L’Ufficiale e La Spia, Roman Polanski e l’Affare Dreyfus

L’Ufficiale e La Spia, Roman Polanski e l’Affare Dreyfus

Roman Polanski nel suo ultimo film vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia 2019 immerge le mani nel torbido Affare Dreyfus.

Quella raccontata ne L’Ufficiale e La Spia è una delle pagine più nere della storia repubblicana francese. Lo scandalo dell’Affare Dreyfus piagò la Francia per oltre una decade e divenne simbolo di una lotta politica. Ma ancor più ideologica, portando il Paese sull’orlo del collasso. In quello che è a tutti gli effetti un giallo con spettri che fanno eco alla contemporaneità, il regista polacco proietta il marciume di un’istituzione, arroccata su se stessa e su di un cameratismo che nell’odio trova il suo collante indissolubile.

Si rende necessario, a questo punto, delineare il contesto di ciò di cui parliamo. Ci troviamo allo scadere dell’ultimo decennio dell’800, in una Francia ancora ferita nell’orgoglio dalla sconfitta nella guerra franco-prussiana. I rapporti con la vicina Germania, eterna nemica, sono tesi e viziati da un continuo sospetto (da lì a poco la Prima Guerra Mondiale). La Terza Repubblica è un’istituzione traballante, dove l’esercito e la cultura della guerra ricoprono un ruolo cardine nello scacchiere interno. In questo clima di corruzione, alimentato anche da un profondo e radicato antisemitismo, scoppia il caso legato al capitano ebreo-francese Alfred Dreyfus (Louis Garrel).

Ufficiale d’artiglieria, Dreyfus viene accusato di alto tradimento in favore della Germania da indagini deviate che nelle origini ebraiche del capitano trovano un perfetto capro espiatorio. Ne L’Ufficiale e La Spia, scritto a quattro mani con Robert Harris (già autore dell’omonimo libro), Polanski ci ricorda il pestilente clima d’odio che aleggiava in Europa già trent’anni prima dell’ascesa del nazifascismo. E’ straniante (ma terribilmente attuale) il modo in cui l’atto discriminatorio venga presentato come un’affermazione congenita di principio. Lo stesso Georges Picquart (Jean Dujardin), l’ufficiale che fa da filo conduttore nella narrazione e porterà alla luce l’insabbiamento nei confronti di Dreyfus, ammette di non provare simpatia nei confronti della “razza eletta”. Ma la sua affermazione appare svuotata di significato, giustificata solo nel fatto che sembra dover essere così e non altrimenti. L’antisemitismo appare, quindi, in tutta la sua contraddizione, una  consuetudine, un tratto culturale acquisito e che non necessita di giustificazione.

Ad abitare nella figura di Picquart è, però, anche un’inossidabile etica del dovere.

L’ufficiale lo dice chiaramente in un confronto con lo spigoloso Dreyfus, vittima sì ma mai ricettacolo di pietà nei duri lineamenti di un eccellente Garrel. Difatti L’Ufficiale e La Spia è un film anche sul senso dell’onore e sulla concezione del servire in un’istituzione considerata sacra ed inattaccabile come l’esercito nella Francia della Belle Époque. Ci si interroga su quale sia il ruolo del sottoposto, su dove risieda il confine che separa il dovere morale dal dovere militare. E’ una domanda, questa, che si sviscera tra dossier e carte false, durante indagini che sembrano unire minuziosa filologia a lavoro da detective. La dualità fluisce nella pellicola come un torrente che qualifica e scolpisce la sua ragione nei volti e nei corpi, ora gonfi e decadenti, ora tonici e scattanti.

Il rigore stilistico che Polanski imprime al film, asciutto ed essenziale, modella la giustizia negli interpreti e negli ambienti. I suoi attori risaltano come delle splendide cere incarnanti gli ideali nel nome dei quali agiscono. Il lavoro di ricostruzione storica non tradisce nemmeno per un istante l’attenzione maniacale per il dettaglio, imprescindibile allo schiudersi di un’atmosfera sempre credibile e tangibile. Verso le ultime battute è emblema dell’intero film un duello ad arma bianca, deciso ancor prima del suo compiersi solamente osservando i due sfidanti. Nel suo svolgersi si suggella un tardivo tentativo d’espiazione di chi ha servito, sbagliando, ma pur sempre perseguendo una chiamata al dovere. Differente lo sguardo, spietato, che segue poco dopo, dove il dovere non si abbassa ad incrociare la spada contro chi, invece, come scopo ultimo ha posto il proprio interesse personale.

Polanski ci ricorda che «spesso da grandi storie nascono grandi film, e l’Affare Dreyfus è una storia eccezionale». Lo è eccezionale perché fa il decadente dipinto di un’intera epoca, coinvolge ogni strato sociale e si allunga, tristemente, fino a noi.

Senza ombra di dubbio ci sentiamo di affermare che L’Ufficiale e La Spia è una delle pellicole più valide e importanti di questo 2019. Non perdetelo per nessuna ragione.

Il film è nelle sale italiane dal 21 novembre.  

Alessio Zuccari

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui