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Pierfrancesco Favino: i 5 film che devi vedere

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La prima cosa che ho pensato quando ho visto Pierfrancesco in televisione è che aveva un viso familiare. E’ uno di quei volti noti che ci sono sempre dietro lo schermo e, bello e bravo com’è, ho passato quindici giorni a guardarmi quasi tutta la sua filmografia. Ho scelto per voi cinque film di Favino da vedere asolutamente!

Gli anni più belli (2020)

Muccino torna dietro la camera e immagina la storia di un gruppo di amici dal 1980 ad oggi. Con sapienza, l’occhio di chi guarda coglie le vicende del gruppo, sprofonda nella vita del singolo, ancora si allarga alle sue aspirazioni. E’ un film corale ma che, nel coro, non perde nessuno dei suoi protagonisti. Il tempo ci cambia profondamente: un assunto fondamentale che Muccino trasforma in immagini.

Hammamett (2020)

Vengono raccontati gli ultimi sei mesi di vita di Bettino Craxi e sì, il protagonista è interpretato da un irriconoscibile Favino. Il trucco certosino a cui l’attore si è sottoposto giornalmente richiedeva, come ha raccontato lui stesso, circa sei ore al giorno. Grazie a questo titolo proprio di recente sul nostro attore son piovuti i premi ed effetti l’interpretazione è magistrale: le somiglianze tra l’uno e l’altro sono incredibili.

A casa tutti bene (2018)

Un signor film che lascia una profonda sensazione di disagio: sul modello di Perfetti sconosciuti”, Muccino ci mostra all’inizio del film una famiglia tutta composta che si ritrova in un’occasione speciale e alla fine invece la camera si muove su quel che ne è rimasto. Minuto dopo minuto, si palesano trame sotterranee, rancori, segreti che rovinano un equilibrio fragile e solo apparente.

Suburra (2015)

E’ il dipinto di una Roma corrotta e malata: racconto dal grande eco seguito dall’omonima serie prodotta da Netflix. Pierfrancesco Favino interpreta l’onorevole Filippo Malgredi coinvolto nella gestione edilizia di Ostia, uomo disonesto che si ritrova nei guai quando una prostituta minorenne gli muore nel letto per overdose. Alla sua, ugualmente perverse, si intrecciano altre storie.

Senza nessuna pietà (2014)

Uno dei film di nicchia, di cui pure la filmografia di Pierfrancesco abbonda. Cos’ha di diverso? La delicatezza, nonostante il titolo. Mimmo fa parte di una famiglia mafiosa, e pur introverso e di indole pacifica, si limita ad obbedire passivamente ai comandi che gli vengono dall’alto. Qualcosa si rompe: a chi guarda viene lasciato intuire un amore che non viene mai esplicitamente raccontato ma che di colpo cambia il finale del film.

Serena Garofalo

Foto di credits immagine di copertina Daniele Barraco 

4 episodi di “Black Mirror” che ci parlano del futuro

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C’è una serie televisiva che più di tutte suscita dibattiti sul mondo che ci circonda.

Gli episodi di Black Mirror hanno fatto breccia negli spettatori e la serie tv britannica è diventata un vero e proprio cult. Alcuni di questi sono rilevanti anche per i messaggi che lanciano.

“Fifteen Million Merits”, secondo episodio della prima stagione, è tra i più emblematici della serie per il tema che affronta.

La vicenda di Bing (il protagonista) parla di come i media e i dispositivi tecnologici influenzano la vita sociale. Già il titolo è un riferimento ai quindici minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol; la sua visione oggi è realtà e l’episodio ne esaspera il lato più subdolo, con poche persone che beneficiano dell’arrivismo collettivo.

La riflessione è da ricercare in un preciso momento. Durante il discorso davanti ai giudici, Bing dice “i have a dream”, citazione della celebre frase di Martin Luther King. Il rimando è di tipo concettuale: così come Martin Luther King aveva combattuto per i diritti dei neri, allo stesso modo Bing si ribella alla schiavitù di un sistema virtuale che lo tiene prigioniero.

Chi pedala nella sala cyclette è lobotomizzato dall’attività ripetitiva di un posto impersonale. Non è l’intera società a essere governata secondo queste regole, ma un gruppo di pochi individui, vestiti allo stesso modo, destinati a pedalare per soddisfare i capricci di alcuni privilegiati. Non mancano poi alcuni rimandi al mondo della televisione, con la trasmissione Hot Shot che ricalca i moderni talent show.

“White Christmas” è invece un episodio speciale a cavallo tra la prima e la seconda stagione.

Nella storia dispositivo e utente si congiungono tramite un “cookie”. ed il risultato è un ibrido che spalanca prospettive ai limiti dei nostri sogni. Il cookie è una copia fedele della persona in grado di apprendere i suoi comportamenti ed atteggiamenti, e potenzialmente di sopravvivergli alla morte. Qualcosa di simile accade anche in San Junipero, quarto episodio della terza stagione.

Anche qui non mancano i riferimenti alla realtà. Presso la Code Conference del 2016, Elon Musk ha dichiarato che noi uomini, per sopravvivere all’intelligenza artificiale, ne dovremo avere uno strato in simbiosi con il cervello. Il risultato è una sorta di interfaccia corticale che opera direttamente con i neuroni, e che un giorno può diventare realtà.

Non solo. In un certo senso, noi esseri umani siamo già cyborg. Tramite le nostre mail, i social media e quello che facciamo online, generiamo una parziale versione digitale di noi stessi. Col nostro smartphone possiamo fare qualsiasi domanda, conversare con chiunque, mandare messaggi a milioni di persone istantaneamente. L’unico vincolo che oggi ci resta, dice Munsk, sono le modalità di input-output, molto più lente con l’uso degli arti.

Per questo Munsk ipotizza una creatura ibrida, così come lo sono i protagonisti di White Christmas. Proprio il dispositivo “zed eye” consente di fare foto e di manipolare l’ambiente senza avere un dispositivo tra le mani. Sembra quasi che il compromesso per non farsi sottomettere dai dispositivi sia diventare noi stessi dei dispositivi, o permettere che entrino dentro di noi. Il creatore si fonde col creato. Accade spesso negli episodi di Black Mirror.

“Nosedive”, primo episodio della terza stagione, invece ricorda la pervasività tecnologica di oggi, a partire dai social media.

I protagonisti vivono collegati e la società si basa sul continuo scambio d’informazioni. Tutto è organizzato in uno schema piramidale con al vertice chi riesce meglio a padroneggiare e manipolare le sue informazioni, in basso le vittime del sistema, completamente escluse. I clochard sono quelli che producono contenuti giudicati di basso livello o che non ne producono. Nullatenenti informazionali.

La gente vuole avere un punteggio alto per accrescere il proprio status sociale. Gli individui vengono classificati come se fossero ristoranti od hotel su Tripadvisor, oggetti da comprare su Amazon, servizi proposti da qualche catalogo. Fa tutto parte di una vasta community, in cui nessuno è libero di dire quello che pensa davvero per paura di ritorsioni sulla propria reputazione.

A regolare tutto questo è lo smartphone, che media il rapporto con il mondo circostante, anche grazie all’ausilio di un’interfaccia oculare. Rispetto ad altri episodi di Black Mirror, in questo caso il richiamo è all’uso che facciamo dei social media, ormai delle piattaforme su cui riversiamo ogni aspetto della nostra vita.

episodi black mirror
Lacie Pound (Bryce Dallas Howard) protagonista di Nosedive, primo episodio della terza stagione di Black Mirror

Infine “Hated In The Nation”, sesto e ultimo episodio della terza stagione, che affronta il tema dell’odio online e delle sue possibili conseguenze.

L’anonimato del web protegge dalle responsabilità. Ne risulta un territorio franco dove chi lancia messaggi di intolleranza, od usa toni incivili, è facilitato da un’incompletezza legislativa che solo recentemente prova a prendere provvedimenti.

Ormai l’odio virtuale raggiunge proporzioni di massa. Un esempio su tutti; la cosiddetta “shitstorm” (tempesta di sterco), ossia un gruppo numeroso di persone che si organizza per coprire di commenti offensivi e denigratori un soggetto online, bersagliato per qualche motivo specifico.

Nella storia si arriva addirittura ad augurare la morte con un hashtag, venendo per questo puniti: potremmo chiamarlo “karma tecnologico”. In questa prospettiva si spiegano il manifesto e le azioni dell’antagonista Scholes: un giustiziere che punisce la cattiva condotta sul web.

Le vicende di Hated In The Nation offrono inoltre , per l’uso di informazioni personali a scopi eversivi, tutte le complicazioni insite nella gestione e manipolazione dei cosiddetti Big Data. Si tratta di dati che trovano applicazione in molti settori strategici. Vengono raccolti, trattati tramite algoritmi, elaborati in modelli predittivi e valorizzati in informazioni.

Questo modo di gestire le informazioni personali può influenzare anche le sorti del mondo. Ne sono un esempio le fake news sul web e le presunte influenze esterne durante il referendum sulla brexit e le elezioni negli USA del 2016.

Gli episodi di “Black Mirror” analizzati dimostrano che la serie anticipa alcune tematiche e le porta alla coscienza del pubblico.

Si può rompere questa spirale? Ne parla Sacha Baron Cohen, attore, comico, doppiatore, sceneggiatore, produttore cinematografico e televisivo britannico. In un discorso all’Anti Defamation League, Cohen bersaglia i social media e i colossi del web, che a suo avviso stanno contribuendo alla distruzione della democrazia. Bisogna avere più consapevolezza e responsabilità, oltre a rivedere il nostro approccio alla tecnologia e il rapporto con il progresso.

Black Mirror è proprio questo: un’iperbole del mediatico, la visione di un futuro non troppo distopico. Sta a noi procedere nella giusta direzione o in quella meno rischiosa. Il motto da seguire: non l’uomo per la tecnologia, ma la tecnologia per l’uomo. Andare avanti cercando di capire il percorso.

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

I valori che contano: l’avvocato Malinconico è tornato

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I valori che contano (avrei preferito non scoprirli): la recensione

Diego De Silva torna in libreria con un’altra avventura dell’avvocato di insuccesso, Vincenzo Malinconico, raccontata ne I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) pubblicato da Einaudi.

Il romanzo si apre con l’avvocato che, tanto per cambiare, sta vivendo una situazione paradossale, assurda e alquanto imbarazzante.

Una giovane donna in mutande, che assomiglia a Pippi calzelunghe, chiede ospitalità a Malinconico per fuggire a una retata anti-prostituzione effettuata dai Carabinieri nell’appartamento di sopra.

Quindi si scoprirà, qualche pagina più avanti, che la ragazza è la figlia del sindaco e di qui partirà tutta la vicenda giudiziaria che farà soltanto da contorno alla narrazione principale, quella riguardante l’inettitudine di Vincenzo Malinconico.

Malinconico è un uomo che gode della sua inettitudine.

Non fa nulla per migliorare la propria condizione, perché nella sua condizione ci sguazza grazie al senso dell’umorismo e l’autoironia.

Ed è per questo che il lettore lo ama.

Di sé l’avvocato dice:

Mi chiamo Vincenzo Malinconico. Avvocato. Piú che di grido, direi di gemito. Ho cinquant’anni. Due figli. Alagia e Alfredo. Nives, la mia ex moglie, è una psicologa affermata. È una delle ragioni per cui ci siamo lasciati. Alfredo l’ho fatto con lei. Alagia ce l’aveva già, quando l’ho incontrata. Anche lei è mia figlia. Dopo Nives ho amato tanto un’altra donna, che ho perso, come quasi tutte le donne che ho avuto. Ho un talento, nell’essere stato amato. Ora ho una storia con un’altra, che in una sfuriata di gelosia mi ha buttato fuori dalla macchina, e sono giorni che non mi chiama. È fatta cosí, vuole sempre avere ragione. E poi mi tiene sull’uscio. Ma credo che si stia innamorando, perché non me ne passa una. E anch’io, perché gliele passo tutte. Sapete? […]mi accorgo che è tutta qui, la mia biografia.

Malinconico non eccelle in nessun campo:

  • nel lavoro non è un avvocato richiesto, tanto che la sua segreteria gli ricorda che “dalla sua agenda si direbbe che è libero per i prossimi sei mesi”;
  • in amore ha collezionato una serie di fallimenti sentimentali (incluso un matrimonio);
  • come genitore non si sente bravo.

Dirà:

Ovvia conseguenza della mia inettitudine genitoriale è che Alfredo non solo non perde l’abitudine (di non rispondere al telefono ndr), ma si sente autorizzato a conservarla, facendomi rodere il fegato (con
il mio consenso, neanche tacito ma addirittura espresso) ogni volta. Perché non c’è volta che prenda il telefono per chiamarlo che non mi senta chiudere lo stomaco all’idea che non mi risponderà.

I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) è un libro che si divora letteralmente, perché è impossibile non affezionarsi al filosofo Vincenzo Malinconico, impacciato, inetto e “sfigato”.

De Silva coinvolge il lettore emotivamente a trecentosessanta gradi: fa ridere, fa piangere, emoziona.

I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) rientra a pieno titolo nella categoria dei libri da leggere quest’estate sotto l’ombrellone.

Valeria de Bari

100 anni di Franca Valeri, 100 anni di una grande donna

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Aggiornamento: Franca Valeri ci ha lasciato il 9 agosto 2020, pochi giorni dopo aver compiuto 100 anni.

Ricordo la prima volta che vidi quest’attrice milanese. Ero giovane, per non dire piccolo, ma già appassionato e curioso della recitazione e del mondo dello spettacolo. Guardavo la televisione e mi capitò sotto un suo sketch.

Il ritmo, la scansione della voce, la semplicità delle battute, capaci anche di coinvolgere un giovane inesperto come me, mi coinvolsero e mi incuriosirono. Iniziai a documentarmi su di lei, chi fosse. Internet non era a portata di click come oggi (a meno che il computer non fosse in camera dei genitori) e libri su di lei non ne avevo; così la cercai nei film che avevo nella mia videoteca casalinga, piena di vhs.

Vidi Franca Valeri in pellicole con Totò, Peppino de Filippo, Alberto Sordi, Sophia Loren; diretta Vittorio de Sica, Alessandro Blasetti, Federico Fellini, Dino Risi, Sergio Corbucci, Mario Monicelli e Mauro Bolognini: il suo talento spiccava sempre, dalla forte ironia alla potente caratterizzazione. Mi dava anche l’idea di una donna forte, capace, ben conscia di se stessa.

Scoprì allora la sua storia personale, dai suoi amori alla sua famiglia.

Il cognome vero di Franca, infatti, è Norsa. Il padre Luigi era d’origine ebraica e, per questo, Franca e la sua famiglia, subirono nel 1938 l’umiliazione della privazione dei diritti fondamentali a causa delle leggi razziali, nonché il pericolo della deportazione.

Anni difficili e duri, ma Franca, già grande, inizia in quel periodo ad approcciarsi al mondo intellettuale milanese e a quello della recitazione. Il padre però non vuole che intraprenda questa carriera.

Nasce così il nome d’arte “Valeri”, preso in prestito da un poeta francese a lei molto caro, cioè Paul Valéry.

Il suo bagaglio sarà prettamente comico, inventando dei personaggi che rispecchiano, in maniera parodistica, realtà quotidiane giunte ai limiti dell’assurdo; dal mondo del nord, come quello della milanese “signorina snob” (che ripresenterà in Totò a colori); a quello romano, come la Sora Cecioni.

Nei suoi 100 anni, però, Franca Valeri non si festeggia solo come attrice.

Oltre al mondo del teatro, del cinema e della televisione; Franca si mette in gioco anche come scrittrice. In primis, le sceneggiature teatrali, che si muovono, sempre con ingredienti comici, su temi importanti come il rapporto generazionale (Il cambio dei cavalli), la memoria e la consapevolezza (Non tutto è risolto); ma anche atti unici e libri dedicati alle riflessioni, alla quotidianità con gli animali domestici e vari ricordi.

Altra sua grande passione di Franca Valeri è l’opera lirica, a cui dedicherà non poche regie.

Verdi, Puccini, Rossini e tanti altri, in magistrali rappresentazioni che hanno visto luogo in importanti Festival, come quello di Spoleto; o in storici teatri, come quello dell’Opera di Roma o l’Ariston di Sanremo. Molte di queste regie hanno visto la direzione di Maurizio Rinaldi, altro suo grande amore.

Franca Valeri, infatti, ha avuto due mariti: l’attore e regista Vittorio Caprioli e il già citato Rinaldi.

Storie di tradimenti, delusioni, successi e voglia di stare insieme. Inoltre Franca, non avendo avuto figli dai suoi matrimoni, ha adottato il soprano Stefania Bonfadelli e donato la sua villa sul lago di Bracciano all’organizzazione WWF. Ha anche preso parte a due brani (diciamo un prologo e un epigologo) nell’album del 2003 Ero un autarchico del rapper Krankie hi-nrg mc, dove oltre alla Valeri, hanno collaborato anche personalità dello spettacolo come Paola Cortellesi e Arnoldo Foà.

Insomma, in questi 100 anni, Franca Valeri ne ha fatta di strada, sempre con magistrale ironia, classe e conoscenza.

Chi come me che scrive e parla di Cultura, non può non rendere omaggio a questa immensa donna, dalla forte personalità e dalla mente brillante; dal grande talento e dall’invidiabile capacità di farci capire, da tanto tempo, quanto tutti noi siamo grandi e piccoli allo stesso tempo.

Francesco Fario

Foto tratta da Wikicommons, licenza cc-by-2.0

Notti Romane | #TerzaDose

Liliana Rinaldi, Marco Vitali, Emilio Galdani

Quella, signori, è inutile che ve lo dica, non fu l’unica occasione in cui Marco si dimenticò, diciamo così, d’amare Liliana e di non avere occhi che per lei, come le diceva spesso. Capitò che partì poco fuori Roma per qualche giorno, senza avvisare, in una villa sul mare di qualche suo compare. Si concesse allora una lunga camminata al chiaro di luna sulla battigia con una certa Martina, conquista dell’ultima ora, una donna mora e dalle forme esasperate, volgare nelle parole ma Donna, e tanto bastava.

Quando fu di ritorno, lo raccontò a Liliana e davanti alla sua furia, la convinse che tanto non c’era niente di male, d’altra parte, a far conversazione, e che esser fidanzati non voleva certo dire rinunciare alla propria libertà. Liliana si convinse che fosse normale, e si convinse però con dolore, con angoscia. Marco era, nelle altre occasioni, con lei sempre gentile e sorridente. Questo pure le doveva bastare, e si sforzava perchè le bastasse.

All’angolo con via del corso, c’era un caffè che amava particolarmente e, in Estate, metteva i tavolini fuori. C’era stata una volta con la madre, da bambina, e aveva preso un pasticcino al cioccolato che le aveva sporcato il viso fino al naso. Ora, di quell’atmosfera luminosa di festa, sembrava non esserci rimasto più niente: Marco le sedeva davanti, dietro le vetrate di quello stesso Bar. Si acconciava con gusto un ricciolo nero che gli solleticava la fronte e parlava di cose sciocche di suo interesse, dell’ennesima festa, del gioco del calcio, di cose che passano e son fatte solo per occupare il tempo.

Liliana lo guardava e davvero pensava che niente, niente, era rimasto di quell’atmosfera luminosa di quando era bambina: il Dicembre di quel ’69 era tagliente e concitato. Sì, pensava, tagliente e concitato. Guardò Marco e, per la prima volta, si pentì d’amarlo e triste si disse che non poteva farci nulla contro l’amore, che certo le forze di combatterlo non le aveva lei, e tornò docilmente alla convinzione che tutto era bene così com’era.

Da lontano, gettò uno sguardo a quella Roma uggiosa fuori le vetrate: i marmi bianchi dell’altrare della patria le sembrarono avere venature grigie, così come le rade auto che sfilavano nella piazza.

Liliana fece un segno che voleva dire: andiamocene e Marco si alzò, si sistemò il bavero, le spolverò della polvere immaginaria dalla spalla, le prese la mano, e in silenzio scivolarono fuori dal locale.

Marco si era abituato ai lunghi silenzi della ragazza, alle parole razionate. Non siamo certo tutti uguali, al mondo, e nei mesi aveva imparato che alle sue labbra serrate corrispondeva spesso un turbinio di pensieri senza forma. Liliana pensava tanto, troppo, e aveva pensieri pesanti e neri, ma era felice da morire quando finalmente lei si abbandonava alle parole e finalmente gli parlava.

Si sforzava di capirla, anche se gli era difficile capire come si potesse pensare a cose astratte e poco reali. Per Marco Vitali, signori, la morte è la cosa meno reale a cui si possa pensare perchè è, se ci si pensa bene, l’unica cosa che si è certi di non incontrare mai.

Ora, non so se chi legge creda al destino, a Dio, a un fato superiore ma, perchè la storia possa continuare, ho bisogno che crediate.

Liliana e Marco andavano infatti, a braccetto nelle loro menti così divise, alla presentazione dell’ultimo saggio di Emilio Galdani che, manco a dirlo, non aveva più visto Anna, e ora era tutto preso nella sua attività di scrittore, concedendosi, oltre alla madre e qualche sigaro, poche distrazioni.

Marco e Liliana appena entrati furono investiti da un tepore piacevole e zuccheroso, così in contrasto con la figura minuta e nervosa di Emilio, che già parlava dal fondo della sala del suo ultimo lavoro. Stava composto, una gamba morbidamente sull’altra, il viso di chi non sta parlando ad una sala piena o di chi lo sa e non gli importa.

Liliana si accomodò, Marco le stette accanto, un braccio poggiato sulle sue spalle.

Ma fu soltanto dopo che qualcosa crepò l’equilibrio che tanto faticosamente vi ho descritto: lo sguardo di Liliana che, mentre Emilio parlava con certi giornalisti che gli stavano attorno, si posò su di lui come disincantato, e lo vide, se lo bevve con le pupille.

“No, ovvio che Giuseppe Pinelli non è caduto casualmente dalla finestra della questura.” stava dicendo, leggermente seccato “ma io parlo di libri, non faccio politica”

Le sembrò d’averlo già visto da qualche parte ma non potè giurarci. E’ così quindi che è uno scrittore: da lui promanava un’aura quasi sacrale, un carma innegabile che le avvinghiava lo stomaco. Voglio essere come lui da grande, si sosprese a pensare Liliana, mentre Emilio rifuggiva all’ennesima domanda “Lei crede davvero sia lui l’attentatore di Piazza fontana?”

Lo vide divincolarsi all’indietro, facendo un gesto di fastidio con la mano, urtandola leggermente.

“Scusami. Non sopporto i giornalisti. Spero non ti sia fatta nulla.”

Liliana gettò uno sguardo già colpevole a Marco che bighellonava fuori dalla libreria, sfogliando una rivista.

“Anch’io scrivo.” disse Liliana, senza sapere perchè. Voleva che lui l’ammirasse come d’improvviso le era capitato di ammirare lui. Invece disse solamente bene e, con quel passo quasi di danza, si allontanò.

Si sarebbero rivisti.

Serena Garofalo

Hai perso l’ultima dose?

A qualcuno piace caldo e quella comicità “en travesti”

“Nessuno è perfetto”

Titolo originale: Some like it hot
Regista: Billy Wilder
Sceneggiatura: I.A.L Diamond, Billy Wilder
Cast Principale: Tony Curtis, Jack Lemmon, Marilyn Monroe, Joe E. Brown, George Raft, George E. Stone
Nazione: USA

Se vi dico la parola “estate” a voi cosa viene in mente? Molti lo collegano alle pause, alle ferie, quindi il mare, la montagna, il viaggiare.

Io invece penso subito al caldo. Afoso, umido, capace di stordirti se disgraziatamente esci in ore particolari. Così mi sono detto: “Cosa posso scrivere, associato a quest’atmosfera carica di calore?”

La risposta arrivata dal titolo di un film di Billy Wilder, intitolato appunto “A qualcuno piace caldo“.

La storia ci porta nella Chicago del 1929: l’epoca di Al Capone, del proibizionismo, dei locali clandestini. In uno di questi, lavorano il contrabbassista Jerry (Lemmon) e il sassofonista Joe (Curtis). Dopo essere scappati all’irruzione della polizia, assistono involontariamente a una resa di conti tra gangster, che si accorgono della loro presenza. Dopo essere fuggiti dai malavitosi, capiscono che l’unico modo per salvarsi è seguire un’orchestra femminile, che è in cerca proprio di un sax e contrabbasso, per na tournèe in Florida, fingendosi donne anche loro due.

Il giorno della partenza, conoscono Zucchero Kandinsky (Monroe), di cui entrambi rimangono affascinati. Giunti in albergo, Joe prova a conquistare Zucchero fingendosi il figlio di un ricco petroliere; Jerry invece (ormai per tutti Daphne) subisce l’angosciante e stenuante corte di Osgood (Brown), vecchio miliardario.

Dopo una serie di coincidenze, in Florida arrivano i gangster della fatidica notte. Joe e Jerry devono scappare, ma Joe vuole anche portare via Zucchero o comunque dirle la verità. E se la soluzione potesse arrivare dal vecchio Osgood?

Film dall’enorme successo di pubblico in tutto il mondo, è consierato un cult.

In primis si riconosce subito la mano di Wilder, nella gestione della sceneggiatura. Come in altre pellicole (si pensi a Viale del tramonto), Wilder fa riferimento ad altre opere del cinema, di registi del calibro di Hawks e LeRoy.

Qui, inoltre, si prende un altro tema, molto caro al Cinema: il cross-dressing.

Grandi dive e grandi divi del passato avevano affrontano la sfida di travestirsi, comportarsi e fingersi dell’altro sesso, per necessità e/o pericolo. Brevi esempi vengono in A woman (1915) con Charlie Chaplin, La regina Cristina (1933) con Greta Garbo e Il diavolo è femmina (1935) con Katharine Hepburn.

In questo film, Curtis e Lemmon dovevano essere due uomini, travestiti da donne, coscienti di essere uomini. Leggenda vuole che, per poter essere più convincenti possibili, i due attori girassero per gli studios americani…fingendosi e indossando i panni di Josephine e Daphne. Sembra addirittura che riuscirono ad entrare, non riconosciuti, in un bagno femminile per sistemarsi il trucco.

Qual è però il significato di A qualcuno piace caldo? Cosa significa?

Giustamente molti associano il titolo a una conversazione tra Zucchero e il finto miliardario Joe, mentre parlano del jazz. In realtà, però, come qualcuno ha già scritto prima di me, il vero motivo è semplicemente perché….suona bene!

Questo rende magico il film e ci dona il suo significato: l’assoluta coscienza di non voler dare un messaggio (tipico del cinema di quegli anni) ed esistere solo come un mezzo di intrattenimento. Capire questo, fa anche comprendere tutta la potenza del film.

In un tempo in cui la censura fermava tutto, A qualcuno piace caldo è un film dove (se leviamo la comicità) due uomini si travestono da donne, per scappare da gangster che gestiscono alcolici; mentre una donna, dal corpo tipico di una pin-up, canta, balla e ha problemi con il bere; e un anziano va dietro a un uomo, convinto sia una donna, mostrando una forte tendenza alla perversione…

La comicità però, rende tutto leggero e digeribile, facendoci ingoiare anche la più amara delle pillole.

Vincitore di un Oscar, per i costumi; in Italia ebbe un successo enorme e fu secondo al botteghino a La dolce vita di Fellini.

Tre motivi per vedere il film:

  • Jack Lemmon, nella sua sempreverde comità semplice e spontanea
  • Marilyn Monroe, nella sua forma migliore, anche nel ruolo di “sex symbol”
  • Joe E.Brown e la sua espressività clownesca

Quando vedere il film:

È un film da ridere, semplice e per niente volgare. Mattina prima di pranzo; dopo un buon pasto, insieme a un gelato; o la sera con una bibita fresca: non ha tempo.

Francesco Fario

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Tre donne con poteri straordinari tra cinema e serie tv: Vanya, Amelia e Vignette

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Aspettando la stagione 2 di The Umbrella Academy, scopriamo tre protagoniste con poteri straordinari!

Se si parla di supereroi e grandi poteri, spesso c’è il risvolto della medaglia: lunghi percorsi di accettazione di sé, la chiamata alla responsabilità, soprattutto la ricerca di una grande fiducia in se stessi. Quando la declinazione è femminile, poi, ci sono dei grandi esempi di autodeterminazione e grande coraggio, very very inspiring!

Vignette di Carnival Row

Nell’eterna lotta tra i ”normali” e i ”diversi”, conosciamo questo popolo di esseri fatati, che scappa da una guerra per rifugiarsi in città. In città le cose vanno comunque male, perché una serie di omicidi li rendono sospettati. I due mondi sono però destinati a incontrarsi: Vignette è una fatata e ama il soldato Philo, (Orlando Bloom) creduto morto. Non si darà mai per vinta, non chinerà mai la testa, non rinnegherà il suo amore e la sua natura. Una prova positiva per Cara Delevigne, modella, cantante e attrice che nella sua vita reale ha rotto il dogma delle sopracciglia per le modelle, rilanciando (finalmente) quelle folte.

Vanya di The Umbrella Academy

Il 1º ottobre 1989, 43 donne partoriscono contemporaneamente, anche se nessuna di loro era incinta la mattina. Sette di questi bambini particolari vengono adottati dal ricco e strambo Sir Reginald Hargreeves, che li chiama con un numero e li addestra, fondando la “Umbrella Academy”, una famiglia di supereroi.

Il numero 7, Vanya (l’intensa Ellen Page), è sempre stata emarginata in quanto priva di poteri, al contrario dei suoi fantastici fratelli. Solo un’apocalisse imminente e un villain doppiogiochista le faranno scoprire di avere non solo un potere inimmaginabile ma anche praticamente ingestibile, motivo per cui suo padre le aveva sempre mentito. La ricerca di amore e accettazione, da parte della famiglia e del mondo, sono i fili rossi di questo personaggio, che passa in poche puntate dal farci tenerezza a farci terrore, solo tramite la scoperta del suo potenziale!

Aspettiamo il 31 luglio, quando usciranno le 10 puntate della stagione 2 di The Umbrella Academy per scoprire il futuro di Vanya!

Amelia Wren di The Aeronauts

Amelia (Felicity Jones) è una formidabile pilota di mongolfiere e un personaggio sopra le righe, noto al grande pubblico. Il giovane studioso dei fenomeni meteorologici James (Eddie Redmayne) la convince, dopo mille resistenze, ad aiutarlo. Deve infatti confermare con prove empiriche le sue teorie scientifiche sulla previsione del clima. The Aeronauts racconta il viaggio tra le nuvole di questa inedita coppia è pura adrenalina e poesia, il coraggio di Amelia li salva entrambi in più occasioni. Stabiliranno il nuovo record di altezza per un viaggio in pallone aerostatico.

Forse è uno dei pochi action movie verosimili affidati a una protagonista femminile.

Ma già alla fine degli anni 90 c’era una protagoniste con capacità eccezionali e carattere da vendere…chi può scordarsi di Buffy?

Micaela Paciotti

Qual è il gioco online che fa più male?

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Come ricorderete ci siamo già occupati in passato di come le nuove tecnologie possano farci male (in determinate situazioni). Diversamente dalla scorsa volta però, in cui ci siamo occupati di come lo smartphone possa essere un elemento di disturbo nella relazione genitore-figlio, in questa psicopillola ci occuperemo di dipendenza da giochi online.

Tale dipendenza, sotto il nome di Internet gaming disorder (IGD), è stata recentemente inclusa nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), così come nell’International Classification of Diseases (ICD-11) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quindi parliamo di qualcosa di reale, sebbene, come nel caso di molte patologie, di qualcosa di molto circostanziato.

Qual è il gioco online che dà maggiore dipendenza?

Al netto che in maniera del tutto teorica è possibile sviluppare una dipendenza verso qualsiasi cosa, è anche vero che ci sono giochi che si prestano maggiormente allo sviluppo di un uso disfunzionale.
La ricerca di Musetti e colleghi (2019), recentemente pubblicata sul giornale Frontiers in Psychology, ha approfondito proprio questo aspetto confrontando la prevalenza di giocatori “problematici” e la tipologia di gioco. Ciò che emerso è che giocare ai Multiplayer Online Battle Arena (MOBA), come ad esempio il noto League of Legends, è associato ad un maggior livello di dipendenza da parte dei giocatori.

Quindi sarebbe bene evitare i MOBA?

Non esattamente. Allo stato attuale non è ancora possibile dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio un nesso causale. Infatti, è possibile che il genere MOBA attiri per sua stessa natura giocatori più problematici in cerca di quella soddisfazione che nella realtà viene loro negata e che quindi non “trasformi” giocatori sani e appassionati in ludopati, come invece ci verrebbe da pensare. La letteratura scientifica infatti evidenzia come il coinvolgimento, anche molto consistente in termini di ore spese, nell’attività di gaming non è problematico di per sé (Billieux et al., 2013; Burnay et al., 2015; Charlton and Danforth, 2007), ma lo diventa quando ci si immerge nella virtualità per compensare un malessere offline (Deleuze et al., 2019). Questo probabilmente è uno degli aspetti più importanti quando si parla di dipendenza da giochi online.

Fonti:

Billieux, J., Van der Linden, M., Achab, S., Khazaal, Y., Paraskevopoulos, L., Zullino, D., & Thorens, G. (2013). Why do you play World of Warcraft? An in-depth exploration of self-reported motivations to play online and in-game behaviours in the virtual world of Azeroth. Computers in Human Behavior29(1), 103-109.

Burnay, J., Billieux, J., Blairy, S., & Larøi, F. (2015). Which psychological factors influence Internet addiction? Evidence through an integrative model. Computers in Human Behavior43, 28-34.

Charlton, J. P., & Danforth, I. D. (2007). Distinguishing addiction and high engagement in the context of online game playing. Computers in human behavior23(3), 1531-1548.

Deleuze, J., Maurage, P., Schimmenti, A., Nuyens, F., Melzer, A., & Billieux, J. (2019). Escaping reality through videogames is linked to an implicit preference for virtual over real-life stimuli. Journal of affective disorders245, 1024-1031.

Musetti, A., Mancini, T., Corsano, P., Santoro, G., Cavallini, M. C., & Schimmenti, A. (2019). Maladaptive Personality Functioning and Psychopathological Symptoms in Problematic Video Game Players: A Person-Centered Approach. Frontiers in psychology10, 2559.

Mirko Duradoni

Hai perso l’ultima #PsicoPillola?

L’uomo invisibile, il “one woman show” di Elisabeth Moss

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Riflettori puntati su Elisabeth Moss, la star rivelazione di The Handmaid’s Tale, protagonista dell’Uomo Invisibile, film del 2020 da poco uscito anche in DVD e Blu-Ray per la regia di Leigh Whannel.

Come potete intuire dal trailer, si tratta di un one woman show:

Per quanto la talentuosa attrice non deluda le aspettative il film gira praticamente attorno al suo personaggio: Cecilia scappa dalla casa blindata del partner per poi avvertire il suo controllo anche una volta che è uscita da quella realtà.

Chi è l’uomo invisibile? Ma soprattutto di cosa parla il film?

Domande lecite, perché guardando il trailer non si riesce a inquadrare il genere di questo film: è un horror? Ma, soprattutto, vi è del paranormale? E forse è proprio questa la parte più interessante della storia, che naturalmente non vi svelerò.

Elisabeth Moss è sicuramente l’attrice più indicata per questo ruolo: già nei panni di June ha rivelato il suo carisma, specialmente in contesti legati alla violenza di genere.

Ne L’Uomo Invisibile viene passato al crivello, infatti, proprio il rapporto tra i generi, specialmente quando diventa morboso.

La protagonista mostra rigetto nei confronti dell’ex, ma allo stesso tempo è talmente legata a lui da avvertirne la presenza. E il bello è che lo spettatore può cogliere, grazie ad un’attenta regia, proprio la possibilità di “percepire” l’oscura presenza con gli occhi della protagonista.

Il lascito del rapporto malato, basato sul controllo costante, raggiunge il suo frutto più maturo quando la protagonista comprende che lei è l’unica che può liberarsi proprio grazie a quello che solo lei può percepire: un’arma che si rivelerà fondamentale per la risoluzione del thriller psicologico.

L’uomo invisibile 2020 è senza dubbio differente dagli altri “uomini invisibili” a cui siamo stati abituati, a partire dall’omonimo libro del 1897 e dal riadattamento cinematografico del 1933.

Il reboot resta comunque carico di quel gusto fantascientifico che rende la pellicola interessante, anche se un po’ limitato da tutti gli sviluppi trascurati che potevano esulare dall’universo “Cecilia”, a partire dall’approfondimento psicologico – quasi totalmente assente – della controparte maschile.

Alessia Pizzi

“Accidentally Wes Anderson”, l’account Instagram diventa un libro fotografico

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La filmografia di Wes Anderson è nel cuore di milioni di spettatori e attraverso l’estetica dei suoi film ha dato vita a un vero e proprio fenomeno culturale.

Esiste infatti una community davvero peculiare, che si è consolidata su Instagram, sotto l’account ‘Accidentally Wes Anderson’. Parliamo di un account da un milione di follower, gestito da Wally Koval, che sembra uscito dal Grand Budapest Hotel, per i suoi modi cortesi e le sue parole mai banali.

Cercate su Instagram “Accidentally Wes Anderson

Questo account raccoglie gli scatti che chiunque, da tutto il mondo, può inviare. Il requisito? Le immagini devono richiamare l’estetica dell’amato regista, la sua palette cromatica, la sua simmetria, la sua delicata e poetica eccentricità.

Devono, insomma, quasi sembrare dei frame dei suoi film o location che sceglierebbe lui.

Wally seleziona le foto e chiede una descrizione di ciò che viene rappresentato, per arricchire lo spunto artistico con un approfondimento culturale e storico. I soggetti sono trasversali: i fari (tanto cari all’estetica di Wes Anderson), le sedie bianche e arancio allineate in uno stadio, un cartello dei sentieri, la palafitta di legno di un bagnino, una villa sul lago di Como.

La community risponde sempre estasiata e felice: c’è un altro posto nel mondo da aggiungere alla wishlist di viaggio, c’è un amico da taggare che è stato in vacanza proprio lì, c’è un commento di chi vive a pochi passi e non ha mai visto quell’edificio e ringrazia di cuore.

“Accidentally Wes Anderson” diventa un libro fotografico

Accidentally Wes Anderson è un posto fantastico, e ora è anche un libro fotografico, che raccoglie gli scatti più significativi tra i circa 1100 post pubblicati. Uscirà a fine ottobre e sarà un omaggio alla bellezza del mondo e alle mani degli uomini che hanno costruito piccole e grandi meraviglie.

Accidentally Wes Anderson libro fotografico locandina
La locandina del libro “Accidentally Wes Anderson” di Wally Koval

Wes Anderson, quasi per caso“: il libro in italiano

Dal 4 novembre 2021 il libro è disponibile anche in italiano, edito da Il Saggiatore, dal titolo “Wes Anderson, quasi per caso”. Wes Anderson, che ha scritto la prefazione nel suo stile inconfondibile, è un grande fan di Wally Koval:

Ora capisco cosa significa essere quasi per caso se stessi. Grazie. Non ho ancora le idee chiare su cosa significhi essere deliberatamente me stesso, ammesso che io sia proprio questo, ma non importa. A tutto il gruppo esprimo profonda simpatia e tanta gratitudine per aver scoperto e condiviso queste scene singolari e affascinanti.

L’11 novembre 2021 uscirà The French Dispatch, l’ultimo film di Wes Anderson.. chissà se ha scelto qualche location grazie a Wally!

E se vi siete persi ”L’isola dei cani”, leggete la nostra recensione e recuperatelo!

Micaela Paciotti

Venere, Adone e quell’amore shakespeariano secondo Salvo

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Venere e Adone è un poema di William Shakespeare, considerato il primo successo letterario del bardo inglese.

La storia prende spunto dal libro X delle Metamorfosi di Ovidio, cambiando qualcosa del poeta latino. Questo, infatti, nel suo racconto epico, narra l’incontro tra la Dea dell’Amore e Adone, simbolo per eccellenza della bellezza giovanile. In un tripudio di lirica, le due figure epiche si uniscono, si separano, si braccano e si sfuggono, per poi dividersi, provando il tormento e la gioia.

La trama di Venere e Adone di Shakespeare non si discosta molto da quella di Ovidio. Si svolge in un arco temporale ben preciso, aggiungendo “quel qualcosa” tipico del bardo, come il rifiuto da parte del giovane alle lusinghe della dea.

Trama curiosa, che venne scritta non per le scene; ma che nel corso dei secoli ha visto anche dei rifacimenti teatrali.

Tra questi, quello che ha aperto la stagione del Globe Theatre 2020 il 29 luglio, con la regia di Daniele Salvo.

Lo spettacolo riprende in pieno quanto scritto nel racconto di Shakespeare. Il ritmo, le luci e il perfetto altalenarsi tra ironia, tragedia e spirito classico riescono a ipnotizzare il pubblico, facendogli vivere completamente l’epica vicenda.

Il regista emiliano mostra in questa rappresentazione del poema di William Shakespeare una forte eredità proveniente dalla scuola di Luca Ronconi. Lo capiamo dalla scenografia. Questa infatti è essenziale e funzionale allo stesso tempo, capace di adeguarsi e di seguire le iperbole del racconto, senza mai subire eccessivi cambiamenti.

Su un palco principalmente vuoto, se non con due tavoli e panchine di legno, capaci di divenire una scaletta all’occorrenza; il regista muove le vicende dei protagonisti, utilizzando una semplice struttura archittetonica, vuota all’interno e limitata da pareti trasperenti in vetro, in grado di essere un luogo dove arrampicarsi; ma anche imprigionare, riflettere, fuggire e….dirigere.

In scena ci sono solo 3 attori: Gianluigi Fogacci, nella parte di Shakespeare; e nei ruoli di Adone e Venere, Riccardo Parravicini e Melania Giglio.

Il ruolo dello scrittore risulta un buon escamotage per riuscire a narrare quelle parti che la mera espressione a volte non riesce a rendere. Fugacci è a suo agio nella parte. Che stia muovendo le marionette dei personaggi che sono di fronte a noi; che ironizzi con loro o ci parli di cosa sta ccadendo o accadrà, per l’attore non cambia niente. È brillante, capace: il suo curriculum parla per lui

Riccardo Parravicini è anche lui ben inserito nella parte. Non nuovo alla regia di Daniele Salvo e al palco del Globe, poiché ha fatto parte del coro nell’edizione dello scorso anno del Giulio Cesare; l’attore dona ad Adone espressività e polso.

Melania Giglio, con la sua Venere, porta in scena una figura profonda, ironica, capricciosa; inserita così bene in una miscela di ossessione e desiderio, da far credere al pubblico che forse è questo l’Amore. Tranne pochi istanti, è sempre in scena. Gli spettatori ridono e piangono per la sua Dea; rimngono travolti dai suoi canti e cercano nelle sue parole il messaggio finale che Shakespeare (e con esso Salvo) vuole trasmettere.

Un’opera non teatrale di Shakespeare, diversa dai noti sonetti, tradotta in spettacolo, che merita quindi di essere vissuta. Si sa, però, che come per i testi di Eschilo ed Euripide, vedere le regie di Daniele Salvo è sempre una garanzia di successo. 5 stelle su 5.

Francesco Fario

Foto presa da Wikcommons, licenza cc-01

Tre borse iconiche tra cinema e moda, dalla Kelly di Hermés a Chanel

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Le borse sono i nuovi gioielli, scrisse tempo fa il New York Times. In un’epoca in cui tutti si vestono casual, la differenza la fanno solo gli accessori: in primis borse iconiche e scarpe.

La borsa è un oggetto del desiderio, dal fascino ipnotico. Perchè?

Ce lo spiega il filosofo francese François Dagognet: “la borsa ha una particolarità, direi anche un privilegio: è un meta-oggetto. Serve a portare degli oggetti, ma essa stessa non è veramente un oggetto, è su un gradino superiore rispetto a ciò che trasporta. È incomparabile, è un medium”. E questo medium è diventato così potente che alcune borse sono quotate, proprio come i diamanti o le azioni di una grande azienda.

Donne e borse: un binomio eterno

Dagli anni ‘50 in poi nasce la storia d’amore tra una donna famosa e la sua borsa, spesso creata ad hoc o battezzata come la proprietaria. Alcune borse sono così iconiche, così riconoscibili, che basta vederle per pensare a chi le indossa.

L’inseparabile borsa a mano di Margaret Thatcher (creata da Ferragamo) ispirò addirittura un vero e proprio verbo: “to handbag” ovvero: essere trattato in malo modo da una rappresentante politica.

La borsa adorata da Lady Diana cambiò nome in virtù di questo: Dior la dedica a Diana cambiandole nome. In tutto il mondo, oggi la borsa si chiama “Lady Dior”.

Borse al cinema

L’accessorio più amato dalle donne è anche il più amato dalle attrici. Le borse più famose della storia sono eternamente legate al nome di una diva.

Queste due borse sono un po’ la Porsche e la Ferrari delle borse: inarrivabili, irresistibili, intramontabili. Tutti le desiderano, quasi nessuno può acquistarle, ma sognare non costa nulla!

borse iconiche tra cinema e moda
Foto (autore sconosciuto) tratta dal volume: 50 BORSE CHE HANNO CAMBIATO IL MONDO (Design Museum/De Agostini). Ogni sforzo è stato compiuto per rintracciare i titolari dei diritti.

La Kelly nasce originariamente come borsa elegante da tenere in automobile. Viene ribattezzata così in onore di Grace Kelly, che in un famoso scatto del ‘56 la porta davanti al grembo, pare per nascondere una gravidanza.

La foto tra le mani della neo-principessa di Monaco la lancia a razzo tra le it-bag mondiali. Hermés Inizia a farne in decine di combinazioni, cavalcando la fama della sua testimonial.

La Kelly è al braccio di Grace Kelly ‘Caccia al ladro’ di Hitchcock, ma anche in ‘Blue Jasmin’ di Woody Allen, dove Cate Blanchett la porta sempre con sé.

La Birkin, invece, sorella e competitor della Kelly, viene creata per Jane Birkin. Narra la leggenda che Jane Birkin, attrice e giovane mamma, usasse come borsa un semplice cesto di paglia, rifiutandosi di portare una borsa normale. Jean-Louis Dumas, a capo di Hermès, la sentì lamentarsi: presto fatto, disegnò la borsa perfetta per lei e per tutte le altre donne del pianeta.

 La possiamo ammirare al braccio di Gwineth Paltrow/Margot nel meraviglioso film ‘I Tenenbaum’ di Wes Anderson, in ‘The Bling Ring’ di Sofia Coppola e in varie serie tv come ‘Gossip Girl’ o ‘Una mamma per amica’.

Battuta all’asta per circa 300.000 euro, una Birkin in coccodrillo albino e diamanti si è aggiudicata il primato di borsa più costosa al mondo.

Forse era meglio il cesto di paglia!

La 2.55 di Chanel

borse iconiche tra cinema e moda_La 2.55 di Chanel
Foto (autore sconosciuto) tratta dal volume: 50 BORSE CHE HANNO CAMBIATO IL MONDO (Design Museum/De Agostini). Ogni sforzo è stato compiuto per rintracciare i titolari dei diritti.

Coco Chanel aveva con la moda un rapporto appassionato e molto moderno. Alla leziosità preferiva la praticità e così aggiunge una striscia di stoffa ad una borsetta, per poterla finalmente mettere a tracolla e non dimenticarsela più in giro. Finalmente le donne abbandonano le scomodissime borse a mano, hanno le mani libere, nasce la borsa per una donna attiva e indipendente.

Nel febbraio del ’55 (da qui il nome che sembra un codice) crea questa assoluta icona, che negli anni è stata rielaborata, omaggiata, trasformata, senza mai perdere quella assoluta aurea di freschezza e modernità.

La vediamo in ‘Sex and the city’, ‘Gossip Girl’ e al braccio di Mia Farrow in una bellissima foto sul set di ‘Rosemary’s Baby’, film di Roman Polański.

La borsa di Mary Poppins

borse iconiche tra cinema e moda_La borsa di Mary Poppins
Foto (autore sconosciuto) tratta dal volume: 50 BORSE CHE HANNO CAMBIATO IL MONDO (Design Museum/De Agostini). Ogni sforzo è stato compiuto per rintracciare i titolari dei diritti.

Finalmente una borsa iconica accessibile a tutti: la carpet bag. Creata negli anni della guerra civile americana da scampoli di tappeti, è stata per decenni la borsa da viaggio per eccellenza. Resistente, robusta, economica, doveva contenere un pezzetto di vita di chi lasciava tutto per ricostruire altrove. Tuttora in voga, si è evoluta in oggetto funzionale ma elegante, non è più fatta con gli scampoli, ma non rinuncia ai tradizionali motivi decorativi dei primi tappeti.

La più famosa carpet bag è, ovviamente, quella di Mary Poppins/Julie Andrews nell’omonimo film del 1964, oggetto ormai di culto, entrato anche nel linguaggio comune. Una borsa che sfida le leggi della fisica, che contiene di tutto, addirittura una lampada da terra!

La vediamo anche ne ‘Il ritorno di Mary Poppins‘, film del 2018 di Rob Marshall con Emily Blunt nei panni della tata. In entrambi i film la sagoma di Mary Poppins è indissolubilmente legata a due oggetti: l’ombrello e la carpet bag.

E ricordatevi, citando Paola Jacobbi, che per le donne la borsa è il territorio del “non si sa mai” e “può sempre servire”. E’ una grande prateria piena di buone intenzioni, speranze, progetti.

E se avete una borsa che non sapete come abbinare, prendete spunto!

Micaela Paciotti

Notti Romane | #SecondaDose

Liliana Rinaldi

Liliana Rinaldi aveva da qualche giorno compiuto i suoi ventidue anni, e lo aveva fatto in silenzio, senza festeggiamenti, con a malapena una torta e una candelina accesa che le aveva messo insieme la madre. Si stava lasciando rapidamente Villa Borghese alle spalle: il cielo si era fatto denso e non si muoveva più una foglia; avrebbe piovuto da lì a breve e non aveva con sé neppure l’ombrello.

Immaginò Marco Vitali avviarsi da solo nel mezzo del parco: ci sarebbe stata una festa quella sera ed era lì che andava, attorniato dallo stuolo dei suoi amici. Entrò in stazione , la ragazza , mostrando il biglietto timbrato, poco prima che il cielo si aprisse.

Il vagone emanava un olezzo di carbone e benzina.

Egli d’altra parte era così, non che si possa condannarlo. Il sorriso si notava di lui per prima cosa, un sorriso che brillava come Sirio, dai denti leggermente storti ma di una dolcezza che riusciva sempre così naturale da innamorare quasi spontaneamente. La stessa naturale accortezza l’uomo l’aveva nei modi, sempre gentili, pure verso l’essere più spregevole della terra. E così, tanto spontaneamente e genuinamente, Liliana Rinaldi l’aveva amato da dieci mesi a questa parte, e lui l’aveva ugualmente amata. Si crogiolavano in un amore tenero di zucchero ma senza troppe parole. Liliana, dal canto suo, non amava parlare perché parlare implicava lo sforzo di riordinare i pensieri. E, in quella capoccia lì, di pensieri ne aveva troppi e di ogni forma, così che parlarne era ogni volta come scalare una montagna.

Era ragazza di monosillabi e invece Marco di grandi feste, di grandi compagnie così che la vita sembrava essergli costantemente un dono.

La ragazza si chiedeva spesso se quell’uomo Dio l’avesse creato capace di soffrire perché in quella felicità stupida di cui costantemente viveva non si scorgeva mai neppure un’ombra. Gli attacchi terroristici non sembravano incutergli timore: aveva scosso la testa con quei suoi ricci scuri, aveva sorriso socchiudendo gli occhi e aveva detto solo, senza alcuna agitazione “Alla fine le cose andranno bene.”

Le cose dovevano andare bene secondo chissà quale concezione del mondo che spontaneamente ritrova alle cose un posto felice. Invece Liliana, nelle favole, non ci aveva mai creduto. Soppesava la vita con uno sguardo cupo, ferocemente arrabbiato: quelle pupille scure coglievano con gravità tutte le cose che a Marco fatalmente sfuggivano, ossia la morte, la brevità e l’incertezza del tutto.

Era rispetto a lui dieci anni più piccola ma, non fosse stato per quelle spalle piccole e le rotondità infantili del viso che sembravano non voler smorzarsi mai, nessuno tra voi lettori avrebbe mai saputo indovinarlo. Era capace di consumarsi sul pensiero della morte nottate intere, come se la soluzione a quel problema che da sempre piega l’umanità non fosse più rimandabile e dovesse esser trovata da lei nel giro di qualche ora. La morte, si diceva, annullava la vita e tutte le cose vitali, così che spesso si chiedeva l’utilità di quel respirare e tratteneva il respiro fino a farsi gonfiare le guance.

Pure ora, nel vagone del treno, con Marco lontano, Liliana Rinaldi si torturava le mani nel pensare alla morte. Il mezzo era quasi vuoto se non per un uomo seduto poco distante, un cappello di stoffa calato sugli occhi. Pareva avere la bocca sottile contratta, gli angoli tesi all’ingiù ed era tanto brutto che pareva ghignasse. Aveva avuto l’impressione che l’avesse seguita da un pezzo ma non poteva giurarlo; Come a dissipare i suoi sospetti, lo sconosciuto scese alla fermata dopo.

Emilio Galdani, sceso dal treno, si sistemò bene il cappello sugli occhi, cercò di non pensare ad Anna. Andava a trovare la madre: lo faceva dopo molto tempo solo perché non voleva rimanere solo nel suo appartamento.

Marco Vitali

Marco Vitali, in piedi nel mezzo del salone , sorrideva come uno scemo. La dama a cui rivolgeva il sorriso, quel sorriso che tanto Liliana amava, si era presentata poco prima e, se la memoria non lo ingannava, doveva chiamarsi Valentina.

Il collo sottile le era lasciato scoperto dai capelli castani raccolti da un’acconciatura improbabile proprio sul capo. Aveva un viso magro e spigoloso ma l’andatura elegante da donna, aveva il parlare e la spigliatezza della vita adulta. Era questo che inconsciamente a Marco Vitali sembrava mancare, questo lo spingeva a corteggiare velatamente quella donna mediocre. Le porse la mano, la invitò a salire in terrazza: Roma di notte era sempre una romanticheria dal colpo sicuro.

Vi chiedo, lettori, di non giudicarlo, questo nostro uomo sempre felice. Semplice nel pensiero e lineare, per lui si sarebbe detto tradimento la sola concessione fisica. Tutto quanto viene prima, dai sospiri alle parole, dalla malizia dei gesti e ai pensieri sconvenienti, era giustificato da lui meschinamente appellandosi alla sua natura di uomo e di maschio. “Sono uomo “ diceva “e questa è la mia natura, che è pure la natura di tutti gli uomini.”

Salivano quindi spalla a spalla le scale della casa, e la donna ridacchiava portandosi una mano dalle unghie dipinte sulle labbra.

“E’ arrivata Anna Pavlop!” schiamazzò affacciandosi dal corrimano e facendo un ampio gesto di saluto.

“Chi è?” le chiese lui, procedendo.

“Un’amica. Ma per salutarla avrò tempo.” aggiunse Valentina rapidamente , stringendosi al braccio di Marco Vitali.

Fonte: https://serenagarofalo8.wixsite.com/umanotroppoumano/post/notti-romane-capitolo-secondo

Serena Garofalo

Hai perso la prima dose?

Little fires everywhere: la serie tv tutta al femminile su Amazon Prime Video

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Little fires everywhere è una serie tv tratta dall’omonimo best seller di Celeste Ng e disponibile in Italia su Amazon Prime Video.

La vicenda si svolge nella seconda metà degli anni ’90 e ci mette subito di fronte al conflitto tra due donne che si collocano apparentemente agli antipodi.

La trama

Elena (Reese Witherspoon) è una donna borghese, nel senso vittoriano del termine, ricca ed elegante che scrive per il giornale locale e ha rinunciato alla sua aspirazione più grande, ovvero diventare reporter per il New York Times, per mettere su famiglia.

Lei e suo marito Bill (Joshua Jackson) hanno avuto infatti quattro figli. Elena sceglierà di affittare una sua casa di proprietà a Mia Warren  (Kerry Washington), donna che ha visto dormire in macchina con sua figlia Pearl e che ha dato per scontato essere una senzatetto.

Nella filosofia di vita di Elena è infatti importantissimo aiutare chi è meno fortunato. 

L’universo apparentemente perfetto di Elena verrà messo in crisi proprio da Mia, che scopriremo essere un’artista bohemienne sempre in fuga e a corto di soldi.

Le due donne lentamente entreranno in conflitto e il loro scontro, se inizialmente sarà più simile a una guerra fredda, si svolgerà poi sempre più a viso aperto.

Negli otto episodi di Little fires everywhere prima scopriamo il passato di Elena e Mia, ovvero ciò che entrambe nascondono, grazie all’uso del flashback; poi atterriamo nel presente in cui si svolge la vicenda del conflitto tra le due.

Non c’è solidarietà femminile in questa serie tv: non c’è né tra Elena e Mia, né tra le loro giovani figlie, né tra le ragazze della scuola. Persino per la spettatrice, chiamata a schierarsi e a chiedersi come avrebbe agito se fosse stata al posto delle protagoniste, sarà difficile solidarizzare totalmente con l’una o con l’altra.

Entrambe le protagoniste risultano manipolatrici e risulta impossibile provare empatia per l’una o per l’altra.

L’ambientazione negli anni ’90 rende la visione della serie nostalgica.

Nell’universo di Little fires everywhere non esistono smartphone e, di conseguenza, le relazioni sociali non sono mediate. Inoltre tutto provoca un effetto Amarcord: dalla colonna sonora che comprende pezzi indimenticabili come Wannabe delle Spice Girls ai riferimenti, nella sceneggiatura, alla relazione tra Brenda e Dylan, ovvero a Beverly Hills 90210.

Il livello di recitazione degli attori coinvolti è altissimo.

Reese Witherspoon è talentuosa, questo lo sapevamo già. D’altronde il personaggio di Elena non si differenzia molto da Madeline di Big Little Lies, Kerry Washington ci inonda costantemente con la drammaticità e la gravità delle sue espressioni.

Ma anche la recitazione dei giovanissimi attori impegnati in ruoli secondari è degna di nota.

Little fires everywhere è una serie tv da non perdere. Ecco il trailer italiano:

Valeria de Bari

Se non avete visto Big Little Lies recuperatela.

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Questa sera in TV: programmi culturali e documentari di oggi 31 luglio

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Il digitale terrestre è una preziosa fonte di informazioni e di intrattenimento per chi ama i documentari e, più in generale, le trasmissioni di carattere culturale. I documentari dedicati agli animali, per esempio, sono un grande classico che affascina sia i bambini che gli adulti, così come quelli che si occupano di paesaggi naturali e terre sconosciute. Ma sul piccolo schermo si possono trovare molti altri programmi didattici, come quelli che spiegano in che modo vengono realizzati gli oggetti che utilizziamo nella vita di tutti i giorni. Ciò che rende un documentario davvero irresistibile è la scelta delle immagini, che contribuisce ad assicurare un impatto visivo davvero speciale.

Quali sono i canali che ospitano i documentari

Non sono certo pochi i canali tematici la cui programmazione è caratterizzata anche o soprattutto dalla presenza di documentari. Sul canale 35 del digitale terrestre, per esempio, c’è Focus, mentre se si scanala fino al 52 ci si può imbattere in Dmax, che ha un pubblico di riferimento soprattutto maschile. Lo stesso discorso vale anche per Alpha e per Spike, che si trovano rispettivamente al canale 59 e al canale 49. In questa rassegna non ci si può dimenticare di Real Time, che si trova al canale 31. Se segui questo link puoi vedere i programmi tv della serata su questi canali.

Le reti generaliste

Anche sulle reti generaliste, ad ogni modo, non è difficile trovare documentari e programmi di intrattenimento culturale. Su Rai1 l’esempio più noto è quello di Quark, ma meritano di essere menzionati anche Ulisse, con Alberto Angela, e Linea verde. Passando a Rai3, invece, tutti i pomeriggi dei giorni feriali sono contraddistinti dai contributi di Geo, dedicati alla natura e ai Paesi stranieri. La domenica, invece, è la volta di Kilimangiaro, la trasmissione pomeridiana presentata da Camila Raznovich che ha ereditato il testimone da Licia Colò.

Non solo Rai

La Rai è servizio pubblico, e pertanto è lecito aspettarsi dalla sua programmazione un bel po’ di trasmissioni improntati alla cultura. Ci sono anche dei canali dedicati in tal senso: Rai Scuola è concepito per i più piccoli, mentre Rai 5 e Rai Storia si indirizzano a un pubblico più adulto. È soprattutto su Rai 5 che si possono vedere tanti documentari che magari non trovano spazio sulla generalista. Al di là della tv pubblica, poi, vale la pena di citare Frisbee Tv, che si trova al canale 44, e K2, che invece è al canale 41. Tra tutte le reti menzionate fino a questo momento, ce ne sono alcune che propongono programmi di infotainment, che si collocano a metà strada tra le trasmissioni di intrattenimento vere e proprie e i documentari.

Dove guardare i documentari in televisione

Focus e altre emittenti sono fruibili gratuitamente e sono il punto di riferimento ideale per chi è alla ricerca di documentari naturalistici. Ovviamente ci sono anche i canali a pagamento, come History Channel e National Geographic, che sono consigliati proprio ai divoratori di questo tipo di programmi. Al giorno d’oggi la tv può essere fruita non solo attraverso il classico apparecchio ma anche in streaming, dal computer o addirittura dallo smartphone. Sul sito Raiplay, per esempio, si possono visualizzare le dirette di tutti i canali, ma anche rivedere i programmi trasmessi nei giorni precedenti. Insomma, se una sera sei indecisa tra rimanere a casa per guardare un documentario che vi incuriosisce o uscire con gli amici, sappi che non sarai costretta a escludere una delle due opzioni, visto che potrai rivedere i programmi che desideri quando vorrai.

31 luglio: la cultura questa sera in tv

Per fare una scorpacciata di cultura in tv si può cominciare da Rai5, canale 23 del digitale terrestre, dove alle 19.20 va in onda il documentario The sense of beauty, un viaggio alla scoperta di come il bello viene concepito nelle varie parti del mondo. Alle 20.10 su Rai Storia, canale 54 del digitale terrestre, è la volta de Il giorno e la storia. Anche i bambini possono passare una serata imparando, sintonizzandosi a partire dalle 21.05 su Rai Scuola, canale 146, per vedere Storia della matematica fino all’infinito. Su Rai3, invece, dalle 21.20 viene trasmesso La grande storia, con una puntata dedicata alla Grande Guerra.

Dopo la prima serata…

Se fare le ore piccole per te non è un problema, allora potresti rimanere in piedi fino a mezzanotte per guardare su Rai3 Doc 3, una selezione dei documentari migliori della stagione, dedicati all’attenzione nei confronti dei diritti umani. In particolare questa sera andrà in onda The Children of the Noon, un documentario girato 4 anni fa nel Kenya, in un piccolo villaggio di nome Nchiru, all’interno di un orfanotrofio. Il documentario mostra i bambini e gli adolescenti che vivono in questa struttura, facendo conoscere ai telespettatori le loro storie, le loro paure e i loro sogni.

Il mistero della strega di Blair: dal cinema al mito (o viceversa?)

Ecco svelato il mistero che da secoli porta dietro con sé la strega di Blair.

Ricordate il lontano 30 luglio del 1999, quando in Italia uscì in tutte le sale cinematografiche “The Blair Witch Project”?

Se ne parlò davvero tantissimo e il film fece scalpore, tant’è che nel periodo antecedente all’uscita del documentario, si sparse la voce che i tre protagonisti fossero spariti dalla circolazione, durante le riprese.

Che sia stata proprio la strega di Blair a metterci lo zampino? Ma procediamo con ordine e cerchiamo di dare una spiegazione logica a questo mistero, che affligge la cittadina del Maryland da secoli…

Anzitutto c’è da dire che le riprese si ispirano a fatti realmente accaduti, o almeno così ci dicono, svolti nel 1994 all’interno del bosco, detto il “Bosco della strega di Blair” per via delle numerose sparizioni e morti misteriose, che sembrerebbero renderlo protagonista.

Inizialmente, una trovata pubblicitaria niente male fece credere a tutti gli spettatori delle sale che, i tre ragazzi studenti di cinematografia che stavano preparando un documentario per l’università di Cinema nel Maryland, fossero improvvisamente morti o spariti, mentre ultimavano le riprese.

Si sparse la voce, che alcuni giorni dopo la misteriosa sparizione fossero stati ritrovati nel bosco dei nastri, contenenti le registrazioni dei filmati e video amatoriali dei tre ragazzi…

In realtà non esisteva nessuna notizia reale sulla scomparsa di questi ragazzi. Solo alcuni mesi dopo, quando ormai il film era un successo mondiale, si scoprì che i due registi Daniel Myrick e Eduardo Sanchez avevano utilizzato la tecnica del “found footage”, la “ripresa ritrovata”, per creare clamore intorno all’uscita del film. La mamma dell’attrice protagonista ricevette tantissime lettere di condoglianze da tutto il mondo, convinto che sua figlia fosse davvero scomparsa prematuramente.

Ma di che cosa parla The Blair Witch Project?

Il docu-film, una tecnica non ancora troppo conosciuta all’epoca, indaga le misteriose scomparse avvenute nel corso degli anni all’interno della famosa città di Burkittsville, nella Contea di Frederick, Maryland, Stati Uniti. Tre ragazzi decidono di incamminarsi nel famoso bosco per cercare testimonianze in merito, ma durante le riprese scompaiono. Tutti li credono morti guardando le riprese agghiaccianti e inquietanti di quegli otto giorni. In realtà i tre attori protagonisti erano: Heather Donahue, Joshua Leonard e Michael C. Williams, che interpretarono semplicemente se stessi e non scomparvero mai.

La leggenda di Elly Kedward, nota come “la strega di Blair”

La leggenda narra che nel lontanissimo 1771 vivesse all’interno del famoso bosco nel Maryland, soprannominato successivamente come “Il bosco della strega di Blair”,  una vecchietta nota come Elly Kedward. Si sparse ben presto la voce che questa donna effettuava dei prelievi di sangue dal naso di alcuni bambini della piccola città e per questo fu tacciata di stregoneria e giustiziata: fu legata ad un albero, all’interno del bosco e torturata. Non morì subito, ma dopo tre lunghi giorni di agonia. Così, venne ritrovata nella sua pozza di sangue. Si dice che da allora, il fantasma della donna – ingiustamente incolpata e sacrificata  – non abbia più lasciato in pace la città per questo nel bosco ci furono diverse sparizioni.

Tra queste, quella di una mamma e un bimbo che nel 1845 si recarono nel bosco per cogliere delle castagne: ad un certo punto la mamma si girò e non trovò più il suo piccolo. La mamma venne ritrovata morta assiderata nel bosco. Un gruppo di soccorritori si addentrò nel bosco, per ritrovare il bimbo, ma il primo gruppo di soccorritori non fece mai rientro. Qualche giorno dopo, un secondo gruppo di ricercatori, sotto ordine dello sceriffo, si recò a cercare il bimbo ma lo spettacolo che si ritrovarono di fronte fu agghiacciante: i corpi del primo gruppo di soccorritori furono ritrovati smembrati. La cosa ancora più curiosa, fu che quando, dopo varie indecisioni sul tornare nel bosco o meno, la polizia si recò  a prendere i corpi, furono ritrovate solo pozze di sangue e i corpi erano scomparsi. Il piccolo Robin tornò a casa da solo dopo qualche giorno e raccontò che era stato attirato nel bosco da una strana signora, e legato come un sacco di patate. Riuscì poi a liberarsi e della signora non ci fu più traccia.

Almeno per un secolo non successe più nulla, fino al fatidico 1941, quando il criminale Rustin Parr venne giustiziato. Il suo crimine passò alla storia per la sua crudeltà e malvagità. Rustin era un giovane commesso nel negozio di alimentari dei genitori: quando nel 1940 morirono, lui decise di chiuderlo per ritirarsi a vita isolata e privata in una casetta che aveva costruito a ridosso del bosco. Un giorno una dolce e bionda bimba di nome Emily Hollands, decise di recarsi nel bosco a giocare con le sue due bambole al petto, ma non fece più ritorno. Nel frattempo, oltre a lei scomparvero altri 7 bambini. Iniziarono così le ricerche invano, fino a che, parecchi giorni dopo, arrivò dritto alla scrivania dell’ufficio dello sceriffo un piccolo bambino che scioccò tutti con i suoi racconti. Si trattava di Kyle Brody.

Il bimbo raccontò di essere stato rapito e portato in una casa abbandonata nel bosco. I poliziotti si recarono subito a casa di Rustin e trovarono 7 cadaveri dei bimbi scomparsi, posizionati in modo macabro e ben preciso per un rituale. Erano infatti stati legati a dei rami e sui loro corpicini, mentre erano ancora vivi, erano stati inflitti dei tagli superficiali e più profondi. Il sacrificio era proseguito con un orribile schiacciamento del cranio, che li portava alla morte. Il piccolo Kyle, testimoniava tutto quello che aveva visto e che era stato costretto a subire. Il killer confessò che una voce di una donna gli aveva ordinato cosa fare e chi uccidere. Per il piccolo Kyle, ormai diventato un ragazzo, la vita fu davvero ingiusta e il destino fu triste con lui. In seguito alle atrocità a cui aveva dovuto assistere: venne arrestato per vagabondaggio per poi essere rinchiuso in diverse cliniche psichiatriche, in cui erano costanti crisi e attacchi di ira e violenza improvvisi.

La sua vita si concluse con il suo ultimo pasto: mentre era intento a mangiare, prese il suo cucchiaio, lo piegò, lo usò come arma e si tagliò le vene, lasciandosi così morire.

Che sia stato l’ultimo segno che ha voluto lasciare la strega di Blair, o secondo voi queste storie sono pura fantascienza?

A voi la sentenza; fatto sta che il bosco della strega di Blair esiste davvero, è nel Maryland e tutti i ritrovamenti e i cadaveri che ci sono stati in quel posto non rendono poi l’aria così tranquilla.

Alcune curiosità sul film:

The Blair Witch Project è uno dei film più redditizi della storia: per ogni dollaro speso, ne sono stati guadagnati 10.931. Infatti, la spesa iniziale del documentario in totale fu di 60.000 dollari e l’incasso superò i 248.000.000 di dollari.

Tantissimi furono i libri, i film e i videogames, che si ispirarono a questa macabra vicenda, per citarne alcuni, se la storia vi ha incuriosito, vi suggeriamo di vedere:

– The Blair Witch Project (1999) / docufilm

– Blair Witch (2016) /film 

Blair Witch: caccia alle streghe col drone

Insomma abbiamo potuto verificare che “The Blair Witch Project” sia stato un film destinato a passare alla storia per motivi più extra-cinematografici, che per reali meriti artistici. E voi, cosa ne pensate? Siete d’accordo con questa affermazione?

Alessandra Santini     

         

E se vi piacciono le streghe:

The Witch

Le terrificanti avventure di Sabrina     

Charmed – Reboot

Le streghe dell’East End

Per chi ne volesse sapere di più sulla Strega di Blair…

Il Signore degli Anelli: il 29 luglio 1954 esce il capolavoro di J.R.R. Tolkien

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“Un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nel buio incatenarli”

Un giorno importante il 29 luglio per tutti gli amanti della Terra di Mezzo. Proprio oggi, infatti, J.R.R. Tolkien pubblicava Il Signore degli Anelli, una delle trilogie fantasy ancora oggi ritenute leggenda.

Scritto a più riprese tra il 1937 e il 1949, il romanzo fu tradotto in ben 38 lingue e ristampato innumerevoli volte negli anni.

John R.R. Tolkien è stato uno dei creativi più proficui dello scorso secolo, ricordato soprattutto grazie a Il Signore degli Anelli: scrittore, filologo, glottoteta, accademico e linguista britannico, ha ispirato il mondo letterario per decenni.

Grazie al suo genio creativo, è diventato lo scrittore fantasy più importante del XX secolo, ricordato anche per aver creato una lingua artificiale (ispirata al finlandese), il quenya, nota anche come lingua elfica, introdotta proprio nei suoi romanzi, a partire da Lo Hobbit.

Il Signore degli Anelli è considerato la sua opera più importante, che fu pubblicata in tre volumi, pubblicato dall’editore George Allen & Unwin: La compagnia dell’anello, Le due torri e Il ritorno del re.

In questi libri, amati da decine e decine di fan in tutto il mondo, si narrano le avventure della Terra di Mezzo, regione popolata da numerosi personaggi, nata dalla fantasia dello scrittore.

Grazie alla famosa trilogia portata al cinema dal regista neozelandese Peter Jackson (2001-2003), Il Signore degli Anelli è entrato ancora di più a far parte dell’immaginario collettivo, diventando una pietra miliare non solo della letteratura ma anche della storia cinematografica. 

La trilogia cinematografica, che ha portato al successo star come Viggo Mortensen, Elijah Wood e Orlando Bloom affiancate da leggende del cinema come Ian McKellen e Christopher Lee, ha guadagnato ben diciassette premi Oscar, superando l’allora detentore del record Titanic.

Chi si addentra tra le pagine di questi magici libri, scoprirà un mondo del tutto nuovo, che fino al 1954 era sconosciuto a chiunque, lingue mai sentite prima e mille creature da incontrare: Hobbit, maghi, elfi e altri strani personaggi, minacciati dalle orde fameliche del redivivo Sauron a causa dell’Anello del Potere.

La narrazione comincia dove si era interrotto un precedente romanzo di Tolkien, Lo Hobbit, e l’autore usa lo stratagemma dello pseudobiblium, un libro mai scritto ma citato come vero, per collegare le due storie.

Entrambi i romanzi, nella vicenda della storia, sono in realtà una trascrizione di un’autobiografia, il Libro Rosso dei Confini Occidentali, scritta a quattro mani da Bilbo Baggins, protagonista de Lo Hobbit, e da Frodo, il protagonista del Signore degli Anelli.

Un racconto di un viaggio, un percorso che i personaggi compiranno non solo sulle strade della Terra di mezzo, ma anche in loro stessi. Tutti i personaggi cambiano, ma cambiano restando sempre sé stessi. Guidato dalla Compagnia dell’Anello, il giovane Hobbit Frodo parte dalla pacifica Contea per Mordor, con l’obiettivo di liberare la Terra di Mezzo dal dominio di Sauron.

Nella sua opera, Tolkien ha raccontato le gesta straordinarie di personaggi ordinari, dimostrando come ognuno di noi può avere grandi potenzialità per fare la differenza.  

Da Aragorn, figlio di Arathorn, grande amico dello stregone Gandalf, che incontra Frodo e compagni alla locanda del Puledro Impennato a Brea. Cruciale la parte di Smeagol, un tempo un Hobbit, consumato dal potere dell’Anello, l’unica cosa a cui tiene che diventa la guida di Frodo e Sam verso il Monte Fato.

Ci sono poi Merry e Pipino, amici inseparabili di Frodo. Legolas, l’unico Elfo appartenente alla Compagnia dell’Anello, e il Nano Gimli. Ma è Frodo Baggins, piccolo Hobbit della Contea, il vero protagonista della trilogia. Eredita l’Anello quando Bilbo Baggins, decide di lasciare la Contea per intraprendere un nuovo viaggio. Da questo momento inizia l’avventura.

Nel libro, inoltre, sono presenti molti temi teologici nel romanzo, come la battaglia del bene contro il male, il trionfo dell’umiltà sull’orgoglio, e l’attività della grazia divina. Inoltre, il concetto di morte e di immortalità, di misericordia e di peccato, di resurrezione, salvezza e sacrificio fino alla giustizia e al libero arbitrio.

Possiamo dire quindi che John R.R. Tolkien ha regalato al mondo un’opera fantastica, nata dalla sua mente geniale, un’intero immaginario capace, nonostante il passare degli anni, di adattarsi a qualsiasi prodotto culturale, riuscendo a durare per quasi un secolo.

Ilaria Scognamiglio

Coronavirus VS Smart working: la playlist musicale per sopravvivere

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Smart working, il significato in Italia

Lo smart working, altrimenti detto lavoro agile, è “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali” per citare il sito del Ministero del lavoro.

Si tratta di una tipologia di lavoro utile sia al lavoratore – che può conciliare l’organizzazione della propria vita privata con quella professionale – sia per il datore di lavoro – che vedrà aumentare la produttività dei propri collaboratori. All’estero viene chiamato Remote Working o Home Working.

Smart working: cos’è e come funziona

Lo smart working, la cui definizione è contenuta nella Legge n. 81/2017, si basa su:

  • flessibilità organizzativa,
  • volontarietà delle parti,
  • utilizzo di strumenti, come pc portatili, che consentono di lavorare da remoto.

I lavoratori agili godono della parità di trattamento economico e normativo.

Nell’ambito delle misure adottate dal Governo per il contenimento dell’epidemia da COVID-19 (coronavirus) lo smart working si è rivelato un punto cruciale.

Il massimo utilizzo del lavoro agile è stato raccomandato con il DPCM del 26 aprile 2020. Molti di noi sono quindi in smart working e collaborano a distanza dalla propria abitazione, dalla casa al mare, dal parco o dal treno, non essendoci vincoli spaziali.

Avendo più libertà, sarà possibile ascoltare musica a tutto spiano, anche perché a volte lavorare da soli a casa può risultare un po’ alienante a livello emotivo. Tra i tanti lati positivi, infatti, annoveriamo anche qualche lato negativo che intacca il lato più umano.

Vi propongo una playlist rock da ascoltare mentre siete in smart working, che possa darvi la giusta carica per affrontare le ore lavorative da remoto!

Partendo da Intro degli XX, passerete per i Kasabian, i Kaiser Chiefs, gli Arcade Fire e i Queens of the Stone Age e arriverete ad ascoltare anche dei brani tratti dall’ultimo album dei Blur.

E se volete fare un tuffo negli anni ’80 ecco un’altra playlist.

Valeria de Bari

Sotto il sole di Riccione: un cinepanettone in riva al mare?

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Cosa succede “Sotto il sole di Riccione” nella calda estate italiana?

Attualmente ai vertici della top ten dei film più visti su Netflix, Sotto il sole di Riccione è il film estivo su cui il servizio di streaming sta puntando per questa stagione.

Il titolo parla chiaro: Sotto il sole di Riccione è una commedia leggera, un film in stile teen drama americano, ma ambientato sulle celebri spiagge della riviera romagnola.

Tra un tuffo in piscina, una partita di beach volley e una serata in discoteca, un gruppo di giovani ragazzi si trova ad affrontare le prime esperienze amorose.

Lo stile di narrazione è quello tipico di un film adolescenziale in stile americano. I protagonisti sono alle prese con le loro prime cotte, le insicurezze e le incomprensioni tipiche di quell’età. Da un lato c’è chi non si fa scrupoli a provarci con la ragazza più bella della spiaggia e, dall’altro, chi non ha il coraggio di dichiarare il suo amore. C’è chi si trova a dover affrontare un tradimento o la prima delusione amorosa e chi non sa come risolvere una situazione complicata.

“Sotto il sole… di Riccione, di Riccione…” canta Tommaso Paradiso

A far da cornice al racconto, i brani più famosi della discografia dei The Giornalisti, e non potrebbe essere altrimenti visto il marcato riferimento presente già nel titolo. Nel film anche una breve apparizione dell’ex frontman del gruppo, Tommaso Paradiso.

Sotto il sole di Riccione: il cast

Tra i protagonisti del film i volti più o meno noti delle giovani promesse del cinema italiano. Fra questi ci sono Cristiano Caccamo, reduce da numerose fiction Rai e dal reality di Amazon Prime Video, Celebrity Hunted, Ludovica Martino, uno dei volti di Skam Italia, Fotinì Peluso, protagonista della fiction Rai La Compagnia del Cigno, e Lorenzo Zurzolo, tra i protagonisti della serie tv Baby e Saul Nanni.

Il film Netflix è molto scorrevole e mai noioso, la sua visione è alquanto piacevole. Non si tratta senza dubbio di un film dalle grandi pretese, ma è un intermezzo leggero per una tranquilla serata estiva. Il riferimento ai film adolescenziali in stile americano è chiaro e marcato eppure la sua italianizzazione è ben riuscita grazie all’ambientazione scelta, che richiama alla perfezione una tipica estate italiana sulle spiagge della riviera.

Una nota stonata è sicuramente la scelta di utilizzare un linguaggio molto ricco di slang per sottolineare la giovane età dei protagonisti. Questo linguaggio così marcato e ostentato rischia di rendere ridicoli alcuni dialoghi.

Nel complesso, se siete alla ricerca di un film leggero da vedere, Sotto il sole di Riccione può essere una buona soluzione. Non aspettatevi una particolare caratterizzazione dei personaggi o di vedere interpretazioni da Oscar, Netflix Italia ha sfornato un film carino, ma non di certo il film del secolo.

Simona Specchio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

The Umbrella Academy 2, il tempo è davvero relativo!

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The Umbrella Academy 2, la serie ideata da Steve Blackman, in uscita in streaming il 31 luglio su Netflix.

Trailer italiano

The Umbrella Academy, la recensione della prima stagione (per chi se la fosse persa!)

Prima di vedere la seconda stagione, facciamo un breve recap della prima. I sette fratelli Hargreeves (tutti nati nello stesso giorno e adottati da uno strambo miliardario) compongono l’Umbrella Academy, una sorta di squadra speciale per combattere il male. Uno dei sette, Ben, muore da giovane e rimangono in sei. Tutti, tranne numero 7 -Vanya- , hanno superpoteri. Lei ne soffre tantissimo e vive la sua infanzia come un’esclusa. Alla fine della prima stagione, invece, scopriamo che Vanya è la più potente di tutti. Il suo potere è sempre stato inibito dal padre perché incontrollabile. Proprio Vanya scatenerà quella Apocalisse che numero 5 -che può viaggiare nel tempo- aveva tentato di evitare tornando nel 2019.

In un finale di stagione col botto, numero 5 porterà tutti in un viaggio nel tempo, per salvare loro la vita e per evitare la fine del mondo.

The Umbrella Academy 2: gli episodi

Siccome è noto che i viaggi nel tempo non sempre vanno a buon fine, i sei fratelli atterrano in un vicolo negli anni ’60, ma non tutti insieme. Arrivano a Dallas da un varco temporale, ma alla spicciolata, in un arco temporale che va dal 1961 al 1963.

Sono soli, nessuno sa che fine abbiano fatto gli altri.

Nei 10 episodi della stagione 2 di The Umbrella Academy vediamo come hanno reinventato le loro vite. Vanya non ricorda più nulla e viene accolta in una fattoria. Luther, data la sua stazza, finisce a fare il bodyguard di un losco figuro. Allison si sposa e partecipa al movimento per i diritti civili degli afroamericani, Klaus (il mio preferito) diventa guru di una setta e viene adorato come un Dio. Diego viene internato in un manicomio e numero 5 -di cui non sappiamo ancora il nome- di nuovo cerca di ricomporre la famiglia. Indovinate perché? L’Apocalisse li ha seguiti nel 1963 e il mondo sta per finire, di nuovo a causa loro!

Grazie ad una sceneggiatura a mio avviso molto più accattivante e sfaccettata della prima stagione, di episodio in episodio le vite, le aspettative, i sentimenti di ciascun membro della Umbrella Academy arrivano allo spettatore forti e chiare. Non sono più i supereroi addestrati in modo freddo e distaccato dal padre, ma individui dotati di profondità e spessore. Soprattutto, sono una famiglia che si supporta e non lascia indietro nessuno.

Chi sono i cattivi della seconda stagione?

La Commissione, entità che controlla il corretto svolgersi del continuum spazio-temporale, monitora la famiglia Hargreeves, specialista nelle anomalie temporali.

I fratelli svedesi sono tre villains d’eccezione, spietati e biondissimi killer sulle tracce della super famiglia.

Nella seconda stagione conosciamo da vicino anche Sir Reginald Hargreeves, il padre adottivo dei 7 fratelli, che già negli anni ’60 era coinvolto in progetti, per così dire, molto originali.

Perché vederlo?

I punti di forza sono sicuramente i personaggi: ironici, irresistibili, spietati e dolci, che cercano di trovare una normalità tra omicidi e apocalissi incombenti.

Inoltre, la colonna sonora è qualcosa di epico: pezzi vintage e moderni mixati benissimo, cover riarrangiate, neanche una nota è fuori posto; la soundtrack accompagna lo spettatore proiettandolo nell’azione. Anche costumi e scenografia sono da 10 e lode.

Infine, i protagonisti sono esempi di nuove sfumature di amore: quello perduto, quello ritrovato, quello a cui bisogna dire addio e quello per la famiglia.

Micaela Paciotti

Achille Lauro, fuori “1990”: un album tradizionale e trasgressivo

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1990, Il nuovo disco di Achille Lauro

Che Achille Lauro fosse un mutaforme, l’avevamo già capito. L’avevamo capito quando a Sanremo si è lasciato scivolare via la tunica a suon di me ne frego, quando in piena quarantena ha rilasciato un singolo spezza-cuore, 16 Marzo, ora disco d’oro, e subito dopo il mega rock ‘n’ roll di Bam Bam Twist, al vertice delle classifiche radiofoniche.

Succede, però, che il mutaforme abbia compiuto da poco i fatidici trent’anni e per l’occasione si sia mostrato particolarmente nostalgico: il suo nuovo disco uscito il 24 Luglio, 1990, il primo che lo veda come chief creative di Elektra record, è un come back alla cultura pop degli anni ’90.

Sono 7 le hit mondiali a cui Achille da’ la sua voce inconfondibile, il suo innegabile tono trascinato e ambiguo: 1990 calcata su Be my Lover dei La Bouche, Scat Man su Scatman’s World, la celeberrima Sweet Dreams degli Eurythmics e ancor di più la versione del Manson, personaggio che Achille ha sempre sentito vicino alla sua immagine, e tante altre.

E, mentre è tutto rivolto il passato, l’album è ben piantato nella scena musicale attuale: in studio con lui si sono avvicendate le voci di altri pezzi grossi come Annalisa, Ghali e Massimo pericolo.

1990: tra le Canzoni “Sweet Dreams” con Annalisa

Insomma, Achille ha conquistato proprio tutti. O quasi: non sono mancate le polemiche, sull’ ennesimo, e forse un po’ stantio ormai, recupero di grandi brani passati. Polemica che, d’altra parte, è del tutto sterile. Da sempre l’arte recupera l’arte, e se non l’avesse fatto ad oggi non avremmo grandi opere. Tralasciando pure che l’arte è estetica: chiedersi il perchè d’una forma di bellezza è non essere in grado di apprezzarla.

La grafica di 1990

Tanto per cambiare, alla musica va unita l’immagine: un Achille in versione bambola androgina con lunghi stivali neri, creata appositamente da Magia 2000, il duo di designer italiani Mario Paglino e Gianni Grossi.

Achille è un simbolista, gli piace da matti parlare per segni. Nel video musicale di Scat Men l’atmosfera è artificiale e surreale, quasi di mondo fatato, in cui prevalgono le tinte del rosa e del fuxia: il nostro eroe, come su di un destriero, si muove a bordo di una Cabrio rosa.

Achille, insomma, ci ha stupito di nuovo e ancora una volta non ci annoia. Quale sarà la sua prossima mossa?

E, mentre aspettiamo, vi lascio a qualche riflessione su tutto quello che Achille è significato in questi mesi.

Serena Garofalo

Notti Romane | #PrimaDose

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Emilio Galdani

Emilio Galdani è un uomo dall’espressione scura. Così si limita a descriverlo chi l’abbia mai visto, solo così d’altra parte potrebbe mai essere descritto: le sopracciglia fini fini spesse volte ravvicinate in quel pensare continuo, le labbra piccole, quasi grigie, gli occhi affossati nel viso magro. Un aspetto mediocre, se non brutto. Anzi, Emilio Galdani è brutto, per dirla tutta, e nessuno ha mai capito come abbia potuto conquistare il tenero cuore di Anna Pavlop, la donna più bella del mondo, sua compagna e convivente da poco meno di un anno. Quello che bisogna ammettere è che Emilio è un uomo che sa parlar bene: quando sta lì con una gamba accavallata con eleganza sull’altra, in qualche occasione mondana o nel raccoglimento tiepido di casa sua con pochi amici, e inizia dunque a parlare, tu non vedresti mai com’è magro, com’è scavato, com’è brutto, Emilio Galdani. Ovvio che l’uomo, accorto com’è, decide di parlare solo quando lo ritenga necessario: preferisce di gran lunga il silenzio e la meditazione, lontano dal clamore.

E’ il 16 Dicembre del ’69 e dalla sua finestra vede una damina che entra nel maestoso ingresso di Villa Borghese, spingendo una carrozzina. Il vento fa tremare gli alberi ed Emilio osserva che sia davvero una pessima scelta portare a spasso un bambino con quel tempaccio che ha messo. Niente è una buona idea in questo periodo di terrore: ripensa con lucidità alle immagini di Piazza Fontana. A Emilio piace pensare di politica. Pensare, parlare meno. Quella non è politica, osserva a se stesso.

C’è un’ atmosfera di immobilità e nella casa è caduta una penombra come di silenzio e la percepisce tanto più si allontana dalle imposte aperte. Attraversa il salone, segue i singhiozzi di Anna, la trova seduta sull’orlo del letto, le mani bianche a coprire la faccia e lo scempio degli occhi arrossati e lacrimosi. Che scena patetica! Non poteva pensare altro, lui così amante del calibro, dell’introversione, davanti alla manifestazione estrema del dolore, il pianto. Tanto più se è un pianto di donna di cui lui non si ritiene colpevole. La sua valigia è poggiata in terra, perfettamente allineata ai piedi di lei: a Emilio piace quell’inaspettata perfezione geometrica.

“Dunque andrai via?” chiede, ed ha il tono di chi chiede per sapere solamente, senza un’ombra minima di dolore. Signori, Emilio Galdani, ossia un uomo bruttissimo, non ha dolore quando la donna più bella del mondo decide di lasciarlo, nelle fosse assurde del suo corpo scheletrico. I singhiozzi di lei si fanno più forti, preme con le punte delle dita bianche le guance incipriate tanto da lasciarsi segni giallastri. “Sei tu che non vuoi sposarmi!” esplode, urlando quasi, ripiombando in picchiata nei suoi gemiti pietosi. Emilio si accomoda accanto a lei, sul loro letto, le poggia una mano sul ginocchio. Anna Pavlop ha sempre avuto profumo di Donna, un sentore che l’uomo, lui pure scrittore, non ha mai potuto spiegare razionalmente. Ne inspira a pieni polmoni e vorrebbe chiederle davvero quale sia quell’odore che si porta dietro ovunque, che lascia sulle cose che tocca ma ha sempre creduto che certe cose bisogna solo pensarle, e non vanno chieste mai. Emilio ama ancora profondamente la sua compagna: la conosce; ne conosce la mani, la curva del collo, i nei che ha sulle spalle ma no, non la sposerà.

“L’hai sempre saputo cosa penso sul matrimonio” la guarda con dolcezza, vagheggia la speranza di baciarne le labbra, ma realizza che non vorrebbe baciarla così e lo terrorizza l’idea di sentire sulla sua lingua il sapore salato delle lacrime. “Ti sei messa con un uomo sperando di cambiarlo, Anna?”

Non ottiene risposta; la donna ha preso l’usanza di non rispondere mai alle sue invettive, ai suoi discorsi, perchè spesso non li ascolta o, quando fa lo sforzo di ascoltarli, non li capisce. Non so dirvi, lettori, perché Emilio Galdani ed Anna Pavlop si fossero innamorati pur essendo così dissimili ma così era stato, e così era ancora, nonostante ora lei lasciasse finalmente l’appartamento ed andasse a stare dalla madre per quel matrimonio che le era stato negato. Era cresciuta a Roma con i racconti della madre: le raccontava di quella Russia lontana in cui era nata e poi giocavano assieme ad immaginarla bella, vestita da sposa, i lunghi capelli biondi raccolti all’indietro. E ora dalla madre tornava a dire che quell’uomo che si era detto innamorato perdutamente di lei, che l’aveva arricchita, le aveva regalato gioielli e un tenore di vita sconosciuto alla famiglia d’origine, si rifiutava di farla moglie e realizzarle quell’ultimo sogno. Emilio spesso le diceva che sembrava un capriccio di una bambina: e il matrimonio era per lui, d’altra parte, solo quello.

Anna ha lasciato la casa da qualche minuto, ed Emilio rimane in ascolto del vento che ulula dalla finestra, rimasta aperta nel salotto: infila il cappotto grigio, poggia sui capelli radi un cappello di stoffa e si avvia lentamente verso Villa Borghese. Ha messo un tempaccio, non è una buona idea, prova a dirsi, mentre il vento gli soffia addosso con rabbia. Il parco è deserto, Emilio ha perso di vista pure la donna con la carrozzina, gli pare di essere solo non lì ma in tutta Roma.

Anna non è andata via davvero, tornerà. Ha solo bisogno di tempo, tornerà. Ripensa a quelle ciglia chiare di sole che le schermivano gli occhi vividi, le labbra pallide e biancastre, un guizzo d’improvviso gli fa eco nello stomaco: che sia tristezza? Emilio la conosce, la tristezza, ma la conosce solo per scriverla; non che voglia viverla davvero.

Un uomo gli passa accanto con un sorriso disarmante – il più bel sorriso sulla terra, pensa lui – e tiene per mano, una mano grossiccia e rosea come quella d’un maiale, una bambina. Uno scricciolo di poco più di un metro, le spalle incurvate come a tollerare un masso, le guance rosse dal freddo. Emilio si ferma su una panchina e rimane a guardarli meglio, sorride del suo sbaglio: è una ragazza, forse appena oltre l’adolescenza, ma qualcosa nel viso le è rimasto estremamente infantile.“Devo prendere il treno per tornare a casa.” la sente che dice al ragazzone davanti a lei. “Ho da studiare.”

Lui si premura di raccoglierle meglio la sciarpa attorno al collo, si allunga a poggiarle un bacio tra i capelli. “Ti porto sino in stazione?”

La ragazza scuote la testa leggermente, si allontana senza ricambiare il bacio.

Ad Emilio ricorda la maniera in cui Anna se n’è andata, senza un bacio.

Fonte: https://serenagarofalo8.wixsite.com/umanotroppoumano/post/notti-romane-capitolo-primo

Serena Garofalo

Yellowstone, la lotta tra indiani e cowboy a colpi di proprietà e politica

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È terminata la prima stagione di Yellowstone, serie tv andata in onda su Sky, prodotta e interpretata dal premio Oscar Kevin Costner.

Yellowstone, guida agli episodi

Ci raccontano le vicende di una ricca famiglia, i Dutton, proprietaria un enorme ranch nel Montana. Qui John Dutton, il capofamiglia nonché sceirffo del parco, cerca di tirare le redini dell’azienda, coinvolgendo i suoi figli. C’è infatti Lee, che ha seguito pedestremente l’ombra del padre; Jamie, avvocato e affascinato dalla politica, che non riesce ad uscirne; Beth, che cerca di ottenere l’attenzione del genitore per sensi di colpa passati, anche se di carattere è la più vicina al padre; fino a giungere a Kayce che si è dimostrato contrario ai metodi paterni, fino ad allontanarsi.

John, infatti, rappresenta il classico ricco proprietario imprenditore: usa i suoi soldi e il territorio in suo possesso per poter ottenere anche potere. La sua influenza è importante e lui lo sa, sfruttandone ogni singola opportunità. La scusa ovviamente è sempre la solita: “l’avvenire della famiglia e del ranch”. Le sue intenzioni sono anche nobili e il suo spirito è generoso, ma i suoi metodi un po’ meno.

La famiglia Dutton però, oltre ai suoi fantasmi e ai suoi rancori passati, deve afforntare nuovi problemi.

Il ranch infatti ha ormai due nuovi nemici, entrambi confinanti. Da un lato c’è un ricco imprenditore, Dan Jenkins, che vorrebbe aprire un Club d’elite; mentre dall’altro una riserva indiana, con leggi e amministrazioni a parte, il cui capo-riserva, Thomas Rainwater, vuole espandere le terre destinate ai nativi, anche approfittando dello scontto tra i due ricchi “bianchi”.

Ne nasce perciò una guerra vera e propria, con indiani e cowboy, ma non a cavallo in mezzo alle praterie come nei film; ma a colpi di burocrazia, criminalità organizzata, ricatti politici e familiari.

Yellowstone è una serie tv, quindi, moderna, con la stereotipata lotta americana, che non tramonta mai.

Kevin Costner infatti, produce e interpreta una serie tv dall’argomento a lui molto caro, cioè i diritti dei nativi americani: facile ricollegarlo al premio Oscar da lui vinto Balla coi lupi.

Yellowstone, un cast di attori fantastici!

Inizialmente un po’ lenta, dalla fotografia ben gestita; Yellowstone vanta un ottimo cast. Oltre al già citato Costner, che interpreta John; lo affiancano attori come Kelly Reilly (Beth), Luke Grimes (Kyce), Wes Bentley (Jamie) e Danny Huston (Dan).

Una saga quindi che attende la seconda stagione, già andata in onda negli USA.

Francesco Fario

Possessed, Clarence Brown e il mito Crawford-Gable

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Clarence Brown rivela in Possessed il potenziale umano e artistico di una coppia da sogno.

Titolo originale: Possessed
Regista: Clarence Brown
Sceneggiatura: Lenore Coffee
Cast principale: Joan Crawford, Clarke Gable, Wallace Ford, ‘Skeets’ Gallagher
Nazione: Stati Uniti d’America
Anno: 1931

Crawford e Gable tra fascino e attrazione

Attrazione, fascino, naturalità dell’espressione: Joan Crawford e Clark Gable istituiscono una corrispondenza sensoriale che si traduce – nell’osmosi tra schermo e vita – in una desiderio di fare e sapersi osservare. Coniugando discrezione e una sprezzatura quasi innata, i due attori – pervicaci ma suggestionabili – finiscono per convincersi che la vita li ha messi insieme, accrescendo così un realismo già tracimante dallo schermo.

Possessed

In Possessed i colleghi-amanti recitano insieme per la terza volta, in quella che per la Crawford è l’ultima pellicola del 1931. Sofisticata prova registica, l’opera fotografa l’atteggiamento di una giovane della working class durante la Grande Depressione; insoddisfatta del lavoro di operaia, Marian intravede nel vivace Wally Stuart (‘Skeets’ Gallagher) un’occasione di riscatto e fuga verso l’“alto”.

Borghesia e sogni di gloria

Abbandonato il compagno, sedotta da «champagne e tentazioni»[1], la donna percorre le fasi di un nuovo inquadramento sociale squadernando i desideri della mentalità borghese. Nell’identificazione del successo col matrimonio, Marian rivela i retaggi di una cultura patriarcale che sopravvive, strenuamente, nelle pieghe dei vissuti. Il regista Clarence Brown sceglie di mostrarla attraverso lo schema del  mito della ricchezza, sorta di idolo cui innalzare ogni preghiera o sacrificio.

Il mito della ricchezza

Le sequenze iniziali mettono a fuoco quest’orizzonte per tramite del confronto tra Marian e il fidanzato (Wallace Ford), custode di una fabbrica e campione del proletariato. La scena è quasi neorealistica, con case di legno e ferrovie, strade spoglie e un’umanità provata. I due camminano sui binari, lui le domanda se è stanca, cosa vuole dalla vita, lei risponde: «Non lo so, so solo che qui non lo troverò di sicuro». È un attimo e la sequenza muta, o meglio si carica di sovrapposizione dal significato profondo, anticipatore: un treno scorre e la ragazza vede immagini di opulenza scorrerle davanti agli occhi, come un film di cui, ancora, non è protagonista.

Ascesa o tormento?

Dai fotogrammi – come da una fauna indistinta e lucente – emerge un signore di mezz’età dall’aspetto impeccabile, tipico esponente della classe agiata cui Marian spera di accedere. «Nella grande metropoli… per cominciare a vivere nel posto giusto. I miei abiti, le mie scarpe, le mie mani, il mio modo di parlare: tutto quello che ho è sbagliato!».

Lo stigma del vinto

La condizione della giovane è comunque segnata da uno stigma doloroso, come un personaggio quasi verghiano (più Mastro Don Gesualdo che ‘Ntoni), Marian sconta un’esclusione sottile, quell’accettazione soltanto parziale che ne marca il carattere di ‘vinta’.

Mentre Stuart è sbronzo, la donna giustifica la sua presenza con franchezza («Sono qui per me stessa») ed egli coglie l’occasione per rivelare un distacco misogino e classista: «Una ragazza non ha che un mezzo per cavarsela in questa città… trovarsi un uomo ricco. Gli uomini non deve mai guardarli negli occhi, ma nel portafoglio».

Gable, un colpo da maestro

È qui che Clarence Brown inserisce un colpo ad effetto studiato. Quando la Crawford fa per andarsene, il rientro brusco nell’appartamento sa di provocazione e sogno. Oltre a Stuart altri due uomini riempiono la scena: un ricco anziano e un giovane fascinoso. È a quest’ultimo che Marian cede, mentre la cinepresa di Clarence Brown accarezza un sorriso e occhi inconfondibili. Clark Gable, nel suo aspetto più classico, interviene a dar nerbo a una vicenda in fondo nota.

Tra vita e opera

La sua interpretazione, unita a quella della Crawford, crea un’atmosfera dai contorni naturali, realistici e coinvolgenti. L’autenticità del rapporto mette in luce le loro qualità attoriali e si rivela, al contempo, incredibilmente aderente alla vicenda.

Entrambi sposati, gli attori non andranno mai – come ricorda Walker – al di là dei confini di una relazione. Nel film di Clarence Brown, il divorzio metterebbe in pericolo le ambizioni politiche di Mark (Gable), nella realtà le complicanze – forse – non valgono la pena.

Amore, ma quale amore?

Quel che rimane è l’audacia di un’opera che si alimenta della vita e ne costeggia i territori. Come dichiara Walker, «per i suoi tempi [la pellicola di Clarence Brown] era un lavoro ardito: riconosceva che a volte era auspicabile l’amore senza il matrimonio»

Tre motivi per vedere il film

  • Il feeling tra Clark Gable e Joan Crawford
  • I meravigliosi abiti di scena
  • Le sequenze in anticipo sul neorealismo nostrano

Quando vedere il film

In una sera d’estate

Note

[1] A. Walker, Joan Crawford. L’ultima diva, Milano, Garzanti, 1989, p. 78.
[2] Ivi, p. 79.

Ginevra Amadio

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