Black Panther, anche la Marvel scopre il mondo reale

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Wakanda non esiste, questo è chiaro. Come non esiste uno pseudo-paese del terzo mondo che in realtà possiede una tecnologia così avanzata da poter costruire astronavi. Eppure, il mondo che circonda Wakanda esiste eccome.

È singolare, quanto paradossalmente giusto, che nel canone Marvel a Thor: Ragnarok, forse il punto più esagerato e volutamente ridicolo, sia seguito adesso Black Panther, il cui centro di gravità sono i problemi del mondo reale. Certo, è lampante che rimanere sulla medesima strada di quel Thor, oppure provare a far di più, avrebbe voluto dire chiamare Neri Parenti alla regia. Ma a prescindere dai paragoni Black Panther riesce a smarcarsi autonomamente da tutto il resto. Senza richiami forzati al resto dei personaggi o della storia dell’universo Marvel (fortunatamente), senza camei che avrebbero distratto (menomale), frenando e limitando al massimo l’umorismo infantile a cui questi film ci hanno abituato (grazie al cielo), Black Panther è il primo capitolo del canone Marvel che sembra finalmente un film, e non una storiella innocua fatta per piacere al più ampio numero di persone, e basta.

In America questo film sarà giudicato, indubbiamente ed inevitabilmente, come il trionfo della diversità. Un merito comunque, ci mancherebbe. Un blockbuster con un supereroe africano, circondato da un cast interamente all black, scritto e diretto da un regista afroamericano. Sicuramente è una bellissima novità e un grandioso traguardo. Noi però che stiamo dall’altra parte dell’oceano, e questi problemi non li viviamo in prima persona (anche se ultimamente la cronaca cerca di farsi sentire..), possiamo giudicare il film per altro. Pertanto per noi il trionfo di Black Panther non è la sua inclusività, quanto la sua scelta di avere i piedi per terra. La sua consapevolezza di avere il potere, per quanto questi film vengono visti e incassano, di poter comunicare e raggiungere milioni di persone.

Allora Black Panther è il primissimo film Marvel che abbandona il semplice divertimento e sceglie un tema, finalmente. Ha qualcosa da dire, da indagare, esplorare ponendo addirittura quesiti.

Non lo fa in maniera rivoluzionaria, c’è da premettere. Il film nella struttura e nello svolgimento è un cinefumetto assolutamente classico. Presenta, anzi, un protagonista assolutamente insipido e zero carismatico, e si conclude con l’ennesimo terzo atto confuso da festa del CGI (anche di dubbia qualità estetica, oltretutto). Ma la rivoluzione di Black Panther è ricordarsi il potere sconfinato del cinema come mezzo di propaganda. Nell’universo Marvel, in cui la risata è la norma, l’essere un attimo seri diventa stupefacente.

E così abbiamo un villain enormemente affascinante che uccide senza rimorso, brama la distruzione, manipola e prepara schemi ma al tempo stesso propone come punto di partenza cose giuste. Dall’altra parte abbiamo i buoni, bravissime persone sulle quali si presume vada il nostro appoggio emotivo, che si rivelano essere degli isolazionisti, chiusi all’esterno e rimasti a guardare lo schiavismo e le segregazioni dei fratelli neri. Un conflitto in cui giusto e sbagliato si confondono raccontando problemi del mondo nel quale viviamo quotidianamente, fatto di muri, paura dello straniero, chiusure e menefreghismo. Tutto ciò immerso nei colori, nei costumi, nelle scenografie della cultura africana che danno a tali pensieri un’atmosfera sempre più reale, sempre più veramente umana.

Alla dose di divertimento tipica dei blockbuster, rimasto intatto, la Marvel sostituisce un tentativo di complessità al suo umorismo demenziale. Non solo non è poco, ma è quasi doveroso, un risultato sudatissimo e attesissimo. Per tanti in America Black Panther sarà più di un film, sarà un simbolo: è giusto se ne siano accorti e lo abbiano degnamente sfruttato.

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Emanuele D’Aniello 

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

2 Commenti

  1. Ok, è veramente interessante notare come in Italia si cerchi sempre di dimenticare che ci sono almeno 5 milioni di stranieri e che ormai le grandi città quali Roma (dove io e la mia famiglia composta da mamma proveniente dal Malawi, papà italiano e noi due figlie) siano oramai alquanto multietniche- a meno che non si stia facendo propaganda elettorale contro “l’ invasione” (nel qual caso i numeri vengono esagerati al rialzo ovviamente). Non sono d’accordo sul fatto che da questa parte dell’oceano l’importanza della rappresentazione delle minoranze etniche non sia sentita. Ieri mi sono recata al cinema a vedere Black Panther insieme a mia mamma e alla mia sorellina perchè è il film che più attendevo proprio perchè il cast è all-black. Il film è bellissimo di suo ma per le comunità black di tutto il mondo rappresenta una pietra miliare ed è per questo che tutti noi siamo andati e andremo a vederlo in massa e ne faremo uno dei maggiori successi cinematografici dell’anno.

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