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8 donne e un mistero: quel giallo sulle donne, con le donne ma non solo per le donne

L’universo femminile e delle donne è da sempre uno degli ingredienti principali del mondo del Teatro.

Aristofane, Eschilo e Euripide; passando per Goldoni e Racine; raggiungendo Williams, De Filippo (per citarne solo una microscopica parte): quanti di loro hanno analizzato caratteri, dedicato pagine e pagine di sceneggiature atte a comprendere un mondo, diverso da loro. Creatori però di personaggi che sono rimasti per sempre come simboli e prototipi non solo di epoche, ma anche di personalità. Tra questi testi c’è quello del francese Robert Thomas intitolato ‘8 femmes’, tradotto in seguito come “8 donne e un mistero“. Ispiratore della pellicola del 2002 diretta da François Ozon, è tornato ad interessare il pubblico con lo spettacolo omonimo diretto da Guglielmo Ferro al Teatro Ciak di Roma.

La trama è la stessa del film di Ozon.

Siamo negli anni ’50 e una famiglia alto borghese francese è in fermento del ritorno della giovane Suzon (Claudia Campagnola) per le vacanze natalizie. Ad attenderla ci sono sua sorella minore Cathrine () ,la madre Gabì (Anna Galiena), la zia Augustine (Debora Caprioglio) la nonna (Paola Gassman), la nuova cameriera Louise (Giulia Fiume), la governante Chanel (Antonella Piccolo) e Marcel, unico uomo della casa: padrone, marito, cognato, padre, genero, uomo d’affari…Lui è al centro delle vite di queste donne. Tutto si scombina quando, nell’andargli a portare la colazione, Louise lo trova assassinato con un coltello piantato nella schiena. Occorre chiamare la polizia! Qualcuno però ha tagliato i fili del telefono…Allora bisogna raggiungere il commissariato con la macchina! Peccato che anche i fili del motore siano stati tagliati… Tutte iniziano ad agitarsi per il probabile intruso che, quasi sicuramente, è ancora in casa.

E se non fosse un uomo l’assassino ma…una donna?

L’arrivo di Pierrette, sorella di Marcel (Caterina Murino), con la quale non era in contatto da anni, rende tutto ancora più probabile. Una tormenta di neve inoltre blocca le donne nella casa. Sole, cariche di segreti, invidie e ricatti, le otto protagoniste inizieranno a dirsi tutto, anche ciò che hanno reso nascosto per anni. Lo scopo è smascherare la colpevole,  ma non solo lei…

Il testo di Thomas, con questa rappresentazione, si trasforma, diventando più giallo e meno noir.

La traduzione di Anna Galiena è fedele, forse più del film stesso. Ci sono delle aggiunte che non guastano, aiutano il pubblico a capire meglio la storia e il carattere delle persone. Già dall’inizio, con un inedito dialogo tra Chanel e Louise, capiamo che c’è volontà a non copiare Ozon. Ovviamente le 8 poesie sono state giustamente tolte; però alcune di loro potevano essere modificate meglio. Un esempio ce lo dà il monologo sostitutivo di Augustine, dove parla di feste e solitudine: visto solo così, poteva anche essere eliminato.

8 donne e un mistero

Interessante, invece, proprio il modo in cui le personalità hanno subito dei cambiamenti, sintomo di una buona regia alle spalle.

A partire da alcuni un po’ piatti, come Suzon (che di per sé è un personaggio un po’ piatto, non certo per l’attrice) a quelli un po’ più complessi. Cathrine è un po’ troppo adulta come atteggiamento (e un po’ sporca in dizione) rispetto a quell’adolescente che dovrebbe essere. Troppe braccia incrociate e troppo presente in scena: interessante però la sua ‘attenzione’ verso la porta del padre. Chanel molto dolce e materna. Louise, forse, è quella che ci allontana di più dal film e lo supera. La recitazione della Fiume va oltre i begli occhi di Emmanuelle Beart: quello suo è un personaggio…con più carattere.

Caterina Murino è a suo agio nei panni di Pierrette: malinconica, molto femminile e brillante. Troppo fisica però: infatti dà spesso le spalle. Debora Caprioglio è una sorpresa. Il personaggio di Augustine è forse il più complesso di tutta la commedia, poiché è l’unico che evolve la sua natura, che cresce. Lo trattiene bene: non è acida e isterica, solo burbera. Niente di male: personaggio! Peccato per la sua ‘envie d’etre belle’: se lo censurasse di meno e fosse meno scattosa, il pubblico noterebbe di più la differenza.

Anna Galiena, all’apparenza, può sembrare completamente fuori dal personaggio di Gabì. Poi si guarda meglio…Si vede l’esperienza…Non vuole la Gabì francese, fatale e fredda. Lei è un personaggio che non vuole accettare la sua età: la ridicolizza un po’. Da notare e da applausi il suo “Mi trovi invecchiata?” a Suzon: qui, al contrario del film. è preoccupata per se stessa non certa per la figlia. Paola Gassman, invece, prende il podio. Si diverte, è agile. Completamente diversa dalla Derrieux, è sorridente, meno scorbutica ma…molto più falsa!

8 donne e un mistero

Da approfondire anche il discorso delle scene.

Al contrario del testo originario, quasi del tutto concentrato all’interno del salotto, la scenografa Fabiana De Marco divide lo spazio in 4 ambienti, su diversi piani: la cucina; la camera di Augustine; l’enorme salotto, che prende tutto il pian terreno; e al centro la scala con la porta per la camera di Marcel. L’idea è buona, anche perché permette meglio alle attrici di muoversi e migliora anche la gestione dello spazio scenico. Il guaio (forse grande pecca dello spettacolo) è che mentre avviene una scena in un ambiente, altre attrici si muovo o fanno qualcosa in un altro ambiente.

Niente è più bello e professionale a teatro del contro-scena; ma qui può risultare un problema. Il testo è un giallo: se il pubblico si distrae nel vedere cosa fanno tutte le attrici, anche quando non è il loro momento, il pathos cade e rimane solo la voglia di scoprire il colpevole. 8 donne e un mistero però è altro. È l’universo femminile che si esprime in molti modi; è il segreto nascosto che crea fascino, seduzione e perversione. Sono personalità che si scontrano, generando un vortice di emozioni, capaci di soppiantare anche il più superbo e il più saccente: qualcuno quindi destinato a rimanerne trascinato, se non schiacciato.

Lo spettacolo comunque rende. È, come già detto, lontano dal film del 2002 e si muove lungo una sua linea.

3 stelle su 5.

Francesco Fario

Amore e potere da Omero ai giorni nostri

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Beauty Dark Queen. Lo strano caso di Elena di Troia l’opera presentata a Roma.

Un bicchiere di bordeaux prima di scivolare nell’intimo cuore di Roma e osservare Elena di Troia con un nuovo piglio.

Le parole del regista Stefano Napoli accarezzano l’incipit atavico della sua opera teatrale in esclusiva per la stampa romana prima del debutto milanese.

La piccola sala del teatro Ulpiano è piena di occhi curiosi. Le luci si spengono.

In scena Eros, Afrodite, Menelao, Paride ed Elena.

Beauty Dark Queen: lo strano caso di Elena di Troia.

Peculiare nell’opera la scelta di non utilizzare parole. Usare la mimèsi per approcciarsi all’universalità delle esperienze umane.

Così come, ritengo, la scelta di titolare in inglese sia dettata dalla voglia di arrivare a tutti.

Inglese come lingua globale. Gesto come linguaggio universale.

Attingere dal patrimonio della mitologia greca per portare sotto i riflettori i misteriosi anfratti dell’animo umano.

Lavorare per immagini portando la classicità greca ai giorni nostri.

La donna come oggetto di contesa. Ieri, oggi e speriamo no domani.

Dapprincipio tutti conosciamo le conseguenze del pomo della discordia e degli ineluttabili legami amore-potere, ambizione-soggezione. Ed è da questo punto di partenza che deve svilupparsi una più approfondita analisi. Una riflessione senza tempo e senza confini. La donna paragonata ad oggetto di contesa ed in balia del volere degli uomini.  In una società in cui la consapevolezza delle donne di poter fare da sole, di sapersi far carico di tutto e poterlo dimostrare viene sminuita è giusto dar voce alle regine del passato per avviare un moto rivoluzionario.

Atto innovativo come questa silente opera teatrale.

«C’è stato un tempo in cui ero la donna più bella del mondo. Del poco che ho avuto, del molto che ho perso, già gli aedi fanno racconti. Racconti bugiardi. Loro non c’erano. Io sì!»

stefano napoli
Compagnia Colori Proibiti presenta “BEAUTY DARK QUEEN. Lo strano caso di Elena di Troia”
– regia Stefano Napoli
– con Francesca Borromeo, Filippo Metz, Simona Palmiero, Luigi Paolo Patano, Giuseppe Pignanelli
– fotografie Dario Coletti e Daniela Annino
-disegno luci Mirco Maria Coletti
– supervisione sonora Federico Capranica

Elena figura femminile modernissima.

Obbligata dal re, suo padre, a sposare Menelao, uomo più grande, senza qualità e privo di ogni fascino, sarà capace di ribellarsi e seguire i suoi sentimenti.

Abbandona Sparta, la sua città, per seguire Paride di cui si è innamorata e dal quale presto sarà delusa. Avvolta dalla noia e dalle aspettative disattese tornerà a casa.

Amare è un diritto. Non può essere imposto. E soprattutto l’amore non si può “comprare” neanche se a vendertelo è direttamente Afrodite.

La storia è nota e in quest’opera nonostante l’assenza di parole emerge la volontà di donare alla protagonista una forte individualità negata dal passato. Diciassette atti portati in scena dalla compagnia “Colori proibiti” che toccano i punti salienti per far capire allo spettatore il suo travaglio interiore.

“Ho tentato di tirare giù Elena di Troia dalla leggenda che la vuole fonte di sciagura e di farne una donna fra uomini. Tra di loro l’eterno gioco dell’amore, dei fraintendimenti, del caso. Ma non c’è nulla di gentile in questo gioco perché l’amore malato trasforma in prede e predatori, in una lotta per la sopravvivenza al termine della quale non ci saranno né vinti né vincitori, ma soltanto il silenzio che il tempo impone alle cose” ha dichiarato il regista Stefano Napoli.

La Compagnia sarà in scena a Milano al Teatro Franco Parenti a maggio con lo spettacolo.

Alessia Aleo

Odi et Amo. L’8 marzo secondo il web

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“Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico.”

Queste parole di Oriana Fallaci sono impresse nella mia mente più di molte altre. Chissà perché leggiamo miliardi di frasi al giorno, migliaia di libri in una vita, ma solo alcune espressioni martellano nel cervello con ricorrenza. La frase, tratta da uno dei libri più belli e purtroppo meno noti della condizione femminile – Il Sesso Inutile – esprime precisamente la problematica dell’essere donna, ovvero dell’essere stata una controparte da schiacciare, una creatura subordinata, che quando invade spazi che non le appartengono merita un trafiletto a parte.

La sindac-a merita, ad esempio, un dibattito linguistico. Io per prima supporto la consapevolezza del sessismo nella lingua italiana. Ma ammettere che ci sia bisogno di un dibattito, se da un lato è spia di un cambiamento nella percezione del femminino, dall’altro è constatazione del fatto che per troppo tempo le donne sono state relegate in un universo a parte, fatto di privazione, prevaricazione, sopraffazione, tanto fisica quanto psicologica. Il velo di Maya è stato sollevato: cinema libri e teatro indagano la storia dell’asimmetria sessuale. Il boom e le relative parodie (il camionisto?) ci hanno travolto così tanto, anche attraverso i social network, che a volte quasi mi annoio, proprio io che ho fatto degli studi di genere una delle mie più grandi passioni. Ma sì, perché spesso è solo chiacchiera, retorica. Spesso non c’è riflessione dietro le prese di posizioni, le battute e gli sbuffi. Spesso non c’è reale attenzione.

Il sessismo linguistico c’è, ma non si vede. Istruzioni per il (dis)uso

La festa della donna, o meglio La Giornata internazionale della Donna, è una di quelle occasioni in cui la considerazione di Oriana non mi abbandona. Da un lato è chiaramente un espediente per celebrare una minoranza che si è emancipata, dall’altro non fa che sottolineare la differenza con l’altro sesso.

Le origini della celebrazione sono state molto dibattute, per un periodo sono state associate erroneamente a un incendio in cui morirono molte operaie. In questa sede, però, la redazione di CulturaMente ha voluto coinvolgere lettori e lettrici per capire come l’8 marzo sia percepito nel 2019. Alcuni lo ignorano, altri non lo sopportano, altri sono confusi circa le sue origini.

#DomanDONNA: Cosa significa l’8 marzo per te?

Da Facebook: Letteratura e Cultura al Femminile

Marina: Da una parte un’occasione per sorridere, eventualmente per festeggiare, dall’altra la seccatura delle mimose in ogni dove, del trovarsi, quasi obbligatoriamente, solo tra donne e magari commentare i soliti triti stereotipi di genere. Chiedersi se ci sia bisogno di queste feste celebrative di madri, padri, nonni, zii, donna (uomo ancora non mi pare ci sia, ma si è sempre in tempo a sfornarla). Insomma le feste le celebra chi vuole e chi non vuole si astenga, serenamente.

Maria Grazia: Io faccio cosi, mi festeggio tutti i giorni perché tutti i giorni lotto, mi arrabbio, arrivo stanca morta la sera.

Emma: Più che una festa, per me è un giorno di memoria riguardo ai soprusi, alle esclusioni, alle svalutazioni di cui le donne sono state e sono oggetto da parte di chi, uomo, ha il potere. Un giorno per far conoscere ai giovani le condizioni in cui sono vissute le loro antenate e in cui le donne tuttora vivono in molte parti del mondo.

Orietta: Una ricorrenza internazionale per rammentare da un lato le conquiste sociali e politiche e dall’altro le violenze e le discriminazioni di cui le donne, purtroppo, sono state e sono tutt’oggi oggetto ovunque.

Angela: un giorno dove ricordare che delle donne innocenti hanno perso la vita, e ricordarsi di vivere ogni giorno rispettando la parola “donna” non festeggiando l’8 marzo, ma cercando di esser felice tutto l’anno.

Silvia: Mi irrita parecchio. Tutti con le donne per un giorno, e il resto del tempo sessismo, violenza, volgarità e stereotipi. Ci fossero almeno x un giorno meno tette e culi in tv…

Dalle nostre pagine Facebook e Instagram:

Paola: Tutte le volte che si avvicina la giornata dell’ 8 marzo, avverto una sorta di inadeguatezza. Non sono certo io a scoprire e, certamente da ora, che quella che dovrebbe essere una ricorrenza fortemente significativa, non viene più vissuta come tale. Anzi è stata fagocitata da un magma quasi di ” moda”.  Triturata, digerita e assemblata come un S.Valentino monosex. L’ennesima festa consumo, o peggio ancora, come la giornata della libertà di fare ciò che è scientificamente negato tutto l’anno. Per oggi ti/ mi concedo un giorno in cui fare ciò che non puoi/posso fare negli altri 364 giorni.  E via con tristissime cene solodonne, via alla ricerca di localucci squallidi dove ammirare “maschi” oliati e depilati, ultimo baluardo dell’emancipazione: anche noi possiamo mettere negli slippini dei poveri cristi che arrotondano ( magari cassaintegrati chissà) i nostri fogli da 20 euro, così come han sempre fatto gli uomini. Drammatico e terribile. Dall’altro lato c’è poi la componente militante, che giustamente non si arrende a queste dinamiche e ripropone ciclicamente le consuete iniziative, fatte di dibattiti e cene militanti, per ricordare quella guerrigliera o per riportare su temi prevalentemente di genere l’attenzione e la riflessione.  Tutto molto giusto, molto importante. Ma, e forse sono io particolarmente riluttante, mi appare tutto come stanco, autocelebrativo, inutile. Ecco il senso di inadeguatezza, di chi, come me, ritiene le questioni di genere determinanti per la trasformazione della società. Quell’inadeguatezza di chi vede che non si riesce a tradurre in un linguaggio allo stesso tempo provocatorio da una parte e comprensibile dall’altra, la propria necessità di incidere. A pelle si sentono cose a cui le parole non sanno dare nome, diceva Alda Merini…

Anna: È implicito che viviamo in una società che non è fondata sul rispetto.

Elena: Non è una “festa”, tanto per incominciare.

Mary: Secondo me non è bello festeggiare dopo quello che e’ successo 8 marzo di anni fa.

Emma: Una delle tante occasioni per parlare della parità di genere. Gli uomini non la hanno perché la matrice sessista della cultura è patriarcale. E quando sento che la festa delle donne è tutti i giorni, non capisco perché l’8 marzo debba essere discriminato. 😀

Le risposte dei nostri culturini:

Marco Rossi:  Io voglio festeggiare la donna sempre. Visto che la donna è ancora maltrattata, nonostante i passi avanti che sono stati indubbiamente fatti, celebrarla per un giorno e poi continuare a maltrattarla mi sembra molto ipocrita.

Ambra Martino: Insofferenza. È la giornata dell’insofferenza ormai, perché le persone ormai in questo giorno si lamentano: delle donne che ne approfittano in serata per vivere liberamente la loro sessualità (come non hanno il coraggio di fare durante tutto l’anno, aggiungerei per alcune), che “la donna va festeggiata tutto l’anno”, che non esiste una festa per gli uomini, etc etc. Personalmente per me questa festa non ha mai significato NULLA. Sempre stata una giornata come le altre, in cui forse ogni tanto qualcuno mi ha regalato una mimosa, forse eh, una giornata in cui il focus dei giornali e dei programmi tv è interamente sul genere femminile: femminicidi, femminismo, disparità tra generi…  Io mi chiedo ma gli uomini in tutto questo dove stanno? Sempre a fare i paraventi con frasette standard sulle donne l’8 Marzo e pronti a fare i misogini appena scatta la mezzanotte ed è il 9 marzo! Perché la disparità ci si ricorda di combatterla solo l’8 Marzo, perché i temi vengono affrontato spesso soprattutto dalle donne? Perché l’8 Marzo noi donne siamo tutte pacioccone tra noi, tutte un “volemose bene”, e tutto l’anno ci giudichiamo a vicenda?  Questa festa è ipocrita e qual è la sua utilità concreta? Ricordarsi una volta all’anno di non picchiare una donna?  E poi basta con questi discorsi sulle donne e sugli uomini, quando capiremo che siamo tutte PERSONE (cisgender, transgender, non binarie non fa differenza!) allora non ci sarà più bisogno di feste come l’8 Marzo o magari invece di farla rimanere come “la festa delle donne” diventerà la festa dell’equità!

Francesco Fario: Perché fare una festa? Il mondo femminile non ha bisogno di un Giorno per sentirsi speciale…Ammetto però che con i tempi che corrono è giusto ribadire il sentimento primario di questo giorno: distruggere quella schifosa idea ‘machista’ che torna a circolare nella nostra quotidianità. E a voi, #Donne che vivete in questo mondo, non dimenticate mai che lo schiaffo non è amore o giustificazione.  Ognuno ha la sua vita: volete vivere per i figli? Bello! Per la carriera? Fantastico. Per mangiare? Ottimo. Siate comunque sempre Donne: lunatiche, sensuali, capaci, intelligenti, potenti, autorevoli….tutto! Ma non combattete mai tra voi: non giudicate chi vive diversamente, chi mangia diverso, chi pubblica cosa o NON pubblica.  Altrimenti….non distruggeremo mai le orrende, cinquecentesche, sessiste convinzioni (come l’intelligenza sessuale superiore), locuzioni (come l’idea che una donna determinata sia ‘cazzuta’ o ‘con le palle’) e manifestazioni.

Cristian Pandolfino: Io le donne le festeggio ogni giorno. Tutto qui.

Federica Crisci: Come tutte le ricorrenze, va presa per ciò che è. Una data in cui si dà più attenzione a una particolare cosa perché ogni tanto serve… ma questo non vuol dire mimose l’8 marzo e poi mi impunto che devo dire “ministro” facendo le battute stupide su “baristo” e “camionisto”. Prendiamolo come spunto per renderci sempre più conto di che cosa significa la differenza di genere e cosa possiamo fare nel nostro piccolo per evitarla. Poi che sia anche una trovatacommerciale e bla bla bla, sì, ma cosa non lo è al giorno d’oggi? ?

Serena Cospito: Per me l’ #8marzo è un ricordo… Ricordo di profumo di primavera, di quell’aria adrenalinica ed effervescente che mi regalò Roma… Non ricordo l’anno esatto… Le immagini sono del Pantheon e di quel sole delicato che ti accarezza il viso. Questo è per me l’#8marzo. E spero di non dimenticare mai questo ricordo e queste sensazioni che porto ancora con me.

Serena Vissani: Vogliamo prenderlo come un giorno di riflessione per parlare di una parità oggettiva ma ancora inesistente? Possibile… ma sorge un dubbio: servirà sul serio a qualcosa o sarà solo mera retorica?

Simona Specchio: Che mondo sarebbe senza le donne? Per me l’#8marzo è una giornata per celebrare la donna in tutte le sue sfaccettature.

Valeria de Bari: Per me è sempre stata la giornata in cui mi chiudo in casa, mi stendo sul divano e rifiuto tutte le richieste di uscita per protesta.

Laura Padoan: Per me la festa della donna è amicizia. L’otto marzo esco con le vecchie amicizie, a cui si aggiunge sempre qualche new entry. Le amiche, quelle che vedo solo l’8 marzo perché il resto dell’anno organizzare è un delirio ma per la festa della donna i mariti non possono non tenere i figli, i fidanzati non possono rompere le scatole e via dicendo. Sì, per me l’otto marzo è la pizzata in una pizzeria a caso, caffè, ammazzacaffè e tante risate, quelle genuine e che fanno stare bene 🙂

 

E per te, cosa vuol dire?

 

Alessia Pizzi

Per la Festa della Donna regalale un Orgasmo… A teatro!

Torna in replica nel week end dell’8 marzo al teatro Mr Kaos di Roma l’irriverente commedia tutta al femminile “Orgasmo… Pulp o fiction?”.

Una commedia scritta da Alessandra Flamini con tutta la sua scoppiettante ironia. Una commedia gustosa, irriverente, piena di dialoghi, battute brillanti e momenti comici. Una commedia scritta da una donna, recitata da cinque donne e indirizzata alle donne.

Perché in questa commedia si parla di orgasmo femminile.

A quanto pare la metà delle donne fingerebbe l’orgasmo con il proprio partner e non sarebbe sessualmente soddisfatta. Partendo da questo dato nascerebbe “Orgasmo… Pulp o fiction?”. Le cinque bravissime interpreti Monica Carocci, Maria Silvia de Sanctis, Alessandra Flamini, Katia Valentini e Oriana Pizzuti si interrogano sull’essenza dell’orgasmo. Esiste? Qualcuna lo ha mai provato? Che entità ha? E soprattutto: come fare a provarlo ancora?

La routine di coppia spesso appiattisce la vita sessuale non permettendo di raggiungere il piacere estremo.

E il sesso occasionale? È forse meglio? La risposta è “no”! Gli uomini sono troppo concentrati a sfoggiare la loro bravura dimenticandosi di far raggiungere il piacere alla propria partner. E allora cosa fanno le cinque protagoniste della commedia “Orgasmo… Pulp o fiction?” per sopravvivere?

Si uniscono in un’associazione chiamata W.O.L.F. (W l’Orgasmo Libero Femminile) al cui vertice sta il misterioso Dottor Wolf che, come in Pulp Fiction, dovrebbe risolvere i problemi. Questa associazione è per le cinque donne una specie di terapia di gruppo in cui ognuna racconta la sua esperienza (o inesperienza) e la sua ricerca (o la sua fuga) dell’orgasmo.

Un gruppo di cinque donne disposte ad allenarsi come in Full Metal Jacket pur di scoprire i propri punti del piacere; e a imparare a fingere l’orgasmo tanto bene da abbreviare i tempi del rapporto sessuale considerato noioso e una perdita di tempo.

Cosa combineranno? Vincerà il piacere dei sensi? O sarà meglio continuare a fingere?

“Orgasmo… Pulp o fiction?” mostra la sua vicinanza a donne dal partner poco generoso e punta il dito contro gli uomini, rei di fare troppo poco sotto le lenzuola.

Perché ridere delle proprie disgrazie è il miglior modo per esorcizzarle.

“Orgasmo… Pulp o fiction?” lo trovate in replica al teatro Mr Kaos, in via Antonio Dionisi 50 di Roma dall’8 al 10 Marzo 2019.

Solo a Mr Kaos gli attori recitano in un cubo – la cosiddetta “Skatola” – di circa cinque metri quadri con pareti perlopiù trasparenti da cui il pubblico può sbirciare filtrando lo sguardo all’interno dello spazio scenico. Solo qui lo spettatore può scegliere di guardare lo spettacolo come se fosse un voyeur.

I posti a sedere degli spettacoli infatti possono essere fissi, oppure mobili. Questi ultimi permettono di cambiare punto di vista e lasciar decidere allo spettatore da quale angolazione osservare la scena.

La Skatola è così un modo di fruire il teatro assolutamente nuovo, divertente e dinamico.

È così che lo spettatore si fa regista e può scegliere da quale personalissima “inquadratura” godere dello spettacolo in un determinato momento.

Dall’8 al 10 Marzo 2019 (venerdì, sabato e domenica)
Venerdì e Sabato (doppia) ore 20,30 e ore 22,00
Domenica ore 19,00

Caldamente consigliata la prenotazione a infomisterkaos@gmail.com o al numero 3273087387.

“Orgasmo… Pulp o fiction?”
Di Alessandra Flamini
Con Monica Carocci, Maria Silvia de Sanctis, Alessandra Flamini, Katia Valentini Oriana Pizzuti
E con il Dr. WOLF – W l’Orgasmo Libero Femminile
Regia di Mauro Fanoni

Il biglietto per assistere allo spettacolo dal posto fisso costa 7 euro (+ 3 euro di tessera associativa), mentre per vederlo da una prospettiva “voyeuristica” costa 10 euro (+3 euro di tessera associativa).

 

Francesca Blasi

Stanley Kubrick, i film del più grande regista di sempre

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Il 7 marzo 1999, oltre venti anni fa, moriva Stanley Kubrick. E io parto subito con le dichiarazioni audaci: è stato il più grande regista della storia del cinema. Un’opinione personale, certamente, ma per la quale non voglio usare i “forse” o scrivere “uno dei”. Il più grande, e basta.

Sicuramente il più cult, il più citato, il più influente, quello con la filmografia più impressionante. Il maniaco del controllo per antonomasia, il perfezionista che ha attraversato tutti i generi, l’uomo che già in carriera è diventato leggenda con quelle pause via via sempre più corpose tra un film e l’altro, il cineasta che ha travalicato il senso stesso del cinema.

Venti anni senza Kubrick sono tanti, ma per fortuna ci ha lasciato tanto da vedere e discutere ancora oggi. E noi vogliamo ricordarlo attraverso i suoi capolavori, invitandovi ancora una volta a recuperarli.

.Paura e desiderio (1953)

Il lungometraggio d’esordio di Stanley Kubrick è un film a bassissimo costo auto-finanziato e con un team di appena 15 membri, attori inclusi. La storia si svolge durante una non precisata guerra tra due paesi non identificabili: un plotone di soldati si perde in una foresta e dopo mille difficoltà riesce ad uccidere un gruppo di nemici, per poi scoprire alla fine che incredibilmente le vittime hanno i loro stessi identici volti.

Paura e Desiderio tecnicamente non è paragonabilie ai film successivi del regista, ha tutti i limiti dell’opera prima amplificati dalle difficoltà produttive e Kubrick stesso negli anni successivi lo ha definito dimenticabile. Nonostante ciò il film ha già in nuce i temi della sua filmografia e soprattutto una forza espressiva incredibile. Si parla di guerra (un setting che Kubrick ha più volte sfruttato) e del dramma che la violenza porta nelle vite umane, la spersonalizzazione dei conflitti e della vita militare.

Il bacio dell’assassino (1955)

Qui Stanley Kubrick lavora per l’ultima volta in carriera (cosa incredibile essendo appena il secondo film) su una sceneggiatura completamente originale. Col senno di poi questo si rivela essere uno dei maggiori difetti del film, che lo porterà nel futuro a ricorrere sempre a valide fonti letterarie. La storia di un pugile fallito che si innamora della sua vicina di casa e cerca di salvarla dall’ex fidanzato, violento e ossessivo, riesce a metà: ci troviamo di fronte ad una storia poco originale, priva di guizzi, con personaggi deboli, classica nella struttura e nello svolgimento che tarpa le ali anche alla creatività del regista.

Kubrick riesce a lasciare il segno solo nella bellissima scena finale, non a caso la migliore dell’intero film, la lotta tra il pugile Davey e il violento Vincent all’interno di un magazzino di manichini, uno scenario dispersivo e destabilizzanti in cui i volti e i corpi dei protagonisti si confondono con quelli dei manichini, un luogo surreale, una metafora della vita dei protagonisti marionette nelle mani di qualcun altro.

Rapina a mano armata (1956)

Dietro ad una classica storia di rapina organizzata da un gruppo di conoscenti e insospettabili si nasconde un film completamente nuovo per il genere nel 1956, narrato in maniera non lineare, destrutturato cronologicamente con diversi salti temporali indietro e in avanti, il cui punto forte è la rapina all’ippodromo raccontata con la tecnica del flashback sincronico, vale a dire mostrata a più riprese da diversi punti di vista dei vari personaggi.

Ma non è solo il totale controllo del mezzo tecnico e la creatività visiva unica a rendere grande il film, il talento di Kubrick esce anche dalla forza espressiva e dal modo di caratterizzare psicologicamente i personaggi, disegnando un gruppo eterogeneo di uomini deboli, indecisi, vittime della vita, dei loro problemi e delle loro scelte. È la rapina perfetta organizzata passo dopo passo demolita dal caso contro il quale l’uomo così imperfetto non può fare nulla.

Orizzonti di Gloria  (1957)

Come tutti sanno, Stanley Kubrick è stato un regista estremamente versatile, in grado di realizzare film sempre diversi passando per tanti generi. In realtà, scorrendo la sua filmografia, c’è un genere che ha ripetuto e ha destato spesso la sua attenzione: il film bellico. Kubrick, raccontando la guerra e ogni singolo aspetta che la riguarda, ha esplorato e raccontato gli istinti primordiali dell’uomo e la miseria della condizione umana. In questo senso Orizzonti di Gloria è una delle più importanti opere antimilitariste di sempre, in cui l’onore e i codici bellici sono fortemente criticati per tenere in primo piano l’elemento umano.

E per chi ha sempre rimproverato a Kubrick di essere troppo freddo e distaccato, si andasse a rivedere il commovente finale di questo film.

Spartacus (1960)

Ad appena 31 anni Stanley Kubrick coglie l’occasione di girare uno dei film più maestosi e importanti nella storia del cinema fino a quel momento, ma non riuscirà mai a prendere davvero in mano il controllo sullo stile della pellicola: ad oggi questo rimane essenzialmente il film di Kirk Douglas, un titolo dalla trama stranota che si inserisce nel lungo filone di quegli anni di film epici in costume ispirati all’antica Roma, un prodotto essenzialmente commerciale totalmente in mano alle decisioni e ai capricci della sua star principale. Forse uno dei migliori film del genere, ma pur sempre solo un film di quel filone senza mai trovare un vero salto di qualità.

Da questo momento Kubrick capirà che dovrà avere il totale controllo su ogni fase della produzione, dalla nascita dell’idea del film fino alla distribuzione nelle sale, passando in mezzo per tutte le altre fasi cruciali. Da questo punto di vista dobbiamo ringraziare Spartacus per aver creato quel Kubrick che farà nascere capolavori in sequenza negli anni successivi.

Lolita (1962)

Quando il film uscì, la tagline di presentazione era: “Come hanno fatto a fare un film di Lolita?”. Rispondo io: non ci sono riusciti. Perché il film è diverso dal libro di Nabokov, complesso in modo diverso, approfondisce ed esalta altri aspetti. Prendiamo ad esempio la sequenza iniziale: il film si apre con l’omicidio di Humbert ai danni di Quilty, reo di avergli rubato l’amore di Lolita. Nel romanzo questo è il capitolo finale. Kubrick sceglie di partire dalla fine per due motivi: primo, non è suo interesse far seguire allo spettatore una trama normale che vada dal punto A al punto B, bensì farlo concentrare sulla psicologia e sui sentimenti dei protagonisti che hanno motivato le azioni appena viste; secondo, il protagonista è presentato, ancora prima che come pedofilo, anche come omicida, per cui empatizzare col personaggio è ancora più lacerante.

Poi, per motivi di censura, tutte le scene erotiche e i suoi accenni sono lasciati all’immaginazione. Il desiderio sessuale non è materiale, ma sempre percepito in ogni scena. Prevale l’atmosfera e l’introspezione delle azioni e delle scelte invece che il lato torbido e morboso, lasciando così che anche gli spettatori più tradizionali intendessero in modo meno scabroso una storia di pedofilia. Una storia popolata da personaggi cattivi e cinici, a cui Kubrick aggiunge sempre un gusto unico per il grottesco al posto giusto al momento giusto.

Il dottor Stranamore  (1964)

Kubrick lo ha detto più volte: lui voleva realizzare un film serio sui pericoli della Guerra Fredda, ma solo lavorando alla stesura della sceneggiatura si rese conto di quanto fosse surreale e assurda la situazione, di quanto il rischio della fine del mondo causata da precisi comportamenti umani fosso troppo folle per essere raccontato in maniera seria e drammatica. E così nasce una delle migliori commedie di tutti i tempi, un film divertente, folle, anche inquietante, sicuramente il più anarchico di Stanley Kubrick.

Forse la più grande e più efficace satira politica mai realizzata, per l’intelligentissima sceneggiatura, per il sapiente uso delle location, per le straordinarie prove degli attori (Peter Sellers mattatore in tre ruoli), per l’audacia della tematica e soprattutto del modo in cui viene trattata e adattata in un precisissimo momento storico.

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2001: Odissea nello Spazio (1968)

In più di cinquant’anni fiumi di parole sono state usate, scritte, spesso sprecate per parlare non di un film, non di un capolavoro del cinema, ma di una delle vette massime dell’arte del secolo scorso. Parole superflue, perché nulla può davvero spiegare la profondità, il fascino, il mistero di un’opera che cerca di indagare e esplorare il significato della vita e cosa vuol dire essere umani.

Dalla notte dei tempi le solite domande esistenziali (chi siamo, cosa facciamo, quale è il nostro scopo) hanno impegnato le menti di grandi filosofi e non solo, e Kubrick ha dimostrato che anche il cinema ha il diritto, la forza, la capacità, le potenzialità di entrare e dire la sua in questa infinita discussione.

Arancia Meccanica (1971)

Stanley Kubrick appartiene a quella ristretta cerchia di registi le cui opere possono essere quasi tutte considerate cult. Arancia Meccanica, tuttavia, è forse il suo film più caratteristico, trasportato velocemente nell’immaginario collettivo per mezzo di molteplici ingredienti. In primis i personaggi, cinici e violenti, inseriti in un’ambiente ancora più cinico e più violento. E poi, ampliando il significato tratto dal romanzo di Anthony Burgess, è il discorso sulla violenza a fare la differenza. È l’uomo cattivo, perché incapace di reprimere i propri istinti violenti, oppure la società perché a forza vuole reprimerli, applicando un altro tipo di violenza?

Arancia Meccanica rimane, ancora oggi, il più potente film sul tema del libro arbitrio, un’analisi efficace proprio perché controversa e politicamente scorretta. Quando uscì una parte di pubblico accusò Kubrick di essere stato troppo diretto nella rappresentazione del messaggio. In realtà è un controsenso: un film con un così forte messaggio relativo alla violenza – da non confondere con un film che semplicemente contiene violenza e la utilizza come puro spettacolo – difficilmente può evitare scene dirette e crude. Dopotutto, show and don’t tell.

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Barry Lyindon (1975)

Spesso, il difetto che i detrattori di Stanley Kubrick usano per criticarlo, è la sua freddezza e distacco dagli eventi che porta in scena. Non a caso, anche un capolavoro assoluto come Barry Lyndon è ricordato soprattutto per la messa in scena, per le inquadrature impeccabili, pittoriche nel vero senso della parola, per l’incredibile ricostruzione d’epoca, per l’impareggiabile fotografia qui tutta giocata sulle luci vere e su speciali lenti il cui aneddoto è ormai leggendario per ogni appassionato di cinema. E tutto questo è verissimo, per un regista famoso come maniacale e perfezionista, questo è il suo film più formalmente perfetto.

Barry Lyndon però è anche altro, una storia fantastica ed enormemente emozionale, l’ascesa e la caduta di un uomo raccontata con ironia e malinconia. Insomma, un film perfetto.

Shining  (1980)

L’orrore non è l’uso del mezzo scenico, ma spesso e volentieri proviene dalla pausa viscerale e dal terrore psicologico. Quando un film ha tutti gli elementi menzionati, oltre che una resa scenica pazzesca ed una interpretazione monumentale al centro, non c’è timore nel dire di trovarsi ad uno dei miglior horror di tutti i tempi.

Si potrebbero dire tante parole su questo film, sui momenti iconici creati, sulle immagini entrate nella cultura pop. Basta pensare alle teorie, spesso folli, e alle valanghe di interpretazioni seguite all’uscita della pellicola per capire già cosa vuol dire creare un capolavoro. Ma la carica emotiva che le immagini trasmettono supera ogni razionalità. Non è un film da raccontare, ma da vedere.

Full Metal Jacket (1987)

Il regista che ha attraversato tanti e così diversi generi ritorna a quello a cui pare più legato: la satira anti-bellica. Film durissimo, che cucina lo spettatore mescolando l’umorismo nero della prima parte, che condanna la disumanizzazione dell’addestramento militare, alla pura realtà del conflitto sul campo della seconda parte, in cui non c’è più scampo per scappatoie morali.

La guerra uccide gli uomini, e chi sopravvive è trasformato in una macchina senza sentimenti: un insegnamento autentico che ci ha lasciato il grande regista.

Eyes Wide Shut  (1999)

L’ultimo film del più grande regista di tutti i tempi è diventato fin dalla sua uscita esattamente come il suo autore: mitico. Per la lunga lavorazione e per la lunga attesa, per la morte di Kubrick prima dell’uscita (ma fece in tempo a finire il montaggio), per la sua tematica che secondo molti portò alla dissoluzione nella vita reale della coppia di protagonisti sullo schermo, Tom Cruise e Nicole Kidman.

Stanley Kubrick per il suo testamento cinematografico lascia da parte fantascienza, guerra, orrore e ideologia per tornare al quotidiano, raccontando la crisi di coppia, il sesso, le bugie, le paure e l’intimità. Basta un solo sogno, l’immagine della moglie che lo tradisce con un altro uomo, per gettare il marito in una crisi di coscienza. I sogni son desideri, si dice, ma molto spesso si possono trasformare in incubi reali. Kubrick ce lo ricorda col suo ineffabile tocco, l’addio di un maestro che rimane insostituibile nella storia del cinema.

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Emanuele D’Aniello

Tra i personaggi di Grey’s Anatomy spunta Baby di Dirty Dancing

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Dopo quindici stagioni Grey’s Anatomy è ancora una serie tv da vedere, da apprezzare.

Quando lo dico in giro mi guardano tutti con gli occhi sbarrati come se avessi detto chissà quale assurdità. Eppure, che lo crediate o meno, che lo accettiate o meno, che lo vediate o meno, Grey’s Anatomy è arrivato alla fine della quindicesima stagione e ancora ci fa palpitare come alla prima.

Più volte nel corso degli anni mi sono chiesta quale fosse il segreto del medical drama più intricato d’America, visto che solitamente le serie tv migliori chiudono dopo sette, otto stagioni (penso a Buffy e a Streghe, ad esempio) oppure hanno un calo inarrestabile, tipo The Walking Dead.

Le streghe son tornate: lesbiche e latino-americane

Anche GA ha avuto i suoi momenti, ma si è sempre ripresa alla grande. Sarà che la Shonda internazionale non si è mai fatta scrupoli e ha ucciso tutti a destra e a manca? Come dimenticare l’incidente aereo dove Lexie e Mark perdono la vita o l’atroce morte di Derek: è vero, a volte sono state morti “indotte” dal mancato rinnovamento di contratto per scelta degli attori, ma altre volte non ce lo aspettavamo affatto.

Come la morte, anche la malattia è un tema primario. Direte grazie – visto che è una serie tv incentrata su un ospedale. Però in Grey’s Anatomy vita, morte e malattia non sono mai legate solo all’ambiente ospedaliero, bensì si intrecciano alla vita dei medici protagonisti mettendoli sullo stesso piano dei pazienti. Fattore che molto spesso dimentichiamo: i medici sono esseri umani con in mano le vita di altri esseri umani.

La malattia, dopo aver colpito Izzie e poi Amelia con un tumore al cervello, piomba sulla forte Catherine. Un personaggio davvero intrigante, dalle mille sfaccettature. Una donna che abbiamo scoperto e apprezzato nel tempo, conoscendone forza e fragilità.

Chi ha dimenticato di essere umana nelle ultime stagioni è proprio la protagonista: Meredith dopo la morte di Derek si è trasformata in un vero e proprio automa. Già prima aveva difficoltà a esprimere i propri sentimenti, pensate ora. Ma, è ed questa la più dolce sorpresa della quindicesima stagione, la dottoressa Grey ritroverà l’amore. Ed è molto divertente vederla giocare a nascondino, fare la provocatrice, come faceva nelle prime stagioni, quando voleva punire Derek per la sua poca coerenza. Meredith ha trovato un suo equilibrio nella vita, come madre e medico, ma è arrivato il momento di vedere tornare in azione la donna.

Momenti duri, invece, per Amelia ora che Owen avrà un bambino da Teddy. Quest’ultima, con una naturalezza pazzesca si è avvicinata a Tom. Una coppia questa che promette davvero di farci sognare. Il tenente Altman meriterebbe un po’ di serenità visto che da anni è innamorata del suo migliore amico, mentre il neurochirurgo mentore di Amelia palesa tutta la tenerezza che già aveva rivelato ad April. Insomma, Tom è un uomo tutto da scoprire, con un lato sensibile che sta facendo palpitare il cuore della tenera Teddy, già sconvolta dagli ormoni della gravidanza! Owen ha scelto Amelia, ma sembra geloso della nuova unione. È bastato uno sguardo per far intimorire Amelia, sempre sensibile ed empatica. Non si meriterebbe davvero una coltellata del genere dopo tutta la comprensione dimostrata nei confronti della situazione.

Dulcis in fundo arriva nel cast anche Jennifer Grey. Il nome non vi dice nulla? E se nominassi Dirty Dancing suonerebbe qualche campanella nel vostro cervello? Esatto, la timida Baby si emancipa dall’angolo in cui è stata relegata in questi anni (chi l’ha più vista?) ed entra nel cast come madre di Betty/Britney, la figlia adottiva di Amelia. Questa new entry già sta mettendo a dura prova la coppia, visto che Owen, per paura di perdere Leo, si sta accanendo contro Amelia.

Dirty Dancing: 30 anni di romanticismo e vecchi tabù

Ed ecco svelato forse il segreto di Grey’s Anatomy: la complessa psicologia con cui vengono scritti i personaggi. Non si tratta di un medical drama qualsiasi. Dietro i protagonisti ci sono delle storie, che poi sono le nostre storie, quelle dell’essere umano. C’è la solitudine, l’apatia, il dolore, ma c’è anche la gioia, l’amore e la speranza.

Alessia Pizzi

Immagine in evidenza: collage di 2 immagini di commons.wikimedia.org. L’immagine a destra è di Luigi Novi.

Alberto Angela torna a divulgare… dal 12 Marzo!

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Martedì 12 Marzo, torna su Rai, il programma culturale Meraviglie – La penisola dei tesori di Alberto Angela.

Meraviglie – La penisola dei tesori, il programma di Alberto Angela che ha riuniuto moltissimi consensi nella scorsa stagione, torna anche quest’anno con 4 puntate dedicate ai patrimoni dell’Unesco.

La costiera amalfitana, Roma, Mantova, Urbino, Napoli, Lecce… questi alcuni dei luoghi che verranno raccontati. Le puntate (rispettivamente 12 e 19 Marzo e 2 e 9 Aprile) racconteranno nel totale 12 luoghi della penisola considerati patrimonio dell’umanità.

Al pari degli altri programmi televisivi a carattere culturale promossi da Angela figlio, Meraviglie ha riscosso un interesse e una partecipazione del pubblico tale da pensare subito ad una seconda edizione.

Ma perché nell’era dei reality show, un programma culturale riscontra tanto successo?

Possibile che Meraviglie svegli l’orgoglio patrio, mentre facciamo zapping tra Uomini e Donne e Alta Infedeltà? Tra le mille contradditorietà di questo nostro Paese, si insinua anche questo inspiegabile interesse per la cultura e l’arte.

Ad Alberto Angela, così come a suo padre Piero, dobbiamo riconoscere un grandissimo dono, ovvero quello di riuscire a esprire concetti estremamente complessi con una semplicità tale per cui tutto diventa comprensibile anche per un non “addetto ai lavori”.

Mettiamo per un momento da parte l’indiscusso fascino del presentatore.

Alberto Angela porta all’attenzione delle classi medie la grandiosità del Colosseo con la stessa semplicità con cui viene proclamato il vincitore di Amici e spiega fenomeni complessi come l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C con la stessa chiarezza con cui alla Prova del cuoco preparano la maionese.

Il dono degli Angela è quello di saper raccontare qualsiasi argomento di carattere scientifico-culturale, come se fosse la favola della buonanotte. Ti fa sentire protetto, ti scalda il cuore e ti lascia addormentare con il sorriso sulle labbra.

Dopo il successo di Passaggio a Nord-Ovest e di Ulisse, Meraviglie segna definitivamente il successo del concetto di “cultura” degli Angela. Una cultura alta, come quella della tradizione italiana, che però deve riuscire a scendere dagli scranni ammademici delle università, per dischiudersi e lasciarsi comprendere anche da chi, nella vita, si occupa di altro.

“Il mio falegname, con 30.000 Lire, me la fa meglio” cit.

In un periodo storico in cui si è imposta la convinzione sociale del “ho un cugino che…” e dell’orgoglio della “università della vita“, l’ammirazione e l’interesse per programmi culturali semplici e approfonditi, dotti e comprensibili, sono un barlume di speranza. Lo scollamento gramsciano tra massa e ceto intellettuale sembra aver raggiunto un punto di massima rottura, ma forse non tutto è perduto. L’ammirazione verso uno “studioso” si accompagna di pari passo con l’umiltà della condivisione del sapere da parte di chi lo espone.

Con Meraviglie, Alberto Angela vuole sollecitare la consapevolezza nazionale verso la grandezza artistica e paesaggistica della nostra penisola. Attenzione però a non confondere tale invito all’orgoglio patrio e nazionalistico. La comprensione e la conoscenza devono conferire strumenti di analisi e di ragionamento utili nella realtà. Ponendosi completamente al di fuori del dibattito politico in temi di istruzione e beni culturali, la “mossa” del team di Meraviglie è quella di lavorare con una goccia che scava la roccia. Combattere la prigione dell’ignoranza, scavando con un piccolo cucchiaio. Conoscere è il primo passo per essere liberi. 

Va ovviamente aggiunto che non deve essere questa l’unica strada percorribile. Per quanto possiamo riconoscere un indubbio merito agli Angela, non possiamo ritenere che tutto ciò sia sufficiente. Tuttavia, tutto il clamore e l’interesse suscitati, potrebbero costituire un spunto di partenza per una riflessione più ampia.

Intanto che aspettiamo il migliore dei mondi possibili, possiamo addivanarci e prepararci a partire insieme per le Meraviglie d’Italia!

Vi lasciamo qui con il commento alla prima puntata:

Tutti pazzi per Alberto Angela: Le Meraviglie non deludono mai!

e con il commento alla seconda:

Meraviglie e altri rimedi: tutti in viaggio con Alberto Angela

Serena Vissani

 

“Fa’ la cosa Giusta” uno spaccato di realtà firmato Spike Lee

Titolo originale: Do the right thing
Regista: Spike Lee
Sceneggiatura:  Spike Lee
Genere: drammatico
Cast principale: Danny Aiello, John Turturro, Spike Lee, Rosie Perez, Ossie Davis, Bill Nunn, Gianfranco Esposito
Nazione: USA
Anno: 1989

“Tutti i film nominati dicono una verità, ma ce ne sono alcuni che la dicono di più. Il miglior film dell’anno non è tra i candidati ed è Fa’ la cosa giusta”. (Kim Basinger, notte degli Oscar 1990)

Sono gli anni 80, gli anni della black music, degli short bikers, dei colori fluorescenti e dell’eccentricità. New York è un agglomerato di culture che ogni giorno interagiscono e convivono, non sempre pacificamente.
 È il caso di Bedford Stuyvesant (anche detto Bed-Stuy) un ghetto multiculturale di ispanici, italiani, coreani 

Fa’ la cosa giusta: il Manifesto politico da cui Lee non si staccherà mai del tutto

Il film ruota intorno alla pizzeria italiana di Sal, un italo-americano che da 25 anni gestisce il locale in quel di Bed-Stuy. Le vicende si sviluppano nell’arco temporale di 24 ore sviscerando, analiticamente, la questione dell’integrazione. Un lasso di tempo in cui si assiste ad una crescente tensione.

Non ci sono vincitori o vinti, né innocenti. Ci sono vittime che sono la drammatica conseguenza di atteggiamenti radicati in una società che fatica ad evolversi con il tempo. Fannulonismo, rabbia, frustrazione, indigenza e miseria diventano una sorta di staffetta: di generazione in generazione, di padre in figlio, questi sentimenti e dunque atteggiamenti – che animano gli eventi che si susseguono nel corso del film – sembrano trovare la loro radice in secoli di schiavitù, tante lotte e non altrettante vittorie.

Un film in cui Lee racchiude non solo una storia vera ma anche quelle che sono spiragli del suo vissuto. Di fondo, infatti, lo spettatore percepisce il senso di rivendicazione del regista e, come urla “silenziose”, si assiste ad un senso di vendetta che rimbalza fuori dallo schermo.

E proprio in questo contesto Spike Lee inserisce il suo film         

Prodotto dalla Universal con un budget di circa sei milioni di dollari, Fa’ la cosa giusta presenta una sceneggiatura essenziale: una pizzeria, un appartamento, delle scale e qualche marciapiede. Quello di Spike Lee è film controverso, molto discusso, snobbato da molti premi, che ricorre – per alcuni aspetti – ai soliti cliché: il pizzaiolo italiano, il personaggio afro-americano che fa un monologo sull’amore e odio di Muhammad Alì ecc.   

Fin da subito il film si rivela una sorta di incantatore che tiene attaccato lo spettatore allo schermo inducendolo ad un’analisi ragionata sulle vicende che si susseguono e, attraverso una personale attività di back and fort, si è indotti ad analizzare il nostro presente alla luce della trama.  

 Un film vero, scomodo e attuale più che mai

Fa’ la cosa giusta è un’opera che rappresenta al meglio il realismo del cinema di strada e,  grazie ad uno sguardo multiculturale, affronta il problema dell’integrazione in un quartiere dove razze diverse faticano ad integrarsi e ad interagire. Il film, dunque, non ha mai avuto vita facile. Ha sempre creato contrasti dentro e fuori l’industria cinematografica. Quando fu presentato a Cannes, nel 1989, generò un grande vociferare di cui ancora si discute.        
Come molti sanno Lee a seguito delle reazioni che il suo film suscitò decise di iniziare una lotta contro il sistema che, solo di recente, ha trovano, ad avvisi di chi scrive,  il suo riscatto nel recentissimo film BLACKkKLANSMAN vincitore di più Oscar.

Un prodotto quasi perfetto se non fosse per qualche crepa

Il culmine della pellicola viene raggiunto negli ultimi 40 minuti. Per il resto scorre lento.
Il tema di Fa’ la cosa giusta va oltre il razzismo strictu sensu. Si assiste ad un’attenta analisi delle dinamiche che ne sono alla base, alla comunicazione verbale e non verbale, tutto ciò enfatizzando determinati cliché.

Il prodotto cinematografico di Lee pur essendo stato un film scandalo e contestato, resta e resterà una delle rarissime produzione contro corrente per il suo essere crudo e dannatamente reale. Un film che aiuta a far memoria.

Il razzismo è qualcosa che va oltre ogni immaginazione, si nutre di rabbia, frustrazione e povertà trasformandosi in atteggiamenti feroci che non conoscono lucidità.

Tre motivi per vedere il film:

  • Il film prende spunto da alcuni fatti realmente accaduti:“una rivolta ad Harlem avvenuta negli anni quaranta, l’uccisione da parte di otto poliziotti bianchi di un uomo di colore e, soprattutto, il cosiddetto Howard Beach Incident, ossia il pestaggio da parte di alcuni giovani bianchi ai danni di tre afro-americani, con l’ausilio di mazze da baseball e tirapugni, davanti a una pizzeria; uno di loro venne inseguito fino all’autostrada, dove morì investito da un’auto, scatenando la dura reazione della comunità afro-americana.”
  • Per guardare uno spaccato di realtà che ancora affligge la nostra società.
  • È Uno dei migliori lavori di Spike Lee.

Angela Patalano

Immagine di Copertina: Bill Nunn (Radio Reheem) in Fa’ la cosa giusta Fonte

 

 

Ti sei perso la precedente uscita del cineforum? Eccola qui:

La Donna Che Visse Due Volte (Vertigo), l’ossessione da vertigine

La musica è la grande protagonista delle serie tv

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Tutto in un prodotto audiovisivo concorre alla creazione di senso: le inquadrature, il montaggio, il testo, la colonna sonora.

Ed è proprio la musica che contribuisce alla creazione di un cult. Penso a “I will always love you” che ci riporta subito alla mente “Guardia del corpo”; a “The time of my Life” che ci ha fatto sognare nella scena finale di “Dirty Dancing”; a “My heart will go one” in Titanic.

Questi sono tutti esempi tratti dalla settima arte, ma anche nelle serie televisive la musica, soprattutto quella usata nei titoli di testa volgarmente conosciuti come “sigla”, diventa il segno di riconoscimento del prodotto stesso, la madeleine proustiana che ci ricorda mood, personaggi e storie.

Lo scorso 4 marzo è mancato Luke Perry. Aveva 52 anni ed è diventato popolare per aver interpretato il ruolo di Dylan McKay in “Beverly Hills 90210”.

Bello, ribelle e irraggiungibile ha fatto innamorare milioni di adolescenti, me compresa, negli anni ‘90. Ed è per salutare Luke, e con lui il mio primo grande amore, che questa playlist di colonne sonore delle serie tv partirà proprio con la sigla di Beverly Hills

1 Beverly Hills – Opening theme

2 Veronica Mars. The Dandy Wharols – We used to be friends

3 Streghe. Charmed –  How soon is now

4 Life on Mars. David Bowie – Life on mars

5 Csi. The who – Baba ‘O Riley

6 True Blood. Jace Everett – Bad things

7 The O.C. Phantom Planet – California

https://www.youtube.com/watch?v=NEpqlgAlvA8

8 Friends. The Rembrandts – I’ll be there for you

9 Big Little Lies. Michael Kiwanuka – Cold Little Heart

10 Game of thrones. Ramin Djawadi – Opening Theme.

RIP Luke.

 

 

Se il tuffo negli anni Novanta non vi è bastato ascoltate anche questa playlist:

Nostalgia anni ’90: undici canzoni per raccontare un decennio

Valeria de Bari

Immagine copertina: Flickr

“In the Court of the Crimson King”, il viaggio di Alessandro Staiti per Arcana edizioni

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Nella storica vinileria Welcome in the jungle a Roma il 15 febbraio Alessandro Staiti ha tenuto una lectio magistralis sui King Crimson parlando del suo libro In The Court Of The Crimson King, insieme allo scrittore e critico musicale Maurizio Baiata.

Strepitosi gli interventi musicali di Jerry Cutillo che ha deliziato i presenti insieme all’ascolto di brani dal master originale del famoso disco del gruppo. Un’atmosfera carica di energia, un cerchio magico di iniziati che attraverso l’esercizio del ricordo e della condivisione hanno evocato lo spirito di quegli anni indimenticabili.

Tra i presenti esperti e semplici appassionati; noi di CulturaMente abbiamo intravisto la giornalista e scrittrice Susanna Schimperna, autrice del libro Il mio volo magico con Claudio Rocchi, uno dei massimi esponenti del progressive italiano.

Il libro di Staiti non è una semplice biografia di uno dei gruppi musicali più rappresentativi di un’epoca ma uno spaccato culturale illuminante che viaggia in parallelo tra l’evoluzione del rock e i cambiamenti sociologici degli anni 70.

I King Crimson rappresentano infatti uno spartiacque tra i suoni corposi e caotici della leggenda americana con la riscoperta della tradizione europea colta e illuminata.

Proprio nell’esoterismo iniziatico di una nuova dimensione estetica si fonda il nuovo Verbo dei Crimson, che rifiuta il ripiegamento esistenziale del blues per esplorare una scrittura musicale fatta di suoni ipnotici e originali grazie a strumenti nuovi come il mellotron e alla contaminazione con l’opera, il folk celtico e spirituale e altre suggestioni.

Una musica dalla valenza intellettuale e popolare al contempo che ha stregato una generazione e che continua ad essere una pietra miliare per tutti i cultori del genere.

king crimson in the courtNon può definirsi un saggio come tanti il libro di Alessandro Staiti, perché possiede un impianto letterario degno di un romanziere di qualità. I capitoli percorrono l’esperienza dell’autore che, come un giovane Siddartha, scandisce le tappe della sua crescita musicale e umana alla corte dei Re cremisi.

Tante le curiosità, i teoremi svelati sulla gestazione e la nascita dei pezzi, la vita narrata nei locali londinesi che hanno ospitato le pagine più importanti della musica contemporanea. Un capolavoro della letteratura musicale.

Alessandro Staiti è nato a Roma dove si è laureato in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea.

Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1986 al 1994 ha collaborato con il settimanale musicale Ciao 2001 e per lo stesso gruppo editoriale è stato direttore della rivista Esoterica,  autore di instant book su Sting e Peter Gabriel.

Ha pubblicato i saggi Robert Fripp & King Crimson, Lato Side 1982, il primo libro al mondo sul chitarrista inglese e In The Court Of The Crimson King, Arcana 2016, la prima monografia in Italia sulla nascita della band che ha cambiato la storia del Rock.

Opinionista sportivo in radio e TV, collaboratore di Classic Rock, Staiti è caporedattore delle sezioni Sport e Musica di MP News.

Antonella Rizzo

 

“Mobile” di Xavier Veilhan colora La Rinascente di Roma

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Arriva alla Rinascente di Roma l’opera d’arte “Mobile” dell’artista Xavier Veilhan

Da pochi giorni è stata inaugurata l’installazione “Mobile” dell’artista francese Xavier Veilhan, all’interno della galleria “La Rinascente” di Roma, in via del Tritone.

Da sempre il legame tra arte e moda è stato forte per il concept de La Rinascente: in effetti all’interno dello store, sito in via del Tritone è già possibile ammirare un’opera d’arte: i resti dell’Acquedotto Vergine del 19 a.C. .

A partire dal 23 febbraio 2019 sarà possibile contemplare una nuova opera monumentale: Mobile, on air per tutto il 2019.

Sembra prendere vita una vera e propria simbiosi all’interno del negozio tra arte e moda.

Si tratta di un allestimento aereo, composto da sfere e dischi, che si sviluppano lungo il cavedio. L’installazione parte dal primo fino a giungere al sesto. L’opera è alta 21 metri e dà vita a uno spazio, creato, secondo l’artista per essere autonomo.

Le sue sfere sono, in effetti, libere e interagiscono col flusso della gente e l’aria. Rappresentano lo scorrere dei pensieri, dei visitatori che sono stati e che saranno. La stessa rappresenta una metafora dell’arte, dove tutto cambia ed è in divenire, proprio come un albero coi suoi rami.

Xavier Veilhan, Presentazione Mobile, La Rinascente, Roma, in via del Tritone, 23 febbraio 2019.

Nelle opere di Veilhan è lo spettatore stesso che diventa protagonista principale delle sue sculture o installazioni.

Nel 2017 Xavier ha rappresentato la Francia alla Cinquantasettesima Biennale di Venezia, trasformando il suo padiglione in uno studio di registrazione dedicato all’audio sperimentazione e accogliendo l’intervento di più di 200 musicisti.

Con progetti come questo, e infinite altre iniziative, Rinascente offre ai suoi clienti un’esperienza che si reinventa continuamente, esplorando e proponendo quanto di più coinvolgente e stimolante i mondi dello shopping, dell’arte, della cultura e del lifestyle possano offrire.

Se ancora non siete mai stati nello store in via del Tritone di Roma, vi consigliamo di passare una giornata tra shopping, arte e moda per godere, in tutto il suo splendore, del mistico e suggestivo incontro tra le diverse arti. Resterete affascinati dalla combustione degli avvolgenti stili di espressione artistica italiana.

Alessandra Santini

“PFF – Trisonata per corpo femminile e pianoforte”, un monologo di vita in musica

Valentina Cidda e Valentino Infuso: una combo di Valentini a lavoro insieme per la realizzazione di uno spettacolo che sta girando in tutta Italia, dopo il debutto al Cometa OFF di Roma, lo scorso 15 gennaio.

Li ho incontrati presso il Teatro lo Spazio, terza tappa della tournée, per farmi raccontare “PFF – Trisonata per corpo femminile e pianoforte”, interpretato e musicato da Valentina, per la drammaturgia e la regia di Valentino.

PFF, piano forte forte si pronuncia come un sospiro, uno sospiro che racconta la vita. La vita di una donna, che potrebbe essere ciascuno di noi.

Nella prima sonata, “Origini” (del male), si narra la nascita, “la caduta dell’angelo”, l’inizio del viaggio terrestre di una piccola donna che comincia a poco a poco ad essere piegata, logorata, congelata, dalle grandi bugie del mondo degli “adulti”: le aspettative, il giudizio, l’inganno, la prima

violenza, la vergogna, la fuga da se stessi, lo smarrimento, la paura, il senso di colpa, la ricerca disperata di un respiro d’amore autentico che manca, manca sempre, manca ovunque, manca da sempre, …

La seconda sonata, “Inferno”, si apre con l’avvio verso la vita da “signorina”, e percorre, attraverso i passaggi del diventare donna, gli schemi che, dal primo germe di dolore originario, vanno a crearsi e ripetersi ostinatamente, sciami di demoni evocati e nutriti costantemente in un anelito inarrestabile di autodistruzione…la tensione alla vita, l’omicidio continuo di ognuno per mano di ognuno, il disincanto, il dolore, la fuga, la rabbia che salva dalla disperazione ma lo fa avvelenando inesorabilmente il cuore…

La terza sonata, è “Guarigione”. La trasformazione. E’ la dissoluzione dell’ego, la fine di ogni pretesa, la consapevolezza incarnata, la responsabilità riconosciuta, l’accoglienza della Bellezza, la resa. E’ un monologo muto, dove il vuoto purifica la parola…e la restituisce scarnificata e leggera, libera e solenne nella sua trasparenza inafferrabile.

Tournée

Roma, Cometa off (15-20 gennaio da martedì a sabato 20,30 – domenica 18.00 biglietti 12 e 8 euro + tessera associativa)

Ancona, Teatro Sperimentale (3 febbraio ore 20.30 biglietti 13 e 9 euro)

Roma, Teatro Lo Spazio ore 20,30 (1 marzo Biglietti in vendita al botteghino: Intero 12 € Ridotto 8 € )

Verona, Modus (3-4 marzo ore 20.30 biglietti 13 e 9 euro)

Firenze, Teatro delle spiagge (8 marzo ore 21.00 biglietti 13 e 9 euro)

Bologna, Ateliersi (6-7 aprile sabato ore 21.00 domenica ore 18.00 biglietti 13 e 9 euro)

Torino, Officine caos (13 aprile ore 21.00 biglietti 13 e 9 euro)

Napoli, Nuovo teatro nuovo (10-11 maggio ore 21.00 biglietti 13 e 9 euro)

Milano, Elfo-Puccini, Sala Bausch (28-30 maggio ore 20.00 biglietti 13 e 9 euro)

 

Per info e prenotazione:

www.pianoforteforte.it

info@pianoforteforte.it

cell. (anche Whatsapp): 328.14.83.528

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Le mille vite di un capolavoro: Il nome della rosa

Il 4 marzo andrà in onda, su Raiuno, la prima di quattro puntate di una delle serie più attese dell’anno: Il nome della rosa. Si tratta dell’ennesima rilettura di un capolavoro che a distanza di quasi quarant’anni ancora incanta.

In principio fu il libro.

Poi, sulla scorta dello straordinario successo editoriale arrivò il film, poi il teatro e, infine, inevitabilmente la tv.

Stiamo parlando delle mille vite di un capolavoro assoluto: Il nome della rosa.

Correva l’anno 1980 quando, uno degli intellettuali più importanti del nostro paese, Umberto Eco, decise di farsi tentare dalla letteratura.

Pur dominando da anni la scrittura attraverso saggi di livello mondiale, fra cui il celeberrimo Diario minimo in cui era presente il saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno, Eco non si era mai confrontato con un romanzo.

L’idea germinò nel 1978.

Alla proposta di un amico editore di curare la pubblicazione di una serie di brevi romanzi gialli, il semiologo declinò rispondendo che, semmai, avrebbe scritto un romanzo giallo, ambientato nel medioevo, di non meno di cinquecento pagine.

Dallo scherzo alla realtà, il passo fu breve.

Due anni dopo l’editore Bompiani, che aveva fino a quel momento pubblicato tutte le opere di Eco, diede alle stampe Il nome della rosa.

Non fu una gestazione semplice. Eco raccontò più volte come avesse passato un intero anno senza scrivere neppure un rigo.

«Leggevo, facevo disegni, diagrammi, inventavo un mondo. Ho disegnato centinaia di labirinti e piante di abbazie, basandomi su altri disegni, e su luoghi che visitavo.»

Per molti quella scelta editoriale rappresentava un rischio, tanto che sulle prime si pensò a una tiratura limitata, non più di  30.000 copie.

Complice anche la vittoria nel 1981 del prestigioso Premio Strega, Il nome della rosa divenne un successo planetario, ad oggi tradotto in oltre quaranta lingue per cinquanta milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Un vero e proprio caso editoriale che lo stesso Eco non riuscì mai a spiegarsi del tutto.

«Quello che so e ho capito –disse anni dopo in un’intervista a “la Repubblica”- è che se Il nome della rosa fosse uscito dieci anni prima, forse nessuno se lo sarebbe filato, e se fosse uscito dieci anni dopo, forse sarebbe stato altrettanto ignorato.»

Insomma il 1980 fu “momento giusto”, e lo spirito del tempo rese l’impossibile possibile.

Modestia a parte, il successo del libro fu dettato da molti altri motivi.

Innanzitutto la trama suggestiva, preannunciata dal meraviglioso ed evangelico incipit.

Poi l’accuratezza dei personaggi, l’espediente letterario del manoscritto ritrovato, caro a Manzoni e non solo, l’ambientazione storica e, naturalmente, titolo, geniale.

Una scelta per nulla scontata, frutto di un’opera di scrematura, visto che quel titolo fu, come raccontato dallo stesso Eco, «l’ultimo di una lista che comprendeva tra glia altri L’abbazia del delitto, Adso da Melk eccetera.

Ma alla fine prevalse Il nome della rosa, semplicemente perché risultava a chiunque venisse proposto come il più bello.

Titolo a parte, a tenere i lettori incollati al libro è il sofisticato intreccio narrativo.

Protagonisti sono Adso da Melk e Guglielmo da Baskerville.

I due, giunti nel monastero per partecipare a un importante incontro con la delegazione papale, per conto dell’ordine francescano al quale appartengono, vengono messi a conoscenza dall’abate dell’inspiegabile morte di uno dei monaci, il giovane Adelmo, durante una tremenda bufera di neve.

L’abate, preoccupato che l’evento luttuoso possa compromettere l’atteso convegno sull’annosa questione della povertà della chiesa, affida a frate Guglielmo, in passato uno dei più noti inquisitori, l’incarico di svolgere delle indagini per scoprire se veramente sull’abbazia si sia abbattuta la mano violenta dell’Anticristo.

Sullo sfondo di questa trama degna del miglior giallo, Eco sviluppa straordinari pensieri filosofici, teologici e linguistici, che rendono il libro unico nel suo genere.

Il successo incredibile del Il nome della rosa, che il quotidiano francese“Le Monde” ha inserito fra i cento migliori libri del 1900, convinse il regista Jean Jaques Annaud a tentare l’impresa di farne un film.

E fu anche in questo caso un trionfo.

Cinque anni di preparazione e un cast di primissimo livello.

Cinque mesi di fitte riprese fra studi cinematografici, compresi quelli romani di Cinecittà ed esterne fra Italia e Germania, determinarono un capolavoro.

Soffermarsi sulla prova attoriale di Sean Connery, nei panni di Guglielmo da Baskerville, o di quella di Abraham Murray, in quelli di Bernardo Gui, appare superfluo.

Tutto nel film di Jean Jaques Annaud risulta perfetto.

Le ambientazioni, il ruolo degli attori cosiddetti comprimari, fra cui il geniale Ron Perlman, allora sconosciuto, che interpretò  frate Salvatore, dal babelico eloquio e con un passato da eretico dolciniano.

Un ruolo che inizialmente  fu proposto all’attore italiano Franco Franchi, ma il comico siciliano, celebre per le decine di film in coppia con Ciccio Ingrassia,  incredibilmente rifiutò.

Il motivo? Semplice. Quando seppe che avrebbe dovuto per esigenze cinematografiche subire la tonsura dei capelli, declinò l’offerta.

Nel cast anche un giovanissimo Christian Slater, che diede volto e voce all’inquieto Adso da Melk.

All’epoca delle riprese l’attore aveva solo sedici anni, ma si calò totalmente nel personaggio interpretato.

Ecco come anni dopo ricordò quell’incredibile esperienza:

«L’idea di poter recitare con Sean Connery era una vittoria personale in una carriera che mi aveva impegnato sino ad allora perlopiù in televisione e in diverse soap opera. La lavorazione fu, letteralmente, un viaggio in molti mondi e il mio “allievo” del frate francescano Guglielmo da Baskerville è sempre, senza retorica, ancora con me».

Il film di Jean Jaques Annaud fu un successo planetario, eccezion fatta per gli Stati Uniti dove la pellicola ebbe scarsa considerazione.

Diversa, invece, l’accoglienza del pubblico europeo, che riempì per mesi le sale cinematografiche.

Straordinaria anche l’affermazione del Il nome della rosa in Italia.

Nella stagione cinematografica 1986-1987 il film fu in assoluto più visto, piazzandosi davanti  a colossi quali Top gun e Platoon.

Non solo il consenso del pubblico.

Il nome della rosa fece incetta anche di numerosi e prestigiosi premi, a cominciare dall’Oscar quale miglior film straniero nel 1987.

All’edizione dei premi di Donatello del 1987, la messe di statuette per il film di Jean Jaques Annaud  fu notevole.

Ad aggiudicarsele furono Tonino Delli Colli, per la migliore fotografia, Gabriella Pescucci, per i costumi, il grande Dante Ferretti per la scenografia e Franco Cristaldi per la produzione.

Non mancarono neppure i Nastri d’Argento che copiosi ricompensarono il grande sforzo profuso per un film indimenticabile.

Nel 2015 il capolavoro di Umberto Eco conobbe una nuova veste, quella teatrale.

A portarlo in scena, basandosi sul testo teatrale di Stefano Massini, fu il regista Leo Muscato che sottolineò come la struttura stessa del romanzo avesse una «forte matrice teatrale.»

Molto convincente la recitazione dei tredici attori coinvolti nello spettacolo.

Da Luca Lazzareschi, nei panni di Guglielmo da Baskerville, a Giovanni Anzaldo, in quelli del giovane Adso. Menzione anche per Eugenio Allegri, che recita la parte del monaco Jorge da Burgos, uno dei personaggi più riusciti del libro di Eco che, a detta di molti critici sarebbe stata una caricatura del poeta argentino Jorge Luis Borges.

E poi giunse la tv.

Dopo mesi di silenzi, rotti solo da qualche piccolo sussurro, a partire dal prossimo 4 marzo, per quattro puntate complessive, andrà in onda su Raiuno l’attesissima serie tv Il nome della rosa.

A quasi quarant’anni dal bestseller di Umberto Eco, il regista Giacomo Battiato si è cimentato, come più volte ricordato, in una doppia sfida.

Non solo, infatti, il capolavoro letterario ma anche quello cinematografico.

Si tratta di uno sforzo superbo, sottolineato da numeri straordinari.

Ventisei milioni di euro spesi; tremila comparse, duecento cavalli utilizzati; ventiquattro settimane complessive di lavorazione.

Numerosi i set allestiti.

Dai teatri di posa di Cinecittà, alle esterne nel Parco del Tuscolo, vicino Roma, Perugia, Bevagna in Umbria, Manziana, Bracciano e Vulci nel Lazio, Campofelice e Gole di Fara San Martino in Abruzzo.

Cast di rilievo, con Jonh Turturro, nella parte di Guglielmo da Baskerville, un ruolo decisamente arduo, visto il pesante confronto.

L’attore americano, in una recente intervista a “la Repubblica” ha candidamente ammesso di non aver mai visto il film e di aver letto il libro solo dopo l’offerta per la serie tv.

«In quelle pagine c’è tutto: il giallo, la filosofia, la storia, il terrorismo, il ruolo della donna.»

Chissà come Turturro interpreterà il personaggio di Guglielmo. Da qualche rumor sembra sarà molto aderente all’omologo letterario, marcando il carattere aspro e sofisticato.

Una presa di distanza, in parte dovuta, dalla scelta che fece Sean Connery.

L’ex 007 preferì, infatti, un’interpretazione più ironica del suo Guglielmo da Baskerville .

A interpretare, invece, la parte del novizio Adso da Melk, il giovane Damian Hardung, con alle spalle una carriera perlopiù fatta di fiction.

E poi Fabrizio Bentivoglio, Stefano Fresi, Greta Scarano, James Cosmo, nella parte di Jorge da Burgos e il grandissimo Roberto Herlizka, in quella di Alinardo di Grottaferrata.

Non rimane che guardarsi questo nuovo e coraggioso tentativo di dare un’altra veste a un capolavoro senza tempo.

Un libro unico che ebbe il grande merito di rendere affascinante il medioevo, la filosofia, le dispute teologiche.

Tutto grazie al genio impareggiabile di Umberto Eco.

Testo Maurizio Carvigno

Baby: sbarca su Netflix la “Roma bene” vista con gli occhi degli adolescenti

Liberamente ispirato allo scandalo delle baby squillo che è stato al centro delle nostre cronache nel 2014 e con la regia di Andrea De Sica e Anna Negri, ecco a voi: “Baby”.


E’ la terza serie italiana ad approdare sulla piattaforma Netflix, ed il successo è stato immediato (è lo stesso Netflix a darci conferma ufficiale di un “Baby 2”), e rimaniamo solo in attesa della conferma sulle date di uscita.

“Siamo immersi in questo acquario bellissimo, ma sogniamo il mare. Per questo dobbiamo avere una vita segreta”; così inizia la prima di 8 puntate della serie televisiva Baby.

La frase dice già molto su quello di cui la serie vuole rappresentare. Parla di giovani, parla delle loro ambizioni, delle loro aspirazioni, delle loro ossessioni. Sono i giovani i veri protagonisti. In particolare due ragazze, Chiara (Benedetta Porcaroli) e Ludovica (Alice Pagani). Due ragazze che solo in un primo momento ci sembrano molto lontane l’una dall’altra, ma che in realtà durante l’evoluzione della trama, sono indissolubilmente legate tra loro. Hanno un destino comune, seppur caratteri e contesti familiari diversi. Chiara vive in una famiglia molto benestante, ha due genitori che fingono di essere uniti. Potremmo definire Chiara la classica “brava ragazza”, dalla “faccia pulita”, acqua e sapone. Ludovica invece, è una “bad girl”, per definirla con un eufemismo (i suoi compagni di scuola saranno molto più brutali negli appellativi). Saranno le casualità della loro vita a farle incontrare e ad unirle sempre di più, fino a fondersi.

Le musiche sono eccezionali, fanno da cornice alla serie e non solo. Possiamo quasi dire che sono le riprese, la fotografia e le musiche a creare il vero contesto. Senza di loro, e senza la bravura espressiva degli attori (in particolare di Benedetta Porcaroli), la serie sa di qualcosa di già visto. I richiami alle fiction americane glitterate e fashion sono evidenti.
Il voto nell’insieme è sicuramente più che sufficiente, vale assolutamente la pena di viversi questa serie tutta d’un fiato. Aspettiamo di conoscere la data ufficiale del via alla seconda stagione. Speriamo che ci riservi tante sorprese, e che sia al livello (se non più!) della prima stagione.

Serena Cospito

La Notte degli Oscar: le migliori colonne sonore in una playlist

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Gli Academy Awards sono i riconoscimenti cinematografici per eccellenza e la cerimonia di consegna dei premi è l’Evento dell’anno.

La notte degli Oscar è un avvenimento che genera sempre un grande clamore mediatico, non solo per l’importanza cinematografica dei premi assegnati, ma anche per tutti i gossip, i rumours e le contese che fanno da contorno alla serata.

2010 Up . Married Life – Michael Giacchino

 

2012 The Artist. Comme une rosée de larmes – Ludvic Bource

2013 Vita di Pi. Mychael Danna – Pi’s Lullaby

2014 Gravity. Steven Price – Gravity

2015 The Grand Budapest Hotel. Alexandre Desplat – Mr. Moustafa

2016 The hateful eight. Ennio Morricone. Intro version.

2017 La La Land. Justin Hurwitz – Epilogo

2018 La forma dell’acqua. Alexandre Desplat – The Shape of water

2019 Black Panter. Ludwig Goransson – Wakanda

Valeria de Bari

Anna Bolena e Giovanna Seymour: la difficoltà di essere donne

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L’Anna Bolena di Gaetano Donizetti c’impone di riflettere sulla difficoltà di essere donna

Sono sicuro che l’allora trentatreenne Gaetano Donizetti ed il suo librettista Felice Romani, durante la composizione dell’Anna Bolena nel lontano 1830, avessero capito quanto questo personaggio era e sarebbe stato attuale nel futuro.

Anna Bolena lotta per essere donna. La triste storia romanzata della sfortunata regina inglese, moglie del perfido Enrico VIII, è ancora attuale. Vuole amare, essere rispettata, cerca il suo essere donna, ma troverà solo la morte. In questi periodi, dove la donna viene spesso maltrattata, serve conoscere queste storie, ed è interessante che il Teatro dell’Opera di Roma abbia deciso di creare una nuova produzione di quest’opera, andata in scena nel teatro capitolino solo nel 1977 e nel 1979.

Quant’è difficile amare…..

La corte inglese sta vivendo un momento di crisi. Enrico VIII non ama più Anna Bolena, ma nel suo cuore vi è un’altra donna. Si tratta di Giovanna Seymour, ancella della regina, divisa tra l’amore per il re ed il rispetto e l’amicizia che deve alla sua signora. Anna è disperata, dolente, chiusa nel suo dolore. Si confida con Giovanna, non sapendo che ella sia la favorita del re. Intanto, nel giardino del castello di Windsor, Lord Rochefort, fratello di Anna Bolena, incontra Sir Riccardo Percy, in esilio per ordine di Enrico VIII da dopo le nozze con Anna Bolena. Egli rientra in quanto è stato perdonato dal re. Percy vuole riconquistare l’amore di Anna, perduto per mettersi con il re. Al primo incontro la passione riesplode.

In un secondo incontro, Anna rifiuta di legarsi sentimentalmente di nuovo a Percy, in quanto sua regina. Al momento in cui il giovane estrae la spada per suicidarsi, il paggio Smeton, che partecipa a questa scena in quanto segretamente innamorato della signora, interviene per salvare la sua regina da quello che pensa sia un omicidio. Il rumore richiama tutta la folla e soprattutto Enrico VIII. Il re accusa Anna Bolena di adulterio, accusa tra l’altro avvalorata anche dal ritratto della regina che Smeton custodiva e lascia incautamente cadere. Il perdono di Percy era parte di un piano ordito dal re, che Giovanna Seymour tenta di scongiurare, per riavvicinare Anna a Percy per poterla ripudiare. Anna, Percy e Smeton vengono arrestati.

Anna si chiude sempre di più nel suo dolore. Giovanna, lacerata dai conflitti, confessa di essere lei la nuova favorita del re. Hervey, fido del re, fa credere a tutti che Smeton, pensando di poter salvare la sua amata, ha confessato l’adulterio. Anna va incontro al suo triste destino, perdona la nuova coppia e muore tra le braccia delle sue damigelle, mentre Smeton, Percy e Rochefort, considerato complice della sorella, sono condotti al patibolo.

……. ma anche essere donna

Gaetano Donizetti
Maria Agresta (Anna Bolena) e Carmela  Remigio (Giovanna Seymour)

Tutto è estremamente attuale. Anna Bolena rappresenta qualsiasi donna che non riesce ad essere rispettata in quanto tale, rappresenta tutte quelle donne vittime della sopraffazione degli uomini. La musica di Gaetano Donizetti crea quest’aspetto cupo, dominato dalla morte incombente, elemento sottolineato perfettamente dalla direzione di Riccardo Frizza, che ha presentato l’opera nell’edizione integrale, e dall’Orchestra e dal Coro del Teatro dell’Opera di Roma, dando anche risalto all’aspetto baldanzoso quando serviva, soprattutto nel finale primo Ah, segnata è la mia sorte.

Maria Agresta, al suo debutto con Anna Bolena, ha centrato in pieno l’obiettivo. La sua creatura, forte ma debole alle stesso tempo, è una donna che vuole semplicemente amare, essere felice, in una parola “vivere”. La giovane soprano salernitana ha fornito una prova in crescendo (a parte una nota incidentata nella cabaletta finale Coppia iniqua), arrivando alla vetta del suo personaggio, cioè la famosa aria Al dolce guidami castel natio, con un’interpretazione che rimarrà nel nostro memoria per anni.

Carmela Remigio come Giovanna Seymour era  la sua perfetta controparte. Rappresentava in maniera ideale una donna innamorata ma anche lacerata dai sensi di colpa, sconvolta dalla brutalità del trattamento rivolto ad un’altra donna. L’acme della sua prova è stato il bellissimo duetto tra Anna e Giovanna Sul suo capo aggravi un Dio, in cui Giovanna confessa le sua colpa.

Alex Esposito è stato un Enrico VIII cinico, calcolatore, egoista, perfido e calcolatore, così come René Barbera aveva nella voce il timbro giovanile perfetto per il ruolo di Percy. Si tratta di uno dei ruoli più difficili da cantare, è pieno di acuti (scritto per Giovanni Battista Rubini, una delle voci più acute della sua epoca), e Barbera ha affrontato tutto con spavalderia, soprattutto la terribile cabaletta Nel veder la tua costanza.

Molto belle le voci di Martina Belli come Smeton, Nicola Pamio come Hervey e Andrii Ganchuk come Lord Rochefort.

Incursioni metafisiche

La regia di Andrea De Rosa, coadiuvata dalle scene di Luigi Ferrigno e Sergio Tramonti, dai costumi di Ursula Patzak e dalle luci di Enrico Bagnoli, poneva l’accento sul dramma interiore della protagonista, scavandone a fondo la personalità. Le stesse prigioni, posizionate nel centro delle scene, adeguatamente piccole, creavano un effetto claustrofobico. Il continuo salire e scendere da esse delle due protagoniste nel secondo atto era però, ad onor del vero, un effetto alla lunga fastidioso.

La parte della regia che destava maggiori perplessità era la caratterizzazione di Giovanna Seymour. Vederla ilare all’inizio con il re e partecipare con lo stesso alla morte dei protagonisti, e quindi anche di Anna Bolena, non rendeva bene l’aspetto principale di questo personaggio, cioè il rimorso ed il fatto che lei tenta di scongiurare la scellerata fine.

Resta però sempre Donizetti, il suo genio ed il dramma di essere donne.

Marco Rossi

(@marco_rossi88)

(Nella foto di copertina si vede Maria Agresta (Anna Bolena) in carcere)

(Foto di Yasuko KageyamaAnna Bolena –  Teatro dell’Opera di Roma Stagione 2018/2019)

(Recensione della prima andata in scena il 20 febbraio 2019)

Lisetta Carmi, la fotografa dell’anima

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Lisetta Carmi ha fotografato l’anima come pochi altri artisti. Una suggestiva mostra a Roma celebra la fotografa ma anche e sopratutto la donna. Immagini uniche, istantanee che hanno immortalato pezzi di vita.

Qualcuno, c’è chi dice Confucio altri addirittura Mao Tse Tung,  ha detto: un’immagine vale più di mille parole. Questa massima, al netto del suo padre putativo, è perfetta per descrivere una grandissima fotografa come Lisetta Carmi. Le sue foto valgono molto più di mille parole. Sono immagini che, qualunque sia il soggetto ritratto, mettono a nudo la straordinaria bellezza della fotografia.

A questa grandissima fotografa, oggi ultranovantenne, la città di Roma dedica una straordinaria mostra antologica che ripercorre, con oltre 170 fotografie, molte di queste inedite, vent’anni di carriera di questa piccola, ma solo di statura, grande fotografa.

Una donna che ha sempre affrontato la vita con coraggio, fin da quando, a causa delle leggi razziali (la sua famiglia era di origine ebraica) fu costretta a lasciare la scuola.

Un coraggio che ha trasferito nelle sue foto, attraverso le quali ha immortalato l’universo infinito del genere umano, declinandolo in tutte le sue più singolari sfaccettature.

Perché per Lisetta Carmi, che arrivò alla fotografia dopo una brillante carriera da concertista conclusa anzitempo per una sua precisa volontà politica, poter fotografare l’uomo e, in generale, l’umanità rispetto ai paesaggi, è sempre stata un’assoluta priorità.

«Io nutro un profondo fascino per la vita degli esseri umani soprattutto quella dei poveri: coloro che non possono parlare perché schiacciati dal potere».

Inaugurata lo scorso 20 ottobre al Museo di Roma in TrastevereLisetta Carmi. La bellezza della verità a cura di Giovanni Battista Martini con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, rappresenta un’occasione per chi ama la vera fotografia, quella che emoziona, quella che racconta e che fa la storia.

La mostra, che si articola su diverse sezioni, si apre con la città di Genova, la città dove Lisetta è nata il 15 febbraio del 1934.

Il porto, cuore pulsante di Genova, ma anche l’Italsider, la storica fabbrica dei genovesi e il cimitero monumentale di Staglieno.

Tre luoghi centrali della città portuale che Lisetta fotografò con un occhio assolutamente personale, mettendo in risalto il mondo del lavoro, quello dei portuali, quello degli operai del grande centro siderurgico ma anche il silenzio artistico del cimitero cittadino.

Poi è la volta dei I reportage, la sezione più ricca della mostra che spazia dai viaggi ai personaggi e che mette in maggiore risalto la straordinaria sensibilità di Lisetta Carmi.

India, Pakistan, Venezuela, Messico, ma anche Piadena, la cittadina lombarda, vero e proprio laboratorio di idee, dove Lisetta ritrasse i musicisti del Duo di Piadena e il maestro Lodi, restituendo al tempo stesso l’immagine di un paese a tutto tondo.

Si tratta di fotografie straordinarie per intensità e bellezza, «istantanee capaci di cogliere in un sorriso la dignità dell’intero genere umano».

Parte integrante di queste sezione è il volume Acque di Sicilia.

Pubblicato nel 1977, con testi di Leonardo Sciascia, Acque di Sicilia fu commissionato dalla Dalmine e consisteva in una ricerca sui percorsi d’acqua nell’isola. La Carmi trasformò quell’occasione per raccontare, al netto della fascinazione paesistica, il particolare rapporto fra i siciliani e la loro terra.

Menzione d’obbligo nell’ambito della sezione reportage, è il capitolo intitolato I travestiti.

Fra le diverse fotografie esposte si snoda un lungo “racconto” che, ancora una volta, immortala un pezzo della città di Genova. La notte di San Silvestro del 1965 la fotografa incontrò alcuni fra i più famosi travestiti del centro storico di Genova. Foto ancora una volta parlanti, capaci di narrare la naturale quotidianità di un universo apparentemente distante e, invece, parte integrante del tessuto cittadino.

Come farà anche Fabrizio De Andrè con alcune sue meravigliose canzoni, Lisetta Carmi confermò con la pienezza dell’arte, che al mondo non esistono uomini e le donne, ma solo e soltanto esseri umani. Impossibile non soffermarsi anche sulle splendide istantanee che la fotografa genovese scattò a uno degli uomini più controversi del secolo scorso: Ezra Pound. Correva l’anno 1966.

Poche decine di scatti per un autentico capolavoro.

Umberto Eco, membro della giuria del prestigioso “Premio Niépce per l’Italia” che la Carmi si aggiudicò con quel servizio fotografico, così commentò:

«Le immagini di Pound scattate da Lisetta dicono più di quanto si sia mai scritto su di lui, la sua complessità e natura straordinaria».

Impossibile descrivere l’unicità dialettica di questa mostra fotografica. Ogni scatto parla, ogni fotografia racconta. Bellissime quelle che immortalano alcune grandi personalità del cinema, del teatro e della musica. Da Carmelo Bene a Charles Aznavour; ma anche Gino Paoli e la poetessa Giovanna Marini; senza dimenticare Cathy Berberian, Luigi Nono e Claudio Abbado.

In ognuno di questi ritratti Lisetta Carmi è riuscita a catturare l’essenza, l’individualità e principalmente l’intimità di quei personaggi famosi.

La mostra si conclude con l’ultima sezione, la più particolare fra tutte: Il parto.

Si tratta di un servizio fotografico che la Carmi realizzò nel 1968 su commissione del comune di Genova. Il 19 ottobre di quell’anno, che rimase per sempre nei libri di storia, andò all’ospedale Galliera con le sue immancabili macchine fotografiche. Realizzò qualcosa di irripetibile. Prendendo debitamente le distanze dalla retorica che abitualmente circonda l’esperienza del parto, la Carmi documentò solo e soltanto la naturalezza di quell’atto.

Senza infingimenti collocò l’obiettivo frontalmente a una giovane partoriente. Il risultato furono immagini forti, dirette, ma proprio per questo emozionanti e indimenticabili. A proposito della fotografia Lisetta Carmi in un’intervista a Giovanni Battista Martini, ebbe a dire:

«Ho sempre nutrito un profondo interesse per la fotografia perché mi ha sempre permesso di poter fissare quello che sentivo con il mio cuore e con la mia anima.»

 

La mostra è stata prorogata, visto lo straordinario successo di pubblico, al prossimo 24 marzo.  

Maurizio Carvigno

 

Foto Zètema Progetto Cultura

I Be Forest in concerto. Un notturno che colpisce in pieno

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Pubblicato il loro ultimo disco – Knocturne – i Be Forest tornano esibirsi dal vivo. La recensione del concerto di Roma

Numerosa e variegata è la gente che si è messa in fila fuori dallo Wishlist Club di Roma per assistere al live dei Be Forest. A riprova che la band pesarese – formata da Costanza Delle Rose (voce e basso), Erica Terenzi (voce, batteria, sinth) e Nicola Lampredi (chitarra) – non solo continua a regalare ai propri ascoltatori suoni e atmosfere uniche nel panorama italiano ma riesce anche ad attraversare le generazioni, unendole al ritmo di sound decisamente shoegaze ma che ama dondolarsi tra dream pop e darkwave. L’album Knocturne, pubblicato per la casa discografica We Were Never Being Boring, è un lavoro complesso, pervaso da robuste percussioni come da chitarre chirurgiche eppure diafano quanto la voce di Costanza Delle Rose. È lei a pronunciare testi ambiguamente onirici su arrangiamenti che, nonostante sia notte, non permettono di dormire. Al massimo, di sognare.

concerto roma 2019
Be Forest – credit: Luca Sorbini

Come si traduce tutto questo sul palco: nella maniera più semplice eppure più efficace possibile.

Dopo aver lasciato al bravo Dull Company Myself e alla sua band il giusto tempo per scaldare l’atmosfera, i Be Forest si presentano sulla scena quasi facciano attenzione a non disturbare. Nell’oscurità rischiarata dai tagli di luce dei fari, tra di loro si vedono benissimo. Ed è un continuo rincorrersi di sguardi e note, come se ognuno dei tre componenti stesse viaggiando a bordo del proprio strumento portando gli altri due e l’intero pubblico con sé. L’esibizione si concentra principalmente su Knocturne, presentato nella sua interezza: è così possibile attraversare entrambi gli atti incrociando l’incalzante Gemini o la cadenzata Sigfrido fino ad arrivare alla – a dispetto dall’arrangiamento e dal cantato – spietata You, nothing.

Impegnati per quasi tutto il mese di marzo in una serie di concerti in giro per gli Stati Uniti, i Be Forest torneranno a suonare in Italia e poi voleranno a Bristol: la loro è una oscurità che non ne vuol sapere di riposare.

 

Setlist

 

  • Atto I
  • Empty Space
  •  Gemini
  • K
  • Sigfrido
  •  Atto II
  • Bengala
  • Fragment
  •  You, Nothing
  • Ghost Dance
  • Glow
  • Buck & Crow

Credits foto in evidenza: Be Forest by Luca Sorbini

Cristian Pandolfino

 

La Casa di Jack, la violenta psicoterapia di Lars Von Trier

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La Casa di Jack conferma, in maniera oserei dire definitiva, un assunto che molti pensano da anni: i film di Lars Von Trier, in realtà, non esistono.

Chiariamo subito. Non esistono in quanto opere cinematografiche pure e autentiche, ma esistono come estensioni della psiche del suo autore. Non esiste al mondo, e forse mai esisterà, un autore che si identifica così tanto con le sue opere, dopotutto. Ogni regista mette un pizzico della propria esperienza e ideologia nei propri film, poi ci sono quelli che rendono i film praticamente autobiografici ad ogni occasioni. Von Trier, addirittura, compie sempre lo scarto successivo: il film è lui stesso.

Lo spettatore non assiste ad un’opera, ma ad una seduta di terapia in cui Von Trier è sia pazienza sia dottore. Non giudichiamo un film, giudichiamo pregi e difetti di un essere umano. E lui, col coraggio e la sincerità che nessuno ha, ma anche un pizzico di ruffianeria, si mette completamente a nudo. Forse troppo, forse oltre il possibile, perché il gusto della provocazione rimane insito nel DNA di Von Trier.

E, forse anche oltre il lecito che potevamo attenderci, La Casa di Jack è davvero la perfetta summa di ciò che Von Trier ha realizzato in carriera.

A cominciare dal risultato finale: un canonico “tanto rumore per nulla”. Ok, alcune parti del film sono per stomaci forti, più dal punto di vista emotivo che non orrorifico, ma chi si scandalizza di fronte ad un film come questo, frutto di una sensibilità debole e fragile, cade perfettamente nella trappola giocosa del pazzo danese.

Che non fosse veramente un horror o un thriller La Casa di Jack lo sapevamo dal primo secondo, conoscendo Von Trier. Il film, sotto la forma del monologo interiore, è una seduta di autoanalisi in cui il protagonista, ovvero il regista stesso, indaga sullo stato dell’arte e su cosa voglia dire sacrificare la propria vita al processo di creazione dell’arte. Un monologo rimpallato con un qualcuno che funge da censore, da moralizzatore, da freno, ma che essendo nuovamente un’altra parte del cervello di Von Trier assume la forma del delirio bipolare.

Non stupisce più di tanto quindi La Casa di Jack, tutto impelagato in costanti digressioni, visive e dialogate, su altri temi ed esempi che riportano all’esperienza artistica. Nella struttura episodica a flashback Von Trier riesce ad infilare spezzoni di altri film, spezzoni di suoi film (tanto per comprendere la totale consapevolezza dell’opera diventata analisi), disegni animati e immagini documentaristiche. Insomma, Von Trier ama esagerare e, in un certo senso, anche mitigare l’impatto sensoriale delle immagini cruente che offre. Perché Von Trier non è interessato alla violenza in quanto tale, ma a ciò che la violenza rappresenta come sfogo istintivo dell’uomo.

Allora ecco, finalmente, la chiave di volta. Leggere come un film normale La Casa di Jack non ha alcun senso. Vederlo invece, collegarlo e analizzarlo, con la sua opera precedente e praticamente gemella Nymphomaniac, getta una nuova incredibile luce su tutto.

Lars Von Trier in poco più di sette ore – due ore e mezza La Casa di Jack, quasi cinque ore la versione estesa di Nymphomaniac – ha realizzato un qualcosa di mai visto: ha usato se stesso, i propri demoni, i propri tormenti, le proprie ossessioni e idiosincrasie, come esempio per esplorare i due istinti primordiali che riconducono l’essere umano alla sua concezione primitiva, prima che le sovrastrutture e convenzioni sociali ci cambiassero: il sesso e la violenza.

Von Trier ha sempre ammesso di avere dei problemi. Nei suoi film ha ammesso ancora più esplicitamente di essere un pazzo che solo l’amore per l’arte ha contenuto e impedito di trasformare in uno psicopatico reale. La struttura narrativa dei due film è identica, l’intento psicoanalitico il medesimo, a cambiare è solo il fine: se Nymphomaniac era la dichiarazione di insanità mentale, e la ricerca delle cause, La Casa di Jack è la ricerca di una soluzione per contenerla (non superarla o guarirla, si badi bene) attraverso l’arte.

Arte che, come sottolineato nel film, è tale solo quando non ha morale. Questa è la premessa fondamentale per capire tutta la poetica maledetta di Von Trier, attenzione. Il suo è sempre stato un sapiente gusto per la provocazione, giocoso oltre i limiti de benpensanti, ma è sempre stato accompagnato da una consapevole vena tendente all’anarchia creativa. Giocosa anch’essa, ma fondamentalmente dolorosa perché frutto di una lotta interiore, con i propri demoni, e esteriore, con chi ha provato a mettergli un freno o un’etichetta.

Sembra paradossale, pertanto, arrivare ad una simile conclusione, ma La Casa di Jack, pur non essendo uno dei film migliori e più riusciti del danese, è forse il suo più importante. E se visto con Nymphomaniac, ripetiamolo ancora, compone l’esperienza più ricca, affascinante e inquietante per i suoi ammiratori.

Chi è Von Trier, e cosa è il suo cinema, non lo capiremo mai. C’è tutto e il contrario di tutto nel suo stile. Ma su una cosa possiamo essere certi: nessun autore è così tanto onesto nella propria ruffianeria e coraggioso nelle proprie provocazioni giocose. Dopotutto il cinema di Von Trier ha sempre funzionato proprio perché denso di contrasti che rappresentano le insicurezze e debolezze umane: un cinema respingente, ma così colto e affascinante da essere magnetico.

Non deve piacerci, come regista o come persona, per comprenderlo. Possiamo anche accusarlo di misoginia o follia, spesso a torto e spesso a ragione, e al tempo stesso apprezzarlo. Lui fa film per se stesso che finiscono per catturare la parte buia di ognuno di noi. A vincere è sempre e comunque la sua tracotanza. Quella che lo spinge ad immedesimarsi in un serial killer capace di commuoversi solo quando si rivede bambino. Quella che lo stimola a superare tutti i limiti possibili, anche quelli dell’Inferno stesso.

Ma nel suo personale abisso Von Trier finisce sempre per ricadere, qualunque cosa si immagini di fare. E questa visione onesta delle cose e del proprio io, per quanto maledettamente ripugnante e malsana, lo erge a figura insostituibile del cinema mondiale. Anzi, di tutta l’arte degli ultimi decenni.

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Emanuele D’Aniello

La Donna Che Visse Due Volte (Vertigo), l’ossessione da vertigine

“Tu credi che sia possibile che qualcuno appartenente al passato, un defunto, riesca a prendere possesso di un essere vivente?”

Titolo originale: Vertigo

Regista: Alfred Hitchcock

Sceneggiatura: Alec Coppel, Samuel A. Taylor

Cast principale: Kim Novak, James Stewart, Tom Helmore, Henry Jones, Barbara Bel Geddes, Lee Patrick

Nazione: USA

Anno: 1958

Hitchcock portò sul grande schermo la vera ossessione, il terrore di quella vertigine che si prova ogni volta che ci si imbatte in questo film. Con La donna che visse due volte, traduzione italiana di Vertigo, il Maestro del Brivido ha lasciato in eredità a tutti noi un vero e proprio capolavoro dell’arte cinematografica.

Tratto dal romanzo francese D’entre les mortes degli autori Pierre Boileau e Thomas Nrcejac, il film debuttò nelle sale il 9 maggio del 1958, una data che ha segnato la storia del cinema.

All’epoca Alfred Hitchcock era già uno dei registi più famosi del mondo, aveva già sfornato titoli del calibro di Rebecca, Io ti salverò, Notorius, La finestra sul cortile e Caccia al ladro solo per citarne alcuni. Tutti avrebbero voluto lavorare con lui e, per questo titolo, scelse un veterano dei suoi film e una giovanissima attrice.

Protagonisti intramontabili di questo cult sono, infatti, James Stewart, con il quale il regista aveva già lavorato in passato in La finestra sul cortile e L’uomo che sapeva troppo, e l’allora venticinquenne Kim Novak, la rappresentazione perfetta della bionda algida e misteriosa tanto amata da Hitchcock.

Ma entriamo nel vivo della storia.

Uno sguardo giù per la tromba delle scale, il pavimento che sguscia via e la ringhiera che si allunga improvvisamente, questa la vertigine.

Quella sensazione tremenda che terrorizza John “Scottie” Ferguson, ex poliziotto dimesso dopo la morte di un collega durante un inseguimento sui tetti di San Francisco. All’epoca, proprio per via delle sue vertigini non riuscì a salvarlo, restando con atroci sensi di colpa e abbandonando così la sua carriera.

Scottie vuole, però, trovare un’altra occupazione e l’occasione si presenta proprio a portata di mano: un suo vecchio compagno di studi gli chiede di pedinare la moglie, raccontandogli una storia bizzarra di allucinazioni e fantasmi che ritornano dal passato.

L’ex poliziotto resta scettico, ma quando vede per la prima volta la donna resta ammaliato. Madeleine è di una bellezza senza eguali, capelli biondi raccolti in uno chignon, elegante e dal fascino algido che lo lascia senza fiato. Da quel momento, Scottie la segue ovunque e scopre che la donna è ossessionata dalla sua bisnonna, Carlotta Valdès, morta suicida un secolo prima.

vertigo film

Ed è proprio da un tentativo di suicidio che Ferguson le salva la vita quando, disperata, la giovane si tuffa nel mare di San Francisco.

Ma, purtroppo, al secondo tentativo non è così fortunato: Madeleine ritenta il suicidio gettandosi da un campanile e Scottie, bloccato dalle sue vertigini, non riesce a salvarla. Ben presto, però, si accorgerà di essere vittima di una macchinosa trappola.

La vertigine è il filo conduttore di Vertigo (lo chiamiamo così perché è questo il titolo che meglio rappresenta il film), tanto che Hitchcock con la sua maestria riesce a riprodurla attraverso la macchina da presa, immergendo lo spettatore nel “sogno” di Scottie, in questa favola d’amore impossibile in cui si ritrova da un giorno all’altro.

Lo spettatore e il protagonista si identificano per la maggior parte del film, finché il regista non decide di regalare a chi guarda quella rivelazione che cambierà tutta la percezione avuta fino a quel punto, lasciando il protagonista solo nel buio.

vertigo film

Possiamo dire che Vertigo è la sintesi perfetta di tutti i temi e il metodo di Hitchcock: la suspanse, la tensione tipica dei suoi film, il tema del doppio e del sosia, il senso di colpa, l’umorismo sferzante e quell’amore ossessivo che tormenta l’animo, in particolare per una bella e algida donna bionda.

3 motivi per vedere il film:

– La sequenza iniziale, tocco da maestro di Hitchcock

– La leggendaria zoomata delle scale a chiocciola, sequenza rimasta nella storia del cinema

– James Stewart e Kim Novak, coppia intramontabile

Quando vedere il film:

Un sabato pomeriggio, con attenzione e pronti a vivere un’esperienza che vi lascerà senza fiato.

Ilaria Scognamiglio

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Paul Klee. Alle origini dell’arte. Una mostra senza tempo

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Rimangono pochi giorni ancora per vedere Paul Klee. Alle origini dell’arte. Si tratta di una mostra che mette in risalto aspetti non sempre conosciutissimi del pittore svizzero.

Inaugurata lo scorso 31 ottobre, al Mudec di Milano, che lo scorso anno ospitò una bellissima retrospettiva su Frida Khalo, Paul Klee. Alle origini dell’arte è un’occasione per approfondire la complessa figura artistica di Klee.

Curata da Michele Dantini e Raffaella Resch, questa mostra pone al centro non tanto la sconfinata produzione artistica di Klee, quanto il particolare e quasi ossessivo bisogno di esplorare le origini dell’arte.

Il filo conduttore delle opere esposte, circa un centinaio, alcune delle quali, per la particolare fragilità delle stesse, mai esposte in Italia, è essenzialmente il rapporto fra Klee e l’origine dell’arte.

Per Klee la nascita dell’arte non si collocava agli inizi della cultura occidentale, bensì nell’arte primordiale,.

Questo il tema cardine, l’idea di primitivismo per Klee.

Per l’artista svizzero «il concetto di “primitivismo” assumeva connotazioni diverse rispetto a quelle comunemente utilizzate a proposito delle avanguardie storiche.»

Questo interesse si destò in Klee in coincidenza con il suo primo viaggio in Italia e la scoperta dell’arte paleocristiana a Roma, tra l’autunno del 1901 e la primavera del 1902.

Profondo conoscitore come pochi altri dell’arte nella sua pienezza, Klee sperimentò tecniche pittoriche ogni volta diverse.

Non solo la comune pittura a olio o ad acquarello, ma anche la pittura a cera o il colore a colla.

Singolari furono anche i supporti su cui l’artista dipingeva.

Accanto alla classica tela, Klee utilizzò anche la carta da pacchi, la garza, la seta.

Senza dimenticare la juta, che adoperò spesso, come nel caso del bellissimo L’occhio, pastello del 1938.

Fra le cinque sezioni su cui si articola la mostra, che chiuderà i battenti il prossimo 3 marzo, menzione speciale per la penultima: Il Museo etnografico e la stanza dei bambini.

Suggestivo il teatro delle marionette.

Su un’installazione virtuale si muovono alcune marionette che Klee realizzò per desiderio del figlio Felix.

Fra il 1916 e il 1925 il pittore costruì una cinquantina di pupazzi, purtroppo in gran parte perduti, con materiali di ogni sorta.

Assemblando ossa di bue, prese elettriche, pettini, gusci di noci, cerini, pennelli da barba, Klee diede vita a stupende marionette.

Si tratta di esemplari unici, ispirati, o alla tradizione nordeuropea o del tutto inventati.

Questi piccoli capolavori (in mostra ne sono esposti ben cinque), si muovevano su boccascena ricavati da vecchie cornici.

Klee non si limitava solo a costruire il corpo delle marionette ma provvedeva anche a vestirle.

Per farlo prendeva di nascosto dai cassetti della moglie i tessuti che gli servivano.

Fra le tante marionette, la preferita del piccolo Felix era il Coccodrillo che, come lo stesso ricorda, «poteva divorare davvero i personaggi sgradevoli.»

Fra le opere esposte impossibile non soffermarsi su Ritratto a mezzo busto di Gaia, Sommo guardiano o Angelo in divenire.

«Klee -come ricorda uno dei curatori- viene quindi presentato sia attraverso le sue opere astratte e policrome, conosciute e amate dal grande pubblico, sia attraverso i suoi meno noti lavori caricaturali; al tempo stesso, puntuali ricerche sulle fonti, sui repertori iconografici e formali e sui documenti testuali danno conto della complessità del sostrato culturale dell’artista, della vastità della sua produzione e dell’ampiezza delle tecniche da lui utilizzate.»

Si esce dalla mostra ammantati dall’incredibile genialità di Klee, dall’intensità del colore delle sue opere, dall’infinità varietà dei suoi stili.

Acclamato dai surrealisti come un “liberatore” osannato dagli studenti del Bauhaus, ispiratore di tanti artisti, Klee rappresenta una pietra miliare della storia dell’arte.

Attraverso le sue complesse e mai banali opere palesa , «un universo ambiguo e immaginario, venato di ironia.»

Emblematica è una sua frase che giustamente campeggia a caratteri cubitali in una delle sale della mostra:

«Nell’arte si può anche cominciare da capo, e ciò è evidente, più che altrove, nelle raccolte etnografiche oppure a casa propria, nella stanza riservata ai bambini.»

Testo e foto di Maurizio Carvigno

True Detective 3×08, cacciatori di fugace felicità

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Per capire il significato di questa terza stagione di True Detective bisognerebbe partire dalla quantità di strette di mano e abbracci visti nella puntata finale. Abbracci bellissimi, commoventi.

Come ha reso ancora più esplicito questa True Detective 3×08, la terza stagione della serie antologica di Nic Pizzolatto è molto diversa dalle precedenti. Scrivendo dei primi due episodi avevo sottolineato le connessioni tematiche e narrative con la prima indimenticabile stagione, ma in realtà, andando avanti col racconto, la terza stagione si è via via staccata da quell’atmosfera.

Stavolta non c’era nessun grande discorso filosofico da affrontare, o chissà quale falso sentore soprannaturale da captare. Non c’era un grande mistero da ricostruire, ma una serie di rivelazioni diventate mistero solo perché la mente del protagonista intossicata dalla demenza senile ha oscurato i ricordi. Il mistero in sé, il caso centrale, non era neanche così sentito: Julie Purcell, la ragazzina rapita nel 1980 che i due protagonisti hanno cercato per decenni, non ha mai assunto le fattezze di un vero personaggio, ed è sempre rimasto un mero strumento narrativo più che un tridimensionale carattere per cui la sparizione noi spettatori abbiamo sofferto.

Suona strano dirlo vedendo il titolo che la serie ha, ma True Detective non si guarda per il caso da risolvere. Non è un giallo, non lo è mai stato, i fans del genere thriller o delle detective stories in generale dovrebbero guardare altrove per soddisfare i propri gusti. Questa terza stagione è stata, semmai, un racconto umanista su ciò che forma che la nostra identità, un grande affresco scomposto in un puzzle sui motivi esterni che deteriorano i nostri rapporti, sociali o intimi, col prossimo.

E allora, come già evidenziato, True Detective 3 è davvero il racconto dei danni del maschilismo tossico.

Il percorso di Wayne Hays non è stato quello di risolvere un caso, ma risolvere i propri problemi interiori. Ricordare cosa era andato storto dentro sé stesso anni prima, ricomponendo i cocci di una vita spazzata via dall’ossessione. Wayne lo dice chiaramente alla moglie: “questo matrimonio, i nostri figli, è tutto legato a un ragazzino morto e una ragazzina scomparsa”.

L’ossessione di risolvere un caso che non aveva nemmeno un vero villain (e costruire un thriller senza villain è stato forse il più grande merito di Pizzolatto in questa stagione) ha fatto perdere a Wayne la moglie, la famiglia, l’amicizia, addirittura se stesso. Ha trasformato, insomma, in inutilmente stoico un uomo che invece poteva diventare completo solo grazie all’affetto degli altri. Svaniti quelli, siamo solo anime sole senza direzione.

Per sette puntate i protagonisti erano alla ricerca non di un caso da risolvere, ma di un modo per sentirsi essere umani. Per sette puntate sono stati distanti, freddi, egoisti, e nel loro (temporalmente lunghissimo) percorso hanno imparato ad essere vulnerabili. Hanno capito che non si è deboli a mostrare i propri problemi. Il senso degli abbracci e delle lacrime di questa puntata finale non è solo letterale, ma è il momento in cui finalmente si esprime la connessione col prossimo, troppo a lungo negata.

Ci sarà sempre fin troppo oscurità nel mondo, è inutile negarlo. E ci sarà sempre una fine che in realtà non è una fine, come evidenziato in maniera splendidamente meta nella puntata. Ma le decisioni che prendiamo per arrivare a quella fine sono le cose che contano veramente.

La terza stagione di True Detective è il racconto di gente sola, problematica, vittima di eventi, che combatte per (ri)formare una famiglia. O qualsiasi rapporto che possa avere una qualche forma di famiglia.

Wayne, Roland, persino il destino di Julie Purcell spinge in quella direzione. Il titolo dell’episodio di True Detective 3×08 dopotutto è “Now Am Found” e non è certo casuale. La ricerca è finita, finalmente, qualcosa è stato trovato: se stessi. Non un colpevole, non un mistero da risolvere, ma ciò che abbiamo dentro.

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Emanuele D’Aniello

Scambi di energia e adrenalina al live dei Subsonica a Roma

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Il live Subsonica “8”, del tour di presentazione dell’ultimo album, è arrivato anche a Roma il 21 febbraio. Si confermano le capacità e popolarità della band torinese, dopo 23 anni di carriera.

Dal concerto romano dei Subsonica, lo scorso 21 febbraio, penso che il pubblico sia uscito con due conferme. La prima è che l’acustica del Palasport resta la peggiore per ascoltare un live dei Subsonica (almeno nella capitale). La seconda è che hanno ragione quelli di Rolling Stone: i Subsonica sono ancora la migliore band italiana, quando si tratta di live.

Questa eccellenza consente alla band di sopperire abbastanza alle imperfezioni del Palazzo dello Sport di Roma. Ciò, evidentemente, non solo grazie all’enorme energia ed esperienza live che i cinque hanno accumulato negli anni, ma grazie ai tecnici del suono di cui si avvalgono.

Certo, ad affermarlo è una fan della prima ora, che potreste anche non considerare sufficientemente attendibile e imparziale.

A sostegno, però, della mia opinione posso dire che di concerti dei Subsonica nei ho visti parecchi dal loro esordio. Il primo l’ho visto nel secolo scorso ormai: sarà stato non più tardi del 1997. Tante occasioni di ascolto live di questa band mi consente di dire che, anche a distanza di anni, l’energia che mettono nel concerto ha una forza di propagazione al pubblico incredibile. Non so quante band riescano a far ballare, saltare, “pogare” tanti quarantenni come fanno loro. Il pubblico, infatti, è eterogeneo per età e questo è sicuramente un ottimo indice di popolarità, nonostante gli ultimi album non siano stati salutati con lo stesso entusiasmo dei primi.

I Subsonica ci hanno sempre abituato ad una sana ironia su tutti questi punti.

In “Benzina Ogoshi” (unica canzone dell’album “Eden” cantata al concerto di Roma) si parla di aspettative altrui disattese, facendo esplicito riferimento a ciò che più spesso viene loro rimproverato: non essere riusciti a bissare “Microchip emozionale”.

Durante il concerto, prima Samuel (cantante e front man), poi Max Casacci (chitarrista, produttore e fondatore) scherzano su quanto trovino in forma il loro pubblico, capace di reagire con tanto entusiasmo agli stimoli sonori e visivi che vengono dal palco e su quanto l’energia di cui il gruppo ha bisogno per reggere due ore e mezza di live, in realtà, provenga dal pubblico stesso.

Questo scambio di energia giovedì sera si è avvertito fin dall’inizio. I cinque Subsonica appaiono sul palco, appena si sistemano i 10 schermi, due per ciascun musicista su cui vedremo proiettate soprattutto le loro immagini di ognuno di loro riprese durante lo show.

Apre, prevedibilmente, “Bottiglie rotte”, la hit che ha presentato l’album “8” che dà il titolo al tour. Una canzone che sprigiona la propria potenza molto meglio dal vivo, che nella registrazione in studio.

Seguono tre classici del repertorio: la mitica “Discolabirinto”, “Up patriots to arms” (tributo al Maestro Franco Battiato),“Nuova ossessione”.

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A questo punto, il Palasport è ormai una discoteca. D’altronde, se Samuel urla: “Saltate”, sembra che tutti pensino: “Quanto alto?”.

Si deve mantenere il ritmo, ma si devono anche omaggiare le canzoni di “8”. E la scelta è azzeccata, perché ricade su “Jolly Roger”, che acquista anch’essa forza rispetto alla versione in studio.

Si continua a ballare per un po’, all’insegna di un concetto che – a giudicare dai testi – sembra molto caro ai Subsonica: libertà. E non solo perché non può mancare un brano come “Liberi tutti”, ma anche perché ci si esalta con la ribellione de “L’onda”.

Quando arriva la prima ballata – che fa riprendere fiato da tanto saltare – è “Creep” dei Radiohead, che fa da apripista a “La bontà” e  “Respirare” dal nuovo album.

Ma la fase soft non può che essere breve. La presentazione di “8” continua con “Cieli in fiamme” e il suo verso al vetriolo “non so come smettere di torturare il nostro piccolo amore”.

Il clou dello show si ha quando i Subsonica vengono raggiunti da Willie Peyote per cantare “L’incubo” prodotto insieme per l’ultimo album. Una grande occasione per il rapper piemontese, che realizza un sogno, suonando con coloro che tanto hanno influito sulla sua formazione musicale. Ci racconta di quanto sia stato fulminato – quanto lo capisco! – da uno dei primi brani dell’album omonimo d’esordio dei Subsonica. La sua sarà una bella performance di “Radioestensioni”, canzone poco suonata dal vivo dal gruppo torinese.

Da questo momento in poi si succedono almeno tre dei momenti più emozionanti.

Il primo è la performance del brano forse più cupo del repertorio, “La glaciazione”: la descrizione di un momento apocalittico che culmina nell’avvertimento che “questo vuoto esploderà” prima o poi, non si deve disperare, anche se il nulla è assordante.

Il momento più toccante lo introduce Max Casacci, per ringraziare ed omaggiare Carlo Umberto Rossi, produttore e musicista importantissimo nel percorso della band, scomparso prematuramente. A lui è dedicata la bellissima “Le onde”, in cui ci si interroga su dove andiamo dopo la morte e si constata che non ci sono le istruzioni per non avere più, qui, qualcuno che se ne è andato per sempre.

Infine, il momento che precede i saluti non può che accontentare gli irriducibili, denso di pietre miliari, con tema l’amore in tutte le sue diverse fasi, come “Il cielo su Torino”, “Strade” e “Tutti i miei sbagli”. Ce lo ricorda anche Samuel che quest’ultima è stato il primo e unico esperimento dei Subsonica al Festival di Sanremo. La presenta anche in puro stile sanremese.

Mi viene in mente che questo brano incarna un tòpos di Sanremo: la tipica canzone che non vince, magari va in fondo alla classica, per poi diventare un caposaldo della carriera dell’artista che l’ha presentata.

Se siete arrivati in fondo a leggere, forse è perché amate i Subsonica. Quindi, vi farà piacere sapere che il tuor “8” continuerà questa estate, almeno a quanto annunciato alla fine del live di Roma.

Stefania Fiducia

Fotografie di Pasquale Modica

La cena delle belve al Quirino: homo homini lupus

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Homo Homini Lupus. Un antico detto latino può bastare per descrivere sinteticamente il senso de La cena delle belve, spettacolo in scena al Teatro Quirino dal 19 febbraio al 3 marzo 2019 per la regia di Julien Sibre e Virginia Acqua.

Il testo è una traduzione firmata Vincenzo Cerami de “Le Repas des fauves”, spettacolo del franco-armeno Vahé Katchà.

Italia,1943. Sette amici sono a cena insieme. Quella stessa sera vengono uccisi due ufficiali tedeschi fuori dal palazzo in cui si trovano, così la Gestapo irrompe in ogni appartamento chiedendo due ostaggi. Nel caso dei protagonisti, il comandante tedesco decide che saranno loro a scegliere i due che dovranno sacrificarsi, lasciando liberi gli altri cinque.

Non a caso, durante la messa in scena, viene citato un verso sofocleo dell’Antigone, personaggio femminile che nel corso dei secoli ha incarnato proprio il valore dei diritti umani, della dignità di ogni vita e soprattutto di ogni morte:

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Sette capi contro sette porte: duelli in equilibrio, e al dio di disfatta lasciarono regali di metallo pieno. Esclusa la coppia disperata, doppio frutto d’unico padre, d’una madre sola fermo incrocio di punte trafiggenti, equa spartizione di una fine insieme.[/dt_quote]

Il verso spiega proprio lo scontro che sta per avvenire tra i sette amici, tra le sette belve. Come Eteocle e Polinice ci sarà una lotta di potere e una lotta alla sopravvivenza. A differenza di quanto si potrebbe pensare, La cena delle belve non è solo una storia di guerra. È un’accurata esegesi della natura umana e della sopraffazione reciproca quando entra in gioco la paura per la propria esistenza.

Ho apprezzato molto lo schermo alle spalle degli attori, che consente di vedere cosa accade fuori dalla porta di casa in modalità fumetto: un espediente sicuramente molto apprezzabile per far entrare il pubblico nello spettacolo.

Belle le scene di Carlo De Marino e i costumi Francesca Brunori; del cast, che si avvale di nomi abbastanza noti come Francesco Bonomo e Silvia Siravo, ho apprezzato in particolar modo la performance di Maurizio Donadoni.

Che l’idea dell’opera fosse interessante si poteva intuire dal successo della versione originale, vincitrice ai Molières 2011 come migliore spettacolo privato, migliore adattamento e messa in scena. Lo humor nero, che permane nella traduzione italiana, come spesso accade in molte trasposizioni perde un po’ la sua verve. L’attore nostrano, che si ritrova a interpretare un personaggio pensato originariamente in francese, fa un po’ fatica a cogliere alcune sfaccettature estranee alla propria tradizione.

Anche il pubblico coglie questo distanza e stenta a riconoscersi, a volte, in questo spettacolo, ma più nella parte umoristica. Nella parte cruda (e anche un po’ inquietante) si ritrova invece a deridere la piccolezza umana. Con il compito finale di prenderne anche consciamente atto.

 

Alessia Pizzi