La Befana vien di notte, proviamo a digerire il cinecarbone

La Befana vien di notte

La Befana vien di notte e ti porta il carbone se sei stato cattivo, questa frase la sentivo spesso da bambino. Non so voi, ma a me onestamente quel carbone di zucchero non è mai piaciuto. Figuratevi ora, un po’ più grandicello, come è dover digerire pure il cinecarbone.

E questo termine indecente non l’ho coniato io, premetto. Lo ha scelto lo sceneggiatore Nicola Guaglianone per descrivere il suo nuovo lavoro La Befana vien di notte, diretto da Michele Soavi. I riferimenti del film saranno pure altri – a quelli ci arriviamo tra poco – ma tale definizione si avvicina, involontariamente, al risultato qualitativo finale: il cinepanettone.

Attenzione però, non siamo davvero dalle parti del cinepanettone, La Befana vien di notte ha ben altra dignità e ispirazione. Il problema è che tutte le cose buone, appunto, rimangono ancorate alle ispirazioni, alle idee, alla volontà iniziale. Il prodotto finale, invece, è uno scarso e raffazzonato tentativo di mischiare il fantasy al teen movie, che la confezione italiana peggiora vivamente.

I riferimenti, come anticipato prima, nascono dai film con i ragazzi e per i ragazzi tipici del cinema americano anni ’80. Ma farli cozzare con il mondo creato dal personaggio di Stefano Fresi, una macchietta che più ridicola e fastidiosa è difficile immaginare, creano un contrasto di toni del quale le prime vittime siamo noi spettatori.

Più che un film, infatti, La Befana vien di notte è un pastrocchio di pessima fattura. L’esperienza di Michele Soavi non basta quando davanti abbiamo il cartoonesco del villain – mi addolora ripeterlo ancora ma non posso farne a meno – alquanto inutile, dialoghi risibili messi in bocca ai pur volonterosi bambini, e zero approfondimento di storia e personaggi.

La trama va dritta e lineare come tutti possono aspettarsi. I personaggi sembrano solo l’abbozzo di personaggi sotto ogni aspetto. Il villain parte da una premessa banalissima ed è totalmente privo di tridimensionalità. I bambini improvvisamente sentono il trasporto incredibile nel salvare la loro insegnante dal pericolo senza che il film perda tempo nel creare un qualsiasi legame emotivo tra alunni e maestra. La Befana, eccoci all’ipotetica protagonista, non sfrutta mai le caratteristiche della tradizione cui il film accenna nel primo atto. Per dire, non consegna nemmeno il carbone…

Siamo in prima linea a sostenere il cinema italiano quando torna al genere, o prova a fare prodotti diversi dal solito. Ma quasi sempre delude il nostro sostegno, appiattendosi sul banale. Quasi ogni aspetto narrativo di La Befana vien di notte sembra la prima bozza di una sceneggiatura, che non è andata oltre l’idea. Ogni effetto visivo è abbandonato a se stesso, ad esempio un ormai famigerato inseguimento aereo tra villain e Befana in cui non succede assolutamente nulla.

Questa visione però un pregio lo ha: mi ha fatto rivalutare il vecchio infantile carbone di zucchero. Penso di digerirlo molto più quello rispetto a questo film.

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Emanuele D’Aniello

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