Furore, la crisi del migrare di Massimo Popolizio

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Dopo il successo di Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, Massimo Popolizio torna al Teatro Argentina di Roma con un altro classico, ma stavolta della letteratura americana, quale Furore di John Steinbeck, in scena fino al 30 maggio.

Una lettura, niente altro. Su un palco diviso in quattro. Alla sinistra del pubblico, un palchetto con pile di giornali e una scrivania con una macchina da scrivere ed una sedia. Sulla destra una batteria, dove Giovanni Lo Cascio (unico a fare compagnia in scena all’attore genovese) non solo suona e dona alla lettura un’atmosfera, ma esegue anche dei piccoli rumori con strumenti e vari oggetti, senza mai fiatare. Lo sfondo cambia di volta in volta, grazie a delle proiezioni che ci cullano e ci aiutano nell’immaginare il dramma raccontato.

Al centro di tutto, il leggio dove Popolizio racconta alcuni pezzi tratti dall’opera che fece vincere il Pulitzer all’autore americano.

La storia di Steinbeck ci racconta le tragedie della famiglia Joad che si vede costretta, nel 1939, ad emigrare dall’Oklahoma alla California. Fame, lavoro malpagato, ingiustizie, cataclismi e mancanza di solidarietà terranno compagnia a tutti i componenti, dal momento dell’abbandono della propria fattoria a ben dopo l’arrivo nella terra delle “nuove speranze”. Il romanzo nacque da una raccolta di articoli che l’autore fece tra il 1939 e il 1940, per conto del San Francisco News, che gli chiese di documentare le condizioni di vita di quanti dall’est degli Stati Uniti d’America passavano all’Ovest.

Prendendo spunto da questo principio, lo spettacolo di Popolizio non vuole raccontarci la storia e le vicende dei Joad.

Le parole scelte dall’attore-regista sono così ben scelte e così ben allineate nel loro collage, da donarci una specie di reportage.

Ci narra infatti la parte più giornalistica e descrittiva di questa tragedia generazionale, facendoci immergere in un racconto che, se non fosse per le immagini d’epoca proiettate che indirizzano ad un periodo storico preciso, ha l’aria di essere quasi…contemporaneo. Come una tempesta di sabbia che ricopre le coltivazioni, la sete di possesso da parte del mondo Finanziario e Burocratico rende aridi le menti e i cuori di chi vi lavora all’interno, con una conseguente assenza di empatia per chi subisce o sta perdendo tutto.

A ricoprire il palco, la terra.

La terra che dovrebbe donare raccolti e non ci riesce. La terra che genera polvere, sia quando leggendo le si dà un leggero colpo con il piede, sia quando si passa per l’interminabile Route 66. La terra che decide se restituire le lacrime con un’inondazione o accettare lo sfiancante lavoro delle braccia.

Inutile parlare di Popolizio. Maestro nella voce, è a suo agio nell’interpretare la vasta ed epica storia dei migranti americani. Intenso, rabbioso, malinconico, stanco, in cerca di pietà e menefreghista: tutto in lui, tutto grazie a lui.

Incomprensibili invece alcune scelte registiche. Il finale (senza anticipare ovviamente nulla) ci racconta di personaggi precisi, con tanto di nomi. Chi ha letto il libro, ben sa di chi si sta parlando. Chi invece non ha avuto l’occasione, si perde nel capire se le storie narrate sono collegate a quanto detto prima oppure (anche più pericoloso) si distrae cercando di ricordare se questi nomi sono stati o meno fatti: un peccato.

Lo spettacolo comunque è bello, coinvolgente e lascia uno splendido messaggio. 4 stelle su 5.

Francesco Fario

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