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Antigone eroina, martire, ma soprattutto donna

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C’è più di un motivo se la vicenda di Antigone è, da secoli, adattata in ogni forma, fino ovviamente ai film. Se i temi toccati dalla tragedia di Sofocle riescono ancora a riecheggiare così fortemente oggi.

Una delle ragioni è che il mondo, e principalmente l’umanità, stenta a cambiare, a migliorare. Come faceva allora Sofocle, anche oggi stiamo qui a domandarci quale sia la legittimità del potere, quale sia la priorità tra accettare un ordine imposto dalla legge e accettare la propria legge morale. E la forza di quella tragedia si evince soprattutto quando arriva una regista canadese, prende quella storia immortale, la tradisce a più riprese, eppure mantiene intatta la potenza e il sentimento della sua protagonista. Come spesso accade negli adattamenti cinematografici, il tradimento dell’originale è la chiave di volta per capirlo e rispettarlo veramente.

E così, nel film di Sophie Deraspe, la giovane protagonista non è più la figlia di Edipo, ma una studentessa che arriva in Canada con la sua famiglia dal Libano. Ismene, Eteocle e Polinice (con grande coraggio e fascino, il film mantiene intatti i nomi originali) sono, con Antigone, il nucleo di una famiglia di immigrati che deve integrarsi in una società nuova e diversa. Una società esigente ma, al tempo stesso, pericolosa per le innumerevoli scorciatoie che offre. Il celeberrimo finale della tragedia è qui ribaltato con enorme rischio, ma con la consapevolezza che nel 2019 è quasi più “sconvolgente” sapere che una donna è libera in questo mondo piuttosto che murata viva.

Tra Mito e Diritto: “La figlia di” Edipo

Il punto centrale per capire questo adattamento moderno è tutto nel ruolo della protagonista. Eroina sicuramente, martire certamente, ma più di tutto e prima di tutto donna.

La regista canadese saggiamente collega i temi della tragedia, legati agli abusi morali del potere, agli abusi odierni della polizia, alla facilità con cui purtroppo si spara, alle difficoltà dell’integrazione. Riesce persino a inquadrare la figura del mito che diventa Antigone nella facilità con cui, oggi, si creano facilmente i miti sui social. Ma soprattutto capisce che il coraggio di Antigone, la sua dignità, il profondo senso di ribellione per una giusta causa, sono i veri temi portanti. Oltre la politica, oltre il potere. Il ruolo centrale del diritto di una donna a farsi sentire, e scegliere chi poter essere, vale allora come vale oggi.

E allora Antigone che diventa donna a cielo aperto, libera dal destino della tragedia, fuori dalle mura maledette di Sofocle, è la rivoluzione necessaria. Per lei, per noi, e per chissà quante altre donne in futuro.

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Emanuele D’Aniello

Downton Abbey, la famiglia Crawley è tornata!

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Siete cordialmente invitati a Downton Abbey per un evento molto speciale!

La serie TV Downton Abbey, che ha avuto un successo mondiale con ben sei stagioni, torna nella sua versione cinematografica presentata in anteprima alla quattordicesima Festa del Cinema di Roma.

Il film, scritto dalla creatrice Julian Fellowes e diretto da Michael Engler, è un vero e proprio episodio speciale della serie tv, della durata di due ore dedicato prettamente ai veri fan di Downton Abbey. 

La bellezza del ritorno a Downton sta nel fatto che nulla è cambiato. Lo stile della narrazione resta lo stesso, “polite”, di classe e costruito in maniera impeccabile proprio come la serie TV.

Il pubblico viene riportato lì dove la sesta stagione si era fermata, con tutti i personaggi al loro posto proprio dove li avevamo lasciati: Lady Mary (Michelle Dockery), sposata con Henry Talbot (Matthew Goode), viene aiutata da Tom Branson (Allen Leech) a gestire la tenuta; Lady Violet (Maggie Smith) è ancora caustica e continua i suoi battibecchi con la sua ormai migliore amica, la signora Merton (Penelope Wilton); Edith (Laura Camichael) è felicemente sposata con Herbert Pelham, marchese di Hexham, e insieme crescono la figlia di lei, Marigold.

Ma tornano anche i tanto amati personaggi del personale di Downton Abbey, come Mr. Carson (Jim Carter), ormai in pensione, la signora Patmore (Lesley Nicol), ancora responsabile della cucina, che lavora a fianco della piacevole Daisy (Sophie McShera); la governante signora Carson (Phyllis Logan), precedentemente nota come la signora Hughes e Thomas Barrow (Rob James-Collier), che è subentrato come maggiordomo sulla scia del pensionamento di Carson.

La storia è ambientata nel 1927 e si apre con la notizia di un evento importantissimo per la Great House e la famiglia Crawley: l’arrivo di Re George V e la sua consorte Mary. Per la primogenita della famiglia, Mary, questa è la sfida più importante da quando è subentrata alla guida di Downton e da organizzare c’è più di un dettaglio.

Il calibro dei visitatori causa molta agitazione al personale della tenuta e iniziano a emergere i primi problemi, soprattutto per l’arrivo della servitù reale che pretende di prendere il comando nei giorni di permanenza dei sovrani. Mary arriva a supplicare Carson, ormai in pensione, di tornare a casa, per un’ultima volta, per guidare l’evento più significativo della loro vita al posto di Thomas Barrow.

La famiglia Crawley riunita, con Lady Violet a vegliare su tutti e i domestici pronti a tutto pur di fare bella figura, affronta la situazione nel miglior modo possibile, con qualche colpo di scena risolto però con il tanto amato stile inglese che li contraddistingue.

In questa nuova storia tutti i personaggi, ottengono il loro giusto finale, nessun personaggio viene lasciato in disparte. Per ognuno di loro la sceneggiatrice ha pensato a una conclusione ben precisa, ed è questo che sicuramente affascinerà gli amatori di Downton Abbey.

É un piacere per lo spettatore ritrovare gli stessi ambienti e le medesime atmosfere presenti nella serie TV, nonché lo stesso ritmo narrativo utilizzato in passato, come lasciar cadere alcune trame piuttosto importanti, incluso un tentativo di assassinio, piuttosto rapidamente per passare ad altre cose. Ma questa modalità di raccontare ha sempre funzionato nelle sei stagioni amate dal pubblico, per cui il risultato non viene intaccato.

Nel film, inoltre, sono presenti molti momenti memorabili, come l’emozionante scena in cui Lady Violet Crawley, interpretata dalla sempre fantastica e mitologica Maggie Smith, si confronta con sua nipote Mary, un momento finale che non può far a meno di commuovere tutti. 

Downton Abbey è quello che ci si aspettava: un giusto omaggio a una delle serie più seguite dell’ultimo decennio, un film realizzato per coccolare i fan che hanno seguito le vicende della famiglia Crawley come se fosse parte di essa. 

Ilaria Scognamiglio

“Brigantesse – storia d’amore e di fucile” nel nuovo progetto di Del Monte

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Una bella novità per i lettori di CulturaMente è sicuramente Brigantesse – storia d’amore e di fucile, il nuovo progetto letterario e musicale del cantautore Andrea Del Monte.

Brigantesse storie d’amore e di fucile è il nuovo disco-libro di Andrea Del Monte, che vede anche la partecipazione di Sabrina Ferilli.

Si tratta di un cd prodotto dall’etichetta tedesca Sound System Records e di un libro edito dalla casa editrice Ponte Sisto composto da tredici liriche.

L’operazione culturale è dedicata alle brigantesse, donne che hanno lottato sui Monti Lepini, nelle campagne del Sud, lungo i territori dominati dal Papato o su quelli controllati dai francesi.

Brigantesse – storie d’amore e di fucile narra le leggendarie vicende delle brigantesse attraverso i testi di Elisabetta Bucciarelli, Antonella Rizzo,  Ilaria Palomba, Andrea Di Consoli, Mariavittoria Picone, Andrea Del Monte, Antonio Veneziani, Geraldina Colotti, Lidia Riviello, Gabriele Galloni, Susanna Schimperna, Helena Velena, Claudio Marrucci, Ignazio Gori e Renzo Paris.

Il libro è curato da Antonio Veneziani e Gabriele Galloni. Contiene, oltre alle liriche musicate, le vite romanzate delle brigantesse scritte da: Anna Laura Longo, Giulio Laurenti, Giorgio Gigliotti, Maurizio Valtieri, Isabella Moroni, Titti Rigo de Righi, Andrea Appetito, Angelo Mastrandrea, Fernando Acitelli, David Laurenzi, Salvatore Di Gigli, Chiara Mancini, Stefania De Caro, Michela Zanarella, Dona Amati, Simone Pozzati, Anna Appolloni e Roberto Campagna.

Andrea Del Monte, ha musicato e cantato i testi con la collaborazione di Nick Valente (chitarrista di Simona Molinari) e Guido Guglielminetti (produttore di Francesco De Gregori).

Una delle liriche più toccanti del disco, dedicata al coraggio della brigantessa Francesca Sipicciani, è stata affidata alla recitazione di Sabrina Ferilli, affascinata di Del Monte.

Notevoli anche i prestigiosi interventi musicali come quello di John Jackson, storico chitarrista di Bob Dylan, Roberto Cardinali, chitarrista nel film Loro di Paolo Sorrentino, e molti altri ancora.

Un incontro di immagini e musica

Il bravo cantautore pontino non è nuovo a questo genere di operazioni; è già autore di Caro poeta, caro amico dedicato a Pier Paolo Pasolini nel quarantennale della sua scomparsa.

Bellissima è la veste grafica del progetto con i contributi visivi e fotografici ed un fumetto, scritto da Giuseppe Pollicelli e disegnato da Emiliano Conti.

del monte  A Culturamente Andrea Del Monte racconta:

La vita di ogni brigantessa è raccontata da scrittrici e scrittori, avendo come esempio Le vite immaginarie di Marcel Schwob.

Il mio personale intento però non era quello di realizzare un disco-libro con semplici riferimenti storici, quanto invece offrire nuovi spunti di riflessione verso le brigantesse, figure per le quali non si è mai posto il giusto accento.

Parlare di loro, stando dalla parte dei perdenti con un occhio più attento e meno scandalistico, come dice Helena Velena a proposito di Nicolina Iaconelli: moglie, madre, amante, pure ladra, semplicemente una donna come tante.

Andrea Del Monte è cantautore, chitarrista e compositore di Latina. Nel 2007, con il singolo Il giro del mondo (ispirato dal film Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin) vince il Premio della Critica al festival “Il Cantagiro”.

Al suo primo omonimo EP collaborano John Jackson (storico chitarrista di Bob Dylan), e il musicista ed etnomusicologo Ambrogio Sparagna. Con questo disco, Del Monte raggiunge la Top 20 di iTunes.

A Pier Paolo Pasolini, dopo aver musicato la sua poesia Supplica a mia madre, sempre con la collaborazione di John Jackson, dedica il disco-libro Caro poeta, caro amico.

Antonella Rizzo

La Madonna Litta di Leonardo da Vinci: il grande ritorno a Milano

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Eccezionale prestito dell’Ermitage di San Pietroburgo, l’opera sarà esposta insieme ad altre Madonne di autori leonardeschi del Cinquecento, come Boltraffio e Marco D’Oggiono.

La Madonna Litta di Leonardo da Vinci torna a Milano. Dal 7 novembre, al museo Poldi Pezzoli di via Manzoni sarà esposto uno dei più noti capolavori del genio vinciano.

La madre, con la grazia e il sorriso inconfondibile delle donne leonardesche; Gesù bambino che prende il latte dal seno e guarda verso il pubblico; il sapiente lavoro su volumi e chiaroscuri; tutto questo ha reso celebre la Madonna Litta e ha accompagnato la sua fama, dalla Milano di fine Quattrocento al museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, dove è custodita.

Un prestito eccezionale porta l’opera al Poldi Pezzoli, in occasione di una mostra dedicata ai pittori leonardeschi: circa venti opere, a cavallo tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento.

Madonna Litta: 500 anni di grande bellezza

La Madonna di Leonardo non tornava a Milano da circa trent’anni. La sua storia è legata a doppio filo con la città: Leonardo da Vinci la dipinse qui, nel 1490. Ancora nell’Ottocento, l’opera faceva parte della collezione dei duchi Litta ed era conservata nel palazzo di corso Magenta.

Il museo dell’Ermitage acquistò la tela, oramai nota come Madonna Litta, nel 1865, dal duca Antonio Litta Visconti Arese. Come ha spiegato Annalisa Zanni, direttore del Poldi Pezzoli, c’è una stretta relazione dell’opera con la raccolta del museo. Gian Giacomo Poldi Pezzoli amava molto la pittura leonardesca e aveva aggiunto alla sua collezione molte opere ispirate a Leonardo.

La mostra al Poldi Pezzoli

Molte sono le emulazioni del modello compositivo adottato da Leonardo. Nella Madonna Allattante, di un anonimo lombardo, il bambino prende il latte dal seno della madre; altri autori, come Giovanni Boltraffio, Marco D’Oggiono, il Maestro della Pala Sforzesca e Francesco Napoletano, evocano Leonardo da Vinci nei lineamenti del volto della Madonna o nello scenario naturale sullo sfondo.

Da ricordare alcuni prestiti esteri: la Madonna col Bambino del museo di Stato di Berlino, della Kunsthaus di Zurigo e un disegno, per mano di Boltraffio, del Metropolitan Museum di New York. La mostra vede il sostegno della Fondazione Bracco, oltre a Regione Lombardia e Comune di Milano ed è curata da Pietro Marani e Andrea di Lorenzo.

Quando e dove vedere la mostra

Leonardo e la Madonna Litta fa parte delle celebrazioni nazionali dei 500 anni dalla morte di Leonardo, promosse dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo. L’esposizione sarà aperta dal 7 novembre al 10 febbraio 2020 e avrà un programma di attività didattiche per le scuole e per le famiglie. Sono previste conferenze, una giornata di studi dedicata e un prolungamento degli orari di apertura del museo: nella giornata del sabato, la mostra sarà accessibile fino alle 21 e dalle 18 alle 20.30 sarà possibile prenotare visite guidate gratuite.

Claudia Silivestro

Pavarotti di Ron Howard

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La vita di Pavarotti è raccontata da Ron Howard, in un documentario emozionante presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Per chi non ha mai approfondito la vita e la carriera di Luciano Pavarotti, il documentario realizzato da Ron Howard sul tenore italiano è assolutamente necessario.

Il regista Premio Oscar, infatti, porta sul grande schermo un caloroso racconto, coinvolgente ed emotivo, dallo storytelling tradizionale diviso in tre atti, raccontando la vita del tenore, dai suoi esordi nelle campagne modenesi fino ai palchi più importanti del mondo.

Luciano Pavarotti è stato uno dei tenori più amati di tutti i tempi. Per molti, la semplice parola “Opera” viene associata al suo nome. Il suo fascino, il carisma e la straordinaria capacità del cantante di arrivare al cuore del pubblico gli valse un livello di fama alla pari con la più grande delle pop star.

Gioia, romanticismo, tristezza e speranza: queste le emozioni che si respirano attraverso le immagini messe insieme da Ron Howard che, senza fuoriuscire dalle righe, riesce a raccontare con semplicità un uomo non perfetto ma che è entrato nel cuore di tutto il mondo.

Attraverso il susseguirsi di interviste e filmati d’archivio, Howard racconta una storia commovente e profonda, dagli umili inizi del cantante allo status quasi divino che è riuscito, con fatica e lavoro, a ottenere nel mondo dell’opera lirica. Il filo conduttore del documentario Pavarotti è la riflessione sul genio dell’artista, che per lui ha avuto sia dei lati positivi che negativi, come spesso accade per star del suo calibro.

Il film è stato realizzato in completa collaborazione con la famiglia, una partecipazione palpabile in ogni frame del documentario, grazie alle numerose interviste effettuate alle tre figlie di Pavarotti, all’ex moglie Adua e soprattutto a Nicoletta Mantovani, che ricorda il marito commuovendosi ad ogni parola.

Il materiale utilizzato include nuove interviste con la famiglia e anche con tanti amici, tra cui Placido Domingo e Josè Carreras, Bono Vox e tanti altri. Tra le interviste più forti realizzate per il film ci sono anche quelle con persone meno conosciute come la cantante Madelyn Renee, l’assistente personale di Pavarotti e in seguito la sua amante, e il feroce manager del cantante Herbert Breslin, che si dilettava della sua reputazione come “una delle persone più odiate nel mondo dell’opera”.

Queste testimonianze sono mixate con vecchi filmati provenienti da diversi momenti importanti della carriera del tenore. Tra questi, di notevole importanza sono la prima esibizione da pelle d’oca dei Tre Tenori alle Terme di Caracalla, nel 1990, e Luciano Pavarotti con gli U2 in Miss Sarajevo, canzone tanto desiderata dal tenore come protesta contro il conflitto armato scatenatosi in Bosnia ed Erzegovina.

A questi momenti, Ron Howard ha deciso di alternare alcune vicende della vita di Pavarotti, raccontate da persone a lui vicine negli anni, che mostrano le sue insicurezze e alcuni episodi di infedeltà.

Sicuramente, si percepisce che raccontare anche i momenti bui dell’artista non è un tentativo di denigrazione, ma semplicemente un modo per mostrare la sua umanità, per ricordare allo spettatore che nonostante una vita da Dio anche Luciano Pavarotti era un uomo come tutti gli altri.

Un uomo che sapeva amare anche sbagliando, che adorava il suo lavoro ma amava di più le sue figlie, una persona ironica nonostante la sua apparenza autorevole, che è riuscito ad avere cura del prossimo e a trasmettere il suo sapere musicale a numerosi professionisti.

Ilaria Scognamiglio

The Aeronauts

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The Aeronauts vede il ritorno di una coppia molto affiatata del cinema, composta da Eddie Redmayne e Felicity Jones, facendo librare il pubblico nei cieli più lontani.

Le mongolfiere sono oggetti magici, per sognatori, che permettono all’uomo di librare in aria e sentirsi leggero. Questo curioso mezzo di trasporto è il filo conduttore di The Aeronauts, il nuovo film firmato Amazon Studios di Tom Harper presentato durante la seconda giornata della Festa del Cinema di Roma.

Protagonisti di questo film visualmente meraviglioso sono Eddie Redmayne e Felicity Jones, coppia che torna insieme sul grande schermo dopo il successo de La Teoria del Tutto, film sulla vita dello scienziato Stephen Hawking che valse all’attore l’Oscar per la miglior intepretazione da protagonista.

Ispirata a una storia vera, la trama di The Aeronauts ruota intorno a una particolare vicenda vissuta da una delle pioniere della mongolfiera, Amelia Wran, un personaggio forte determinato a raggiungere il proprio obiettivo.

Siamo nel 1862 in Inghilterra e Amelia non vola ormai da qualche anno. Un giorno lo scienziato James Glaisher, appassionato studioso del tempo metereologico, le chiede di intraprendere una missione insieme a bordo del più grande pallone volante, per permettergli di studiare l’atmosfera e riuscire a prevedere il meteo in futuro.

Amelia è titubante, soprattutto perché l’ultima volta che ha intrapreso un volo, il viaggio si è concluso in modo drammatico. Ma la sua forza di volontà e la voglia di scoprire sempre di più la porterà ad accettare e, insieme a James, intraprenderà un viaggio che segnerà le loro vite per sempre.

Un film che parte in quarta, con molti colpi di scena e adrenalina a palla, con una protagonista femminile che desta subito simpatia per la sua risolutezza in un mondo scettico e razzista con le donne, come quello Vittoriano.

La bellezza del personaggio di Amelia è proprio la forza femminile insita in lei, un ruolo messo in primo piano in un’ambiente prevalentemente maschile come quello in cui vive.

Purtroppo, nella seconda metà The Aeronauts si ferma tra il silenzio delle nuvole. La narrazione si alterna tra flashback dei protagonisti, che permettono allo spettatore di scoprire il passato dei due, e la vicenda che si svolge sulla mongolfiera, una tipologia di racconto che il regista sceglie per creare suspance tentando di incuriosire chi guarda sul possibile finale. 

Ma il suo scopo non viene poi raggiunto a pieno, infatti nella seconda parte la narrazione si perde tra le nuvole che i protagonisti sorvolano, lasciando spazio a un finale banale che non stupisce.

I pregi principali di The Aeronauts sono sicuramente l ormai consolidata coppia formata da Eddie Redmayne e Felicity Jones, che insieme reggono alla grande tutto il film, e l aspetto visuale e scenografico della pellicola, che ci permettono di viaggiare nel cielo più lontano.

Ilaria Scognamiglio

“Torneremo ancora”, il nuovo album del maestro Franco Battiato

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Il maestro Franco Battiato arriva con un nuovo album: “Torneremo ancora”, altro capolavoro da non perdere

Come al solito, le cose che piacciono a tutti proprio non mi vanno giù, pertanto non sono d’accordo con chi afferma che questo capolavoro d’arte contemporanea musicale si poteva evitare.

Sono in disaccordo perché quel che è certo è che chi non apprezza un album del genere non ne capisce la melodia, la sinfonia e le armonie. Per fortuna non siamo tutti uguali e c’è ancora chi sa apprezzare l’essenza delle cose.

Sto parlando del nuovo album di Franco Battiato, “Torneremo ancora”, in uscita proprio oggi, un bell’album: malinconico, armonico, empatico; un disco che arriva subito all’anima.

Si tratta di una raccolta di quattordici brani registrati, a partire dal 2017, con la preziosissima collaborazione della Royal Philarmonic Concert Orchestra. A questa si aggiunge l’immancabile  canzone: “La cura”.

Le tracce sono così in totale 15, tra di esse la numero 11 è forse la canzone emblema del grande maestro, “La cura”, straordinaria e rivisitata con uno strepitoso accompagnamento, egregiamente eseguito dalla Royal Philarmonic Concert Orchestra.

Copertina album Franco Battiato, Torneremo ancora, in uscita 18 ottobre 2019.

Ecco la tracklist completa:

1.Torneremo ancora

2.Come un cammello in una grondaia

3.Le sacre sinfonie del tempo

4.Lode all’inviolato

5.L’animale

6.Tiepido aprile

7.Povera patria

8.Te lo leggo negli occhi

9.Perduto amor

10.Prospettiva Nevsky

11.La cura

12.I treni di Tozeur

13.E ti vengo a cercare

14.Le nostre anime

15.L’era del cinghiale bianco

In questo disco più che mai, lo scopo dell’artista è quello di andare a scavare nella profondità. Tra le tematiche quella del viaggio intenso dell’animo umano e del ritorno nella propria dimora; la casa è vista dall’artista come quel punto in cui ritornare, ma non è un luogo fisico, bensì spirituale. Si tratta di un luogo sicuro, di protezione.

La consapevolezza dell’essere è la tematica più sviluppata da Battiato in tutti i suoi dischi, ma in quest’ultimo ancora di più.

L’album prodotto dalla Sony Music Legacy sarà disponibile, a partire da oggi, 18 ottobre, su cd, doppio LP e tutte le piattaforme digitali.

In tutti gli album c’è una canzone preferita, oltre all’innominabile “La cura”, in questo cd il mio must have è in assoluto la canzone “Povera patria”, davvero emozionante. In questo pezzo il maestro paragona l’uomo ad un animale e racconta come il cambiamento del mondo sia spaventoso e quanto la speranza sia l’unica cosa che ci resta per un ritorno alla “normalità”, che può essere ritrovata nel semplice gesto di ammirare il cielo e i fiori.

Franco Battiato la cura - canzoni

Franco Battiato, Photo Credit Roberto Pagliani

Che sia questo l’ultimo testamento del grande maestro? Non ci è dato saperlo, quel che è certo è che quando si tratta di Battiato, la cura sembra essere soltanto una: ascoltare i suoi capolavori e immergersi completamente nelle sensazioni che la sua musica ci ispira.

Magia… poesia… arte… vita…

Franco Battiato è una garanzia. E allora non mi resta che ringraziare LUI, il maestro assoluto: per ogni emozione srotolata ascoltando le sue magiche parole, con cui riesce ad arrivare nei meandri dell’animo umano, che altri non arrivano neanche a sfiorare.

Alessandra Santini

Motherless Brooklyn, i segreti di una città

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Motherless Brooklyn è l’esempio archetipale di un genere, in questo caso specifico il noir. In poche parole, visto questo film è come aver visto tutti gli altri noir messi insieme.

Che certamente è un difetto, perché denota mancanza di originalità, coraggio in alcuni momenti e molte scelte derivative. Ma, al tempo stesso, è sicuramente anche un pregio, perché regala agli amanti del genere, solitamente pignoli e nostalgici che conoscono a menadito le regole della narrazione, una visione godibilissima.

E cercare di rendere estremamente godibile la visione, nonostante una trama complicata che si ispira a Chinatown, è stato palesemente il primo imperativo di Edward Norton. Attore, sceneggiatore e regista, in pratica totale factotum della pellicola, Motherless Brooklyn è un suo dream project da quasi venti anni. E, c’è da dire, si vede che la soddisfazione e la reverenza nel portalo finalmente sul grande schermo è talmente tanta da fare tutto con i piedi di piombo. Anzi, d’acciaio.

Praticamente è tutto perfetto al posto giusto in Motherless Brooklyn, dalle dinamiche su personaggi-marionette mossi da fili di un sistema più grande e corrotto, alla colonna sonora jazz che scandisce i ritmi effettivi ed emotivi della vicenda, ad una ricostruzione scenografica semplicemente da applausi. Si evince, come detto, l’enorme amore e cura di Norton per questa storia tratta da un romanzo di Jonathan Lethem. Si capta la sua volontà di non appesantire un film piuttosto intricato e lungo, lasciando la visione appetibile al grande pubblico.

Ma in tali compromessi, seppur giustificatissimi, si perde un po’ l’anima di Motherless Brooklyn, ed esce fuori l’inesperienza di Norton alla regia.

Indiscutibilmente al film avrebbe giovato un vero regista. Una guida esperta che avrebbe saputo puntare su alcuni momenti invece di altri, far risaltare qualche aspetto della trama che necessitava maggiore approfondimento (la questione razziale, l’onnipresenza tentacolare del settore edilizio), e soprattutto calare e creare un’atmosfera fondamentale. Per essere un noir, infatti, Motherless Brooklyn latita nella caratteristica principale del genere, l’atmosfera. Tutto è pulito e diretto, non si crea mai quel mood che avvolge il destino dei personaggi, e di conseguenza l’empatia degli spettatori.

Edward Norton ha il grande merito di aver portato sul grande schermo un genere ormai poco utilizzato nel suo immortale classicismo. E averlo fatto cercando di rispettare spirito e dettami. Oltre ad aver rappresentato un personaggio affetto da sindrome di Tourette senza caricature e pienamente capace di lavorare e vivere come tutti. Però avrebbe dovuto anche avere l’accortezza di fare un passo indietro alla regia per esaltare il resto.

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Emanuele D’Aniello

Big Little Lies 2: donne che contengono moltitudini

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Big Little Lies aveva tantissimi pregi come serie tv.

Il primo era stato senza dubbio la sua brevità. Episodi concentrati, pillole di vita femminile, di dramma di genere.

La seconda serie è stata una conferma ulteriore: al magico cast (Reese Witherspoon (Madeline), Nichole Kidman (Celeste) e Shailene Woodley (Jane), non poteva che aggiungersi un’altra perla del cinema americano, Meryl Streep (Mary Louise).

Insieme a loro iniziano ad avere più risalto anche Zoë Kravitz (Bonnie) e Laura Dern (Renata). Che dire? Queste attrici sono una meglio dell’altra. Ciascuna di loro regala al pubblico uno spaccato di personalità, di carattere e anche del passato del proprio personaggio.

E se i partner in questa serie hanno ruoli fondamentali solo perché riflettono i sentimenti delle protagoniste, i loro dubbi e le loro ansie, una menzione va al fantastico Adam Scott (Ed, il marito di Madeline), che in questa seconda serie ha dato il meglio di sé.

Il piacere di vedere Big Little Lies 2, tuttavia, non risiede solo nel cast stellare, però.

Le musiche, la fotografia e le tematiche affrontate, ma soprattutto come vengono affrontate, rendono questa serie tv uno dei prodotti migliori degli ultimi anni.

La patinata Monteray californiana ha i suoi scheletri nell’armadio: madri violente, compagni irresponsabili, figli ribelli. Ma non si esaurisce qui la storia: la seconda stagione è la stagione delle maschere cadute e, quindi, di un passo in avanti, un passo nel vuoto.

Un passo che non si sa bene dove porterà le “Cinque di Monteray”, ma è comunque sintomatico di un dinamismo ritrovato, dopo tanti dubbi e tanto senso di inadeguatezza.

Tra le tante crisi personali e la tragica crisi che le unisce tutte, queste donne dimostrano tutta la loro determinazione. Big Little Lies 2 ci mostra come ogni essere umano è fatto di forza e debolezza. Ci mostra che non esistono vittime o carnefici, che ognuno di noi contiene moltitudini, per dirla alla Walt Whitman.

E forse vi sembrerà una’affermazione banale, ma non lo è. Vi basti pensare alla struttura monolitica che ci offre la società in cui viviamo, ai modelli da non trasgredire e a tutti i dubbi che porta con sé la rigidità delle sovrastrutture. Siamo abituati a identificare gli altri essere umani secondo le caratteristiche che ci è dato vedere in determinate circostanze: abbiamo una visione approssimativa e limitata degli altri, ma siamo sempre portati a etichettarli.

Ebbene, questa è una serie dove emerge la moltitudine e la contradditorietà umana. Siete pronti ad accettarla sul serio o volete continuare a sguazzare nella comfort zone?

Alessia Pizzi

La collezione completa di Shrek arriva in blu-ray

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In tutti i negozi specializzati è finalmente disponibile la collezione completa di 4 film di Shrek per la prima volta in blu-ray.

Se lo scorso dicembre era stata la volta del dvd, finalmente da ora possiamo godere i 4 film animati targati Dreamworks con la qualità dell’ala definizione blu-ray. E noi ringraziamo la Universal Pictures che ci ha recapito una copia del cofanetto. I quattro film insieme, in tale qualità visiva e sonora, sono la conferma che i film dell’orco verde ancora oggi sono spassosi e intelligente come sempre.

Il personaggio di Shrek nasce nella favola di Steig, ma conquista la sua celebrità solo con il film, come dimostra l’Oscar vinto proprio nell’anno in cui fu istituita la categoria del film d’animazione. I 4 film film tuttora divertono i bambini, ammaliati dai colori, dai tanti personaggi irresistibili, e sono una dose d’intrattenimento perfetta per i più grandi, perché irriverenti al punto giusto e pieni di riferimenti alla cultura pop.

Un acquisto che non potete non aggiungere alle collezioni home video sui vostri scaffali, come dimostrano anche i tanti contenuti speciali presenti.

Shrek – La Quadrilogia Blu-ray
Descrizione: 4 dischi Blu-ray:

Contenuti speciali: Shrek:
– L’Angolo degli Animatori (HD)
– Il Viaggio Interattivo di Shrek: I (HD)
– Riflettori su Ciuchino (HD)
– Commento dei Filmmaker (HD)
– Scene Inedite (HD)
– Shrek, Rattle & Roll
– Festa Danzante con Karaoke (HD)

Shrek 2:
– L’Angolo degli Animatori (HD)
– Il Viaggio Interattivo di Shrek: II (HD)
– Riflettori sul Gatto Con Gli Stivali (HD)
– Commento dei Filmmaker (HD)
– Idolo di Molto Molto Lontano (HD)
– Shrek, Rattle & Roll (HD)

Shrek 3:
– L’Angolo degli Animatori (HD)
– Il Viaggio Interattivo di Shrek: III (HD)
– Riflettori su Fiona (HD)
– Scene Inedite (HD)
– Il Ballo di Ciuchino (HD)
– Annuario dell’Accademia di Worcestershire (HD)

Shrek e Vissero Felici e Contenti:
– L’Angolo degli Animatori (HD)
– Il Viaggio Interattivo di Shrek: IV (HD)
– Il corto inedito “La Spettacolare Festa di Natale di Ciuchino” (HD)
– “La Spettacolare Festa di Natale di Ciuchino”: Canta insieme a noi! – Versione karaoke (HD)
– Scene inedite (HD)
– Commento dei Filmmaker (HD)
– Due Chiacchiere con il Cast (HD)
– La tecnologia di Shrek e Vissero Felici e Contenti (HD)
– Il Ceppo di Natale di Shrek (HD)
– Shrek, Rattle & Roll (HD)
– Decora la Palude (HD)
– Canzoni natalizie con i personaggi preferiti della DreamWorks Animation (HD)
– Dalla Palude al Palcoscenico: Il Making Of di Shrek Il Musical (HD)
– I giochi e le attività di Zenzy (DVD-ROM)
– Shrek E Vissero Felici E Contenti: I Mini-Giochi Activision®
– DreamWorks Animation Jukebox (HD)

Informazioni Prodotto:
Durata: 9 ore c.a.
Audio: 5.1 Dolby Digital Inglese, 5.1 Dolby Digital Italiano
Video: 1.78:1 Widescreen Anamorfico
Sottotitoli: Commento in italiano, Commento in inglese
Numero dischi: 4
Visto censura: FILM PER TUTTI

Edward mani di forbice: storia di un diverso

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“Tanti e tanti anni fa viveva in quel castello un inventore e tra le tante cose che faceva si racconta che diede vita ad un uomo; un uomo con tutti gli organi, un cuore, un cervello, tutto… be’, quasi tutto perché vedi, l’inventore era molto vecchio e morì prima di finire l’uomo da lui stesso creato; allora, l’uomo fu abbandonato senza un papà, incompleto e tutto solo. […] Il suo nome era Edward”

TITOLO: Edward mani di forbice
TITOLO ORIGINALE: Edward Scissorhands
REGIA: Tim Burton
CAST: Johnny Depp, Winona Ryder, Dianne Wiest, Anthony Michael Hall, Kathy Baker, RobertOliveri, Conchata Ferrell, Caroline Aaron, Dick Anthony Williams, Vincent Price, O-Lan Jones, Alan Arkin, Susan Blommaert, Linda Perri
PAESE: USA
ANNO: 1991

Edward mani di forbice è un film di Tim Burton.

La pellicola è spesso considerata il più personale film di Tim Burton, un regista che si è distinto, in generale, per la capacità di coniugare il suo universo alle esigenze degli studios.

I suoi film hanno incassato più di un miliardo di dollari in tutto il mondo pur non obbedendo alle regole e ai requisiti commerciali “imposti” da Hollywood.

La creatività visionaria del cineasta si ispira ai ricordi della sua infanzia.

Burton nasce nell’agosto del 1958 a Burbank, in California. La cittadina, vicina a Los Angeles, è una periferia per classi medie, costellata da casette di legno dipinte di colori pastello e allineate con precisione geometrica.

Burbank è icona della banalità sociale e dell’ordinarietà dello stile di vita americano: l’adolescente Tim Burton si annoia, dunque per passare il tempo girovaga per la periferia fantasticando, creandosi un mondo interiore diverso da quello reale.

Edward mani di forbice è un progetto molto intimo, quasi autobiografico.

Il protagonista della vicenda, il ragazzo fabbricato da un inventore con le forbici al posto delle mani, nasce proprio nell’immaginazione del Tim Burton bambino.

Il cineasta racconta così la sua creazione:

“L’idea di Edward nasceva da un disegno che avevo fatto molto tempo prima. In principio era solo un’immagine che mi piaceva, poi si è trovata collegata a un personaggio, qualcuno che vorrebbe toccare ma non può, che è insieme creativo e distruttivo”.

Per produrre Edward mani di forbice Burton fonda una casa di produzione, la Tim Burton Productions, e si rivolge alla Fox per un finanziamento che ottiene facilmente.

Il regista fa, in questo periodo, due incontri interessanti: il primo è con Caroline Thompson, una giovane scrittrice californiana estranea all’ambiente cinematografico, che si rivelerà essere in grado di riprodurre in forma scritta le sue visioni fantastiche; il secondo è con Johnny Depp, giovane attore che sembra essere l’incarnazione di Edward.

Tra i due uomini, dal primo momento, si instaura una piena comprensione reciproca:

“Mi piacciono molto gli occhi delle persone, e soprattutto per un personaggio come Edward, che praticamente non parla, gli occhi sono essenziali.[…] Johnny era capace di rendere lucidi i suoi occhi. Era come se stesse per piangere[…] Non so come facesse. Non era un effetto ottenuto con le luci o con la macchina da presa, era naturale e incredibile[…]”.

Depp, dal canto suo, è estremamente impressionato dalla sceneggiatura e si identifica immediatamente con il personaggio.

Il film di Tim Burton è girato in Florida, lontano da Hollywood, in una cittadina di periferia che ricorda tanto Burbank.

Nella primissima inquadratura nevica sul castello tenebroso collocato sulla collina.

Un carrello indietro conduce lo spettatore nella camera di una bambina, la quale chiede a sua nonna: “Da dove viene la neve?”.

Dunque in Edward mani di forbice Burton adotta il codice narrativo della favola, che nello specifico è raccontata, in una notte d’inverno, da un’anziana alla sua nipotina che le chiede da dove venga la neve.

A questo punto l’ambientazione e l’atmosfera cambiano: in una mattina assolata, una donna inizia il solito giro per le case delle clienti. Da questo momento in poi il codice della favola è abbandonato e il film si trasforma in un racconto moderno.

La dicotomia favola-realtà è chiarita dall’esistenza di due ambientazioni differenti e separate. Da un lato il castello gotico in cui vive il ragazzo con le forbici al posto delle mani, all’interno del quale comincia e termina la favola; dall’altro la periferia della comune cittadina californiana in cui si svolge l’azione.

La presenza di un castello nella cittadina-surrogato di Burbank risulterebbe incomprensibile se non si interpretasse questo luogo come frontiera al limite tra realtà e immaginazione.

Sia nella favola che nel racconto moderno vediamo la storia di Edward, un essere che soffre.

Finché Edward rimane nel castello, l’unica causa di dolore è la perdita del suo padre-inventore; egli non sospetta nulla dell’ipocrisia e della cattiveria che si annidano fuori dal suo rifugio.

Quando Edward lascia il nido e viene a contatto con la società civile- diventa un “diverso” e, in quanto tale è un emarginato.

3 motivi per vedere il film:

  • Edward mani di forbice è un film sull’emarginazione suggestivo e romanticamente gotico.
  • Burton regala un’atmosfera da favola.
  • L’interpretazione di Johnny Depp che ci fa innamorare di Edward.

Quando vedere il film:

A Natale o mentre fuori nevica, così potremmo lasciarci suggestionare dal pensiero che sia Edward a far nevicare per noi.

Avete perso l’ultimo appuntamento con il cineforum?

Valeria de Bari


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I dialoghi di Platone da Atene a Roma in un batter di ciglia

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Platone: il suo pensiero riassunto in teatro grazie alla regia di Giovanni Franci.

Inizia così la nuova stagione di “Off/Off Theatre” in Via Giulia.

Ci troviamo a Roma alla première d’ottobre, o forse nell’Atene del V Secolo, ed in scena ritroviamo dei volti noti: Eutifrone, Critone, Alcibiade e Fedone.

Quattro personaggi accomunati da grandi quesiti, dalla formula linguistica ed universale del “che cos’è”, dal dubbio e dalla profonda riflessione; tutte questioni prolificate da Socrate.

In scena l’opera “Dialoghi/Platone” diviene un’accattivante trasposizione filosofica in chiave contemporanea.

Socrate è interpreto da Paolo Graziosi. L’attore è conosciuto ai più per essere stato notato e portato in teatro da Franco Zeffirelli. Lo rivedremo al cinema a Dicembre con la pellicola “Pinocchio” di Matteo Garrone nel ruolo di Mastro Ciliegia.

Ma fino al 20 ottobre è possibile apprezzarlo nelle vesti del filosofo che si occupò delle grandi questioni etiche come il coraggio, la giustizia, il sacro, l’eros. Ieri come oggi fondamentali spunti di riflessione.

Socrate usava il linguaggio come strumento per porre l’attenzione sull’universale. Le frasi di Platone, o meglio dire in questo caso fasi, ripercorrono la confessione di ignoranza. L’ammissione del sapere di non sapere, lo scetticismo e l’ironia, testimoniati nei dialoghi di Platone, vengono quindi riportati sul proscenio, come le facce di una differente medaglia, dal giovane cast under 30.

Gianmarco Bellumori interpreta Eutifrone, un ragazzo che denuncia il proprio padre di un reato gravissimo. Fabio Vasco è Critone, migliore amico del filosofo. Riccardo Pieretti è Alcibiade, incarnazione stessa dell’erotismo. Alberto Melone, Fedone, descriverà gli ultimi istanti di vita del filosofo.

Un racconto corale, i Dialoghi di Platone, in cui viene sottolineata l’importanza di conoscere e definire i propri limiti.

Solo chi in maniera preliminare si riconosce ignorante può migliorare se stesso, godere di differenti punti di osservazione e quindi travalicare quei limiti. Invece, chi crede di sapere, non sente la necessità di cercare e la sua tracotanza non lo porterà ad imparare e, perché no, a migliorare sé stesso e chi gli sta a fianco.

È la confutazione il momento fondamentale dell’indagine filosofica, anche in punto di morte.

È l’ironia socratica, complessa e lampante, equiparabile al tranello, che viene elogiata in scena. Indicata come incipit per sgretolare le convinzioni altrui. Atteggiamenti funzionali per evidenziare gli errori dell’interlocutore e per intavolare una discussione che rimetterà in discussione tutte le certezze che tali non sono.

La ricerca della verità è sempre una strada in salita. La vetta è sempre difficile da raggiungere. Talvolta per raggiungere la meta sarà necessario il sacrificio. L’immolazione sarà un monito oltre i secoli, oltre le opere scritte, al di là delle brutture sociali contemporanee.

Il pensiero di Platone per confutare e compiere la rivoluzione, ieri ed oggi.

Leggere la Repubblica di Platone e codificarla in maniera contemporanea

Alessia Aleo

Weathering With You, sotto la pioggia di Tokyo

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Un ragazzo incontra una ragazza. Tutto molto semplice. Se non fosse che, nell’universo cinematografico di Makoto Shinkai, l’incontro non può essere semplice: lei, infatti, è una “portatrice di sereno”, una ragazza che, con le sue preghiere e le sue buone intenzioni, può cambiare il meteo da cattivo a bello.

Già solo nella premessa di Weathering With You c’è tutta la poetica di Makoto Shinkai, l’autore giapponese di anime principale del momento. Diciamolo subito per essere onesti: non si toccano qui le medesime vette di Your Name, il suo precedente lavoro. Non per limiti di questo nuovo film, ma semplicemente perché Your Name rappresenta un’apice inarrivabile per lui e tantissimi altri autori nel genere. Uno di quei film che riescono una volta nella vita. Pur quindi mantenendo inalterata la solita struttura, la definizione dei personaggi, l’attenzione estrema a desideri e aspettative degli adolescenti, la cura verso il raggiungimento di un climax emotivo fortissimo, adesso Weathering With You è un rilancio verso i due punti di riferimento di Shinkai: da un lato Murakami, dall’altro Miyazaki.

Del primo, in Weathering With You ritroviamo la passione per i sentimenti giovanili, apparizioni di gatti, la predilezione per il realismo magico (che qui però sfocia nel fantasy puro), persino un certo innuendo di curiosità sessuale, seppur edulcorata per il target di pubblico. Del secondo ritroviamo la grande attenzione e amore per i temi ambientali. Più che i due ragazzi, paradossalmente, infatti il vero protagonista del film è il cielo. Un cielo inquadrato costantemente, talvolta in una tutta la splendida immensità, altre volte nella sua ineluttabile possenza quando la pioggia è incessante. In tal senso è da sottolineare la splendida animazione, come sempre nei film del regista, che li rende bellissimi da vedere non solo per la qualità.

Eppure, al netto di tutto ciò, il film rimane una grande storia umana. Una storia romantica, tenera, ma anche profonda nel desiderio di accettazione e superamento della solitudine grazie alla conoscenza totale di un’altra persona.

E come sempre fa il cinema di Shinkai, questo desiderio è espresso con più forza possibile e senza alcun filtro o freno. Proprio qui il suo cinema vince e conquista. Perché è vero che a molti di noi i comportamenti del protagonista possono apparire esasperati, irrazionali e addirittura fastidiosi (soprattutto nel terzo atto), ma in realtà provocano la più grande empatia col pubblico di adolescenti a cui il film si rivolge. Confezionato su misura per loro, così attento a capirne e riprodurne i sentimenti, i bisogni di essere ascoltati dagli adulti.

Dopotutto, come detto in partenza, Weathering With You è certamente una grande parabole ambientale ideale (purtroppo) per i nostri giorni. In una Tokyo enorme e fredda, cinica e dispersiva, la pioggia infinita che cade sembra quasi il contrappasso giusto per la disattenzione di umani distratti e menefreghisti che nelle megalopoli camminano senza interessarsi di chi o cosa li circonda. Ma, più di oltre cosa, il film e l’interesse principale di Shinkai è nell’intima conoscenza personale di un ragazzo e di una ragazza, nella necessità di conoscersi, nel prorompente bisogno di esprimere i propri sentimenti. Con delicatezza prima, e poi con la forza di una tempesta. Sempre, però, come in tutti i suoi lavori, con una sensibilità umana che ha pochi eguali.

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Emanuele D’Aniello

In mostra a Palazzo Barberini gli artisti che rielaborarono Michelangelo

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Quattro grandi pittori insieme, in una mostra alle Gallere Nazionali di Arte Antica.

Partita l’11 ottobre e disponibile fino al 6 gennaio 2020, approda al Palazzo Barberini di Roma la mostra “Michelangelo a colori. Marcello Venusti, Lelio Orsi, Marco Pino, Jacopino del Conte”.

La rassegna è organizzata da Barberini Gallerie Corsini Nazionali e mette insieme le opere di questi quattro grandi artisti in un confronto col genio di Buonarroti.

Michelangelo non ha certo bisogno di presentazioni, le sue opere sono acclamate e studiate in tutto il mondo. Ma meno conosciuto è l’impatto che ha avuto sui suoi contemporanei. La scelta è stata quella di omaggiare il titano del rinascimento prendendo spunto dai suoi “cartonetti”.

La mostra a Palazzo Barberini presenta, infatti, un piccolo ma prezioso nucleo di opere che attestano il dialogo del maestro con i suoi seguaci. Giocando sulla doppia rappresentazione dei temi trattati da Michelangelo si coglie il legame tra i dipinti esposti, per la prima volta messi a confronto.

Tra le opere più significative che troviamo a Palazzo Barberini vi è la Deposizione di Cristo di Jacopino del Conte.

Come composizione deriva dalle soluzioni ideate da Michelangelo per le sue Pietà. Maria, in alto, è colta in un gesto di disperazione di fronte al tragico spettacolo della deposizone. In basso, Maddalena abbraccia le gambe di Cristo, mentre Nicodemo lo sorregge dal busto. Il corpo senza vita del messia, livido ma vigoroso, allude al suo trionfo sulla morte: le ferite sono appena percepibili, e solo la corona di spine rammenta i tormenti del Calvario.

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Jacopino del Conte, Deposizione di Cristo, seconda metà del XVI sec., Roma, Gallerie Nazionali Barberini Corsini (tutti i diritti riservati).

Nella mostra molti dei quadri sono di Marcello Venusti, che tra gli artisti presenti è forse quello che di più ha reinterpretato Michelangelo.

L’Annunciazione riproduce in piccolo la perduta pala Cesi dipinta per la chiesa di Santa Maria della Pace. La Vergine interrompe la lettura devota, turbata dalla visita improvvisa dell’arcangelo Gabriele. La stanza è invece permeata dalla luce divina della colomba che rappresenta lo Spirito Santo. Quest’ultimo elemento è assente nel prototipo di Michelangelo, qui esposto in facsimile, e costituisce quindi un’aggiunta di Venusti. Questo a riprova del fatto che non si tratta di una banale copiatura. Anche Mosè con le tavole della legge, simbolo del passaggio tra vecchio e nuovo testamento, rappresenta un elemento in più.

Risulta quindi evidente l’ispirazione che gli artisti in mostra hanno preso dal maestro rinascimentale. Del resto l’arte è un flusso continuo in cui le idee viaggiano in circolo, e chi è affine le raccoglie modificandole a sua volta.

Il Cristo vivo sulla croce di Marco Pino e quello con la Vergine, San Giovanni Evangelista e Maria Maddalena di Venusti sono inediti presentati per la prima volta alla mostra.

Pino ha tolto tutti gli elementi presenti nel disegno di Michelangelo tranne la Bibbia e il teschio, il Cristo di Venusti si differenzia per l’aggiunta di Maddalena che abbraccia la croce.

L’Annunciazione di Lelio Orsi invece presenta, incollato sul retro, un antico “certificato” che costituisce una delle prime perizie commerciali. Soltanto nel 1950 però l’opera viene attribuita ad Orsi, tra i più precoci e originali divulgatori di Michelangelo nelle corti padane. Anche qui si nota la somiglianza con il “cartonetto” di Buonarroti.

Per i visitatori di Palazzo Barberini non mancano poi iniziative volte a soddisfare ogni esigenza.

Occasione straordinaria sono le quattro visite guidate gratuite con Francesca Parrilla, co-curatrice della mostra, alle ore 17.00 i giorni:

  • 19 ottobre
  • 16 novembre
  • 30 novembre
  • 14 dicembre

Inoltre è previsto un ciclo di laboratori didattici dal titolo “Nella Bottega dell’artista“, a cura delle associazioni culturali Zebrart e “Senza Titolo”, e del Dipartimento educazione e ricerca del museo. Sono dedicati ai bambini dai 5 ai 10 anni e si terranno ogni domenica (esclusa la prima del mese) alle 11.30 per 10 domeniche.

Mostre come quella delle Gallerie Nazionali di Palazzo Barberini possono solo giovare a una città come Roma, che deve continuare a fare dell’arte e della cultura il suo punto nevralgico.

Visita assolutamente consigliata. Avete tempo fino al 6 gennaio 2020. Volete forse che la Befana vi porti il carbone?

Lorenzo Balla

Il Don Giovanni dell’opera seduce ancora dalla Royal Opera House

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Ho visto il Don Giovanni, l’opera, live streaming dalla Royal Opera House di Londra ed è stato assolutamente bellissimo.

Chi ha detto che l’opera è noiosa? Il Don Giovanni nell’opera di Mozart, trasmesso grazie a Nexo Digital, è stato divertente, coinvolgente ed emozionante. Il mix perfetto tra dramma e commedia.

La scenografia è davvero geniale: con una sola costruzione girevole sono state create diverse scenografie. Cambiando solo la posizione delle porte si forma un nuovo ambiente. Grazie ad un uso sapiente della computer grafica è stato possibile progettare una costruzione mutevole.

La bravura degli attori è incommensurabile. Non ho potuto non notare quanto Louise Alder, che ha interpretato Zerlina, sia stata magnifica con i movimenti delicati della bocca: ha reso il suo personaggio più gentile nei modi.

Erwin Schrott e le attrici, Malin Byström, Myrtò Papatanasiu e Louise Alder, sono stati magnifici quando hanno recitato le scene in cui lui le seduce: sono stati bravissimi nel renderle tanto seducenti, ma non volgari.

Il basso baritono Erwin Schrott è perfetto nel ruolo.

È un vero ammaliatore sul palco della Royal Opera House e fuori, ha un carisma particolare, non ha mai quell’aria da piacione. Quando si cela nel personaggio è simpatico, piacevole nei modi, attraente, convincente. Don Giovanni seduce le donne facendole sentire apprezzate, importanti… e loro cedono! È arguta come tattica ma ad oggi non tutti ne sono capaci.

Il modo in cui Erwin Schrott, con la complicità delle colleghe, trasforma atteggiamenti sessuali in qualcosa di sensuale, seducente, provocante e mai volgare dimostra quanto sia all’altezza del personaggio e mostra la sua maestria nell’interpretare una persona come sarebbe stata Don Giovanni.

Non lascia indifferente la libido, visto che i suoi gesti, che non sono mai così espliciti, mostrano un certo savoir faire, e lascia molto spazio alla fantasia, svegliando e stuzzicando il desiderio.

Don Giovanni nell’opera è affascinante, sicuro di sé, ma non è vanitoso, sebbene si vanti un po’ delle sue conquiste. Non è difficile idealizzarlo.

All’inizio ero scettica sull’opera poiché pensavo che non l’avrei apprezzata a pieno, conoscendo già la storia del protagonista, ma mi sono ricreduta.

È stata un’opera davvero bella e godibile, soddisfacente sotto ogni aspetto artistico e musicale.

Gli attori sono stati eccezionali e hanno saputo interpretare i momenti più drammatici con serietà ma anche con una certa ironia, ad esempio nel caso di Leporello.

Spero di poter vedere presto la replica al cinema attraverso Nexo Digital o in DVD in futuro, perché il Don Giovanni è un’opera così spassosa nella sua melodrammaticità, da meritare di essere vista più di una volta.

Ambra Martino

Don Giovanni’s opera from Royal Opera House

Gianna Nannini, le nuove canzoni inedite anticipate da “La Differenza”

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Da oggi è in radio e su tutte le piattaforme digitali “La differenza, il nuovo atteso singolo di GIANNA NANNINI, che anticipa l’omonimo album di inediti in uscita il 15 novembre, a distanza di due anni da “Amore gigante”. 

Dalle ore 14.30 è online su YouTube il video del singolo, diretto da Charlotte Audrey e girato nella contea di Somerset in Inghilterra.

Link al singolo sulle piattaforme digitali: https://SMI.lnk.to/_la_differenza

L’album “La differenza (Sony Music), diciannovesimo disco in studio della rocker italiana per antonomasia, è già disponibile in pre order negli store di iTunes e Amazon. Questa la tracklistLa differenza, Romantico e bestiale, Motivo feat. Coez, Gloucester Road, L’aria sta finendo, Canzoni buttate, Per oggi non si muore, Assenza, A chi non ha risposte e Liberiamo.

Il 30 maggio 2020 Gianna Nannini torna live in Italia con un grande concerto allo Stadio Artemio Franchi di Firenze!

La prevendita dei biglietti ha inizio oggi per il fan club (alle ore 11.00), domani su Ticketone.it (alle ore 11.00) e il 19 ottobre nei punti vendita abituali (alle ore 11.00).

Link pre order album https://smi.lnk.to/ladifferenza  

In un periodo storico in cui spesso la realizzazione dei dischi è affidata prevalentemente al digitale, Gianna Nannini ha scelto di realizzare il suo nuovo album nei Blackbird Studio di John McBride a Nashville, Tennessee, nel regno dell’analogico, sede di grandi produzioni artistiche blues-rock.

Il 19 ottobre Gianna Nannini ritirerà al Teatro Ariston di Sanremo il PREMIO TENCO 2019, il riconoscimento assegnato dal 1974 agli artisti che hanno apportato un contributo significativo alla canzone d’autore mondiale.

GIANNA NANNINI durante la sua lunga carriera ha conquistato generazioni di fan con il suo marchio di fabbrica che unisce dolcezza melodica e trascinante energia. Con la sua presenza scenica unica e un approccio sempre molto diretto, Gianna in questi anni ha conquistato i palchi di tutta Europa, come certificato dagli innumerevoli sold out del recente Hitstory European Tour (2017), ed è considerata il volto femminile del rock per eccellenza!

www.giannanannini.com

Foto Credit: Zanzara

Adamo ed Eva a teatro. Li volevamo più “Audaci”

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Seguo il Teatro degli Audaci dai suoi esordi e devo dire che il cartellone di Flavio De Paola è sempre una gioia.

Questa volta apre le danze della nuova stagione un recital a due voci (e che voci!) del Diario di Adamo ed Eva di Mark Twain, una lettura che consiglio a tutti coloro che vogliono farsi due risate sul rapporto tra i sessi.

Per chi non lo conoscesse si tratta di un breve testo in cui vengono riportate le riflessioni di Adamo ed Eva dalla Creazione alla “Caduta”. Con saggia ironia l’autore sottolinea le diversità dell’approccio maschile e femminile alla vita, ma il suo sguardo è ancorato ai primi del Novecento, quindi agli occhi contemporanei potrebbe risultare un po’ stereotipato. Ciò non significa, naturalmente, che non sia degno di attenzione. Anzi.

La donna è la tipica creatura arguta, sensibile ed emotiva. L’uomo è lento, burbero, assolutamente inconsapevole delle proprie emozioni. Per intenderci si tratta di uno scontro alla “Le donne vengono da Venere e gli uomini da Marte“.

L’idea di proporre questo testo a teatro mi intrigava, la scelta di mettere in scena due mimi (Umberto Bianchi e Raffaella Zappalà) che si muovono “al ritmo” delle battute dei due attori, anche. Purtroppo, però, nonostante l’indiscussa bravura di tutto il cast ho trovato lo spettacolo lento, e questo è un peccato dato che Adamo ed Eva erano letti da Barbara De Rossi e Francesco Branchetti (anche alla regia).

Non sono mancati, naturalmente, momenti per i sorrisi, ma il pubblico ci ha messo un po’ a scaldarsi. Forse il recital non esalta appieno il testo, che in un’altra forma avrebbe sicuramente suscitato più divertimento nel pubblico. Ho faticato a seguire contemporaneamente la voce degli attori e il mimo, è un esercizio di attenzione troppo intenso. Forse la scissione tra voce e corpo non rende quando si rappresenta un testo incalzante perché distrugge la velocità del botta e risposta che caratterizza l’originale, andando a corrompere appunto “l’effetto divertimento”.

Alessia Pizzi

“Canova. Eterna bellezza” a Roma una mostra capitale

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Con più di 170 opere esposte la mostra “Canova. Eterna bellezza” al Museo di Roma a Palazzo Braschi è assolutamente imperdibile.

Già dal suo primo soggiorno a Roma, Antonio Canova sviluppò un legame fortissimo e molto proficuo con la Città Eterna. Basti pensare a quanto scrisse nei suoi Quaderni di viaggio circa l’Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini conservati a Villa Borghese. Se è vero che non si può immaginare il Neoclassicismo senza Canova, vale anche il contrario. Ma entrambi non sarebbero stati gli stessi senza Roma. Nessuno, però, aveva ancora pensato di organizzare proprio qui una mostra monografica su quell’artista a ragione soprannominato il nuovo Fidia. È successo a Palazzo Braschi.

Va dunque riconosciuto al museo romano il merito di una grandiosa esposizione.

Divisa in 13 sezioni, la mostra “Canova. Eterna bellezza” racconta la parabola infinitamente ascendente dello scultore e pittore veneto: a partire dal 1779, data del suo arrivo nell’Urbe, fino ai giorni nostri. Grazie a una fama che le sue opere non hanno mai smesso di riscuotere. Alcuni sono assoluti capolavori in marmo: come la Danzatrice con le mani sui fianchi, l’Amorino alato o la Maddalena penitente. Ma anche imperdibili gessi: l’Amore e Psiche stanti, l’Endimione dormiente, il Genio funerario del monumento degli ultimi Stuart e il sorprendente Busto della Religione, vestigio del progetto di una statua colossale fortemente voluta per San Pietro che gli fu impedito di portare a compimento.

E ancora disegni come quello a matita su carta dell’immancabile Torso del belvedere che tanti artisti sedusse o la tecnica mista su tela della Figura femminile assisa piangente, preparatorio per il Monumento del conte Alessandro De Souza Holstein. Infine il confronto diretto con alcune opere classiche: delizioso quello con la Statua di Eros tipo Centocelle del II secolo.

Palazzo Braschi
Antonio Canova (1757-1822)
Amorino alato, 1794-1797
Marmo, 142×54,5×48 cm
The State Hermitage (San Pietroburgo)*
Photograph © The State Hermitage
Museum, 2019
Foto di Alexander Koksharov

Un approfondimento storico e i complessi rapporti con l’autorità.

Per quanto legato a Roma, per Antonio Canova i rapporti con chi la governava – e con il potere in genere – non furono dei più semplici: il Neoclassicismo era, in fondo, espressione artistica di un periodo di grandi rivoluzioni e dominato da una figura anticlericale come Napoleone. Lui, fervente cattolico e distantissimo dalle posizioni giacobbine, si allontanò da quella Repubblica Romana strappata a Pio VI nel 1798 e i cui capolavori finirono a Parigi.

Proclamato Pio VII e tornato l’ordine nello Stato Pontificio, allo scultore verranno commissionate importanti opere a sostituzione di quelle in esilio. E, in seguito, assegnato il compito di vigilare su tutti quei beni artistici che si volevano esportare. Per ciò arriverà addirittura a scontrarsi con i desideri dell’imperatore d’Austria Francesco I e del cognato Ludovico I di Baviera. L’avranno vinta loro e Pio VII dovrà cedere il Fauno Barberini. Dopo l’annessione di Roma alla Francia, la caduta di Napoleone e il conseguente ritorno del Papa, è a Canova che verrà affidato il delicatissimo recupero di molti capolavori sottratti dai francesi.

Questo periodo particolarmente caotico è ben rappresentato dai tanti busti ordinatigli dall’entourage del Bonaparte – tra cui spicca il gesso Napoleone Primo Console – e da quel Fauno Barberini così conteso, qui presentato in una copia in gesso di inizio ottocento e proveniente dall’Accademia di Belle Arti di Bologna.

mostra canova
Antonio Canova (1757-1822)
Napoleone Primo Console, 1801
Gesso, 65x50x30 cm
Roma, Accademia Nazionale di San Luca

Attualizzando Canova: gli scatti di Mimmo Jodice e altre tecnologie.

Definito “una mostra nella mostra”: è lo spazio dedicato alle fotografie di Mimmo Jodice con per soggetto alcuni capolavori canoviani. La sua perizia è tale che la tridimensionalità della scultura è magnificamente tradotta in una bidimensionalità ricca di fascino, carnalità e luminosità. Un’attenzione alla valorizzazione del dettaglio che Canova per primo ha sempre ricercato: tanto da desiderare che le sue statue potessero venire facilmente roteate. Permettendo così a chi le guardava di coglierne le  diverse prospettive senza necessariamente doversi muovere. La mostraCanova. Eterna Bellezza” è riuscita anche in questo, dotando il leggiadrissimo Amorino alato e la seducente Danzatrice con le mani sui fianchi di basi rotanti. Un piccolo, ulteriore palcoscenico da cui incantare qualunque sia il punto di vista.

mostra canova
Antonio Canova (1757-1822)
Danzatrice mani sui fianchi, 1806-1812
Marmo, 179x76x67 cm
The State Hermitage (San Pietroburgo)

Infine il contributo di Magister in collaborazione con Robotor: la più contemporanea riproduzione in scala reale di Amore e Psiche giacente, realizzata partendo da una scansione 3D. L’opera è provocatoria perché frutto della fatica di un robot che, per 270 di seguito, ha scolpito un blocco di marmo bianco di Carrara pesante 10 tonnellate. Nelle intenzioni l’obiettivo è far riflettere sull’attualissimo tema della riproducibilità tecnica quale strumento per celebrare ulteriormente il talento di chi crea l’originale. Per chi scrive, invece, il risultato fa apparire ancor più lampante come esistano ambiti dove la mano dell’uomo non deve e non può essere sostituita.

Credits foto in evidenza: Amore e Psiche | Gesso, 148x68x65 cm | Veneto Banca spa in L.C.A.

Cristian Pandolfino

Di donne e melò moderno: “Anna” di Alberto Lattuada

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Melò laico e moderno, Anna di Alberto Lattuada fotografa le contraddizioni dell’Italia anni Cinquanta.

Titolo originaleAnna 
Regista: Alberto Lattuada
Sceneggiatura: Giuseppe Berto, Franco Brusati, Ivo Perilli, Dino Risi, Rodolfo Sonego
Cast principale: Silvana Mangano, Raf Vallone, Vittorio Gassman, Gaby Morlay, Jacques Dumesnil
Nazione: Italia
Anno: 1951

Cinema e società

L’abusato accostamento dei due termini solleva un tasso di problematicità che necessita, inevitabilmente, di una distinzione preliminare. Qualunque sia il periodo preso in esame, la trattazione che ne deriva varia a seconda che si punti l’attenzione sul primo dato o sul secondo, distinguendo pertanto il cinema nato e prodotto dai mutamenti sociali, da quell’influenza “climatica” esercitata dalla società stessa sulla settima arte. Nel caso degli anni Cinquanta, tuttavia, il discorso non può prescindere da un’intersezione tra i due piani, giacché ogni ripartizione netta mal si addice allo studio di un’epoca di transizione totale.

L’Italia del dopoguerra è un paese attraversato da contraddizioni imponenti, sospeso tra le rovine da raccogliere e l’avvio di quello che sarà ribattezzato enfaticamente “miracolo economico”.

Le fratture che ne compongono l’identità determinano solchi profondi, il divario tra nord e sud viaggia di pari passo con la forbice – nei decenni successivi insopportabile – tra paese reale e paese legale. Nel mezzo l’analfabetismo, l’abbandono delle campagne, il corpo delle donne come oggetto di possesso e campo d’analisi ancora in nuce. In tale contesto, il cinema si pone come la forma di spettacolo più diffusa, la sola in grado di soddisfare l’anima impegnata del paese e la sua controparte popolare, chiamate a interagire lungo un tracciato dai contorni sfumati in cui neorealismo e melò comunicano a vicenda. È proprio quest’ultimo genere a racchiudere in sé i tratti caratteristici di una società instabile, la sua fame di storie drammatiche e il bisogno di esorcizzare, attraverso le lacrime per gli altri, i propri problemi.

Il melò cinematografico è un collettore di spinte d’agitazione e forme narrative.

La sua natura di «genere fantasma» [1] lo rende perfetto crocevia di espressioni artistiche, un ponte sospeso tra il passato della sceneggiata e del dramma e il futuro dell’incomunicabilità, della decostruzione totale. Comprendere ciò che si agita al suo interno, dietro e attraverso l’espediente delle lacrime, consente la ri-scoperta dei caratteri di un’epoca, esercizio quanto più necessario se compiuto col senno di poi, alla luce delle conquiste dei decenni successivi. Quello melò, come ricorda opportunamente Morreale, è non a caso il cinema in cui “trionfano” – perlomeno a livello di presenza – le figure femminili [2].

Grandi dive, personaggi indimenticabili

Le donne sullo schermo si fanno portatrici del nuovo rapporto tra famiglie e media, innescando al contempo meccanismi di messa in rilievo delle contraddizioni del privato, spazio di un ripiegamento imposto e interiorizzato. Da una fase di partecipazione come quella resistenziale, in cui al «maternage di massa» [3] si univa un’ormai attestata opera di azione in armi, la donna subisce un ritorno al passato di marca prefascista, in cui si annidano tuttavia i germi di quanto esploderà col movimento femminista. È questo tipo di figura che il melò pone al centro, traendo spunto da una stereotipia che pesca nella cultura popolare e di massa per essere poi stravolta, con incredibile lucidità, da registi già proiettati verso forme e problematiche future.

Tra questi vi è Alberto Lattuada, autore di smisurato talento che nel 1951 dà vita a un «memorabile polpettone erotico-religioso» [4] incentrato sulla figura di Silvana Mangano: Anna.

melòForte del successo di Riso amaro (1949), la pellicola prodotta da Ponti ripropone uno schema rodato e riconoscibile, vera e propria carezza per il pubblico medio. Alla Mangano-eroina fanno da contorno, come figurine sullo sfondo, il farabutto Vittorio Gassman e il buono Raf Vallone. Il trattamento che spetta alla diva, tuttavia, è funzionale alla costruzione di un personaggio che incarni le contraddizioni di un’intera società e del modello di donna che ne è espressione, annullata su un ruolo materno che ne definisce i compiti in ambito domestico ed extra.

Il lavoro di cura ad essa connaturato si esplicita nella scelta di lavori che reiterano il mestiere di madre, secondo l’idea «di un’italica unità familiare (e sociale) faticosamente raggiunta» [5].

Così, prima che il movimento delle donne cominci a discuterne, Lattuada fa della sua Anna una suora-infermiera, emblema pieno e concreto della dedizione verso il prossimo. Le convenzioni del melodramma ci sono tutte, dall’elemento cattolico all’ambientazione contemporanea sino al drammatico, inevitabile, atto di sacrificio finale: la rinuncia all’amore in nome di un dovere superiore. Proprio la conclusione, tuttavia, segna il punto di rottura operato da Lattuada, il lavoro di sagace smontaggio critico del melò. La sua manipolazione è da ascriversi a un desiderio di riflessione sul rapporto tra i sessi, operazione pienamente realizzabile, nel suo obiettivo finale, proprio grazie al repertorio narrativo del genere più in grado di parlare al pubblico.

La conclusione, dunque, è la porta d’accesso un immaginario su cui si discuterà per decenni.

melòAnna, rincontrato in ospedale il lontano amore Andrea (Vallone), lo lascerà di nuovo andare per occuparsi dei malati. Il discorso del professor Ferri (Jacques Dumesnil), primario dell’ospedale, serve proprio a racchiudere il destino della donna entro il perimetro di uno spazio già dato, quello del dovere verso gli altri a scapito di se stessa. In tal senso, la scelta di affidare tale monito alla parola maschile si accompagna al deciso aspetto claustrofobico conferito all’ospedale. Attraverso un bianco accecante e un nero nettissimo, Lattuada definisce i contorni di figure schiacciate, quasi appiattite su un ambiente asettico che ha le sue regole, i suoi orari – sottratto al ritmo, dunque, di una vita normale.

La sensazione di clausura appare ancor più netta se letta alla luce del flashback che narra il passato di Anna come signorina di night-club, in cui lo schermo nero di ombre e musica sembra richiamare alla mente un mondo perduto, ormai da allontanare.

La natura “doppia” della protagonista – donna divisa, interiormente scissa come i migliori soggetti borghesi degli anni a venire – è risolta da Lattuada nell’indelebile e ineludibile marchio della «prigioniera» [3]. Ancorata al dovere, prigioniera del suo ruolo di madre, Anna non può che ritrovare unità soltanto attraverso la rinuncia al suo corpo, alla sua individualità, all’erotismo stemperato dal velo da suora. È un terreno d’analisi su cui si ragionerà per decenni, lasciando purtroppo spazio a reflussi, inevitabili come le ondate storiche. Il film di Lattuada ha dalla sua il merito di aver trattato il tema con vocazione nazionale-popolare, attingendo al repertorio del classico per intercettare le future coscienze. E in questo, nonostante le riserve di molti, resta senz’altro un maestro assoluto.

Tre motivi per vedere il film

  • La celebre scena della Mangano che balla sulle note di El Negro Zumbon.
  • L’impatto visivo costruito da Lattuada, con blocchi cromatici nettamente definiti.
  • Il cameo dell’allora esordiente Sophia Loren, accreditata come Sofia Lazzaro

Quando vedere il film

Prima di affrontare i successivi film di Lattuada sull’immagine del corpo femminile.

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Piccole Donne (1994), le protagoniste rivoluzionarie di Louisa May Alcott

Ginevra Amadio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

[1] R. Merritt, Melodrama: Postmortem for a Phantom Genre, in “Wide Angle”, 1983, 5, p. 25.

[2] cfr. E. Morreale, Così piangevano. Il cinema melò nell’Italia degli anni cinquanta, Roma, Donzelli, 2011.

[3] cfr. A. Bravo, Simboli del materno, in A. Bravo (a cura di), Donne e uomini nelle guerre mondiali, Bari, Laterza, 1991.

[4] V. Spinazzola, Cinema e pubblico. Lo spettacolo filmico in Italia 1945-1965, Roma, Bulzoni, 1985, p. 29.

[5] P. Valentini, L’immagine della donna, in Storia del cinema italiano, vol. IX, 1954-1959, a cura di S. Bernardi, Venezia, Marsilio, 2004, p. 388.

[6] E. Morreale, Così piangevano, cit., p. 261.

Giulio Cesare di Daniele Salvo e quella finta giustizia shakespeariana che non cambia volto

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Il Bardo inglese, nella sua immensa carriera, dedicò un’importante attenzione alla storia e, nel campo delle tragedie, alcune ambientate nell’Antica Roma. Ci narra dell’amore di Antonio e Cleopatra, così come della vita di Coriolano; ma una delle più celebri è forse Giulio Cesare, portata in scena da Daniele Salvo. Giulio Cesare Shakespeare

Sul palco del Globe Theatre di Roma, fino al 6 ottobre, il regista emiliano ci racconta la storia del romano che, probabilmente, ha cambiato la storia, attraversando tutte le fasi e le sfaccettature del potere. Quel potere che ha reso l’uomo umile un arrogante, capace di credersi un monarca in una democrazia, ma sempre con un atteggiamento da modesto cittadino.

Molti intorno a lui, come Cassio, vedono questo modo di approcciarsi al popolo come un’ipocrisia, una specie di imposizione delle sue scelte. Una dittatura!

Cesare però è amato dal popolo: ha fatto grandi cose per Roma, è un condottiero indiscutibile e la vittoria su Pompeo lo ha dimostrato ancora di più.

Non c’è nessuno, oggettivamente che gli si possa mettere a confronto!

Esiste una sola soluzione: ucciderlo. Solo così, pensa anche il diletto Bruto, la volontà popolare tornerà agli antichi splendori. Soluzione che vede l’appoggio di altri membri del Senato e ‘benedetta’ dalla mente illustre di Cicerone. Una congiura di cui tutti sappiamo il finale.

Il potere però ha mille modi per trasformarsi e i congiuranti ignorano che la storia ha in serbo per loro una sorpresa, che farà li farà agire da…”uomini d’onore”.

Giulio Cesare Shakespeare

Daniele Salvo, non alla sua prima esperienza con il Globe Theatre romano, ci riporta un suo spettacolo, già presente in cartellone nel 2012.

Grande differenza questa volta è nella scelta dei costumi. Gli attori, infatti, sono vestiti in abiti fascisti, conditi da uno spirito classicista. Perché questa scelta? Il Maestro Salvo dice a tal proposito:

“Vorrei suggerire in questo modo l’idea di un fascismo latente, insopprimibile, nel popolo italiano e con esso l’idea di un “fascismo degli antifascisti”, che inevitabilmente riporterà il Paese ad un nuovo sistema totalitario e ad un nuovo governo di stampo inequivocabilmente fascista (quello di Cesare Ottaviano)”.

Un totalitarismo anche degli animi. Pensiamo a Cicerone e alla sua unica comparsa. Avvolto nel nero, senza la minima paura del temporale e di ciò che gli Dei vogliono dire ai congiurati, Simone Ciampi (che lo interpreta) è su una pedana che lo mette due spanne in alto del fedele Casca (Carlo Valli) che gli va in visita. Stessa altezza che avrà però anche lo spirito di Cesare, avvolto però nel suo bianco, quando di notte si presenterà a Bruto, prima della battaglia. Due spiriti elevati, che anche la letteratura ha reso grandi, entrambi avvolti dalla maschera del potere, intellettuale e temporale.

Altro grande tema, appunto, le maschere. Giulio Cesare Shakespeare

Cesare e Cicerone, ad esempio, sono personaggi, ma sono interpretati con una maschera in lattice. Così come il popolo che ‘va a caccia’, dopo la morte di Cesare. Non c’è solo una ragione scenica che permette agli attori di essere più personaggi. La maschera è quell’ipocrisia, quello spirito finto che alcuni personaggi/personalità hanno. Altri invece, anche nel male, non hanno maschere, come Cassio e Bruto, perché fedeli alla loro convinzione.

Parliamo infine degli attori.

La coralità è ben gestita, ma la regia di Salvo si sa. Così come è inutile parlare di Melania Giglio. La sua arte è chiusa nella maschera del destino, che piange e interviene negli storici momenti, anche nell’abbraccio finale a Bruto, come se in se fosse una novella Àtropo. La sua arte scenica ci viene mostrata anche nel breve monologo di Portia. Lei che cerca, nel suo amore, risposte negative alle sue visioni e alle sue ansie. Fremente negli occhi e nella voce, la Giglio ci conduce nel tormento di una donna che, nella sua anima, non vuole ammettere ciò che suo marito sta per andare a fare. Giulio Cesare Shakespeare

Giulio Cesare Shakespeare

Applausi meritati a Giacinto Palmarini nei panni di Cassio, capace di essere fiero e spaventato nell’arco di un unico spettacolo: cosa non da poco. Stessa cosa per Graziano Piazza, nei panni di Marco Antonio; e per Massimo Nicolini, nel doppio ruolo di Cesare e Ottaviano.

Indiscusso, però, è sicuramente il vero protagonista di Shakespeare, cioè Bruto, interpretato da Gianluigi Fogacci. L’attenzione che, nel Giulio Cesare, Shakespeare dà maggiormente non è al personaggio che dona nome all’opera, ma proprio a Bruto, che opera fino all’ultimo convinto che, anche se uccidendo una persona a lui molto cara, la Democrazia, il Bene comune viene prima. Convinzione che gli dona tormenti e ossessioni, quando in realtà fino all’ultimo ha solo paura di se stesso e dello spirito di Cesare. Regge il confronto infatti con Cassio e gli altri, spinti da ambizioni e motivi personali. Ma lui no.

Giulio Cesare Shakespeare

Uno spettacolo da 5 stelle su 5, come spesso quelli di Daniele Salvo, che ricorda la mutevole natura dello spirito umano che, come afferma Bruto nel II atto:

“L’abuso di grandezza si avvera quando essa disgiunge la tenerezza d’animo dal potere”.

Francesco Fario

Gemini Man, due Will Smith al prezzo di uno

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AAA Cercasi Ang Lee disperatamente.

Qualcuno sa dirmi che fine ha fatto il regista taiwanese autore di alcuni tra i più bei film degli ultimi venti anni? Il regista che ha vinto due Oscar, e addirittura ben due volte il Leone d’Oro al Festival di Venezia?

Che quello stesso regista sia sempre stato affascinato dalla tecnologia, e della sua potenzialità cinematografica, è indubbio. Risale quantomeno agli esperimenti di Hulk, culminati nei cedimenti digitali in Vita di Pi. Ma proprio da quest’ultimo film, Ang Lee ha mollato ogni titubanza e iniziato un percorso sperimentale nell’uso della tecnologia (e non nella forma o linguaggio cinematografico, terreni per sperimentare veramente e costantemente) dimenticando cosa vuol dire fare veramente film.

L’esempio supremo ora è Gemini Man, appunto. Perché se il suo film precedente Billy Lynn, dramma di reduci di guerra, non era assolutamente adatto alle sue ambizioni, Gemini Man è un action assolutamente perfetto – sulla carta – per girare in 3D e con un High Frame Rate di ripresa a 120 fotogrammi al secondo.

Per realizzare tale ambizione, però, Ang Lee si è dimenticato al tempo stesso cosa voglia dire “fare un film”. Perché, oltre la tecnologia, c’è davvero pochissimo da dire su Gemini Man, così poco da trovarmi adesso quasi in difficoltà. Non che sia brutto, partiamo sulla difensiva, poiché è anche godibile nella sua effimera semplicità. Ma è così “poco”, così banale, così superficiale in ogni singolo aspetto, dai personaggi alla trama, da non trasmettere il benché minimo effetto.

Senza l’impalcatura tecnologica, e c’è da supporre non tutti i cinema e, successivamente, le case saranno attrezzate per tale visione, c’è il nulla.

Una storia che non sarebbe bastata nemmeno per un caro vecchio B movie d’azione, perché quelli almeno avevano la dignità e la consapevolezza dei propri limiti e del proprio ruolo. Qui invece in Gemini Man qualsiasi aspetto, dalla scrittura alla recitazione ai semplici movimenti di macchina, è sacrificato all’esperimento tecnologico. Il quale, c’è da aggiungere oltretutto, non appare nemmeno così salvifico per il futuro del cinema. Il 3D aggiunge pochissimo, il de-aging è distraente e orribilmente simile ad un videogioco in taluni punti, lo smodato iperrealismo della messa in scena esaspera dettagli inutili, e talvolta ridicolizza movimenti d’azione cui avrebbero giovato una ben diversa fluidità coreografica.

Personalmente, per quanto apprezzi l’ambizione visionaria di Ang Lee e il suo coraggio di provare strade nuove, oltre le convenzioni, non ho ben capito dove voglia andare a parare. Le sue scelte ci lasciano un film che non è più un film, ma una cavia da laboratorio, un esperimento che lascia solo dubbi tendenti al negativo. Questa tecnologia è esattamente come il clone al centro di Gemini Man: confuso, alla ricerca di un’anima che ancora non c’è.

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Emanuele D’Aniello

“Il cielo sopra il Pigneto”: canto d’amore a un luogo dell’anima

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Pigneto, tra Pasolini e le centrifughe: storia di un’identità di luogo secondo Cristiano Ranalletta.

Spazio geograficamente vago – inesatto, quasi, in termini di coordinate geometrico-spaziali – il Pigneto è un campo emozionale di tuaniana memoria [1], un collettore di storie stratificatesi nel tempo sino a definire i caratteri di un luogo unico, distinto da quella fetta di Roma – Tor Pignattara – cui pur appartiene condividendone confini e anima popolare. È una realtà non scontata quella che vuole il Pigneto definito dall’interazione fra abitanti e strade, una sorta di grande spugna urbana che assorbe i sentimenti degli individui incamerandoli in edifici, muri scrostati, bar alla moda e trattorie caserecce.

Nessun quartiere può aspirare a ricoprire il ruolo di termometro socio-culturale delle odierne tendenze come quest’area stretta tra Casilina, Prenestina e piazzale Labicano.

Il Pigneto registra i mutamenti storico-sociali sin dagli albori della “nuova Italia”, quando la sua anima vitale e borgatara rappresentava per Pasolini un baluardo di purezza sottratto agli effetti livellanti del «fascismo dei consumi». Il pensiero pasoliniano – esaltato sino alla distorsione – rappresenta del resto per il Pigneto un’eredità trasformata in marchio di fabbrica, un brand cresciuto di pari passo con la gentrificazione imperante.

Soltanto quest’angolo di Roma riesce a coniugare in un sincretismo azzardato elementi che sarebbero l’uno la negazione dell’altro.

La «mutazione antropologica» passa attraverso la degradazione a icona pop dell’intellettuale che più denunciava l’omologazione e il «trionfo della borghesia». È un paradosso divenuto oggetto d’analisi, il fulcro di una narrazione del territorio che si accompagna alla descrizione di un’area ostaggio di criminali stranieri. C’è un Pigneto vissuto e uno raccontato, ma non è detto che le due forme non possano compenetrarsi per restituire un’immagine sincera della sua attuale essenza. È quanto tenta Cristiano Ranalletta ne Il cielo sopra il Pigneto, romanzo il cui titolo reca già in sé le tracce di una duplice suggestione, evocata dalla citazione di un caustico articolo di Andrea Minuz [2] e da quella, più nostalgica, della pellicola wendersiana Der Himmel über Berlin.

I due sguardi sul territorio sono riportati dall’autore mediante un’eco di rimandi volutamente sfacciata, volta a mettere in luce quella fusione di “hipsterismo” e popolanità che del Pigneto costituisce la nuova cifra identitaria.

Non è casuale, allora, la scelta di dar vita a un protagonista che riassume in sé il meticciato socio-culturale del quartiere, preso com’è da una vita vissuta tra Tor Pignattara e il centro, trasferte all’estero e incontri con l’amico-mentore giapponese. Federico è un uomo rampante che non disdegna le iniziative dal basso, discetta di felicità e pensieri col titolare di una lavanderia e prende parte a feste esclusive per il lancio di app.

pigneto
Immagine concessa dall’autore

Il suo ritorno al quartiere natio coincide con l’incontro di una donna avvenente, vera e propria ossessione totalizzante per i meandri della sua psiche.

Di lei Ranalletta racconta tutto senza mai esplicitare, fissa l’immagine del suo corpo negli engrammi di Federico mentre ne indaga a fondo lo sguardo mesmerico e penetrante. Gli occhi di Roberta sono una porta d’accesso ai desideri del protagonista, e non è un caso che il finale metta in scena una sorta di sovrapposizione tra la donna e il quartiere. A muovere i sentimenti del protagonista è un amore che si fa eterno ritorno, travolgente richiamo alle origini di una felicità ineguagliabile. Così, attraverso una storia che indugia sui corpi e si compiace, finanche, di uno sguardo maschile dispensato a piene mani, l’autore delinea la trama di un’urbanistica del cuore che non teme i cliché né la decostruzione di miti.

Il rapporto tra Federico e Roberta è un gioco di equilibrio, una prova di stabilità da funamboli come per l’angelo e l’acrobata del Cielo sopra Berlino.

Così è il Pigneto, territorio le cui contraddizioni viaggiano sul filo di una corda tesa che riesce a trovare il modo di non spezzarsi mai. Il romanzo di Ranalletta è pertanto, e soprattutto, un atto d’amore, l’esplicitazione di un legame viscerale che trascende asperità e insoddisfazioni. Esiste forse qualcosa di meglio per descrivere un luogo?

 

Cristiano Ranalletta
Il cielo sopra il Pigneto
Viterbo, Scatole parlanti, 2019
pp. 130

 

Ginevra Amadio

 

 

[1] Y.-F. Tuan, Space and Place. The Perspective of Experience, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1977.

[2] A. Minuz, Il cielo sopra il Pigneto, in “ IL” (mensile del “Sole24Ore”), febbraio 2015.

L’arte segreta di Marisa Merz in mostra a Lugano

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Ha aperto in questi giorni a Lugano nei locali della collezione Giancarlo e Danna Olgiati, la mostra personale dal titolo Marisa Merz. Geometrie sconnesse palpiti geometrici.

Un evento assolutamente da non perdere, non soltanto per il valore indiscusso dell’artista, senz’altro una delle voci più originali della scena contemporanea italiana e internazionale, cui non a caso non sono mancati negli ultimi anni riconoscimenti prestigiosi come il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2013, o la retrospettiva The Sky is a Great Space al Metropolitan Museum di New York nel 2017. Ma anche perché essa interviene ad appena due mesi dalla morte di Marisa Merz, avvenuta nella sua Torino lo scorso 19 luglio all’età di 93 anni.

Da qui il particolare significato simbolico di questo allestimento che, tramutato dalle circostanze in omaggio postumo, non ha tuttavia nulla di didascalico, e nel quale è possibile anzi ancora riconoscere in maniera distinta, con tutta la sua forza espressiva, la mano sapiente dell’artista, coinvolta nelle fasi di montaggio della mostra fino a pochi giorni prima della morte.

Una ricerca interiore oltre l’Arte Povera

L’esordio artistico di Marisa Merz avviene come noto nel 1966, con l’esposizione di alcune enigmatiche sculture in lamine di alluminio nel suo studio torinese.

Comincia qui una carriera artistica eccezionale, che la porterà già alla fine degli anni Sessanta a partecipare (e per certi versi ad anticipare) le tendenze del movimento dell’Arte Povera individuato da Germano Celant, di cui proprio Merz sarà l’unica esponente femminile.

Rispetto ai compagni di quell’esperienza – tra gli altri Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, e anche il marito Mario Merz, sposato nel 1960 – Marisa Merz si distingue, però, sin da subito, per l’elaborazione linguaggio espressivo più intimista che, attraverso l’uso di materiali come la cera, l’argilla, i fili di rame o il nylon, e il parallelo recupero di tecniche tradizionali del lavoro femminile, quali ad esempio la maglia o il cucito, sembra sempre attingere la propria forza da una dimensione coerentemente interiore, quasi segreta.

Un’opera continua alla ricerca di geometrie invisibili.

Di questo percorso ultra-cinquantennale, lo spazio espositivo curato da Beatrice Merz, e frutto di una felice collaborazione tra collezione Olgiati, Fondazione Merz e MASI (Museo d’Arte della Svizzera Italiana), offre uno spaccato prezioso, legato a una delle costanti più suggestive dell’opera dell’artista, ovvero il tema della “ricerca sul volto o meglio sulla figura” (B. Merz).

In un allestimento denso ma ben bilanciato, il corpus di 45 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, oltre che dalla stessa fondazione Olgiati, sembra intrecciare un dialogo continuo che prescinde dalle coordinate temporali o dalla singolarità del pezzo (la maggior parte delle opere esposte, secondo una consuetudine dell’artista, sono infatti senza titolo e data).

Tra sculture, disegni e installazioni più o meno noti – accanto a opere celebri come le scarpette intessute in filo di rame, o la serie di piccole teste in argilla, non mancano infatti gli inediti. Quello che sfila davanti agli occhi del visitatore è, allora, un itinerario senza tempo o meglio un “disegno espanso” (Mariano Boggia) dove volti e linee geometriche, tracciati e talvolta appena suggeriti con straordinaria delicatezza, si susseguono in un rapporto di derivazione e contaminazione continuo, il cui tratto unificante sta in fondo nella ricerca inesausta di uno stupore, di una rivelazione improvvisa di fronte all’esistente. 

Marisa Merz. Geometrie sconnesse palpiti geometrici.
Collezione Giancarlo e Danna Olgiati. 
Lungolago Riva Caccia 1, Lugano.
A cura di Beatrice Merz.
Dal 22 settembre 2019 al 12 gennaio 2020

Francesco Bonelli

Emma Thompson, quella versatilità inglese del cinema internazionale

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Ad aprile di quest’anno Emma Thompson, una delle storiche attrici del panorama internazionale, ha compiuto 60 anni, di cui la metà trascorsi sul grande schermo.

Una carriera indiscutibile, che vanta due Oscar e una lunga serie di partecipazioni in pellicole che hanno contribuito a rendere grande il Cinema, in particolare quello inglese.

A cosa è dovuto, però, il suo successo? Qual è il suo segreto?

Alla sua famiglia? Forse. In effetti i suoi genitori, Eric Thompson e Phyllida Law sono stati due attori, così come sua sorella Sophie. Respirare l’arte sin da piccoli sicuramente aiuta e si riescono a capire meglio gli aspetti negativi e positivi della recitazione. Non dimentichiamo inoltre che madre e figlia hanno diviso lo schermo per tre volte, con pellicole di spessore come Gli amici di Peter, Molto rumore per nulla e L’ospite d’inverno.

Emma Thompson film

Altro ingrediente potrebbe essere la sua relazione, artistica e privata, con Kenneth Branagh.

Nel campo della Settima Arte, Emma Thompson e Branagh sono nati praticamente insieme. Conosciuti nel 1987, durante le riprese della miniserie televisiva Fortunes of War (in cui interpretavano una coppia), capirono presto che la loro formazione teatrale poteva ben presto sposarsi con quella sul ‘bianco lenzuolo’. Basti pensare che il primo film da regista di Branagh, cioè la trasposizione filmica dell’opera shakespeariana Enrico V, fu anche la seconda esperienza cinematografica della Thompson. Un sodalizio che continuerà con altre tre pellicole, sempre con la regia di Branagh, come L’altro delitto e i già citati Gli amici di Peter e Molto rumore per nulla.

La loro collaborazione però è finita negli anni ’90 e lei è ancora sulla cresta dell’onda: lo testimonia la pellicola attualmente in sala E poi c’è Katherine.

E se fosse la sua classe inglese?

Laureata a Cambridge, con la stessa formazione di altri attori importanti, nonché suoi amici, come Hugh Laurie e Stephen Fry; Emma Thompson ha spesso marcato la sua innata natura ‘british’, facilmente riconoscibile di fronte a quella americana. Pensiamo già al suo primo Oscar in Casa Howard; così come i pochi ‘fantasy’ a cui prende parte, come le due saghe magiche di Tata Matilda e Harry Potter, entrambe svolte in Gran Bretagna. Altro grande volto dallo spirito fortemente inglese è sicuramente la scrittrice Pamela Travers, autrice delle avventure di Mary Poppins, nella pellicola Saving Mr.Banks.

Emma Thompson: da Harry Potter a Saving Mr. Banks

La risposta in realtà è facile, anche se non banale: la sua natura sfaccettata, come attrice e come artista.

Emma Thompson riesce sempre a distinguersi in tutto ciò che fa. Non si sente sminuita partecipando a film leggeri, come Junior; ma si prodiga anche in pellicole di spessore, come Lettere da Berlino e The Children Act. I suoi personaggi, anche i più banali, riescono a muoversi in un turbinio di emozioni, che solo un buon interprete riuscirebbe a gestire. Pensiamo a Love Actually. La sua Karen è spiritosa, allegra e felice di ciò che ha. La scoperta del tradimento le dà un forte dispiacere, che silenziosamente, accetta e nasconde all’apparenza. Significativa la scena del pianto. Sola, in camera, per poi tornare a sorridere per i suoi figli.

Emma Thompson harry potter

Il suo talento però non è solo legato alla recitazione.

Oltre a recitare, Emma Thompson si prodiga anche nell’arte del doppiaggio e della sceneggiatura: campo che le ha fatto vincere il suo secondo Oscar. Con Ragione e Sentimento, infatti, Emma Thompson diventa una delle poche donne (se non l’unica?) donna ad aver vinto l’ambita statuetta per la Miglior Sceneggiatura non Originale, in un film da lei interpretato.

Quindi che altro aggiungere? Se il talento esiste, non occorrono giustificazioni!

Francesco Fario 

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