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Book sharing: cambiare il mondo un libro alla volta

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Scambiare figurine o francobolli è pratica comune ma scambiare libri è diverso: spalanca nuovi mondi, anzi li crea, perfino li cambia.

“Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce la scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce la scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.” 

Prendete questa citazione, erroneamente attribuita a George Bernard Shaw e sostituite la parola “libro” alla parola “idea”. Due libri ma anche due idee: voilà, la rivoluzione culturale è servita.

Sharing come “sharing economy”, il nuovo modello di economia collaborativa destinata a ridisegnare le dinamiche di consumo attuali nell’intento di promuovere comportamenti etici volti a preservare le risorse umane e a valorizzare le relazioni sociali.

È interessante osservare come la nostra lingua abbia conservato l’etimo inglese, lingua questa profondamente ricca di interconnessioni e densa di significati a dispetto di quanto comunemente si creda (“l’inglese è facile, l’inglese ha pochi vocaboli”, dicono). Non esiste infatti in italiano nessun vocabolo che racchiuda al tempo stesso il significato di “scambio” e di “condivisione”: il primo presuppone una cessione reciproca, il secondo una messa in comune. Con il book sharing avvengono entrambe le cose: i libri cambiano di proprietario (il mio libro diventa il tuo o i vostri, e viceversa) senza per questo andare perso completamente.

Come Peter Kien, il protagonista del romanzo Auto da fé di Elias Canetti convinto di riuscire a stipare i migliaia di volumi della sua biblioteca nella sua…testa, così non è sbagliato pensare che ogni libro che leggiamo diventi parte di noi, materia delle nostre cellule neuronali, sostrato di sogni, emozioni e sentimenti, al pari delle persone che incontriamo e delle esperienze che viviamo.

Come funziona il book sharing?

Basta recarsi presso un punto di scambio: un tavolino, una mensola, una sedia in locali aperti al pubblico, non solo biblioteche ma ospedali, bar, circoli sportivi. Osservi i libri a disposizione, ne scruti le copertine, leggi i titoli, sfogli le pagine, alla ricerca di un segno- una frase, una nota, un asterisco- che ti convinca a fare lo scambio. Prendi il libro che ti piace e ne lasci un altro. Il tutto gratuitamente.

Ebbene, un baratto, uno scambio, un prestito, vi chiederete, dove si trova la svolta rivoluzionaria? Lasciate che vi spieghi. Scambiare figurine o francobolli è pratica comune ma scambiare libri è diverso: spalanca nuovi mondi, anzi li crea, perfino li cambia.

Cambiare il mondo un libro alla volta

Cambiare il mondo un libro alla volta” è il motto della più importante realtà di book sharing digitale del nostro Paese: Acciobooks. Fondato nel 2014 dalla allora ventiseienne Gloria Pozzoli, oggi il database conta più di 80.000 libri. Ogni utente crea una propria libreria virtuale con i titoli dei libri che desidera scambiare, poi scandaglia il sito alla ricerca dei libri di proprio interesse, consultando le liste degli altri utenti. I punti-chiave del progetto (che ha anche un suo manifesto) sono i seguenti:

1.la convinzione che il web sia il terreno fertile per la crescita della cultura

2.la certezza che i libri possano salvare la vita

3.e che quindi debbano essere lasciati liberi di viaggiare.

Book sharing per riappropriarsi del tempo

Il vantaggio insito nell’utilizzo del portale di book sharing è, oltre a quello di offrire agli utenti un database ampio e in continuo aggiornamento, la possibilità di effettuare scambi letterari senza recarsi fisicamente presso il punto di raccolta, con notevole risparmio di tempo. Perché nella società dei consumi, nella quale ogni cosa ha un’etichetta ed un prezzo, solo il tempo sfugge ad ogni sorta di misurazione economica ed il tempo, solo il tempo, è l’unica cosa che nessuna somma di denaro può acquistare e di cui ogni individuo avverte perennemente la mancanza cronica. A proposito di tempo per leggere, scrive Daniel Pennac nello splendido saggio “Come un romanzo”:

Il tempo per leggere è sempre tempo rubato, come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare. Rubato a cosa? Diciamo, al dovere di vivere. È forse questa la ragione per cui la metropolitana – assennato simbolo del suddetto vivere – finisce per essere la più grande biblioteca del mondo. Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi mai si arrischierebbe? Chi ha tempo di essere innamorato?”

Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, perfino da te stesso” scrive ancora Pennac, sintetizzando con una semplice frase la sua ferma convinzione nel potere salvifico dei libri. Arriviamo dunque all’altro grande vantaggio del book sharing, spesso sottovalutato.

Avete mai pensato ad un libro come a una medicina?

I libri che curano

Ella Berthoud e Susan Elderkin, autrici di “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno”, si spingono oltre l’idea di un mero sollievo spirituale proveniente dalla letteratura. Senza fare distinzione tra malanni fisici e malesseri psicologici, le due autrici affermano che si può curare tutto ma proprio tutto con i libri: il cuore spezzato con Emily Brontë e il mal d’amore con Fenoglio, l’arroganza con Jane Austen e il mal di testa con Hemingway, l’impotenza con Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, i reumatismi con il Marcovaldo di Italo Calvino, o invece ci si può concedere un massaggio con Murakami.

Molto si è scritto e si continuerà a scrivere sull’importanza dell’istruzione per il progresso del singolo e della collettività e sugli effetti di un maggior livello di istruzione sul benessere di una società. Ma un libro è anche un amico, può salvare un individuo in un momento particolarmente difficile della sua esistenza. Il romanzo giusto letto al momento giusto è in grado di imprimere alla nostra esistenza una svolta inaspettata perché un’idea è come un albero, mette radici e cresce solido portando i suoi frutti.

Così inaspettati sono gli esiti delle idee contenute in un libro- romanzo o saggio, raccolta di poesie, a questo punto poco importa- che possono attecchire subitaneamente e cambiare il nostro mondo interiore, risolvere un dubbio, sollevarci da una pena, salvarci.

Il book sharing può davvero fare la differenza.

Federica Forte

Finalmente il nostro “Zero il Folle” è tornato

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Un grande ritorno per Renato Zero con il suo album “Zero il Folle”

Esce il 4 ottobre il nuovo e atteso album di Renato Zero dal titolo “Zero il Folle”. Ce lo presenta proprio lui nel giorno del suo 69esimo compleanno, lunedì 30 settembre con una diretta social dall’ Auditorium Parco della Musica. renato zero tour 2019

Annunciato da Federica Gentile, esce con il suo look piuttosto sobrio, rispetto a come siamo abituati a vederlo. Fa eccezione solo il suo stravagante cappello e gli occhiali da sole rigorosamente neri con qualche strass. Un look total black, come al solito per il cantante romano. Sullo sfondo, dietro di lui ci sono le 4 copertine dell’album, che lo vedono ritratto nei modi più bizzarri: come una geisha, come un fauno, come una fata turchina e come una divinità indiana.

Foto a cura dell’ufficio stampa Parole e Dintorni.

Zero fa riferimento alla mancanza di uomini sulla terra. Forse questa rappresentazione di se stesso sta a significare che in lui sono racchiusi proprio i principi fondamentali dell’essere uomo. Perché in fondo esserlo non vuol dire altro che essere umani.

Renato offre la semplicità come chiave per affrontare tutte le cose della vita, dalla prova più dura alla più banale.

Essere semplici, forse è la prova più dura per un uomo: mantenere integra la propria libertà, essere se stessi e incarnare il numero Zero alle volte può sembrare così bizzarro agli occhi della gente comune da risultare Folle, proprio come il titolo del suo splendido e nuovo album.

Un disco da riscoprire, da assaporare e gustare, un brano alla volta. Da riscoprire perché in tutti i dischi dell’autore romano, riscopriamo un po’ di noi, è come se ad ogni canzone ci lasciassimo andare, ci liberassimo dalle nostre paure, dai nostri timori e da tutti i pregiudizi che la società in cui viviamo ci impone.

I temi affrontati nell’album sono molteplici: dall’ecologia all’aborto, dall’amore alla religione. L’unica costante che è sempre presente negli album di Renato Zero è il crocifiggere e mettere all’angolino i moralisti e i finti perbenisti.

A contribuire alla scenografia dell’evento ovviamente c’è Renato Zero, grande trasformista da sempre.

Inizia l’ascolto dell’album e la sala stampa scoppia in applauso generale…

La prima canzone, bellissima, tra l’altro “Mai più da soli” recita:

“Godiamo immaginando che quel contatto possa rendere.”

Quì un chiaro riferimento, con una leggera vena critica, all’ambito dei social network: non manca un riferimento ad una delle più note influencer del mondo del web e della moda italiana e mondiale, sbagliandone appositamente il nome…

Non manca nemmeno un amaro riferimento all’attuale sindaca di Roma:

“Manco le strade che dovrebbero pulì c’avemo più…”

Il secondo brano “Viaggia” è un invito al viaggio, al vivere appieno la gioventù e all’esplorazione della natura.

Ed è giunta l’ora del terzo brano “La culla è vuota”. Qui la melodia cambia. Riconosciamo i ritmi e le allusioni del nostro Renato.

Nel quarto brano Zero ci ricorda che “Un uomo è”…quando gli va.

Il quinto pezzo “Tutti sospesi” è la canzone più introspettiva… il cantante si rivela:

“Vorrei vederti qui al mio fianco”

Renato zero tour 2019

Zero Il Folle

Arriva l’immancabile dichiarazione d’amore “Quanto ti amo”, il brano numero 6 che è una bellissima poesia, una dedica struggente.

Il brano numero 7, a metà percorso, si intitola “Che fretta c’è”. E’ un ritratto della condizione umana realistico e veritiero. La società viene descritta come solo il poeta sa fare, senza giudizio. Egli semplicemente: racconta.

Segue una canzone/provocazione, è la volta di “Ufficio Reclami”, il brano numero 8. Si tratta di un gioco, quasi una presa in giro nei confronti dei più bigotti. Il sesso viene descritto, e la penitenza è per chi va oltre.

La traccia numero 9 è “Questi anni miei”,  l’immancabile canzone sul tema del tempo che trascorre e degli anni che passano, spesso trattato da Zero. Senza dubbio è questa la canzone che più mi ha emozionato e che mi è piaciuta di più di tutto l’album, suscitando in me ricordi meravigliosi.

La track number ten è “Figli tuoi”.

Arriva “La Vetrina”, in cui si affronta il tema dell’eccessiva esposizione a cui siamo posti ogni giorno.

Il dodicesimo brano si intitola “Quattro passi nel blu” . Qui Renato esorcizza la morte. Ci insegna che tutto dipende da noi.

L’ultimo brano, il tredicesimo, che dà titolo all’album è “Zero il Folle”. L’intera canzone è una continua sorpresa. Il cantante si rappresenta, per la prima volta si scopre e si mette a nudo, si descrive e si racconta. Ci fa assaporare piano piano il cammino della sua vita. Finalmente si rivela.

In conclusione, dopo aver ascoltato il nuovo disco di Renato Zero ci rendiamo conto che il filo conduttore è la follia.

Ci ricorda Renato nella conferenza che lui non dà mai risposte, aiuta a porsi le domande giuste e dà la possibilità di conoscersi, proprio come fanno grandi artisti a cui si è ispirato: Lucio Dalla, Domenico Modugno, Gaber. Lui vuole smuovere le coscienze.

Aggiunge che fa riferimento spesso a Dio, per indicare come quando ami forte qualcuno non riesci a nominarlo di continuo. Per esprimere meglio i sentimenti, aggiunge: “non si può non gridarlo… Dioooooooo!”

“Quattro passi nel blu”, la traccia numero dodici è un chiaro riferimento al cielo, da lui descritto in tante canzoni. Afferma che molte volte ha raccontato del cielo, ma se lo aspettava un po’ diverso e che ora sta cambiando, non è più blu come una volta. Prima, ci dice Renato, “quando pioveva, i temporali servivano a ripulire dalle nuvole grigie del cielo e il brutto scompariva e riaffiorava il sereno, ora il grigio non va via, il mondo sta cambiando e il cielo resta sempre un po’ cupo; tante volte quando apro la finestra e guardo il cielo, non riesco a respirare più quella sensazione di pace che avevo una volta”. In questo brano si fa un chiaro riferimento al paradiso, dove ci sono tanti suoi amici e grandissimi artisti che non lo hanno mai abbandonato: Lucio Dalla, Mango e Ivan Graziani.

Alla fine di tutto conclude l’artista:

“Spendersi è la cosa più bella. Essere generosi con se stessi”.

Renato zero tour 2019

Copertina nuovo album Renato Zero 2019, “Zero il Folle”.

Una delle frasi più divertenti che Renato ci ha regalato durante la conferenza:

“Non siamo tutti spritz e quindi non riusciamo a stare a galla!”.

Ti amo aggiunge Renato Zero “è una forma di protezione, di riconoscenza, è come se noi stiamo comunicando a qualcuno la nostra stima. Spesso non lo diciamo e le persone si sentono perse, si sentono sole. Ti amo va speso, anche in una formula non a due”. 

“Ci si nasce così stravaganti e desiderosi, per espandere allegria, spensieratezza, questo genio e sregolatezza”.

Tracklist:

1.Mai più da soli
2.Viaggia
3.La culla è vuota
4.Un uomo è…
5.Tutti sospesi
6.Quanto ti amo
7.Che fretta c’è
8.Ufficio reclami
9.Questi anni miei
10.Figli tuoi
11.La vetrina
12.Quattro passi nel blu
13.Zero il Folle

*****

Questo articolo lo dedico a TE,

mio padre, un UOMO vero,

come oggi non ce ne sono più tanti,

come mancano qui sulla Terra per generare umanità.

A te, che uno dei miei ultimi regali per te è stato l’album “Presente di Renato Zero”,

a te che sei nato genio, stravagante, artista,

che mi hai insegnato tante cose,

tra cui l’amore per la vita, per il prossimo,

ma soprattutto quello per la musica e per questo straordinario artista,

che oggi ho finalmente incontrato,

forse saresti stato contento un po’ di me, o forse lo sei,

chi lo sa, lassù nel cielo.

A cura di Alessandra Santini

Il film Dreamworks “Il piccolo Yeti” è poco originale ma profondo

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Il piccolo Yeti, l’ultimo film Dreamworks, non è al pari dei suoi predecessori.

Pensate ad un po’ di film Disney Pixar. Prendete un elemento da ciascuno e metteteli insieme. I capelli magici di Rapunzel che si attivano cantando, l’eroe d’infanzia del vecchietto di Up che è in realtà un malvagio collezionista di animali, qualche scena da Oceania in cui Vaiana è aiutata dalla forza magica blu dell’oceano, un po’ di Big Hero 6 con il ragazzo orientale di talento che vive il lutto in solitudine… et voilà! Ecco a voi il nuovo film Dreamworks “Il piccolo Yeti”.

Forse gli ideatori della storia hanno fatto una maratona di film Disney da mandargli in overdose il cervello. Possibile che nessuno alla Dreamworks si sia accorto di tutte queste somiglianze? Un po’ come quando circa 25 anni fa alla Disney nessuno si è forse accorto che la storia di un cucciolo di leone che diventa re e di nome Simba fosse così simile a quella di Kimba, protagonista di un cartone animato dei loro vicini giapponesi.

La storia è ambientata in Cina forse perché la Dreamworks ha voluto spostarsi “da casa” e crearne una in un’altra parte del mondo.

Vista la scelta di far svolgere le vicende in Cina, ho poco apprezzato il mix della cultura occidentale con quella asiatica. Sembra sia stato fatto in modo caotico. Come se, dopo aver deciso l’ambientazione, non si siano affidati a degli esperti di cultura cinese.

film Dreamworks

Il disegno dei personaggi non mi è piaciuto molto, soprattutto il piccolo Yeti su due zampe che sembra il Gobbo di Notre Dame con due trapezi cilindrici per zampe.

Benché gli elementi componenti di Il piccolo Yeti siano poco originali, il film è nel complesso carino da vedere e leggero. È una bella storia di amicizia e di empatia.

Al centro dell’attenzione c’è anche la superficialità dei rapporti dei giorni nostri. L’apparenza è la colla che lega le persone e non valori più sinceri e profondi. Il quadretto è poi completato dall’uso spropositato che facciamo dei nostri cellulari.

Senza far troppo la morale, il film dà un semplice ma significativo messaggio: è difficile distaccarsi dal telefono ma non impossibile.

Il mondo al di fuori dello schermo ospita tante bellezze ed è pieno di avventure.

Ambra Martino

Piccole Donne (1994), le protagoniste rivoluzionarie di Louisa May Alcott

“Jo, c’è molto di più dentro di te, se troverai il coraggio di scriverlo!”

TITOLO: Piccole donne

TITOLO ORIGINALE: Little Women

REGIA: Gillian Armstrong

CAST: Winona Ryder, Gabriel Byrne, Trini Alvarado, Christian Bale, Claire Danes, Kirsten Dunst, Samantha Mathis, Susan Sarandon

PAESE: USA

ANNO: 1994

La storia di “Piccole Donne” è un classico della letteratura americana, il più famoso romanzo di Louisa May Alcott pubblicato nel lontano 1868, letto da generazioni infinite di lettori e che ha avuto un impatto notevole raccontando la storia delle sorelle March e della loro famiglia. Un racconto che ha ispirato più di una volta il cinema internazionale e che diede vita all’adattamento cinematografico “Piccole Donne” del 1994, diretto dalla regista australiana Gillian Armstrong.

Fu Winona Ryder, protagonista del film nel ruolo della scrittrice sognatrice Jo, a insistere per la realizzazione del progetto, terzo adattamento del romanzo e versione definita più femminista delle precedenti.

La trama ruota intorno alla vita delle sorelle March: Jo (Winona Ryder) Meg (Trini Alvarado), Beth (Claire Danes) e la piccola Amy (Kirsten Dunst) quattro ragazze con un legame profondo, rafforzato dalla loro madre Marmee (Susan Sarandon), ritrovatasi sola a crescere le sue figlie dopo la partenza del marito per la guerra di secessione. La famiglia March è in ristrettezze economiche, ma, nonostante ciò, cerca di andare avanti e trova comunque il modo di divertirsi e passare il tempo.

Le quattro ragazze sono completamente diverse l’una dall’altra, ma nel contempo hanno un’intesa che non ha eguali. Meg, la maggiore, ha un temperamento pacato e gentile, Beth è tranquilla, sensibile e altruista, e Amy è la piccola di casa, romantica e sognatrice.

Tra le quattro, però, spicca Jo, la secondogenita, che sogna di diventare scrittrice e con il suo carattere vivace e ambizioso coinvolge le altre nelle sue strampalate letture teatrali, divertendosi e sognando ad occhi aperti.

Winona Ryder In Piccole Donne
Winona Ryder nel ruolo di Jo MArch

In “Piccole Donne” è lei la voce narrante, che ci trasporta nella loro vita e ci racconta del loro incontro con il giovane Laurie (Christian Bale), loro vicino di casa di cui diventano grandi amiche. Laurie si lega particolarmente a Jo, con la quale gioca, scherza e si confida come se fosse sua sorella, ma ben presto se ne innamora ma senza fortuna.

Per Jo il matrimonio non è ancora contemplato, la sua vita sarà dedicata solo alla scrittura. Purtroppo, la giovane Beth si ammala di scarlattina e la malattia le compromette il cuore abbreviandone la vita, evento che sconvolgerà per sempre la vita delle March ma che le unirà ancora di più.

Anche in questa versione di “Piccole Donne” le principali tematiche affrontate sono quelle presenti nell’opera letteraria, quelle a cui Louisa May Alcott era estremamente legata. Il perno di tutta la storia è il rapporto saldo tra le donne della famiglia, un legame che tiene unito il nucleo familiare anche dopo le mille sventure subite.

Ma tema ancora più importante è il ruolo della donna, la forza e la caparbietà che solo il genere femminile riesce ad avere di fronte alle sfortune della vita e che in questi personaggi è ben visibile, soprattutto in Jo.

Il personaggio principale, infatti, è una ragazza che va controcorrente in un periodo storico in cui la donna invece ha un preciso ruolo. Non bada, difatti, agli stereotipi femminili del tempo. Non è superficiale né cede all’idea comune di dover rinunciare ai propri sogni solo a causa del suo essere femmina e, soprattutto, di una certa classe sociale.

Con questo ruolo, Winona Ryder ottenne la nomination agli Oscar come Miglior attrice protagonista, candidatura meritata per una delle interpretazioni migliori della sua carriera, che all’epoca era in uno dei suoi periodi d’oro.

Per quanto riguarda il paragone tra questa pellicola e il romanzo originale, l’unica differenza è che tutta la storia di “Piccole Donne” e del secondo romanzo dedicato alle March, “Piccole Donne Crescono”, è racchiusa in un unico film. Questo accadde anche nel 1949, in Piccole Donne di Mervyn LeRoy, con Elizabeth Taylor (Amy), Janet Leigh (Meg) e June Allyson (Jo), sicuramente per esigenze cinematografiche e per rendere il racconto filmico delle vicende della storia completo.

Nonostante all’epoca la critica italiana non elogiò il film di Gillian Armstrong, “Piccole Donne” del 1994 è una trasposizione degna del romanzo che tutti abbiamo nel cuore, con un cast brillante che avrebbe poi lanciato nel mondo di Hollywood attrici come Claire Danes e Kirsten Dunst.

3 motivi per vedere il film:

  • Il personaggio rivoluzionario di Jo, in cui molte donne di oggi riescono a rispecchiarsi
  • Il cast, Susan Sarandon e Winona Ryder in primis
  • Un giovanissimo Christian Bale, in una delle sue prime prove d’attore

Quando vedere il film:

In una giornata di pioggia o durante le vacanze di Natale perché è un film che vi riscalderà il cuore.

Se volete fare un confronto tra i due film potete leggere la recensione di “Piccole Donne” uscito nel 2019:

Le “Piccole (grandi) Donne” hanno ancora molto da insegnare

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Qualcosa è cambiato: imperdibile storia sulla bellezza di riscoprirsi vivi

Ilaria Scognamiglio

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Simenon, “Marie la strabica” e lo scandaglio dell’animo umano

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Due donne, due vite e un destino intrecciato. Georges Simenon indaga i recessi dell’animo umano in Marie la strabica.

Il lavoro di riedizione del vasto corpus simenoniano si arricchisce di un ulteriore e pregiatissimo tassello: Marie qui louche, ovvero Marie la strabica, volume proposto da Adelphi nella traduzione di Laura Frausin Guarino.

L’opera, convenzionalmente annoverata tra i “romanzi duri” dell’autore di Liegi, rappresenta un’epitome concreta della sua narrativa, la summa di un pensiero in apparenza lineare, scontato, incasellato in stereotipi cristallizzati dalla critica. Le costanti tematiche del percorso simenoniano affondano in realtà le radici in un terreno comune, solcato da quell’angoscia intima e relazionale che fa di ogni esistenza un vissuto invisibile, nascosto allo sguardo dei più in forza di un vincolo di condivisione impalpabile ma assodato.

Scandagliare l’animo umano è del resto un esercizio di cesello, un lavoro – anzi – da compiersi col bisturi.

Lo scrittore scava, disseziona, assume sulle spalle il peso di mostrare profondità insondate perché vissute come banali. A lui spetta il compito di svelare il celato, togliendo al quotidiano quella patina di naturalità che sfocia in normalizzazione e impedisce il rovello. I cliché di Simenon assumono carattere grottesco se non se ne coglie la funzione. Ogni dettaglio travalica i confini della narrazione e si fa spia di un’oscura condizione esistenziale, ne traccia i confini in modo deciso eppure sfumato, allo scopo di lasciare al lettore un margine di contatto, di immedesimazione possibile.

C’è un fine perturbante in tutta la sua opera, che lo rende scrittore impegnato oltre la tradizionale concezione del termine.

Lungi dalla diffusa e asettica autoprotezione del romanzo d’intrattenimento, il suo lavoro stabilisce un denominatore comune tra l’autore e il pubblico, non rinnegando la fisionomia disobbligata di certa letteratura ma piegandola piuttosto al proprio uso, al fine di mostrare ciò che investe l’uomo senza che questi se ne accorga. È in tal senso che Marie la strabica assume il valore di un libro-emblema e la protagonista, «creatura toccata dalla malasorte», fa dei suoi occhi mal allineati un veicolo di prospettive mutate – quello sguardo non convenzionale sul mondo e sulle cose che illumina ciò che ai più appare nascosto.

La sua è una storia di sottomissione interiorizzata, ma, come spesso accade nei romanzi di Simenon, il confine tra i sentimenti è equivoco sino a sfiorare l’ambivalenza.

Marie è brutta, scialba, rachitica da giovane e sproporzionata da adulta. Ha un’amica bellissima, cinica e arrivista, quella Sylvie che fa impazzire gli uomini per puro narcisismo e desiderio di rivalsa sociale. Marie l’ama e la odia ma soprattutto la scruta, con gli occhi nerissimi e puntuti che mettono a fuoco l’in-visibile, sollevano il velo dei silenzi e rivelano al lettore una realtà di ordinario eppur terribile squallore.

Georges Simenon
Foto di Ginevra Amadio

Tutta la sua persona si contrappone, in un gioco di opposizioni impietoso, al fulgore giovanile di Sylvie, al suo corpo pieno, al seno magnifico che afferra «a piene mani» con incomparabile piacere.

Proprio in questo confronto crudele si annida l’indagine simenoniana, giacché il semplice intento – da egli sempre dichiarato – di «capire di più l’uomo» [1] passa necessariamente per le modalità di approccio al mondo, per le vie di conoscenza che l’individuo si costruisce oppure si trova in sorte. Sylvie sperimenta col corpo ma non rifugge il pensiero. La sua determinazione la fa scontrare, più spesso di quanto s’immagini, con i limiti della propria educazione, con il passato da «sguattera» che non riesce a scrollarsi di dosso.

Di lei cogliamo le incertezze, in un discorso indiretto libero che tiene assieme tutta la narrazione consentendo a essa alcune smarginature soltanto in corrispondenza del dialogo stentato con Marie.

Lo sguardo di quest’ultima è una via d’accesso al nostro inconscio, e non è un caso che l’autore dichiari a Francis Lacassin di non amare «l’intelligenza», le previsioni già meditate, preferendo piuttosto un’«operazione psicanalitica» di «entrata» nel personaggio – e dunque in un tipo d’uomo. L’imperscrutabilità di Marie è diretta derivazione del suo sguardo oltre che funzionale al ruolo che le spetta: lei sbircia senza essere guardata, sconquassa e scava senza mai rivelarsi.

È una sensazione di disagio ad accompagnare la sua presenza, e Sylvie ne è preda e complice nonostante la presunta superiorità.

Marie è silenziosa, limita la sua entrata in scena a poche semplici battute, tutte rivolte all’amica impudica che indaga con gli occhi mentre ella si spoglia rimirandosi il seno. Ma la nudità esibita di Sylvie è soprattutto metafora di un’operazione di disvelamento messa in atto da Marie. Il suo strabismo indaga i meandri della mente e rimesta, al pari del tono pacato, nelle torbide acque dei rapporti umani.

Nonostante le umiliazioni e le meschinità gratuite Marie non può fare a meno di perdonare Sylvie, di cercarne il contatto, carpirne il pensiero.

Ma la stessa amica, ormai maturata e mantenuta, amante di un magnate in punto di morte, è a «Marie la strabica» che pensa quando ha bisogno di aiuto. Così il vincolo ambiguo che lega le due assume i tratti di un’unione asfittica, in cui il rapporto tra gli attori in gioco sfuma continuamente senza rovesciarsi mai del tutto, almeno esplicitamente. Marie, segnata sino alla fine dalla rassegnazione, è in tal senso il personaggio che meglio esprime la lezione balzachiana fatta propria da Simenon. Senza che l’autore – e con sé il lettore – possa rendersene conto, la giovane giunge al «limite di se stessa» [2] e mostra all’uomo ciò che accade quando si lasciano i freni dell’educazione, delle convenzioni, della normalizzazione.

Il confine tra chi vince e chi perde è sfumato e sfuggente e ogni individuo, per quanto stabile sia, conserva in sé una dose d’ambiguità latente e a se stesso in-svelata.

«Ammettilo che mi odi!» sussurra Marie a Sylvie mentre, rievocando un antico gioco, le pettina i capelli. È una dichiarazione di compiacimento inspiegabile – una “visione”, perturbante e rivelatoria, di ciò che si annida nell’animo umano e ai più appare soltanto un meccanismo banale.

 

Georges Simenon
Marie la strabica
Milano, «Biblioteca» Adelphi, 2019
pp. 181

 

Ginevra Amadio

 

[1] F. Lacassin, Intervista a Georges Simenon, 1969, ora in F. Lacassin, Conversazioni con Simenon, Torino, Lindau, 2017.

[2] Ibidem.

Joker, una risata vi seppellirà

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Come si fa a ridere, a essere felici, a guardare dall’altra parte, quando l’intera società, l’intero mondo va a rotoli?

Questo è l’urgente quesito che si pone Joker, film sulle origini del più famoso villain dei fumetti che, essendo completamente slegato e autonomo da ogni collegamento con altri film dell’universo DC, rimane lontano da quel contesto. Potrebbe non esserci il Joker e il film funzionerebbe ugualmente. Ma al tempo stesso, e forse proprio per questo, è così fedele alla psicologia del personaggio da esserne una delle sue più fedeli riproduzioni.

La conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto il cinefumetto sia il genere cinematografico più importante di questo inizio secolo. La riprova di quanto il genere sia malleabile e comunque sempre funzionante e funzionale, poiché Joker non ha nulla del linguaggio degli altri film del genere, ma ne sfrutta i personaggi e gli ambienti per raggiungere universalmente più persone possibili.

Perché tutti, si dovrebbe ammettere purtroppo, sono investiti dalla domanda iniziale posta del film. Domanda che però svela già intrinsecamente, e dolorosamente, la sua risposta. Dovremmo provare a ridere, provare a essere felici, tentare di avere speranza e dare speranza agli altri. Ma quanto è dannatamente difficile oggigiorno.

Quanto è difficile quando, ogni ora, in ogni telegiornale, senti qualcosa che va storto nel mondo. Quando senti che il primo pazzo che passa, magari influenzato da anni di tv spazzatura ed esposto a ideologie deliranti senza filtri o contraddittori, ha preso una pistola e ha ucciso qualcuno completamente a caso.

Il Joker del film è proprio una delle tantissime figure di cui abbiamo letto nei titoli di giornali negli ultimi anni.

Il regista Todd Phillips trasforma la sua Gotham City in una città di fine anni ’70. Prende quella città a modello delle metropoli disastrate che tanto tristemente conosciamo. Abbraccia con piena fierezza e senza nasconderlo echi e reminiscenze scorsesiane che superano le influenze e diventano puro citazionismo. Eppure, nonostante lo sguardo al passato, Joker è un film che racconta l’oggi. Forse è uno dei film più sinistramente attuali mai visti.

Perché questo è: sinistro, inquietante, raggelante, perverso, persino esaltante a tratti. E questo fascino è la vera valvola che fa capire quanto queste storie facciano tragicamente presa nella nostra realtà. Non è certo un film rivoluzionario: il suo incedere narrativo è consequenziale, la discesa negli Inferi è verticale e prevedibile. Proprio per questo, però, è lancinante e ancora più potente, perché non c’è nulla che possa fermarla. Il nostro protagonista non diventa pian piano matto, ma è già un matto a cui, semplicemente, vengono date motivazioni e strumenti per concretizzare la sua pazzia. E questo senso di viscerale ineluttabilità rende la visione ancora più sconcertante, più disagevole.

La visione di Phillips, senza rivoluzioni copernicane narrative o tematiche, diventa incredibilmente efficace perché centra il punto senza paura di essere scabroso e senza necessità di edulcorare qualcosa, sfruttando un genere particolarissimo per parlare di altro, e nonostante ciò riesce a conquistare trasversalmente chi ama i fumetti e chi non li conosce, chi ama il cinema commerciale e chi cerca un cinema più d’impegno.

Oltre la qualità, cioè che stupisce di Joker è il suo forte senso di urgenza che lo rende, nella sua sconcertante immediatezza, uno dei film più importanti dei nostri tempi perché è l’esatta immagine dei nostri tempi: causa e effetto del mondo nel quale viviamo. Solo nel 2019 poteva essere realizzato e prima ancora concepito, perché mai prima d’ora i cinefumetti erano così importanti e il mondo sembrava sul punto di rottura.

Su un punto inerente la qualità, oltre l’importanza, però tutti saranno d’accordo: Joaquin Phoenix.

Era già un casting perfetto alla notizia che dovesse interpretare Joker. Lo è diventato ancora di più quando abbiamo realizzato che potesse interpretare QUESTO Joker. L’attore non si cala nella parte, diventa la parte stessa. I tic, il volto pallido ed emaciato, la fisicità che manca e per questo diventa icona, il modo col quale fa danzare un corpo scheletrico come fosse una danza della morte: tutto contribuisce alla performance, ogni singolo centimetro del suo corpo ancora prima del puro talento recitativo. Poi ovviamente c’è il lavoro immenso sulla risata. Perché scavare sul rumore giusto della risata, sul digrignare dei denti o su come il suono esca quasi squittendo dalla bocca, vuol dire letteralmente creare l’essenza del Joker ancor prima di mostrare chi è.

E chi è lo capiamo benissimo, infine. Certamente è il villain dei fumetti, l’arcinemico di Batman, sua antitesi e suo lato oscuro al tempo stesso. Ma, soprattutto, è l’archetipo dei pazzi che fioriscono nel marciume attuale. È sia l’individualità, colui il quale fa esplodere i propri folli risentimenti perché la società, invece di fermarlo, lo asseconda e gli dà i mezzi per deflagrare. È sia la collettività, colui che urla e blatera follia e unisce individui, spesso non pazzi ma semplicemente frustrati, che fanaticamente lo prendono sul serio. Non è quindi solo un cattivo, solo il simbolo del male, sarebbe troppo semplicistico definirlo solo così. È qualcosa di più nascosto, un disagio più primordiale e radicato nell’inconscio, che si crea e si nutre dell’oscura lucida irrazionalità da cui egli stesso è stato creato, paradossalmente. E per questo è ancora più pericoloso del semplice “pazzo”.

Forse Joker è un horror, anzi, lo è certamente, perché è un film che fa paura e capisce il significato della paura.

Capisce la viscerale paura che ognuno di noi ha nel profondo, pur volendola scacciare, nell’esatto istante in cui mettiamo piede fuori da casa. E quella paura tutta esistenziale che abbiamo, pur stando dentro casa, quando capiamo che talvolta non c’è più nulla da ridere. O forse, ancora peggio, quando ci sfiora il pensiero che ridere e impazzire sia l’unica soluzione rimasta.

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Emanuele D’Aniello

WopArt: quando l’arte è su carta

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Si è tenuta presso il Centro Esposizioni di Lugano, dal 19 al 22 settembre scorsi, la quarta edizione di WopArt, fiera internazionale dedicata alle opere d’arte su carta.

Un evento che, nato nel 2016 per iniziativa di Paolo Manazza, si è conquistato in appena tre anni un ruolo di primo piano nel panorama delle fiere artistiche svizzere e non solo, attraendo galleristi e professionisti del settore da tutto il mondo. wopart

Quest’edizione si è presentata al pubblico in una veste nuova e accresciuta che, accanto alla parte espositiva vera e propria, su uno spazio quest’anno di 7000 mq, ha incluso anche mostre ed esposizioni collaterali, talk, incontri con artisti, collezionisti e operatori del mercato dell’arte, e ancora dibattiti e laboratori destinati ai più piccoli.

Un viaggio a tutto tondo nell’universo della carta che, dai papiri del Nilo fino a Bansky, di cui erano esposte alcune opere all’interno dello stand curato da Artrust sul tema “Democracy of Paper”, ha fatto incontrare i linguaggi, gli stili e le tecniche più svariati.

4 sezioni, 16 paesi, oltre 70 gallerie, 7 mostre collaterali

L’offerta espositiva si è organizzata intorno a quattro sezioni principali: MAIN COURSE, EMERGENT, DIALOGUES e PROJECT SPACE. Un menù ricco per appassionati e non, con oltre 70 gallerie e 16 paesi rappresentati, in cui i capolavori dei maestri del passato hanno potuto dialogare con le opere di giovani artisti emergenti, con l’unico comun denominatore del supporto cartaceo. Tra le novità di questa edizione, la possibilità per i galleristi di esporre fino a tre opere non cartacee accanto ai loro disegni o bozze preparatorie: un modo per valorizzare il ruolo centrale che ha la carta nei processi genetici di ogni espressioni artistica.

Efficace anche l’idea di intervallare lo spazio riservato ai galleristi con alcune mostre collaterali, sempre orbitanti attorno al tema dell’arte su carta: dal viaggio a ritroso verso le origini della carta (All’origine della carta: cinque papiri dal Museo Egizio di Firenze), con una scelta di papiri contenente anche un frammento del Libro dei Morti; alla ricerca spirituale, verso i mondi dell’esoterismo e della teosofia di Luigi Pericle (Luigi Pericle (1916-2001).

L’alchimista pittore), artista svizzero da poco riscoperto e qui rappresentato da una scelta di suggestivi disegni; o ancora ai dieci acquarelli del maestro russo Andrey Esionov, un’anticipazione dell’attesa mostra che si terrà a Roma dal 26 settembre 2019 al 24 gennaio 2020 presso i Musei di San Salvatore in Lauro. Fino a Gli orologi molli di Dalì, cinque fusioni in bronzo ideate tra gli anni Settanta e Ottanta, tutte ispirate al celebre dipinto del 1931 La persistenza della memoria;  all’esibizione I am, una selezione di sei artisti emergenti curata da Patrizia Madau; a quella intitolata Arcus Pride Art Exhibition, un progetto di Clifford Chance che promuove la scena artistica LGBT; o infine alla mostra fotografia con focus sul mondo della moda italiana di Bob Krieger (Love)

L’appuntamento con la quinta edizione di WopArt è per l’anno prossimo, sempre nella città ticinese.

Francesco Bonelli

10 film romantici da vedere: le storie d’amore più belle secondo CulturaMente

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“Hardin guarda più me che il film, ma non mi importa. Sorride quando rido a una battuta, si rabbuia quando piango perché Paige ha perso la memoria, sospira di sollievo con me quando Paige e Leo si rimettono insieme nel finale.” (After di Anna Todd)

Quando mi è stato chiesto di stilare una classifica di film romantici questa scena è balzata nella mia mente. Mi piace l’intimità, l’attenzione per le piccole “cose” che spesso ignoriamo, troppo attenti ai gesti plateali. Chi non vorrebbe qualcuno che vi guardi allo stesso mondo in cui Hardin guarda Tessa mentre siete immerse in un film romantico? Chi non vorrebbe qualcuno che conosca a memoria le espressioni  del vostro viso?  E allora, noi assecondiamo ogni vostro desiderio e iniziativa presentandovi la classifica dei film romantici da vedere secondo CulturaMente.

Parliamo sia di grandi classici intramontabili, sia di film più recenti, sia drammatici, sia adolescenziali, tutti legati da un filo rosso: l’amore. Un sentimento profondo, misterioso e inspiegabile, antico come il mondo che tutti sperimentiamo almeno una volta nella vita. Un sentimento bello, dotato del potere di renderci irrazionali mentre lentamente ci inebria e stordisce positivamente.

Quali poteri custodiscono, allora, i film sentimentali/romantici? Perché attirano gli spettatori come un canto delle Sirene, esercitando un potere di seduzione come le mostruose fanciulle suadenti dell’Odissea.

La lista dei 10 film d’amore consigliati

Le produzioni cinematografiche di questo genere racchiudono in sé una magia disneyana del “vissero felici e contenti”: una sorta di palliativo che risponde ad una realtà non sempre piacevole. I personaggi sono costruiti per far sì che lo spettatore si immedesimi in una situazione, condizione o semplicemente in un aspetto di un personaggio piuttosto che di un altro. Ci spingono a desiderare e a sognare un lieto fine in perfetto stile hollywoodiano, dimenticando che nella realtà, se siamo fortunati, la persona con cui guardiamo il film resti sveglio/a fino alla fine. Se invece siete single il discorso non cambia: trovate amici che condividono con voi la passione per il cinema, scegliete uno di questi film e godetevi la serata!

film romantici da vedere - top 10

1. Notting hill (1999)

Commedia romantica per eccellenza. Un concentrato di sentimentalismo che racchiude in sé ogni elemento per un perfetto film d’amore: la magia londinese, una situazione al limite dell’ immaginazione (un’attrice che si innamora di un ragazzo semplice), romanticismo, lacrime e poi la musica che arriva sempre al momento giusto: chi non ricorda quel finale sulla panchina mentre Ronan Keating canta “when you say nothing at all”? Un film che vi ruberà il cuore.

“Notting Hill”: un amore senza fine

2. Vi presento Joe Black (1999)

Al secondo posto troviamo un vero e proprio evergreen. Nonostante la sua durata, il film si caratterizza per il suo fare moraleggiante, ponendo al centro della storia gli affetti familiari, l’amicizia, l’amore eterno e fedele. Soprattutto grazie alle atmosfere da vecchia Hollywood. Ovviamente vi consiglio di gustarvi un giovanissimo Brad Pitt, bello più che mai!

“Vi presento Joe Black”, l’arte di trasformare la sceneggiatura poesia

3. Dirty Dancing (1987)

Un classico del genere. Ambientato in una calda estate, tra balli scatenati e corpi da togliere il fiato. Vi consiglio di guardarlo se si ha voglia di sognare ad occhi aperti.

Dirty Dancing: 30 anni di romanticismo e vecchi tabù

4. A piedi nudi nel parco (1967)

Film diretto da Gene Saks, racconta di una coppia di neo-sposi alle prese con le prime – esilaranti – vicissitudini matrimoniali. Tra un appartamento senza ascensore, senza acqua calda e con degli strambi vicini, la pellicola si presenta come una commedia romantica e scoppiettante. Siamo alla vigilia degli eventi del ’68, la magia Hollywoodiana sta sparendo e/o evolvendosi, lasciando spazio a un più reale conflitto dei sessi attraverso avventure domestiche caratterizzate dalle prime nevrosi sessuali sempre meno caste ma dai toni ancora parodistici. Una storia leggera e scanzonata che, pur nella sua semplicità, coinvolge lo spettatore fino all’ultimo minuto. Da guardarlo quando si ha voglia di un romanticismo non troppo classico.

5. Resta con me (2018)

Di recente produzione, il regista ha saputo mettere su pellicola la magia di una storia autentica e profonda come l’oceano. Preparate i fazzoletti perché tutti vorremmo amare ed essere amati come Tami ama Richard. Una testimonianza di coraggio, disperazione, perseveranza e tenacia, il tutto rafforzato dal potere fortificante e curativo dell’amore.

Resta con me: una storia autentica che immortala la lotta uomo vs. natura

6. Vacanze romane (1953)

Al sesto posto troviamo la magnifica Audrey Hepburn che incanta la nostra classifica con un cult degli anni 50. “Oltre ad essere una stupenda quanto amara storia d’amore, Vacanze Romane è una vera e propria vetrina dei luoghi più suggestivi di Roma, una città che all’epoca era vista come una Hollywood italiana, amata da cineasti e attori americani.” Da guardare se avete voglia di fare un salto nella Roma anni ’60, e poi c’è Gregory Peck!!!

Vacanze Romane: insieme ad Audrey nella Città Eterna

7. Harry ti presento Sally (1989)

Credete al destino? E all’amicizia tra uomo e donna? Una commedia romantica con tanto umorismo sessuale e un cast da togliere il fiato. La pellicola, diretta da Rob Reiner, si presenta  impeccabile. Il tempo viene sviluppato con una maestria che solo pochi sanno condensare in un solo film: una “perfetta epitome dell’Ephron Touch” [Paola Cristalli, Storia del cinema – Commedia americana in 100 film, Le Mani, 2007.] Da guardare se si ha voglia di immergersi negli anni ’80.

Harry ti presento Sally, la commedia romantica che tutti amate

8. Noi siamo tutto (2017)

Un teen movie che piace anche agli adulti. Una storia travolgente, fresca e romantica. Un film per nativi digitali ma che strizza l’occhio anche a chi con la tecnologia non è cresciuto. Sono pochi gli adattamenti cinematografici che funzionano e Stella Meghie c’è riuscita in pieno. Una pellicola in cui realtà e immaginazione si fondano . Tra ostacoli interni da superare, metafore (come la parete di vetro) ed una evoluzione cromatica che segue lo svilupparsi della storia,  il film trasmette l’importanza si andare oltre le le nostre paure, i nostri limiti, attuando una sana disobbedienza e uscendo dal recinto delle proprie sicurezze.

Noi siamo Tutto. Un film che insegna ad uscire dal proprio recinto

9. Insonnia d’amore (1993)

Un classico intramontabile degli anni ’90. Una storia d’amore leggera e scanzonata. Un film che non ha pretese, se non quella di coinvolgere in un vortice di intenso sentimentalismo incalliti sognatori del “tutto e possibile”.  Un amore che dalla West alla Est Coast crea scintille facendo rabbrividire i più romantici. Ma d’altronde se l’amore è sognare, allora questo ci porta a desiderare la bellezza, ci rende inquieti, ci agita fino nel profondo delle viscere. E allora, sognatori di tutto il mondo, cosa aspettate a guardarlo?

Insonnia d’amore, un film che fa sognare ancora oggi

10. 500 giorni insieme (2009)

Un film indie dai toni dolce/amari su un sentimento non corrisposto. Una linea sottile tra amore e amicizia. Quanto è difficile non oltrepassare il confine? Ma si sa, l’amore, a volte, è crudele. Una commedia che vi farà piangere tantissimo, fino quasi ad odiarla. Ma nonostante la “drammaticità” vale la pena guardarla.

500 Giorni Insieme, questa non è una storia d’amore

At last, dateci dentro con le lacrime!

Angela Patalano

Altri consigli su film romantici

Se non ne avete ancora abbastanza, lasciamo di seguito altri spunti:

Al Chiostro Del Bramante l’arte che ha fatto scuola (di Londra)

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Due giganti della pittura, Bacon e Freud, per la prima volta insieme in una mostra in Italia.

Il 25 settembre si è svolta a Roma la presentazione della mostra Bacon/Freud. La scuola di Londra. Partita il 26 settembre e disponibile fino al 23 febbraio 2020, al Chiostro Del Bramante di Roma oltre quarantacinque dipinti, disegni e incisioni di sei artisti (Francis Bacon, Lucian Freud, Michael Andrews, Frank Auerbach, Leon Kossoff e Paula Rego) raggruppati nella cosiddetta School of London. Nella seconda metà del Novecento Londra risorge dalle ceneri della guerra, e i pittori vi trovano terreno fertile per fondere in arte la loro quotidianità.
La mostra è organizzata dal DART Chiostro Del Bramante in collaborazione con la TATE di Londra, con l’obiettivo di coinvolgere il pubblico avvolgendolo in un’ intima esperienza con le opere, creando un filo conduttore tra gli artisti e i loro lavori.

Si tratta della seconda collaborazione con la galleria londinese dopo la mostra di Turner, e della seconda rassegna in un anno dopo Dream. L’arte incontra i sogni.

Il Chiostro ha inoltre voluto alzare l’asticella dopo gli ottimi risultati ottenuti in termini di visitatori (il 70% under 30) tramite iniziative per tutte le età:

  • Una speciale audioguida a cura di Costantino D’Orazio, un racconto di storia, arte, cultura e società, un viaggio nella Londra di quegli anni.
  • Un percorso sonoro con una playlist spotify selezionata dal gruppo post-rock Mokadelic, famosi per la colonna sonora della serie Gomorra.
  • Un tour per i bambini alla scoperta dell’essere umano in compagnia degli alieni, grazie a un’ audioguida curata da Antenna International. Per scoprire attraverso le opere le sfaccettature del nostro carattere.

Ad accogliere il pubblico al Chiostro Del Bramante, un gruppo di disegni e incisioni aventi come soggetto il volto umano.

Eseguiti da Freud, Kossof, Auerbach, e realizzati quando avevano tra i 20 e i 30 anni, si tratta di opere dal profondo impatto psicologico.

mostra chiostro del bramante
Lucian Freud: Girl with a Kitten, 1947, TATE London (all rights reserved).

Il percorso prosegue poi con un nucleo significativo di lavori di Francis Bacon, con dipinti e disegni delle sue celebri figure isolate.

L’artista irlandese utilizza la fotografia come base di ricerca per rappresentare sia lotte personali che momenti di profonda intimità e tenerezza. Nelle sue opere la parola d’ordine è sensazione, perchè è molto chiaro l’obiettivo artistico:

Vorrei che i miei dipinti suscitassero la sensazione di essere stati attraversati da un essere umano che ha lasciato una scia della sua presenza, la traccia della memoria di eventi passati, proprio come una lumaca lascia la sua bava.

Francis Bacon: Study for a Potrait II (after the Life Mask of William Blake), 1955, TATE London (all rights reserved).

Al Chiostro Del Bramante troviamo anche Paula Rego, che esplora la condizione delle donne con ricorrenti riferimenti autobiografici.

La sua è una pittura magnetica che cattura l’attenzione dello spettatore con una resa plastica. In The Dance, la danza può essere interpretata come una danza della vita che illustra tutte le fasi che intercorrono tra l’infanzia e la vecchiaia di una donna. Il movimento ritmico delle figure contrasta con la quiete dell’edificio fortificato, dando al dipinto un aspetto inquietante tipico dell’opera di Rego. I quadri della pittrice sembrano raccontare una storia, e il perchè di questa scelta ce lo dice lei stessa:

Le storie sono importanti, proprio come se esistessero nella realtà; non fa alcuna differenza

Paula Rego: The Dance, 1988, TATE London (all rights reserved).

Tra le particolarità della mostra vi è anche il cortometraggio “The Naked Truth” di Enrico Maria Artale, prodotto dal DART Chiostro Del Bramante con la media partenrship di Sky Arte. Si tratta di un’ opera filmica originale ispirata ai quadri presenti in mostra, per approfondire i contenuti sviluppando un dialogo tra forme e linguaggi diversi.
Camminando ci si imbatte poi nelle opere di Michael Andrews, Leon Kossof e Frank Auerbach. Gli ultimi due sono forse quelli che più di tutti gli altri adottarono tecniche sperimentali.

Infine, proseguendo il cammino, viene presentato Lucian Freud, attraverso una serie di dipinti realizzati nel corso della sua lunga carriera.



Il percorso dimostra come la raffigurazione sia per l’artista viscerale e scultorea, seguendo il principio voglio che la pittura sia carne. Freud era infatti molto meticoloso, soprattutto nei suoi ritratti. Un suo ex modello, Dave Dawson, è intervenuto alla conferenza raccontando di un artista attento alle possibilità umane e artistiche insite in ogni persona. Il modello doveva occupare lo spazio affinchè il pubblico potesse sentire la vicinanza alla sua persona.
Le opere di Freud presenti in mostra sono di una nudità emotiva sconcertante. Con lui la pittura supera il realismo e viaggia verso picchi di estrema profondità psicologica (non a caso è nipote del padre della psicanalisi). E come ricorda lui stesso, parlando del suo metodo di lavoro:

Ero visivamente aggressivo, mi sedevo molto vicino e guardavo. La cosa poteva mettere a disagio entrambi, ma temevo che se non fossi stato attento a tutto ciò che attirava il mio sguardo, l’intero quadro sarebbe andato a pezzi.

mostra chiostro del bramante
Lucian Freud: Girl with a Dog, 1951-52, TATE London (all rights reserved).

Queste e tante altre opere nella mostra di questi grandi artisti. Chiostro Del Bramante, Via della Pace, Roma, fino al 23 febbario 2020. Non avete scuse.

Lorenzo Balla

Al via la seconda edizione del Fiumicino Film Festival

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Arriva la seconda edizione del Fiumicino Film Festival: il 27, 28 e 29 settembre

Un weekend ricco di appuntamenti, quello della seconda edizione del FFF, il Fiumicino Film Festival che ci accompagnerà venerdì sabato e domenica.

Da venerdì a domenica ci aspettano tre giorni di cinema gratuito; una serie di appuntamenti davvero interessanti, come: lungometraggi, documentari, incontri, letture, cortometraggi. Il tema principale che hanno in comune questa serie di eventi e che li tiene uniti è il ‘viaggio’.

La città di Fiumicino è il simbolo per eccellenza di incontri e partenze, terra che ospiterà una rassegna cinematografica ricca di film legati al viaggio, in tutte le sue sfaccettature.

Numerosi saranno i famosi attori che ritireranno il “Premio Leonardo Da Vinci”.

Premio realizzato dall’artista Massimo Sirelli.

Tantissimi saranno gli ospiti speciali, tra cui: Claudia Gerini, Daniela Poggi, Maria de Medeiros.

Il viaggio rappresenta da sempre la ricerca di nuove culture, nuove storie.

Le proiezioni, del tutto gratuite, sono aperte a tutti e avranno luogo nella tensostruttura allestita per l’occasione in Viale Traiano 153, alla Darsena di Fiumicino, in Roma.

A partire dal pomeriggio, in questi tre giorni, verranno proiettati due documentari e due lungometraggi, con interessanti dibattiti tra appassionati e professionisti del settore.

Trailer ufficiale Edizione II – FFF (Fiumicino Film Festival)

Interverranno alla manifestazioni i registi e gli attori dei lungometraggi e dei corti. Saranno presenti tra gli altri: Alessandro  Haber, Angelo Loy, Alessandro Capitani, Giorgio Colangeli.

A presentare le tre serate sarà la bellissima attrice Maria Rosaria Russo.

Inoltre una giuria di esperti premierà: il miglior film, la miglior regia, la migliore interpretazione, il miglior documentario, il miglior cortometraggio e il miglior cortometraggio.

Sarà possibile gustare un favoloso aperitivo su uno speciale battello e assistere alla proiezioni di alcuni tra i più bei film di quest anno, tra cui “In viaggio con Adele”, direttamente prenotandosi alla mail: prenotazionefff@gmail.com, specificando il numero delle persone partecipanti.

Per saperne di più e conoscere tutti gli appuntamenti delle tre serate collegatevi al sito: www.fiumicinofilmfestival.org.

Alessandra Santini

“Dream” – Quando l’arte incontra i sogni

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Dream: si è appena conclusa al Chiostro del Bramante la mostra ispirata al sogno

Da poco è terminata in una location davvero da sogno nel cuore di Roma, una mostra che ha lasciato tutti senza parole. A farla da padrone in questo accurato allestimento sono stati l’interattività, la modernità e l’originalità delle opere presentate.

Far partecipare, finalmente, i fruitori dell’arte moderna e contemporanea alle opere di grandi artisti di fama internazionale sembra essere un’ottima motivazione che li spinge verso l’arte. La conoscenza di quest’ultima sembra ormai essere sempre più a “portata di mano”. Tutti possono entrare a far parte del mondo dell’arte; dai più adulti, ai bambini, si tratta di una dimensione aperta a tutti.

Il favoloso scenario del Chiostro del Bramante viene riconosciuto come il luogo perfetto per ospitare una mostra che si intitola proprio “Dream“, “Sogno”.

Niente più del sogno può riportarci alla realtà, solo chi osa sognare resta davvero in contatto con il mondo artistico.

Tra gli artisti: Bill Viola, Anish Kapoor, Luigi Ontani, Mario Merz, James Turrell, Anselm Kiefer.

DREAM. L’arte incontra i sogni” termina la trilogia, ideata e curata da Danilo Eccher per il Chiostro del Bramante, iniziata nel 2016 con “LOVE. L’arte incontra l’amore” e proseguita nel 2017 con “ENJOY. L’arte incontra il divertimento”.

Il teaser della mostra, dal canale ufficiale Youtube del Chiostro del Bramante

Le due mostre precedenti hanno riscontrato un grandissimo successo di pubblico, anche sui social; e questa terza sfida non poteva essere da meno.

I sogni incantano il pubblico, che per qualche ora vuole provare a dimenticare la realtà ed essere catapultato nel mondo dei sogni. E riesce bene in questo intento, visto che in questa mostra è costretto ad interagire con essa.

Lo spettatore è messo a confronto con la propria immaginazione.

Alcune foto della mostra “Dream. L’arte incontra i sogni.”

Si è appena conclusa questa riuscitissima trilogia a cura del critico Eccher e subito il Chiostro è pronto ad offrirvi nuove sensazionali emozioni, trasportandovi nel mondo dell’arte, a partire dal 25 settembre con la mostra che vi incanterà su “Bacone e Freud”.

Non smettete mai di sognare!

 

Articolo e foto a cura di Alessandra Santini

Gli episodi di Jessica Jones, umanamente eroina

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Con gli episodi della terza stagione di Jessica Jones si chiude, almeno per ora, l’avventura tutta al femminile che vede nei panni di protagonista una giovane investigatrice privata, di nome appunto Jessica Jones.

È l’unica storia della Marvel in cui c’è un’ eroina donna, e scusate se è poco (giuro di non essere di parte!). Ed è anche a mio avviso, quella forse più interessante e coinvolgente.

Il percorso dell’eroina inizia nella primavera del 2015 e segue l’approdo su Netflix degli altri super eroi della Marvel (protagonisti del cross overThe Defenders”): Iron Fist, Daredevil, Luke Cage. Tre le stagioni, e tutte lasciano senza fiato. Ma tentiamo di fare un piccolo identikit della protagonista.

Chi è veramente Jessica Jones? Banale e scontato dirlo, è una super eroina con tutte le caratteristiche proprie e stereotipate dell’eroina classica: straordinaria forza fisica, poteri, voglia di salvare il mondo, etc. Jessica Jones, però, ha anche tratti incredibilmente umani, e sono quelli che colpiscono di più e che tengono sicuramente alta la tensione. Sono aspetti caratteriali che ci riportano ad una vulnerabilità a noi molto familiare, e che parlano di insicurezza, dubbi, fragilità e ricordi.

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La protagonista cerca di trovare delle risposte nell’alcool, nel whisky…ma evidentemente non le trova (l’alcool del resto, come avevo letto tempo fa sui muri di Roma, “…non è la risposta, ma è un buon modo per dimenticare la domanda”). E Jessica Jones di domande se ne fa davvero tante: come è riuscita a diventare una super eroina? Perché non smette di sentirsi fragile dentro, seppur dimostrando una forza erculea? Da cosa nascono i suoi continui attacchi di panico?

Proprio per il susseguirsi di queste domande, l’investigatrice Jessica Jones non è mai stata così vicina a tutte noi: messa in scena reale di tutte le fragilità tipicamente legate all’animo umano.

Ma andiamo più nel dettaglio. E soprattutto andiamo per ordine. Iniziamo dagli episodi della prima stagione. L’ambientazione è quella che caratterizza tutte le tre stagioni: Hell’s Kitchen, New York. Jessica Jones è alle prese con la ricerca di una ragazza modello scomparsa, ma deve fare i conti con il suo passato: Kilgrave. Quest’ultimo ha il potere di prendere il controllo della mente degli altri, ed ovviamente anche di quella di Jessica Jones. Tutta la storia della prima stagione si dirama proprio nel rapporto tra i due: conflittuale ma anche morboso, fatto di ricordi e di manipolazione.

Anche la seconda stagione è un ritorno al passato: senza svelare troppo, né tanto meno fare spoiler non graditi, Jessica Jones si trova a dover fare i conti con i suoi ricordi, ma anche con i caratteri degli altri personaggi. Tra questi: Trish ,Malcolm, ma anche Jeri Hogarth (implacabile ed algida avvocatessa, che troviamo anche in Iron Fist), la sceneggiatura si sviluppa intorno a diverse storie, il cui interesse tiene sempre fortemente concentrato lo spettatore sin da subito.

Sicuramente in questa stagione manca la presenza di un “cattivo” ai livelli di Kilgrave (manca l’antieroe). Sinceramente però non ne sentiamo così tanto la mancanza, in quanto tutte le storylines ruotano attorno alla psicologia dei singoli personaggi, tutti con un proprio vissuto, eppure incredibilmente collegati tra di loro.

Ma arriviamo alla terza stagione…Ahimè quest’ultima è un addio che Jessica Jones dà ai suoi fan. Ma a dirci addio non è solo lei…

A chiudersi è l’intero ciclo di episodi firmato Marvel-Netflix. Quando sono venuta a scoprirlo, non volevo crederci. E’ certamente interessante vedere come a chiudere l’intero ciclo di episodi sia stato proprio il personaggio femminile della Marvel, quello che per certi versi mostra più vulnerabilità, più incertezza, rispetto al suo ruolo straordinario di super eroina. Scelta voluta oppure casuale? Sta di fatto che anche la terza stagione convince, ma non ai livelli delle precedenti…forse troppa fretta di concludere le numerose storie che si intersecano nella trama? Qualche dubbio di scrittura ci viene, molto onestamente… Ma, allo stesso tempo, anche qualche lacrimuccia…Gli addii non sono mai così facili da sopportare.  Vero?

Serena Cospito

Il ritratto dell’italiano medio nel nuovo libro di Daniele Sbaraglia

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Il nuovo libro di Daniele SbaragliaE se fosse domani?” è un intricato viaggio interiore nella mente del suo protagonista.

Nel suo secondo libro, Daniele Sbaraglia ci racconta la storia di Manuel, un protagonista che incarna alla perfezione le sembianze del tipico italiano medio.

A quarant’anni Manuel si ritrova a vivere una vita che non lo soddisfa a pieno. Ha un lavoro sicuro, ma questo non gli dà alcuna soddisfazione personale, vorrebbe fare della sua arte la sua unica ragione di vita ma non riesce a mettersi in gioco, vorrebbe una persona da amare ma non è riuscito a costruirsi una famiglia perché frenato dalla sua gelosia ossessiva.

La maggior parte della narrazione sembra quasi una confessione a cuore aperto del protagonista, che usa il lettore come se fosse il suo analista. Manuel riversa nel suo flusso di coscienza tutta la sua insoddisfazione nei confronti della vita e, con le sue parole, manifesta la sua incapacità di uscire da questa situazione e dalla sua confort zone.

Ammetto che le posizioni molto decise del protagonista, a volte poco condivisibili, lo hanno reso antipatico ai miei occhi in più di un’occasione.

Anche lo stile utilizzato dallo scrittore nella sua narrazione, sono lo specchio delle insicurezze del protagonista. I continui salti avanti e indietro nel tempo, la quasi totale assenza di dialoghi, le infinite pagine dedicate alla riflessione personale di Manuel, trasmettono benissimo il continuo senso di ansia e insoddisfazione che caratterizzano il personaggio principale. Però, anche se comprendo la scelta operata dallo scrittore, per certi versi ho trovato il racconto eccessivamente confusionario. I repentini salti temporali non aiutano il lettore a comprendere con facilità come si sta sviluppando il racconto e rendono la narrazione poco armonica.

All’improvviso tutto cambia.

Ho trovato poco chiaro e affrettato il passaggio che porta Manuel ad uscire dallo stato di stallo che bloccava la sua vita. Da un momento all’altro l’uomo molla tutto e sceglie di lasciarsi alle spalle la sua monotona quotidianità, per viaggiare in giro per il mondo e dedicarsi alla fotografia.

Persino l’epilogo finale mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Anche se la scelta operata dall’autore di lasciare un velo di mistero sull’effettivo sviluppo della vicenda è comprensibile, questo finale lascia il lettore con il dubbio sull’esistenza di Eilis, ma soprattutto riporta Manuel quasi al punto di partenza. È nuovamente insoddisfatto della sua vita, vive la sua quotidianità con distacco e con la voglia di essere altrove, con un’altra donna, in un’altra vita.

In conclusione, reputo che l’idea di fondo del libro sia interessante. Nel mondo in cui ci ritroviamo a vivere, tutti abbiamo vestito i panni di Manuel almeno una volta, eppure ritengo che l’idea di base poteva essere sviluppata e approfondita meglio.

Simona Specchio

Qualcosa è cambiato: imperdibile storia sulla bellezza di riscoprirsi vivi

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Titolo originale: As Good As It Gets
Regia: James L. Brooks
 Cast: Jack Nicholson, Helen Hunt, Greg Kinnear, Cuba Gooding Jr., Harold Ramis
Genere: Commedia, sentimentale
Minuti: 139 minuti
Paese: USA
Anno: 1997
Data di uscita: 30 gennaio 1998

TRAMA: Melvin Udall è un famoso scrittore di romanzi rosa che vive a New York. Soffre di disturbo ossessivo-compulsivo, ha un pessimo carattere ed è  un misantropo razzista che non ama molto neri, gay, ebrei, vecchiette e cani. Ironia della sorte ha per vicino di casa un pittore gay che possiede un cagnolino. Frequenta quotidianamente un locale ma solo per farsi servire il pranzo dalla cameriera Carol, che sembra essere l’unica a sopportarlo.

Qualcosa è cambiato: tra i 500 film più belli di tutti i tempi secondo Empire.

Al 140esimo posto della classifica Empire, Qualcosa è cambiato porta una ventata di aria fresca nel genere sentimentale. Non una storia semplice e lineare, con un prima e un dopo, qualche piccolo dramma e poi tutti vissero felici e contenti. Il percorso seguito dal regista è molto più complesso e psicologico. Partendo da una realtà non remota: omofobia, razzismo, disagio sociale, dolore e malattia, le romanza quel tanto che basta per coinvolgere emotivamente lo spettatore tra momenti esilaranti e altri più intensi e profondi.

Un cult  degli anni ’90, di quelli che tieni in videoteca e che guardi ogni tanto, scoprendo, visione dopo visione, dettagli nuovi. Film come questi, pur nella loro “staticità”, racchiudono un dinamismo che muta da spettatore a spettatore.

Una delle caratteristiche che hanno contribuito a renderlo senza tempo è sicuramente la sceneggiatura. Scritta in maniera raffinata e delicata, è costruita in maniera tale che la trama possa reggere, senza appesantire, temi forti come l’omofobia e il razzismo senza mai svilirli, né ponendoli sotto i riflettori più del necessario.

Siamo nel ’97 l’anno in cui il Titanic di Cameron affondò nell’oceano e sfondò le porte del cinema posizionandosi, per decenni, tra le migliori produzioni, sia in termini di effetti speciali che di box office. Fu l’anno dell’assalto agli Oscar o quasi. I due premi più ambiti  andarono invece a Nicholson e alla Hunt per Qualcosa è cambiato.

Sicuramente Titanic è stato un film inattaccabile: uno dei migliori di tutti i tempi, rientrando a mani basse nella storia della cinematografia hollywoodiana. Siamo nel 2019 e ancora se ne parla. Qualsiasi prodotto filmico distribuito in quell’anno perdeva in partenza. Eppure, Qualcosa è cambiato sembra aver sortito l’“effetto Titanic” soltanto in parte. Indubbiamente ne ha risentito in termini di botteghino, non ha destato lo stesso scalpore del suo compagno di distribuzione.

Nonostante ciò gli esperti del settore ne hanno colto l’intensità e la potenza grazie ad un cast eccezionale che hanno saputo dare al film la giusta impronta. Una combo attoriale senza la quale il film non sarebbe stato lo stesso. Non stupisce dunque, che nel 1998, durante la consegna degli Oscar, quando tutta l’attenzione era su Di Caprio, alla fine il premio tanto ambito, andò sia Nicholson. Scusa Di Caprio chi? Che dire, un Oscar strameritato vista la complessa  personalità di Melvin.

Tutti vorrebbero un Melvin? Sicuramente no, ma tutti vorremmo più attori dotati del carisma di Nicholson il cui istrionismo si rileva essere l’ingrediente segreto della pellicola

  •  Qui siamo a New York: se ce la fai qui, ce la puoi fare ovunque.

Qualcosa è cambiato
Jack Nicholson in Qualcosa è cambiato

Il Melvin di Nicholson è un vero e proprio antieroe: volgare, offensivo, sgarbato, razzista, quasi sempre inappropriato ma comunque impossibile da detestare. Un attore – istrionico, eclettico e dirompente – che non passa mai di moda, anzi, come il vino invecchiando migliora. Non c’è interpretazione che non faccia sua, né personaggio che non ne scardini i confini trascinandolo in un vortice fatto di follia che solo Nicholson sa interpretare.

Se si va oltre il contesto e ci si sofferma sul personaggio in sé ci si rende conto di quanto complesso sia stato entrare in contatto e mettere in scena una personalità cosi disturbata, tipica del disturbo ossessivo-­compulsivo. Varie sono le scene in cui manifesta questa sintomatologia: quando evita di calpestare le linee orizzontali del pavimento, ripete a mente sequenze di parole, quando si lava le mani oltre ogni limite,  o ancora conta mentre chiude la porta ecc.. E’ riluttante a svolgere attività di svago e a curare amicizie.  Si aspetta che gli altri si sottomettano al suo modo di fare, è rigido e testardo. Ha scarsa consapevolezza dei suoi stati emotivi e soprattutto non riesce a padroneggiarli. È completamente incapace di manifestare i suoi sentimenti l e quando lo fa in maniera risulta essere goffo, come quando trasforma una dichiarazione d’amore a Carol in una offesa.

Qualcosa è cambiato
J. Nicholson, H. Hunt in Qualcosa è cambiato

–  Ho tanta paura che dirai qualcosa di orribile.
–  Non essere così pessimista, non è nel tuo stile. Ok… te lo dico… Faccio sicuramente un errore. Diciamo che io ho… cos’è? Un disturbo?… il mio dottore, uno psicoanalista dal quale andavo sempre, dice che nel 50-60% dei casi una pillola può aiutare molto. Io odio le pillole, roba molto pericolosa le pillole, odio. Bada bene uso la parola ‘odiò apposta, quando parlo di pillole. Odio! Il mio complimento è che quella sera che sei venuta da me e mi hai detto che non avresti mai… beh, insomma, tu c’eri quella sera e lo sai, quello che hai detto. Beh, il mio complimento per te è che… la mattina dopo, ho cominciato a prendere le pillole.
–   Non capisco come possa essere un complimento per me.
–   Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore.

Proprio la vastità e la complessità della personalità  di Melvin è stata un’occasione per Jack Nicholson di dare vita ad un’interpretazione di grande istrionismo dando sfoggio del suo repertorio di occhiate sbieche, ghigni, denti ferini e ruggenti.

Un nuovo modo di raccontare il romanticismo: una realtà sofferta ma necessaria

Insomma, nulla a che vedere con il pomposo Titanic. Qualcosa è cambiato – a oltre 20 anni dalla sua uscita – rimane una commedia fresca, originale e a tratti profonda. Nonostante il suo finale scontato, segue un percorso intelligente e mai banale dando modo allo spettatore di riflettere su temi difficili  come l’omosessualità, l’intolleranza, la malattia e il superamento dei propri limiti.

La forza della pellicola non risiede tanto nello svolgimento del racconto, abbastanza prevedibile, quanto nella scrittura di dialoghi brillanti e genuini e di personaggi  veri, imperfetti e quindi adorabili.

Il sentimentalismo del film viene snaturato dal suo senso stretto e manifestato in ogni sua sfaccettatura.  Che sia l’amore per un figlio, per il proprio cane, un incontro ecc.

Una pellicola travolgente e forte che ci aiuta a ricordare la bellezza di lasciar entrare, pian piano, le persone nella nostra vita

  • Insomma, se guardi qualcuno abbastanza a lungo scopri la sua umanità.

Sono proprio queste relazioni che nascono, minuto dopo minuto, a far si che ogni personaggio riesca in qualche modo a superare i propri limiti e le proprie paure. Una strada che consente ad ognuno di loro di vedere la bellezza che li circonda.

Ma l’aspetto sottovaluto, ad avviso di chi scrive, risiede nella chiave di volta: Verdell,  il Griffone di Bruxelles. Proprio partendo da una forzata convivenza con Melvin, quest’ultimo riuscirà a smussare lentamente la sua personalità. Senza questo passaggio, ignorato da molti, il protagonista sarebbe, con molta probabilità rimasto lo stesso.

Qualcosa è cambiato
J. Nicholson, H. Hunt. G. Kinnear in Qualcosa è cambiato

Curiosità

  • La prima sceneggiatura si intitolava Vecchi amici, fu indicata come una delle migliori mai scritte.
  • Il film incassò 13 milioni di dollari il primo week end di proiezione dopo Colossal come Titanic e Il domani non muore mai. 
  • E’ stato in parte sponsorizzato dalla associazione DOC (disturbo ossessivo complusivo).
  • Il cane Verdell è stato interpretato da sei Griffoncini di Bruxelles, dai nomi di Timer, Sprout, Debbie, Billy, Parfait, e Jill.
  • Il ruolo di Shirley Knight (Beverly Connelly) era stato, in origine, offerto a Betty White, un’attivista per i diritti degli animali. La White rifiutò quando apprese di come il cane sarebbe stato maltrattato nel film.
  • Jack Nicholson era terrorizzato del fatto che nessuno avrebbe voluto vedere il film per via del carattere fastidioso del suo personaggio.
  • La risposta di Udall alla domanda “come fa a descrivere così bene le donne? («Immagino un uomo, e gli tolgo affidabilità e razionalità»)” è la risposta misogina data nella realtà dallo scrittore John Updike quando gli fu posta la stessa domanda.
  • In una scena il cagnolino imita Jack Nicholson evitando le crepe del marciapiede. In realtà sono stati messi dei piccoli ostacoli sulle crepe in modo da obbligare il cane a seguire un determinato percorso. Gli ostacoli sono stati rimossi digitalmente in post-produzione.
  • Nel film, in una delle prime scene, compaiono in un cameo Lisa Edelstein e Peter Jacobson, che interpreteranno successivamente Lisa Cuddy e Chris Taub nella serie televisiva House MD.

Tre motivi per vedere il film:

  • Per la “dichiarazione d’amore di Melvin”. Tutti vorremmo sentirci dire Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore” ;
  • Se avete voglia di guardare una commedia che sa ben dosare romanticismo e divertimento;
  • Per l’impareggiabile interpretazione di Nicholson, il quale, ha saputo mettere su pellicola una malattia mentale che viene nominata “disturbo ossessivo compulsivo”, senza appesantire il film.

Quando vedere il film:

Ogni momento è quello giusto, ma nella sua semplicità Qualcosa è cambiato è un film lungo, per cui vi consiglio di ritagliarvi qualche ora per godervelo fino in fondo.

Angela Patalano

Yesterday, chiedi chi erano i Beatles

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Disclaimer: chi vi scrive è un enorme fan dei The Beatles, che ritiene il suo gruppo musicale preferito, oltre che il migliore di sempre. La visione di Yesterday, pertanto, non avrebbe potuto essere una visione qualunque.

E infatti, vi avviso per correttezza, non lo è stata. Non lo è mai diventata considerando che, nel terzo atto, c’è anche una scena a sorpresa, impossibile da rivelare, capace di distruggere emotivamente ogni fan. Eppure, in qualche modo, di quella scena bisogna parlare perché rappresenta il cuore tematico del film.

Qualcuno potrebbe obiettare che Yesterday sia un film confuso. La premessa fantascientifica non sempre si armonizza alla rom-com, e le caratteristiche di entrambi i generi si sprecano vicendevolmente. Altri potrebbero obiettare che, verso la fine, il film diventa quasi una parodia, e il mondo dello show-biz americano è stereotipato. Altri potrebbero dire che l’interessante premessa del film, un mondo in cui tutti hanno dimenticato i Beatles, non ingrana perché il mondo mostrato non è poi così peggiorato rispetto al nostro.

Non sono qui a confutare tali critiche, che anzi in alcuni casi ritengo veritiere. Eppure, nonostante questi difetti, o forse paradossalmente proprio per questi, in Yesterday ribolle una fortissima anima. Nasce dall’incontro tra due mondi diversissimi: alla regia Danny Boyle, autore di cinema dinamico, ipercinetico, perfetto per la premessa vagamente sci-fi della storia; alla sceneggiatura Richard Curtis, il re della rom-com britannica (scorrete la sua filmografia e ringraziatelo di esistere), fondamentale per dare emozioni ai personaggi. E l’unione apparentemente impossibile tra questi mondi dà a Yesterday quel livello di intelligenza che non tanti film hanno. Ma che, nei tempi recenti, provano ad avere.

Grazie di tutto, John Lennon

Si potrebbe quasi definire Yesterday un film post-moderno, infatti.

Coglie che il motivo per cui va tanto di moda ultimamente la nostalgia è la bruttura dei nostri tempi. Ed esorcizza questo disagio non col semplice e sicuro ritorno al passato, che però si esaurisce e ci fa tornare comunque a fare i conti col nostro presente, ma con la fantasia di una realtà alternativa in cui tutto sia giusto, addirittura felice. Quello che sta facendo già il revisionismo storico di Tarantino, che mira a farci pensare tutto possa andare bene. Perché abbiamo dannatamente bisogno di pensare e credere che tutto possa andare bene. Non potendo rivelare di più, mi fermo qui.

Eppure, ci sarebbe da andare avanti e rallegrarsi. Perché ciò avviene in una rom-com, accessibile a tutti e universalmente amata da tutti. Curtis e Boyle hanno il coraggio di fare un discorso complesso nel genere più semplice e diretto, e la sfida funziona. Al netto dei difetti, palesi, ma inevitabili se si vuol rischiare e ammorbidire al tempo stesso.

Qualcuno si divertirà a sentire le canzoni. Altri si innamoreranno per la sottotrama romantica. Pochi riusciranno addirittura a riflettere. Non è un film perfetto perché è tante cose? Vero. Ma ad avercene di esperienze divertenti e imperfette così al cinema d’oggi.

Abbey Road: l’ultimo album dei Beatles

Emanuele D’Aniello

Ad Astra, verso l’infinito e (poco) oltre

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Pirati sulla Luna.

Esatto, in un film come Ad Astra ci sono i pirati spaziali. E non che sia un vero problema, perché anzi quella scena è indubbiamente una delle più tese del film. Ma averla messa nel film è un piccolo sintomo di un problema più grande, dell’indecisione di James Gray su quale tono scegliere per Ad Astra. La stonatura di vedere certe scene d’azione in un film meditativo come questo (e quando lo diventa nella seconda parte, è tutto migliore). La necessità di giustificare l’ambizione di fare un film di fantascienza, farsi dare 100 milioni da uno studio, e chiamare Brad Pitt.

Eppure, gli aspetti commerciali e puramente filosofici in Ad Astra cozzano particolarmente. Non raggiungono la sintesi armoniosa vista in tanti sci-fi, non perché Gray non sia capace o non abbia la visione adatta (pensa a questo film da talmente tanti anni che è impossibile immaginarlo) ma perché si capisce, immediatamente e istintivamente, dove sia il suo cuore.

Il cuore e l’amore di Gray sono tutti negli aspetti più intimi, introspettivi e personali di Ad Astra. Nel fascino di un uomo che molla tutto per andare nello spazio più profondo a seppellire paure che sulla Terra non ha il coraggio di mostrare. Nell’insicurezza e nelle vulnerabilità di un uomo che è stato abbandonato dal padre e cresce, affrontando la propria solitudine, diventando come quel padre per cui prova emozioni contrastanti. Nella potenza di un genere cinematografico che più grande e spettacolare diventa con i mezzi tecnologici odierni, meglio riesce a mostrare e raccontare la fragilità e la piccolezza umana di fronte all’infinito ignoto.

In poche parole, Ad Astra è la summa di tutta l’ambizione e la poetica di James Gray da inizio carriera a oggi. E diventa anche, proprio per questo, la storia di un autore che si scontra con la realtà.

Non arriva fuori tempo massimo Ad Astra, c’è sempre tempo e modo per raccontare simili storie di fantascienza. Anzi, questo è probabilmente il genere migliore per esplorare la solitudine e la debole unicità umana. Eppure, gli stimoli estetici e sensoriali degli spettatori si trovano di fronte qualcosa di non nuovo. I discorsi di Gray, per quanto personali, sono stati già affrontati da altri film di fantascienza. Alcune riflessioni sulla mascolinità e sulla paternità, persino alcune sequenze come visivamente concepite, sono indubbiamente derivative. E Gray non fa nemmeno molto per nasconderlo, se notiamo come la trama e la struttura narrativa, incluso l’utilizzo del voice over, siano prese pienamente da “Cuore di Tenebra” (e pertanto da Apocalypse Now, rimanendo al cinema).

Se aggiungiamo una prima parte vagamente più action, che stona e dimostra altrettanto poca originalità, abbiamo il quadro completo di un film molto interessante, molto affascinante, ma che non fa mai il salto di qualità per suoi manifesti e intrinsechi limiti. Gray ha sicuramente l’ambizione di prova a rielaborare, col suo stile e soprattutto con interiorità personale prima che artistica, strade note. Di provare a equilibrare, tentativo perenne fin dagli albori del cinema, spettacolo a profondità. Ma l’umanismo del racconto non va oltre l’essere interessante. L’esplorazione della solitudine non va oltre interrogativi che già tutti ci poniamo di fronte all’ignoto.

Forse, proprio perché caricato di troppo amore e troppe aspettative, Ad Astra è come quell’alunno bravo ma che potrebbe applicarsi di più. Ha tutto per fare bene, la visione, l’ambizione, il coraggio, la riflessione giusta, ma il mistero è troppo forte per essere superato. Forse perché, in fin dei conti, Ad Astra è un film molto ordinato, molto pensato, molto sudato nel corso del tempo, molto costruito, e per riuscire davvero ad esplorare le domande dell’infinito e farle arrivare con tormento ai cuori di tutti, ci vorrebbe più disordine, più anarchia, più stupore disperato.

 

Emanuele D’Aniello

Il penoso canto del cigno di Rambo: Last Blood

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L’errore più grande di Rambo 5 (oltre ad averlo realizzato, potrebbe affermare qualcuno sarcasticamente) è tutto nei titoli di coda. Nella carrellata di immagini dei film passati.

Non che fossero capolavori, per carità. Per quanto il primo caro vecchio Rambo rimanga un caposaldo assoluto del genere post-bellico. Ma quei film sapevano cosa fare e chi indirizzarsi. Erano, prima di tutto, film veri, action movies autentici. Oggi, invece, non ci rimangono che le briciole, e la semplicistica idea che il nome Rambo e il volto di Stallone possano bastare per fare un film.

Non è così. Questo Rambo 5 sarebbe brutto a prescindere, e tra poco ci arriviamo. Ma lo è soprattutto perché non è un film di Rambo: il personaggio interpretato da Stallone avrebbe potuto chiamarsi in qualsiasi altro modo, essere qualsiasi altro personaggio, e non sarebbe cambiata una virgola (purtroppo). Non ha nulla delle caratteristiche del vecchio personaggio, né psicologiche né tantomeno fisiche. E Stallone stesso, paradossalmente, fa di tutto per far sparire quelle caratteristiche, dal look scelto all’ambientazione scelta. Insomma, è un generico rabbioso ex soldato inserito in un generico film di vendetta, come ormai ce ne sono a decine.

E attenzione, non sono ancora arrivati i veri difetti di Rambo: Last Blood. Perché scegliere la strada appena detta, quella del B Movie di vendetta, per quanto traditrice dello spirito di Rambo, può anche starci. Il problema è come è battuta tale strada.

Scritto in maniera amatoriale, girato che più sciattamente non si può, Rambo: Last Blood è una patetica accozzaglia di superficiali momenti derivativi intrisi di noia. Immotivatamente per un film del genere, quasi un’ora è spesa nella più brutale soap opera messicana nella quale ogni personaggio – e tutti sembrano usciti fuori dal casting per scovare gli attori meno carismatici al mondo – è tagliato con l’accetta degli stereotipi. Quando l’azione arriva (pur sollevando interrogativi, tra cui perché i narcos vestiti da marines) si scade improvvisamente nel gore più inutile. Oltre che fuori contesto. Oltre che abbandonato all’azione da videogioco senza alcun pathos.

La cosa paradossale è che il film vorrebbe persino provare anche a dare un po’ di lirismo al protagonista. Alla sua solitudine e alla sua tracotante rabbia. Insomma, Stallone stesso vorrebbe passare la tristezza del suo Rocky Balboa a John Rambo, ma si vede che non c’è cuore. Non può esserci soprattutto con l’inconsistente faciloneria nella quale si perde il film.

Probabilmente John Rambo avrebbe meritato un arrivederci migliore. Lo avrebbero meritato i suoi fan. Anzi, avrebbero meritato un vero film di Rambo, semplicemente.

Emanuele D’Aniello

La tua dose di musica rock anni ’90 (in playlist)

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Quando pensiamo alla musica degli anni ’90 ci riferiamo a generi e stili di canzoni diversissime tra loro.

Gli anni ’90, infatti, sono stati un decennio intenso e ricco in cui differenti generi musicali hanno preso piede: dal grunge al brit-pop, dalla musica elettronica al pop delle boy band.

In questa playlist vi propongo esclusivamente brani rock.

Gli anni Novanta vedono la nascita di diversi sottogeneri del rock.

A Seattle prende piede il grunge, termine che tradotto letteralmente significa “fradicio, stropicciato, sporco”.

Le band grunge abbinano un aspetto ribelle e trasandato a una scarsa ricercatezza tecnico-musicale.

Se il brano rock standard prevede l’esecuzione di verso-ritornello-verso-ritornello, il brano grunge presenta la formula “rumore+ritornello+rumore”.

Gli abiti grunge – jeans strappati e camicia da lavoro aperta con sotto una t-shirt – rispecchiano l’apatia, il pessimismo e l’angoscia tipici di questo sottogenere.

Le band più rappresentative del grunge sono i Nirvana, i Soundgarden, gli Alice in Chains, i Pearl Jam.

Nel frattempo in Gran Bretagna le band indie si ispirano alle melodie pop dei gruppi britannici degli anni sessanta come i Beatles e i Rolling Stones, dando vita a un altro sottogenere: il britpop.

Blur, Oasis, The Verve e gruppi molto diversi tra loro rientrano tutti nel movimento del britpop.

Se una band non apparteneva a un genere con delle sue specificità, se la chitarra prevaleva nell’arrangiamento e se lo stile rimandava a melodie del passato riesumate e tirate a lucido per l’occasione, allora era britpop.

Devono la loro fortuna al britpop anche gruppi come i Radiohead che, dopo un album britpop, si sono impegnati in una musica più sperimentale e meno orecchiabile, prendendo le distanze dai loro precedenti successi.

E allora buon ascolto!

https://open.spotify.com/playlist/4zlVnbZZnp8gn4LQyqePEC?si=wVHg31x_S3eYb1QQcoWqYg

Valeria de Bari

La tua dose di canzoni anni 90, per tutti i nostalgici: il colpo di grazia!

Se invece siete fan dei Cranberries non perdetevi questa playlist:

“In the end”: il nuovo album dei Cranberries sarà anche l’ultimo della band

Back to school, Platone e Socrate i nostri compagni di banco

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Platone: dottrine non scritte per sopravvivere ai primi mesi di scuola

Seduti tra i banchi di scuola è nuovamente tempo di interrogazioni e compiti per casa.

Il profumo di salsedine è ormai un lontano ricordo. I tuffi al mare sono un’istantanea su Instagram da far vedere ai compagni di classe. La gara ai like sui social lascia il posto alla ricerca del buon voto a scuola per la sopravvivenza.

Ci sarà chi per la prima volta si approccerà allo studio della filosofia. Il pit-stop obbligatorio porterà all’incontro di alcuni “mostri sacri”.

Di chi parliamo?

Allacciate le cinture: Socrate e Platone.

Ecco qualche suggerimento per un’ottima interrogazione.

Innanzitutto partiamo dalle questioni preliminari. Contestualizzate i due filosofi. Parlate del periodo, della vita e delle opere.

Citare Socrate parlando di Platone è inevitabile.

Bisogna ricordare che per Socrate la ricerca ha un valore etico non solo strumentale bensì la identifica come azione buona di per sé. Quindi chi impiega le proprie risorse per cercare di capire cosa significa essere virtuoso, in un certo senso, sta già praticando la virtù stessa.

Cosa si intende quindi per virtù?

Socraticamente si interpreta la virtù come un metodo di ragionamento secondo la “giusta condotta da tenere”. È la capacità di saper coordinare i dati acquisiti dalla consapevolezza nel modo migliore per agire correttamente. Difatti la moralità non è scienza come le altre scienze ma implica l’acquisizione di consapevolezze fenomeniche differenti.

Platone tra tutte le sue opere, più precisamente nel “Gorgia”, porta avanti la tesi che è meglio patire un’ingiustizia piuttosto che commetterla. Chiara dimostrazione dell’interpretazione del pensiero socratico da parte del discepolo Platone. Ciascuno è responsabile di sé e degli altri.

L’indagine stessa volta a capire se le sue opinioni morali sono corrette si decifra in una sorta di esame di coscienza in cui il rinvenimento e l’eliminazione dell’ignoranza vanno alla stregua con la scoperta e l’eliminazione del vizio morale.

La virtù è conoscenza.

Socrate parla per mezzo di Platone. I suoi scritti sono quasi tutti dei dialoghi. In essi l’autore non figura mai come personaggio. Il filo conduttore di Platone e tutte le opere è incardinato nel protagonista: Socrate. Questa ambivalenza pone l’accento sulla difficoltà di capire dove comincia il suo pensiero e dove finisce quello del suo maestro.

Proseguiamo poi con un elenco sommario per memorizzare il contenuto dei suoi scritti.

L’opera platonica è composta da 34 dialoghi, un monologo e una raccolta di lettere.

Platone: tutte le opere

Apologia di Socrate è il monologo in cui il protagonista si difende davanti ai giudici.

Nel Critone, Socrate in carcere rifiuta la proposta di fuggire fatta da Critone.

Eutifrone, Liside, Carmide, Lachete, Ippia Maggiore in questi dialoghi Socrate conduce l’indagine su un concetto di carattere generale, confutando le risposte dei suoi interlocutori. In ordine si parla del sacro, dell’amicizia, della temperanza, del coraggio, della bellezza e della virtù.

La Repubblica di Platone versione integrale è l’approccio al concetto di giustizia e al modello ideale di Stato. È una delle opere più complesse.

Leggere la Repubblica di Platone e codificarla in maniera contemporanea

Ione tratta di Poesia.

Alcibiade Primo parla del primato dell’anima e dell’educazione interiore.

Ippia Minore vede il confronto tra Achille e Odisseo.

Nel Gorgia Socrate parla della retorica, della felicità e del giusto.

Protagora vede duellare Socrate con un sofista. L’argomento principe sarà la virtù e la sua impossibilità di essere insegnata.

Menesseno è una parodia della retorica a lui contemporanea.

Cratilo evidenzierà i problemi gnoseologici.

Fedone, forse una delle opere più conosciute, pone l’accento sull’immortalità dell’anima e la dottrina delle idee.

Il Simposio vede come argomento clou l’eros.

Teeto e il relativismo protagoreo.

Parmenide in cui la dottrina delle idee viene messa a dura prova.

Il Sofista dove si individuano cinque generi di realtà.

Filebo parla della vita buona.

Politico, come dice la stessa titolazione, definisce la figura del politico e l’importanza della legge.

Il dialogo più lungo, Leggi, in cui Platone descrive uno Stato ideale meno irrealistico rispetto a quello definitivo nella sua opera La Repubblica.

Platone e la crisi di governo italiana, suggerimenti senza tempo per addetti ai lavori

Infine Crizia un’opera incompiuta e contiene il mito di Atlantide.

Con questi elementi alla mano il rientro a scuola sarà più leggero.

Una mappa concettuale su come affrontare l’interrogazione ed il gioco è fatto.

Buon anno scolastico a tutti.

E soprattutto buona “filosofia”.

Alessia Aleo

25 anni di Friends: e il divano arriva a Roma per i fans

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Ci ha perseguitato con la sua sigla “I’ll be there for you…”, ci ha fatto amare alla follia Jennifer Aniston, ci ha fatto interrogare su cosa sia davvero l’amicizia. A 25 anni dalla sua uscita, Friends arriva a Roma in via del tutto eccezionale.

Sabato 21 e domenica 22 settembre Warner Bros. Entertainment Italia celebrerà l’anniversario della sitcom americana – diventata una dei più grandi successi nella storia della televisione – con l’arrivo dell’iconico divano arancione della serie tv in piazza Barberini (di fronte alla fontana del Tritone) a Roma.

Dopo essere stato protagonista alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia con le principali celebrities italiane presenti (Alessandra Mastronardi, Elena Sofia Ricci, Caterina Guzzanti), il divano più famoso della televisione  –– che negli anni ha ospitato infinite discussioni, amori, risate, confessioni e colpi di scena tra i sei inseparabili amici di New York City –– continua infatti il suo tour globale nei luoghi più iconici del mondo, cominciato dal Grand Canyon, passato dall’Empire State Building, dalla Tower Bridge ed Abbey Road a Londra, dal Burj Khalifa a Dubai, tra gli altri. Sabato 21 e domenica 22 settembre (giorno in cui ricorrerà il 25esimo anniversario della prima messa in onda di Friends negli USA), il divano arriverà nella Città Eterna.

I fan di Friends potranno sedersi sul divano che ha assistito a molte delle avventure di Ross, Monica, Chandler, Phoebe, Joey e Rachel, scattare una foto e condividere il momento con i propri amici.

In più, i fan avranno l’opportunità di scaricare l’app gratuita FRIENDS 25 dal sito https://friends25app.com, con citazioni memorabili della serie, divertenti cornici a tema Friends, adesivi, curiosità e gustose ricette mostrate nelle scene (si pensi alla marmellata di Monica). Incorporando i filtri Photo Booth (e persino i filtri in Realtà Aumentata 3D), i fan potranno aggiungere alle loro immagini gli ombrelli e Marcel la scimmia, nonché completarle con etichette personalizzate, o selezionarne da un elenco tra centinaia di nomi utilizzando la firma con il font F•R•I•E•N•D•S. Non è divertente?

La app gratuita è disponibile in inglese, spagnolo e portoghese, ed è compatibile con iPhone (iOS 7 e versioni successive), iPad (6a generazione), iPad Pro (3a generazione), oltre ai telefoni con sistema operativo Android. Gli appassionati possono usufruire delle seguenti funzionalità:

  • Realtà Aumentata: i fan possono accedere alla divertente creazione interattiva di filtri della Realtà Aumentata (AR) su foto e video in 3D. Come Joey, si può provare il rossetto blu Ichiban, o come Ross, posizionare Marcel la scimmia sulla spalla. E riunendo un gruppo di amici, l’app fornirà a ciascuno l’ombrello Friends!
  • Curiosità: i fan di Friends spesso si interrogano a vicenda sulla serie, e ora possono mettere alla prova le loro conoscenze con un gioco a quiz interattivo dotato di domande su ogni stagione. Le clip audio del programma rivelano le risposte giuste o sbagliate.
  • Stickers Photo Booth: i fan possono aggiungere uno o più adesivi alla volta alle loro foto o video. Gli adesivi includono citazioni e icone della serie, che possono anche essere ricercate secondo il personaggio preferito. E’ fantastico? “LO SO!”
  • Nomi e cornici: i fan possono inquadrare le loro foto con una selezione di cornici personalizzate, incluso l’iconico divano di Central Perk, oppure scegliere tra centinaia di nomi con il font F•R•I•E•N•D•S. Si possono utilizzare anche in combinazione con gli adesivi.
  • Sfondi: si possono scegliere vari sfondi divertenti di Friends da una vasta libreria, che possono essere applicati ai dispositivi.
  • In Cucina con Friends: affamati del “Moist Maker” di Ross, del panino con le polpette di Joey o dei biscotti di Phoebe? L’App Friends 25 include un ricco ricettario relativo a momenti indimenticabili apparsi sullo schermo.

Gli utenti possono condividere le loro foto o video sui social media. E per i fan che desiderano un’esperienza IRL, l’app sbloccherà anche adesivi speciali nei negozi AT&T, LEGO® Stores, The Coffee Bean & Tea Leaf Stores e altri ancora.

 Per ulteriori informazioni sull’App Friends 25, visitate il sito http://friends25app.com. L’App è disponibile anche negli App Store di Apple ed in Google Play Store.

FRIENDS è attualmente in onda tutti i giorni su Comedy Central – Canale 128 di Sky.

Seguite l’hashtag # Friends25!

A proposito di Friends

Celebrando il 25° anniversario dal suo debutto nel 1994, Friends rimane una delle serie più amate della televisione. Uno dei programmi più seguiti in televisione sulla sua rete originale, la serie è ancora un appuntamento costante nella syndication e nei servizi di streaming, dove continua ad essere un successo mondiale. Tra le serie favorite dalla critica e dal pubblico durante le sue 10 stagioni, Friends non solo ha vinto l’Emmy® per la Migliore Serie Comica, ma si è anche aggiudicata gli Emmy® Awards per le star della serie Jennifer Aniston e Lisa Kudrow. Della Warner Bros. Television, Friends segue le vite e gli amori di un gruppo affiatato di amici che vivono a New York City: i fratelli Ross (David Schwimmer) e Monica Geller (Courteney Cox), insieme agli amici Chandler Bing (Matthew Perry), Phoebe Buffay (Lisa Kudrow), Joey Tribbiani (Matt LeBlanc) e Rachel Green (Jennifer Aniston). Friends è una creazione di David Crane e Marta Kauffman, che hanno prodotto esecutivamente la serie con Kevin Bright attraverso la Bright / Kauffman / Crane Productions in collaborazione con la Warner Bros. Television.

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Moni Ovadia e i resti della grecità

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Moni Ovadia è un abile cantore, dal pensiero acuto e dall’umorismo semplice, nell’accezione più positiva del termine.

Il suo intento con Romeosini Grecità è quello di ricordare le radici dell’Occidente come non lo conosciamo mai abbastanza.

Nella rilettura dei poeti greci contemporanei che apre la nuova stagione del Teatro Vascello di Roma vi è tutta la concretezza che ho sempre amato della letteratura greca.


“Noi pensiamo greco, perché tutto il nostro apparato concettuale è di derivazione greca. Dobbiamo piuttosto chiederci come parlavano i greci, che voci avevano e da questo cercare di capire che queste lingue portano anche i travagli di duemila anni di storia. E’ una lingua semplicemente sublime perché porta dentro di sé i segni della dominazione turca, tutti i barbarismi, tutto il cosmopolitismo levantino. E’ una lingua grandiosa, multanime, dove trovi parole veneziane, slave, turche, una lingua che porta tutto il Mediterraneo in sé. Quando l’Unione Europea ha umiliato la Grecia ha umiliato la nostra origine, una sciagura dal punto di vista simbolico. E allora vogliamo dire che la Grecia di oggi è la Grecia viva che viene dalla Grecia di allora che era viva”.

I greci hanno questo dono dall’antichità e se lo portano appresso: scevri da quell’astrattismo che caratterizza il pensare dei latini e poi anche il nostro, proseguono nel loro pragmatismo, incantando con la loro spassionata descrizione della realtà.

Ma forse sono letture, quelle proposte, che unite a una chiara polemica politica appesantiscono questa sera di metà settembre che apre le danze, forse un po’ troppo claudicante, al nuovo cartellone.

La trovata di inframezzare la lettura e la musica con la performance da ventriloqua di Roberta Carreri (voce e chitarra) posso capirla – per alleggerire – ma l’ho condivisa poco. In realtà mi ha trasmesso molta inquietudine. Indubbie le qualità canore della Carreri, nonostante qualche imprecisione con la chitarra, come inopinabile è stato il piacere che mi ha trasmesso il collega DimitrisKotsiouros (bouzouki e oud).

Tuttavia, lo spettacolo non mi ha convinto. Nonostante il mio sfrenato amore per la grecità e la presenza di tre professionisti sul palco. Insomma, forse non sono la persona giusta per smontare questo spettacolo, mi sento quasi inadeguata nel farlo, ma la critica deve essere onesta: ciò che ho visto non è minimamente paragonabile alla performance nel Teatro di Ostia Antica, ma sono certa che ce ne saranno di migliori, sia per Moni & Co. che per l’inaffondabile Vascello.

Alessia Pizzi

Volando nel cielo sopra Berlino, gli angeli sognavano la mortalità

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“Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo è la malattia?”

Titolo originale: “Der Himmel über Berlin”
Regia e soggetto: Wim Wenders
Sceneggiatura: Wim Wenders, Peter Handke e Anatole Dauman
Cast principale: Bruno Ganz, Solveig Dommartin, Otto Sander, Peter Falk
Nazione: Germania Ovest, Francia
Anno: 1987

“Il cielo sopra Berlino” è un cult del cinema europeo d’autore e uno dei maggiori capolavori del regista Wim Wenders. Non a caso il regista tedesco fu premiato per la migliore regia per questo film al Festival di Cannes del 1987, anno di uscita e di ambientazione del film.

Il film quindi è della fine degli anni ’80, ma è girato con dei richiami al neorealismo, per l’uso del bianco e nero e il racconto per immagini delle vite dei berlinesi. I loro pensieri sono letti dagli angeli che popolano il cielo sopra Berlino, divisa dal Muro anche se ancora per pochi anni. Tra questi angeli ci sono Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander).

La trama

L’angelo Damiel ascolta i pensieri degli esseri mortali da millenni, ma comincia a desiderare di non essere più eterno. L’eternità è il suo problema, il non essere soggetto allo scorrere del tempo. Il tempo è la sua “malattia” e non il suo galantuomo curatore, potremmo dire. Damiel desidera essere ancorato a terra, come gli esseri mortali. Fare qualcosa per davvero, entusiasmarsi per il corpo (“per un pranzo … per una nuca”), non più solo per lo spirito; vorrebbe mentire spudoratamente, rimanere solo.

Si imbatte in Marion (Solveig Dommartin), un’acrobata che vive il sogno del circo e se ne innamora. Il sogno di Marion finisce dopo dieci anni, deve lasciare il circo e sente un vuoto. Ma non sente il dolore della perdita o dell’insuccesso. C’è piuttosto freddezza, assenza di piacere. L’assenza del piacere d’amare e la nostalgia dell’amore sono ciò di cui Marion è afflitta e consapevole.

Il cielo sopra Berlino
Solveig Dommartin è Marion ne “Il cielo sopra Berlino”

L’innamoramento per Marion e l’incontro con un sorprendente ex-angelo, unico umano che si accorge della sua presenza (Peter Falk), convincono Damiel a rinunciare all’immortalità asessuata e a diventare un essere mortale che può amare.

Ne “Il cielo sopra Berlino” gli angeli non sono gli unici protagonisti: al centro campeggia la città del titolo.

È Marion a dirci che “non ci si può perdere a Berlino. Si arriva sempre al muro”. Questo film sembra voler fare i conti con il passato dell’attuale capitale tedesca e con il suo presente degli anni ‘80, fatto di doloroso smarrimento e separazioni familiari e affettive.

Da un lato, infatti, ci sono i ricordi tragici degli anziani sulla Seconda Guerra Mondiale e sulle macerie post-bombardamenti. Si sta girando anche un film sui campi di concentramento con Peter Falk, che nell’opera di Wenders interpreta  se stesso.

Dall’altro, c’è la scena struggente che vede protagonista la triste Potzdamer Platz, che si trovava nella linea invisibile tra il settore russo e quello americano. La costruzione del Muro la divise in due per quasi trent’anni. Nella scena un anziano che la cerca smarrito, ricordando il caffè che frequentava negli anni ’20 prima di Hitler, ci sta camminando in mezzo ma non la riconosce più. Se ci andate oggi, è di nuovo completamente diversa e irriconoscibile da quello che si vede nel film.

La fotografia

La fotografia valorizza il racconto della città. Il direttore è Henri Alekan, famoso all’epoca per aver lavorato con Jean Cocteau ne “La bella e la bestia”, altro film cult in bianco e nero.

Alekan e Wenders scelsero di giocare con l’alternanza del bianco e nero e del tecnicolor. Utilizzarono il colore per le scene con il punto di vista umano e una tinta monocromatica virata seppia per le scene con il punto di vista degli angeli. Non è un caso che il primo passaggio dal bianco e nero al colore è improvviso e avviene quando compare Marion, volteggiando sul suo trapezio. Significativa è anche l’ultima scena del film, a colori tranne nell’angolo dove staziona Cassiel che, essendo ancora un angelo, rimane monocromatico.

Gli angeli sono in bianco e nero, perché colgono le cose essenziali della vita. Sono esseri che possono sentire i pensieri più reconditi degli uomini, in grado di conoscere i fatti prima che questi accadano. Ma, allo stesso tempo, sono limitati rispetto agli esseri umani e non possono intervenire per cambiare la realtà delle cose.

Al technicolor, infatti, si passa quasi definitivamente quando l’angelo Damiel diventa umano, cadendo dal cielo. Per capire davvero tutto quello che ha appreso nei millenni, deve calarsi nella vita umana: sentire i sapori, distinguere i colori, percepire il freddo. Deve scoprire la vita, come farebbe un bambino.

D’altronde, ne “Il cielo sopra Berlino” gli unici essere umani che riescono a vedere gli angeli sono i bambini. Inoltre, la poesia “Elogio dell’infanzia”, del co-sceneggiatore Peter Handke, fa da leit motiv nel corso di tutto il film.

La bellezza e l’originalità de “ll cielo sopra Berlino” rendono ancora più difficile apprezzare i più recenti lavori di Wim Wenders, come “Submergence”. In quest’ultimo quasi niente sembra essere al suo posto. Ne “Il cielo sopra Berlino”, invece, nulla stride. Neanche Peter Falk nel ruolo di se stesso – che però è anche un ex angelo – né tanto meno Nick Cave. Qui la sceneggiatura è complessa e impegnativa, ma significativa, senza apparire barocca o pretenziosa.

Wim Wenders dedica il film agli ex angeli François, Jasujiro e Andrej ovvero ai registi Truffaut, Ozu e Tarkovskij, ai quali evidentemente sente di dovere molto.

3 motivi per guardarlo:

–      per prepararvi al vostro prossimo viaggio a Berlino: vi darà un’idea di com’era diversa la città quando era divisa;
–      perché è un fulgido esempio del talento di Wim Wenders;
–      per godersi l’ennesima interpretazione intensa e il sorriso ironico di Bruno Ganz.

Quando vedere il film:

In un pomeriggio di riposo, quando volete regalarvi la bellezza del cinema d’autore.

Avete perso la precedente uscita del nostro cineforum? No panic, cliccate qua sotto:

Independence Day, quell’apocalittico scenario che anticipò la Storia

Stefania Fiducia
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Van Gogh e il Giappone: un viaggio alla riscoperta del pittore

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Torna finalmente il ciclo di film Nexo Digital “La grande arte al cinema” e riparte da una mostra al Van Gogh museum di Amsterdam.

Nexo Digital ha già prodotto molti documentari su Van Gogh e il bellissimo e originale film Loving Vincent. Ed è un bene secondo me. Sanno rendere benissimo la personalità del pittore, senza neanche vederlo interpretato da un attore, come in Sulla soglia dell’eternità.

Questo docufilm comincia da un viaggio in Giappone per approdare al Van Gogh museum a Amsterdam, in cui si è tenuta la mostra “Van Gogh and Japan“. La mostra ha svelato quanto l’impressionismo e le xilografie giapponesi abbiano influenzato l’arte del pittore.

Loving Vincent. La vita di Van Gogh al cinema dal 16 al 18 Ottobre

Il film esplora la storia della relazione singolare tra il Giappone e il resto del mondo. Nel periodo Edo il Paese si chiuse nel proprio arcipelago per evitare che la cultura occidentale, in particolare quella cattolica, permeasse all’interno. Gli unici contatti col mondo esterno avvenivano al porto di Nagasaki con la Cina, la Corea e i Paesi Bassi, unico Paese europeo.

Gli Olandesi perciò conoscevano le xilografie e l’arte giapponese così, quando il Giappone si aprì agli scambi commerciali e culturali nel periodo Meiji, Van Gogh non rimase sorpreso dalla bellezza delle stampe giapponesi come successe invece ai francesi e al resto d’Europa.

Il pittore già conosceva lo splendore e la particolarità dell’arte giapponese. Come spiegano i curatori della mostra al Van Gogh museum di Amsterdam nel documentario, la sua arte in realtà non è mai stata solo influenzata dall’impressionismo.

La prova non sono solo alcune giapponeserie che dipinse ma anche i soggetti dei dipinti, i temi e i colori.

Contrasti accesi e vivaci dello sfondo dei ritratti, persone dipinte nella loro quotidianità e intente a lavorare. Sono alcuni esempi di come Van Gogh sia rimasto colpito da quell’arte.

“Van Gogh – Tra il grano e il cielo” è un docufilm che emoziona e sorprende

A Vincent però piacque anche la filosofia e lo stile di vita giapponese. Se avesse visitato il Paese del Sol Levante chissà cosa sarebbe successo nella sua vita, nella sua arte. Forse la meditazione l’avrebbe aiutato almeno un po’ con la sua malattia mentale, forse non sarebbe morto così giovane… Guardando Van Gogh e il Giappone viene spontaneo chiederselo.

 

Ambra Martino

Patriota indesiderato con Hasan Minhaj: riflettere al prezzo di una risata

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Se da Netflix cercate intrattenimento di qualità non potete perdervi “Patriota indesiderato con Hasan Minhaj”, un web show di 4 stagioni.

Il nome originale della serie è “Patriot Act “, in riferimento a una legge federale emanata dal governo Bush in seguito all’11 settembre che intaccò la privacy dei cittadini. Hasan Minhaj è un patriota indesiderato perchè viene da una famiglia indiana di fede musulmana e non ha mai del tutto chiuso i conti in sospeso con gli Stati Uniti. Per questo Netflix lo ha ritenuto il volto ideale per creare e condurre uno show dissacrante ma che faccia anche aprire gli occhi. Il risultato è “Patriota indesiderato con Hasan Minhaj“, uno spettacolo che porta il suo nome.

Il giovane comico è un abilissimo showman e la sua satira pungente non fa sconti a nessuno. Ogni episodio tratta un argomento diverso, sviscerato in chiave comica, per intrattenere il pubblico e al contempo smascherare e sottolineare incongruenze, ingiustizie, scheletri nell’armadio. Si passa dal fare le pulci a Supreme a questioni più delicate come le falle del sistema univeristario statunitense o la deforestazione in Amazzonia. Lo show ci fa scoprire fino a che punto può arrivare la stupidità umana con tempi comici perfetti e uno stile che ben si addice all’epoca del social e dell’hype.

cosa vedere su netflix

Non parliamo però di uno spettacolo apertamente critico: Minhaj fa il comico, ma è soprattutto un ragazzo di mondo fissato con le Jordan, che si diverte a punzecchiare la società come chi si toglie i sassolini dalle scarpe su una persona che sopporta a malapena.
Il linguaggio è fatto di autoironia, battute a raffica e continue citazioni alla cultura pop USA. La formula vincente è uno schema che prevede il mostrare un dato sconcertante in infografica seguito da una battuta esilarante, di solito una paradossale similitudine. È lo zucchero che manda giù la pillola, consapevolezza e pensiero critico veicolati tramite humor.

La dialettica di Minhaj fa entrare in avvincenti dietrologie proprio perchè spiega in modo semplice e sintetico tematiche complicate e controverse.

Affrontare determinati argomenti richiederebbe ore di documentario, mentre tutti gli episodi della serie durano in media 25 minuti.
Non mancano poi le polemiche intorno allo show per via dei suoi contenuti. Il governo saudita ha richiesto e ottenuto la cancellazione dal servizio streaming nazionale del secondo episodio della prima stagione “Arabia Saudita”. Tale episodio deride le istituzioni riguardo la morte di Jamal Khashoggi, giornalista del The Washington Post scomparso il 2 ottobre 2018 nel consolato saudita ad Istanbul. Il motivo della cancellazione è stato l’aver violato le leggi nazionali sul crimine informatico.

Patriota indesiderato con Hasan Minhaj non manca di ricordarci che se le cose vanno male è soprattutto colpa nostra. Il motivo è presto detto, perchè come afferma Minhaj nel terzo episodio della prima stagione “Amazon” :


“Se tracciamo una linea, e da una parte c’è la coscienza, e dall’altra la pigrizia, scelgo la pigrizia”.

Lo show di Netflix lascia lo spettatore, al termine di ogni puntata, con la sensazione di aver imparato qualcosa di nuovo e con la voglia di saperne ancora. Ed è proprio questo il segreto del successo di Patriota indesiderato, un universo satirico in cui riflettere è concesso, al prezzo di riderci sopra. Sicuri di non sapere ancora cosa vedere su Netflix?

Lorenzo Balla