San Valentino è una delle feste più chiacchierate di sempre: c’è chi lo ama e chi lo odia, chi ambisce alla cena romantica e chi lo addita come celebrazione del consumismo.
Tutti sanno quindi che il 14 febbraio è la “Festa degli innamorati”, ma pochi conoscono le varie tradizioni nel mondo e quasi nessuno è a conoscenza del fatto che ci siano anche altre feste dell’amore sparse per il globo terrestre!
In luoghi calienti, come l’Argentina, dal 13 al 20 luglio si festeggia La Semana de la Dulzura, ovvero la Settimana della Dolcezza: chi regala cioccolata riceve in cambio un bacio. Non vi stupirà sapere che l’iniziativa è nata nel 1989 su spinta della compagnia Arcor per un’iniziativa di… marketing. In Cina, invece, si festeggia il Qixi Festival in memoria di una principessa innamorata di un guardiano delle mucche. Secondo la tradizione folcloristica le due anime gemelle potevano incontrarsi solo il settimo giorno del settimo mese del calendario lunare cinese. Durante la festa, oggigiorno, le coppie vanno nei templi a pregare, e di notte guardano le stelle di Vega e Altair che si riuniscono come la coppia.
In Finlandia e in Estonia sono un po’ più algidi e il canonico romanticismo del 14 febbraio si trasforma nella festa dell’amicizia(rispettivamente Ystävän Päivä e Sõbrapäev).
In Norvegia, a differenza di estoni e finlandesi, sono proprio romantici! Gli innamorati scrivono delle Gaekkebrev, lettere d’amore poetiche…senza la firma. Al posto del nome dell’autore viene inserito un punto per ogni lettera che lo compone: se la fanciulla indovina il pretendente riceverà un uovo di Pasqua, altrimenti dovrà regalarlo lei!
Tutt’altra musica si suona in Francia, dove anticamente si giocava allaloterie d’amour. Tale pratica prevedeva che i single si infilassero in due case, l’una di fronte all’altra, e si scegliessero tramite le finestre. Questa prassi generò spesso rumorosi malcontenti, quindi fu proibita dal governo.
In Giappone sono le donne a fare i regali: per mariti e fidanzati c’è honmei-choco (“cioccolato del vero sentimento”), mentre amici e colleghi ricevono la versione “dell’obbligo”, il giri-choco. Il Cho-giri choco, invece, è per le persone meno vicine, come i colleghi di lavoro.
Insomma, le giapponesi sono cordiali proprio con tutti, ma chi riceve il primo tipo di cioccolato deve ricambiare regalando un gioiello o un capo di lingerie! Anche in Sud Corea le donne regalano la cioccolata il giorno di San Valentino e il regalo tornerà loro indietro un mese dopo, ilWhite Day. Esiste anche un giorno per i single, il Black Day, in cui ci si veste di nero e si mangiano i noodles jajangmyeon con gli amici.
Nelle Filippine il 14 febbraio si sposano tutti in massa: pare vada molto di moda!
La tradizione più originale, però, è quella che proviene dal Galles: il 25 gennaio, giorno di St. Dwynwen, patrono degli innamorati, i ragazzi regalano un cucchiaio intagliato a mano alle loro partner, seguendo la tradizione dei marinai del Sedicesimo Secolo.
Che siate romantici oppure no, che siate single o accoppiati, che siate in vena di festeggiare oppure misantropi allo stato puro, ora sapete che nel mondo la festa dell’amore ha varie declinazioni: alcune sono molto simili alle nostre, altre no, ma pur sempre degne di essere conosciute. E se proprio volete storcere il naso quando vi chiedono cosa fate a San Valentino, dopo questo articolo potrete sicuramente rispondere con un aneddoto interessante che incanterà (o ammutolirà) l’interlocutore!
Perché Sanremo è Sanremo no? Sì Sanremo è sempre Sanremo.
Il festival della canzone italiana anche quest’anno ha fatto, fa e farà parlare di sé. L’obiettivo è più che raggiunto: tra detrattori ed entusiasti, sulle pagine dei giornali e sui social, a casa e sul posto di lavoro tutti, ma proprio tutti, commentano le canzoni, gli artisti e i risultati di gara.
Il festival è per gli italiani come una partita di calcio: diventiamo tutti critici musicali esattamente come quando, commentando il gioco di squadra, ci sentiamo allenatori.
Non a caso Salvini si è sentito in dovere di dire la sua sia lo scorso novembre quando ha dichiarato che “avrebbe fatto dei cambi” in Lazio-Milan sia a fine gara quando ha twittato: ” Mahmood…mah…la canzone italiana più bella? Io avrei scelto Ultimo”. Fa indubbiamente parte del gioco.
D’altronde i latini dicevano nomen omen… Era già scritto nelle stelle che non avrebbe vinto Ultimo.
Mahmood è quindi il vincitore della 69esima edizione del Festival di Sanremo.
Poco importa che la platea abbia protestato per il quarto posto della regina del rock italiano Loredana Bertè e poco importa che Ultimo sia stato il più televotato.
Baglioni, Bisio e Virginia Raffaele l’hanno ripetuto fino alla nausea, ogni santissima sera, che il regolamento è disponibile sul sito della Rai. Se qualcuno avesse avuto la voglia e la premura di leggerlo avrebbe saputo già da una settimana che le votazioni sarebbero avvenute con sistema misto: del pubblico, della giuria della sala stampa e della giuria degli esperti. Quando si ordina sashimi al ristorante giapponese poi non ci si dovrebbe lamentare se viene servito pesce crudo.
Per quanto mi riguarda, no non credo proprio sia tutto truccato, sono anzi fermamente convinta che al contrario tutto sia stato apertamente dichiarato.
Potrei anche essere d’accordo con Di Maio sull’eliminazione della giuria sala stampa ed esperti! Ma se l’anno prossimo la votazione sarà solo col televoto assicuriamoci che la suddetta votazione sia veramente popolare: va bene l’sms, va bene la chiamata da numero fisso (chi ha poi il numero fisso?!?), ma permettiamo anche ai più giovani di votare… Magari con un’applicazione. Per favore. Grazie.
Ma veniamo a noi. Io sono una grande fan della kermesse e, come ogni anno, ho guardato tutte le puntate combattendo contro il sonno e il pensiero della sveglia dell’indomani.
Sabato sera, come ho fatto per le finali passate, ho compilato la pagella per ogni artista usando come metro di valutazione la canzone (musica e testo), l’interpretazione, la presenza scenica e trucco e parrucco. Sì perché outfit e look a Sanremo contano!
Ecco la mia personalissima classifica con i primi dieci posti:
“Solo due tipi di persone si trovano bene nel deserto: i beduini e gli dei. E Lei non è tra questi”
Titolo originale: Lawrence of Arabia Regista: David Lean Sceneggiatura: Robert Bolt Cast Principale: Peter O’Toole, Alec Guinness, Anthony Quinn, Omar Sharif, José Ferrer Nazione: Regno Unito, USA Anno: 1962
Esistono, nel panorama storico, dei personaggi che nei libri scolastici vengono completamente ignorati, anche se molto importanti. Nessuno, con l’andar del tempo, si ricorda di loro; finché uno sceneggiatore decide di scrivere qualcosa in merito. Ne consegue spesso un film che ne sottolinea il carattere, la vita, i meriti e gli insuccessi. Tutto allora cambia. Improvvisamente quelle figure destano interesse e si presta maggiore attenzione su quanto, realmente, abbiamo potuto o meno fare la differenza. Tutto grazie a una pellicola. Un esempio ce lo dà Lawrence d’Arabia, film storico del 1962 diretto da David Lean e vincitore di 7 premi Oscar.
Siamo nel 1916, la Grande Guerra è in piena attività e la Gran Bretagna vorrebbe al suo fianco, nella lotta contro l’Impero Ottomano, le varie popolazioni beduine. Un’impresa ardua, che viene affidata al tenente Thomas Edward Lawrence (interpretato da Peter O’Toole), un agente del servizio segreto britannico: cartografo, umanista e fortemente attratto dalla cultura e dalla civiltà araba. Ottenuto un accordo e un incontro con il principe Faisal (Alec Guinness), Lawrence inizia a riunire varie tribù fino ad portarle alla conquista di Aqaba. Una vittoria che porta il tenete a credere in un sogno: riunire tutte le popolazioni in un’unica grande realtà araba. Un’idea che, però, dovrà scontrarsi non solo con la politica inglese, ma anche con gli stessi arabi.
La pellicola, di oltre 3 ore e mezzo di durata, non è solo una mera scusa per raccontarci un pezzo di vita di un personaggio britannico: con questo film David Lean ci propone un eroe tanto folle, da diventare quasi nemico di se stesso.
La figura di Lawrence nel film è quella di un protagonista che vive sempre al limite. Pensiamo all’inizio, all’incidente con la moto. Il pericolo è evidente eppure lui con molta calma procede.
Forte in lui, sinonimo anche della sua stessa ambiguità, è l’auto-convincersi.
Si convince dell’utopistica pace tra i popoli; ma anche di poter essere lui la vera essenza di tutto ciò, come quell’ago che rende pari i piatti di una bilancia: un narcisista quindi! Un uomo coraggioso, capace di affrontare il più ostile dei deserti e popoli in conflitto; ma che crolla in una forma di autocommiserazione quando le cose non vanno come vuole lui.
La grande poesie di Lawrence d’Arabia, però, è che risulta un film senza un giudizio autentico.
La costruzione del personaggio è così ben incastonata nella sceneggiatura che queste sue mille sfaccettature si mischiano benissimo all’interno del periodo storico, quasi fino a giustificarle. È come se Lawrence fosse il simbolo di quel mondo pre-bellico, con ideali romantici e ottocenteschi dalla voglia e il desiderio di realizzare l’impossibile, che prova ad evolversi sempre di più. Una persona però che la guerra (anzi la Prima Guerra) con i suoi crimini contro l’umanità e le terribili invenzioni belliche, riporta lontano dalla sua ricerca di valori e gli fa capire che quel mondo non c’è più.
3 motivi per vedere il film:
– Omar Sharif, carico e nel pieno del suo esotismo
– Il deserto, che fa venire voglia di viaggiare e saper di più su quei luoghi misteriosi
– La fotografia di Freddie Young, che gli fece vincerte il primo dei suoi tre Oscar
Quando vedere il film:
Domenica pomeriggio. È lungo e richiede attenzione. I profani potrebbero spezzarlo in due tempi.
Ti sei perso le uscite precedenti? Tranquillo, ecco l’ultimo appuntamento!
Miley Cyrus è un prodotto Made in Disney. È una di quelle bambine prodigio americane, tipo Britney Spears e Christina Aguilera, che da Disney Channel sono approdate nel mondo del pop.
Il passaggio non è stato indolore. MTV proiettava immagini di icone pop tutte uguali. Under 30, sexy ma comunque naive, carne da macello. E le canzoni? tasto dolente. Canzonette, tormentoni da discoteca. Il pop appiattisce le timbriche, non c’è nulla da fare. E una Christina Aguilera che canta Genie in a bottle non è la stessa che canta Fighter.
Dopo la fase in fasce di Hannah Montana, la sitcom dove era attrice e cantante adorata da tutte le bambine, Miley ha testato quella teen pop-rock (Seven Things), fino ad approdare a quella sexy di rito (Can’t be tamed), ma Miley non è Britney. Non ha la voce graffiante e il falsetto sensuale da gatta morta, non balla ancheggiando. Quindi ha optato per il ruolo della ragazzaccia coi capelli rasati (Wrecking Ball).
Inaspettatamente – ma non troppo dopo il duetto con la “madrina” Dolly Parton in Jolenenel 2010 – Miley Cyrus nel 2018 appende il martello al chiodo, smette di dondolarsi nuda sulle palle demolitrici e si butta a capofitto nel genere country.
La prima hit del suo sesto album è Malibu. Il video mi ha fatto sorridere: codine di cavallo ai lati della testa, spiagge incantevoli, un Lassie da accarezzare come nei migliori spot televisivi e tanta tenerezza. Insomma, un forte cambio di stile. Poi è arrivata Younger Now, che dà il nome all’album lanciato alla fine del 2017, dove Miley si traveste da Elvis, e alla fine Nothing Breaks Like a Heart, prodotta da Mark Ronson, quello di Uptown Funk (feat Bruno Mars) per intenderci.
La canzone è molto ripetitiva e non è di grosse pretese a livello di estensione vocale, eppure è un gioiellino. Lascia emergere il timbro di Miley, che anche dal vivo riesce a cantarla perfettamente accompagnata da chitarra e violini. La sua voce è sporca, graffiante, tocca bene le note basse e calde: il country, che poi è un country pop, le calza a pennello.
Molte persone sotto al live su YouTube hanno commentato scioccate, scrivendo che non avevano idea della voce di Miley. Purtroppo o per fortuna il genere fa la differenza. Il pop continua a voler sfornare cantanti tutte uguali, come hanno raccontato anche Lady Gaga e Bradley Cooper nel film “A star is born”. Avete mai sentito Lady Gaga cantare jazz con Tony Bennett? Tutto un altro mondo rispetto a Poker Face. Sicuramente conta anche il fattore età: queste mini star a vent’anni non sanno chi sono e mediamente si lasciano guidare dai produttori o dalle famiglie, se sono figli d’arte. Nel caso di Miley, la sua manager è stata sua madre, Letitia “Tish” Cyrus, che di mestiere fa la produttrice. Chissà se l’ha ideata lei la trovata del martello!
Scherzi a parte, Miley, ripercorrendo la vena country del padre Billy Ray Cyrus, ha saputo finalmente tirare fuori le sue potenzialità dopo un decennio che potremmo definire “sperimentale”. È vero che ci sono voci con maggiore estensione vocale, ma ci sono anche tante timbriche interessanti. Specialmente in un genere come il country questa è una componente importantissima.
Questo articolo non vuole essere un panegirico per Miley, bensì un lancia spezzata a favore di tutte quelle ragazzine che vengono manipolate dallo showbiz e vendute come prodotti, spesso quando non hanno ancora ben capito cosa vogliono essere. Per le loro scelte sono spesso giudicate e ancora più spesso le loro doti vocali non emergono, mentre emergono i loro corpi nudi. Quindi, se è vero che le piccole star sono le prime a dovere e a potere fare delle scelte, è anche vero che finché le persone continueranno ad apprezzare prodotti omologati, i produttori continueranno ad impacchettarli.
Con queste parole vorrei solo stimolare una sensibilità diversa per apprezzare cantanti come Miley, che iniziano a percorrere strade diverse. Per citare quindi il celebre remake, anche se Miley è famosa già da tempo, forse a star is (finally) born.
Freddo e cappotti sono uno stress? Non vedete l’ora che cambi stagione? Chiedete a Proserpina di tornare da mamma Cerere.
Qui agli infusi d’arte oggi abbiamo freddo e tra pioggia, influenze e maltempo non ne possiamo più della brutta stagione. Per questo abbiamo deciso di cercare il responsabile di tutti questi fastidi e lo abbiamo trovato. Non credete? Leggete per cambiare idea!
L’infuso d’arte di oggi è il Ratto di Proserpina, opera di Gian Lorenzo Bernini, datata 1621 e visibile nella galleria Borghese di Roma.
È un rapimento e su questo non possiamo sbagliare. La povera ragazza viene afferrata in modo rude e violento da un uomo. La stringe tanto forte che le mani affondano nel fisico di lei. Certo prova a difendersi con una manata al volto del suo rapitore e tenta anche di divincolarsi dalla stretta ma già percepiamo che ogni tentativo è inutile. Se giriamo intorno alle due statue notiamo un cane e facciamo anche caso che il rapitore ha una corona sulla testa. Due indizi per identificare il nostro uomo.
Chi sono quindi questi due?
Presto detto. Sono due vere e proprie celebrità dell’Olimpo: Plutone e Proserpina. Lui è il dio degli inferi e di certo non se la passa troppo allegramente nell’oltretomba. Luce poca, divertimenti meno ancora. Per questo non appena Ade vede la bella Proserpina se ne invaghisce e decide di rapirla e trascinarla nel suo lugubre regno. A quel punto Cerere, madre della ragazza, cade in depressione. E le conseguenze del malumore di una dea sono devastanti: freddo, neve, vento e assenza di raccolti. In altre parole l’inverno. Vista la poco felice situazione Plutone e Cerere arrivano ad un compromesso, Proserpina passerà sei mesi con suo marito e gli sei con mammà. Cerere si sarà rassegnata? Manco per niente. Infatti non appena la bella Proserpina torna dal marito lei si deprime di nuovo creando l’autunno prima e l’inverno poi. Il suo umore migliora decisamente al ritorno dell’amata figliola regalandoci la primavera e l’estate.
La scultura è tipicamente barocca. Le figure sono avvitate e dinamiche e rendono perfettamente la tensione emotiva de momento. L’opera nasce per essere guardata da ogni punto di vista poiché girarci intorno permette di seguire tutta la curva dell’azione.
Anche questo infuso d’arte è finito ma tra due settimane ne troverete uno nuovo pronto per voi!
Sanremo 2019, il peggior festival di sempre e l’Italia non si riconosce nel vincitore
Di certo non ci aspettavamo “Nel blu dipinto di blu” di Modugno, simbolo da sempre del Festival di Sanremo, ma tra tutte le canzone “orecchiabili” in gara quest’ anno gli italiani non si sentono proprio rappresentati dal vincitore di Sanremo di quest’anno.
Il festival della canzone italiana, che corrisponde ad un evento nazionale, atteso per tutto l’anno, un po’ come il Super Bowl in America, era già tutto programmato, deciso a tavolino.
Il televoto dei 3 finalisti, che vede la preferenza di Ultimo col 46%, non conta niente, rispetto al vincitore che ha ottenuto consensi solo per il 14% dei votanti. Le persone che hanno votato si sono sentite truffate, così come tutta Italia, che sosteneva il proprio beniamino e si è visto sfuggire un sogno, perché tutto programmato dal direttore artistico, che per il secondo anno ha fatto delle scelte pessime, non lasciando spazio alla musica, per mettersi ancora una volta al centro dell’attenzione. Ad una certa età gli “anziani” dovrebbero mettersi da parte e lasciar spazio ai GIOVANI, a chi nel nostro paese ha tanto da dire.
Immagine presa da twitter, da una spettatrice che si è accorta che, ben prima della proclamazione del vincitore, Mahmood era già spacciato per tale.
Questo sembra essere il peggior festival di tutti, truccato, senza sentimenti, né espressione di arte, musica.
Sanremo non è più, come ogni anno, il corrispettivo di: AMORE, PASSIONE, SACRIFICIO, DEDIZIONE, MUSICA, VITA, IL NOSTRO BEL PAESE, ARTE.
Sanremo sembra essere la rappresentazione di un Paese ormai andato in declino, falso, finto, truccato, dove tutto avviene dietro le spalle e non c’è più sincerità, tanto per citare una delle canzoni che partecipò 10 anni fa al festival con Arisa.
Ma vediamo più da vicino le scelte sbagliate di questo festival, che hanno contribuito a fare di questa edizione un completo flop:
1.Prima di tutto hanno tolto la categoria giovani e quale razza di conduttore, o direttore artistico di Sanremo, avrebbe potuto fare una scelta più ridicola? Basta prendere finti cantantucci dai reality! Noi vogliamo le nuove proposte a Sanremo, quelli che la musica la studiano davvero e la sanno cantare, quelli che di musica ci vivono e non commesse improvvisate che imitano cantanti neri, o con un timbro di voce “caruccio“.
2. Il presentatore di Sanremo non può anche essere il direttore artistico, non esiste una dittatura per cui la stessa persona possa decidere tutto. Il presentatore lo deve saper fare di mestiere, deve essere in grado di creare uno spettacolo, uno show; il direttore artistico deve essere un musicista, un cantante, un esperto del settore, con anni di esperienza, conoscenze, idee, fresche e nuove. Non può essere una mummia imbalsamata.
3. Se esistono delle regole devono essere chiare e rispettate : perché non viene detto agli italiani che il televoto serve a ben poco e ci sono altre giurie che sono ben più influenti? Perché continuare questa rapina? Ora non bastava una rapina economica, ma pure di sentimenti? Ci volete togliere tutto. Ditelo subito: risparmiate i vostri 0,51 cent di euro, perché ad influire sul giudizio finale del vincitore, saranno in particolar modo, la giuria della sala stampa e il pubblico presente all’Ariston, così “se mettemo l’anima in pace“.
4. Non esiste solo la musica italiana, ma qualche ospite straniero di spicco avrebbe rappresentato uno scambio unico, una crescita culturale e anche una mescolanza di generi diversi, che avrebbe arricchito lo spettacolo, che è stato lento e noioso. Basta ripescare sempre gli stessi nomi italiani, nessuno li vuole più sentire e riascoltare fino allo sfinimento. Alcuni brani è bello riascoltarli in momenti speciali: non rifilateceli di continuo, perché bisogna avere rispetto per il pubblico, che non è stupido, bensì sovrano!
Foto di Sanremo 2019, del simbolico Teatro Ariston, scattata in presa diretta durante la prima serata, il 5 febbraio 2019.
La rovina del festival di Sanremo non è stato solo lo pseudonimo conduttore, che poi io non ho mai visto condurre, ma solo duettare con chiunque gli passasse davanti, ma anche le scelte artistiche sbagliate, che non sono proprio avvenute. Ad eccezione di qualche artista davvero valido salito sul palco -come lo straordinario Tom Walker che ci ha deliziati, insieme a Marco Mengoni, con la sua “Hola”, l’artista a tutto tondo Ornella Vanoni, che con gli anni è diventata assai più spiritosa, la magica Patty Pravo, unica e inimitabile, e il loro bacio sul palco, che ha ricordato quello di qualche anno fa di Britney Spears e Madonna agli MTV Video Music Awards – questo festival sarebbe tutto da rifare. Io vedrei bene un direttore artistico come Fabrizio Moro, giovane, caparbio, pieno di idee e sentimento, vero, che quello che dice, pensa e fa.
La canzone che secondo me ha vinto il Festival di Sanremo 2019 e rappresenta LA MUSICA.
Mi piacerebbe vedere sul palco artisti del calibro di: Francesco de Gregori, Franco Battiato, Gino Paoli. Come al solito, però siamo in Italia, un paese ricco di storia, arte, monumenti, in cui abbiamo Roma, la città più bella del mondo e non siamo capaci di sfruttare niente. Tutti ne escono indignati da questo flop festival e anche se il direttore artistico ha voluto far di tutto per evitare polemiche, si è concluso nel peggiore dei modi: scatenando il mal contento del popolo italiano, così legato ai bei ricordi del festival di qualche anno fa, che probabilmente dall’anno prossimo in quei 5 giorni cambierà canale.
La mia classifica del festival di Sanremo, secondo il metodo artistico, giudicando esclusivamente le canzoni in gara.
Nino d’Angelo e Livio Cori – Un’altra luce
Ultimo – I tuoi particolari
Simone Cristicchi – Abbi cura di me
Boombadash – Per un milione
Loredana Bertè – Cosa ti spetti da me
Negrita – I ragazzi stanno bene
Federica Carta e Shade – Senza farlo apposta
Irama – La ragazza con il cuore di latta
Patty Pravo e Briga – Un po’ come la vita
Paola Turci – L’ultimo ostacolo
Enrico Nigiotti – Nonno Hollywood
Arisa – Mi sento bene
Motta – Dov’è l’Italia
Francesco Renga – Aspetto che torni
Ghemon – Rose viola
Nek – Mi farò trovare pronto
Il Volo – Musica che resta
The Zen Circus – L’amore è una dittatura
Achille Lauro – Rolls Royce
Ex Otago – Solo una canzone
Daniele Silvestri – Argentovivo
Einar – Parole nuove
Anna Tatangelo – Le nostre anime di notte
Mahmood – Soldi
Ho ribaltato la classifica perché non riesco a capacitarmi di come un’artista a tutto tondo, come Nino d’Angelo, che rappresenta il sangue umano e il calore, possa essere arrivato ultimo in classifica. Ricordiamo tra i suoi successi: “Senza Giacc’ e Cravatt”, “Nu Jeans e na Magliett'”.
Il premio della critica Mia Martini, secondo me quest’ anno doveva andare a Loredana Berté, il premio sala stampa Lucio Dalla e il premio miglior testo a Simone Cristicchi, il premio alla migliore interpretazione a Enrico Nigiotti, il premio Giancarlo Bigazzi per la migliore composizione musicale a Patty Pravo e Briga e il premio Tim Music meritatissimo a Ultimo, per tutte le sue visualizzazioni.
Un festival che non doveva essere altro che la rappresentazione artistica di un’ Italia che ce la fa da sola, grazie alla propria cultura, MUSICA, ma che invece non ha smentito lo squallore che a oggi la caratterizza: ricca di ipocrisia, venduta, comprata e in ballo alla politica.
Il vincitore “morale” di Sanremo 2019 secondo il pubblico da casa, nella sua esibizione alla terza serata del festival nel suo duetto con Fabrizio Moro.
Un sessantanovesimo festival vergognoso, il peggiore di tutti, che come al solito non premia grandi artisti del calibro di Mia Martini, per lasciare spazio a mode passeggere e a proprie rivalse egoistiche e capricciose!
Una vergogna di Festival, come una vergogna di Paese, che noi giovani siamo costretti ad abitare e subire, ahimè, a nostre spese!
Grande debutto al Teatro India lo scorso 4 febbraio per la compagnia Vazhik con lo spettacolo Leyley (La Campana).
Movenze sensuali e suoni che giungono da lontano. Leyley (La Campana) è uno spettacolo in lingua farsi ed italiano che incanta e incuriosisce.
Il teatro, la danza e la musica dal vivo si uniscono e conducono lo spettatore in una dimensione altra.
Leyley è un progetto che nasce dal desiderio di celebrare, nell’epoca contemporanea, il mondo persiano, i suoi miti e i suoi stereotipi.
Saltellando di quadrato in quadrato, così come si fa nel gioco della campana, è possibile proseguire in questo viaggio tra Oriente e Occidente.
L’amore tra tradizioni e stereotipi
L’amore, tematica che anima la narrazione, si inserisce all’interno di un sistema arcaico dove ad avere la meglio sono la sofferenza e le superstizioni legate alle antiche credenze persiane.
La speranza di poter cambiare le cose conduce una delle interpreti (Loredana Piacentino) a creare delle storie immaginarie che diventano rifugio e sogno.
Rompere le radici di un sistema arcaico non sarà facile. La leggenda teatrale di Leyley narra di incantesimi da sciogliere, prove da superare, scaramanzie e rivelazioni fatali.
All’interno di questa storia nella storia, solo una persona sarà prescelta e potrà uscire dalla campana trovando il giusto finale.
Città che vai, tradizioni e rituali da interpretare
La rappresentazione si suddivide in sei sezioni tematiche che ci introducono all’interno di scenari magici e surreali.
Il cammino che conduce l’osservatore tra danze popolari e memorie, prende la forma di un’ avventura che dal bazar porta all’ hammam, dove si svolge il rituale del bagno comune, per poi giungere ad altre città.
In questi luoghi, invisibili ai nostri occhi, è possibile cogliere le differenze tra le varie etnie del Paese e le regole che ne determinano il funzionamento.
Nel Khorasan, ad esempio, la popolazione si dedica alla coltivazione del grano. Il pane è un elemento sacro e i rituali scaramantici sono importanti soprattutto nel combattere le carestie.
Ad Azerbaigian, invece, due innamorati non possono convolare a nozze perché il padre della sposa si oppone.
Kurdistan diventa lo scenario dove si snodano le vicende di Shirin e Farhad, rappresentazione dell’inno all’amore nella tradizione persiana.
La città di Bandar, con la gente del porto, è l’ultimo tassello di un mosaico chiamato Iran.
In questo Paese ormai moderno, nonostante il superamento dell’ortodossia religiosa e le conquiste civili delle donne, ancora oggi il potere controlla il popolo attraverso talismani e riti.
La danza, il movimento dell’anima
La danza acquista un ruolo fondamentale nella rappresentazione teatrale mentre strumenti ancestrali diffondono sintonie ipnotiche che smuovono l’anima.
I colori sgargianti degli abiti tradizionali riempiono il buio regalando luce al movimento che si fa sempre più incalzante.
Il passaggio dal farsi all’italiano costringe lo spettatore a soffermarsi sui dettagli, sui gesti e sulle espressioni facciali dei singoli interpreti che dal tragico passano al comico.
La performance, termine che in Iran ha un’accezione spirituale, non è che la rappresentazione conclusiva di un laboratorio sperimentale.
Al centro di questa ricerca, la compagnia mette l’improvvisazione e la libera creazione artistica legando il concetto di arte a quelli di identità e contemporaneità.
L’ arte e la genialità persiana in Italia
Lo spettacolo di Hadi Habibnejad, con la guida dei registi e drammaturghi Mohammad Amiri e Mohammad Vajihi, è stato prodotto in collaborazione con l’Associazione Culturale Italo Iraniana Alefba dalla compagnia Vazhik .
A realizzarlo 10 attori e ballerini meravigliosi: Elnaz Yousefi, Emad Garivani, Hadi Habibnejad, Parisa YousefPour, Mahtab Kamalinovin, Masud Khorami, Mohammad Vajihi, Shaghayegh Shokrollahi Zahra Kiafar e Loredana Piacentino.
Questi giovani artisti vivono in Italia e dal 2010 divulgano la propria cultura, ricca di tradizioni, attraverso l’arte teatrale.
Identità e cultura: divulgare la bellezza del nuovo e del diverso
Leyley è il sunto di un processo di integrazione identitaria e artistica.
La ricerca e la divulgazione della bellezza sembra essere obiettivo comune e condivisibile.
Sciogliere i nodi che ci legano alla confort zone culturale alla quale apparteniamo è l’unico atteggiamento possibile per porsi dinanzi ad uno spettacolo del genere.
Il teatro è un viaggio di tutti e Leyley è in grado di raccontare un’origine, una provenienza.
A noi il compito di accogliere la meraviglia di un altro mondo.
“La cassoeula migliore è quella che mangi a casa tua”
Ho sentito pronunciare questa frase tante volte mangiando cassoeula. A casa, da amici, spesso anche al ristorante.
Probabilmente questo modo di dire è nato a causa delle mille teorie sull’origine storica, etimologica e gastronomica di questo piatto.
La cassoeula, o cassoeura in dialetto monzese, o ancora cazzuola in dialetto canturino, è un tipico piatto della tradizione popolare lombarda. Se ne trovano tracce già nel XV secondo, nel “Llibre del Coch” dello spagnolo Ruperto da Nola.
Ma la prima ricetta vera e propria è ne “Il cuoco senza pretese” di Odescalchi del 1826.
Sulle origini della cassoeula ci sono varie teorie.
C’è chi la riporta al culto popolare di San’Antonio abate, protettore degli animali domestici.
Questo santo viene festeggiato il 17 gennaio, data che indicava la fine delle macellazioni dei maiali e anche il momento migliore per consumare la verza: dopo le prime gelate invernali.
Un’altra leggenda, invece, riporta l’origine di questo piatto alla dominazione spagnola di Milano alla fine del Cinquecento.
Si racconta di un soldato spagnolo, innamorato di una giovane milanese che faceva la cuoca per una nobile famiglia. La ragazza, in difficoltà perché al momento di preparare una cena importante si accorse che la dispensa era vuota, gli chiese aiuto. Lui le insegnò la preparazione della cassoeula con i pochi ingredienti disponibili e così ne conquistò il cuore.
E c’è addirittura chi attribuisce a questo piatto origini celtiche. Durante la festa di Samonios, ai primi di Novembre, in cui si segnava l’incontro tra vita terrene e celeste, veniva infatti consumato un piatto molto simile fatto sempre con verza e maiale.
Anche il nome cassoeula ha origini dibattute.
Casseou come il cucchiaio con cui si mescola in dialetto milanese.
Casseruola, come la pentola in cui si prepara.
Cazzuola, come l’arnese con cui i cantieri edili la mescolavano quando l’edificio a cui stavano lavorando aveva ormai raggiunto il tetto.
Ma anche il francese potage, o il celtico boach, o lo spagnolo qasūla…
Persino sulla composizione della cassoeula non c’è una versione univoca.
In provincia di Como non si mettono i piedini di maiale, ma solo la testa. Nel varesotto si aggiungo i verzini.
Solo le costine, per la versione pavese. Nel bergamasco, invece, la cassoeula si fa più asciutta. E che dire della versione del novarese che prevede addirittura con la carne d’oca.
E piatti simili alla nostra cassoeula si trovano anche in Europa: le potée francesi, la choucrute alsaziana, i sauerkraut tedeschi e il bigos polacco.
Se ti sei ingolosito, o anche solo incuriosito questo è il momento perfetto per provare la cassoeula.
Ma lo sapete bene, cari culturini, che noi non facciamo differenze. Single o accoppiati che siate, conosciamo il vostro cuore affamato di serie TV e Film e vogliamo nutrirlo con le nuove offerte di Netflix. Ecco tutte le novità del mese, per godervi gli ultimi (speriamo) freddi a 360°.
THE UMBRELLA ACADEMY
15/02/2019
Tratta dalle popolari graphic novel di Gerard Way, la serie racconta la storia di sette bambini, tutti nati nello stesso giorno del 1989 in diverse parti del mondo, che vengono adottati da un miliardario. L’uomo decide di addestrare i suoi bambini nella visionaria scuola Umbrella Academy. Nel cast Ellen Page, Cameron Britton e Mary J. Blige.
NIGHTFLYERS
01/02/2019
Tratta dal racconto di George R. R. Martin “Dieci piccoli umani” e ambientata nel futuro, la serie segue le vicende della navicella spaziale Nightflyers. I protagonisti, otto scienziati anticonformisti e un potente telepatico, si imbarcano in una spedizione ai limiti estremi del sistema solare sperando di incontrare forme di vita aliena.
RUSSIAN DOLL
01/02/2019
Ideata da Natasha Lyonne, Amy Poehler e Leslye Headland, la serie segue le avventure di Nadia, interpretata dalla stessa Natasha Lyonne, una giovane donna rimasta intrappolata nel tempo nel ruolo di ospite d’onore di una festa a New York.
DIRTY JOHN
14/02/2019
Una serie crime antologica in otto parti ispirata all’omonimo podcast del Los Angeles Times con protagonisti Eric Bana e Connie Britton. Ossessione e inquietudine in un thriller ispirato ad una storia vera: una relazione sentimentale nata online sconvolge la vita di due innamorati e dei loro cari, finendo per occupare le prime pagine dei principali quotidiani.
I FILM ORIGINALI NETFLIX
VELVET BUZZSAW
01/02/2019
Diretto da Dan Gilroy e con protagonista Jake Gyllenhaal, Velvet Buzzsaw è un thriller ambientato nel mondo dell’arte contemporanea di Los Angeles, dove gli artisti più quotati e i grandi collezionisti, disposti a pagare prezzi esorbitanti, si incontrano.
NON È ROMANTICO?
28/02/2018
Esilarante commedia interpretata da Rebel Wilson e Liam Hemsworth. Una donna che non crede più nell’amore si risveglia all’improvviso all’interno di una commedia romantica dove tutto è incredibilmente perfetto.
I DOCUMENTARI ORIGINALI NETFLIX
CHEF’S TABLE:
Volume 6
22/02/2019
Torna la serie candidata agli Emmy in cui le star della cucina di tutto il mondo ridefiniscono il concetto di cibo gourmet con piatti innovativi e deliziosi. Tra i protagonisti del Volume 6 lo chef italiano Dario Cecchini.
ORIGINALI NETFLIX PER I PIÙ PICCOLI
LE EPICHE AVVENTURE DI CAPITAN MUTANDA
Stagione 2
08/02/2019
Tratta dai libri di Dav Pilkey, la serie narra le avventure di George Beard e Harold Hutchins, due grandi amici che amano fare scherzi, scrivere fumetti e complicare la vita al preside Krupp.
IL PRINCIPE DEI DRAGHI
Stagione 2
15/02/2019
Nella terra di Xadia la magia scaturisce da sei elementi primari: il Sole, la Luna, le Stelle, il Cielo, la Terra e l’Oceano. Quando i maghi umani riescono a creare un settimo tipo di magia scoppia una guerra catastrofica tra Xadia e i Regni degli uomini.
Anna Tatangelo ha la mia età, eppure tutti dicono che sembra “vecchia”, che è “bella ma non balla”.
Premesso che l’ho sempre trovata stupenda e che non ho mai compreso che bisogno avesse della chirurgia (ormai la chiamo Tantangelo) e premesso che era anche brava, un po’ mi dispiace sentirne parlare così.
Questo articolo è un un invito, un una speranza per lei, che a mio avviso dovrebbe trovare qualcuno che la capisca e scriva con lei e per lei canzoni adatte, e non solo a Sanremo. Da Il Fatto Quotidiano:
Anna Tatangelo. Bella è bella, Anna. Peccato faccia lo stesso effetto di altri cantanti in gara: sembra cantare sempre lo stesso brano. Uno dice, “dai, è giovane, chissà che pezzo ‘fresco’ porterà stavolta”. E invece niente: la solita solfa.
E diciamo che presentarsi con una canzone che ha il titolo del libro di Ken Haruf, i cui protagonisti sono due anziani che si amano, non è proprio il massimo. È vero anche che Anna per la sua età ha sicuramente uno storico di vita molto diverso dal mio come da quello di tante nostre coetanee. È già mamma, ad esempio, però questo non vuole dire che me la devono far rotolare nella nafta!
Insomma, e non voglio fare paragoni inutili, ma quando Giorgia si presentò a Sanremo con Come Saprei o Di Sole e D’Azzurro, quanti anni aveva? Era giovane e portava canzoni d’amore anche lei, ma con quel pizzico di ingenuità, di cuore sincero, di semplicità che l’ha resa amatissima fino ad oggi. E non dico questo perché credo che Anna dovrebbe emulare Giorgia, ma perché credo che non abbia ancora trovato la sua strada per esprimersi. Insomma, Giorgia oggi sembra più giovane anche di me, ma è una questione di verve, credo.
Anna ha molta estensione vocale, ha una voce piena e pulita. Ha anche un timbro molto riconoscibile. Sa stare sul palco ed è di bella presenza. Il punto è che risulta sempre piatta e questo è un peccato. In realtà non sembra credere molto in ciò che canta.
Ho iniziato a seguirla dalla vittoria con Doppiamente Fragili (Sanremo 2002), apprezzandola tantissimo. La trovavo davvero brava. Poi la sua carriera si è incrociata con Gigi D’Alessio, prendendo una piega che reggeva per i duetti con lui. Tuttavia, Ragazza di periferia, con cui partecipò al Festival nel 2005, era una canzone adatta a lei e l’aveva scritta il compagno, che probabilmente la conosceva bene.
Uscita dall’ombra del partner-cantante, Anna ha proposto brani a mio avviso di dubbio valore, tipo Muchacha. Ancora mi chiedo come Kekko dei Modà abbia potuto ideare per lei una canzone del genere. Roba che le canzoni dei Modà sono tutte strappalacrime, romantiche. Sembra quasi che l’autore abbia avuto una crisi di scrittura quando si è trattato di Anna e si sia focalizzato solo sulla sua immagine sensuale. Eppure la cantante è anche impegnata con i diritti delle donne: insomma, avrà pur qualcosa da dire al posto de Le nostre anime di notte!
Lorenzo Vizzini è l’autore della canzone in questione, come anche di quella di Arisa, Mi sento bene, sempre in gara al Festival diSanremo 2019. Quest’ultimo pezzo attacca come una colonna sonora Disney ma poi prende tutta un’altra piega, molto decisa e pimpante, quasi inaspettata per la cantante che la interpreta. Allora mi chiedo, ma perché Anna Tatangelo non riesce ad avere la canzone giusta per lei? Una canzone che stupisca tutti e che tiri fuori lati della sua personalità che nemmeno immaginiamo? L’antico esordio a Sanremo la consacrò come una grande promessa, ancora oggi non mantenuta.
Alessia Pizzi
Immagine in evidenza: foto modificata di Anna Tatangelo tratta da commons.wikimedia.org
Sono andati in onda lunedì sera gli ultimi due episodi della fiction di Rai 1, “La Compagnia del Cigno“. Una storia di musica e amicizia che ha conquistato il pubblico.
I sette giovani protagonisti della fiction “La Compagnia del Cigno” frequentano il Liceo Musicale e il Conservatorio di Milano intitolato a Giuseppe Verdi. Ad unirli è l’amore per la musica. Una musica che riempie le loro giornate e le loro vite. Ognuno di loro è unico, ma rappresenta alla perfezione l’immagine di un adolescente qualunque, con cui non si fa alcuna fatica ad immedesimarsi. Le loro vicende sono raccontate con semplicità ed è impossibile non affezionarsi a loro.
Le storie (in cui immedesimarsi)
Matteo (Leonardo Mazzarotto) è sfuggito alla tragedia del terremoto di Amatrice e scappa a Milano per lasciarsi alle spalle il dolore della perdita di sua madre.
Domenico (Emanuele Misuraca) è il ragazzo di talento che arriva dal Sud, mentre Barbara (Fotinì Peluso) è, all’apparenza, la figlia della tipica famiglia altolocata milanese.
Rosario (Francesco Tozzi) è in affido perché la madre biologica ha problemi di droga, Sara (Hildegard De Stefano) è una ragazza ipovedente che usa la spavalderia per combattere la sua disabilità.
Sofia (Chiara Pia Aurora) è la ragazza insicura dal cuore d’oro e Robbo (Ario Nikolaus Sgroi) è il fratello maggiore che tutti vorremmo avere.
Alessio Boni ne “La Compagnia del Cigno” – Fonte: Rai
Un gruppo di studenti che si unisce nella “Compagnia del Cigno” grazie all’intervento del professor Luca Marioni, o meglio “Il Bastardo” come direbbero i suoi allievi.
Interpretato magistralmente da Alessio Boni, Marioni è il professore severo ed esigente che tutti abbiamo incontrato ed odiato tra i banchi di scuola. Un insegnante che dà filo da torcere ai suoi ragazzi perché vuole tirare fuori tutto il loro talento. Il professore che odi ma che non puoi fare a meno di ammirare.
Sotto lo scudo del duro, in realtà Marioni nasconde la sofferenza per la perdita prematura della figlia. Il dolore lancinante, trasmesso benissimo dall’interpretazione di Boni e da quella di Anna Valle, che interpreta sua moglie, testimonia come la scelta del cast sia stata fondamentale per rendere questa fiction un successo.
Alessio Boni e Anna Valle ne “La Compagnia del Cigno” – Fonte: Rai
La malattia, il lutto, le difficoltà familiari, la paura di deludere le aspettative dei genitori: sono solo alcuni dei temi affrontati nella fiction. Ed ogni tematica è stata sempre affrontata con garbo e rispetto, senza diventare mai ridicola.
Tutti i personaggi sono ben caratterizzati e hanno una crescita graduale, che li porta a prendere consapevolezza delle proprie fragilità e a trasformarle in punti di forza.
Oltre ad un cast di tutto rispetto, spiccano il cameo di Mika e la performance di Michele Bravi, nelle vesti di Giacomo, un ex studente del Conservatorio che ha avuto trascorsi burrascosi con Marioni.
Unica nota dolente in questa fiction sono le scene in cui i ragazzi cantano. Le doti canore degli attori non sono all’altezza delle loro interpretazioni e questo contrasto rende le scene abbastanza surreali; a mio parere la peggiore è quella in cui Sara canta “Wrecking Ball” di Miley Cyrus.
Molto emozionante, invece, la scena corale nel finale del concerto di fine anno. Tutti i protagonisti hanno acquisito una maggiore consapevolezza di loro stessi e delle loro potenzialità e l’amicizia e l’unione raggiunta hanno senza dubbio contribuito positivamente alla loro crescita.
Non scendo ulteriormente nel dettaglio sulla trama perché reputo questo prodotto Rai davvero ben riuscito e vi invito a guardarlo se non l’avete ancora fatto.
A questo punto non ci resta che aspettare una seconda stagione, ci sono tutte le premesse necessarie per un bis.
Dal 12 febbraio sarà disponibile l’home video di A Stars is Born nei negozi specializzati.
La Warner Bros Enternaiment Italia, che ringraziamo, ci ha già recapitato la versione blu-ray, e dopo averla vista non possiamo che consigliare l’acquisto. Potrete così godervi a casa le canzoni del film che ha conquistato pubblico e critica. Anzi, se davanti a tutti al cinema non avete avuto il coraggio, finalmente ora da soli a casa potrete cantare tutte le canzoni.
Tra i contenuti speciali, infatti, sono previsti 10 minuti extra dal backstage con tre performance musicali inedite di Bradley Cooper e Lady Gaga:
Baby What You Want Me To Do
Midnight Special
Is That Alright
In più, sempre nei contenuti extra, anche un lungo dietro le quinte sulla lavorazione del film, con immagini esclusive e interviste a tutti gli attori, e ben 4 videoclip musicali tratti dalle canzoni originali del film.
Dopo le tante nominations Oscar del film, questo è il momento adatto per recuperarlo o rivederlo.
In questa nuova interpretazione dell’iconica e classica storia d’amore Bradley Cooper, che qui fa il suo debutto alla regia, condivide la scena con la pluripremiata superstar della musica Lady Gaga, al suo primo ruolo da protagonista in un film. Cooper interpreta il musicista di successo Jackson Maine che scopre, e si innamora della squattrinata artista Ally. Lei ha da poco chiuso in un cassetto il suo sogno di diventare una grande cantante, fin quando Jack la convince a tornare sul palcoscenico. Ma mentre la carriera di Ally inizia a spiccare il volo, il lato privato della loro relazione sta perdendo colpi a causa della battaglia che Jack conduce contro i suoi demoni interiori.
Noi nella nostra (lunga) recensione del film pubblicata lo scorso ottobre abbiamo davvero tessuto le lodi di uno dei migliori titoli dello scorso anno. “A Star is Born è un film sui compromessi per diventare e chiamarsi artisti. Su come l’arte si distrugga quando interferisce inevitabilmente l’aspetto commerciale. Dopotutto Bradley Cooper non è solo interessato a raccontare una storia, ma a mettersi in gioco, a nudo, a dire che il cinema ha senso quando ha qualcosa, qualsiasi cosa, da comunicare. L’elemento infatti più incredibile di questo film è la sua dose di autenticità, a tratti è quasi pazzesco quanto risulti vero e onesto. È pazzesco come riesca a toccare le corde dei conflitti sociali e sessuali in stravolgimento nel mondo odierno. L’onestà che Cooper infonde fa di questo film la quintessenza del cinema americano. Ovvero un film che non inventa nulla, ma quando raggiunge i suoi apici è talmente efficace da entrare subito nell’immaginario collettivo della cultura popolare.”
Se avete adorato la colonna sonora del film, inoltre, potete anche acquistare l’home video che include il CD musicale con tutti i brani. I pezzi originali sono stati scritti da Lady Gaga e Bradley Cooper, supportati dal team composto da Lukas Nelson, Jason Isbell e Mark Ronson.
Segnatevi la data: A Star is Born sarà disponibile nei formati DVD, Blu-ray e 4K Ultra HD a partire dal 12 febbraio 2019.
Il chitarrista brasiliano Kiko Loureiro infiamma gli animi del pubblico fin dalle prime note
Kiko Loureiro si è presentato sul palco del CrossRoads Live Club senza troppe introduzioni sceniche.Il tempo di prendersi i primi applausi durante l’intro di Pau- De- Arara e il concerto inizia con una energia caricata al massimo livello. Il chitarrista brasiliano è tra i più apprezzati per la sua tecnica e per la capacità di mescolare sonorità brasiliane a brani metal. Durante la serata il chitarrista ha eseguito brani del suo repertorio da solista, che vanta ben quattro album e ha concesso anche qualche extra.
Due brani e poi il saluto al pubblico in un ottimo italiano, lingua conosciuta grazie alle frequenti visite nel nostro paese. Si riparte subito con Escaping tratta da No Gravity il suo primo album da solista del 2005. A supporto del giovane virtuoso c’erano due bravissimi musicisti: Bruno Valverde alla batteria e Felipe Andreoli al basso, entrambi già ex Angra. I due hanno accompagnato il virtuoso Loureriro, trovando spazio anche per un assolo, durante il quale hanno sfoggiato tutto il loro talento musicale.
Molti brani dal repertorio solista e qualche regalo per i fan
Lo stesso Kiko Loureiro si è esibito in una brano tipico brasiliano solo per chitarra , definendolo come “un brano che suono quando sto a casa”. Tra assoli e ritmi brasiliani la serata prosegue verso sonorità di “relax” come viene annunciata dallo stesso Kiko Loureiro la bellissima ballata Ray Of Life dal suo ultimo lavoro Sound Of Innocence. Un regalo per i fan dei Megadeth arriva sulle note di Conquer or Die, brano che ha visto Kiko tra i compositori. Il concerto si chiude con due tra i pezzi che lo hanno reso noto, Dilemma, brano in cui il chitarrista sfoggia molto bene le sue doti e il suo talento in un mix di melodia e tecnica e, infine, la bellissima Enfermo.
Un concerto veramente unico a cui assistere, reso ancor più piacevole anche dalla simpatia del giovane chitarrista che ha saputo rapportarsi con immenso affetto al pubblico numeroso venuto per assistere al suo concerto e anche grazie alla solita cortesia data dal CrossRoads Live Club, che si conferma uno dei migliori palchi romani e un posto dove indipendentemente dal concerto (e ce ne sono tantissimi in programma) è possibile passare una buona serata. Per noi di è stato un vero piacere poter inserire questo concerto nella nostra sezione musicale.
Un jingle d’entrata che ricorda vagamente la più smagliante Beyoncé pazzamente innamorata di Jay Z, oh-oh-oh-oh-oh-oh-na-na, una Virginia Raffaele che non regge il palco se non imita e un Claudio Bisio simpatico, ma non troppo, specialmente quando fa il panegirico a Claudio Baglioni. Il ritorno di Favino che si mette a fare Freddie Mercury poi, direi che se lo potevano proprio risparmiare. Claudio Santamaria non risolleva gli animi.
Grande delusione per il trio sul palco: la coppia Raffaele – Bisio non supporta Baglioni. Peccato, sicuramente aveva più speranza di quella dell’anno precedente.
È il festival degli Avatar (ogni cantante ne ha uno), probabilmente ispirati alla faccia di Baglioni che a stento riesce a contrarsi, anche se il cantautore è l’unico che emoziona durante la prima parte della serata.
Canzoni mediocri, non solo per quello che sarebbe, dovrebbe essere o comunque è stato il Festival della Canzone Italiana. Un’orchestra che per arrivare dov’è avrà versato lacrime amare di conservatorio per suonare i violini sotto canzoni rappate che onestamente non lanciano i messaggi che solo il rap sa e può lanciare.
Cantanti riesumati dai sarcofagi che ci mettono tanta nostalgia: Loredana Bertè, Patty Pravo improponibile con Briga, i Negrita che come sempre fanno il loro mestiere, ma che comunque non ci lasciano nulla. Cristicchi rinominato Tristicchi su Twitter, Arisa che si è trasformata in una principessa Disney col tocco della fata Bertè dai capelli rigorosamente turchini, Nek che, come dice Lercio, fa gli assoli di sorriso, perché giusto quello, e poi cos’altro? La delusione di Paola Turci che sceglie una canzone dove non arriva, Achille Lauro che di epico ha solo il nome, Motta che – scusate la rima baciata – non tiene botta e Il Volo che non vola. Renga solo, forse, ha presentato una canzone piacevole.
Note dolci arrivano nella seconda parte della serata grazie a Mahmood, che si distingue con una canzone potenzialmente tormentone, impregnata del sostrato egiziano che caratterizza le sue origini e la sua timbrica.
Enrico Nigiotti è commovente, arriva con una dedica d’amore inedita che ricalca i classici italiani. Piacevole, orecchiabile e sicuramente profonda, la canzone per il nonno ha sicuramente alzato il tenore della serata. Hanno riesumato anche Anna Tatangelo quest’anno, che si presenta con una canzone con lo stesso titolo del libro di Kent Haruf, “Le nostre anime di notte”. Penso che Anna sia l’esempio più eloquente del fatto che molta estensione vocale non serva a nulla se non si lavora sul timbro e sull’espressività. Piatta che più piatta non si può, però peccato perché la voce ci sarebbe pure. Per quanto riguarda Irama, belle le parole e bella la voce, ma la canzone non convince nonostante il testo affronti la tematica calda della violenza di genere. Un solo quesito su Ex Otago: stava imitando Jovanotti?
Insomma, vogliamo stupirci che su Il Fatto Quotidiano Cristiano Ronaldo abbia fatto le pagelle di Sanremo? Potremmo farlo, se ancora fosse il Festival della canzone italiana, se ci fosse ancora qualcosa da dire. Purtroppo a livello testuale e melodico sono pochissime le considerazioni che si possono fare, quindi possiamo accontentarci di quel giudizio “a pelle” o “di pancia” che farà arrivare qualche canzone in radio dopo il Festival.
Non è un caso che Andrea Bocelli e Giorgia si presentino in veste di ospiti e non di concorrenti. Certo una Vivo per lei ce la potevano pure cantare, invece lui predilige il patetismo all’italiana col figlio, mentre lei si mette a cantare le canzoni degli altri, lasciandoci un po’ con l’amaro in bocca se l’acuto di Come Saprei, canzone sua, lo fa fare a Claudio Baglioni.
Affollatissima la prima della commedia Con tutto il cuore scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme al Teatro Sistina il 30 gennaio scorso.
Ad applaudire lo spettacolo che ha confermato l’indiscutibile bravura di Salemme c’erano veramente tutti: Pippo Baudo, Gloria Guida, Gianni Letta ed altri grandi nomi dello spettacolo, della politica, della stampa.
La commedia napoletana rivela di essere una delle forme d’arte che non conosce l’usura del tempo e riesce a individuare i caratteri essenziali dell’esistenza attraverso una recitazione che diverte, incanta e rassicura.
Quasi una rivelazione della realtà, fatta di incastri ai quali occorre prestare attenzione.
Sembra quasi che le anime elette di Sannazzaro, Fiorillo e tutti i grandi interpreti della tradizione partenopea non siano mai scomparsi veramente quando l’incanto della commedia napoletana si incarna magicamente in ogni nuovo talento; Salemme è certamente l’ultimo Principe.
Quella che l’attore ha voluto mettere in scena è la nuova epoca del dilemma pirandelliano, attuale e solitario che porta il dramma di una società liquida dove la famiglia è una somma di beni di consumo.
Il goffo protagonista cerca di esorcizzare la superficialità di quello che lo circonda; spera di trovare un rifugio che possa contenere la fragilità della sua situazione di trapiantato di cuore.
Ottavio Camaldoli, il mite insegnante di lettere, non sa che il cuore gli è stato dato in dono è quello di un delinquente. Antonio Carannante, un killer ucciso dal rivale che prima di morire ha sussurrato alla madre le ultime volontà.
Egli raccomanda alla donna che il proprio cuore possa continuare a pulsare anche dopo la sua morte, affinché colui che lo riceverà in dono (Ottavio appunto) lo vendichi.
E da questo nascono una serie di situazioni divertenti e tragiche che portano il professore a fare delle scelte contro la sua stessa natura culminando nel finale pilotato dal destino. Esistono invece le opportunità, da interpretare nelle diverse declinazioni della nostra natura.
La condanna sociale più dolorosa è proprio quella di non poter sublimare le potenzialità di ogni individuo, ma di dover sottostare a una regia occulta che ci obbliga a vestire ruoli incompatibili con la propria natura.
Salemme, con garbo e riflessione, conduce lo spettatore nel viaggio dantesco lungo i sentieri della quotidianità perché sa dipingere con pennellate decise e solari la tela intonsa dell’equivoco. Con lui attori di prim’ordine lo accompagnano in gag irresistibili.
Uno spettacolo da non perdere, ve lo consiglia CulturaMente con Tutto il cuore…
Dal 30 gennaio al 24 febbraio Con tutto il cuore di Vincenzo Salemme
Con Domenico Aria, Vincenzo Borrino, Antonella Cioli, Sergio D’Auria, Teresa Del Vecchio, Antonio Guerriero, Giovanni Ribò, Mirea Flavia Stellato
“Il corriere – The mule”, nuovo film di Clint Eastwood in uscita il 7 febbraio, ci regala l’empatica storia di un uomo anziano alla ricerca del tempo perduto.
Il corriere – The mule uscirà nelle sale italiane il 7 febbraio. Molti fan del Clint Eastwood regista attendono ansiosi di scoprire se il premio Oscar si sia ripreso dagli ultimi “scivoloni”.
Infatti, dopo capolavori come “Million Dollar baby”, “Mystic River” o “Gran Torino” o pellicole comunque solide come “Invictus” o “Sully“, i più recenti film da lui diretti hanno lasciato gli estimatori un po’ delusi (“Ore 15:17 – Attacco al treno“).
“Il corriere – The Mule” non è solo diretto e prodotto, ma anche interpretato da Eastwood. Lui è Earl Stone, un uomo di quasi novant’anni, solo e ormai al verde. La sua impresa è fallita. Vi aveva dedicato tutta la sua vita. Coltivava e commerciava fiori, che amava vedere premiati. Amava sua moglie e sua figlia, ma non aveva dedicato loro abbastanza tempo.
La moglie lo ha lasciato da tempo; la figlia non vuole neanche vederlo; la nipote lo accoglie sempre, ma la promessa di pagarle le nozze sfuma davanti al pignoramento dell’azienda e dei beni.
La svolta gliela offre un ragazzo, che gli propone di sfruttare la sua abilità nel guidare l’auto. Earl accetta e ci mette un po’ a capire che sta diventato un corriere della droga di un cartello messicano. Lui, d’altronde, si dimostra il “mulo” perfetto: anziano e, apparentemente, insospettabile, guida sicuro e prudente, mai una multa o un precedente penale che possa metterlo in cattiva luce.
Nick Schenk ne ha tratto una bella sceneggiatura, in bilico tra ironia, tenerezza, intimismo crepuscolare, road movie, indagine poliziesca.
Il personaggio di Earl Stone è l’elemento riuscito meglio del film. Schenk, che aveva scritto anche la sceneggiatura di “Gran Torino”, ha dichiarato che “Earl era davvero l’altra faccia della medaglia di Walt Kowalski”.
Entrambi veterani, se Walt era cupo, introverso, diffidente, Earl è pieno di umorismo, vitalità e voglia di sperimentare. Earl si muove come un nonno, non sa scrivere i messaggi sullo smartphone, ma ci mette poco ad imparare, così come a diventare il miglior corriere del cartello. La sua ironia lo rende simpatico, anche quando emergono i suoi pregiudizi di anziano americano di provincia.
Un Clint Eastwood che sa come intenerirci, costruendo un personaggio con cui il pubblico non può che empatizzare. Il suo Earl vive un profondo senso di colpa e rimpiange di aver sprecato il tempo solo con il suo lavoro e non con le persone importanti della sua vita.
Ci prende gusto alla sua vita criminale, ma non per gli stessi motivi del Walter Withe di Breaking Bad. Earl non fa il corriere per il cartello messicano perché lo gratifica o lo fa sentire potente. Inizia e continua a farlo perché con i soldi potrà riprendere i contatti con la nipote e, attraverso di lei, con la figlia e la ex moglie.
Dianne Wiest e Clint Eastwood in “Il corriere – The mule”
Clint Eastwood interpreta Earl Stone in “Il corriere – The Mule”
In parte il tentativo di recuperare il tempo perduto riesce. In un tenero dialogo con la ex moglie, interpretata da una perfetta Dianne Wiest, lui sospira: “Me la sono giocata la mia occasione”. “Non credo. Sei solo sbocciato tardi”, gli risponde la donna, con un delicato riferimento a quei fiori che lui amava, troppo forse, visto che lo portavano via dalla famiglia.
La sceneggiatura, la costruzione e l’interpretazione del personaggio del protagonista e la regia di Clint Eastwood rendono il film bello e interessante, ma non mancano elementi che stonano.
Il cast de “Il corriere” è decisamente stellare e all’altezza della sceneggiatura. Oltre a Eastwood e Wiest, ci sono un quasi irriconoscibile Andy Garcia, che interpreta il capo del cartello per cui lavora il protagonista e Bradley Cooper, agente della Dea a caccia del corriere. E qui veniamo al grande difetto del film. Nonostante la bravura e la credibilità di Cooper nel suo ruolo, la parte poliziesca e di azione del film delude e annoia. Mancano un po’ la tensione delle indagini e il pathos della caccia all’uomo, che in questo genere di film avrebbe dato una verve maggiore. Il risultato è una pellicola coinvolgente, se ci si approccia come ad un film intimistico e crepuscolare, ma molto poco avvincente, se ci si aspetta un film d’azione.
One’s company, two’s a crowd, and three’s a party. [Andy Warhol]
Tra le mura dello splendido Palazzo Albergati, la mostra “Warhol&Friends. New York negli anni ‘80” porta a Bologna la bellezza di un’epoca in cui l’arte ha vissuto ua straordinaria innovazione, nelle forme e nei linguaggi.
Basquiat, Francesco Clemente, Keith Haring, Julian Schnabel, Jeff Koons: artisti geniali, visionari, controcorrente e a volte irriverenti, che si sono mossi sulla linea di confine tra due mondi, per dare vita alla contemporanità.
Andy Warhol: le opere in mostra a Bologna
Con 150 opere di Andy WarholJean-Michel Basquiat, Francesco Clemente, Keith Haring, Julian Schnabel e JeffKoons, la mostra “Warhol&Friends” racconta un periodo che è un vero e proprio giro di boa. Negli Stati Uniti del Presidente Reagan, una città cambia pelle e si avvia a diventare centro del mondo artistico e creativo per eccellenza. New York. Crogiuolo di stili e linguaggi innovativi, patria adottiva per pittori, fotografi, scultori, musicisti che altrove non si sentono a casa. Perché, del resto, “non bisogna essere nati per essere newyorkesi”. Lo sa bene Andy Warhol, che è arrivato lì qualche decennio prima e che ha stabilito con questa città un legame che è quasi un simbiosi, e che diventa, nel corso del tempo, un uguaglianza. Andy Warhol è New York negli anni ’80, ne incarna e ne detta lo spirito.
Andy Warhol realizza proprio negli anni ‘80 alcuni tra i suoi cicli più interessanti, come quelli in mostra: Shoes, Hammer & Sickle, Camouflage, Lenin, Joseph Beuys, Vesuvius, Knives. Muovendosi tra pubblicità, commercio, beni di consumo, l’artista si rivolge ancora di più al mondo della comunicazione e dei media. Il lavoro sui feticci dell’immaginario collettivo americano si concentra sui personaggi dello star system e i simboli del consumismo, facendone delle icone. Liza Minelli, Marilyn Monroe e Mao accanto a Campbell’s Soup,Brillo Boxes e il Dollaro, sono tutte presenti in mostra a Bologna.
Il Femminismo postmoderno teorico prende piede con la nuova generazione di artiste che a Ney York lavora sulla comunicazione, sull’immagine e lo sguardo, studiando le pratiche mediatiche e i mass media. L’indagine sugli stereotipi femminili offerti da stampa e televisione offre materiale per i lavori artistici innovativi. Uno dei punti cruciali è il corpo, che diventa a volte quasi disturbante, simbolo di una violenza subita, fisica o psicologica, come nei lavori di Kiki Smith.
Oliviero Toscani, Warhol e le polaroid
È un giovane fotografo italiano, Oliviero Toscani, a immortalare Warhol con la polaroid, uno strumento per lui inseparabile. I “ritratti” realizzati in questo modo diventano subito una nuova forma della sua arte, dal valore autonomo, e vengono utilizzati in vari modi, soprattutto nella musica, come per le copertine degli album dei Rolling Stones. Ma non sono soltanto attori, stilisti e artisti a posare, sebbene in maniera quasi del tutto improvvisata, per lui: è lo stesso Warhol il protagonista di alcune polaroid, con vari travestimenti.
La mostra “Warhol&Friends. New York negli anni ’80” sarà a Bologna fino al 24 febbraio. È patrocinata dalla Regione Emilia Romagna e dal Comune di Bologna, è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia e curata da Luca Beatrice.
Crediti immagine in evidenza: Edo Bertoglio, Warhol at Studio ’54, 1978 Archivial pigment print, 35×53,30 cm Collezione Marco Antonetto
Nel 1933 la Francia fu sconvolta dall’atroce caso di cronaca nera delle sorelle Papin: due donne che uccisero, per un semplice rimprovero, la madre e la figlia della famiglia presso cui prestavano servizio.
Un caso particolare che ispirò diverse menti. Dal filosofo Jacques Lacan che lo inserì nei suoi studi sulla paranoia; al commediografo Jean Genet, che prese spunto dal fatto per scrivere uno dei suoi testi più celebri, audaci e discussi: Le serve.
La trama sembra semplice, ma non lo è.
Claire e Solange sono sorelle, entrambe a servizio della Signora. Le devono tutto: le ha prese a lavorare presso di lei quando nessuno le voleva. Loro ascoltano e vivono in sordina la vita della padrona. Hanno però un legame strano con lei. Una forma di amore, misto invidia e odio. Quando lei non è in casa, infatti, le due serve fanno uno strano gioco: impersonano a vicenda la Signora e una di loro due, dove la prima è in procinto di piangere e lamentarsi per qualche dilemma; e l’altra trova un modo per…ucciderla. Un rito quasi.
Un giorno, quando l’amante della Signora viene arrestato dopo una denuncia fatta da una lettera anonima, Claire e Solange sembrano pronte a compiere l’atto finale. Qualcosa però non andrà come previsto…
Al Teatro Studio Uno di Roma il testo di Jean Genet ha ripreso vita, con la regia e l’adattamento di Michele Eburnea e Caterina Dazzi; e che ha visto l’interpretazione, oltre che dello stesso Eburnea, di Sara Mafodda e Mersila Sokoli: spettacolo che ha vinto il Premio Nazionale delle Arti 2018, sezione regia.
Ci mostrano le due serve, in sottana, che giocano alle ‘tre carte’: una strana metafora, che ricorda quanto la certezza a volte sia solo un’illusione o, peggio, un inganno.
Curioso l’inserimento di un terzo personaggio che non è (come nel testo di Jean Genet) la Signora, ma un’altra presenza, interpretata da Eburnea.
Si unisce a loro, si alterna alle due nel rito: ma non è un personaggio maschile. È una terza personalità che si aggiunge. È, probabilmente, la rappresentazione del Rito stesso.
Uno spettacolo interessante che trasmette, anche se con un rifacimento, il messaggio di Jean Genet.
Perché Sanremo è Sanremo! inneggiava trionfante la 46esima edizione del Festival della Canzone Italiana.
Il Festival di Sanremo, per chi come me è cresciuto negli anni Novanta, ma anche di più per chi è nato prima, era un appuntamento immancabile nelle case italiane. Dal 1951, nella cosiddetta Città dei Fiori in provincia di Imperia, tantissime voci si sono sfidate a suon di timbriche e acuti, con la speranza di vincere.
Pensate che il format fu inventato per dare vita alla stagione morta del piccolo comune ligure, noto per il suo Casinò. Infatti, fino al 1977, il Festival era allestito nel salone delle feste del Casinò, conquistando solo dopo questa data il palco del Teatro Ariston.
Dal Festival sono uscite canzoni come Grazie dei fiori di Nilla Pizzi, Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno, Adesso Tu di Eros Ramazzotti, Se m’innamoro dei Ricchi e Poveri e tantissime altre colonne sonore della nostra vita.
Alcune, come Come saprei di Giorgia, sono state il preludio di una carriera meravigliosa, altre, come Fiumi di Parole dei Jalessi, sono rimaste dei tormentoni legati esclusivamente al Festival.
Il 5 febbraio aprirà le danze la 69esima edizione del Festival e la seconda condotta da Claudio Baglioni, affiancato da Claudio Bisio e Virginia Raffaele. La coppia a mio avviso è molto più adatta di quella dell’anno scorso Hunziker – Favino: lei assolutamente impropria, lui nato per fare l’attore e non il presentatore.
Visto che attualmente il Festival non viene visto più come un trampolino di lancio per la musica italiana, bensì come un ricovero di pensionati che devono tornare alla ribalta o come una seconda chance per “quelli che non ce l’hanno fatta“, ma soprattutto come jukebox dalle canzoni scadenti, mi sono interessata alla ricerca di Cuponation, secondo cui Francesco Gabbani con Occidentali’s Karma
“ha generato oltre 27 milioni di ascolti su Spotify, oltre 210 milioni di visualizzazioni su Youtube, ottenendo il record di video italiano più visto in un solo giorno (più di 4 milioni) e 5 dischi di platino (certificazione FIMI). In merito ai passaggi radiofonici (dati di Radio Airplay), ha ottenuto la ventinovesima posizione tra i brani più trasmessi nel 2017, la posizione più alta ottenuta da un brano sanremese negli ultimi anni.”
Pare addirittura che La Feltrinelli abbia creato una sezione dove trovare tutti i cd dei cantanti che hanno partecipato al Festival nelle edizioni passate con riduzioni fino al 10%.
Ma tutte queste informazioni, in realtà, poco ci confortano. Dagli anni Novanta a quelli Duemila il Festival è crollato in un limbo da cui stenta a risalire.
Se è davvero il Festival della Canzone Italiana, mi chiedo, perché Tiziano Ferro non partecipa? Perché i grandi nomi come Massimo Ranieri, Laura Pausini o Eros Ramazzotti non tornano a parteciparvi?
Probabilmente perché il declino del Festival è legato a quello della televisione, antico mezzo di comunicazione attualmente soppiantato dal web e dalle sue declinazioni, come i social network. Accade quindi che una canzone come quella di Gabbani, che ai più sarà risultata inadatta come vincitrice del Festival, abbia poi riscosso molto successo sulle piattaforme musicali, riflettendo quindi anche il cambiamento del gusto musicale di tanti, tantissimi italiani.
Dissacrante è l’aggettivo giusto per descrivere il nuovo libro di Tom Phillips. “La sottile arte di fare ca**ate. Storia e controstoria di tutte le idiozie e le catastrofi compiute dall’umanità”, edito da Newton Compton, affronta con un tono ironico una tematica per nulla banale.
Prima di raccontarvi nel dettaglio cosa ne penso, scopriamo insieme la trama del libro.
La trama
Considerando il riscaldamento globale, le tonnellate di plastica negli oceani, la situazione esplosiva in Medio Oriente e Trump e Kim Jong-Un con le dita pericolosamente vicine ai “bottoni rossi”, è difficile immaginare che le cose possano andare peggio di così per gli esseri umani (a meno che quelle dita non premano sul serio i bottoni, scatenando una guerra nucleare).
Fortunatamente per noi, Tom Phillips ha scritto questa guida dissacrante e spassosa su come affrontare con filosofia il fatto che da quando l’uomo è sceso dagli alberi e ha cominciato ad affilare le sue armi, le cose si sono messe male, malissimo, sempre peggio. E la pessima situazione attuale è solo la ciliegina sulla torta di idiozie compiute dall’umanità.
Questo libro è un esilarante viaggio attraverso i fallimenti più creativi e disastrosi della storia dell’uomo, dalla preistoria ai giorni nostri. Perché non importa quanto possiamo crescere di numero, quante sfide possiamo superare come specie… La catastrofe è sempre e comunque dietro l’angolo.
L’invito alla riflessione
Tom Phillips usa uno stile accattivante, ironico, a tratti irriverente, per spingere il lettore a riflettere.
Ripercorrendo le principali vicende che hanno caratterizzato la storia mondiale, la lettura de “La sottile arte di fare ca**ate” porta il lettore a considerare a mente fredda come sono andate le cose, ma soprattutto vuole mostrargli che c’è sempre un’alternativa alla catastrofe e che le cose potrebbero andare diversamente.
Penso che questo sia un grande punto di forza per un testo che si pone l’obiettivo di affrontare una tematica per nulla scontata in un momento storico così delicato come quello che stiamo vivendo.
Ho trovato il libro scorrevole e di piacevole lettura. Molte volte mi ha strappato un sorriso e molte altre mi ha portato a rimuginare su quanto possano essere decisive delle scelte. Mi ha aiutata a capire quanto la scelta di un singolo uomo può condizionare il corso della storia.
Molto spesso ci lasciamo guidare dall’istinto e perdiamo di vista il quadro generale, non consideriamo che ad ogni azione corrisponde sempre una reazione. Dovremmo imparare a fermarci e a considerare i pro e i contro delle nostre scelte. Anche se oggi quella piccola decisione ci sembrerà banale, in futuro potrà avere un peso decisivo nel nostro percorso.
Credo che questo ragionamento sia facilmente traslabile in ogni occasione e scenario e credo che sia questa la riflessione che l’autore stesso vorrebbe portarci a fare con il suo irriverente racconto.
“Questo è un libro sugli esseri umani, e sulla nostra capacità di mandare tutto a puttane. Un libro sul perché per ogni cosa che ci rende orgogliosi di essere umani (l’arte, la scienza, i pub), c’è n’è sempre un’altra che ci fa scuotere la testa dallo sconcerto e la disperazione (la guerra, l’inquinamento, i pub negli aeroporti).”
Se siete rimasti alle scritte sulle panchine o alle panchine a forma di libro, beh… siete obsoleti!
A Fidenza, cittadina in provincia di Parma, sono arrivate le panchine d’artista, ovvero un progetto realizzato dalla collaborazione del Comune di Fidenza e Fidenza Village, uno degli 11 Villaggi di The Bicester Village Shopping Collection by Value Retail in Europa e in Cina, con lo scopo di veicolare un messaggio di sostenibilità e rivalutazione dell’ambiente urbano.
Un agguerrito team di artisti, designer, architetti e personalità del mondo della moda hanno unito il loro estro per riportare in vita sei panchine di legno e spargerle in punti chiave della città.
Gli illustratori scelti e diretti dallo studio creativo di comunicazione e consulenza strategica per la moda Kreativehouse per questa performance sostenibile sono 5 grandi talenti dell’illustrazione e del design contemporaneo che con il loro stile inconfondibile hanno già firmato celebri collaborazioni con brand, magazine e testate internazionali, istituzioni culturali, non profit.
Le immagini flat e coloratissime di Francesco Poroli, guru milanese del graphic design, le atmosfere minimali e poetiche di Fernando Cobelo, le illustrazioni ironiche e delicate di Ilaria Faccioli che strizzano l’occhio ai classici della letteratura per bambini, le geometrie ipnotiche di Johnny Cobalto e infine il tratto inconfondibile di Martoz sospeso tra il fumetto e la grande pittura del Novecento.
Una street art che non coinvolge i muri, insomma, ma interessa un supporto che, con questo intervento, diventa non solo piacevole per il suo scopo principalmente riposante, ma anche per lo sguardo.
Leggere un libro, riposarsi, perdersi nei proprio pensieri non sarà più la stessa cosa a Fidenza. E questa performance è un’ottima occasione per andare a visitare la città.
Archeologia. Dal greco “discorso sulle cose antiche”. E già partendo con una semplice etimologia molti lettori avranno pensato di chiudere immediatamente questo articolo, immaginando roboanti digressioni sulla storia dell’umanità.
Eppure, il titolo della recensione non vi inganna perché Andrea Augenti, professore di Archeologia Medioevale presso l’università di Bologna, ha deciso che la materia che ancora ispira il cinema contemporaneo – avrete tutti presente il film La Mummia – non può essere relegata all’Accademia, come spesso accade in Italia.
Forse per uno spirito conservatore che farebbe invidia al miglior Catone, lo Stivale non si rassegna e guarda con diffidenza la divulgazione quando si tratta di materia che finiscono in -logia. Un’eccezione in tal senso è sicuramente Alberto Angela, che divulga romanzando principalmente in televisione.
In questo caso, invece, Augenti sceglie 10 scavi e li racconta in un libro. Il suo intento è quello di far viaggiare il lettore nel tempo, idea nata dal precedente progetto radiofonico “Dalla terra alla storia” andato in onda si Radio 3 nel 2017.
In meno di duecento pagine il lettore cammina dalla Preistoria al Medioevo, calpestando le orme dei propri antenati. Letteralmente, visto che il primo capitolo è dedicato a Lucy, l’australopiteco che deve il nome a Lucy in the sky with diamonds, celebre hit beatlesiana.
L’indagine si focalizza anche sull’archeologia funeraria (sicuramente tutti avrete sentito nominare almeno una volta l’impronunciabile Tutankhamon) e sulle civiltà scomparse, tra le quali spicca ovviamente la celeberrima Troia cantata da Omero.
Con una scrittura molto semplice e divertente, ma soprattutto con un approccio che sembra quasi, passatemi il termine, psicologico, Andrea Augenti vuole farci capire che l’Archeologia non solo una materia circoscritta agli addetti ai lavori, ma soprattutto ci tiene a sottolineare che tali addetti ai lavori, anche si ci piacerebbe pensarlo, non sono tanti Indiana Jones, ma degli storici che analizzano le fonti per saperne di più sul passato dell’umanità.
A come Archeologia edito da Carocci è un libro per tutti, ma soprattutto un libro per i curiosi. Una lettura scorrevole da effettuare anche a morsi e non necessariamente di corsa, visto che si tratta pur sempre di un resoconto storico e non di un romanzo.
Sicuramente una prova coraggiosa che spero sia vista di buon occhio dall’Accademia. Questa terribile tendenza a tenere alcune branche di studio recluse tra quattro mura impedisce alla nostra società di stimolare quella parte del cervello atta all’indagine e al continuo desiderio di scoperta. Finché gli studiosi saranno visti come avventurieri negli scavi o topi da biblioteca, tutti gli altri resteranno tagliati fuori da una dimensione che invece gli appartiene profondamente: quella delle proprie, antichissime, radici.
Degas e le sue opere sono noti a tutti per appartenere al movimento impressionista e per le innumerevoli ballerine ritratte.
Nel film Degas – passione e perfezione, di Nexo Digital, si guarda in profondità nella vita del pittore e ne rivela una natura ben diversa da quella che ci si potrebbe aspettare dal famoso pittore di ballerine.
Tanto per iniziare, Edgar Degas non era un pittore impressionista. Gli storici dell’arte lo classificano fra gli artisti impressionisti per comodità, per esempio quando deve essere realizzata una mostra.
Lui non amava la pittura en plain air, non gli interessava imprimere un’immagine velocemente sulla tela. Degas seguiva la scuola classica, quella del realismo, con le linee preparatorie del disegno. Non amava stare all’aria aperta e ancor meno “catturare la luce” dei soggetti delle sue opere per riportarla sulle tele.
Il pittore aveva uno stile indipendente, quindi differente, dai pittori contemporanei dell’epoca. Le pennellate e i ritocchi continui, apposti sui suoi lavori, non avevano il medesimo scopo di quelli impressionisti, cioè di cogliere l’attimo e di riportarlo nei dipinti, ma di migliorare e perfezionare sempre qualcosa.
Degas era lo Sciva dell’arte: creava e distruggeva i suoi lavori continuamente e la cosa gli dava anche soddisfazione.
Il motivo per cui ritoccava o rielaborava le sue creazioni artistiche era la sua fissa per la perfezione. Alcuni parlano di ossessione, altri di passione per i soggetti rappresentati, io invece domando “Che importanza ha?”. Qualsiasi sia stata la ragione per cui ha rappresentato gli stessi temi più e più volte, ci ha permesso di vederli da prospettive diverse e ciò non è un male.
Anche Monet ha realizzato innumerevoli dipinti con le ninfee, ed ognuno ha la propria bellezza.
Questo documentario mi ha fatto rimanere senza parole nel conoscere Degas come persona, più che scoprirlo meglio come pittore.
Da un uomo che che ritrae spesso figure eteree ci si aspetta che sia un uomo di una certa sensibilità, delicatezza, particolarmente accorto al sesso femminile, che provi una certa ammirazione. Invece no!
Degas era un pittore e un uomo misogino, antisemita e detestava tutti gli immigrati.
A parte pochi casi, tutti i contatti che ebbe con le donne erano sempre stati di tipo economico: pagava la sua domestica, le sue modelle e le prostitute delle case chiuse che frequentava. Il suo rapporto con le donne, la sua visione di loro, e il modo e i momenti in cui le ritraeva è in notevole contrasto.
Vedere queste figure femminili rappresentate in momenti di initimità, libere dai busti che le donne erano obbligate ad indossare all’epoca, mi fa pensare che fosse un suo modo per liberarsi del pensiero fisso della perfezione.
Un uomo particolare, Degas: asociale per alcuni e brillante per altri. Certamente era una persona complessa e dal carattere difficile.
Il docufilm mi ha colpito molto, mi ha fatto conoscere veramente bene un uomo di cui sapevo poco, che mi ha conquistata per il suo cinismo ma che mi ha delusa per questo contrasto tra arte e vita privata, dalle sfumature marcate del candore dei tutù e l’oscurità dei suoi valori.
“Diapason” è l’ultimo disco di Roberto Cacciapaglia uscito lo scorso 18 gennaio.
Il pianista e compositore milanese noto a livello internazionale, dopo oltre un quarantennio di attività musicale, torna con un nuovo album di inediti.
Forse qualcuno ricorderà “Tree of Life”, l’album composto nel 2015 per il night show dell’Albero della Vita all’ EXPO di Milano. Il disco entrò subito al primo posto della classifica di musica classica su iTunes, dove rimase in prima posizione per vari mesi.
Il nuovo lavoro conferma la passione di Roberto Cacciapaglia per la sperimentazione.
Diapason è stato registrato negli Abbey Road Studios di Londra (gli stessi di Beatles, Pink Floyd, U2 e tanti altri) con la partecipazione della Royal Philarmonic Orchestra.
Le note del pianoforte, di ispirazione classica, si uniscono ai suoni elettronici in una commistione musicale dalle atmosfere oniriche e che privilegia la melodia. La sua non è una sperimentazione violenta che mira a sconvolgere l’ascoltatore, è piuttosto caratterizzata da una dolcezza e da una piacevole leggiadria.
Tre dei dodici brani presenti nell’album sono anche cantati; per i testi Cacciapaglia si è affidato a personaggi importanti della storia e della letteratura mondiale: The morning is born è ispirato a Martin Luter King, Innocent presenta un testo di William Blake, A gift un poema di Mahatma Gandhi.
Frequency of love è la traccia che apre il disco e che ha anticipato la sua uscita.
Una cascata di terzine al pianoforte si fonde con gli archi e con la melodia del vocalizzo. I suoni avvolgenti trasportano l’ascoltatore in un mondo d’incanto. Se si chiudono gli occhi si ha la sensazione di essere sfiorati da una brezza leggera e di essere circondati dalle sfumature dei colori dell’alba, come in una sorta di sinestesia musicale.
Del brano è disponibile anche il video per la regia di Eleonora Capitani, girato negli Abbey Road Studios subito dopo la fine della registrazione dell’album.
«Nello studio 2 di Abbey Road c’è ancora un’ atmosfera intensa, profonda, piena delle note della partitura di Diapason appena eseguita dalla Royal Philharmonic Orchestra. Raccolgo queste miriadi di note che risuonano ancora nell’aria dello studio vuoto e come stelle cadenti brillano per dar vita a Frequency of Love, pezzo che ho scritto come simbolo dell’unione di energie maschili e femminili che convivono in una sola persona, in una sola voce, in un’unica musica».
La musica di Roberto Cacciapaglia ha la capacità di legarsi direttamente alle emozioni di ognuno con semplicità e immediatezza. Proprio per questo ottiene un successo a livello mondiale che coinvolge un pubblico estremamente eterogeneo. Si è da poco concluso il primo fortunato tour negli Stati Uniti ed è appena iniziato il DIAPASON Worldwide Tour del 2019. Le date annunciate finora coinvolgono i principali teatri del nord e del centro Italia.