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San Junipero e il paradiso terrestre di Black Mirror

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Black Mirror è una serie tv che fa molto discutere, San Junipero non fa eccezione.

San Junipero è il nome del quarto episodio della terza stagione, ed è tra i più interessanti della serie britannica ideata da Charlie Brooker e disponibile su Netflix. Su Black Mirror si continua a discutere molto, soprattutto nella critica sociale, ma con alcuni episodi possiamo concederci pensieri più profondi: San Junipero è tra questi.

San Junipero, il Trailer

La storia si svolge in un luogo misterioso, dove vivono solo giovani ragazzi che passano le giornate divertendosi, e su questo sfondo facciamo conoscenza di Yorkie e Kelly, le due protagoniste. Saranno loro a farci entrare in questo mondo stravagante che scopriamo chiamarsi San Junipero. Le due donne possono infatti attraversare diversi decenni come se nulla fosse.

Ne viene fuori un percorso tra generazioni dove le storie viaggiano di pari passo con le allora musiche del momento, e con uomo e media che camminano insieme. In una serie tv che riflette sul nostro rapporto coi dispositivi, San Junipero ci propone una specie di museo.

A titolo d’esempio, ogni vicenda delle varie epoche in cui la protagonista Yorkie entra, inizia sempre con la stessa inquadratura: la vetrina di un negozio di televisori. Una dimostrazione di come il mezzo sia cambiato negli anni.

Quest’episodio di Black Mirror si apre anche a riflessioni esistenziali.

La vita dopo la morte, il grande sogno contro la più grande paura. Persino un argomento tanto delicato trova spazio in una serie tv così importante. Un mondo virtuale costruito alla perfezione ed impostato come palliativo alle sofferenze terrene. Archiviare esperienze, ricordi e sensazioni in un database. Poter ripercorrere gli anni miglior in compagnia di persone che in vita non si sono mai incontrate.

Cos’è quindi San Junipero se non un paradiso terrestre?
Non a caso, la canzone con cui l’episodio inizia e finisce è Heaven is a Place on Earth di Belinda Carlisle. L’aldilà esiste ed è un “posto sulla terra”fatto di codici. L’anima è diventata algoritmo e anche la spiritualità si sottomette alla tecnica.

In un mondo che si evolve, Black Mirror testimonia un’ umanità intimorita dal dominio della tecnologia sulle vite di ciascuno. Black Mirror quindi come iperbole del mediatico, l’estremizzare aspetti presenti già oggi ma di cui ci accorgiamo a stento. In San Junipero tutto questo lo si riscontra coi nostri desideri vincolati ai media.

Si tratta di un episodio impossibile da perdere su Netflix. Non importa conoscere le altre stagioni di Black Mirror, visto che ogni storia è autoconclusiva e non collegata alle altre.
Buona visione.

Lorenzo Balla

La tua dose di curiosità

Le riprese interne sono state Esiste un luogo reale dov’è ambientato San Junipero?

Le riprese interne sono state girate a Londra, quelle in esterna a Città Del Capo. Il regista Owen Harris ha dichiarato, in un intervista all’Hollywood Reporter, che la capitale sudafricana possedeva scenari talmente ricchi e particolari da poter ricostruire una versione accentuata della California.

Nitro ha scritto delle canzoni su San Junipero?

Il rapper italiano Nitro ha scritto due brani dal titolo San Junipero I e San Junipero II, contenuti nel suo terzo album in studio No Comment. La parte uno affronta la malinconia dei ricordi in un brutto sogno, citando anche il tramonto che compare nell’episodio. La seconda parte è il continuo della prima: Nitro si sveglia e trova la donna che ama al suo fianco, quindi è pronto per vivere il suo paradiso, ennesima citazione a Black Mirror.

Di queste canzoni si può trovare il testo?

I testi di entrambe le canzoni sono disponibili su Genius, un sito che approfondisce con spiegazioni complete i contenuti dei brani di molti artisti. Gli ascoltatori possono quindi cogliere tutte le citazioni e gli aspetti più nascosti.

Riapertura Musei: le mostre presso le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma

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Le Gallerie Nazionali di Arte Antica ci annunciano la loro riapertura a metà giugno con due mostre da non perdere nelle note sedi romane:

Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane 13, Roma 
Galleria Corsini, via della Lungara 10, Roma

Le due mostre temporanee in corso nelle due sedi sono state prorogate:

–       la mostra Orazio Borgianni. Un genio inquieto nella Roma di Caravaggio, a cura di Gianni Papi in corso dal 6 marzo a Palazzo Barberini è prorogata fino al 30 ottobre 2020.

La prima mostra monografica dedicata a Orazio Borgianni (Roma, 1574 – 1616) con 18 opere autografe fra cui due capolavori dell’artista conservati al museo, l’Autoritratto e la Sacra Famiglia con san Giovannino, sant’Elisabetta e un angelo, tre prestiti internazionali da Edimburgo, Amsterdam e Dresda, a cui sono affiancate 17 opere di altri artisti tra cui Antiveduto Gramatica, Giovanni Lanfranco, Carlo Saraceni, Giovanni Serodine.

–       la mostra Rembrandt alla Galleria Corsini: l’Autoritratto come san Paolo, a cura di Alessandro Cosma in corso dal 21 febbraio alla Galleria Corsini è prorogata fino al 30 settembre 2020.

 L’esposizione ruota intorno al capolavoro del maestro di Leida, originariamente appartenente alla collezione del cardinale Neri Maria Corsini, che ritorna per la prima volta in Italia dal 1799. Una serie di documenti e incisioni ricostruiscono l’intrigante vicenda collezionistica che ha portato la tela al Rijksmuseum di Amsterdam, dove viene tutt’oggi conservato.

Pronti a tornare al museo?

Quanto è fantastica la Signora Maisel?

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Dal 2017, anno della prima stagione, “La fantastica Signora Maisel” ha collezionato premi prestigiosi, compresi Emmy Award e Golden Globe sia per la serie, sia per i suoi interpreti.

Si è conquistato sicuramente un pubblico affezionato, visto che Amazon Prime Video, dal 18 febbraio 2022 (come promesso) lancia anche gli episodi della quarta stagione.

Trama

L’innesco della trama è abbastanza originale. Ambientata nella New York del 1958 racconta di una donna, Miriam Maisel (detta Midge), che fa la comica. Ad esser precisi, è una stand- up comedian.

La stand- up comedy è quel particolare tipo di spettacolo nato e sviluppatosi sui palcoscenici dei bar, su cui il comico sta in piedi e si rivolge direttamente agli avventori/spettatori, eliminando così la cosiddetta “quarta parete”.  Ne esiste una grande tradizione nella cultura americana. Una versione tutta italiana – con le dovute differenze, non me ne vogliano gli esperti – è il cabaret.

In entrambe le “versioni” il pubblico è difficile, spesso ubriaco, ancor più spesso esigente e dissacrante. Se non lo fai ridere, di certo non te lo manda a dire. Immaginate se poi siamo negli anni ’50 e sul palco c’è una donna. 

Midge (Rachel Brosnahan) è una casalinga ebrea dell’upper class, bella e femminile, educata a fare la moglie e madre perfetta. Quando suo marito Joel (Michael Zegen) la lascia per la segretaria, è di fronte ad una svolta. Scopre di avere un talento, saper far ridere su un palcoscenico. Anziché seguire tutti coloro che le dicono che quello non è un vero lavoro, tantomeno per una donna per bene, decide di intraprendere la carriera di comica.

Un ruolo fondamentale nel riconoscere il suo potenziale lo ha da subito Susie (Alex Bornstein), la donna che gestisce il bar dove si esibisce le prime volte e che diventa la sua manager.

Dalla prima alla terza stagione

La prima stagione de “La fantastica Signora Maisel“, uscita nel 2017, ha raccontato il riscatto di Midge.

La protagonista trova la sua strada fuori dagli schemi sociali ed educativi e al di là dei progetti che lei stessa aveva fatto per sé. 

Nella seconda stagione, Midge e Susie sono ormai convinte che fare la comica e la manager sia la carriera da inseguire. Midge si innamora di nuovo. Le viene offerta l’occasione di aprire il tour di Shy, un cantante soul afroamericano molto amato e lei accetta.

Nella terza stagione Midge e Susie si accorgeranno che la vita in turnée è redditizia ed eccitante. Ma impareranno anche una dura lezione sullo show business, che non dimenticheranno. 

La tenacia e l’entusiasmo di Midge nel direzionare la sua vita verso lo sviluppo del suo talento e dei suoi progetti di carriera sono palesemente diventati di stimolo per gli altri personaggi.

Infatti, all’inizio il processo di indipendenza della signora Maisel sconvolge le persone intorno a lei: il suo ex marito, i suoi genitori, la sua migliore amica, il suo fidanzato.

Piano piano, però, il seme della ribellione li contagia uno per volta. Ognuno di loro, ad un certo punto, troverà il modo di affrontare le difficoltà contingenti mettendo a frutto ciò che ama e sa fare.

Ciò varrà, soprattutto, per i personaggi femminili, sempre più consapevoli che le loro vite in quell’America patinata sono in balia dei capricci dei loro mariti o degli uomini di famiglia.

L’emancipazione femminile non è certo un tema nuovo per una serie TV. La stessa Amazon Prime Video ha prodotto due serie come “Fleabag” e “Undone” con protagoniste due donne fuori da schemi edulcorati.

Qui, però, il tema viene proposto in una confezione un po’ insolita. In primo luogo, il settore lavorativo della stand-up comedy è ben poco esplorato. Ebbene, Miriam Maisel dimostra, tanto per cominciare, che una donna può far ridere.

Nel corso delle tre stagioni Miriam dimostrerà addirittura che far ridere può essere una lavoro con cui anche una donna può mantenersi e che una donna che fa ridere può anche essere e restare bella e desiderabile. Sempre ammesso che ciò sia importante. 

In secondo luogo, la storia è confezionata in un’ambientazione anni ’50, elegante e patinata, quasi da cartone animato o fumetto

Gli outfit chic e colorati, che Midge sfoggia in ogni episodio, costituiscono un elemento peculiare e distintivo dell’estetica de “The Marvelous Mrs. Maisel”.

L’ambientazione storica però non è ben curata solo nei costumi, ma anche nella ricostruzione del clima politico e sociale dell’epoca. Il maccartismo, il razzismo, l’omosessualità e i pregiudizi annessi vengono trattati in modo incidentale, con delicata ironia ed autoironia.

Di queste ultime si fa un grande uso nel prendere in giro certe caratteristiche o luoghi comuni sugli ebrei newyorkesi. 

Altro tema che colpisce favorevolmente in questa serie TV è l’amicizia tra donne.

Il sodalizio professionale tra Miriam Maisel e la sua manager si trasforma presto in una bella amicizia. Midge e Susie si vogliono bene e si rispettano. Susie sostiene e protegge Midge, ma non le risparmia le critiche costruttive: se una battuta fa schifo glielo dice senza mezzi termini. 

La fantastica Signora Maisel
Alex Bornstein e Rachel Brosnahan nella terza stagione de “La fantastica Signora Maisel”

Possiamo definire “La fantastica signora Maisel”, senza timore di essere smentite, un prodotto raffinato. 

Infatti, come accennavo sopra, la sceneggiatura è ricca di riferimenti alla cultura americana, non sempre facili da cogliere. 

La recitazione ha un ritmo sincopato e, a volte, la velocità dei dialoghi è tale da rendere difficile seguirli, anche perché magari le proprie risate per una battuta coprono il suono di quella che segue.

In questo senso, lo stile è quello di “Una mamma per amica” (in originale “Gilmore Girls“). D’altronde entrambe le serie TV sono state create da Amy Sherman-Palladino, che ha scritto gli episodi de “La fantastica Signora Maisel” insieme al marito Daniel Palladino.

The Marvelous Mrs. Maisel” è senz’altro la serie adatta da vedere in un periodo come questo in cui si ha bisogno di evadere mentalmente: si ride e ci si immerge in un mondo lontano ma affascinante.

Stefania Fiducia

Promuoversi sul web in tutto il mondo: l’importanza di un sito multilingua

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Con il passare del tempo il modo di gestire il proprio business si è continuamente evoluto in base ai cambiamenti tecnologici e sociali. Con l’avvento di Internet e delle connessioni ad alta velocità questo mondo non poteva che adattarsi, ottenendo, per altro, ottimi risultati.

Sono nati i siti web e gli e-commerce, negozi online che possono anche affiancarsi quelli fisici. Se avere un sito era un tempo un optional, che rappresentava un punto in più, a favore dell’attività, oggi è d’obbligo.

Il sito web è indispensabile per il tuo business

Se ti stai chiedendo se è il caso di aggiornarti e aprire il sito web del tuo business puoi anche smettere di interrogarti, la risposta è: “Sì, conviene assolutamente”.

Avere un sito web rappresenta oggi l’opportunità di proporre al cliente i tuoi servizi e prodotti e di vendere direttamente, a qualsiasi ora del giorno.

La navigazione e l’acquisto tramite web, di prodotti o di servizi, sono ormai stati completamente sdoganati, specialmente tramite device mobile.La maggior parte della navigazione avviene tramite smartphone e il mobile commerce è in costante diffusione. Negli USA è stato stimato che ben il 17% del retail commerce avviene tramite device mobili su internet. Dati simili sono stati rilevati in Italia dove l’aumento del numero di persone che acquistano su web è vertiginoso.

I vantaggi apportati dall’apertura di un sito sono molteplici:

  • I siti web sono visibili ovunque, nella maggior parte dei casi da tutto il mondo, un ampliamento del mercato potenziale immenso
  • La scalabilità è molto maggiore
  • Appoggiarsi su altri canali di vendita diventa molto facile tramite e-commerce, pensiamo ad esempio all’internazionale Amazon che ospita al suo interno tantissimi prodotti di store esterni donando loro visibilità di livello mondiale

Ampliare il mercato a livello internazionale, grazie all’inglese

Come ti abbiamo accennato prima il sito web permette di ampliare il proprio mercato potenziale in modo vertiginoso, abbiamo però sottolineato che questo è specialmente vero per “alcuni siti”.

Infatti le possibilità si espandono ancora di più nel caso si decida di rendere il proprio sito  multilingua!

In questo modo non porterai i tuoi prodotti e servizi ovunque solo sul suolo italiano, ma li potrai proporrei ad un pubblico internazionale.

È chiaro però che per raggiungere questo obiettivo bisogna superare un’altra barriera, quella linguistica: non puoi aspettarti di proporre il tuo sito unicamente in lingua italiana ed ottenere i risultati che desideri.

È in questo caso che entra in gioco l’inglese.

Redigendo i contenuti del tuo e-commerce anche in lingua inglese li renderai comprensibile a livello internazionale, anche se, purtroppo, non è così semplice.

Una buona traduzione dei contenuti del proprio sito in lingua anglofona non può avvenire semplicemente riportando pedissequamente, bisogna adattarli e proporli secondo strutture e modi di dire inglesi affiancando il tutto ad un corretto utilizzo delle keywords.

È per questo opportuno che sia un madrelingua ad occuparsi della traduzione delle pagine: a questo proposito, è possibile rivolgersi ad agenzie come ASTW, specializzata proprio in servizi di traduzione siti web ed ecommerce, oltre che app mobile e software. Oggi avere un sito web è imprescindibile, la mossa vincente può essere quella di trasformarlo e farlo diventare internazionale. Tradurre non è sufficiente, i contenuti devono quindi essere adattati, e se non si vogliono commettere errori grossolani una traduzione eseguita da professionisti può essere la risposta giusta. 

Bob Dylan torna col nuovo album “Rough And Rowdy Ways”

Otto anni di attesa per il ritorno di Bob Dylan, i fan sono accontentati: il 19 giugno 2020 esce per la Columbia Records il nuovo album di inediti “Rough And Rowdy Ways” .

Non solo youtube: Bob Dylan è in pre-order

Se in questi ultimi anni avete ascoltato su youtube tutte le canzoni di Bob Dylan in attesa che sfornasse un nuovo album, state sereni. Potete ascoltare “False prophet” il singolo che anticipa il nuovo al album già da ora.

L’album, comprensivo di 10 tracce, verrà pubblicato in formato doppio CD, doppio vinile e digitale.

Altri due singoli sono usciti, tratti da “Rough And Rowdy Ways”: “I Contain Multitudes, canzone di apertura dell’album, e Murder Most Foul”, un brano epico della durata di quasi 17 minuti, che, nel formato doppio CD, sarà presente come unica traccia di uno dei 2 CD.

Rob Stringer, CEO di Sony Music, afferma che 

Queste canzoni non hanno precedenti. Né nel repertorio di Bob né in quello di nessun altro”.

Omer Zalmonowitz, autore e musicista, ha affermato in merito a Murder Most Foul che

Il successo del primo e unico brano di Dylan ad aver raggiunto la prima posizione della classifica dei brani di Billboard non è dovuto a una sorta di mappatura culturale ad ampio spettro. È invece fortemente radicato nello sfacciato legame di Dylan con gli aspetti musicali e culturali che ha aiutato a fondare, e che può adesso proiettare con autorità verso lo sfondo del presente”.  L’autore italiano Michele Ulisse Lipparini, invece, ha scritto: “Siamo lontani da tutto ciò che Bob ha scritto prima, e la lunghezza di una canzone o l’utilizzo del nome di Kennedy non sono abbastanza per poter paragonare questa ‘esperienza’ a qualsiasi altra del passato”. 

In merito a “I Contain Multitudes” il giornalista londinese Will Hodgkinson ha scritto sul Times :

Dylan ci ha ricordato cosa riesce a fare meglio di chiunque altro: scrivere canzoni di una profondità e sensibilità incommensurabili”.

Rough And Rowdy Ways” è il primo album di inediti di Bob Dylan da quando è diventato l’unico cantautore a ricevere il Nobel per la Letteratura nel 2016, un premio a lui conferito dalla Swedish Academy per “aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”.

Negli ultimi 23 anni ha realizzato 7 album in studio, un lasso di tempo che include anche la registrazione, nel 2001, di “Things Have Changed”, realizzata per il film Wonder Boys e vincitrice di un Oscar e di un Golden Globe; l’autobiografia divenuta best seller internazionale, “Chronicles Vol. 1”, che ha trascorso 19 settimane nella lista dei migliori best seller del New York Times e che recentemente è stata definita da Rolling Stone come la più grande autobiografia rock di sempre. Bob Dylan ha anche ricevuto l’Officier de la Legion d’honneur nel 2013, il Sweden’s Polar Music Award nel 2000, un Dottorato dall’Università di St. Andrews in Scozia e numerose altre onorificenze.

Bob Dylan ha venduto oltre 125 milioni di dischi in tutto il mondo. Rough And Rowdy Ways” è il 39° album in studio dell’artista.

Skam Italia: la recensione della quarta stagione

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Dallo scorso 15 maggio è disponibile su Netflix Skam Italia 4.

In questa stagione, forse l’ultima, la narrazione ruota attorno al personaggio di Sana che compie il suo personale percorso evolutivo.

Sana, interpretata da Beatrice Bruschi, è una ragazza musulmana che grazie alla sua intelligenza e al suo sguardo lucido e analitico si era affermata nel gruppo delle Matte.

Il tema affrontato in questa stagione è il disagio di Sana.

La protagonista è continuamente combattuta tra i due universi coi quali si interfaccia: da un lato ci sono le sue amiche, le feste, le bevande alcoliche che non può bere e i racconti sulle avventure sessuali delle altre; dall’altro le regole della fede religiosa e le aspettative della sua famiglia e della comunità islamica.

L’apparente equilibrio che Sana era riuscita a creare tra i due mondi crolla puntata dopo puntata e noi spettatori viviamo con la protagonista della stagione l’angoscia che deriva dall’essere diversa.

Sana, ad esempio, è conosciuta a scuola come OSana Bin Laden e sui social fioccano i meme che la ritraggono come una terrorista, solo perché indossa l’hijab.

La crescita spirituale di Sana passa per delle riflessioni su temi importanti come il bullismo, il razzismo, l’inclusione sociale, la tolleranza e la diversità.

A questo proposito è commovente il dialogo tra Sana e Martino, quando il ragazzo, che nella seconda stagione ha dichiarato di essere omosessuale, le spiega:

“Se noi vogliamo fargli capire le nostre differenze, dobbiamo dare risposte intelligenti alle loro domande stupide. Sennò loro continuano a dare risposte stupide alle loro domande e così non ci capiremo mai”.

Anche in questa quarta stagione oltre alla storyline centrale ritroviamo le storie degli altri ragazzi del liceo: seguiamo l’evoluzione della love story tra Luchino e Silvia; ritroviamo l’esuberanza di Filippo; scopriamo i “Porri nell’orto”, nome della band indie formata da Giovanni ed Elia.

Con Skam Italia 4 si chiude perfettamente il cerchio delle vite dei protagonisti, che con la fine del quinto anno del liceo dovranno fare i conti con l’età adulta.

Skam è il teendrama che si lascia amare da tutti: sia dai coetanei dei personaggi che si identificano nelle loro storie sia dagli adulti, che non possono non provare una sensazione mista tra la nostalgia e il sollievo di aver ormai passato quell’età così semplice e così difficile.

Valeria de Bari

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Consulenza filosofica: guarda mamma, come Kant!

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L’arte delle domande

La filosofia non è morta. Non è quel vago ricordo che avete dai tempi della scuola: è quella volta in cui, con gli occhi asciutti di sonno, vi siete chiesti cosa ci sia davvero dopo la morte o quando, lasciati dalla prima fidanzatina, vi siete interrogati su cosa sia l’amore. Non è un manuale- che al massimo vi può spiegare la storia della filosofia- ma è quello che tutti, in quanto esseri umani, una volta o l’altra ci troviamo a chiedere. E’ la pratica del pensiero universale e delle domande – si badi: delle domande, non delle risposte. Senza ovviamente nulla togliere alla conoscenza degli autori che devono farci da guida su per questo sentiero.

La consulenza filosofica

Siamo tutti, alla luce di questo, un po’ filosofi ma qualcuno lo è di più di altri: è nata da poco la figura del consulente filosofico che fa del suo pensare un mestiere e soprattutto un modo per aiutare gli altri. Alla consulenza filosofica bastano delle sedie e il pensiero: il filosofo si siede accanto alla persona, o a più persone – in questo caso si preferisce disporre le sedie a cerchio, così da guardarsi tutti – e lascia, o incoraggia se i partecipanti sono all’inizio un po’ timidi- che il discorso inizi. E’ il momento dell’ascolto empatico, dove si guarda all’altro in quanto essere umano. La parola d’ordine per il professionista è sospensione del giudizio: cosa che certo non verrà naturale le prime volte ma basta alla fine un po’ di allenamento e molta volontà. A inizio sessione è come trovarsi davanti un foglio bianco, nessuno ha idea di dove il discorso andrà a parare, ci si predispone con umiltà ad incontrare l’altro e il suo modo di vedere il mondo. La prima impressione non conta ed anzi, più lo scontro si fa vivo, più cresce l’interesse e la qualità dell’incontro.

Non si deve disquisire dei massimi sistemi perchè non è una lezione accademica: l’obiettivo è chiarire magari un pensiero su qualcosa, districare- filo per filo- una matassa.

Ed è qui che si delinea il confine- c’è da ammetterlo, labilissimo – con la psicologia e la psicoterapia. Il filosofo si occupa in maniera non clinica solo di idee, non di emozioni, progetti, paure e ansie e qualora si accorga di una necessità chiara dell’interlocutore è lui stesso ad indirizzarlo ad un approccio medico con il quale, molto spesso, continua a lavorare in sinergia.

Un po’ di storia

La consulenza filosofica nasce nel 1982 in Germania grazie al filosofo tedesco Gerd B. Achenbach che fonda la “società per la pratica filosofica”. In Italia ci arriva un po’ dopo, nel 1999 e rimane a lungo avvolta nella nebbia, sconosciuta al grande pubblico. D’altra parte, non mancano le polemiche da parte di psichiatri e psicologi; l’accusa è quella di danneggiare persone che, magari, avrebbero bisogno di un sostegno clinico; accusa che, alla luce di quello che ho spiegato prima, appare del tutto infondata. Una delle opere maggiori a favore del counseling “ Platone è meglio del Prozac” è stata svalutata come una semplice opera denigratoria nei confronti dei medici. E voleva solo dare un nuovo punto di vista, mostrare al pensiero un’altra via.

Serena Garofalo

Napoli milionaria, quella nottata che ancora tutti speriamo che passi

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“Una città che tutti, bene o male, hanno visto; ma che ben pochi conoscono”

Titolo originale: Napoli milionaria
Regista: Eduardo De Filippo
Sceneggiatura: Eduardo De Filippo, Piero Tellini, Arduino Majuri
Cast Principale: Eduardo De Filippo, Leda Gloria, Delia Scala, Pietro Carloni, Gianni Glori, Mario Soldati, Totò, Titina De Filippo
Nazione: Italia
Anno: 1950

Napoli Milionaria è un’opera, forse, tra le più famose scritte da Eduardo De Filippo.

Scritta in poche settimane nel 1945 e andata in scena quello stesso anno, Napoli Milionaria ci descrive la vita di una famiglia partenopea durante la Seconda Guerra Mondiale e le conseguenze morali che ne succedono.

È la storia di Gennaro Iovine che vive con sua moglie Amalia e i suoi tre figli (Amedeo, Maria Rosaria e la piccola Rita) in uno dei bassi di Napoli. Amalia si arrangia con la vendita abusiva del caffè e altri prodotti tramite la borsa nera: commercio che ha parecchi concorrenti. Gennaro, infatti, pur non condividendo i traffici della consorte, capisce che “necessità fa virtù” e la famiglia rimane comunque sempre unita, pur di mandare avanti la baracca: si arriverà perfino a fingere di avere un morto nel letto, pur di non far scoprire a un brigadiere cosa vi sia sotto il materasso…

Gli anni passano, la guerra è finita. Gennaro, catturato durante un rastrellamento, è considerato disperso da mesi. Amalia è diventata ricca, dando importanza a gioielli e arredamenti, sempre in lasciando da parte la famiglia. Amedeo, infatti, si è associato ad un ladro di pneumatici; mentre Maria Rosaria è incinta di un soldato americano, che l’ha illusa e abbandonata.

In questo contesto ritorna Gennaro.

Nessuno però vuole sentire i suoi racconti: a Napoli la guerra non c’è più e la gente non vuole ricordare il male vissuto, ma tornare ad essere felice. L’uomo però capisce che non c’è solo voglia di dimenticare, ma anche uno strano menefreghismo. Lo stesso che aveva portato Amalia a vedere in Rita una semplice febbre, ma che in realtà era qualcosa di più serio, che solo una medicina particolare potrebbe salvarla…Medicina che la Borsa Nera tiene nascosta per aumentarne il prezzo! Solo con essa Rita potrà superare la notte…

Cinque anni dopo la messa in scena, Eduardo dirige il film, che verrà presentato al Festival di Cannes, che permise a Eduardo di essere conosciuto in tutto il mondo.

Film molto diverso dalla commedia originale, meno duro e meno angosciante, seppur più polemico. La guerra è finita veramente e l’autore napoletano sa ormai come l’Italia (come Rita) ha “passato la nottata”. Il film infatti va oltre la storia dell’opera teatrale, creando un dibattito su faccende successive al conflitto, come la politica, che hanno cambiato la quotidianità di Napoli, come dell’intero Paese.

Tra i cambiamenti importanti del film di Napoli milionaria ci soni i personaggi, primo fra tutti Pasquale Miele, interpretato da Totò.

Il personaggio, completamente assente nella commedia, è stato creato apposta per permettere a Eduardo di lavorare con il suo collega partenopeo. Stima e amicizia li univa da tempo e questa è l’unica pellicola in cui i due condividono la scena. La fiducia che il commediografo aveva nei confronti dell’attore la possiamo vedere nel fatto che la scena “del finto morto” (che nella commedia era di competenza di Gennaro/Eduardo) viene data a Totò.

Una commedia che va letta, poi vista a teatro e poi riammirata sul piccolo schermo. Poesia e Storia non possono sempre essere recensite, ma servono ad essere ricordate; e Napoli milionaria, sia il film che il testo stesso, sono appunto schegge che ci rammentano cosa eravamo (e non solo nel capoluogo campano).

Tre motivi per vedere il film:

  • La fotografia, che ci mostra una Napoli ancora traumatizzata dalle macerie e dalla disperazione post-bellica (per quanto il film inizi in pieno conflitto mondiale)
  • Delia Scala, intensa nel ruolo di Maria Rosaria
  • Capire, notando le differenze tra il film e la commedia, quanto qui Eduardo sia più critico con la società

Quando vedere il film:

È un film che fa riflettere e ci racconta il passato. Non c’è un momento, ma occorre la voglia di seguirlo. Anche per i più giovani, se aiutati a contestualizzare.

Francesco Fario

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:

Il Sorpasso: ecco perché il film di Dino Risi è un capolavoro del cinema italiano

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Brevi che ti passa: i racconti su quello che non si racconta

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Brevi che ti passa, edito da Campi Magnetici, è un libro che colpisce già dal titolo.

Non serve essere un copywriter per apprezzare il gioco di parole, peraltro molto calzante, di questa bella raccolta di micro racconti e storie iper visive “per chi non è condizionato dal tempo”.

In realtà, e non so se proprio per la mancanza di tempo, negli ultimi anni mi sono dedicata molto alla lettura di racconti, proprio perché sono perfetti da leggere sui mezzi o comunque non richiedono troppo sforzo mentale, essendo concentrati in poche pagine.

Quindi Brevi che ti passa è un libro che parte avvantaggiato – ai miei occhi – anche per il genere letterario che propone.

Un bel titolo e un buon genere. Ma non è tutto qui, anzi. Quello che rende speciale il libro, che vi consiglio, è l’assoluta originalità dei contenuti.

Alla fine di ogni racconto rimarrete a bocca aperta: Brevi che ti passa propone testi apparentemente criptici che sul finale vi lasceranno lì a riflettere, chiedendovi se avete capito o meno quello di cui si sta parlando.

Questi sono veri e propri racconti dell’alterità, dei punti di vista differenti. E non voglio nemmeno scendere troppo nel dettaglio per non rovinarvi la sorpresa, ma credetemi ne vale la pena.

Il fattore più interessante è che i racconti seguono un fil rouge pur essendo scritti da penne diverse: e non si tratta di una connessione banalmente tematica, ma di prospettive. E’ come se qualcuno avesse chiesto a questi autori di raccontare quello che non si racconta, di esplorare la narrativa da un punto di vista psicologico, di sondare l’insondato. E il tocco visionario è sicuramente corroborato dalle grafiche che accompagnano i racconti. Insomma, leggere questo libro è un’immersione in altri mondi, non così lontani dal nostro: semplicemente osservati con la lente d’ingrandimento.

Brevi che ti passa è il regalo che dovreste fare a chi amate. Uno sguardo sul nuovo e sull’ignoto celato da un titolo divertente e scanzonato.

Alessia Pizzi

Tutti abbiamo bisogno di “Modern Love”

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Amore, forse è una delle parole più inflazionate ed abusate. Ma in fondo non è quello di cui tutti abbiamo bisogno?

Il bisogno d’amore, di “modern love”, di declinarlo in tutte le sue forme, di decifrarlo e di scardinarlo.

E partendo da questo presupposto possiamo scivolare nella visione di una serie targata Amazon Prime Video e già disponibile dal 18 ottobre sulla piattaforma streaming.

Non avete ancora visto Modern Love?

È giunto il tempo di rimediare. La serie tv è composta da otto episodi. Ogni puntata ha una durata di 30 minuti circa. 

Un racconto corale assai emozionante che vanta un cast stellare.

La sua struttura ad anello porta lo spettatore inevitabilmente a riflettere sul tema universale dell’amore. La serie, Modern Love, è basata sulla celebre rubrica omonima del New York Times. Ogni episodio porta sul piccolo schermo una storia diversa scelta tra le più amate della rubrica.  

L’autore, regista e produttore esecutivo è John Carney già celebre per le pellicole Sing Street e Tutto può cambiare. Inoltre, Sam Dolnick e Choire Sicha del New York Times hanno collaborato come produttori esecutivi e l’editor della rubrica Modern Love, Daniel Jones, ha partecipato come consulting producer. 

Grandi nomi nel cast di Modern Love: da Andy Garcia a Jane Alexander, da Anne Hathaway a John Slattery, da Dev Patel a Cristin Milioti.

Tra tutte le storie raccontate quella che ho preferito è stata: Prendimi come sono, chiunque io sia. L’episodio è interpretato nella serie tv da una encomiabile Anne Hathaway, perfetta per ogni ruolo. 

È la storia di una ragazza che soffre di disturbo bipolare. Problema serio ed invalidante che la porta a non riuscire ad intrattenere rapporti sentimentali, di ogni tipo, in maniera prolungata nel tempo; soprattutto tale difficoltà la porta a non riuscire ad intraprendere e perseguire con costanza un iter professionale. 

Non basteranno i farmaci stabilizzanti dell’umore a farle acquisire la consapevolezza del sé ma sarà l’amore verso la sua persona a farle trovare quello che si potrebbe definire equilibrio. 

Il problema è infatti ammetterlo a se stessi, la complicazione più difficile, a tratti invalicabile, ancor più di comunicarlo agli altri. Ci si potrebbe aspettare che a “guarire” ed alleviare i tormenti della protagonista, del suo disturbo bipolare e delle sue transizioni da una fase all’altra (la fase depressiva, la fase maniacale, la fase disforica, l’eutimia) sia l’amore verso un ragazzo, l’incontro con l’anima gemella. 

Invece è lei stessa a salvarsi.

E questo insegnamento è fondamentale per tutte, per tutti. Dobbiamo amare noi stessi per essere migliori e per osservare il mondo con un piglio tutto nuovo, forse anche un po’ più giusto. La protagonista si affiderà ad una terapia ed affronterà il suo disturbo. Coscienza e conoscenza per cercare di vivere come meglio possiamo questa vita, fatta di alti e bassi e fatta di amore anche laddove spesso sembra scontato. 

L’amore verso se stessi. Modern Love e Old Love: la vita è piena di amore. 

Alessia Aleo 

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Secondo disco di platino per i Pinguini Tattici Nucleari con Fuori dall’Hype

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I Pinguini Tattici Nucleari con l’album Fuori dall’Hype ottengono il disco di platino, il secondo dopo quello per Ringo Starr

Dopo dieci anni di carriera come band indie, sono diventati più conosciuti circa 3 anni fa. La loro fama è aumentata esponenzialmente quest’anno con la loro partecipazione al Festival di Sanremo.

Sul podio si sono aggiudicati il terzo posto, dopo Francesco Gabbani e il vincitore di questa edizione, Diodato. 

A Sanremo hanno portato Ringo Starr, uno dei pezzi inediti della seconda versione di Fuori dall’Hype, pubblicato l’anno scorso e che i Pinguini Tattici Nucleari hanno suonato già in concerto nello scorso tour estivo.

Il successo della canzone, al Festival e in radio, ha fatto ottenere il primo disco di platino ai Pinguini dopo pochissime settimane dall’uscita. Tre mesi dopo hanno ottenuto anche il disco di platino per l’album! 

Un traguardo non da poco in questo periodo, che ha messo in ginocchio il mondo dello spettacolo già dalla fine di Febbraio.

Anche il gruppo ne ha subito gli effetti, avendo dovuto cancellare il tour che sarebbe cominciato proprio a fine febbraio, come pure altri artisti negli ultimi mesi. 

Come se non bastasse, i Pinguini Tattici Nucleari sono di Bergamo. Hanno visto il male che questo virus ha fatto, non solo all’economia e alla cultura. Riccardo Zanotti stesso, il cantante, ne ha parlato sui social della band e nel suo profilo facebook.

Ho molta stima per come la band ha reagito a questo stravolgimento.

Forse l’esperienza di quasi dieci anni come band indipendente, nel vero senso della parola, li ha forgiati e li ha aiutati ad affrontare positivamente questa situazione, riuscendo a far sentire la loro vicinanza ai fan. Non hanno inscenato polemiche sterili per autocommiserarsi.
Hanno agito e infatti il 28 Aprile è uscito il loro nuovo singolo Ridere.

Poi è giunta anche la certificazione del disco di platino ai Pinguini Tattici Nucleari per Fuori dall’Hype.

A questo notizia positiva per la band, si è unita una anche per i fan: sono state annunciate le nuove date per il tour invernale #machilavrebbemaidetto, a cui probabilmente si aggiungeranno nuove date nel Sud Italia.

Spero per loro (e per tutti gli altri artisti) che da ottobre potremo davvero tornare a godere ancora della loro musica dal vivo, restituendo tutto ciò che ci ha dato in questi mesi facendoci compagnia, con il nostro calore, affetto e denaro. Perché l’arte merita di essere retribuita. 

Ambra Martino

Crediti foto: Press Kit Goigest

L’opportunità mancata di Made in Italy

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Nel catalogo serie tv di Amazon Prime Video fanno capolino alcune produzioni italiane.

Tra queste mi ha subito incuriosito Made in Italy, un viaggio nella moda italiana in otto episodi. 

La prima cosa che risulta subito evidente è l’emulazione dei toni cinematografici del “Diavolo Veste Prada”. La forastica Rita Pasini e l’ingenua Irene Mastrangelo fanno eco ai passi di Miranda Priestly e Andrea Sachs in versione italica ed anni ’70.

Un omaggio (?) ad un film cult non necessario. Un progetto ambizioso che poteva garantire un’originalità tematica differente visto che nessuno sul piccolo schermo si era spinto ad approfondire la nascita del Made in Italy, dei grandi nomi che hanno fatto la storia della moda. 

Grandezza progettuale sminuita dai dialoghi monotoni e prevedibili nella serie Amazon.

La nascita della grande moda italiana nella Milano degli anni Settanta viene raccontata attraverso la storia di Irene. Una giovane, non solo molto brava ma anche molto fortunata, che del tutto inaspettatamente si troverà nel vortice colorato del fashion system.  

È una Milano pullulante di stimoli quella rappresentata in questa serie tv. Una città fulcro di quello che sarà il cambiamento e la storia che tutti oggi conosciamo.

Made in Italy ha un’avida volontà di toccare tutti i temi caldi degli anni Settanta. Dalle lotte sociali, alla rivoluzione sessuale, dal terrorismo ai problemi genitoriali. Il rischio è stato quello di depauperare un fervido racconto. 

L’obiettivo di avvicinare al mondo della moda un pubblico più ampio è un progetto lodevole, ma non per questo bisogna semplificare i contenuti in maniera estrema. 

La rivista “Appeal” è la chiave di lettura per raccontare l’evoluzione della moda e di concepirla. 

Lo spazio dedicato ai grandi maestri è un’ode alla creatività targata Italia. 
Armani, Valentino, Krizia, Versace, Missoni, Albini, Fiorucci, Curiel, Ferrè: i grandi creativi vengono celebrati nell’opera Made in Italy. 

Il racconto della moda italiana purtroppo però è lo sfondo di questa commedia romantica che a tratti risulta mediocre. 

Le interpretazioni di Margherita Buy e di Ninni Bruschetta sono le migliori. Riescono a dare un tono di eccellenza anche quando la sceneggiatura vacilla. Due personaggi agli antipodi che riescono a rappresentare in pieno il contesto sociale dell’epoca. 

Al centro di Made in Italy rimane comunque la Moda italiana degli anni ’70.  Quella in cui si passa dall’Haute Couture al Prêt-à-Porter, in cui Armani fonda il suo impero proponendo l’immagine di una donna potente e padrona di sé stessa. In cui Versace scandalizza con le sue donne super sensuali e un manager visionario come Beppe Modenese intuisce che, per sfidare il predominio francese, i litigiosi italiani devono fare gruppo. 

Questa parte del racconto è quella che chi si appresta a vedere una serie tv del genere vorrebbe venisse sviluppata maggiormente. Conoscere e approfondire le biografie dei grandi nomi attraverso la mentalità di quegli anni.

Lo sguardo curioso della giovane giornalista Irene e del suo mentore, la caporedattrice Rita Pasini, ci invitano ad entrare nell’incantato mondo della moda e nella sua storia “ancestrale”. Tuttavia, mi auguro che qualora venga messa in produzione la seconda serie e resa disponibile su Amazon, ci si possa concentrare di più sulle sorgenti del fashion system e molto meno sulle improbabili love story con il seduttore di turno, come da manuale, Marco Bocci, e la differenza sostanziale tra blu polvere e blu lapislazzulo, già padroneggiata in altre pellicole. 

Alessia Aleo  

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Benessere e qualità del lavoro, cosa ci spinge la mattina ad andare in ufficio?

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Fare ciò che piace o fare ciò che si deve? Questo è il dilemma di ogni lavoratore quando si reca in ufficio. Perché sono ancora molte le persone che vorrebbero darsela a gambe dal luogo in cui prestano servizio.

Tale riluttanza è forse legata al fatto che non sempre si è potuto scegliere di seguire le proprie passioni, anteponendo la necessità di sbarcare il lunario o non potersi allontanare molto da casa al sogno della propria vita.

È stato dimostrato infatti che questi elementi, insieme al rapporto con i superiori, alle dimensioni aziendali e alle opportunità di crescita professionale, sono le ragioni principali che inducono un lavoratore ad accettare l’incarico.

Sempre più spesso viene invece trascurato un aspetto molto importante come la qualità del lavoro, che si materializza quando si seguono le proprie passioni.

Eppure, questa potrebbe non essere l’unica strada per migliorare la produttività delle ore lavorate.

L’ambiente di lavoro, i benefit, le politiche di welfare, un clima disteso possono far molto per migliorare la vita ai dipendenti.

Questo lo sa molto bene la banca ING, che ha talmente a cuore il benessere dei suoi collaboratori da essersi meritata la certificazione “Top Employer“.

In effetti il gruppo si spende notevolmente nell’attuare politiche di welfare aziendale e iniziative volte a incrementare il benessere e la salute dei suoi dipendenti.

Li supporta innanzitutto nel rapporto lavoro-vita privata, dispiegando una serie di misure assistenziali di alleggerimento delle spese quotidiane legate alla scuola, alla salute, ai trasporti e anche al divertimento.

Si occupa dei lavoratori più smart, che hanno necessità di svolgere il loro lavoro anche in sedi diverse o a casa propria, concedendo la possibilità di espletarlo in modalità agile. Senza dimenticare allo stesso tempo di premiare chi compie l’eroico “sacrificio” di recarsi in ufficio tutti i giorni.

E forse proprio a questi riserva i trattamenti migliori, con tutte le iniziative extra lavorative implementate negli uffici.

Esempi ne sono sono eventi che coinvolgono professionalità specializzate nella cura dell’alimentazione. Come l’incontro con la LILT, Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, al fine di presentare le caratteristiche di una dieta preventiva. Parallelamente, non sono mancati neanche incontri con nutrizionisti volti a promuovere menu energizzanti.

Altra storia sono invece le sessioni di yoga e mindfulness, per recuperare la concentrazione e le energie necessarie ad affrontare il lavoro. Addirittura viene data la possibilità di usufruire di massaggi in ufficio, con i servizi della start-up Call Me Spa.

In definitiva, se la vita o iltimore di seguire i propri sogni possono “costringere” a svolgere un lavoro che non avremmo poi tanto desiderato, a mitigare il disagio possono esserci specifiche iniziative volte proprio a coccolare i dipendenti e farli sentire come a casa.

Ecco, dunque, cosa può servire a dare la giusta carica al mattino prima di andare in ufficio.

Non voglio cambiare pianeta: su Raiplay il viaggio in solitaria di Jovanotti

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È un verso del poeta cileno Pablo Neruda a farci entrare nel docutrip di Lorenzo Jonanotti: “Non voglio cambiare pianeta”

Dal 24 Aprile, sulla piattaforma on line di mamma Rai “Non voglio cambiare pianeta”, il docutrip di 16 puntate che testimonia il viaggio solitario in bicicletta di Jovanotti

Dal Cile in Argentina, 4000km attraverso strade deserte, parchi, pampas, coste oceaniche e villaggi sperduti. Un viaggio che solo un indomito 53enne come lui avrebbe potuto affrontare.

E come? Solo con due valigie “leggere”: 20 chili il peso della bici e 20 quello del bagaglio.

Il viaggio in solitaria..

Tra gennaio e febbraio 2020, dopo il suo JOVABEACHPARTY, ha deciso di ritornare in una dimensione solitaria pedalando per 40 giorni, per poter tornare a rituffarsi, come lui racconta nella sua presentazione, in un nuovo bagno di folla.

Il viaggio nasce dal bisogno di immergersi totalmente nella natura per ammirare e gustare ogni cm del nostro pianeta.

Dalle albe primordiali, a incontri inattesi, esperienze uniche nel loro genere che ti fanno tornare a provare lo stupore che solo quando sei un bambino puoi avere. E tutto questo in strade silenziose e senza fine. 

Ma con un grande compagno..

Viaggiare in compagnia dei lama o dei guanacos stupiti da un mezzo di locomozione a due ruote è un’esperienza unica nel suo genere.

Ma ad accompagnarlo non erano solo gli animali: con lui, per la settimana più dura, quella sulle Ande, c’è stato anche l’amico ciclista Augusto Baldoni, titolare del negozio di biciclette di Forlì, di cui Jovanotti è cliente da moltissimi anni.

Sì, solo per una settimana.

Non potendo chiudere il negozio per quasi due mesi, l’ha raggiunto per l’ultimi tratto più duro, quello in cui si pedala oltre i 4000 metri di altitudine.

Si sa, Lorenzo è un eterno bambino ma anche un eterno viaggiatore introspettivo: viaggia e osserva il mondo per scoprire il mondo interiore.

Ed è cosi che attraversi una telecamera attaccata al manubrio e alla sua testa, ci racconta il suo viaggio, un’incredibile avventura per cercare risposte o forse, solo per concertarsi maggiormente sulle stesse domande, con la curiosità che lo contraddistingue da sempre.

Sessanta ore di girato per 16 puntate da circa 15 minuti l’una. Il cantante stesso afferma:

È un pianeta spettacolare il nostro. È bello, tragico, magico, imprevedibile. Mi piace, lui non va cambiato. Sta a noi cambiare, senza retorica e senza ideologia, per poterlo vivere senza essere noi il problema. Non voglio cambiare pianeta, perché ci sto bene. Perché è la nostra casa, e mai come in questo momento che siamo costretti a vivere nelle nostre case, stiamo prendendo consapevolezza del valore della cura, del benessere, della qualità della vita“.

E a poche ore dalla pubblicazione della prima puntata, Jovanotti ha presentato il progetto con una videoconferenza durante la quale ha raccontato che nella sua casa a Cortona ha composto, nella sua obbligata quarantena, le musiche inedite del documentario.

La musica che nasce dal viaggio..

Mi sono preso la libertà di dare musica alle immagini. Senza regole, senza troppi pensieri. Lasciando spazio agli errori, alle imperfezioni, all’energia del momento. La musica e la bicicletta sono così simili: più ci sei dentro e più ti vedi da fuori, più ti concentri e più la testa prende direzioni inattese” ha affermato Jovanotti.

Per Lorenzo si sa, la musica è tutto, presenza costante, ossigeno e fonte di vita. E la musica lo accompagna anche in questo viaggio. Musica fatta anche di urla, di fatica, di parole sussurrate e espressioni di gioia, di echi lontani del Sudamerica, di ballate notturne sulle Ande. 

Il tutto accompagnato solo dal rumore delle sue ruote. La stessa musica che ha deciso di portare con se al suo ritorno per farne un docutrip.

Ma non solo. 

Oltre al viaggio e la musica, grande protagonista di questo docutrip è la poesia: nei 16 episodi c’è anche un omaggio ai poeti. Da Primo Levi a Jorge Luis Borges, da Mariangela Gualtieri a Erri De Luca, da Jorge Carrera Andrade ad Antonio Machado per chiudere con Luis Sepúlveda.

Afferma egli stesso: “La poesia è la mia grande amica di questi giorni di lockdown, e ogni puntata abbiamo deciso di chiuderla con una poesia letta al cellulare, ognuna scelta in modo istintivo, seguendo la logica del viaggio disorganizzato».

Un prodotto originale per offrire al pubblico, una seria inedita in contenuti e stile, prodotto da SoleLuna, pedalato e filmato da Lorenzo Jovanotti.

Non ci resta che viaggiare con lui.

Francesca Sorge

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

The Last Dance: episodi 9 e 10, il gran finale su Netflix

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Si chiude con gli episodi 9 e 10 The Last Dance, la serie che ci ha permesso di entrare nello spogliatoio dei Chicago Bulls nella loro ultima gloriosa stagione.

Nel gran finale di stagione di The Last Dance, con gli episodi 9 e 10 disponibili su Netflix, coloro che non hanno assistito nel 1998 alle gesta di Jordan & co., e i pochi che in questo periodo hanno resistito a cercare su internet il palmares dei Bulls, scopriranno come si è conclusa l’ultima stagione del Dream Team. Ovviamente il punto interrogativo riguarda la conquista o meno dell’NBA e il futuro delle star che componevano la squadra. Non saremo certo noi a spoilerare la fine di questo epico racconto, ma, in cambio, troverete alcune sfiziose curiosità sulla docuserie, su Michael Jordan e sui suoi compagni di squadra.

Le riprese accantonate per vent’anni

Come detto, le riprese si sono tenute nella stagione 1997-1998, ma si è aspettato più di 20 anni per mostrarle. Infatti, la quantità monstre di pellicola (circa 500 ore) viene conservata per tutto questo tempo, senza essere utilizzata e con pochissime persone che ne sono a conoscenza. Solamente nel 2016, Michael Jordan si fa convincere dal regista Mike Tollin a dare il via libera per il documentario.

Le location delle interviste di Michael Jordan

Si possono notare tre diversi ambienti in cui MJ viene intervistato. Nessuno di questi, però, è la vera casa della leggenda del basket, molto geloso della sua privacy e restio a mostrare la sua villa in Florida. Lo stile è stato quindi ricreato in tre posti differenti, nello stesso stato della Florida.

“A molti non piacerò dopo avermi visto in questa serie”

La caratteristica che ha contraddistinto la carriera di Michael Jordan, oltre a una tecnica fuori dal comune, è una competitività assoluta. Questo l’ha spinto nel corso degli anni a migliorare a livello muscolare per competere anche nei match più fisici (come ad esempio contro i Detroit Pistons), a pretendere il massimo dai suoi compagni (fino ad arrivare ad alzare le mani con Steve Kerr) e a sviluppare grandi rivalità con altri protagonisti dell’NBA. Per questo his airness ha recentemente dichiarato: “Probabilmente a molti non piacerò dopo che avranno visto questi miei atteggiamenti”.

La nascita delle Air Jordan

È difficile non associare l’ex campione del basket alla Nike, ma sarebbe potuta andare diversamente. All’epoca il celebre marchio di abbigliamento sportivo non era ancora il colosso di adesso, tanto che Michael Jordan era deciso a volersi far sponsorizzare dall’Adidas. La Nike era pronta però a spendere ingenti somme e a creare quella che divenne la mitica linea Air Jordan, preparando un contratto senza precedenti nella storia per un’atleta che non aveva giocato ancora nemmeno un minuto nella lega professionistica di riferimento.

La serie più vista in Italia

The Last Dance ha spopolato in tutto il mondo, facendo registrare milioni di utenti per ciascuna puntata, ma in Italia si è aggiudicata il primo posto delle serie più viste, superando anche la Casa di Carta. Insomma, passano gli anni ma Jordan continua a conquistare sempre nuovi record.

La mostra su Raffaello: a Roma opere e visioni di una vita a ritroso

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Presso le Scuderie del Quirinale la mostra Raffaello 1520 – 1483. A Roma tantissime opere, altrettante suggestioni

Era stata presentata in conferenza stampa a Roma come la più completa mostra su Raffaello mai realizzata, vista la quantità di opere arrivate nella Capitale dai più importanti musei come dalle collezioni private. Valgano come esempio il disegno preparatorio per la Pesca Miracolosa o quello per la statua di Giona, addirittura concessi dalla Regina Elisabetta II del Regno Unito. Organizzata in occasione dei cinquecento anni dalla morte, la mostra Raffaello 1520 – 1483 mantiene le promesse. Tutto è grandioso, forse anche troppo. Basta imbattersi, all’inizio del percorso museale, nella replica della tomba del Sanzio. Altrimenti visitabile gratuitamente al Pantheon a un solo chilometro di distanza. Qualcuno chiede: «Ma come han potuto smontarla e trasportarla fin qui?!» Io, invece, mi domando – visto che è un’inaugurazione riservata agli addetti ai lavori ed è chiaramente indicato si tratti di un facsimile – se non ci sia qualche imbucato. Molto efficaci, invece, le due tele ottocentesche che ne raffigurano il funerale, una ad opera di Pierre-Nolasque Bergeret e l’altra di Pietro Vanni.

1520: la morte come punto di partenza

La retrospettiva parte dalla fine per concludersi alle origini. Coerentemente con la scelta di invertire le date di nascita e morte nel titolo. Del resto è la morte a Roma a soli 37 anni, tanto precoce quanto inaspettata, una definitiva occasione per sottolinearne genio e reputazione. Attraverso l’epitaffio del cardinale e intimo amico Pietro Bembo, che recita: “Qui sta quel Raffaello, mentre era vivo il quale, la Natura temette di essere vinta e, mentre moriva, di morire con lui”. L’obiettivo della mostra non è solo presentare alcune tra le più famose e iconiche opere di Raffaello. Ma anche svelarne lati meno conosciuti e visionari, come dimostrano i suoi progetti architettonici. Sottolineando l’influenza di certi modelli antichi, alcuni dei quali qui presenti, e il rapporto con i grandi committenti.

raffaello opere
Raffaello
Ritratto di Baldassare Castiglione
1513 circa
Olio su tela
Parigi, musée du Louvre, département des Peintures

Un autentico nume tutelare del patrimonio culturale

L’intento, chiaramente didattico, appare particolarmente compiuto nel focus dedicato alla lettera che l’urbinate e Baldassare Castiglione indirizzarono a Giovanni di Lorenzo de’ Medici, già salito sul soglio pontificio come Leone X. Fu lui a nominare Raffaello prefetto delle antichità romane. Dovendo, dunque, codificare un vero e proprio patrimonio disperso l’artista esegue una raccolta di disegni di edifici romani. Che invia a sua santità nel 1519, accompagnata da una lettera scritta a quattro mani insieme all’autorevole umanista. Il suo contenuto è un vero e proprio appello alla conservazione dei monumenti di Roma, da cui si intuisce un approccio che oggi diremo filologico. Un testo che, a buon diritto, può considerarsi un antesignano del concetto di tutela del patrimonio culturale. I cui principi saranno poi sanciti dall’articolo 9 della Costituzione. Tra le testimonianze e le opere di Raffaello in esposizione c’è una minuta della missiva, nella versione scritta da Baldassarre Castiglione e custodita a Mantova. Insieme al ritratto dello stesso umanista di Casatico e di un tardo autoritratto del pittore con un amico, entrambi conservati al Louvre. Non manca un Ritratto di papa Leone X, restaurato per l’occasione, nonostante la sua presenza abbia creato non poco scompiglio tra Roma e Firenze.

raffaello opere
Baldassarre Castiglione
Lettera a Leone X
1519
Inchiostro su carta
Mantova, Archivio di Stato / Per concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo

Interprete dell’antico per nuovi capolavori

Dalla lettera a Leone X traspare un sincero amore per l’arte classica, che non poteva non riflettersi anche nelle creazioni di Raffaello. Ma un conto è leggerne sui libri, un altro trovarsi di fronte la possibilità di indagare con i propri occhi le tracce degli oggetti che lo ispirarono. Capita, per esempio, con il San Giovanni Battista degli Uffizi realizzato nel 1518. La cui posa si rifà chiaramente al celeberrimo Gruppo del Laocoonte, ritrovato una decina di anni prima a Roma. E qui citato attraverso una piccola ma notevole riproduzione in bronzo del 1545 a opera di Ludovico Lombardi. Grande è l’emozione nel poterlo confrontare con uno studio per San Giovanni Battista in pietra rossa e biacca: un accostamento che rende lampante la somiglianza tra il torso del giovanissimo santo e quello del vecchio e sfortunato veggente.

Come Antinoo diventò un santo tra le opere di Raffaello

All’interno della Cappella Chigi, nella basilica di Santa Maria del Popolo a Roma, c’è una statua raffigurante Giona che fuoriesce dalla balena. Un’opera di Lorenzo Lotti – detto il Lorenzetto – su un disegno di Raffaello. La testa del profeta è ispirata a quella di un Antinoo di straordinaria bellezza, all’epoca di proprietà di quel Pietro Bembo che firmerà l’epitaffio dell’urbinate. L’antico volto di marmo, dotato di una stupefacente capigliatura, passato ad Alessandro Farnese verrà montato su un torso coevo ma non pertinente. Dando vita al celeberrimo Antinoo Farnese, oggi conservato presso il Museo archeologico nazionale di Napoli. Ed eccoli qui riuniti: il disegno di Raffaello per la statua del Giona, una ricostruzione grafica della stessa e uno tra i più bei ritratti del giovane amato dall’imperatore Adriano.

raffaello opere
Statua di Antinoo
130 – 138 d.C.
Marmo bianco a grana fine con piccoli cristalli brillanti (testa) e marmo bianco a grana fine (corpo)
Napoli, Museo Archeologico Nazionale

L’arazzo sacrificato e altri cartoni

Il Sacrificio di Listra, arazzo la cui manifattura è di Peter Van Aelst ma da un cartone del Sanzio, è un po’ mortificato a causa delle sue dimensioni rispetto allo spazio in cui è esposto. Inserirvi, inoltre, una riproduzione in facsimile del cartone da cui è tratto non aiuta. Così come la presenza di un altro grande arazzo dalla medesima bottega – Dio Padre con i simboli degli evangelisti – ma su cartone di Tommaso Vincidor da Raffaello. Pregevolissimo quello preparatorio per il Mosè inginocchiato davanti al roveto ardente, di una toccante intensità.

raffaello opere
Manifattura di Pieter van Aeist
Il Sacrificio di Lystra,
1517-1519
ordito: lana
Città del Vaticano, Musei Vaticani, Pinacoteca Vaticana, Salone di Raffaello
Foto © Governatorato S. C. V. – Direzione dei Musei

Raffaello e le sue donne: opere irresistibili

Si racconta che il pittore riscuotesse un grande successo con l’altro sesso. Tanto che, afferma Giorgio Vasari, la sua fine prematura fu causata da “eccessi amorosi”. Come che sia, le opere di Raffaello lasciano trasparire una vera e propria adorazione nei confronti del femminile. Lo dimostrano i tratti immacolati delle Madonne riunite a Roma: basti osservare quella dell’Impannata, delle Rose o del Granduca. Ma sono altre due le vere regine di bellezza della mostra, argutamente posizionate una accanto all’altra. Si tratta de La Velata e del Ritratto di donna nei panni di Venere, conosciuta come Fornarina. Simili nei tratti, somiglianti nella posa. Ma quanta differenza tra il pudore esibito dall’una e il rimando ai gesti di un’Afrodite pudica dell’altra, sottolineato da una statua della dea dell’amore accovacciata risalente al I secolo d.C. Una gara in cui a vincere sono comunque gli occhi di chi guarda.

Architettura e testimonianze di Palazzo Branconio dell’Aquila

Proseguendo, tra progetti del Sangallo o del Bramante e disegni del Fra Giocondo ci si addentra nel campo dell’architettura. Tra le opere di Raffaello in mostra legate a questo tema c’è anche la Pianta della Cappella Chigi da lui disegnata. La facciata di Palazzo Branconio dell’Aquila, da lui progettato e sfortunatamente demolito nel 1660, è presentata attraverso un modello ligneo della facciata realizzato appositamente, uno Studio di prospetto per il lato posteriore del cortile di Giulio Romano e il Rilievo in prospetto del fianco orientale del cortile di un anonimo italiano.

raffaello opere
Raffaello
Ritratto di Giulio II
ante marzo 1512
olio su tavola
Londra, The National Gallery
© The National Gallery, London

Una fine che è l’inizio. Anche della fortuna

Le ultime sale della mostra coincidono con gli inizi della carriera di Raffaello: e, in questo senso, è ancora più sorprendente imbattersi in quadri così celebri per un pittore tanto giovane. Come l’introspettivo Ritratto di Giulio II – che, in verità, avrebbe meritato un posizionamento più felice e capace di valorizzarlo – il famosissimo Autoritratto e la Dama con liocorno. Ma, del resto, se la fortuna di Raffaello praticamente coincide con gli esordi e non ha mai conosciuto vere e proprie fasi altalenanti il motivo sarà anche questo.

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: Autoritratto (Particolare)
1506-1508
olio su tavola di pioppo
Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture
Gabinetto fotografico delle Gallerie degli Uffizi – Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo

La mostra riaprirà il 2 giugno ed è stata prorogata sino al 30 agosto.

Ragnarok, stagione 2: Thor è pronto a tornare su Netflix

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Il mito di Thor e del Ragnarok non è mai stato così attuale. Su Netflix in arrivo la stagione 2 della serie tv.

Il Ragnarok secondo le antiche leggende nordiche, è la battaglia finale tra il bene e il male, tra gli dei e i giganti. Una narrazione vicina allo scontro tra gli dei dell’Olimpo e i Titani di cultura mediterranea.

Già la Marvel aveva raccontato i miti nordici, dedicando ben 3 film al mondo di Thor, figlio di Odino, tra cui Thor Ragnarok, proprio dedicato alla spaventosa battaglia.

La serie è la risposta scandinava alla spettacolarizzazione americana, è tutto molto più pacato, sussurrato, freddo, ovattato. Gli interni sono un’immersione nella cultura norvegese e anche i rapporti tra i personaggi danno un’idea di come si possa vivere nel freddo nord.

Sicuramente è un prodotto poco patinato ma molto affascinante, vi consiglio vivamente di aggiungerla alle serie tv da vedere in quarantena!

Thor è in mezzo a noi

L’ambientazione ha ben poco di mitologico, se si esclude la location che effettivamente è di una bellezza quasi divina. La Norvegia e la sua natura sono lo sfondo perfetto per questa storia contemporanea: una madre vedova arriva nel piccolo paese di Edda con i due figli adolescenti, molto diversi tra loro.

Dalla prima puntata è chiaro che il minore dei due, Magne (David Stakston), è il più fragile, timido, soffre di dislessia ed è molto introverso. L’altro, Laurits, è sveglio, egoista, manipolatore. Ma la vita di entrambi sta per cambiare.

Appena arrivati in città, una vecchia stramba tocca Magne e ‘sblocca’ la sua parte di divinità. Da questo momento in poi assistiamo all’evoluzione personale e dei poteri del ragazzo, che ha perennemente un’espressione divisa tra ‘sono un dio’ e ‘sono un salame’.

I villain

Magne, chiara reincarnazione di Thor, ha degli antagonisti coi fiocchi.

I giganti del Ragnarok nel 2020 sono i 4 componenti della ricca e rispettabile famiglia Jutul. Con le loro aziende stanno inquinando tutta l’area della città e la natura circostante. Per coprire i loro traffici arrivano ad uccidere un’attivista ambientale, amica di Magne, che stava indagando.

Magne, deciso a fare giustizia per la sua amica, darà parecchio filo da torcere alla famiglia Jutul che, sempre più incattivita, farà di tutto per metterlo fuori gioco e farlo cadere in disgrazia.

Il cast

Gli interpreti della serie sono frutto di un ottimo casting. Magnus è un ragazzone solido e buono, ben interpretato da David Stakston. Suo fratello Laurits è Jonas Strand Gravli, che ha lineamenti simili al Loki della Marvel, interpretato da Tom Hiddleston.

I 4 componenti della famiglia Jutul sono tutti molto belli e molto algidi, nobili nella postura e arroganti nel modo di porsi: Herman Tømmeraas è Fjor Jutul e Theresa Frostad Eggesbø è sua sorella Saxa Jutul. I genitori Vidar e Ran sono interpretati da Gísli Örn Garðarsson. La bella Emma Bones è Gry, indecisa tra il bene (Magnus) e il male (Fjor).

La prima stagione si conclude con uno scontro epico in cui i personaggi liberano la loro natura più arcaica e potente, per la gioia degli spettatori.

Gioia che verrà prolungata in una stagione 2, confermata il 4 marzo con un tweet di Netflix.

Intanto però, godetevi il trailer della prima stagione

Micaela Paciotti

“Questa pandemia ha esasperato dei problemi già evidenti nel nostro settore.” Intervista a Carla Marchini

Carla Marchini è la direttrice del Teatro Le Maschere di Roma: uno spazio specializzato in spettacoli per bambini.

Dal lungo curriculum artistico, Carla Marchini è un’artista molto attiva, nel campo teatrale, su molti fronti. Tutto ovviamente parte dalla famiglia: la direttrice infatti ha un cognome importante nel panorama romano e nel mondo dello spettacolo (sua sorella Simona è un’attrice). Come nasce quest’amore per la recitazione e per il teatro, ce lo ha raccontato la stessa Carla in un’intervista

“Nasce – ci racconta la direttrice – addirittura da mio nonno paterno che, oltre ad essere mastro muratore, aveva la passione del teatro, quindi nel suo paesino toscano formò una piccola compagnia amatoriale! Poi il fascismo e la guerra lo fecero emigrare. Mio padre aveva ereditato evidentemente questa passione e anche lui, nel dopoguerra, dette vita ad una filodrammatica. Ovviamente non era la sua occupazione principale ma il suo “angolo di cielo”! Anche il mio nonno materno era un artista! Dipingeva, costruiva giocattoli… insomma, un po’ come Geppetto! Quindi l’Arte è stata sempre nell’aria di casa, l’abbiamo respirata fin da piccole!”

Lei è anche costumista e collabora alle scenografie: possiamo quindi definirla un’artista “a tutto tondo”?

“Io adoro tutto quello che si costruisce: una casa, un mobile, un costume, un burattino, una scena. Ho sempre amato il lavoro creativo, quindi sì, forse sono un’artista anche io!”

Grande importanza nella sua carriera, per non dire obiettivo primario, è il teatro per l’infanzia. Una nicchia difficile e particolare. Perché i bambini?

“In questi ultimi decenni i bambini hanno avuto una vita assai difficile. Sembrerebbe il contrario perché abbiamo più strumenti sia culturali che oggettivi per la loro cura. Ma sono convinta che nonostante il gran parlare che si fa intorno ai bambini, alla loro alimentazione, al loro sviluppo mentale, alla loro salute, i bimbi delle città non abbiano affatto gli stimoli giusti, soprattutto per uno sviluppo della fantasia e della creatività.

Lo so, è la vita che abbiamo costruito e voluto noi adulti, ma se io ripenso a quei lunghi pomeriggi degli Anni ’60 dove giocavamo per strada senza pericoli, poi in casa ancora a giocare con i bambini del palazzo, a fare recite, biscotti, scherzi, mi sento molto fortunata e penso che tutto quello è un patrimonio di emozioni e di esperienze che i bimbi di adesso non avranno mai.

Tutto questo per dire che, anche se è una piccola cosa, spero che il Teatro possa dare ai ragazzi degli stimoli sani per la loro anima, diventando un’alternativa alla televisione, ai giochi elettronici etc”.

Lei organizza laboratori di costruzioni di bambole e burattini. in questo mondo così digitale, un profano può pensare che queste attività siano tramontate. Invece no! Chi si affaccia a quest’arte? Artigiani e conoscitori; o anche lo stesso mondo artistico?

“Ho imparato a fare le bambole e i burattini alla Scuola di Rudolf Steiner quando ci portavo i miei figli e noi mamme lavoravamo per fare giocattoli per il Bazaar di Natale. Effettivamente solo alcune mamme “curiose” o burattinai mi hanno chiesto di insegnare loro a fare bambole o marionette, ma ci vuole tempo, manualità e pazienza: tutte doti rare di questi tempi. Ciò non toglie che se mi chiedessero di fare un piccolo laboratorio sarei felicissima di farlo!”

Nel 1990 nasce l’Associazione Talia e, qualche anno dopo, il Teatro Le Maschere. Ci racconti un po’ quest’avventura, che ormai a Roma è un’istituzione.

“Questa meravigliosa avventura ha inizio proprio dalla scuola Steiner dove la base dell’insegnamento è l’elemento artistico quindi teatro, pittura, scultura, canto. Noi genitori cercavamo per i nostri figli un teatro dove portarli a vedere degli spettacoli d’attore adatti ai bambini e, in quegli anni a Roma c’erano solo due teatri: il Mongiovino e il Teatro Verde, ma tutti e due facevano esclusivamente spettacoli di burattini. Così mi venne l’idea!

Tutto si mise in movimento come nel famoso passo sull'”Iniziativa” del Faust di Goethe. Trovai i locali che erano affittati ad un deposito di supermarket, in condizioni tremende. I muri erano neri dalla grande umidità, non c’erano bagni e, soprattutto non c’era il teatro! Per mia fortuna ho una notevole immaginazione e “vidi” il mio teatro pulito e perfetto! La sala teatro è praticamente una scatola di legno progettata dal celebre scenografo Giovanni Licheri e costruita in uno studio di Cinecittà. Mi ricordo l’emozione quando andai a vederlo per la prima volta! Mi sembrava di andare a visitare un neonato, ed effettivamente era nato… il Teatro Le Maschere”.

Carla Marchini
                Carla Marchini e lo staff del Teatro Le Maschere

Teatro Le Maschere che, se non fosse giunta l’emergenza Covid, avrebbe aperto la stagione anche a spettacoli per adulti. Come mai questo cambio di rotta?

“Non è un cambio di rotta. La nostra mission rimane il teatro per ragazzi, ma abbiamo valutato che era davvero un peccato occupare il Teatro solo due ore la mattina per gli spettacoli delle scuole. Hanno cominciato a chiederci di fare dei piccoli spettacoli serali e abbiamo pensato che potevamo diversificare e fare degli spettacoli “a tema” molto scelti, particolari, di qualità. Purtroppo, non abbiamo avuto il modo di verificarne il gradimento, ma lo rifaremo senz’altro quando sarà possibile”.

Cosa ci sarebbe stato in programma?

“La stagione serale, Parole appassionate, nata da idea mia e di Massimo Vulcano direttore organizzativo del Teatro Le Maschere, era una rassegna tutta al femminile, dedicata alla leggerezza, ma con intelligenza e ironia. La stagione partita a gennaio 2020 prima con A.R.E.M. con Elena Dragonetti, Francesca Farcomeni, Noemi Parroni, Elena Vannia, poi a febbraio è andato in scena lo spettacolo Teresa Zum Zum, di Cesare Belsito, regia di Nadia Baldi, con Franca Abategiovanni.

Purtroppo, a marzo abbiamo dovuto chiudere il teatro, un vero peccato visto che sarebbe stata la volta prima di Crescenza Guarnieri con Tutti i miei cari di Francesca Zanni, regia di Francesco Zecca; e poi ad aprile con Elda Alvigini con lo spettacolo Inutilmentesfiga. Mentre a maggio stavamo programmando un’altra rassegna sempre tutta al femminile con protagoniste Simona Marchini con lo spettacolo Non si solo pane… Signora mia, Francesca Puglisi con Ccà nisciuno è fisso – Stand Up e infine Silvia Luzzi con Feriti per sempre”.

Abbiamo anche chiesto a Carla Marchini una sua opinione riguardo al comportamento delle istituzioni, economiche e politiche, nell’aiutare il mondo del Teatro e della Recitazione.

Coronavirus? E il Teatro San Carlo entra nelle nostre case

“Stiamo vivendo un momento particolare, pericoloso e improvviso, come fosse una guerra. La difficoltà per le Istituzioni di affrontare un evento così catastrofico è comprensibile specialmente finché siamo ancora nella fase acuta dell’emergenza. Mi pare che delle risposte concrete siano state date, ma ora è diventato ancor più evidente un annoso problema dell’Italia: la burocrazia e il potere delle banche.

Sono veramente tanti (se non tutti!) i settori che hanno bisogno di essere sostenuti e ho fiducia che il Governo possa arrivare a tutti in tempi ragionevoli. Vi sono settori, però, che saranno particolarmente penalizzati: tra questi il Teatro è fra i più colpiti perché già particolarmente sotto pressione al di là della pandemia per ragioni strutturali.

Ad oggi non sappiamo quando potremo riaprire in sicurezza e, anche una volta riaperto, non possiamo sapere quale sarà la risposta del pubblico. Credo sia legittima la paura e la prudenza dei genitori e dei docenti, di fronte alla prospettiva di mettere i propri figli/allievi in una sala chiusa con 100 altri coetanei, ma, come dice John Steinbeck, “per tenere vivo il teatro ci vuole gente ostinata e fedele!” e noi siamo ostinati e fedeli”.

Lei cosa farebbe, se potesse?

“Questa pandemia ha esasperato dei problemi già evidenti nel nostro settore. Credo che la prima cosa da fare sia un ripensamento profondo dei meccanismi di attribuzione del FUS, che ad oggi beneficia sempre e solo pochi noti, a scapito delle tante realtà presenti. Il mio Teatro in quasi trent’anni di attività è uno dei pochi a non aver mai ricevuto contributi ministeriali pur essendo una delle poche realtà in regola con contributi, SIAE, sicurezza degli ambienti… etc.

Mi sono chiesta molte volte (tutte le volte che mi sono vista rifiutare il contributo!) quale fosse il criterio di valutazione artistica degli spettacoli da parte della commissione ministeriale, e anche se questa commissione… esistesse! Da noi non si è mai visto nessuno di loro tra il nostro pubblico, quindi come possono giudicare il nostro lavoro pur non avendolo mai visto?!

Di fronte all’ultimo rifiuto, relativo al FUS 2018/2020, abbiamo anche richiesto l’accesso agli atti, solo per constatare l’ennesima formula priva di contenuto e intrisa di burocratese: “il Teatro non ha i requisiti artistici atti ad accedere al contributo”. Due righe e tre minuti appena concessi dalla commissione ministeriale per giudicare 28 anni di lavoro sul campo.

Quindi ciò che farei sarebbe, come detto, rivedere i criteri di assegnazione del FUS e pretendere che i membri della commissione giudicante passino il loro tempo a visionare attentamente la produzione artistica di tutti i teatri che fanno richiesta del FUS. A quel punto accetterei di buon animo anche un rifiuto”.

Grazie a Carla Marchini per le sue risposte.

Francesco Fario

Diavoli: il finale di stagione che aspettavi

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Finale di stagione col botto per la serie tv Diavoli!

Siamo finalmente arrivati al finale di stagione per la serie tv “Diavoli” su Sky Atlantic. Ci aspettavamo un finale scoppiettante che non si è fatto pregare. O quasi.

Diavoli: non è un finale per buoni.

I cattivi trovano la loro degna condanna e vengono smascherati. Il personaggio di Kasia Smutniak, Nina Morgan, si scopre essere il perno intorno al quale è ruotata tutta la vicenda “poliziesca” della serie.

Per certi versi, potremmo dire che la soluzione di attribuire un omicidio ad un gesto istintivo e irrazionale di una donna, provata e atterrita, potrebbe dar adito ad una serie di riflessioni femministe. Potremmo dire che il personaggio di Nina Morgan è discriminato e sminuito dalle titaniche presenze maschili. Di fatto, è lei a compiere l’atto colta dalla collera, mentre suo marito rimane impassibile e freddo.

Ma non è così e possiamo dirlo dopo aver visto l’intera serie e dopo aver fatto alcune considerazioni sulla narrazione e sulla presenta di figure femminili di un certo rilievo.

Kasia Smutniak e un ruolo apparentemente irrilevante.

Aveva sempre colpito molto la presenza di un’attrice di un certo spessore in un ruolo che, quanto meno ai fini della vicenda finanziaria, non fosse di spicco. Certo, costituiva una pietra miliare nel rapporto tra Dominic Morgan e Massimo Ruggero, ma restava comunque parte del background. Non proprio un mobile d’arredamento, ma quasi.

Ci aspettavamo che prima o poi emergesse il suo personaggio e che chiudesse un cerchio.

Eleonor e Latoyah: i personaggi femminili secondari

A conferma di questo concorrono anche altre figure femminili di Diavoli.

Figure come Eleonor, collega di Massimo Ruggero, e Latoyah, fidanzata del giovane Oliver, rivelano una forza tutta femminile che nulla ha da invidiare a quella maschile. Sono figure in carriera oppure donne che riescono a sollevare sulle proprie spalle l’intero peso di una famiglia. Potremmo elencare anche l’ispettore di polizia o la vedova di Ed Stuart, come ulteriore esempio.

“Quando un uomo commette un errore, sbaglia. Quando lo fa un donna, è troppo emotiva per poter sostenere situazioni di un certo spessore.” È all’incirca quanto dice Eleonor durante uno sfogo sul lavoro. Il commento è un chiaro segnale che conferma la rilevanza delle quote rosa nella serie.

Insomma, Diavoli non è una serie tv per maschi. Anzi!

Diavoli: un finale quasi chiuso per la serie tv.

Tutto è bene quel che finisce bene. O quasi, dicevamo all’inizio. I cattivi vengono puniti e il nostro eroe ottiene la gratificazione lavorativa che gli spetta.

Ma i diavoli restano diavoli e tutto ha un prezzo. E come il terzo principio della dinamica vuole, ad ogni azione corrisponde una reazione. Massimo Ruggero ottiene ciò che vuole, ma a caro prezzo.

La telefona che Borghi, in Diavoli, riceve mentre viene presentato come nuovo CEO della NYL, è la premessa che ci fa sperare in un seguito della serie.

La porta sia è chiusa, ma resta ancora aperto uno spiraglio.

Il diavolo non è stato sconfitto. Ha solo cambiato volto.

Serena Vissani

3 motivi per vedere la serie tv Diavoli:

  • Quante sono le puntate di Diavoli? Facile: 10!
  • Dove vedere Diavoli? Facile: su Sky Atlantic!
  • Perché vedere la serie? Facile: Diavoli ha un cast straordinario!

Curiosi? Volete scoprire le recensioni alle altre puntate di Diavoli?

  • Diavoli, serie tv, Episodio 1 e 2:
  • Diavoli, serie tv, Episodio 3 e 4:
  • Diavoli, serie tv, Episodio 5 e 6:
  • Diavoli, serie tv, Episodio 7 e 8:

Il Sorpasso: ecco perché il film di Dino Risi è un capolavoro del cinema italiano

“Ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce lo ricordiamo più com’era!”

Titolo originale: Il Sorpasso
Regista: Dino Risi
Sceneggiatura: Dino Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari
Cast principale: Catherine Spaak, Claudio Gora, Jean-Louis Trintignant, Linda Sini, Luciana Angiolillo, Vittorio Gassman
Nazione: Italia
Anno: 1962

Giugno 1962, mese in cui usciva nei cinema italiani  Il Sorpasso, un film immediatamente destinato a entrare nel novero delle pellicole cult del cinema mondiale, nonostante critiche non molto entusiaste al momento dell’esordio.

Ancora oggi, la pellicola di Dino Risi è ricordata come il manifesto del boom economico italiano degli anni ’60, un periodo in cui  l’economia italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale non aveva solamente ingranato, ma aveva portato il Paese a diventare una vera e propria potenza mondiale.

Un Road Movie all’italiana

Ambientato in una Roma assolata e deserta il 15 agosto, il film può essere definito un vero e proprio “road movie” e racconta il confronto di due generazioni nel territorio neutro di una giornata di vacanza, tramite i due protagonisti interpretati da Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant. 

Due personaggi perfettamente studiati e incredibilmente intensi: il gradasso romano, Bruno Cortona, e il timido e impacciato studente universitario, Roberto Mariani.

I due protagonisti intraprendono un viaggio senza meta, apparentemente per lasciare il caldo della città, ma in realtà per scoprire molto di più su sé stessi.

Le sequenze della pellicola sono girate per gran parte in strada, a bordo di una Lancia Aurelia B 24 Spider, Il Sorpasso racconta del viaggio di iniziazione del giovane e ingenuo Roberto che incontra alla vigilia di ferragosto, in una Roma completamente deserta, Bruno, spaccone e sicuro di sè. Durante la giornata che trascorrono insieme, la meta cambia continuamente e i due toccano varie località laziali dove gli italiani, che ora possono permettersi anche le automobili, passano le loro vacanze estive.

Addentrandosi sempre di più nella trama, lo spettatore vede Roberto gradualmente modificare il suo approccio con il prossimo, grazie alla forte influenza che il carattere di Bruno ha su di lui.

Infatti, il giovane passa da un’arrendevolezza adolescenziale a una maggiore consapevolezza, simboleggiando l’italiano dell’epoca fiducioso che però si rende poi conto che in realtà il miracolo economico tanto millantato non è altro che un bluff.

Le ore del viaggio di Bruno e Roberto passano veloci in un susseguirsi di episodi tragicomici, fino all’epilogo inatteso, uno dei finali più scioccanti ed emblematici della storia del cinema italiano. 

Due personaggi contrastanti ma complementari

Il contrasto tra la sfacciataggine di Bruno e la sobria introspezione di Roberto si può dire che sia la chiave di lettura del film. I protagonisti de Il Sorpasso rappresentano  due poli opposti attratti per un attimo dal fluire degli eventi, in definitiva è il contrasto tra strepito e silenzio, tra mondanità e intimità, tra apparire ed essere.

Bruno Cortona è il simpatico italiano conquistatore che vive di espedienti, ma non si nega nulla, egoista, esibizionista, fondamentalmente irresponsabile. Si tratta di un soggetto emblematico dell’Italia del miracolo economico: alla gran presunzione di sé fa da contraltare l’effettiva capacità di affermazione e di successo. 

Nonostante sia l’opposto di Bruno, è grazie a lui che Roberto scopre che, al di là della società palese, che richiede l’adattamento a determinate norme sociali, si nasconde una società aggressiva, amorale, senza spessore storico o sentimentale, senza progettualità collettiva, senza futuro, una società che tollera e incoraggia alcune forme di trasgressione  sociale  mentre è fortemente critica verso ogni forma di comportamento definito “plebeo”.

Il ritratto sincero di una società volta al dio denaro

Con Il Sorpasso, Dino Risi insieme ad Ettore Scola e Ruggero Maccari ha regalato al cinema italiano una vera e propria fonte storica, un ritratto puro e semplice della realtà italiana degli anni ’60, della decadenza consumistica che invase il Paese per la prima volta.

Durante il film sono tanti i personaggi e le situazioni che simboleggiano il clima italiano in quel periodo: i giovani delle città e delle campagne,  la crisi della famiglia, un nuovo senso del tempo e delle distanze, nuove modalità di gestione del tempo libero, tracce evidenti della crescita del livello medio di istruzione.

L’Italia canzonettara, palazzinara, rombante, in generale più ricca, è la vera protagonista dei diversi episodi che si susseguono nel film ma, guardando oltre, si insinuano le prime inquietudini, si registrano i primi segnali d’allarme, rappresentati da un finale doloroso e inaspettato.

Tre motivi per vedere il film:

  • Perché si ride, si piange e si riflette
  • Per godere di una delle interpretazioni più belle del giovane Vittorio Gassman
  • Per soffermarsi e carpire i diversi riferimenti alla storia italiana dell’epoca

Quando vedere il film:

Una domenica pomeriggio, quando si è rilassati e pronti a un viaggio profondo e sincero.

Ilaria Scognamiglio

Non perdete l’appuntamento con il precedente Cineforum!

 

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Coronavirus: tornano i Cinema all’aperto in stile Drive-in

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Il  DPCM 8 marzo 2020  ha sospeso “manifestazioni, eventi e spettacoli, inclusi quelli cinematografici e teatrali, in luoghi sia pubblici che privati. Chiusi anche tutti i musei e gli altri luoghi della cultura” come riportato anche dal Ministero dei Beni Culturali. Ma forse non tutto è perduto!

Forse ci aspetta un vero e proprio tuffo nel passato con la “nuova fase”della Pandemia: per agevolare la convivenza col COVID-19 potrebbero tornare in Italia i “Drive In”, ovvero i cinema all’aperto.

Dove, quando e come sono nati i Drive in?

La storia dei Drive in è molto particolare. Il primo aprì il 6 giugno 1933 a pochi chilometri da Philadephia. L’idea fu di Richard Hollingshead e nacque per aiutare sua madre, che non riusciva a sedersi al cinema dato il suo sovrappeso. Un giorno il figlio la fece sedere in auto proiettando un film su un lenzuolo appeso ad un albero. Ebbene, l’idea poi fu migliorata (sia in ambito video che audio) e brevettata, per poi dare vita ad un’azienda. Negli anni Cinquanta il drive in era popolarissimo in America!

Dopo un ventennio di successi, il drive in conobbe un vero e proprio crollo, specialmente con l’arrivo del surround: la scarsa qualità audio – che negli anni Cinquanta non era così evidente – iniziò a farsi sentire, portando alla chiusura di molti drive in. Naturalmente influirono anche fattori culturali ed economici (come il fatto che i terreni periferici in cui sorgevano divennero molto appetibili sul mercato e furono venduti a prezzi molto alti!), che portarono questa forma di intrattenimento a scomparire lentamente. Per quanto riguarda il Bel Paese il primo drive-italiano è considerato il Metro Drive-In di Casal Palocco, a Roma, inaugurato nel 1957 e all’epoca considerato il più grande d’Europa.

Secondo il Wall Street Journal i drive-in sembrano fatti apposta per la pandemia.

E Diteci la verità, ragazzi, come si sta senza cinema? Vi è mancato almeno un po’? A noi tantissimo e non vediamo l’ora di tornare davanti al grande schermo: perché si, ok, è bello vedere comodamente da casa le nostre  serie preferite, ma al cinema è tutta un’altra storia.

Mancano gli odori, le sensazioni che solo quella poltrona, a volte comoda, altre un po’ meno ci fa provare. Siete pronti allora a ritornare a gustarvi un bel film su uno schermo, che sia più grande dei vostri 15 pollici?

Mentre attendiamo la riapertura dei cinema il 15 giugno 2020, iniziamo a pensare anche a forme alternative di eventi che potrebbero caratterizzare l’Estate 2020.

Si tratta di un momento storico molto particolare, possiamo definirlo unico, in quanto si ha, per ovvie motivazioni di sicurezza, l’esigenza di modificare e rivedere l’intero sistema cinematografico. A proporre una soluzione è il CNA di Roma, insieme ad una rete di esercenti del settore, che si fornisce della tecnologia Tixter, per dare soluzioni di fruizione del cinema ai tempi del post coronavirus. Insieme alla collaborazione con Moviemedia propongono un progetto per cui sarà possibile vedere i tanto amati film, direttamente dalle nostre auto. Il nome del progetto è “CineDrive”: si tratta cioè di un ritorno al tanto amato “Drive In”. Si fa un tuffo nel passato e si cerca di andare a recuperare tutti quei valori che ci hanno fatto sognare, guardando film anni ’60.

Sembrerebbe proprio che questa estate potremo rivivere l’emozione dei cinema all’aperto, direttamente dalle nostre autovetture.

Vi piace l’idea?

Stefano Di Niola, il segretario della CNA di Roma ribadisce l’importanza della cultura e in particolar modo del cinema e di tutto l’audiovisivo all’interno del nostro patrimonio, soprattutto in un momento delicato come questo. Il cinema ha avuto per noi, nella fase uno, un ruolo sociale davvero importante e ci ha aiutato a superare momenti duri e difficili. Un recupero della sua fruizione in diversi modi è dovuto. Il progetto consente in tempi brevi, si parla di questa estate, le aperture delle Arene Cinematografiche.

Uno degli aspetti positivi di questa iniziativa sarà, sicuramente, il recupero della magia che potremo rivivere nel ricordo di quei felici anni del passato, in cui tutto rappresentava una novità.

Mario Perchiazzi, Presidente del Cna di Roma, aggiunge che grazie a Moviemedia, società leader per numero di schermi a livello nazionale, si apre una finestra essenziale all’interno del nostro Paese per poter vincere la sfida a supporto del settore, inserendo quante più risorse e conoscenze possibili all’interno del progetto. Cna Cinema e Audiovisivo di Roma sarà promotore di questa iniziativa.

Il cinema all’aperto a Roma e in Italia

I CineDrive (150 posti massimo) saranno i protagonisti di Roma e del Lazio.In provincia di Roma, come riporta Il Messaggero i cine-drive saranno aperti a Fregene, Anzio, Velletri, Palestrina, Colleferro, Civitavecchia, Cerveteri, Grottaferrata, Pomezia e Nettuno. Fuori Roma si sono candidate Latina, Viterbo, Frosinone, Pontinia, Tarquinia, Frosinone, Sabaudia, Aprilia e Terracina.

Parallelamente, l’Anac proverà a rilanciare il modello dei Moviement Village: arene all’aperto dove alle proiezioni seguiranno dibattiti, mostre e degustazioni.

Altre arene saranno allestite all’Eur, alla Garbatella, nel territorio del XIV Municipio e nel Centro storico.

Per ora, però, il primo drive-in aprirà il 2 giugno a Roma Sud, grazie all’azienda Boanerghes di Giovanni Calvario.

Anche fuori dal Lazio si parla di cinema all’aperto, però: a Bologna si pensa al cinema in piazza Maggiore.

Il drive in nel Mondo

In alcuni Paesi del mondo l’idea è già stata lanciata ed ha riscosso un incredibile successo. Nella giornata del 20 aprile 2020 in Austria hanno riaperto alcuni fast food, come McDonald’s, chiusi da marzo. Per il momento sarà possibile usufruire solo della modalità “drive in” anche nei fast food, per garantire la sicurezza di tutti i cittadini europei. I menù saranno limitati.

In Germania c’ è stata in questi giorni l’apertura di alcuni cinema drive in che hanno fatto il boom.

C’è stata una richiesta straordinaria, da parte dei tedeschi di partecipare a questi cinema all’aperto. I biglietti possono essere venduti online e l’audio arriva direttamente dalle autoradio.

In tal modo il rischio di contagio è davvero lontano!

E voi, siete pronti ad accogliere i tanto amati cinema all’aperto? Cosa ne pensate? 

Alessandra Santini e Alessia Pizzi

Fatture Online: come funziona la fatturazione elettronica

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I software di fatturazione elettronica permettono a un’azienda di rapportarsi alle nuove normative riguardanti la gestione contabile delle sue attività commerciali, con maggiore efficienza, limitando errori, offrendo una condivisione delle informazioni e un controllo diretto da parte dell’amministrazione.

Sono ormai strumenti indispensabili per una società che si deve rapportare alla rivoluzione digitale e adottare sistemi che le permettendo di gestire al meglio le sue risorse e i clienti.

Ma cos’è esattamente la fatturazione elettronica? E quali sono i vantaggi di integrarla con i software CRM. Di seguito andremo a considerare il cambiamento e i benefici per un’azienda.

Cosa sono le fatture elettroniche

La fattura è un documento contabile obbligatorio per legge, emesso da un’impresa ogni volta che viene eseguita una particolare prestazione. Ciò significa che nel momento in cui un cliente richiede un prodotto o un servizio, ad attestare che sia stato effettuato e consegnato, verrà stilato un documento contenente una serie di informazioni, previo pagamento dell’importo indicato.

Ma come si compongono le fatture online? Al suo interno saranno indicati i dati che permettono il riconoscimento dell’azienda, come il nome, l’indirizzo e la partita IVA, e inoltre le informazioni contabili, ovvero tipologia di prodotto oggetto della fattura, costo, importo da pagare senza IVA e con l’aggiunta dell’imposta.

Attività che venivano effettuate direttamente a mano dal soggetto preposto dall’azienda a questo compito e che richiedevano tempo e soprattutto prevedevano una serie di incertezze per quanto riguardava le registrazioni e i pagamenti.

Oggi si parla di fatturazione elettronica, considerando un documento che ha tutte le caratteristiche contabili di una fattura normale, ma che prevede però la sua creazione, realizzazione e invio in maniera digitale, utilizzando i computer, la rete internet e i software gestionali.

Come funziona la fatturazione elettronica e i vantaggi

La grande evoluzione della fatturazione elettronica è stata quella di permettere di sviluppare questo documento contabile in modo semplificato sfruttando l’impiego di un software specificamente adattato a svolgere questa funzione.

Ma il cambiamento si è determinato anche nella tipologia di invio del documento, dato che non sarà semplicemente consegnato attraverso posta elettronica oppure in maniera cartacea, ma è stato creato un sistema telematico attraverso l’Agenzia delle Entrate che offre una sicurezza nella ricezione e quindi una certezza che la fattura sia stata ricevuta dal cliente nello stesso momento in cui viene inviata.

Il funzionamento è intuitivo e diretto, dato che ogni cliente avrà una propria scheda contabile con tutte le informazioni necessarie e sarà possibile in pochi passaggi generare un preventivo, trasformarlo successivamente in fattura e inviarlo al destinatario. Un processo che determina enormi vantaggi:

  • Velocizzare i tempi: grazie al sistema digitale, sarà molto semplice produrre una fattura, personalizzandola con logo o anche nella grafica in modo da rispecchiare lo stile di un’azienda. Inoltre il documento viene generato in pochissimi click completo di tutte le informazioni necessarie.
  • Condivisione: i software prevedono un database unico che può essere condiviso tra i diversi dipendenti predisposti a svolgere la funzione contabile, permettendo quindi di avere una conoscenza di quali fatture sono state inviate, pagate oppure sono in attesa.
  • Limitazione degli errori: si limitano eventuali errori riguardanti la compilazione e la gestione delle fatture. Infatti il sistema genera in maniera automatica il documento prendendo come riferimento il preventivo e il pagamento effettuato dal cliente senza quindi esserci discrepanze degli importi. Inoltre non si avrà la spiacevole situazione di inviare più di una sollecito o di un’identica fattura.
  • Cronologia delle azioni dei clienti: tutte le attività del cliente verranno registrate nel software, dalla richiesta di un ordine al preventivo, dall’emissione della fattura al pagamento.
  • Scadenze regolari: sarà possibile programmare l’invio automatico delle fatture, alcuni giorni prima della scadenza in modo da avere una regolarità dei pagamenti evitando così dimenticanze o eventuali mancanze di fatture non ancora generate. Inoltre il software aggiornerà in automatico i documenti quietanzati e quelli che ancora devono essere chiusi, dato che non è stato effettuato il pagamento.

I vantaggi di un software CRM nella fatturazione online

L’impiego della fatturazione elettronica e di un software collegato si integra con l’utilizzo dei sistemi di Customer Relationship Management, i CRM, grazie ai quali si avrà una completa gestione, organizzazione e condivisione delle informazioni e dei dati del cliente.

Ma perché è utile questa sinergia? In primo luogo il CRM permette un aggiornamento sempre continuo delle informazioni principali che sono collegate a una fattura, dato che eventuali cambiamenti riguardanti denominazione sociale, partita IVA ed email dei clienti, saranno automaticamente segnalati all’interno del software di fatturazione elettronica.

Inoltre sarà possibile avere una collaborazione diretta tra i diversi reparti,offrendo a tutti una conoscenza completa dello stato dell’ordine eseguito e dalla fase in cui ci si trova, permettendo quindi di procedere in modo coordinato per il completamente di un progetto.

A questo si deve aggiungere anche la condivisione di tutti i dati riguardanti un clienti, che vengono trasmessi in tempo reale ai differenti reparti, prevedendo quindi la limitazione di eventuali errori che possono ritardare lo svolgimento di un ordine.

Grazie all’utilizzo del CRM sarà possibile quindi rendere più semplice l’emissione delle fatture, con un numero limitato di soggetti predisposti a questo compito, dato che i due software saranno sincronizzati e forniranno tutti i dati necessari all’elaborazione. Ciò determina anche un netto risparmio economico sia per ciò che concerne le risorse umane, sia per l’impiego di tecnologie.

Infine, bisogna considerare che il CRM permette di avere una visione del cliente diversa, offrendo al settore contabile quindi una serie di parametri molto utili per comprendere quali siano le preferenze dell’utente, per esempio la consegna in un determinato momento della fattura, oppure di poter gestire eventuali problematiche come ritardi dei pagamenti in modo più adatto mantenendo comunque alta la soddisfazione da parte del cliente.

Conclusioni sulla fatturazione online

La digitalizzazione dei sistemi di gestione delle relazioni con i clienti e della fatturazione elettronica, è un qualcosa su cui ogni singola azienda deve porre massima attenzione al fine di non rimanere indietro in un mercato sempre in continua evoluzione.

I software permettono di velocizzare processi che fino a poco tempo fa prevedevano tempistiche piuttosto lunghe e una quantità di risorse di personale che non si adattano più alle realtà economiche moderne.

Grazie a un software di fatturazione elettronica e ai CRM sarà possibile offrire servizi sempre più competitivi, efficienti e soprattutto perfettamente integrati in un mondo sempre più digitalizzato.

“E poi… è primavera”: la stagione dei fiori spiegata ai bambini

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Il libro per bambini “E poi… è primavera”, scritto da Julie Fogliano, illustrato da Erin E. Stead ed edito da Babalibri, racconta, con un linguaggio estremamente semplice, il passaggio dal torpore dell’inverno al risveglio della natura.

Il protagonista di questo libro sulla primavera è un bimbo che, tra mille incertezze, aspetta la nascita di alcuni semi piantati nel suo giardino. Fortunatamente a fargli compagnia c’è una simpatica combriccola di animaletti curiosi.

Il cagnolone sotterra e dissotterra il suo osso, il coniglio desidera ardentemente che spuntino carote, la tartaruga probabilmente sogna una tenera insalata ed il pettirosso segue con attenzione ogni vicenda. Il bambino nel frattempo gioca, osserva, aspetta e si preoccupa.

Ha paura che quei semi piantati con tanta cura siano stati mangiati da famelici uccellini o, peggio ancora, calpestati da orsi maldestri.

Ma le giornate continuano a scorrere, arriva la pioggia e finalmente un tiepido sole. Il bambino appoggia la testa al terreno e

“il marrone,

sempre marrone,

ha un mormorio verde

che puoi sentire solo se chiudi gli occhi

e appoggi l’orecchio a terra”.

Un mormorio che annuncia il risveglio lento ed inesorabile di una natura che ha voglia di prendere il sopravvento e di convertire tutto quel marrone in verde.

La vita di questo bambino è scandita dal ritmo della natura. Infatti, all’arrivo della tanto desiderata primavera, lo vediamo dirigersi verso casa felice, spensierato e soprattutto scalzo. I calzini, ormai inutili, giacciono abbandonati sulla staccionata del suo verdissimo prato.

La bellezza di questo libro risiede sicuramente nelle sue illustrazioni. Ad ogni pagina si aggiungono nuovi particolari come ad esempio la casetta e la mangiatoia per gli uccelli.

Un albo decisamente educativo adatto a bambini dai tre anni in su e perfetto per spiegare l’alternanza delle stagioni.

Attività per bambini da fare dopo la lettura del libro sulla primavera.

Per portare la primavera a casa vostra munitevi di un contenitore di vetro trasparente, mettete uno scottex all’interno e un po’ d’acqua sul fondo. A questo punto su un lato del contenitore, tra lo scottex ed il vetro, inserite delle lenticchie o dei fagioli secchi. Poi non dovrete far altro che aspettare che spuntino delle piantine, proprio come il protagonista del libro.

Mentre aspettate potreste anche cimentarvi nella creazione di una mangiatoia per gli uccelli. Se voleste imitare quella della illustrazione vi dovrete procurare un cartone del latte, dei rametti e del mangime per uccelli.

E poi…è primavera

Giulia Tiddens

Parasite: lo scontro tra classi che vince agli Oscar

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Il film vincitore degli Oscar 2020 ha sorpreso tutti: è Parasite del sudcoreano Bong Joon-ho

Gira da qualche tempo un meme in cui leggiamo: “Se il 2020 fosse la scena di un film” e sotto un fotogramma tratto dal film vincitore degli Oscar 2020, Parasite in cui si vedono i personaggi intenti a festeggiare un compleanno.

Chi ha già visto il film potrà capire il perché ed è probabile che sorriderà amaramente pensando “Cavolo, sì”, proprio come è successo a me.

Per chi non l’ha visto, non farò spoiler spiegando cosa succede, ma ne approfitto per darvi un consiglio: guardate Parasite. Approfittate della quarantena causata dal coronavirus per recuperare uno dei migliori film del 2019.

Parasite ha fatto tanto parlare di sé per essere stato il film vincitore degli Oscar 2020. È la prima pellicola in lingua non inglese ad aggiudicarsi questo premio, segnando un importante cambiamento nel panorama del cinema hollywoodiano. Oltre a essere premiato come miglior film, Parasite ha vinto anche nelle categorie di “miglior film straniero”, “miglior regista” e “miglior sceneggiatura originale”. Ma il regista Bong Joon-ho ha ottenuto per questo film altri importanti riconoscimenti, come la Palma d’Oro del Festival di Cannes e il Golden Globe come miglior film in lingua straniera.

Parasite: la trama del film

Devo essere onesta: andando al cinema, mi aspettavo di vedere un film muto, pieno di immagini simboliche, poetico, dal ritmo lento. Insomma, mi aspettavo un cinema più di nicchia, simile alle pellicole firmate da Kim Ki Duk. Invece, Parasite ha una storia e un modo di raccontarla molto classico e tradizionale. Attenzione, questo non lo rende banale!

Si parla dell’incontro di due famiglie provenienti da ambienti sociali opposti. Da una parte abbiamo la famiglia Kim che vive in un seminterrato sporco e claustrofobico e ogni giorno deve trovare il modo per racimolare qualche soldo e mangiare. Dall’altra, abbiamo la famiglia Park con la sua villa con giardino, elettrodomestici super tecnologici, domestici e hobby costosi.

Questi due mondi si incontrano quando il giovane Ki-woo, della famiglia Kim, trova lavoro come insegnante di inglese della primogenita Park. Venuto a sapere che i signori sono alla ricerca anche di altri professionisti a loro servizio, Ki-woo fa di tutto (ricorrendo anche all’inganno e calpestando un po’ di persone) per far impiegare anche sua sorella e i genitori, così da avere la possibilità di un lavoro fisso e ben retribuito. Ma le circostanze si complicano.

parasite-recensione
I due fratelli della famiglia Kim
(Foto gentilmente concesse dalla casa di distribuzione Academy Two)

Le tematiche del film Parasite

Il film vincitore dell’Oscar l’anno scorso, Green Book, aveva affrontato in maniera leggera ed emotivamente coinvolgente il tema del razzismo. Con Parasite si riporta sugli schermi un altro tema altrettanto importante: lo scontro tra classi sociali diverse. Quello che mi è subito venuto in mente, guardando il film è stata l’idea di Marx che l’andamento economico sia alla base di qualsiasi costruzione sociale e ideologica. Vedendo il film, la sensazione è che il famoso capitale sia ciò che plasma il carattere, gli obiettivi di vita, il modo di essere delle persone.

È un tema che, in qualche modo, troviamo nell’altro grande film protagonista degli Oscar e della stagione scorsa, ovvero Joker. Succede anche in Parasite. Sono mondi diversi in cui, però, si attivano logiche simili. Prima fra tutte: proteggere i propri simili. I Kim sono scaltri e possono apparire quasi “senza cuore”, egoisti, approfittatori. In realtà, sono lo specchio più genuino dell’umanità: un nucleo familiare unito che provvede a se stesso e alla sua sopravvivenza. Non c’è spazio per l’altruismo se non si riesce a tirare avanti. Una delle scene più tristi è probabilmente quella dell’incontro/scontro tra i Kim e i Gook, un’altra famiglia di umili condizioni. Non c’è pietà, non c’è comprensione, non c’è volontà di aiutarsi. Solo ricatti e violenza perché ciò che fa bene a te, può uccidere me.

Tutta questa violenza nasce dall’amore provato per i propri familiari. È questo sentimento genuino che muove i protagonisti. Tutti.

La famiglia Park vive nella sua nuvola di stravaganza, agio e comfort. Ha la sensibilità per capire i malesseri dei suoi membri, ma non per comprendere il disagio provocato dalla povertà. Ecco perché si mostrano vani e schizzinosi, anche nei momenti più impensabili. Colpisce molto la loro inconsapevolezza. Quella tipica non di chi non vuole vedere, ma di chi non ha assolutamente idea che ci sia qualcosa da vedere.

È forte l’accostamento di questi due mondi. Il film non dipinge solo un problema sociale sudcoreano, ma del mondo. Perché è l’economia a muoverlo e ce ne stiamo rendendo conto con gli avvenimenti della pandemia del Covid-19. Quindi, non è difficile credere che la ricchezza o la povertà siano in grado di determinare o influenzare la personalità o le filosofie di vita. Tra queste, non sorprende di certo l’idea di “improvvisare” e di vivere alla giornata di Ki-taek, il padre della famiglia Kim.

Il film vincitore dell’Oscar 2020 e i suoi generi

La bellezza di Parasite sta nel fatto che riesca ad alternare in maniera perfettamente equilibrata momenti di commedia al dramma. Ci sono scene di tensione, scene che vi metteranno angoscia, altre che vi faranno sorridere (se non ridere) e altre ancora che vi lasceranno senza parole. Le immagini sono curate e ogni cosa rappresentata trova il suo senso.

Le ambientazioni rispecchiano sempre l’andamento della storia. È interessante che la villa lussuosa dei Park, con i suoi spazi larghi e aperti , nasconda uno scantinato angusto, grigio, spoglio. Sembra la rappresentazione di una società composta da opposti che troppo spesso ignora ciò che è nascosto, che però è presente e cerca disperatamente di venire fuori.

Un film brutale che per molti sarà come uno schiaffo in faccia. Ma non per questo, da ignorare.

Se siete ancora titubanti sul vedere Parasite, il trailer potrebbe convincervi.

Federica Crisci

Le immagini sono state cortesemente fornite da AcademyTwo