Coronavirus, Carcere e Cultura. Intervista a Salvatore Ferraro

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La questione dell’importanza culturale in carcere è un argomento tornato in auge a seguito delle proteste dei detenuti di qualche settimana fa.

La cancellazione dei colloqui con i familiari a seguito delle misure restrittive dovute al COVID-19 è stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La notizia non è stata accolta adeguatamente e si è scatenata la ribellione che conta ad oggi 28 penitenziari coinvolti.

Questo ha portato la Procura di Milano ad aprire un’inchiesta facendo nuovamente emergere il caso mai chiuso del sovraffollamento e delle condizioni precarie di vita all’interno.

La cultura all’interno delle carceri italiane ai tempi dei Coronavirus, diversi risvolti di un unico problema

Tre C che sembrano non centrare nulla tra loro, eppure carcere, cultura e Coronavirus sono tre facce di uno stesso poligono. Qualche mese fa, abbiamo assisto ad una protesta nazionale e siamo qui a chiederci quanto c’è di non detto dietro quelle ribellioni e cosa nascondono.

La prima reazione concreta al problema si è avuta con la programmazione dello “sfollamento” del carcere di San Vittore da parte dell’amministrazione penitenziaria.

Allontanando la lente, però, si nota come il problema del sovraffollamento non è l’unica questione da risolvere: se è vero che l’art. 27 della Costituzione Italiana, afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, è altrettanto vero che ad oggi, non si va ancora totalmente in quella direzione.

Qual è la situazione nelle carceri italiane?

Ci sono carceri che potrebbero offrire maggiori opportunità di reinserimento e rieducazione ma che, per qualsivoglia ragione, vengono ridotte a quattro mura bianche.

Alcuni detenuti vorrebbero uscire da certe logiche legate al passato ma non vengono guidati in un percorso di tutela. Ne abbiamo parlato tempo fa nella recensione di Angela Patalano del film “Le ali della libertà“.

Quanto c’è di non detto dietro le proteste nelle carceri italiane di qualche mese fa

Per non parlare del ruolo che la cultura riveste oggi e del valore suo aggiunto.

La sua importanza all’interno del sistema penitenziario è stata ribadita nel documento conclusivo degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale del 18 Aprile 2016. Secondo quanto riportato, il tasso di recidiva dei detenuti sarebbe notevolmente inferiore fra coloro che hanno preso parte ad attività artistiche e culturali.

Come cita il Rapporto Bocconi-Icrios del 2017:

“La riduzione dei reati non arriva chiudendo un cancello ma aprendo allo studio”.

Qual è la posizione dell’Italia rispetto alle attività di cultura in carcere

L’Italia risulta capofila nello sviluppo delle attività culturali nelle carceri, però, in alcuni penitenziari, le stesse attività sono considerate mero mezzo di intrattenimento.

Purtroppo i casi di recidiva sono ancora elevati in Italia nonostante è risaputo che contaminare l’interno del carcere con l’ambiente esterno forma, istruisce e crea nuove coscienze critiche e giudicanti.

L’impatto della conoscenza e della cultura sul detenuto aumenta la consapevolezza del sé, migliora i rapporti con i familiari e gli stessi compagni di cella. Inoltre distende i rapporti con gli agenti della polizia penitenziaria e riduce l’isolamento e la solitudine.

L’offerta culturale deve far parte di un trattamento rieducativo proprio perché la cultura eleva lo spirito e dà speranza verso la costruzione di una nuova vita. 

Come viene vista dall’interno l’importanza della cultura nelle carceri italiane

Qualche giorno fa, ho avuto il piacere di ritrovare sui social network Salvatore e così ho approfittato per confrontarmi con lui su questo tema.

Salvatore Ferraro, giurista ed ex detenuto, cofondatore dell’associazione radicale Il detenuto ignoto, nonché animatore della rock-band e della compagnia teatrale di ex detenuti Persi per caso.

***

Salvatore, quanto è importante il ruolo che riveste la cultura all’interno di un istituto penitenziario?

La cultura è un universo di valori alternativi al reato, anzi, l’antitesi vera e propria.  

Sulla carta, quindi, dovrebbe rivestire un ruolo fondamentale. C’è, però, un problema: il carcere, per sua “natura”, concentra i detenuti, li raggruppa mettendoli in stretta, anzi strettissima, relazione tra di loro. Questo finisce per rafforzare e consolidare, in carcere, un solo tipo di cultura: quella criminale. In questo senso, se ci si ostina a conservare questo sistema punitivo che intende “risocializzare recludendo” sarà difficile, se non impossibile, costruire, intorno al detenuto, un ambiente culturale vero che riesca a prevalere su quello deviante. 

Il trattamento rieducativo, oggi, prevede un’offerta culturale all’interno degli istituti? Se sì, cosa nello specifico?

La prevede. Ogni istituto ha una dotazione di libri, una sala di lettura. Qualche penitenziario ha anche il teatro. Nelle carceri più “moderne” si tengono corsi di scrittura, di musica, di recitazione.  

Il problema è che in carcere la cultura viene considerata più come una concessione, un premio, non una prospettiva di sistema. Il fatto non deve meravigliare. Il carcere si nutre di stasi, di tempo che non scorre, di prevedibilità. Per il carcere, la cultura ci può essere ma solo se presa a piccole dosi. E questo è sbagliato.

La cultura deve essere solida e duratura costruzione, non mera distrazione. Se è vero che qualcuno in carcere, durante l’espiazione, ha maturato una scrittura, si è arricchito di buone letture, è perché ci è riuscito da solo. Ma sono eccezioni. Sono stati avviate azioni di volontariato che hanno messo in relazione persone libere e recluse; contatti umani con scambi proficui di esperienze ma di breve durata, palliative. 

La regola generale è che il detenuto rimane costretto a vivere la sua detenzione nella passività totale: inerzia,  degrado e interazione esclusiva con i propri compagni di reparto: l’esatto contrario, cioè, di quello che noi definiremmo “percorso culturale positivo”

Quali sono le reali difficoltà all’interno di un carcere se un detenuto volesse accrescere il suo bagaglio culturale (musica, teatro, lettura, studi universitari..)? Che bisogni ci sono?

La difficoltà principale nasce dalla legittima esigenza del carcere di dover sempre sorvegliare, controllare. A causa di ciò, in carcere, se vuoi accedere a un libro, a un’iniziativa culturale, devi sottoporti a un avvilente iter burocratico di autorizzazioni.  

Detto questo, in carcere si sono sviluppati anche buoni progetti. Però, il più delle volte, è mancato il coraggio di attuarli nel contesto più utile e significativo ossia fuori le mura, dentro la società. Il test decisivo per capire se il detenuto ha in concreto avviato un processo di responsabilizzazione e consapevolezza e se ha scelto di convivere con regole e valori positivi condivisi.

Discorso diverso per gli studi di tipo universitario, che richiedono solitudine, disciplina e continuità: lì si sono ottenuti ottimi risultati, grazie agli sforzi delle istituzioni, soprattutto con i detenuti con il fine pena molto lungo. 

La statistica ci dice che potenziare la mente, accrescere i saperi, studiare ma anche banalmente leggere e documentarsi, diminuisce i casi di recidiva.

Vista la tua esperienza, cosa consiglieresti per migliorare questo aspetto della qualità della vita di un detenuto? Quanto ancora potrebbe e dovrebbe fare lo Stato per supportarlo nella sua rieducazione, che ricordiamo, è il fine primo del carcere?

C’è una distinzione importante da fare.  Per la giustizia, in carcere ci sono detenuti giudicati non pericolosi (il 93% della popolazione detenuta) e, per questo, condannati a pene esigue e detenuti con un lungo fine pena. Per i secondi (il 7% della popolazione detenuta) si può fare tantissimo anche dentro le mura: il tempo “a disposizione” consentirebbe un lavoro culturale di consapevolezza, crescita, revisione del proprio passato.

La lettura, la scrittura, la musica, sono strumenti narrativi potenti di rimodulazione di certe priorità, di rilettura e riscrittura della propria vita e, grazie al “lungo tempo della pena”, potrebbe davvero attecchire nella struttura esistenziale dell’individuo, nonostante la natura tendenzialmente infeconda della condizione intramuraria.

E per quelli meno pericolosi?

Per quelli dichiarati non pericolosi esiste una prospettiva utile e praticabile: quella indicata anche nel mio saggio “La Pena visibile”. Bisogna collocare i condannati in contesti culturali nuovi, dentro la società, eludendo subito il contatto con quella criminale presente in carcere.

Permettere a quei condannati, con le dovute restrizioni di orari e di movimento, di confrontarsi (relazionarsi) quotidianamente e attivamente con un nuovo sistema di valori, di scenari, con nuove e variegate realtà. Consentirgli di essere attivi, fattivi e di ripagare concretamente la società.  

Credo nello shock culturale di una società che accoglie i “sanzionati” nella propria cerchia di valori, esperienze, orizzonti variegati. La monocultura criminale la distruggi così: contaminandola con la creatività e le prospettive di scenari e futuri diversi possibili.

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Dopo questa piacevole conversazione con Salvatore non posso non pensare alle parole di Dostoevskij:

“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni.”

Francesca Sorge

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