Dieci piccoli indiani… e rimase un grande successo

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

In scena al Teatro Quirino-Vittorio Gassman, dal 9 al 21 gennaio, Dieci piccoli indiani… e non ne rimase nessuno, due atti di Agatha Christie, per la regia di Ricard Reguant.

Il sogno di ogni lettore è quello di vedere le storie che amano prendere vita davanti ai loro occhi. La realizzazione di adattamenti teatrali o cinematografici di un libro è sempre motivo di gioia e dubbio. Gioia perché alle parole si uniranno immagini (reali, non frutto dell’immaginazione). Dubbio perché ognuno si è costruito una propria idea del romanzo e non vuole vederla tradita. Così come non vuole che siano tradite le emozioni provate durante la lettura o il cuore del testo. Quando si tratta di una delle storie più amate del secolo scorso, i rischi sono ancora più grandi. Ma più grande potrebbe essere anche il successo.

Dieci piccoli indiani è probabilmente il romanzo più noto della regina del giallo, Agatha Christie. Pubblicato nel 1939, occupa l’undicesimo posto nella classifica dei best-seller con più incassi della storia. Merito di una trama avvincente, della presenza di temi universali, quali la giustizia e il senso di colpa, e di uno stile che incolla il lettore alle pagine tenendolo sempre con il fiato sospeso.

Fu la stessa autrice a volere e a occuparsi della versione teatrale nel 1943, ottenendo un grandissimo successo anche a Broadway.

Oggi, arriva nella capitale il nuovo allestimento dello spettacolo firmato dal regista spagnolo Ricard Reguant che riprende il testo della Christie con una piccola modifica (autorizzata dalla Agatha Christie limited). Questa modifica riguarda il finale, poiché sostituisce al lieto fine, pensato dall’autrice per l’adattamento teatrale, la versione originale presente nel romanzo. In questo modo, la messa in scena risulta ancora di più fedele al libro e lo spettatore può ritrovare in pieno quell’atmosfera di tensione provata nella lettura.

dieci piccoli indiani

La scena si apre sulla sala principale di una dimora di lusso, situata su una piccola isola disabitata e poco collegata con la terraferma. Nonostante l’ambiente sia maestoso, elegante e monocromatico (i colori prevalenti sono il bianco e il nero), lo sguardo viene subito catturato dalla colonna centrale su cui è incisa la poesia dei dieci piccoli indiani (“soldatini” nella versione teatrale). Si tratta di una filastrocca in cui l’infantilità dello stile si mescola con un contenuto piuttosto macabro; si racconta, infatti, della morte di tutti i dieci piccoli indiani, ad uno ad uno, per cause diverse.

Nella villa arrivano dieci persone: otto ospiti e due servitori. Nessuno di loro si conosce, ma tutti sono stati invitati dai misteriosi proprietari della casa che, però, non si presentano all’appuntamento. Improvvisamente, durante la cena, una voce registrata accusa ciascuno dei presenti di aver commesso dei delitti non puniti dalla giustizia. Poco dopo, muore uno degli ospiti. Ed è solo il primo. Inizia una lunga catena di decessi misteriosi che non fanno altro che seguire quanto scritto dalla poesia. Gli ospiti, sconcertati, arrivano a una scioccante deduzione: tra di loro c’è un assassino che ha deciso di erigersi a vendicatore.

Se il primo atto dello spettacolo serve a presentare i singoli personaggi, la situazione e ad entrare nell’atmosfera, il secondo dà il via all’azione.

Uno dopo l’altro si consumano gli omicidi. E mentre il numero dei “piccoli indiani” decresce, aumenta l’inquietudine dello spettatore, frustrato dall’apparente impossibilità di identificare il colpevole. Belle le soluzioni registiche trovate per presentare le uccisioni. Sicuramente vincente l’idea di far ascoltare la filastrocca cantata dalla voce di bambini all’inizio dello spettacolo e al verificarsi di ciascuna morte. D’altra parte, ce lo ha insegnato Dario Argento con Profondo Rosso, non c’è niente di più conturbante di ninna nanne o canzoni cantate dai bambini.

L’infanzia indica allo stesso tempo purezza e immaturità. Quando si è bambini c’è poco controllo, si è più istintivi. L’istinto e l’irrazionalità sono le emozioni che stanno dietro alle azioni dell’assassino/a, animato/a da una malsana ossessione per la giustizia. Il suo spiccato senso morale lo/a porta a giocare con i nervi dei personaggi che, tra sensi di colpa e istinto di sopravvivenza, saranno chiamati a rispondere delle loro azioni passate.

“I dieci piccoli indiani bloccati nell’isola sono vittime o assassini?” si chiede il regista dello spettacolo.

La risposta spontanea per chi guarda è: sono tutte e due le cose. A dispetto di quanto sembrerebbero suggerire le tonalità cromatiche della scena, non si è o bianchi o neri. Non si può parlare solo di “giusto” e “sbagliato”. La giustizia attuata nella villa è crudele nella sua esecuzione. Nonostante i loro crimini, i personaggi che vediamo in scena ci sembrano (e sono) degli esseri umani come tanti altri. Sicuramente non i migliori esempi di virtù e moralità, ma uomini e donne con i loro difetti e le loro contraddizioni.

dieci piccoli indiani

Lo spettacolo di Reguant è tradizionale. I momenti di tensione sono ben costruiti grazie all’aiuto di luci e suono, ma giustamente bilanciati con battute ironiche e comiche che servono a smorzare il tono drammatico. Le interpretazioni degli attori sono notevoli, vere, sentite. Non c’è dubbio che questa rappresentazione classica sia il giusto corrispettivo di un classico del giallo letterario.

Da non perdere e… dopo averlo visto, cercate di non dormire da soli!

 

Federica Crisci

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