Venezia 2018: At Eternity’s Gate, la tristezza di Van Gogh

At Eternity's Gate - venezia 75

Davvero incredibile pensare come le vite di molti pittori siano state singolari e spessissimo travagliate. Pensateci, quasi tutti i più grandi artisti del disegno hanno avuto più sfortuna che gloria (in vita). Forse non è un caso, per quanto sia triste concepirlo, che la più grande arte peschi a piene mani dalla sfortuna. Come fosse un sacrificio obbligatorio per essere artisti.

E c’è da dirlo, pochi hanno avuto la quantità di sfortuna e problemi di Vincent Van Gogh.

Portarlo al cinema non è facile, come per tutte le biografie di pittori. Come si rende cinematografica l’esistenza di una persona seduta a dipingere? La risposta la dà Julian Schanabel, uno che le cose convenzionali (fortunatamente) proprio non sa farle. Anche il suo nuovo At Eternity’s Gate rifugge la normalità per andare dritto all’essenza del suo protagoista.

Così, insieme alla semplice biografia, per quanto interessante, il regista riesce a raccontare ed esplorare altro. Il Van Gogh del film, per quanto realistico e profondamente umano, è il simbolo supremo della solitudine umana. Anzi, la solitudine dell’artista, colui costretto a convivere con un talento che funziona in maniera inversamente proporzionale alle fortune in vita.

La particolare fisicità di Willem Dafoe è il perfetto veicolo per il messaggio del suo personaggio. Un Van Gogh che vorrebbe solo poter parlare con qualcuno, poter comunicare, farsi capire, e invece ha quel talento che lo costringe ad abbandonarsi sull’altare dell’arte, sempre e comunque, e alienarsi da tutto il resto. Lui vive benissimo il contatto con la natura, quello umano per quanto bramato molto meno.

Schanabel racconta tutto ciò eviscerando la dinamica mentale del suo personaggio. Le manie, e soprattutto le cause di tali manie, sono espresse dal film con acuta e sincera delicatezza. Van Gogh impazzisce, ed il film ci conduce nella sua testa ambigua, nei colori che vede, nelle voci che sente, nelle parole altrui che gli rimbalzano più e più volte in mente, ma rimane pur sempre un uomo vero. Un uomo solo, che vorrebbe solo l’affetto altrui.

Non è un film semplice At Eternity’s Gate, perché non vuole esserlo. Ostico a tratti, compassato in altri, è sicuramente allineato alla via artistica che Schanabel ha nel DNA, ma non perde di vista la semplicità. Sono i momenti, le parole, i sentimenti ad interessargli, non il manierismo dell’artista a tutti i costi.

Un film altissimo ma al tempo stesso frugale, un po’ come era esattamente Van Gogh in vita. Che ha degli sprazzi di ricerca estetica, ma poi sa sempre tornare sulla Terra e capire l’essenziale dell’umanità perduta. Forse, il film che sarebbe piaciuto anche a Van Gogh stesso.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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