Venezia 2018: Capri Revolution, storia di pazzi e credenti

capri revolution

“Bella la colonna sonora” verrebbe subito banalmente da dire. Anzi, bellissima, capace di creare una notevole atmosfera.

Incredibile il volto estremamente cinematografico di Marianna Fontana, letteralmente baciata dalla cinepresa.

Primi 30 minuti curiosi e intriganti, che generano un fascino inatteso sulla costruzione dello scontro tra fede e scienza.

Poi basta, onestamente. Sono finiti qui i (pochi) pregi di Capri Revolution. Un film che in realtà è altamente inconcludente, a tratti fastidioso, costantemente presuntuoso.

Inconcludente, perché dall’inizio alla fine vaga perso nel suo ipotetico fascino, nella bellezza degli splendidi scenari che regala il golfo dell’Isola di Capri, e non dà assolutamente sostanza al racconto di un’Italia che, alla viglia della Prima Guerra Mondiale, sta lentamente ma prepotentemente mutando. Quello che Mario Martone vorrebbe mettere in scena è un paese che a fatica abbandona le varie credenze popolari per abbracciare la civiltà della ragione. Da questa premessa, invece, racconta solo un retorico tira e molla fatto di dialoghi insostenibili e scene di rituali di gruppo viste e riviste.

Fastidioso, per il modo stanco, e persino semplicistico, con cui tratta lo scontro al centro della storia. Da un lato abbiamo una comunità hippy ante litteram che potrebbe trovarsi in qualunque posto, in qualunque tempo, e non è mai caratterizzata se non attraverso cliché. Dall’altro lato non possiamo dire nemmeno troppo, perché Martone ad un certo punto si infatua della sua creatura ed inizia ad indugiare sugli sviluppi tediosi dei contrasti di tale comunità, dimenticando il resto dei personaggi.

Presuntuoso, infine, perché Martone è sempre stato un regista piuttosto pretenzioso, e qui non fa eccezione. Il suo racconto della storia italiana attraverso il cinema non risulta per gli spettatori affascinante quanto potrebbe essere, o quanto appaia al regista stesso. Anche in Capri Revolution, il clima che crea all’inizio è di enorme curiosità per una vicenda, apparentemente, originale e controversa, ma pian piano si spegne l’energia ed esce fuori l’innamoramento di Martone per ciò che fa, per come posiziona la macchina da presa, per come crede di esplorare un grande messaggio.

Non è il racconto sull’evoluzione sociale che Capri Revolution vorrebbe essere. Ma, quantomeno, è un film che il tedio della vita contadina fuori dalla modernità lo cattura e trasmette molto realisticamente.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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