il giovane promesso sposo infatti non si rivelerà un vero galantuomo e le sorti della futura coppia saranno sconvolte da qualcosa di inaspettato.
  • Rose è una cameriera che lavora in casa di Alice. Tra le due c’è una profonda amicizia. Il destino le lega alla stessa sorte. Rimasta gravemente ustionata, viene “adottata” da una ricca signora. Dovrà scendere a compromessi pur di sopravvivere.

Tre donne mosse dallo stesso intento: garantirsi un futuro migliore attraverso l’emancipazione da un meccanismo maschilista e sessista.

Qualche curiosità sulla serie tv

  • Sul luogo dell’incendio sorge ora la Chapelle Notre-Dame-de-Consolation, edificata nel 1900 in stile neo-barocco e dedicata alle vittime delle fiamme.
  • Tra le vittime c’era la sorella della Principessa Sissi, Sofia Carlotta di Baviera, duchessa di Alençon.
  • L’identificazione dei resti delle vittime avvenne tramite l’uso di calchi dentali. All’epoca era una tecnica agli esordi ma che segnò una svolta per l’odontologia forense.

Angela Patalano

Non perdetevi i nostri consigli sulle serie da guardare in quarantena

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The Last Dance: recensione in anteprima del 5° e 6° episodio

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Il 4 maggio l’uscita degli episodi 5 e 6 di The Last Dance: la recensione in anteprima.

In loving memory of Kobe Bryant

L’episodio 5 viene introdotto da questa dedica a Kobe Bryant, e non è un caso. Nelle prime immagini della puntata si assiste ad uno dei primi scontri tra le due leggende del basket internazionale all’All Star Game del 1998 al Madison Square Garden di New York. In quell’edizione Jordan vinse per la terza volta l’MVP (il titolo di miglior giocatore), ma, soprattutto, comincia a nascere il rapporto speciale tra i due. Infatti, come lo stesso Kobe rivela nella docuserie: “In quel periodo Michael mi aiutò molto, come un fratello maggiore”. Un altro aspetto importante dell’episodio è che le riprese che hanno permesso all’ex Lakers di partecipare alla serie di Netflix sono state girate una settimana prima il tragico incidente in elicottero che, com’è tristemente noto, è costato la vita a Bryant e alla figlia Gigi.

Michael Jordan e la solitudine del successo

Molti vorrebbero essere Michael Jordan per un giorno o una settimana, ma se fosse per una settimana lo vorrebbero ancora?”. Con queste parole comincia, invece, l’episodio 6. In quest’occasione viene documentata la solitudine e la pressione a cui MJ è stato costretto a far fronte al culmine della sua carriera. Come spesso accade per chi ha un successo planetario come il suo, il circo mediatico che gli gira intorno si stufa presto dell’eroe positivo e, a torto o ragione, parte alla ricerca spasmodica dei difetti e dei vizi che ne possano almeno incrinare l’aura di invincibile.

A questo rito di passaggio non ha potuto sottrarsi, ovviamente, nemmeno his airness. Così, tra retroscena nello spogliatoio e gioco d’azzardo, si ripercorre la stagione 1992-1993. Dopo due titoli consecutivi conquistati, i Bulls vogliono entrare nella storia dell’NBA e riuscire a vincere il terzo campionato: un’impresa riuscita fino a quel momento solo a due squadre. Se vincere è difficile e ripetersi lo è di più, confermarsi una terza volta diventa sempre più complicato, come si vedrà nella puntata, anche per un collettivo leggendario come quello di Jordan & co.

Come nelle altre occasioni, anche in questa prossima uscita The Last Dance conferma un’ottima narrazione e offre agli utenti tematiche molto interessanti, oltre a giocate di grande livello che riescono ad appassionare anche i non intenditori.