“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

"Le otto montagne" di Paolo Cognetti

Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Lo scorso novembre è uscito per i tipi di Einaudi “Le otto montagne”. Nei mesi successivi, il nuovo romanzo di Paolo Cognetti ha spopolato. Candidato al premio Strega, ora molti lettori lo danno già per finalista.

Pietro, la voce narrante, rievoca la sua montagna d’infanzia. È il luogo dove ha passato ogni estate da bambino, cresciuto da genitori che gli hanno trasmesso l’amore per la vita ad alta quota. I due lottano contro una vita nella grigia Milano rifugiandosi fra i monti.  La madre, impiegata in un consultorio, è accogliente come una baita delle valli. Il padre, un chimico freddo e burbero, è una presenza imponente e maestosa come le cime di Lavaredo, e a volte altrettanto difficile da affrontare.

Il loro luogo prediletto è il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa. È qui che Pietro, insieme al padre, scopre la montagna, i sentieri, i rifugi. Ed è qui che conosce anche Bruno, suo coetaneo, che a Grana ci vive e lavora come pastore. Presto Bruno diventa una sorta di fratello adottivo per Pietro e il padre li istruisce entrambi con passione.

Il giorno dopo, mentre salivamo al rifugio Mezzalama, ci raccontò una storia che assomigliava a uno di quei miti: il ghiacciaio, disse a me e Bruno sul sentiero, è la memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi. Sopra una certa altezza ne trattiene il ricordo, e se vogliamo sapere di un inverno lontano è lassù che dobbiamo andare. 

Passano gli anni e Pietro smette di andare a Grana. L’amore per la montagna però non lo abbandonerà mai. Finisce infatti per girare documentari sulle cime dell’HImalaya. Lì, un giorno, un nepalese gli racconta una storia.

Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. (…) E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?

È questa la storia che racconta a Bruno, quando i due si ritrovano a Grana alla morte del padre. Bruno ha tentato di rimanere sul monte Sumeru mentre Pietro cercava di girare le otto montagne. Adesso passano uno strano inverno insieme, lavorando per ricostruire la casa che il padre di Pietro gli ha lasciato, insieme a carte e taccuini dove si leggono le tracce di anni di scalate. Insieme cercano di capire cosa ne è stato della loro vita e cosa ne sarà.

Poche e nitide sono le voci di questo romanzo: Pietro, suo padre, Bruno. Si aggiungono le loro donne, che offrono amore e delicatezza a questi burberi montanari. Pur sapendo che il loro cuore sarà sempre sulle montagne.

Mi sembrava di riuscire a cogliere la vita della montagna quando l’uomo non c’era. Io non la disturbavo, ero un ospite ben accetto; allora sapevo di nuovo che in sua compagnia non mi sarei sentito solo.

Il lettore vive una partecipazione profonda all’essenza di questo luogo dell’anima. Tutto ciò grazie alla penna espressiva di Paolo Cognetti. È la lingua delle vette, dei boschi, delle bufere. Una lingua che, se non è universale, sa comunque parlare a molti (visti i numerosi paesi in cui è stato già tradotto il libro). Una lingua che sembra fatta per cantare la montagna, signora e madre di tutti i personaggi. Sono le montagne il loro centro di gravità e le detentrici del fato.

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte.

Questo cerca di dirci il romanzo di Cognetti. Raccontare una vita che si intreccia in modo indissolubile con un luogo prediletto, dove ci si sente sempre a casa. Che le montagne siano otto o una sola, allora, forse non è così importante. L’importante è ritornarci sempre.

Davide Massimo

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