“L’Immortale”: l’opera prima di Marco d’Amore, inno al cinema ed al teatro

L'Immortale

Il film “L’Immortale” nelle sale cinematografiche italiane dal 5 dicembre è già un successo.

C’era sicuramente da aspettarselo, se consideriamo già la regia di alcune delle puntate della serie Sky “Gomorra 4” (dirette proprio da Marco d’Amore).

Regista e attore protagonista nei panni di Ciro Di Marzio, Marco d’Amore eccelle sia in una che nell’altra veste. Per gli appassionati della serie “Gomorra” (ammetto di essere una fan accanita, non mi sono persa infatti una singola puntata, e non aspettavo altro che l’uscita di questo film), “L’Immortale” non è né uno spin-off né un prequel, ma semplicemente un anello di congiunzione e di narrazione fondamentale per lo spettatore.
D’Amore sceglie la tecnica dei flash back, per farci rivivere l’infanzia di Ciro Di Marzio (il bambino del film è incredibilmente somigliante al personaggio adulto, ed è interpretato dall’esordiente Giuseppe Aiello).

Tutto inizia con la scena finale dell’ultimo episodio di Gomorra 3: quella che è difficile dimenticare (per mille motivi diversi che non stiamo qui a ricordare!), in cui Ciro viene sparato dal suo amico fraterno Genny Savastano, e si fa inghiottire dalle profondità del Golfo di Napoli.

Si passa poi subito ad un ricordo del passato del protagonista: il terremoto del 1980 (fatto storico realmente accaduto nella città di Napoli), in cui Ciro sopravvive (ancora bimbo in fasce) a tutto e a tutti (come dirà la stessa voce fuori campo:

Quando ero piccolo e stavo all’orfanotrofio, sai che mi dicevano le suore? Il terremoto è volere di Dio, fa bene alla terra. Come quando una persona sta male e accumula, accumula: o si libera e sfoga… o muore”.

Ma Ciro, Cirù, non muore. Anzi. Resiste, sopravvive, non ha paura di nulla. Da lì l’appellativo di “L’Immortale”, già da bambino. Rivivendo i ricordi dell’infanzia del piccolo Cirù non possiamo non ammirare la bellezza autentica, naturale, spontanea ed immediata della Napoli anni ’80: con i suoi vizi e le sue virtù, con i suoi personaggi puri che vengono contrapposti a quelli più istrionici e caratteristici, quasi portati all’esagerazione in alcuni casi.

Quello che più colpisce è la bellezza delle immagini, la loro centratura assordante, la loro perfezione visiva salta subito agli occhi! Questo è il carattere distintivo del film. Altro elemento che merita un plauso è la colonna sonora (già presente nel corso dei vari episodi della serie tv). Si percepiscono la cura e l’attenzione del regista ai minimi dettagli.

D’Amore non fa mistero della sua esperienza teatrale. Diplomatosi nel 2004 alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, subito dopo lavora con Toni Servillo con “La trilogia della villeggiatura”. Il suo imprinting teatrale caratterizza l’intera azione da regista: è come trovarsi davanti ad un palcoscenico. Alcune scene trasudano letteralmente di teatralità. In particolar modo l’ultima (senza fare nessun tipo di spoiler), è incredibilmente teatrale.

Bravo Marco, Bravo Ciro, e… restiamo in attesa della 5° stagione di Gomorra – la serie!

Serena Cospito

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