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Proteggi e prenditi cura del tuo organismo con un’alimentazione naturale

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Mangiare bene non è solo una corretta abitudine, ma una vera e propria disciplina.

Al di là del tipo di dieta adottato, la base di una corretta alimentazione sta nella varietà e nella moderazione: com’è noto, un eccessivo consumo di grassi e un introito calorico sproporzionato possono risultare dannosi per l’organismo e per il benessere quotidiano.

Un altro pericolo è rappresentato dai cibi raffinati, poveri di nutrienti e lavorati con sostanze e processi chimici spesso dannosi.

Un’alimentazione sana e naturale è, al contrario, il modo migliore per prendersi cura di sé stessi: Sorgente Natura ti aiuta a scegliere i prodotti migliori per sentirti in forma e vivere meglio ogni giorno.

Perché scegliere un’alimentazione bio

Una dieta variata e leggera è sinonimo di longevità e benessere, specie se basata sul consumo di prodotti biologici. Gli alimenti presenti sugli scaffali della grande distribuzione non sempre assicurano un adeguato livello di sicurezza per la salute dell’organismo e dell’ambiente: per garantirsi un prodotto di qualità, privo di sostanze chimiche dannose, è fondamentale selezionare con attenzione i cibi che entrano a far parte della dieta e orientarsi sui negozi specializzati.

Sorgente Natura seleziona per te le migliori proposte certificate bio per aiutarti a portare la salute a tavola. Oltre a un assortimento completo di semi alimentari e germogli, puoi contare su un’ampia selezione di pasta, riso e cereali. Per scaldare le serate invernali puoi spaziare tra vellutate e mix di legumi ricchi di proteine vegetali, fibre e vitamine, proposte anche in versione dietetica, vegan e senza glutine.

Non mancano le proposte macrobiotiche e gli alimenti orientali come tofu, seitan, miso, nigari, tahin e tutti gli ingredienti fondamentali per realizzare le tue ricette vegetariane. Scegliere la leggerezza non significa rinunciare al sapore e al piacere di una pausa golosa, grazie a una vasta scelta di snack sfiziosi come chips vegetali e gallette, senza tralasciare il cioccolato e le deliziose merendine biologiche.

Mangiare bio è un modo per apprezzare i sapori più genuini e riscoprire il gusto della semplicità e, inoltre, per abituare l’organismo a riconoscere le sostanze utili per il proprio equilibrio. Il tutto, grazie alla rigorosa selezione di ingredienti provenienti da colture biologiche, senza conservanti e altre sostanze di sintesi.

Un consiglio per migliorare il benessere quotidiano

Qualunque sia il regime alimentare adottato, è importante seguire una dieta bilanciata e assumere i corretti livelli di energia e di nutrienti. Ad esempio, è fondamentale ingerire una quantità sufficiente di vitamina B12, la cui assimilazione può essere condizionata da numerosi fattori come lo stato di salute e l’eventuale assunzione di farmaci. Particolare cautela, da questo punto di vista, è richiesta ai vegetariani e vegani che devono fare attenzione a integrare la propria dieta con gli alimenti più indicati per assicurare l’integrità del sistema nervoso e le funzioni fondamentali dell’organismo.

Più in generale, è importante conoscere il proprio fabbisogno calorico e contrastare le eventuali carenze nutrizionali di vitamine e sali minerali, come quella di magnesio per citare una delle più diffuse: seguendo questa precauzione è possibile adottare una dieta equilibrata e aumentare il proprio livello di benessere.

Roan Johnson racconta “La Stagione della Caccia”, in arrivo su Rai1

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[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Incontrare Camilleri è stato come andare dall’Oracolo. Mi ha accolto in una stanza piena di libri, sembrava di essere dalla Sibilla Cumana.[/dt_quote]

Con la sua solita simpatia, corroborata dall’accento pisano DOC, Roan Johnson mi racconta come è nata la trasposizione cinematografica de “La Stagione della Caccia”, romanzo di Andrea Camilleri che approderà su Rai1, in prima serata, il 25 febbraio 2019.

Entro subito in empatia con la frase di Roan: non oso immaginare quanto possa essere emozionante proporre a uno dei più grandi scrittori italiani le proprie idee per portare in televisione un figlio suo, nato sulla carta e pubblicato per i tipi della Sellerio nel lontano 1992.

Buon compleanno Montalbano, vent’anni e non sentirli

Questo romanzo storico fu un grande successo e rivelò da subito la complessità della scrittura di Camilleri, nonché la raffinata psicologia nella scelta del soggetto. Nella nota finale al libro l’autore specificava che l’ispirazione era stata tratta dall’Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-1876) e, nella fattispecie, dalla risposta che un responsabile dell’ordine pubblico diede al membro della commissione che gli chiedeva se nella sua zona vi fossero stati fatti di sangue: «No. Fatta eccezione per un farmacista che per amore ha ammazzato sette persone».

Per Roan la sfida è stata quella di rendere organico tutto il materiale narrativo, visto che il libro è una sorta di saga famigliare con tanti personaggi e quindi tanti toni differenti:

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Il romanzo si distanzia dai cliché e dagli stereotipi. Non è un giallo ma c’è un mistero da scoprire. Non è una commedia perché ci sono momenti tragici e toccanti, ma soprattutto non capisci chi sia il protagonista: questa è la cosa più originale. [/dt_quote]

Quale filo conduttore scegliere, allora, per dare una chiave di lettura cinematografica all’opera di Camilleri?

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]La critica al patriarcato. C’è un filo rosso che unisce la figura del patriarca e come questa si relaziona alle figure femminili del romanzo: la donna è presente per procreare, per raggiungere uno stato sociale o per essere posseduta.[/dt_quote]

andrea camilleri libri - la stagione della caccia

Negli ultimi anni abbiamo apprezzato i lavori di Roan Johnson al cinema, da Fino a qui tutto bene a Piuma. Un’ultima domanda potrebbe essere quanto sia differente girare un film per il cinema e uno per la televisione:

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Ho girato “La stagione della caccia” come se fosse un film di cinema, ormai la distinzione tra i due mondi sta svanendo perché la televisione, e la stessa Rai, stanno proponendo serie e film di alta qualità. Il film è venuto davvero bene e sarebbe stato bello vederlo sul grande schermo con l’audio della sala e la gente presente. Ma non mi posso certo lamentare di essere su Rai1 in prima serata: ho avuto le migliori condizioni, dagli attori alla troupe, per realizzare un prodotto di qualità. Insomma, non c’è stata alcuna menomazione. Girare in costume, poi, ha una sua magia…è subito cinema.[/dt_quote]

 

Alessia Pizzi

 

 

Foto di Paolo Ciriello

Le stanze intime di Alda Merini: poesia a teatro

Antonio Nobili  omaggia la grande Alda Merini con Dio arriverà all’alba, in scena al Teatro Due di Roma dal 20 al 24 febbraio.

La poesia è lo spazio intimo dell’anima, spazio in cui la stessa tende alla libertà.

È il luogo in cui l’anima di Alda Merini, poetessa dell’emozione per eccellenza, vive la sua esistenza complessa e passionale.

Dio arriverà all’alba è uno spettacolo che mette in scena la genialità e la sensibilità di una donna che si è poggiata sul reale con la delicatezza di una farfalla, facendoci dono del suo più intimo pensiero.

Una messa in scena che ci introduce nelle stanze segrete della sua casa dove le parole sembrano volteggiare, seguendo la scia fumante di mille sigarette.

L’intimo focolare di Alda Merini

Il telefono squilla. Un professore universitario chiama la sua vecchia e stimata amica Alda Merini, interpretata da una straordinaria Antonella Petrone, chiedendole la cortesia di seguire un giovanotto, Paolo (Valerio Villa), che sta svolgendo delle ricerche sulle dinamiche della poesia contemporanea.

Alda, amante della solitudine, inizialmente tentenna all’idea di accogliere in casa un estraneo, di lasciare entrare in quel mondo, fatto di un disordine voluto, di pareti piene di appunti, disegni e sogni, una nuova anima.

Il primo incontro porterà a successivi appuntamenti nei quali i due parleranno della radice della poesia e delle emozioni utili per generare versi,  strumenti di vita che non possono essere soffocati.

La poetessa dei Navigli svelerà al giovane Paolo, degno ascoltatore, il suo essere e il suo pensiero, racconterà parte della propria storia e nel suo svelarsi  si ritroverà inevitabilmente riflessa nella sua vera immagine.

Lo sguardo oltre i Navigli

Gli stati d’animo dei due si alterneranno. Il fuoco avvincente che scorre nelle vene di Alda invaderà l’esistenza apparentemente piatta  di quel giovane uomo fino a giungere al confine spesso raccontato dalla Merini nelle storie poetiche dei suoi giovani amanti.

Gli intervalli tra un incontro e un altro non sono che le riflessioni pungenti di una donna che sfida e parla con il proprio io, la sua anima giovane, interpretata da Sharon Orlandini.

Gradualmente la vita intima di Alda si lascia sfogliare attraverso lo sguardo delle persone che le sono state accanto: Arnoldo (Davide Fasano) amico carissimo, sensibile e impacciato con le donne; Anna (Virgina Menendez), la ragazza di servizio che si occupa della sua casa e di lei e di cui Arnoldo è innamorato; il dottor Gandini (Armando Puccio) che si reca a visitarla a casa e del quale insolente e divertita, si prende gioco.

Su ognuno di questi personaggi Alda poggerà la sua parola, a volte critica, altre premurosa ma pur sempre capace di toccare il profondo senza mai fermarsi alla superficie.

La consapevolezza del poeta

Alda è cosciente del suo vissuto, tanto quanto è cosciente della bellezza della stessa sofferenza che non può che appartenere ai poeti.

Come scrive ne La pazza della porta accanto:

«Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita.»

A 40 anni dall’emanazione della Legge Basaglia e a 10 anni dalla scomparsa di Alda Merini, questi versi descrivono a pieno la condizione esistenziale di una delle più grandi poetesse italiane e si fanno carne viva in questo spettacolo scritto e diretto da Antonio Nobili giovane drammaturgo, regista e direttore dell’Accademia di recitazione TeatroSenzaTempo.

Dio arriverà all’alba, racconta la fase matura della vita di Alda Merini trascorsa sui Navigli.

La poetessa si svela in tutte le sue sfaccettature: nella sua solitudine e malattia, nel baratro in cui ha vissuto la realtà del manicomio, nella sofferenza di una madre che abbandona, di una figlia mai capita, e nelle vesti di un’amante che ha dato e ha allontanato amore.

Durante lo spettacolo non mancano l’ironico, il dissacrante e la passione viscerale per la vita.

Tutto questo nelle vesti di una donna che siede in penombra su di una poltrona e canta l’amore e l’invisibile fecondità delle cose del mondo.

Mettersi a nudo come la poesia

Accarezzami, amore,
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.

Alda Merini, da Alla tua salute, amore mio

Dio arriverà all’alba è poesia che si fa teatro. È una performance emozionante che ci tiene ancorati all’interno di quella sala disordinata e ricca di ispirazione che è la stessa vita di Alda Merini.

È lo stratagemma per riconoscersi figli di una natura che, a volte seppur malevola, ci conduce a sperimentare la più alta forma di coraggio.

Dio arriverà all’alba è l’opportunità di emozionarsi guardando le stelle; è l’intenzione silenziosa che colora le labbra di una vecchia signora di rosso; è la rivelazione più scioccante che Alda Merini ci regala, la sua certezza: la poesia siamo noi e la libertà di poterci trasformare in versi è la consapevolezza più bella e rassicurante alla quale giungere.

Maria Grazia Berretta

Suburra 2 la serie: non è tutto oro quel che luccica

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Cercate una delle migliori serie da vedere su Netflix? Beh, se non viene accorti, è tornata Suburra.

Dal 22 febbraio è interamente disponibile la seconda stagione, otto episodi invece dei dieci della prima. E già questa maggiore compattezza della storia è un buon elemento. Ma questo basta? Davvero possiamo definirla una delle migliori serie da vedere? Andrei un po’ più cauto, adesso.

C’è da dirlo, seppur diminuita in lunghezza, Suburra 2 in realtà è amplificata in tutto rispetto al primo anno. È maggiore la confidenza di attori, registi e sceneggiatori. È maggiore la voglia di smarcarsi dai tanti esempi nel genere per raggiungere una propria identità. E, inevitabilmente, come sono amplificati i pregi, lo sono pure i difetti.

Suburra: la serie, Netflix porta la sporcizia di Roma nelle nostre case

Quando più di un anno fa ci eravamo salutati elogiando la mappa tematica costruita dalla serie, il disegno di un conflitto prima generazionale e poi criminale tra i protagonisti, avevamo anche al tempo stesso notato il perenne e, oso dirlo, volontariamente pigro abbandono ai cliché faciloni del genere. Oltre ad un uso della cronaca vera che entra nella finzione in modo fin troppo elementare e, in taluni casi, pure strumentale.

Tutti questi elementi li troviamo adesso sotto steroidi in Suburra 2.

L’aspetto più interessante, che dà vera vita e ampio respiro alla serie, è il momento nel quale i protagonisti lasciano la pistola e si ricordano di essere uomini. Che sia il percorso di emancipazione, familiare e identitaria, di Spadino, o il dramma della solitudine dovuto alla necessità di potere di Aureliano, quando la serie si ricorda di scavare nei suoi personaggi, e si ricorda che questi non sono solo pedine narrative, c’è sempre un contatto qualitativo superiore.

Ma, come appunto detto, questi momenti sono pochi, e raramente così forti da prendere il sopravvento. In ogni puntata, Suburra 2 segue sempre pedissequamente le esigenze di portare avanti una trama crime piuttosto scontata e molto poco interessante. Scontata, perché vista e rivista in tantissimi prodotto del genere crime, poco interessante perché sviluppata spessissimo in dialoghi tra due o più persone. Vi sfido e invito a rivedere le scene di Samurai in ogni puntata: provate a contare quante scene di dialogo faccia a faccia ha con personaggi random.

Oltretutto, Spadino e Aureliano sono davvero gli unici personaggi un filino diversi di tutto il gruppo. Tra figure poco approfondite o stereotipi – in quante serie o film abbiamo visto il politico corrotto di Filippo Nigro? – anche la tanto sbandierata rivoluzione al femminile della serie non convince. Le donne di Suburra 2, per quanto sulla carta interessanti, si muovono sempre legate ad un personaggio maschile, i loro comportanti sono sempre azioni o reazioni alla controparte maschile.

Non che Suburra 2 sia una brutta serie. Il problema, come sottolineato ampiamente, è la sua ripetitività.

Una storia che nulla aggiunge al genere o sorprende i fans del crime (all’italiana o non). Incastrata in un eterno loop, gira sempre su se stessa e alla fine la tanto esasperata lotta di potere ritorna sempre ai blocchi di partenza. Col capitale recitativo e visivo a disposizione (l’aggiunta di Molaioli e Messina alla regia è una delle cose migliori) questa serie potrebbe davvero fare molto più del compitino da 6 politico che finora ha imboccato.

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Emanuele D’Aniello

Giovanni Marracci: un cerimoniale intimo

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Giovanni Marracci (1637-1704), pittore e disegnatore lucchese, nato in quel di Torcigliano di Camaiore si esemplifica quale “caratterista” di un seicento intimista e “particulare”.

Studia presso la bottega di Paolo Biancucci incamerando la tecnica e la didattica, perfezionando il suo talento precoce nell’arte barocca alla scuola di Pietro Berrettini da Cortona.

Marracci assiste all’esecuzione dei soffitti cortoneschi di S.Maria in Vallicella; e della galleria di Palazzo Pamphili come semplice osservatore. Non viene data menzione di un suo contributo alle opere suddette.

Documentazione al riguardo delle sue prime committenze si registrano per l’affresco dell’Adorazione dei pastori a S.Giusto (Lucca). Attribuzione legittimata ulteriormente dal diretto rimando alla scuola di Berrettini. Si evincono le tinte pastello che inneggiano a una fastosità misurata, contenuta che non esorbita, data la poeticità della narrazione.

Nella chiesa di S.Romano è conservata l’opera che ha come soggetto “S.Pietro e S.Paolo affidano a S.Domenico il compito di predicare”.

Questa rivela lo stesso impianto compositivo prospettico. Sottolinea un maggiore didascalismo e scolasticismo. Incastonano la sua semantica nella dialettica barocca diffusa, ove gli “Exercitia spiritualia” dominano la soggettazione e la morale estetica.

Un dogmatismo formale che recinge il potenziale visivo e prospettico, sentenziando sulla postura d’animo corretta. Lo spettatore profonde in un’aura di silenzio, raccoglimento che sottende una contrizione civile e morale.

L’egida di questa compostezza “insedia” la tela di “Martino V approva la riforma fregionaria”. Il punto di svolta invece verso un minor controllo e librare del pathos si rivela in “S.Ubaldo libera gli ossessi”.

Il dinamismo prende piede dal punto di vista narrativo e stilistico. Le linee si scompongono, tormentando le figure plastiche, vibranti. Una tridimensionalità che prende spessore visivo e interno. La mimica si scompone e la compostezza si disgrega rendendo l’aere fluttuante creando disagio e irrequietezza.

Dipinto serbato a Maggiano (Lucca), nella Chiesa di Santa Maria in Fregionaia a stigma di una conversione stilistica ai verticalismi classicisti tipici del Barocco. Un senso di vertigine avviluppato al latere destro del quadro suddividendo il campo prospettico in due aree nette.

L’impostazione riserba sempre l’imprinting della scuola di Berrettini da Cortona; verte più su contaminazioni provenienti dal salone Barberini (nel particolare dei nembi).

Roberto Contini sarà uno studioso dell’arte di Marracci, stimandolo un grande disegnatore. I suoi tratti decisi e sicuri denotano una consapevolezza e maturità artistica in grado di erigere una pittura consolidata.

Sarà lui stesso a deputare “Il vescovo San Paolino distrugge gli idoli pagani” effigie dell’artista. I colori caldi, la centratura impiantistica e la narrativa classica che ripropongono lo stilema cortonesco.

Una poetica avulsa da sensazionalismi; focalizzata sulla caratura stilistica con un’affinatura soprattutto nel registro figurativo.

 

Costanza Marana

First Man atterra nei negozi in dvd e blu-ray

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Dal 20 febbraio è disponibile l’home video di First Man nei negozi specializzati.

La Universal Pictures Italia, che ringraziamo, ci ha fatto arrivare la versione blu-ray, probabilmente la qualità visiva e sonora migliore per gustarsi questo film.

Nell’anno del suo 50° anniversario, cogliete l’occasione per rivivere quei momenti indimenticabili che sono entrati di diritto nella storia dell’umanità e seguite l’affascinante e travolgente storia vera della prima missione umana sulla Luna.

First Man è firmato dall’ormai celebre regista premio Oscar Damien Chazelle (La La Land, Whiplash) e porta sullo schermo le stelle Ryan Gosling (La La Land, La grande scommessa) nei panni di Neil Armstrong, e Claire Foy (The Crown, Breathe) nei panni di Janet Armstrong, nel viaggio eroico attraverso un momento tanto cruciale nella storia dell’umanità. Dopo aver ottenuto due nomination ai Golden Globe e premiato per la Migliore colonna sonora originale (Justin Hurwitz) proprio in quest’occasione, questo film acclamato dalla critica arriva in home video ricco di contenuti speciali, tra cui scene eliminate ed esclusive featurette che mostrano i dietro-le-quinte della creazione del film.

CONTENUTI BONUS NEI FORMATI 4K UHD, BLU-RAYTM E DVD:

  • Commento al film del regista Damien Chazelle, dello sceneggiatore Josh Singer e del direttore del montaggio Tom Cross
  • Scene tagliate ed eliminate
  • Ricreare l’Allunaggio – Filmato in IMAX per mostrare la vastità della Luna, scoprite tutto ciò che è stato necessario per ricreare il momento più famoso nella storia della NASA.
  • Un Piccolo Passo per un Uomo, ma un Grande Balzo per l’Umanità – Uno studio del personaggio eroico, First Man – Il primo uomo porta alla luce tutto l’incredibile lavoro dei singoli individui che ci hanno portato fino alla Luna e indietro.
  • Le Riprese alla NASA – Sentite direttamente da Ryan Gosling e dal regista Damien Chazelle come girare alla NASA abbia apportato un’ineguagliabile autenticità al film.
  • L’Addestramento degli Astronauti – Vola dietro le quinte del campo di addestramento di 3 giorni a cui ogni attore ha dovuto partecipare per poter effettuare le riprese di First Man – Il primo uomo.
  • E molto altro ancora!

 

Chi vi scrive ha visto il film ormai mesi fa, quando ha aperto il Festival di Venezia 2018, e da allora il giudizio positivissimo non è cambiato. Come scrissi allora nella recensione qui sotto linkata: “L’approccio alla storia di Chazelle è atipico, e sorprendente in senso positivo. Spoglia, prima di tutto, la corsa allo spazio di ogni epica e spettacolarizzazione. L’attesa e la costruzione sono snervanti, le scene in missione tesissime, il contorno soffocante. Un film assolutamente nervoso First Man, che Chazelle gira spesso con macchina a mano e profondi primi piani, come ad intrappolare i personaggi non solo nelle tute spaziali, ma principalmente nel loro destino.”

Venezia 2018: First Man, un grande passo per Damien Chazelle

Dvd o blu-ray o 4K, non fatevi scappare First Man in home video già disponibile in tutti i negozi specializzati!

Dopo Sanremo, le canzoni ri-ascoltate su Spotify tra conferme e sorprese

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Un altro articolo sul Festival di Sanremo? Non è finita questa agonia? Vi sarete chiesti leggendo il titolo di questo pezzo.

Eppure, se siete arrivati fin qui vuol dire che qualcosa vi ha incuriosito e che forse anche voi, come me, dopo aver risentito le canzoni del Festival in radio o su Spotify, avete cambiato le vostre impressioni.

Si sa, il live non è lo studio di registrazione. O almeno non lo è per tutti. Ci sono cantanti che sanno reggere benissimo l’esibizione dal vivo, arricchendola di quei virtuosismi che la versione commercializzata non consente, e cantanti che semplicemente sono in grado di riproporre la canzone in entrambe le versioni senza far percepire la differenza.

Certo, quando si parla di Sanremo 2019, si parla anche di esibizione dal vivo con un audio pessimo (la prima serata), si parla di cantanti che con tutto il rispetto hanno una certa età e questo incide su alcune voci (buonismi esclusi per l’indubbia auctoritas delle personalità in gara), si parla di cantanti che non erano in forma (Arisa durante la terza esibizione), perché chiaramente stiamo parlando di esseri umani. Conta anche molto il genere, ma devo dire che l’orchestra ha saputo ri-arrangiare bene anche canzoni più ostiche, come quella vincitrice.

Il Podio

Partiamo proprio da Soldi, quindi. La canzone del giovane Mahmood ha letteralmente conquistato Spotify quindi la risposta viene da sé. Per quanto mi riguarda mi ha convinta dalla prima serata, anche con l’esibizione live, quindi non mi stupisce che la studio-version stia riscuotendo tanto successo.

Ho molto rivalutato I tuoi particolari di Ultimo. A mio avviso dal vivo l’ha cantata meglio Fabrizio Moro nel duetto. Devo ammettere che registrata, però, la voce di Ultimo acquista il risalto che non ha dal vivo e la canzone ha un ritornello che entra in testa.

Il Volo è noioso dal vivo e noioso su Spotify. Per carità, i tre ragazzi hanno delle grandi voci e non ho nulla da dire sull’esibizione live, ma è proprio nel complesso che il trio risulta pesante. Con tre voci si potrebbe giocare molto, molto di più. Insomma, le potenzialità ci sono, ma come per Anna Tatangelo è sempre la stessa solfa. Le nostre anime di notte, visto che ci siamo, era impeccabile nell’esibizione dal vivo quindi registrata mi fa lo stesso effetto: noia.

Anna Tatangelo, una grande promessa (non mantenuta) della canzone italiana

Le conferme

Nonno Hollywood di Enrico Nigiotti. Cos’altro aggiungere a una grandissima prova di cantautorato italiano? Tematica originale, ottima esecuzione. Nigiotti sin dalla prima serata mi ha rapita con la semplice efficacia della sua canzone.

Solo una canzone degli Ex Otago più la sento più mi chiedo se sia stata scritta da Jovanotti, ma ne dubito. Mi sembra un’imitazione mal riuscita.

Achille Lauro, ora l’ho capito, con Rolls Royce a Sanremo voleva diventare il nuovo Vasco Rossi di Vita Spericolata.

Arriviamo alla mia più grande delusione, Paola Turci. Grande voce, grande interprete, bellissima canzone: ma L’ultimo ostacolo la doveva cantare un tono sotto, non c’è nulla da fare. Non mi spiego questa scelta.

Sanremo 2019 tra mummie e “voli” che non volano. Per fortuna c’è Nigiotti

Le rivalutate

Ho rivalutato la canzone di Loredana Bertè, Che cosa vuoi da me, quando l’ha cantata con Irene Grandi. Qui il problema è l’età e mi fa malissimo dirlo. La canzone è una hit rock a 360°. Bel testo, bella musica (anche se un passaggio del ritornello ricorda troppo Left Outside Alone di Anastacia), ma settant’anni sono settant’anni e dal vivo si sentono. La versione naturalmente registrata ovvia alla questione e rivela il suo potenziale, ovvero quello di una canzone che poteva vincere.

Idem con patate per Patty Pravo: dal vivo non è emerso minimamente il valore della canzone con Briga, Un po’ come la vita. Ascoltatela ora e fatemi sapere. Il ritornello è un classico all’italiana, ma ha il suo perché.

Per un milione è un tormentone, ma la rima non è voluta: l’avevano preannunciato. Onestamente l’avevo percepito poco, mi sembrava più orecchiabile Senza farlo apposta di Federica Carta e Shade. Invece la canzone dei Boomdabash è impossibile da dimenticare, il coro dei bambini è delizioso. Non posso dire lo stesso del duetto precedentemente citato: troppo banale.

Arriviamo a La ragazza con il cuore di latta. Bel testo, per carità. Peccato che la versione registrata faccia capire immediatamente che si tratta di un remake di Mary dei Gemelli DiVersi, dalla tematica agli acuti della vocalist alla fine… Irama, Irama, non si fa!

Rose viola di Ghemon l’ho molto sottovalutata. Lui ha una timbrica pazzesca, mi ricorda vagamente Alex Baroni. La canzone è molto intrigante, tra il pop e l’R&B, con un testo interessante, una prospettiva femminile raccontata da un uomo.

Dulcis in fundo, spezzo una lancia a favore di Arisa e della sua meravigliosa voce. Mi sento bene ha un testo incredibile, penalizzato dalle esibizioni live della cantante che evidentemente… non stava bene, passatemi il gioco di parole. Il pezzo è un gioco di virtuosismi canori che alla prima defiance distrugge tutto il castello. Ma prendetevi del tempo per riascoltarla perché Arisa si merita davvero una seconda chance.

Le non pervenute

Poi ci sono le canzoni che continuo ad ascoltare nella Playlist di Spotify e che non riesco a ricordare. Tanto che per menzionarle in questo elenco ho dovuto segnarmi i titoli per onor del vero. Certo, essere menzionati perché si è dimenticati non è proprio il massimo, ma queste canzoni hanno partecipato, a mio avviso, senza lasciare il segno, né dentro né fuori Sanremo. Alcune tipo Mi farò trovare pronto di NekAspetto che torni di Francesco Renga, sono la solita solfa. Da Renga mi aspettavo molto di più. Le altre onestamente faccio difficoltà proprio a ricordarle, melodicamente parlando. Le ascolto e niente, svaniscono.

    • Un’altra luce – Livio Cori, Nino D’Angelo
    • Abbi cura di me – Cristicchi
    • Dov’è l’Italia – Motta
    • Parole nuove – Einar
    • L’amore è una dittatura – The Zen Circus
    • I ragazzi stanno bene – Negrita
  • Argentovivo – Daniele Silvestri, Rancore, Manuel Agnelli

Alessia Pizzi

Latitudine Teatro torna in scena con “Tredici”

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Tredici è uno spettacolo teatrale scritto da Mike Bartlett, drammaturgo inglese contemporaneo.

È improbabile che ne abbiate sentito parlare perché non è mai stato rappresentato in Italia. Almeno fino ad ora. Sabato 23 (ore 20:30) e domenica 24 febbraio (ore 16:00 e 21:00), la prima versione italiana di Tredici prenderà vita al Teatro Fellini di Pontinia. A portarlo in scena saranno gli attori del centro di formazione Latitudine Teatro, diretti da Stefano Furlan. È stato proprio il fondatore della compagnia a tradurre l’opera in italiano e a curarne la messa in scena.

Qualche tempo fa avevamo parlato della scuola a proposito della chiusura della sede di via Cisterna.

Fate attenzione alla cultura che rifiutate

Come promesso, Latitudine Teatro non ha intenzione di chiudere prima di aver portato a compimento la stagione teatrale già programmata. Tredici è il primo di questi appuntamenti e possiamo tranquillamente dire che sintetizza l’idea di teatro difesa dalla scuola: teatro contemporaneo che porta lo spettatore a riflettere. Elementi nient’affatto scontati non solo nella provincia latinense, ma in tutto il nostro paese. Inoltre, il testo di Bartlett è corale e gli spettacoli di Furlan molto spesso si caratterizzano per la presenza di diversi attori sul palcoscenico.

Tredici è ambientato in una Londra moderna e dispotica in un momento di forte crisi sociale ed economica. La popolazione protesta per la mancanza di risorse sufficienti al buon funzionamento della pubblica amministrazione. Si prospetta l’inizio di una nuova guerra a fianco degli Stati Uniti contro l’Iran per fermare le ambizioni nucleari di quest’ultimo. Ma ciò che disturba profondamente l’animo dei diversi personaggi è un incubo spaventoso e ricorrente. Sempre lo stesso e uguale per tutti. In questa situazione di crisi generale, compare una figura misteriosa: John. Iniziando a parlare pubblicamente al parco e diventando popolare sui social, John risponde al bisogno di una popolazione intera di credere in “qualcosa” o in “qualcuno”. Il Primo Ministro Ruth, che con John condivide un passato doloroso, dovrà scontrarsi con tutto questo e provare a dare la sua risoluzione.

Uno spettacolo complesso in cui si alternano le storie di diversi personaggi provenienti da diverse classi sociali.

Ognuno di loro vive una profonda crisi esistenziale. Sentono (quasi inconsapevolmente) la mancanza di qualcosa che dia un senso alle loro azioni. Al dramma personale si unisce quello della storia. La minaccia di una guerra imminente è solo la punta dell’iceberg. Immagini di morte, dolore e sofferenza sono continuamente sotto i loro occhi (e anche di quelli dello spettatore) grazie ad Internet e ai social network.

Un testo pieno di contenuti significativi e, soprattutto, attualissimi: questo è Tredici. Si parla di capitalismo, ideologie politiche, scelte binarie o di compromesso, scontro tra culture diverse. Ci sono gli smartphone e i tablet che hanno completamente rivoluzionato il modo della comunicazione e dell’informazione. Ci sono tantissimi stimoli per una riflessione articolata che coinvolge tutto il nostro modo di vivere. Non è un teatro semplice, ma è un teatro che si nutre della vita e che vuole farsi partecipe di essa. È il teatro che Latitudine ha sempre praticato e insegnato ad amare.

eventi latina In scena ci saranno i due attori della compagnia Morris Sarra e Michela Sarno accanto agli allievi della scuola con diversi anni di formazione alle spalle. Alessandra Gianolla, Daniele Campanari, Eleonora Pasquariello, Emiliano Solferino, Ermanno Paletti, Federica Crisci, Francesca Rossetti, Gabriele Mariani, Isabella Giusiani, Jacopo Colabattista, Manuela Gasparetto, Marco Molinari, Maria Teresa Fiore, Marisa Sarno, Martina Colella, Pierluigi Grenga, Silvia Ciarmatori, Simone Carconi, Vanessa Pistilli. Il progetto luci è firmato da Gianluca Cappelletti, mentre i video e le foto di scena sono stati realizzati da Paola Palombi.

Se non volete perdere questo spettacolo, chiamate e prenotate il vostro posto al numero 333 2854651.

E poi… non siete curiosi di sapere perché c’è proprio il 13 nel titolo?

Federica Crisci

 

Alla maturità valutano le competenze. Ma una migliore preparazione non guasterebbe

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L’esame di maturità è l’incubo di qualsiasi studente, prima e dopo averlo affrontato.

C’è chi dopo anni ancora sogna di doverlo dare o chi si sveglia con l’ansia di mettersi a studiare. Il che può sembrare strano visto che, una volta passato, ci si rende perfettamente conto che non è stato e non sarà mai la prova più difficile a cui la vita ci sottoporrà. Eppure, lo stato d’animo con cui lo si affronta è unico e ha un’intensità tale che difficilmente lo si dimentica.

Forse tutto questo clamore è dovuto al fatto che questo esame rappresenta un rito di passaggio verso il mondo degli adulti. Se ci soffermiamo sul nome, sembra quasi che superandolo dimostriamo di aver acquisito una certa maturità. Ma la domanda che nasce spontanea è:

Maturità di che tipo?

Sono maturo nel senso che ho padronanza dei concetti che ho studiato a scuola? Oppure lo sono perché ho tra i 18 e i 19 anni e sono in grado di prendermi delle responsabilità in merito alle scelte che compio? È una questione interessante, molto complessa e difficile da generalizzare, ma di certo è la domanda che un’entità quale il Ministero dell’istruzione deve porsi. Perché in ballo c’è la definizione stessa di “formazione scolastica”.

Le Raccomandazioni sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente, stilate dal Parlamento europeo nel 2006, indicano le conoscenze, le abilità e le attitudini che dovrebbero essere sviluppate in tutti i giovani alla fine di qualsiasi ciclo scolastico obbligatorio. In altre parole, dopo l’esame di maturità si dovrebbero possedere delle competenze precise per essere dei cittadini europei, responsabili non solo verso la società, ma anche verso se stessi. Esse riguardano la capacità di parlare in maniera appropriata la propria lingua madre e almeno una lingua straniera, le competenze digitali, matematiche, civili, la disponibilità ad imparare, il senso di iniziativa e la creatività.

Il nuovo esame di maturità, così come è stato strutturato, dovrebbe accertare l’acquisizione di competenze che vanno un po’ oltre la conoscenza dei semplici programmi scolastici. Il che può  essere interessante, ma forse era necessario avere più cura delle tempistiche. Si sa dal 2017 che l’esame sarebbe stato costituito da due prove scritte e una orale e che i primi a doverlo affrontare sarebbero stati i maturandi dell’anno scolastico 2018/2019. Ma i dettagli sulla maturità sono stati forniti solo lo scorso gennaio, a metà del percorso scolastico. E i cambiamenti operati non sono da nulla!

La prima prova sarà composta da sette tracce dalle quali è stato escluso il saggio breve.

Al suo posto è stato introdotto il testo argomentativo basato su dei brani da cui lasciarsi aspirare. Per quanto sia importante avere opinioni giustificate su diverse questioni, è anche vero che ci sono studenti che per anni si sono esercitati a scrivere saggi brevi in vista della maturità. E ora, invece, devono confrontarsi con una tipologia testuale del tutto diversa. Magari incominciare a farlo da settembre, sarebbe stato meglio.

La seconda prova sarà composta da due materie d’indirizzo.

Va bene portare due materie allo scritto visto che è venuta meno la terza prova. Va bene anche l’interdisciplinarità che permette all’allievo di ragionare in maniera complessa e non per blocchi rigidi, come già succedeva con le tesine. Ma la struttura di queste prove è nuova per gli studenti e, anche in questo caso, avere più tempo per esercitarsi non sarebbe stato male.

Ma la parte più problematica rimane il colloquio orale, basato sull’estrazione di una busta contenente un argomento generico a partire dal quale lo studente dovrà imbastire un discorso.

Ancora ad oggi non è chiaro che cosa conterranno queste temutissime buste. Articoli di giornale, foto, un tema generico… Si sa che sarà la commissione a prepararle, ma ancora rimango tanti punti interrogativi sul come. Quel che è certo è che possiamo dire addio alla cara tesine di maturità!

 

Tesine per la maturità: qualche idea per essere originali

È evidente che non interessa più valutare le conoscenze relative agli argomenti studiati nel corso dell’anno. Si dà per scontato che essi siano già stati valutati dall’insegnante, cosa da una parte giustissima. Ciò che interessa è vedere la capacità dell’alunno di costruire un discorso partendo da una suggestione. Si vanno così a valutare la proprietà di linguaggio, lo spirito d’iniziativa, la capacità di spaziare nel ragionamento, la creatività, la prontezza d’animo. Competenze che un domani potrebbero essere utili in un colloquio per un posto di lavoro.

Per quanto sia auspicabile che la scuola insegni a ragionare, a crearsi un’opinione critica sul mondo, ad avere una cultura generale, la realtà delle cose è che non si può avere un esame di maturità del genere se prima non si rivede l’intera programmazione.

Non credo che sia impossibile integrare materie come la letteratura o la filosofia al mondo contemporaneo, ma questo significa strutturare le lezioni in modo diverso. E questo non si può fare in così poco tempo.

Inoltre, gli argomenti di partenza sono diversi e potrebbe succedere che un alunno peschi proprio la busta a lui meno congeniale. Come si può avere una valutazione oggettiva se i punti di partenza sono diversi? Inoltre, come posso valutare delle competenze per le quali questi alunni non sono stati preparati? Perché va bene valutare qualcuno alla fine di un percorso, ma è impensabile che esso duri solo quattro mesi. In questo modo si finirà per valutare la persona. Il che può anche andare bene, ma sarebbe anche giusto prepararli a questo.

Insomma, questo esame di maturità si prospetta una bella sfida.

Personalmente, credo nei cambiamenti per quanto essi possano essere disorientanti e non proprio semplicissimi. Credo che sia importante che la scuola formi prima di tutto delle persone consapevoli di loro stesse e della società in cui vivono. Credo anche che sia possibile trovare una mediazione tra i programmi tradizionali e le esigenze della modernità integrando il vecchio con il nuovo. Ma bisogna stare molto attenti a non banalizzare i contenuti e a non sottovalutare le tempistiche. Non si cresce in un giorno e non si possono bruciare le tappe.

Secondo me, queste nuove direttive sull’esame di stato lasciano molti punti interrogativi. Ma per giudicare con cognizione di causa, si può solo e soltanto aspettare e vedere che cosa succederà.

Intanto, posso dire che le tracce uscite per la simulazione della prima prova del 19 febbraio si sono rivelate interessanti. Sorprendentemente, le due analisi del testo riguardavano autori abbastanza noti del panorama letterario italiano: Giovanni Pascoli e Elsa Morante. I tre testi argomentativi riguardavano il rapporto tra il passato e il presente, i diritti umani e la tecnologia. Infine, i temi liberi chiedevano di parlare della ricerca della felicità e delle fragilità umana. Nel primo si partiva da un suggestivo (e quanto mai attuale) pensiero di Leopardi, mentre nel secondo da una riflessione dello psichiatra Vittorio Andreoli.

Mentre attendiamo l’arrivo della data fissata per la simulazione della seconda prova (28 febbraio), possiamo dire che di certo questa maturità è una grande lezione di vita: è un’incognita e nel corso dell’esistenza si è spesso obbligati ad affrontare sfide a cui eravamo poco preparati.

Federica Crisci

La riscoperta del romanzo storico di Alfred Mason

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Il fiore e le spade di Alfred Mason come congegno senza tempo per aprire il portale del fantastico mondo del romanzo storico.

Un libro può farci vivere in epoche passate e indossare gli abiti di personaggi figli della fantasia o realmente esistiti.  Leggere un libro è il preludio per acquisire nuova consapevolezza su sé stessi e su chi e cosa ci sta intorno. Tuttavia, gli italiani secondo il rapporto Censis 2018 sulla comunicazione sono sempre più propensi ad impiegare il loro tempo su Facebook e WhatsApp piuttosto che sui libri.

Solo il 42% della popolazione ha letto almeno un libro nel corso dell’anno appena passato.

È un dato allarmante anche perché spesso sono attive speculazioni in cui il libro viene concepito come imposizione o oggetto di nicchia mentre viene totalmente dimenticato il suo potere salvifico.

Questa premessa è obbligatoria.

La sensibilizzazione alla lettura può anche partire dal web. Sono tante le realtà letterarie vecchie e nuove da conoscere e far conoscere. Innumerevoli i benefici che se ne traggono.

Un esempio? Si può ridurre lo stress.

Non ha importanza quanto tu possa essere stressato, quando sei immerso in una storia ti ritrovi in un’altra dimensione, una sorta di mondo parallelo, in cui è inevitabile dimenticare i problemi.

Basti pensare alla beltà del romanzo storico e la peculiarità di immedesimarsi in personaggi realmente esistiti. Camminare fianco a fianco a cavalieri e principesse. Conoscere i positivi valori ancestrali e trasporli nella contemporaneità.

Il romanzo storico è uno dei generi letterari di grande attualità come dimostra anche la collana VociRiscoperte della casa editrice Scrittura e Scritture di Napoli.

L’obiettivo della casa editrice con VociRiscoperte è quello di ridare luce a libri finiti nel “dimenticatoio”, forse troppo presto. Infatti si legge sul loro sito che saranno pubblicati grandi romanzi del passato, oramai introvabili in Italia, ma meritevoli, per storie e scrittura, di essere rieditati e restituiti al lettore di oggi.

E grazie a questa lodevole mission al confine tra sensibilizzazione alla lettura e riscoperta di preziosi tesori celati mi son tuffata nell’intramontabile fascino del romanzo storico.

Il romanzo storico in questione è “Il fiore e le spade” di Alfred Mason.

La lettura è scorrevole, incalzante, travolgente e avvolgente.

È il 1718.

Giacomo Stuart vive esiliato in Italia.

Il nobile irlandese Carlo Wogan “servo fedele del Re” viene incaricato per cercargli consorte.

È questo l’incipit di un’avventurosa traversata transalpina e dell’andirivieni interiore tra conflitto e devozione del protagonista.

La principessa polacca Clementina Sobieski è la donna disegnata da Wogan per diventare regina, moglie e madre degli eredi Stuart. Ma questa promessa di matrimonio viene osteggiata su molteplici fronti.

Prima fra tutti la volontà dell’imperatore Carlo VI D’Asburgo. Consigliato dal Re Giorgio I d’Inghilterra infatti farà imprigionare la principessa e sua madre a Innsbruck durante il viaggio che le avrebbe dovute portare in Italia.

Ma la prigionia non sarà un ostacolo per il coraggioso Wogan.

Deciso in tutto e per tutto il nobile irlandese vorrà portare sull’altare del suo re la giovane e candida Clementina. E lo farà non solo metaforicamente.

Per portarla in salvo avrà bisogno di un piano e di alcuni complici.

La squadra per la liberazione sarà formata dai tre ufficiali del Dilon’s Iris Regiment, O’Toole, Misset e Gaydon, e da due donne così distanti da sua altezza ma così cruciali nel gioco del destino: la signora Misset in dolce attesa e la verace Jenny.

Ma il lieto fine sembra essere ostacolato da una costellazione di personaggi equivoci e soprattutto dall’imprevedibilità dell’amore.

Tant’è che la profezia della principessa Maria Vittoria di Caprara donna dal caldo colorito italiano si manifestò come veritiera.

Chi è la Principessa di Caprara?

“Un volto capace d’imprimere il suo marchio nel cuore di un uomo.”

Ma per saperne di più è necessario calarsi nelle trecentoquarantatré appassionate pagine e farsi trascinare nella fantastica dimensione parallela dei libri storici.

Alessia Aleo

The Lego Movie 2, cantiamo “è meraviglioso” ancora una volta

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Cinque anni fa i mattoncini dei Lego sono arrivati al cinema. Più che un film, è stato un uragano di creatività che ha travolto il genere d’animazione. Cinque anni però nel mondo del cinema odierno non sono pochi, e fare un sequel con questa pausa rischia di far dimenticare al pubblico il film (soprattutto se si considera il pubblico dei bambini, che in questo lasso di tempo sono naturalmente cresciuti).

Eppure, anche con questa pausa, The Lego Movie 2 ci ricorda perché ci era tanto piaciuta quell’esperienza. E, se possibile, la potenzia e stratifica ancora di più.

Non dobbiamo ancora sottolineare quanto questi film facciano delle citazioni pop e della comicità postmoderna un frullatore di idee. Ormai è un dato di fatto. Ed è anche superfluo citare il livello estetico dell’animazione, che mischiando digitale ad analogico, passando per spruzzate di live action, compone un tableu visivo sempre eccellente. Semmai a risaltare è la costante abilità dei due creatori di prendere un qualcosa di apparentemente impossibile e farlo funzionare. Questo è il marchio creativo di Phil Lord e Chris Miller.

Dopotutto, dopo il finale del primo film, come avrebbe potuto funzionare The Lego Movie 2? Come avrebbero fatto nuovamente a convincerci a seguire le avventure di mattoncini inesistenti, anzi, letteralmente appassionarci alle loro vicende? Lord e Miller non solo hanno trovato l’ennesima chiave di lettura geniale, ma forse si sono addirittura superati.

Oltre i colori, oltre le citazioni, oltre le battute, oltre il divertimento, The Lego Movie 2 riprende, amplifica e addirittura completa temi complessi. Ponendosi in una sorta di film parallelo ma opposto a Inside Out, per il quale la morale era accettare la tristezza come fase e strumento fondamentale per crescere, adesso The Lego Movie 2 ci insegna e ricorda che la tristezza è una parte essenziale della vita, perché non tutto può essere sempre meraviglioso, ma crescendo non dobbiamo essere solo tristi, solo duri, solo cinici, perché per vivere è essenziale mantenere in noi lo spirito giocoso dei bambini e, invece di chiuderci, abbracciare il prossimo.

Un messaggio forse indirizzato agli spettatori del primo film che nel frattempo si stanno avvicinando o sono entrati nell’adolescenza: non bisogna essere introversi, fare i ribelli e chiudersi nella propria stanza (fisica o mentale), ma aprirsi al prossimo per crescere.

Quando un film diverte così tanto, e al tempo stesso regala un insegnamento profondo, ci troviamo di fronte al cinema nella sua forma migliore.

Forse si può obiettare che The Lego Movie 2 non abbia il medesimo spirito anarchico del primo film. Oppure la capacità di sorprendere sensorialmente. Lord e Miller però, consapevoli dell’impossibilità di replicare lo stupore di cinque anni fa, hanno accettato i limiti naturale dell’ideazione di un sequel e hanno deciso di elaborare maggiormente l’emotività e il messaggio. Ciò che colpisce è, appunto, l’abilità nella scrittura dei due, i quali disegnano prima e giostrano poi i ruoli di buoni e cattivi con un semplicemente ribaltamento delle prospettive degli spettatori.

Senza comunque, sia ben chiaro, abbandonare o rallentare la travolgente dose di divertimento. L’esperienza del film può essere vissuta assolutamente da tutte le fasce d’età. Ci sarà chi rifletterà, chi sarà colpito dai colori e dalle canzoni, chi riderà per le citazioni, chi riderà per altro pur non cogliendole. Il mondo dei Lego al cinema, quando pare aver esaurito le idee se non addirittura il suo senso d’esistenza, ribalta tutto e riparte in quarta.

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Emanuele D’Aniello

Video in streaming: il declino della TV come la conosciamo

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Guardare la televisione oggi è un’attività ben diversa rispetto al passato, soprattutto per alcuni utenti ben informati.

Oggi infatti sono sempre di più coloro che non si affidano più ai tradizionali broadcast televisivi, ma preferiscono guardare, sul tablet, sul computer o sulla Smart TV, piattaforme di video in streaming.

Cosa vuol dire video in Streaming

La rete internet a banda larga, la diffusione di computer e protocolli di una certa qualità e la disponibilità di contenuti online hanno permesso la sempre maggiore diffusione della visione di video in streaming. Anche solo una decina di anni fa chi voleva guardare un film attraverso internet era costretto a scaricarlo, in genere attendendo anche diversi minuti, se non addirittura ore. Quindi si doveva decidere in anticipo cosa fare stasera, per poter cercare il titolo desiderato, valutare se effettivamente poteva essere disponibile e poi scaricarlo. Per altro buona parte di questi metodi era del tutto illegale, contravveniva infatti ai diritti d’autore di serie TV e filmati di vario genere. Grazie quindi alle novità tecnologiche oggi è possibile godersi un filmato, anche molto lungo, senza scaricarlo, questo è lo streaming.

Cosa offre il mercato

Non stiamo parlando di metodi illegali, di guardare film “piratati” o di scaricare in modo illecito un documentario o una serie TV. Sono infatti disponibili per i clienti italiani numerose piattaforme di streaming. Alcune sono completamente dedicate agli eventi sportivi e, in buona parte dei casi, sono anche gratuite. Altre invece consentono di vedere, come e quando lo si desidera, tutto ciò che si vuole. Dall’ultimo film uscito un paio di mesi fa al cinema, fino al documentario d’arte o alla serie TV del tutto nuova, o già trasmessa dai canali TV tradizionali.

Come funziona

In linea generale approfittare delle piattaforme di video in streaming è oggi semplicissimo. Di solito basta attivare un account e scegliere ciò che si desidera guardare, per cominciare a farlo subito, dalla smart TV o dal computer, a seconda delle proprie preferenze. La scelta si effettua attraverso motori di ricerca interni alle stesse piattaforme, si può però in genere cercare il singolo titolo, anche in lingua originale; oppure si può utilizzare una chiave di ricerca più ampia: tipo documentari, o film d’avventura.

Quanto costa guardare video in streaming

La risposta è un poco articolata, perché molto dipende da ciò che si intende vedere e dalla piattaforma che si utilizza. Ci sono piattaforme infatti che consentono di vedere ciò che si desidera, pagando una piccola cifra per ogni singolo contenuto; ad esempio guarda i film romantici su Chili, pagando solo ciò che effettivamente guardi. Oppure alcune piattaforme consentono di accedere ad ogni contenuto dietro il pagamento di un abbonamento, annuale o mensile a seconda dei casi. Chi è un grande appassionato si troverà a dover approfittare di entrambe le modalità, anche perché non sempre i cataloghi di queste piattaforme sono omnicomprensivi, alcuni propongono anche contenuti unici, mentre altri si dedicano soprattutto alle nuove uscite, o ai film d’autore.

8½, fellinianamente umano

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8 ½ è il film capolavoro di Federico Fellini. Il più citato, il più omaggiato, il meno compreso.

Titolo originale: 8½
Regista: Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi
Cast principale: Marcello Mastroianni, Anouk Aimée, Claudia Cardinale, Sandra Milo, Rossella Falk
Nazione: Italia
Anno: 1963

Strano destino il suo, vissuto all’ombra de La Dolce vita da parte del pubblico “comune” e schiacciato sotto il peso di cicliche chiamate in causa ogni volta che un film solo vagamente onirico decide di sfidare i paragoni forzati e stoltamente obbligati.

Eppure 8 ½ è una pellicola unica nel suo genere, che contrae essa stessa un debito pesante – sempre riconosciuto, con Il posto delle fragole di Bergman – e funge da ispirazione vera, sincera, solo a chi sa coglierne l’essenza. La sua natura incompleta, e per questo autentica.

Già il titolo, con quel mezzo così insolito, rimanda a un’idea di manchevolezza, anche se poi il riferimento è alla carriera di Fellini, che ha all’attivo otto pellicole e ha esordito con un film in collaborazione. Ma i rimandi spesso, al di là dell’intenzione finale e reale, non sono mai univoci. Riportano a sensazioni, idee “profane” che sovvengono ai più, baluginii di intuizioni che prima di qualsiasi critica riescono a cogliere punti sottesi.

E così il ½ – ricordo straniante delle prime frazioni imparate a scuola – assume davvero significato di incompletezza se lo si legge alla luce della storia extra-filmica della pellicola, che già dalla scelta del titolo rivela tutta l’umana quotidianità che esso contiene.

8 ½ dunque, come titolo provvisorio. Posto lì, in attesa di scelte migliori, poiché quando si lavora a qualcosa e si ha l’impressione di avere già tutto in testa, distrazioni minime – secondarie a primo impatto – non hanno ancora diritto di cittadinanza nel grande paese dell’immaginario. Eppure 8 ½ poi resta tale, titolo definitivo per raccontare la storia e l’avventura onirica di un regista che ha perduto l’ispirazione per il suo film. C’è forse qualcosa di più manchevolmente umano?

Autobiografia su celluloide, racconto del cinema sul cinema, omaggio imperituro e a venire  della settima arte. Le intuizioni umane si collocano sempre in un eterno ritorno, attingono al vissuto  e a ciò che c’è stato prima, si nutrono di incertezze e punti fermi da cui ripartire. E per esorcizzare un blocco, una paura, una visione, non c’è niente di meglio che raccontarla in tutti i suoi inafferrabili contorni.

Ecco allora che in 8 ½ Fellini ferma il suo pensiero, i suoi sogni che si intrecciano e si sovrappongono. Essi assumono le vesti dell’Amore, della Morte, della Memoria intente a rincorresti e danzare come in un carosello improvvisato. Non ci sono regole, come solo nei sogni avviene, e la rêverie richiede spirito di trasporto e disponibilità al fluire scomposto delle immagini. Inutile ricercare una rigidità di pretesti già ordinati. La razionalità, come in un Surrealismo ripreso e attualizzato, deve cedere il passo all’abbandono.

Guido, interpretato da un Marcello Mastroianni alter ego felliniano, racconta per mezzo di illuminazioni in sonno e in veglia la paura di deludere le aspettative. La fatica di regolare i conti col passato, i fantasmi di ieri che non sanno convivere con il presente. Come nella mente annebbiata di qualsiasi uomo in impasse le immagini si sovrappongono, alternano il qui ed ora della stazione termale all’onirico ritorno alla casa d’infanzia in Romagna, approdo di purezza originaria come la psicoanalisi ci insegna.

E poi il collegio cattolico, la repressione della sessualità, a indicare quelle regole imposte dal senso comune che ancora i surrealisti volevano combattere.

Guido sogna un ritorno alla genuinità primigenia, lontana da imposizioni morali e temporali, scevra da grilli parlanti con le sembianze di critici:

«Se manca un’idea problematica il film è inutile… cosa vogliono comunicare questi autori che non sposano nessuna causa?»

Il contesto entra nella pellicola ma bisogna saperlo cogliere, è polemico e sfumato ma proprio per questo va dritto al bersaglio. L’intellettuale pedante è trasposizione di certa critica militante schierata a sinistra, che vorrebbe Fellini più engagé, più marxista, meno libero.

«La sua è una mancanza di vera e profonda cultura. Non ci può propinare dei piccoli ricordi bagnati di nostalgia. Le sue intenzioni di denuncia ne escono frustrate».

La nostalgia, grande cavallo di battaglia degli attacchi, quella rimproverata pure a Pasolini per una riflessione sulla mutazione antropologica che di nostalgico aveva solo il desiderio di ritorno a una condizione esistenziale libera, diversa, non omologata. Fellini confessa che la sua volontà, l’unica sola mira del film è quella di raccontare la grande confusione che un uomo tiene dentro.

E allora ecco le sovrapposizioni, le visioni della moglie tradita che sa e non sa – che si teme sappia – , il gioco felliniano tra menzogna e verità. Non è giusto mentire, confondere le carte, ma il confine tra l’una e l’altra condizione è labile, confuso appunto. E allora in una grande casa si riuniscono tutte le donne della sua vita come in un carnevale in cui i ruoli si confondono e il desiderio confeziona le maschere e le situazioni irreali.

otto e mezzo filmClaudia Cardinale, bellezza bianca e abito di purezza, si aggira in un paesaggio notturno sconvolto dal vento. Surreale immagine di sentimenti ancestrali, spia venuta da lontano per gettare sul piatto i dubbi più umani:

«Scegliere una cosa sola e farla diventare la cosa della tua vita. No, non ne sono capace».

Il finale è bagarre, surrealismo e dadaismo sulle note di Nino Rota.

«Ci sono già tante cose superflue al mondo. […] Siamo soffocati dalle parole e dalle immagini. Dobbiamo educarci al silenzio, fare l’elogio della pagina bianca, perché il nulla è la vera perfezione».

Il sipario può già calare. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E allora intanto circo e musica, Maestro.

 

Tre motivi per vedere il film:

  • La scena del ballo tra Barbara Steele e Mario Pisu. Quentin Tarantino ne farà un calco grezzo e maledetto in Pulp Fiction, poi a sua volta ripreso in  Be cool. Cinema che cita il cinema allo stato puro.
  • La mostruosa Saraghina sulle spiagge di Rimini: la poetica del brutto che opera il riscatto etico.
  • La scena finale, con Guido e la banda di colwn. Banale, ma mai così necessario.

Quando vedere il film:

In un pomeriggio malinconico, quando la vita sembra scorrere lenta e gli obiettivi appiattirsi e appannarsi. Godete e traetene il meglio.

 

Avete perso il nostro precedente appuntamento con il Cineforum? Nessun problema!

Lawrence d’Arabia, la rappresentazione dell’incertezza dell’eroe

 

Ginevra Amadio

Annunciate tutte le nominations dei David di Donatello 2019

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Sono state rese le nominations per i David di Donatello 2019, il più famoso e prestigioso premio del cinema italiano.

MIGLIOR FILM
Chiamami col tuo nome
Euforia
Dogman
Lazzaro Felice
Sulla mia pelle

Venezia 2018: Sulla Mia Pelle, l’indelebile impronta del male

MIGLIOR FILM STRANIERO
Roma
Cold War
Boehmian Rhapsody
Il filo nascosto
Tre manifesti a Ebbing Missouri

La Recensione di Bohemian Rapsody: Freddie, You Are The Champion

MIGLIOR REGIA
Mario MARTONE per Capri-Revolution
Luca GUADAGNINO per Chiamami col tuo nome
Matteo GARRONE per Dogman
Valeria GOLINO per Euforia
Alice ROHRWACHER per Lazzaro felice

Chiamami col tuo nome, il primo amore non si scorda mai

MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE
Luca FACCHINI per Fabrizio De André per Principe libero
Simone SPADA per Hotel Gagarin
Fabio e Damiano D’INNOCENZO per La terra dell’abbastanza
Valerio MASTANDREA per Ride
Alessio CREMONINI per Sulla mia pelle

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
Dogman
Euforia
Lazzaro Felice
Sulla mia pelle
La terra dell’abbastanza

Dogman, cane mangia cane e uomo mangia uomo

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Chiamami col tuo nome
Ella & John
La profezia dell’Armadillo
Sono tornato
Il testimone invisibile

Mussolini vive di nuovo in “Sono Tornato” di Luca Miniero

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Marianna Fontana per Capri-Revolution
Pina Turco per Il vizio della speranza
Elena Sofia Ricci per Loro
Alba Rohrwacher per Troppa grazia
Anna Foglietta per Un giorno all’improvviso

Venezia 2018: Capri Revolution, storia di pazzi e credenti

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Marcello Fonte per Dogman
Riccardo Scamarcio per Euforia
Luca Marinelli per Fabrizio De André – Principe libero
Toni Servillo per Loro
Alessandro Borghi per Sulla mia pelle

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Donatella FINOCCHIARO per Capri-Revolution
Marina CONFALONE per Il vizio della speranza
Nicoletta BRASCHI per Lazzaro felice
Kasia SMUTNIAK per Loro
Jasmine TRINCA per Sulla mia pelle

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Ennio Fantastichini per Fabrizio De André – Principe libero
Massimo Ghini per  A casa tutti bene
Edoardo Pesce per Dogman
Valerio Mastandrea per Euforia
Fabrizio Bentivoglio per Loro

MIGLIOR PRODUTTORE
Chiamami col tuo nome
Dogman
La terra dell’abbastanza
Lazzaro felice
Sulla mia pelle

MIGLIOR AUTORE DELLA FOTOGRAFIA
Michele D’ATTANASIO per Capri-Revolution
Sayombhu MUKDEEPROM per Chiamami col tuo nome
Nicolaj BRÜEL per Dogman
Paolo CARNERA per La terra dell’abbastanza
Hélène LOUVART per Lazzaro felice

MIGLIORE MUSICISTA
Nicola PIOVANI per A casa tutti bene
Sascha RING, Philipp THIMM per Capri-Revolution
Michele BRAGA per Dogman
Nicola TESCARI per Euforia
Lele MARCHITELLI per Loro
MOKADELIC per Sulla mia pelle

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE
“L’INVENZIONE DI UN POETA”,  (A casa tutti bene)
“ARACEAE “, (Capri-Revolution)
“MISTERY OF LOVE”,  Chiamami col tuo nome
“A SPERANZA “, (Il vizio della speranza)
“‘NA GELOSIA”,  (Loro)

MIGLIORE SCENOGRAFO
Giancarlo MUSELLI per Capri-Revolution
Samuel DESHORS per Chiamami col tuo nome
Dimitri CAPUANI per Dogman
Emita FRIGATO per Lazzaro felice
Stefania CELLA per Loro

MIGLIORE COSTUMISTA
Ursula PATZAK per Capri-Revolution
Giulia PIERSANTI per Chiamami col tuo nome
Massimo CANTINI PARRINI per Dogman
Loredana BUSCEMI per Lazzaro felice
Carlo POGGIOLI per Loro

MIGLIOR TRUCCATORE 
Alessandro D’ANNA per Capri-Revolution
Fernanda PEREZ per Chiamami col tuo nome
Dalia COLLI, Lorenzo TAMBURINI per Dogman
Maurizio SILVI per Loro
Roberto PASTORE per Sulla mia pelle

MIGLIOR ACCONCIATORE
Gaetano PANICO per Capri-Revolution
Manolo GARCIA per Chiamami col tuo nome
Daniela TARTARI per Dogman
Aldo SIGNORETTI per Loro
Massimo GATTABRUSI per  Moschettieri del re – La penultima missione

MIGLIORE MONTATORE
Jacopo QUADRI, Natalie CRISTIANI per Capri-Revolution
Walter FASANO per Chiamami col tuo nome
Marco SPOLETINI per Dogman
Giogiò FRANCHINI per  Euforia
Chiara VULLO per Sulla mia pelle

MIGLIOR SUONO
Capri-Revolution
Chiamami col tuo nome
Dogman
Lazzaro felice
Loro

MIGLIORI EFFETTI VISIVI
Sara PAESANI, Rodolfo MIGLIARI per Capri-Revolution
Rodolfo MIGLIARI per Dogman
Victor PEREZ per  Il ragazzo invisibile – Seconda generazione
Rodolfo MIGLIARI, Monica GALANTUCCI per La befana vien di notte
Simone COCO, James WOODS per Loro
Giuseppe SQUILLACI per Michelangelo – Infinito

La Befana vien di notte, proviamo a digerire il cinecarbone

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Arrivederci Saigon di Wilma LABATE
Friedkin Uncut di Francesco ZIPPEL
L’arte viva di Julian Schnabel di Pappi CORSICATO
La strada dei Samouni di Stefano SAVONA
Santiago, Italia di Nanni MORETTI

Queste le candidature ai Premi David di Donatello 2019 dei film usciti al cinema dal 1° gennaio al 31 dicembre 2018, in ordine alfabetico, votate dal 8 al 31 gennaio 2019 dai componenti la Giuria dell’Accademia e trasmesse ufficialmente dallo Studio Notarile Marco Papi. Le ha comunicate, nell’incontro di oggi con la stampa, Piera Detassis, Presidente e Direttore Artistico dell’Accademia, sottolineando la presenza di ex-aequo.

Mercoledì 27 marzo si terrà la cerimonia di premiazione della 64 edizione dei Premi David di Donatello, in diretta in prima serata su Rai1. La conduzione dell’edizione 2019 è nuovamente affidata a Carlo Conti. Nel corso della cerimonia, numerosi protagonisti del cinema italiano e internazionale consegneranno venticinque Premi David di Donatello e i David Speciali.

Rai Movie, il canale di cinema del servizio pubblico, accompagnerà il pubblico al David 2019 con un ciclo di film dedicati e mercoledì 20 febbraio, in seconda serata, manderà in onda il cortometraggio vincitore di quest’anno. Nella serata di premiazione Rai Movie trasmetterà la diretta dal red carpet con le interviste ai protagonisti dell’evento.

I Premi David di Donatello sono organizzati dalla Fondazione Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello e dalla RAI: Piera Detassis è il Presidente e Direttore Artistico della Fondazione, il Consiglio Direttivo è composto da Francesco Rutelli, Carlo Fontana, Nicola Borrelli, Francesca Cima, Luigi Lonigro, Mario Lorini, Domenico Dinoia, Edoardo De Angelis, Francesco Ranieri Martinotti, Giancarlo Leone.

La 64esima edizione della manifestazione si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, con il contributo del MiBAC Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per il Cinema, d’intesa con AGIS e ANICA e con la partecipazione, in qualità di partner istituzionali, di SIAE e Nuovo IMAIE.

L’edizione del 2019 ha introdotto una serie di importanti riforme del regolamento dei premi. Fra le numerose novità, una nuova giuria e la modifica del sistema di voto, entrambi adeguati ai modelli proposti dai grandi riconoscimenti internazionali; nuove regole di ammissione dei film che concorrono all’assegnazione dei premi; la nascita del David dello Spettatore. Attraverso questa serie di rilevanti modifiche, l’Accademia del Cinema Italiano punta a rinnovarsi proponendosi come una realtà ancor più autorevole e incisiva nell’ambito del panorama cinematografico italiano e internazionale, al passo con le rapide trasformazioni in atto nell’intero sistema dell’audiovisivo.

I PREMI DELLA 64ᵃ EDIZIONE

La nuova Giuria dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello assegna:

  • 20 Premi David per il cinema italiano: film, regia, regista esordiente, sceneggiatura originale, sceneggiatura non originale, produttore, attrice protagonista, attore protagonista, attrice non protagonista, attore non protagonista, autore della fotografia, musicista, canzone originale, scenografo, costumista, truccatore, acconciatore, montatore, suono, effetti visivi VFX.
  • 1 Premio per il Documentario di lungometraggio: da quest’anno, una commissione formata da sette esperti in carica per due anni – Guido Albonetti, Pedro Armocida, Osvaldo Bargero, Raffaella Giancristofaro, Stefania Ippoliti, Paola Jacobbi, Giacomo Ravesi – ha il compito di preselezionare le quindici opere da sottoporre al voto della giuria per poi arrivare alla cinquina. Si intende in questo modo favorire una visione più sostenibile, informata e attenta del “cinema del reale” da parte della giuria.
  • 1 Premio David per il cinema straniero: dal 2019 i Premi David al Miglior film straniero e al Miglior film della Comunità Europea si fondono in un unico premio, il David per il Miglior film straniero.

Una giuria nazionale di tremila studenti degli ultimi due anni delle scuole secondarie di II grado sceglie fra trenta film e vota solo per via telematica:

  • 1 Premio David Giovani, destinato al miglior film italiano.

Un’apposita commissione, nominata dal Presidente e formata da Andrea Piersanti, Giada Calabria, Leonardo Diberti, Paolo Fondato, Elisabetta Lodoli, Enrico Magrelli, Lamberto Mancini, Mario Mazzetti, Paolo Mereghetti, assegna:

  • 1 Premio David di Donatello per il Miglior cortometraggio italiano

Fra le più importanti novità dell’edizione 2019 c’è il David dello Spettatore, un premio che intende manifestare l’attenzione e il ringraziamento dell’Accademia ai film e agli autori che hanno fortemente contribuito al successo industriale dell’intera filiera cinematografica. Il riconoscimento andrà al film, uscito entro il 31 dicembre, che avrà totalizzato il maggior numero di spettatori e presenze calcolate entro la fine di febbraio.

David Speciali, che verranno annunciati successivamente, vengono designati da Presidenza e Consiglio Direttivo e sono assegnati a personalità del mondo del cinema che ne hanno segnato storia ed evoluzione.

Per ulteriori informazioni www.daviddidonatello.it

Buon compleanno Montalbano, vent’anni e non sentirli

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È andato in onda ieri l’ultimo dei nuovi episodi di Montalbano.

In 10 milioni davanti al piccolo schermo per seguire le avventure del commissario di Vigata. Il 43,5% di share sentenzia come il pubblico sia legato al personaggio creato da Andrea Camilleri, interpretato dal magistrale Luca Zingaretti.

Conversazione su Tiresia: uno sguardo a caccia di eternità

Vent’anni in cui lo spettatore segue le vicende dell’uomo e della divisa. Vent’anni in cui finalmente il set della Sicilia non viene accostato alla mafia ma viene innalzato a nuova definizione; il protagonista con la sua prosa dialettale e la sua flemma combatte il malaffare e sdogana lo stereotipo dei siciliani mafiosi.

L’introduzione di Camilleri alla puntata è una gemma preziosa.

L’autore ha spiegato come le sue opere prendano quasi sempre spunto da fatti realmente accaduti. I suoi ricordi prendono vita e scivolano sull’inchiostro dando vita a storie che rimarranno pietre miliari sia nel mondo della letteratura che nel mondo televisivo.Montalbano nuovi episodi

La puntata è un intreccio di due racconti scritti da Camilleri.

Passato e presente si attorcigliano. La riscoperta, durante la demolizione di un vecchio silos, di un diario del ’43 tenuto da un giovane ragazzo, sostenitore dell’ideologia fascista, riaprirà quello che oggi definiremmo un “cold case”.

Il protagonista della puntata è un elegante novantenne, John Zuck (Dominic Chianese, interprete del Padrino parte II e I Soprano) che diverrà lo strumento di numerosi spunti di riflessione per chi purtroppo deve vivere fuori dalla propria Terra.

Perché ieri come oggi l’italiano è un popolo di immigrati e la memoria storica è fondamentale.

Inoltre, uno dei momenti più alti della puntata è l’omaggio implicito all’attore che interpretava il dottor Pasquano, Marcello Perracchio.

Nel nuovo plot il medico legale risultava essere in ferie. Un escamotage momentaneo poiché il suo ruolo era ormai iconico ed insostituibile. Tra un’autopsia e un’analisi in laboratorio non voleva “rotti i cabassisi” nei suoi momenti di golosità in cui godeva nell’addentare la croccante cialda dei cannoli alla ricotta. Celebri i pungoli tra il dottore e il commissario.

Nell’episodio “Un diario de ’43” Marcello Perracchio viene omaggiat:; è un “funerale cinematografico” definito da Luca Zingaretti “uno dei momenti più commoventi che abbia mai girato”.

E mentre aspettiamo trepidanti la nuova fatica letteraria dell’insuperabile maestro Camilleri, la troupe televisiva avvia il processo organizzativo per girare i prossimi due nuovi episodi. Set in Sicilia a maggio; appuntamento in tv per il 2020.

Alessia Aleo

Alla scoperta del simbolismo surreale di Alessio Serpetti

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Nato nel ’75 del secolo sbagliato, o forse solo innamorato di epoche lontane, Alessio Serpetti è sicuramente un artista che conosce la storia dell’arte, la cita con grande tecnicismo nelle sue opere e la sa piegare alle sue tematiche.

Non ha velleità da pioniere: nulla di totalmente nuovo o sperimentale prende spazio nei suoi lavori. La tecnica del carboncino o quella incisoria dell’acquaforte gli permette infatti di oscillare con eleganza fra il classico e l’allegorico: Alessio Serpetti si rifugia in tecniche antiche padroneggiate con cura e garbo, e in soggetti ancestrali appartenenti a un mondo lontano nel tempo, a un mondo che vive nei sogni. Nelle sue opere Serpetti non fa mai riferimento ad accadimenti storici coevi, ma illustrando un mondo onirico in bianco e nero esce fuori dal tempo, proiettandosi in una realtà trascendente. Una realtà fatta di sogni.

Nella sua produzione è facile scorgere derivazioni dagli artisti che negli anni della formazione (presso l’Istituto d’Arte e l’Accademia di Belle Arti) deve aver apprezzato maggiormente: Giovan Battista Piranesi (per ciò che concerne la riproduzione delle architetture), Heinrich Füssli e William Blake (per la rappresentazione di incubi e disperazione), Maurits Cornelis Escher (per la rappresentazione di paesaggi antropomorfi). E poi ci sono le tematiche surrealiste declinate alla maniera di Alberto Martini, e il simbolismo di cui i personaggi e gli oggetti che ricorrono nelle sue opere si fanno portatori.

Le opere del ciclo Vedute di scena, fulcro di due sue personali tenutesi nel 2010 presso il Museo Etruscopolis di Tarquinia, mostrano bene il suo amore per la classicità. Queste opere ci confermano, da un lato, la sua formazione (il Diploma in Scenografia ottenuto col massimo dei voti all’Accademia di Belle Arti di Roma) e, dall’altro, la sua appartenenza come artista a un mondo “altro”, lontano nel tempo. La cultura classica per l’appunto.

Questo suo primo ciclo infatti altro non è che una serie di Capricci.

Molto in voga nel Seicento e nel Settecento, questo genere artistico è una combinazione fantasiosa di paesaggi rurali con elementi architettonici (reali o elaborati ex novo dall’artista) dal sapore antico. Questa commistione è presente anche nelle sue opere L’anima nascosta della notte, risalente al 2016 e facente parte del ciclo L’arte del sogno, ed Eclissi misterica, dalla raccolta Notturni arcani, dell’anno successivo.

La prima opera è il non plus ultra del Capriccio. In uno scenario bucolico estremamente inquietante, sulla destra, si affacciano i resti di un tempio circolare che ricorda i templi di Vesta di Tivoli e Roma.

Al centro della scena domina invece un’architettura imponente e teatrale, i cui pilastri decorati a grottesche (l’antico) conducono il nostro sguardo  verso due ignudi maschili che sorreggono un’ulteriore quinta scenica (e che ci riportano sia a Michelangelo, sia ai reggi mensola diffusi nei palazzi in stile Liberty). Questa quinta architettonica si apre su due “quadri nel quadro”. La prima apertura è un ritratto di un volto femminile di profilo i cui occhi sono nascosti dall’acconciatura e che ricorda le fotografie di Man Ray. La seconda è la copia anamorfica di un dipinto di Trophime Bigot, l’Allegoria della Vanità, risalente al 1630. Il suolo ha invece le fattezze di volti di spaventati, c’è il torso nudo di un uomo giacente a terra che sta prendendo le forme di un albero così come il corpo di una donna poco distante. Un mito di Apollo e Dafne che da favola diventa incubo fra le mani inquiete di Alessio Serpetti.

surrealismo arte - alessio serpetti
L’Anima nascosta della notte

Eclissi misterica ci mostra ancora figure umane che alla luce della luna trasformano i loro corpi di carne in tronchi, rami e radici sempre accompagnati da rovine architettoniche sullo sfondo.

surrealismo arte - alessio serpetti
Eclissi misterica

Opere come Il crepuscolo della ragione (2014) sono una citazione dal passato: Füssli e Goya, Ingres, l’antico, il surrealismo di Dalì, Gustave Moreau, Man Ray. Alla vista tutto è piacevole. Però qualcosa sfugge all’osservatore: il significato o contenuto dell’immagine è inattingibile.

surrealismo arte - alessio serpetti
Il Crepuscolo della ragione

Notti illuminate dalla luna, donne misteriose e sofferenti, candele, specchi, sguardi negati, maschere. Questi sono i soggetti che Alessio Serpetti predilige per le sue opere. Immagini che per l’artista avranno simbolicamente valore, ma il cui contenuto all’osservatore non arriva. Probabilmente perché non è un contenuto narrabile che Alessio Serpetti ricerca. Queste visioni sono a metà fra la metafisica e il surrealismo, ambientate in un luogo lontano, in un tempo che non è oggi, ma potrebbe essere ieri così come domani. Illustrano situazioni che vivono solo nell’immaginazione e nel sogno, dove tutto è lasciato in sospeso e attende di essere rivelato. Sono sogni tormentati dai quali bisogna svegliarsi per non cadere nell’angoscia. Serpetti ha talento nel convogliare gli insegnamenti di De Chirico, Gustave Moreau, i preraffaelliti e i surrealisti.

Grazie alla sua conoscenza della storia dell’arte Alessio Serpetti, attraverso le eleganti forme che crea, comunica non contenuti, bensì emozioni. Il senso di smarrimento, disagio, frustrazione e angoscia che ci colgono nella notte, quando siamo più fragili, sono ben rappresentate in tutte le sue opere.

In queste settimane Alessio Serpetti sta partecipando con delle sue incisioni a due mostre temporanee. Dal 26 gennaio al 31 marzo la sua opera Il Silenzio incontra la Meditazione è esposta alla Galeria Municipal de Vieira de Leiria a Marinha Grande (in Portogallo) per L’International Surrealism Now 2019 – Esposizione Internazionale di Arte Surrealista Contemporanea. Mentre dal 15 al 26 febbraio il Maschio Angioino di Napoli allestirà la mostra Metamorfosi Creative in cui saranno presenti le opere Echi di armonie perdute e Eclissi misterica.

Francesca Blasi

Quattro Serie TV da vedere in attesa della Primavera

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Quattro serie tv, quattro tematiche differenti, quattro proposte dalla redazione.

Visto che la primavera tarda ad arrivare e la sera ancora preferiamo stare a casa piuttosto che uscire, abbiamo deciso di proporvi una TOP Four per solleticare la vostra fantasia. Omosessualità, stalking, magia o passione per la musica? Scegliete la serie più adatta ai vostri gusti.

Grace and Frankie

La prima proposta vede protagonista la meravigliosa Jane Fonda, che dopo quarant’anni di matrimonio eterosessuale decide di fare coming out.

Grace and Frankie, l’importanza di amare  

You

La seconda proposta è You, La serie è tratta dall’omonimo romanzo di Caroline Kepnes. Di una cosa si può esser certi dopo aver visto questa: la determinazione di cambiare la privacy dei propri account social.

You, la serie TV che ti farà cambiare la privacy dei tuoi account

Charmed

La terza proposta è Charmed, il reboot del celeberrimo Streghe: le nuove streghe sono Maggie, Mel e Macy. Tre nomi con la M e non più con la P. La vera novità risiede nell’origine latino-americana delle sorelle, ma non è l’unica.

Le streghe son tornate: lesbiche e latino-americane

La Compagnia del Cigno

I sette giovani protagonisti della fiction “La Compagnia del Cigno” frequentano il Liceo Musicale e il Conservatorio di Milano intitolato a Giuseppe Verdi. Ad unirli è l’amore per la musica. Una musica che riempie le loro giornate e le loro vite. Ognuno di loro è unico, ma rappresenta alla perfezione l’immagine di un adolescente qualunque, con cui non si fa alcuna fatica ad immedesimarsi. Le loro vicende sono raccontate con semplicità ed è impossibile non affezionarsi a loro.

La Compagnia del Cigno: l’unione fa la forza nella fiction di Rai 1

Se avete suggerimenti per le prossime liste, fateci sapere nei commenti.

Per ora…Buona visione!

“Singles”… ma si parla sempre d’amore

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Lo spettacolo Singles rimarrà in scena al teatro Vittoria di Roma fino al 24 febbraio.

Un titolo che attira l’attenzione, pur essendo formato da una sola parola. Ma si tratta di una parola molto particolare. Semplice, corta. Eppure, ciò a cui fa riferimento identifica lo stato sentimentale di una persona. Ed è un’identificazione che può corrispondere a diverse immagini: una persona felice perché indipendente; una che dà importanza solo alla carriera; una persona sola e infelice; una che è rimasta attaccata a un amore finito male oppure che è alla continua ricerca dell’anima gemella.

La commedia scritta da Rudolphe Sand e David Talbot ce ne mostra diverse tra quelle elencate.

Protagonisti sono tre amici di lunga data che finiscono sempre per ritrovarsi ai matrimoni dei loro ex senza mai essere accompagnati da nuovi amori. Bruno è un uomo affascinante con una grande carriera nel mondo commerciale che si vanta di essere “single per scelta” per nascondere i suoi continui fallimenti relazionali. Giuliana è una bibliotecaria impegnata in tantissime diverse attività, logorroica e innamorata non corrisposta di Bruno. Antonio, invece, è un appassionato di biologia timido e impacciato, segretamente innamorato di Giuliana. Insieme, inizieranno a frequentare serate, gite fuori porta, lezioni in palestra tutte per single desiderosi di fare nuove conoscenze. Tutte le loro vicende ruotano intorno alla ricerca del vero amore, dell’occasione giusta, del momento in cui si potrà godere di un compleanno non più in solitaria, ma in compagnia.

Lo spettacolo si articola in quindici quadri che ricoprono un intero anno della vita dei personaggi.

Sono scene divertenti, leggere in cui fondamentale è l’ottimo lavoro degli interpreti. In uno spettacolo simile sono fondamentali il ritmo e l’energia degli attori, nonché la loro capacità di caratterizzare in maniera fisicamente buffa i loro personaggi. Il vero punto di forza dello spettacolo è la bravura di Marco Cavallaro, Antonio Grosso e Claudia Ferri. Riescono a regalare al pubblico un’ora e mezza di simpatia e buoni sentimenti. Tengono la scena in maniera impeccabile, alternando alla comicità anche dei momenti più emozionanti e commuoventi. C’è una grande complicità tra i tre attori e si nota subito.

È uno spettacolo semplice, ma efficace dal punto di vista delle luci, delle musiche e della storia. Si lascia vedere con piacere ed è un’ottima scelta per passare una serata a teatro spensierata e gioiosa, guardando uno spettacolo di qualità.

singles - teatro vittoria roma
Foto artinconnesione.it

Il testo è frizzantino, sempre spiritoso e mai volgare.

Sul momento, assisti allo spettacolo senza farti troppe domande, ridendo e godendoti le diverse scene. Quando però sul palco arriva Giuliana che si canta da sola “Tanti auguri a te” e finge con la madre al telefono di avere compagnia a casa, il sorriso lascia il posto a emozioni di tutt’altro tipo. Tanto più lei cerca di sembrare allegra, tanto più la sua tristezza investe lo spettatore (merito anche, ancora una volta, della bravura dell’attrice). Ed è allora che ti viene da pensare a quanto le aspettative della società riguardo l’essere single finiscano per angustiare la persona che non ha trovato colui/colei con cui condividere la propria vita. Pensi anche che effettivamente trascorrere il proprio compleanno in totale solitudine non sia affatto bello. Poi, vieni risucchiato nuovamente dalla storia e ritorni a sorridere. Solo alla fine dello spettacolo, ti soffermi di nuovo a riflettere su quanto hai visto.

Ti viene da chiederti il perché uno spettacolo dedicato al mondo dei single parli solo e soltanto del loro tentativo di avere una relazione. O perché di tante immagini che ci vengono alla mente quando pensiamo agli scapoli le prime ad arrivare siano quelle che parlano di solitudine e di tristezza. Ed ecco che ci si rende conto di quanto la nostra società demonizzi la condizione di single, associandola spesso all’idea di mancanza. Ma è davvero così? È davvero un problema essere single? Si può davvero parlare di “cuori solitari” quando ci si riferisce a persone non fidanzate?

Oppure è l’aspettativa sociale che crea la maggior parte delle ansie e delle preoccupazioni in chi non ha ancora trovato la persona giusta?

Avere un/a compagno/a è indubbiamente bello. Poter condividere tutta la propria vita insieme a qualcuno che si ama, essendo riamati, è sicuramente una gran fortuna. Una condizione che sicuramente la maggior parte di noi spera di raggiungere. Ma è anche vero che non necessariamente il non essere impegnati coincida con il non essere felici. Anzi. Non solo si ha la possibilità di dedicarsi a sé, ma anche di conoscersi. E conoscersi è il primo passo per intrecciare relazioni con gli altri.

E poi, non si è mai veramente soli al mondo.

Può benissimo succedere (come in Singles) che pur non avendo il/la partner si abbiano intorno dei buoni amici con cui condividere le proprie avventure. Inoltre, lo spettacolo ti lascia fiducioso nei confronti della vita e del destino: prima o poi, qualcosa succede!

Federica Crisci

Trappola per topi. Il capolavoro di Agatha Christie al teatro Vittoria

 

Mast Bologna: in mostra le foto tecnologiche di Thomas Struth

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Grovigli di cavi elettrici, piattaforme petrolifere, macchine per la chirurgia robotica. È di scena la complessità di scienze e tecnologie create dall’uomo, ma l’uomo non si vede

Al Mast di Bologna è aperta fino al 22 aprile la mostra Thomas Struth: Nature & Politics. Fondazione Mast, Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia, come vuole l’acronimo, propone una selezione di 25 fotografie in grande formato dell’artista tedesco. Difficile e affascinante, l’ultimo progetto di Struth è diverso dalle immagini a cui ci aveva abituato: i paesaggi urbani di Unconscious Places, i ritratti di famiglia di Family Portraits e le immagini dei visitatori dei musei in Museum Photograph. Struth questa volta predilige apparati scientifici e tecnologici di ultima generazione, come la fabbrica dello Space Shuttle, lo spettrometro dell’istituto Max Planck di fisica del plasma, la cappa chimica dell’università di Edimburgo. Le immagini hanno dimensioni anche di 2 metri per 3, i dettagli sono numerosissimi, le apparecchiature complesse. Le foto non hanno didascalie, per scelta dell’autore. Quasi sempre, non si vedono persone o non sono in primo piano.

Bologna mostre
MastBologna_Chemistry Fume Cabinet di Thomas Struth
Bologna mostre
MastBologna_Golems Playground di Thomas Struth
Bologna mostre
MastBologna_Grace-Follow-ombottomview di Thomas Struth
Bologna mostre
MastBologna_Sorghum di Thomas Struth

Mast di Bologna e Thomas Struth: che cos’è la tecnologia

Urs Stahel, curatore della mostra, spiega che Struth si “muove in zone proibite, in mondi il cui accesso ci è solitamente precluso”: luoghi nei quali non entrano le persone comuni e che, senza un bagaglio culturale specialistico, non possono comprendere. Il suo interesse è per le ultime sperimentazioni della scienza e della tecnica, ma non è una passione gratuita: queste evoluzioni avranno un impatto sulla nostra vita quotidiana. Un esempio è la chirurgia robotica, dove robot e strumenti di precisione manovrati a distanza cambiano le prospettive della medicina.
Struth sembra porci un labirinto di domande: che cosa siamo diventati? Che cosa diventeremo? Sapremo governare le evoluzioni tecnologiche di cui siamo noi stessi responsabili? Siamo autori delle macchine o ne facciamo parte? Le sue immagini non danno risposte univoche: sono un insieme, a volte ordinato, a volte dispersivo, di oggetti e strumenti artificiali.

La fotografia come un quadro

Il visitatore, che non conosce i luoghi fotografati, non ha che da osservare le immagini. Struth non ha voluto le didascalie: “Non mi è mai piaciuto vedere il pubblico che subito va a cercare il titolo dell’opera”, ha detto i giornalisti. “Preferisco che guardino le immagini con attenzione”. In effetti, le sue immagini sono tutte da studiare: il grande formato permette di mettere in evidenza una mole ingente di dettagli e niente è là per caso. “Ogni particolare è studiato in anticipo”, per dare alla foto una composizione voluta.
Struth struttura le sue opere come un quadro, le costruisce, così come sono costruite le apparecchiature che ritrae. Le figure umane non ci sono, eppure costituiscono gli autori di tutto quello che si vede in foto. Dalle immagini emergono ambiguità, disorientamento, inquietudine.

Nature & Politics: dove siamo

Quasi per contrappasso, la mostra al Mast di Bologna presenta alcune immagini di taglio diverso: Seascape, Donghae City, Acropolis Museum evocano paesaggi storici o naturali. Si tratta di una pausa nei confronti della complessità moderna, un po’ come la videoinstallazione Read this like seeing it for the first time, al piano inferiore: il filmato rappresenta un corso di musica con il dialogo diretto tra insegnanti e studenti. Torna importante la manualità, l’esercizio condotto passo dopo passo con lo strumento: tornano i volti delle persone, le loro voci e le loro conversazioni.
La mostra Thomas Struth. Nature & Politics al Mast di Bologna è a ingresso libero. Si visita dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 19. Il Mast è in via Speranza 42; si raggiunge con l’autobus 19 dal centro della città o, dalla stazione, con le linee 81 e 91.

Claudia Silivestro

A volte tornano ed è grande letteratura: “Brown Sugar” di Antonio Veneziani

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Quanti motivi esistono per leggere Brown Sugar, strade di polvere di Antonio Veneziani? Per noi di CulturaMente tanti. Il libro di poesie, un cult per intere generazioni, è nuovamente in libreria edito da Hacca.

Dalla prima edizione datata 1978 il libro del poeta della scuola romana è stato un esempio di parola poetica sublimamente detta; e di materiale umano ed esperienziale dal quale attingere linfa per la propria quotidianità.

Il libro è integrato da inediti e reca le note eccellenti di Nicola Lagioia, Renzo Paris e del compianto Dario Bellezza, amico di versi e complice di vita. L’intervista di Gabriele Galloni, uno dei giovani poeti emergenti italiani, dà voce viva al Maestro Veneziani che si racconta insieme alle sue liriche.

Dice bene Nicola La Gioia “I suoi versi lo precedevano. E lui ne fu all’altezza”. Come non essere rapiti dal viaggio senza meta del poeta, che trae sostanza dagli incidenti della contingenza e li filtra attraverso una Parola densa, lirica, estetica fino al limite massimo.

Il suo è un girovagare bohemien tra esperienze trasgressive di ogni tipo e contaminazioni con le epoche migliori della creatività letteraria. Un vagabondare tra corpi nudi, sete ottomane e saune metropolitane, paradisi artificiali costruiti nei tempi dello sballo ideologico.

Ancora Renzo Paris, altro compagno dì avventura, tratteggia l’essenza della raccolta: “Alla ricerca della vena nuda, con un linguaggio trasparente e letterario, il poeta si aggira tra i corpi delle latrine, sperando di incontrare il grande amore e ogni volta trovando facce da criminali.

Perchè il grande Veneziani attraversa il Mar Rosso a pelo d’acqua, come un personaggio biblico mantiene le distanze dalla corruttibilità umana pur essendo profondamente coinvolto nella distonia del vivere della sua epoca.

scrittori italiani contemporanei
Antonella Rizzo, Gabriele Galloni e Antonio Veneziani

 

Sono battute dal suo passo trascinato le strade di polvere che percorre la sua Poesia, erotica e profetica, ricca di simbolismi.

Essa eredita per natura e cultura dalla tradizione ebraica della sua famiglia la sacralità delle prescrizioni rituali rinnegate da una dimensione laica e trasgressiva; che riaffiorano però e si trasformano in fiori d’acqua, galleggianti nelle pozze di fango.

Negli inediti il poeta continua la ricerca dell’eleganza nel dolore con fotografie intense e lapidarie di una Roma sempre più decadente e nella lettera in punta di sangue, una dichiarazione d’amore eterno e maledetto. Prosegue con i ricordi di viaggio quotidiano dalla cifra letteraria sempre più matura e ipnotica.

Una ristampa che rappresenta una preziosità nel panorama poetico italiano, un volume per nuovi  e vecchi poeti e per chi vuole immergersi in un’esperienza letteraria straordinaria.

Antonio Veneziani  è uno dei massimi esponenti della poesia italiana contemporanea. Piacentino di nascita ma romano d’adozione, è tra gli autori della cosiddetta scuola romana, che va da Pier Paolo Pasolini a Dario Bellezza, da Amelia Rosselli a Renzo Paris. Oltre che poeta, saggista, traduttore, Veneziani ha dato vita a svariate iniziative culturali.

Brown Sugar, strade di polvere di Antonio Veneziani

Hacca Edizioni – ISBN: 978-88-98983-39-1

Antonella Rizzo

Il fascino senza tempo di Uno nessuno e centomila rivive a teatro con Enrico Lo Verso

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Portare sul palco di un teatro Uno nessuno e centomila è una scommessa azzardata che Alessandra Pizzi e Enrico Lo Verso vincono completamente, regalando emozioni nel solco del capolavoro di Pirandello.

Uno sfondo nero, come la più buia delle notti, su cui si stagliano sei cornici nude sospese nel vuoto. E poi due sole casse bianche.

Ma questa scenografia, volutamente scarna, viene totalmente riempita dalla trasbordante bravura di un grande attore: Enrico Lo Verso.

Quando termina Uno nessuno centomila la comune sensazione del pubblico del teatro Ghione è quella di aver assistito a uno spettacolo davvero bello.

Scritto da Alessandra Pizzi, che firma anche la regia, Uno nessuno centomila, adattamento teatrale del capolavoro di Pirandello, è uno spettacolo che merita lunghi, calorosi applausi.

Sul palco il solo Enrico Lo Verso.

L’attore si muove con una disarmante bravura, dando fisicità a uno dei libri più amati di Luigi Pirandello, insieme al Fu Mattia Pascal.

Protagonista deI romanzo è Vitangelo Moscarda, personaggio senza tempo.

Un giorno, complici la particolare attenzione della moglie e uno specchio, scopre che il suo naso, ritenuto fino a quel momento, «se non proprio bello, almeno molto decente» pende verso destra.

Quel naso, insolitamente storto, è sola la prima di una serie di altre fatali scoperte che gettano Vitangelo Moscarda nello sconcerto.

Perché quei piccoli, apparentemente insignificanti dettagli, innescano un vortice di profonde riflessioni su come si possa apparire agli altri.

Da quel giorno desidererà «ardentissimamente d’esser solo, almeno per un’ora», un momento tutto per sé, per capire, conoscersi, riflettere.

L’imperfezione di quel naso fa cadere il sipario, svelando il dubbio che si possa essere agli occhi degli altri uno, nessuno e centomila.

Lo spettacolo magistralmente interpretato da Enrico Lo Verso, sempre solo sul palcoscenico e capace di dar voce a più personaggi, fra cui la moglie di Vitangelo, è stato giustamente più volte premiato.

Nel 2017 ha ricevuto il Premio Franco Enriquez per la migliore interpretazione, mentre recentemente è stato insignito del Premio Delia Cajelli per il Teatro per la migliore regia.

Riconoscimenti inevitabili per un monologo meraviglioso che, ogni sera, riceve il premio più importante, quello del pubblico in sala.

Portare sul palco un testo come quello di  Uno nessuno e centomila non è impresa semplice ma il duo Pizzi-Lo Verso ci riesce perfettamente.

Si tratta, infatti, di un adattamento teatrale che non tradisce mai il romanzo di Pirandello, rendendolo, se possibile, ancora più attuale.

Enrico Lo Verso è un autentico mattatore sul palco, regalando al pubblico una prova attoriale superba, fatta non solo di una recitazione trascinante ma anche di una corporeità che è forse la cifra più tipica di questo spettacolo.

Vestito rigorosamente di bianco, il colore del candore, ma anche della pazzia, Lo Verso/Moscarda inchioda lo spettatore, ponendolo davanti all’implacabile specchio, giudice supremo del nostro apparire.

I suoi dubbi ci scandagliano, le sue paure ci scavano, il suo dramma ci precede.

La sensazione che si coglie alla fine della performance dell’attore palermitano, è che si sia proprio divertito a interpretare il protagonista del romanzo di Pirandello.

Al termine dello spettacolo Enrico Lo Verso non vorrebbe mai lasciare il palco, avvinto a quel pubblico che giustamente lo premia con ripetuti applausi.

Per lui questo spettacolo, come ha più volte sottolineato in diverse interviste, «è stato un regalo bellissimo» con il quale ha girato l’Italia affollando i teatri anche di giovani, ed è questo, forse, l’aspetto più bello.

Uno nessuno centomila di Alessandra Pizzi è il modo migliore per riavvicinarsi al capolavoro pirandelliano.

Questo bellissimo adattamento teatrale rende omaggio al più amaro fra tutti i testi pirandelliani, il più profondamente umoristico, in cui il tema della scomposizione della vita emerge con maggiore chiarezza.

Questo spettacolo, che ha debuttato il 29 luglio 2016, sintetizza in un monologo imperdibile la summa del pensiero di Luigi Pirandello, uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi e, se vogliamo, uno dei più grandi filosofi di sempre.

«Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di fusione   continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io, non essendo io propriamente nessuno per me; tanti Moscarda quanti essi erano, e tutti più reali di me che non avevo per me stesso, ripeto, nessuna realtà”

 

Testo: Maurizio Carvigno

Foto: Teatro Ghione

 

Post scriptum : Per doverosa chiarezza si precisa che il titolo dello spettacolo è Uno nessuno centomila mentre quello del libro di Pirandello è Uno nessuno e centomila.

Il genio di Banksy in mostra a Firenze

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Nessuno ha mai visto il suo volto. Nessuno sa dove abiti, chi frequenti, cosa faccia nel tempo libero. Le informazioni su di lui sono poche e decisamente scarne. Stiamo parlando di Banksy, probabilmente il più famoso esponente della street art.  Una mostra a Firenze celebra il suo genio.

 

«Banksy, come fosse un Umberto Eco che ha scelto la strada al posto delle aule universitarie, somatizza le molteplici contraddizioni del nostro tempo, in un’epoca in cui analogico e digitale convivono per ovvie ragioni, dove la tecnologia velocizza i tempi, ma cambia i parametri vitali, dove la Democrazia traballa in mille modi.»

Queste le parole di Gianluca Marziani, con Stefano Antonelli, curatore della bellissima mostra che si tiene a Firenze , dal titolo: Banksy This is not a photo oppotunity.

Inaugurata lo scorso 19 ottobre, promossa e prodotta da MetaMorfosi Associazione Culturale, questa mostra rappresenta un’occasione imperdibile per vedere alcune fra le più famose opere dell’artista originario di Bristol.

A fare da cornice a questa rassegna, prorogata per l’incredibile successo fino al prossimo 24 marzo, la prestigiosa sede di Palazzo Medici-Riccardi, sede di uno dei complessi pittorici più straordinari del nostro Rinascimento: L’adorazione dei Magi di Benozzo Gozzoli.

Ventitré le opere scelte fra le moltissime realizzate da Banksy in questi decenni di attività.

Si tratta di immagini serigrafiche che riproducono alcuni fra i suoi più celebri “affreschi popolari” che, a partire dal lontano 1998, sono comparsi sui muri di decine di città in tutto il mondo, sfidando il tempo, le istituzioni e le convinzioni borghesi.

Serigrafie, per l’appunto, in ossequio al dettato di Banksy che da sempre preferisce la diffusione orizzontale delle immagini rispetto alla creazione di oggetti unici.

Una lezione mutuata da Andy Warhol che molti anni prima aveva sdoganato la riproduzione seriale di un’opera d’arte.

Nelle sale della mostra, posta al piano terra di Palazzo Medici Riccardi, le immagini create da Banksy mettono a nudo la nostra società, le nostre ipocrisie, le nostre inevitabili contraddizioni.

Dal celeberrimo Rude Copper, in cui un bobby, il tipico poliziotto inglese, fa il gesto del dito medio alzato, all’iconica Ragazza con il palloncino, forse l’opera famosa dello street artist inglese, votata nel 2007 come la più amata dai britannici.

Impossibile non soffermarsi su una delle opere più straordinarie di Banksy: Napalm (can’t beat that feeling).

Realizzata nel 2004, questo graffito assembla tre soggetti iconici della nostra storia.

In mezzo Phan Thi Kim Phuc, la bambina vietnamita immortalata in una delle fotografie più celebri di sempre, mentre corre nuda, urlando di dolore per le ustioni provocate dalle bombe al napalm sganciate dagli aerei americani durante la guerra in Vietnam.

Ai suoi lati Topolino e Ronald McDonald. Due miti della società americana, quella stessa che ha devastato e per sempre la vita della piccola Phan.

Napalm (can’t beat that feeling), l’unica versione su tela è di Damien Hirst, viene giustamente considerata tra le immagini più inquietanti di Banksy. Un’opera che mette a nudo come l’America percepisca se stessa e come venga percepita dalle altre culture.

Non solo immagini celebri anche riproduzioni meno note ma non per questo meno incisive.

Come nel caso della bellissima Barcode, realizzata dall’artista fra la fine del 1999 e gli inizi del 2000 su un muro di una casa di Pembrock Road a Bristol.

Lo stencil, che si salvò dalla distruzione grazie alla solerzia di un insegnate che pregò il proprietario della casa di poterlo asportare, presenta per la prima volta il tema del codice a barre, in seguito riutilizzato in altre opere.

In Barcode il codice a barre assume le sembianze di una gabbia posta su un carrello, dalle cui sbarre divelte è appena uscito un felino che placido si avvia verso una ritrovata libertà.

Che dire, poi, dell’inquietante Laugh Now commissionato nel 2002 da un locale notturno a Brighton e che mostra una scimmia al cui collo è appeso un cartello.

Su esso è riportata la scritta «Ridi adesso ma un giorno saremo noi a comandare

La scimmia, il nostro parente più prossimo, spesso presente nelle opere di Banksy, testimonia «l’arroganza dell’umanità nei confronti delle altre specie viventi.»

Un’opera che ha avuto un successo straordinario e diversi tipi di riproduzioni da parte dello stesso artista. Nella sua forma serigrafica è stata per la prima volta esposta nel 2002 nella mostra Existencilism, presso la galleria d’arte 33 1/3 di Los Angeles.

Banksy This is not a photo oppotunity rappresenta una ghiotta occasione per i fan dello street artist inglese ma anche per coloro che non conoscono la sua opera.

Il mondo immaginario di Banksy è di certo semplice, ma mai elementare o banale.

Si tratta di una forma d’arte figlia della nostra epoca che, attraverso dei messaggi diretti, affronta grandi temi quali il capitalismo, la guerra, i cambiamenti climatici, mettendo in scena le contraddizioni e i paradossi insanabili dei nostri tempi.

 

Informazioni:

DATA 19/10/2018 – 24/03/2019

ORARIO 9.00-19.00

INGRESSO Via Cavour, 1, Firenze

PREZZI intero + mostra € 10,00

ridotto + mostra € 6,00

Banksy a Milano: la grande mostra del Mudec. A Visual Protest

 

Testo e fotografie di Maurizio Carvigno

L’Equilibrio Festival con la danza contemporanea dei Paesi del Nord Europa

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L’aurora boreale atterra all’Auditorium Parco della Musica di Roma con l’Equilibrio Festival 2019: la danza come protagonista.

Protagonista indiscussa della manifestazione, dal 10 al 26 febbraio incluso, è la danza dell’Europa del Nord (in particolare della Finlandia, Svezia, Norvegia, Islanda e Danimarca). Tuttavia non si parla della danza nota ai più, quella con scarpette a punta e tutù, quella dei canoni propri della tradizione. Si ha a che fare con la danza contemporanea, con ritmi e movimenti corporei che ci ricordano colei altrimenti nota come “la madre della danza moderna”, Martha Graham.

Ad inaugurare l’inizio del festival, una serata dedicata al maestro Mats Ek, coreografo e regista svedese che decide di tornare sulle scene, dopo il suo addio annunciato nel 2016 (“la danza è scritta sull’acqua, svanisce” aveva detto in quell’occasione). Addio che fu annunciato con la messa in scena di “Hache” che vede protagonista la sua musa di sempre, la strepitosa Ana Laguna. E Mats Ek apre l’Equilibrio Festival proprio con il suo spettacolo “Hache” (“Axe” nella traduzione in inglese). Anche se è l’ultimo di tre momenti distinti.

La prima coreografia è “Memory” (2004).

Coreografia interamente curata da Mats Ek che lo vede anche protagonista, assieme alla ballerina, nonché compagna di vita, Ana Laguna. Ana Laguna, debutta a 19 anni e la sua carriera artistica come danzatrice le ha fatto calcare i più prestigiosi palcoscenici del mondo. “Memory” fa riemergere i ricordi dal passato di un uomo (Mats Ek). E’ un inno ai tormenti esistenziali che ci perseguitano come esseri umani, mettendo in scena i ricordi, i silenzi, le emozioni che inevitabilmente segnano la relazione di una coppia. Questi elementi entrano in contatto con oggetti più “concreti”, appartenenti alla nostra vita quotidiana e alla cultura moderna: in scena, infatti, solo un televisore, un divano, una lampada. Ieri diventa oggi, il passato diventa presente. Il flusso dei movimenti dei due ballerini ha una forza calamitante, quasi a ricordare il canto delle sirene di Omerica memoria.

parco della musica roma
La danza in scena all’Equilibrio Festival 2019.

14 minuti, questa la durata della coreografia “Memory”, il pathos è alla “one shot”.

Il secondo momento che ha contraddistinto la serata: il corto “Old and Door” (1991).

La proiezione è in prima nazionale: una vecchia signora (è la mamma dello stesso Mats Ek, che l’artista dirà di aver riscoperto in veste di giovane ragazza, mettendo a nudo i suoi più ancestrali desideri) si relaziona con una porta, e con tutto ciò che si può nascondere dietro di essa. Le musiche in sottofondo sono di Chopin, ed il contrasto con le immagini che vengono proiettate appare subito evidente. A tratti comico, quasi paradossale, la proiezione fa diventare lo spettatore testimone indiscusso dei pensieri, sogni, presenti nella mente della protagonista.

All’epoca in cui venne realizzato e diffuso (nel 1991) fece scalpore, per poi diventare un cult, quasi la firma autografa del coreografo e regista svedese. Del resto Mats Ek nasce in una famiglia ricca di artisti. Il padre, Anders, era un attore preferito da Bergman, la madre Birgit Cullberg, aveva fondato il Cullber Balletten che lo stesso Mats diresse nel 1993.

L’ultima coreografia del trittico, “Axe” del 2015.

“Ascia” nella traduzione in italiano, presentata sull’adagio struggente di Albinoni ed interpretata nuovamente da Ana Laguna e dal ballerino francese Yvan Auzely. Qui tutto si incentra su un’azione apparentemente banale: spaccare la legna. L’espressione stessa, come la coreografia, rappresenta due contrasti: da un lato lo “spaccare”, verbo che esprime aggressività, violenza; e dall’altro lato la “legna”, materiale che da fonte di calore, che da origine al fuoco (sinonimo di passione e di amore).

Attraverso la danza, Mats Ek ci fa capire come un gesto talmente ordinario come lo spaccare la legna, possa in realtà tradursi in un gesto di una disumana brutalità. Si allude alla metafora della vita, a ciò di cui l’Uomo può essere capace. In un attimo, trasformarsi in Bestia.

Matz Ek si è sempre dichiarato lontano da tutto ciò che è “carino”, “bello”. Incarna un nuovo modello di danza, la danza cosiddetta ribelle. E’ rivoluzionario. Gli applausi a fine spettacolo sembravano non finire mai. A dimostrazione del fatto che si ha fame di ribellione. E Matz Ek ci sazia.

Serena Cospito

Un’Avventura, un San Valentino col musicarello italiano

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La cosa che io trovo immediatamente pazzesca di Un’Avventura risiede già nel suo titolo. Perché, ovviamente, cita il titolo di una delle popolarissime canzoni di Lucio Battisti, un titolo smentito immediatamente nel suo primo verso: “non sarà un’avventura” si canta subito.

La decisione di prendere un titolo che si smentisce subito da solo è già sintomatica dell’essenza del film. Questo è un musical, ma non sarà un musical. Sarà una grande storia d’amore, ma non sarà una grande storia d’amore. Sarà il film italiano evento dell’anno, ma non sarà il film italiano dell’anno.

Non a caso, Un’Avventura vuole essere tutte queste bellissime cose, ma finisce per non esserlo mai. Anzi, non ci arriva proprio, per una sua manifestata e forse volontaria voglia di limitarsi allo stretto necessario.

Anche io avrei voluto fare una recensione su questo film molto arguta, divertirmi a prendere altre canzoni di Battisti e citarle nel mio articolo oppure come titoli dei paragrafi. Poi ho visto il film e mi sono detto, chi me lo fa a fare? Mi limito a dire soltanto la mia opinione, senza troppi arzigogoli.

E la mia opinione su Un’Avventura è altrettanto semplice: carino, ma fermiamoci qui.

Certamente è un film che il suo lavoro lo fa. Sicuramente è un film che nasce con l’intento di regalare una visione romantica alle coppie a San Valentino, e probabilmente ci riuscirà. Da qui a reinventare la ruota, poi, ce ne passa. Non che avesse enormi pretese, sia chiaro, ma se questo doveva essere il modo di far rinascere il musical in Italia, oppure introdurre ad una platea di giovani la musica di Battisti, proprio non ci siamo.

Ad una prima parte molto simpatica, in cui una Puglia hippie anni ’70 sembra un’oasi felice, fa da contraltare una seconda parte a Roma molto opaca e banale. Se è palese la volontà di ritrarre gli alti e bassi di un amore, il lasciarsi e riprendere quando si è innamorati ma la vita mette i bastoni tra le ruote, è altrettanto palese l’incapacità di pensare un qualsiasi guizzo visivo o narrativo che faccia fare il salto di qualità. O, perlomeno, far uscire dal senso di deja-vu da altri mille film visti su questo tema. Un film esattamente by-the-numbers, direbbero quelli bravi d’oltreoceano.

La storia d’amore tra i due protagonista è costruita nella più completa prevedibilità e, duole dirlo, banalità. Non c’è un qualcosa che sorprenda o specialmente emozioni, e quando arriva qualche colpo di scena, è sempre strumentale a creare la situazione successiva e non motivato da una costruzione sentimentale (non arrivo a dire psicologica, per carità…) dei due protagonisti. Non è una grande storia d’amore, ma l’ennesima storia d’amore vista e rivista. Nel mezzo della quale, ogni tanto, tentativi di inserimento di temi più grandi – i sogni, il lavoro, l’emancipazione – non sono mai minimamente seguiti e sviluppati.

E poi, appunto, ci sarebbe il contributo di Lucio Battisti.

Quando partono quelle canzoni, innegabilmente, il volume emotivo si alza sempre. Quelle canzoni, anche a distanza di decenni, sono sempre bellissime. E, paradossalmente, un film completamente nato e pubblicizzato sulla presenza di quelle canzoni, finisce per sfruttarle poco e male.

Non sono solo poche le canzoni presenti. Una decina, e si potrebbero citarne almeno quindici forse più famose non presenti (penso per motivi di diritti, ma non conosco la vicenda). Ma sono anche, purtroppo, dei momenti che fanno uscire gli spettatori dal film. Talvolta le sequenze musicali, per come sono insistentemente coreografate, diventano un corpo estraneo al resto del film in cui gli attori si muovono come marionette, non più come personaggi di una storia dotata di vita ed emozione propria. L’operazione di sfruttare il corpo musicale di un unico autore per costruire una narrazione è già stata fatta all’estero (pensiamo ovviamente a Mamma Mia e prima a Across the Universe), ma in quei casi le canzoni erano integrate e fluide nelle scene. Qui invece in Un’Avventura, spesso, l’arrivo delle canzoni “congela” il film: tutto si deve fermare, la scena diventa un palcoscenico sul quale di balla e si canta.

Insomma, senza le musiche di Battisti questo film non avrebbe avuto senso. Ma con le musiche usate così, siamo lontano dal vero senso narrativo del musical classico.

Non sposta le lancette del cinema italiano in avanti Un’Avventura, semmai le riporta indietro ai tempi del musicarello. Va bene per una serata di coppia al cinema a San Valentino, poi però, onestamente, ci fermiamo qui.

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Emanuele D’Aniello