Il Testimone Invisibile, il diavolo è nei dettagli

Il testimone invisibile

Suona tra il ridicolo e l’assurdo dire che, per Il Testimone Invisibile, un criterio di giudizio di riferimento è “essere un film italiano”. Eppure è verissimo. Perché, nel panorama del cinema di genere che in Italia sta rinascendo negli ultimi anni, quando arriva qualcosa per altri normale, da noi invece è sensazionale. Iperbole poi declinata al positivo o negativo, a seconda dei casi.

Prendiamo appunto Il Testimone Invisibile, adesso. Un thriller simile, che gioca sulle costruzioni di un mistero da svelare con flashback e mezze verità, stesse scene viste e riviste attraverso prospettive differenti, non è nulla di rivoluzionario. Se fosse un film americano, a prescindere dalla qualità, il primo pensiero sarebbe subito la familiarità con chissà quante storie. Invece è un film italiano Il Testimone Invisibile, e come tale, è quasi sorprendente che sia stato realizzato da noi.

Soprattutto, che sia realizzato con tale cura, divertimento e ambizione. Che non è quella di realizzare il miglior thriller possibile, ma creare le due ore più coinvolgenti possibili per lo spettatore. Non dobbiamo cercare temi o analisi complesse, un’acuta costruzione dei personaggi e dei loro caratteri, quanto attenerci alla storia. In pratica, Il Testimone Invisibile è un rompicapo, un gioco da tavola che gli spettatori accettano di sfidare

In questo, è indubbiamente un film iper-costruito, iper-forzato, forse addirittura un filino insincero. Ma dalla sua il regista Stefano Mordini ha la piena consapevolezza di cosa ha tra le mani. Così, in un gioco dialettico e intellettuale tra due personaggi che montano e rismontano insieme allo spettatore un caso di omicidio, Mordini accompagna alla freddezza il divertimento, alla schematicità della storia una certa empatia verso il caso scelto. La tensione è più importante della verosimiglianza, al netto della prevedibilità di taluni colpi di scena, e l’esasperata ricerca dei dettagli è la chiave con cui scardinare questo labirinto di falsità ed egoismi. Lasciando sottotraccia, perché no, anche un pizzico di lotta di classe nel duello tra il ricco che ha tutto da perdere e il povero che non ha più nulla da perdere.

Quella che ci rimane, pertanto, è la visione estremamente godibile di un film atipico nel cinema italiano recente. Talvolta questo può bastare per giustificare il prezzo dei popcorn.

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Emanuele D’Aniello

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