Venezia 2018: First Man, un grande passo per Damien Chazelle

first man

Nonostante un Oscar vinto, nonostante due film tra i più popolari negli ultimi anni, era anche legittimo attendere Damien Chazelle alla prova del nove. Ecco, ora abbiamo la conferma con First Man: Chazelle è davvero un grandissimo regista.

Non solo perché First Man è un bellissimo film. Questa sarebbe la definizione più semplicistica. Ma soprattutto perché Firstman è un film straordinariamente intelligente e originale nel suo genere, quello delle storie “sullo spazio e gli astronauti”.

Difficile per tanti altri concepire in partenza la biografia di Neil Armstrong e la storia dell’allunaggio del 1969, e poi parlare letteralmente di altro rimanendo fedele alla storia vera raccontata. Eppure, First Man è più che altro un film sulla morte, sul lutto, sul rischio impellente di morte. Sì, immagino non vi aspettavate di leggere ciò.

L’approccio alla storia di Chazelle è atipico, e sorprendente in senso positivo. Spoglia, prima di tutto, la corsa allo spazio di ogni epica e spettacolarizzazione. L’attesa e la costruzione sono snervanti, le scene in missione tesissime, il contorno soffocante. Un film assolutamente nervoso First Man, che Chazelle gira spesso con macchina a mano e profondi primi piani, come ad intrappolare i personaggi non solo nelle tute spaziali, ma principalmente nel loro destino.

A differenza di ogni altro film sulle missioni spaziali, nelle quali si procede per tentativo dopo tentativo, successo dopo successo, First Man procede attraverso funerale dopo funerale.

Il protagonista è circondato da morte, che cerca di mettere alle spalle, ma poi ritrova costantemente ed inevitabilmente davanti. L’allunaggio vissuto attraverso i suoi occhi non è la realizzazione dei suoi sogni, ma il modo per mettere fine ad un incubo.

Qui, il vero grande balzo per l’umanità (del cinema) lo fa Chazelle, appunto. Ci regala un grande film, ma soprattutto una visione nuova, inattesa ed interessante ad un genere che pareva banale. Sa girare come pochi altri – le scene nello spazio sono un trionfo di rumori sinistri e momenti paurosi, il prologo un trionfo di claustrofobia – e sa ottenere dagli attori il meglio, nello specifico l’intensità di Ryan Gosling e Claire Foy che esce fuori dallo schermo.

E sa, perché no, anche far riflettere. Quando ad un certo punto un personaggio ci ricorda che, negli anni ’60, si stava per andare sulla Luna ma da appena 60 anni si poteva volare, dobbiamo pensare che adesso nel 2020 progressi come quelli di allora non li abbiamo più fatti. Paura, come suggerisce il film? Rischio di spese inutili, come sottintende? La risposta non la fornisce, ma sicuramente ci invita a riscoprire il fascino del rischio. Dopotutto, se volessimo trovare con First Man un percorso tematico ideale a Whiplash e La La Land, è quello per cui tutti e tre i film ci dicono che per raggiungere il proprio scopo bisogna avere il coraggio di sacrificare qualcosa.

Non sappiamo quale sia il patto col Diavolo che ha fatto Chazelle, cosa abbia sacrificato, ma vedendo i suoi film possiamo confermare che davvero ne è valsa la pena.

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Emanuele D’Aniello

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