“Il teatro è fatto di carne”. Ce lo racconta Silvia Siravo

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“Sono stata concepita in un teatro , ho gattonato dietro le quinte di teatri all’italiana e fatto i compiti nei camerini.”.

Una frase secca, diretta, con cui è impossibile non iniziare questa intervista, che poi è un racconto, un viaggio nell’artista. L’artista è Silvia Siravo, che fa l’attrice da 15 anni, ma ha cominciato ad esserlo molto molto prima. Forse porta con sé questa professione come un’eredità genetica da cui era impossibile sfuggire o forse come una conoscenza innata, o forse ancora come un dono della vita, quelli da cui non si torna indietro.

Da poco ho compreso e accettato che per me il lavoro e la vita non si possono distinguere.”

E qualcuno potrà pensare che magari sia stato anche facile, quasi naturale, imboccare questo percorso professionale – date le sue origini – eppure fa sorridere pensare che Silvia capisce di voler fare l’attrice solo da grande, quando al liceo fa un provino per interpretare la figlia dei suoi veri genitori in tv… e non viene presa!

Dopo una così curiosa batosta – afferma l’attrice –  non poteva che essere tutto in discesa.

Ne emerge una certa caparbia, che forse è una caratteristica imprescindibile per chi lavora nel mondo dello spettacolo, e ancora di più per i professionisti dello spettacolo dal vivo. Maggiormente per una donna, potremmo affermare, anche figlia d’arte. Quante donne nel passato, profili talentuosi e geniali, sono state ricordate come “le mogli di” e “le figlie di”? Un leit motiv che nel mondo contemporaneo si traduce spesso con una nuova (e pericolossima) formula… “la fidanzata di”.

E Silvia conosce la questione, la conosce da vicino. Non a caso definisce i suoi “congiunti attori” gioielli preziosissimi e pesantissimi che quasi faccio fatica a stare dritta nel portarli e non a caso porta avanti un progetto per dare voce alle donne dimenticate, affiancata da Arianna Ninchi. E quando le chiedo il suo personaggio nel cassetto mi risponde: “Rosalinda in Come vi piace sempre di Shakespeare e sempre una donna che si traveste da uomo.”

Perché con i generi è giusto giocare, visto che forse sono stati presi fin troppo sul serio, nei ruoli del passato (e a volte anche in quelli del presente).

Con umiltà, procede. Quasi a voler dire che questo mestiere non si eredita. Quasi a voler dire, com’è giusto che sia, che se l’è sudato con “l’indagine, la psicoterapia, la conoscenza di sé e degli altri“. Anche per andare oltre il luogo comune, immagino.

Ogni volta che va a cena dopo lo spettacolo pensa che questo è proprio il suo mestiere. Una conferma continua, nel tempo, arrivata  la prima volta, forse con meno consapevolezza “in Calabria, a 17 anni con un gruppo di giovani attori ed insieme ad un grande maestro, venuto a mancare da poco, Paolo Giuranna.Non c’erano alternative, racconta Silvia: “Lì stavo bene.

Non sono parole da poco, specialmente se rivolte all’ambito professionale. Quanti di noi potrebbero affermare lo stesso parlando del proprio mestiere?

E Silvia, che da bambina si immaginava a restaurare mosaici e ad aggiustare biciclette – e non a fare l’attrice come si potrebbe facilmente pensare – oggi lavora sul palco, dove sta bene. Attualmente sarebbe dovuta essere in scena a Catania e a Palermo con Erano tutti miei figli di A. Miller con Mariano Rigillo ed Anna Teresa Rossini per la Regia di G. Dipasquale. Le chiedo di recitarmene un pezzo, ma è impossibile per i dialoghi serrati che caratterizzano questo spettacolo, così Silvia opta per un monologo interpretato con la regia di Norma Martelli, “Teresa” di Toni Fornari, ispirato al romanzo di Jorge Amado.

Parla di coraggio, di una donna indomita, del tempo del vaiolo, di resilienza.

Tutti temi che possiamo sentire vicini a noi in questo momento storico.

“Dietro gli occhi seri, c’è uno sguardo strampalato.”

C’è la ricerca della verità. Avete mai sentito quel terribile luogo comune secondo il quale chi fa teatro sa fingere meglio? Io ho sempre creduto, invece, che chi fa teatro non ha bisogno di fingere nella vita reale, perché distingue molto bene il vero dal falso e anzi, nella vita personale cerca il vero con ostinazione. Non ha bisogno di ulteriori maschere quando scende dal palco. E quindi Silvia è schietta quando mi dice cosa sia mancato per supportare lo spettacolo dal vivo durante questo momento storico:

È mancato un pensiero politico consapevole della necessità e dell’importanza della cultura. E i soldi.

In questi giorni infatti sono circolate notizie concernenti un presunto ritorno del teatro in streaming e alcuni teatri già contattano la nostra redazione per inviare i loro spettacoli online. La flessibilità naturalmente è un valore aggiunto nei momenti di difficoltà, ma come giustamente chiosa Silvia:

Ma il teatro è fatto di respiri, di carne, è un’altra storia.

E mi sorprende quando le chiedo qual è la prima cosa che vorrebbe fare finita la quarantena. Banalmente potremmo aspettarci una frase retorica sul tornare a teatro, ma Silvia mi risponde “un viaggio in Albania”, come chi sa che certi ritorni sono talmente inevitabili che non esiste fretta.

Alessia Pizzi

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