“Fedeltà” su Netflix, una serie tirata su a pane e stereotipi

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“Fedeltà” su Netflix è uno stereotipo che cammina. C’era l’occasione di non rovinare un bel romanzo con l’ennesima serie: l’abbiamo persa.

Fedeltà era un bel romanzo, un bellissimo romanzo di Marco Missiroli uscito nel 2019 e vincitore del premio Strega. Riusciva nell’incredibile missione di parlare di un tema enorme, quello della fedeltà. Ma che missione è, direte voi, quella di parlare di una parola così abusata: di fedeltà e infedeltà parlano tutti, dal portiere sotto casa, al massimo pensatore che si vanta di usare parole difficili ma che dice più o meno le stesse cose del portiere sotto casa.

Su una tematica vicina umanamente a molti, si è detto tutto. Che il tutto si sia detto molto male è poi un altro paio di maniche. Ma il punto è proprio questo: era stato detto tutto, in tutti i modi possibili. Almeno fino al romanzo del Missiroli, acqua freschissima: la sua missione è stata quella di non confondere la sua voce con le sfocate altre. La domanda, finissima, su cui l’intero romanzo si reggeva in piedi era la seguente: la fedeltà, all’interno di una coppia, si deve a noi stessi o all’altro? La penna dell’autore era riuscita a danzare elegantissima lungo la trama, senza infangarsi in retoriche conosciute.

Tutto perfetto, tutto molto bello, se non fosse arrivata l’ennesima serie Netflix a banchettare sulle carni di un quasi-capolavoro, facendone uno scempio enorme. Mettiamoci in testa una cosa: non tutto quel che è scritto, se portato in immagini, rende alla stessa maniera. Capito, signor Netflix?

La trama (senza spoiler)

Margherita e Carlo si vogliono un gran bene, su questo non ci piove. Lei agente immobiliare, in realtà architetto che non ha trovato nient’altro, lui scrittore e professore di scrittura creativa. Poi accade l’irreparabile: lui viene visto mentre soccorre una sua alunna. Nel bagno…soccorre. Solo che per soccorrerla, diciamo che gli si fa un pelino troppo vicino e quella che era una caritatevole opera di caritatevole soccorso, viene fraintesa. Al rettore dell’università i due diretti interessati spiegano che in realtà non è che sia successo nulla, si è trattato di un malinteso.

E così viene chiamato anche tra Margherita e Carlo, malinteso. Un malinteso che lentamente fa franare la coppia, in una sorta di profezia che si auto-avvera, un cane che si morde la coda. Margherita e Carlo non si vogliono più un gran bene, su questo non ci piove. Lui comincia a guardare con occhi diversi questa sua alunna un po’ bohemian, un po’ particolare, un po’ inquieta e, guarda caso, super talentuosa e lei, prima impazzita di gelosia, decide di farsi lenire le pene del marito ormai sicuramente traditore dal fisioterapista bell’imbusto che la sera, per arrotondare, partecipa ad incontri di pugilato illegali (No davvero, va proprio così)

E così mentre il felice quartetto decreta la fine di una coppia, all’apparenza priva di tarli, la serie giunge faticosamente all’ultimo episodio. Che poi, questo ultimo episodio, è un po’ difficile dire come finisca: non perché sia pieno di colpi di scena e sia faticoso da riassumere. No, proprio non si capisce: guardatelo e vedete se lo capite voi. E se lo capite, dite se non ci rimanete un po’ perplessi.

Il libro evita le retoriche, la serie le prende in pieno come pali in faccia

Se c’era una cosa che il libro riusciva a fare, tra le altre, era evitare- pur aggirandosi in un territorio pericoloso- le retoriche banali e noiose, vale a dire gli stereotipi. Ma quel che riesce a uno non è detto che debba riuscire necessariamente a tutti: e infatti alla serie, la magica opera di evitamento dello stereotipo fallisce miseramente. E non solo fallisce ma mostra un singolare accanimento nel fallire: vogliamo dire, anche nell’errore qualcosa di buono capita: assolutamente no. Tutti gli stereotipi che era possibile che si prendessero, sono stati presi. Non ne abbiamo saltato uno, neppure per sbaglio.

Lo scrittore con il famigerato blocco a metà del suo grande romanzo, l’uomo in preda ad una sorta di crisi di mezza età che si perde per la bella ventenne un po’ maledetta e talentuosa. L’alunna silenziosa e tormentata che cerca nel professore la sua grande realizzazione oltre a prendersi, per il suddetto, che poi sarebbe anche lo scrittore bloccato, una cotta di notevoli dimensioni. Il padre influente che non apprezza il figlio scrittore, la moglie tradita che tradisce con il fisioterapista- peggio c’era solo l’idraulico.

Insomma, se volete divertirvi, tra le puntate andante a caccia di luoghi comuni. Quanti ne riuscite a trovare?

L’unica rappresentazione riuscita è quella della gelosia

L’unica cosa di uno schiacciante realismo che la serie riesce a disegnare e, soprattutto, a far provare allo spettatore sono i meccanismi del tarlo-gelosia. Quando Carlo viene visto con la studentessa nei bagni, la scena è solo evocata tramite i racconti dei due. Noi immaginiamo solamente, siamo noi che scegliamo di credere una cosa, piuttosto che un’altra.

Potenzialmente siamo resi parte attiva della serie, diventiamo un personaggio. Come personaggio quindi scegliamo la nostra strada: a seconda delle scelte che faremo, le parole dei personaggi e i diversi accadimenti verranno visti sotto una luce diversa. Nulla è chiaro, evidente: tutto dipende da come i nostri occhi guardano.

Viviamo il dramma di lui o di lei, a seconda del nostro sentire. Messi in queste condizioni, siamo persino in grado di sentire instaurarsi il meccanismo che un geloso prova all’insorgere del suo dubbio: così ci appare sorprendentemente coerente quando Margherita precipita nel vortice ossessivo del controllo, quasi riusciamo a…sentirla. Guardandola sotto questo punto di vista, la serie riesce perfettamente a dare quella sensazione che il libro stesso dava.

Serena Garofalo

IL VOTO DEL PUSHER
Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Area tecnica (trucco, costumi, luci, effetti speciali)
Figlia di Partenope e degli anni 2000, scribacchina ambulante, studentessa di Lettere per folle amore

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