Home Blog Pagina 45

Addio a Philippe Daverio il maestro dell’arte del XX secolo!

0

Philippe Daverio, professore di arte del XX secolo ci lascia oggi

Questa mattina mi sono svegliata con una notizia davvero triste da annunciare per tutti gli amanti dell’arte contemporanea e della cultura in generale: il maestro e critico d’arte Philippe Daverio si è spento a Milano a 70 anni. Il prossimo 17 ottobre avrebbe compiuto 71 anni. Lascia sua moglie, Elena Gregori, sposata nel 1983 e suo figlio Sebastiano Daverio; anche lui si occupa di arte a tutto tondo. A portarlo via è stata purtroppo la malattia che tutti temiamo, il male del secolo, un tumore.

Ma chi era Philippe Daverio e perchè lo amiamo tanto?

Oggi è come se ci lasciasse uno zio, a cui siamo affezionati, leggendo queste righe, probabilmente vi scenderà una lacrima, come è successo a me, appena appreso della perdita, non solo di un grande professore, ma di un uomo che ha dedicato completamente la propria vita all’arte e alla cultura.

Philippe Daverio nasce a Mulhouse, Francia, nel 1949, figlio di un costruttore Napoleone Daverio, è il quarto di sei figli.

Dopo gli studi ottocenteschi, in Francia, lascia il collegio e si dirige in Italia, dove studia economia e commercio alla Bocconi di Milano, senza mai laurearsi.

Egli stesso in un’intervista riferirà: “erano gli anni in cui si studiava per la cultura, non per diventare dottori”.

E aveva proprio ragione, un uomo di cultura del genere non aveva bisogno di altri appellativi, per noi resterà sempre “Il Professore d’arte contemporanea” più amato di tutti i tempi.

Io sono cresciuta con lui, i suoi favolosi libri e le sue trasmissioni bellissime, che hanno contribuito a farmi appassionare all’ arte contemporanea del Novecento e come me sicuramente tanti di voi, hanno ammirato i suoi racconti, le sue analisi che era unico per quanta passione e dedizione ci metteva nel fare.

Nel 1975 apre a Milano, in Via di Monte Napoleone 6, la sua prima galleria d’arte “Galleria Philippe Daverio”, dove si occupava di avanguardia della prima metà del Novecento.

Nel 1986 apre a New York la sua seconda galleria “Philippe Daverio Gallery”, dove si occupava di arte del XX secolo.

Nel 1989 apre a Milano in Corso Italia 49, una seconda galleria d’arte contemporanea.

Dal 1993 al 1997 diventa assessore alla cultura di Milano.

 

Ecco alcuni dei suoi programmi, che tutti amiamo e per cui lo ricordiamo con affetto:

  • Art’ è (Rai 3, 1999)
  • Art.tù (Rai 3, 2000)
  • Passepartout (Rai 3, 2001-2011)
  • Emporio Daverio (Rai 5, 2011)
  • Il Capitale di Philippe Daverio (Rai 3, 2012)
  • Striscia la notizia (rubrica MUAGG – Il museo aggratis) (Canale 5, 2019-2020)

Ha diretto la rivista Art e Dossier. Nel 2011 con la casa editrice Rizzoli pubblica il libro “Il museo immaginato“. Questo sarà solo uno dei suoi tanti libri di successo, che lo inizieranno alla carriera di saggista.

Esperto nel settore dell’arte contemporanea del Novecento e della modernità e dell’avanguardia nell’arte è stato riconosciuto professore ordinario di disegno industriale presso l’Università degli Studi di Palermo.

Una lunga carriera all’insegna dell’arte e della cultura per il nostro maestro e professore Philippe Daverio, che oggi ci lascia.

Grazie per tutti gli insegnamenti donati!

Alessandra Santini

L’immagine in copertina è tratta da wikicommons (Michela Camarda)

Miss Americana: Taylor Swift racconta la sindrome della “brava ragazza”

0

Miss Americana è in streaming su Netflix: Taylor Swift svela finalmente al mondo perché era così fastidiosa.

Lo ammetto da subito: sono una di quelle che ha sempre trovato Taylor Swift “annoying” per dirla con le parole di chi la critica nel docufilm Miss Americana, ora in streaming su Netflix.

Eppure, vedendo questo scorcio di vita portato sugli schermi da Lana Wilson, devo ammettere di aver visto qualcosa di onesto. A differenza di quello di Lady Gaga, che non mi è piaciuto affatto, nonostante io sia una grande fan della Germanotta, il docufilm su Taylor Swift tira fuori dei messaggi importanti.

Assistiamo alla scalata della giovanissima cantante come icona country made in Tennesse: un’artista completa, che scrive e suona le proprie canzoni dall’età di 12 anni circa.

Un’ascesa senza intralci, assolutamente perfetta. Se non fosse per Kanye West, che durante la premiazione a MTV Video Music Awards, sale sul palco interrompendo i ringraziamenti della povera Taylor (all’epoca diciassettenne vittoriosa con You Belong With Me) per affermare che il video di Beyoncé era uno dei migliori di tutti i tempi (Single Ladies, n.d.r).

Taylor Swift inizia la sua “caduta” affermando che l’episodio sia stato un duro colpo da incassare per una persona cresciuta al suono degli applausi: i fischi diretti a Kanye West vengono interpretati come rivolti alla sua vittoria, il tempo dell’approvazione da parte del pubblico è finito. In quel momento Taylor deve intraprendere un percorso di crescita che la sganci dalla sindrome della brava ragazza.

Una brava ragazza non mette a disagio gli altri imponendo le proprie opinioni.

E forse è proprio per questo che non sopportavo Taylor Swift: era talmente pacata e remissiva, mai fuori dagli schemi, che mi sembrava falsa.

Ed è sembrata falsa anche agli altri, persino quando è stata vittima di molestie sessuali, vincendo la cifra simbolica di un dollaro contro David Mueller, lo speaker radiofonico che le infilò la mano sotto la gonna durante uno scatto fotografico di gruppo.

L’album Reputation e la sua vena polemica (pensate alla hit “Look what you made me do”) è frutto di tutte le esperienze negative di cui è stata protagonista Taylor, che si è sentita chiamare anche bitch in una hit di Kanye West dopo gli sventurati eventi di cui abbiamo parlato sopra.

I Feel Like Me And Taylor Swift Might Still Have Sex, I Made That Bitch Famous

Forse la parte meno brillante del film è quella in cui Taylor, nel 2018, decide di schierarsi politicamente contro Marsha Blackburn, la candidata al senato che declama i valori cristiani del Tennessee veicolandoli contro i diritti delle donne e degli omosessuali. Tema caldo per Taylor, come potrete immaginare.

Ebbene, naturalmente non ho nulla da ridire sullo schieramento di Taylor, bensì sul fatto che tale presa di posizione trovi il suo apice in un post fatto sui social: nel momento in cui viene postato sembra stiano sganciando la bomba atomica. Ma questo è il potere del web oggi, specialmente se si è un personaggio famoso.

Insomma, la piccola Taylor è uscita fuori dal guscio: dice ciò che pensa (pare) e ha anche delle idee politiche. Almeno ora non sembra più un manichino, anche perché afferma di aver ricominciato a mangiare come vuole.

Quello che continua ad emergere da questi docufilm è come le donne siano trattate dall’industria musicale. Come oggetti da vendere. La stessa Taylor afferma che le donne in questo settore, a differenza della controparte maschile, sono costrette a reinventarsi 20 volte per sopravvivere.

Taylor Swift continua a non piacermi particolarmente. Non mi piace la sua voce, né ciò che scrive. Ma almeno qualche messaggio nel docufilm l’ha inviato, anche se comunque l’immagine che ne esce è quella di una bambina di 30 anni, con molte fragilità condivise.

Alessia Pizzi

1 settembre 2020: si torna a Hogwarts… a distanza!

0

Il 1 settembre 2020 riserva a tutti i fan di Harry Potter un ritorno a Hogwarts speciale.

Il 2020 sarà ricordato come l’anno della pandemia e della famigerata “Dad”, ossia la didattica a distanza che tanto ha fatto discutere insegnanti, alunni e genitori. Nonostante le evidenti difficoltà del caso, occorre riconoscere le grandi potenzialità che offre il digitale anche nell’ambito dell’istruzione.

Se ne sono accorti anche i maghi e le streghe di Hogwarts che hanno preso ispirazione dalle scuole babbane per organizzare un ritorno a a scuola “a distanza”!

Ogni anno il 1° settembre è una data fondamentale per tutti i fan del Maghetto.

In chi è nato nei primissimi anni ’90, ancora è forte la delusione di non aver ricevuto per l’undicesimo compleanno la tanto agognata lettera di ammissione alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts e di non poter salire sul famoso Espresso per andarci.

Ogni anno in questo giorno centinaia di fan di tutto il mondo si riuniscono a Londra alla stazione di King Cross. Appuntamento fisso: ore 11, binario 9 e 3/4 e bacchette levate per celebrare il nuovo anno scolastico.

Naturalmente, l’emergenza Covid non permette attualmente un evento dal vivo. Quindi, per quest’anno il tutto è stato organizzato eccezionalmente in virtuale e disponibile gratuitamente per tutti e in tutto il mondo!

Back To Hogwarts Livestream

Già dal 29 agosto si sono susseguite diverse iniziative per i Potterheads (questo il nome dei fan di Harry Potter) di tutto il mondo. Tra i contenuti resi disponibili online, vi è ad esempio uno spettacolo CineConcerts con orchestre internazionali che suonano selezioni musicali memorabili, tratte da ciascuno degli otto film di Harry Potter.

È possibile poi ascoltare le letture di personaggi famosi dei capitoli di “Harry Potter e la pietra filosofale” realizzate durante il periodo del lockdown.

Infine, grandi e piccini potranno dilettarsi con tantissime idee creative ispirate a Hogwarts e tutorial creativi per tutte le età.

L’evento del 1° settembre si può seguire in live streaming a partire dalle 11.30 (ora italiana) sui canali Youtube e Facebook di Wizarding World.

Ospiti speciali sono gli attori James e Oliver Phelps (i divertentissimi gemelli Weasley), Bonnie Wright (la loro sorellina Ginny) e Jason Isaacs (Lucius Malfoy, padre del platinato Draco Malfoy). Tra le attività proposte, giochi e quiz a cui partecipare sul sito wizardingworld.com.

I fan possono, inoltre, inviare una propria foto per partecipare al “Back To Hogwarts – Classe 2020“. Con le immagini inviate, sarà creato un mosaico digitale che si ingrandirà durante il giorno per dare vita alla community. Per i membri dell’Harry Potter Fan Club sarà possibile anche scaricare digitalmente il mosaico per avere un ricordo esclusivo della giornata.

L’evento Back To Hogwarts Livestream è anche un’occasione per supportare Lumos, l’associazione benefica fondata da J.K. Rowiling per difendere e promuovere i diritti dei bambini e dei ragazzi più disagiati. I partecipanti, infatti, possono cliccare un pulsante durante lo streaming e fare una donazione nell’ambito dell’evento digitale.

Per l’occasione, è stata creata una grafica celebrativa da Miraphora Mina ed Eduardo Lima, i graphic designer di tutti i film ispirati al mondo incantato di J.K. Rowling.

Harry potter hogwarts 1 settembre 2020
MinaLima – Back to Hogwarts 2020

Già in pieno lockdown, la Rowling aveva pensato ai suoi fan, creando una sezione del sito Wizarding World denominata “Harry Potter at Home“, dedicata principalmente ai genitori e ai bambini, per aiutarli durante il difficile periodo di isolamento domestico forzato. All’interno del sito si trovano numerose attività da fare a casa, come imparare a disegnare uno Snaso o realizzare una scritta incantata proprio come quella della Mappa del Malandrino, rispondere ai quiz sui libri o giocare ai puzzle dedicati al mondo di Harry Potter.

Insomma, le iniziative non mancano e anche quest’anno la magia è assicurata!

Come le nostre scuole, anche Hogwarts si è adeguata alla difficile situazione… Chissà, magari avremo la fortuna di assistere a una videolezione di Trasfigurazione della professoressa McGranitt!

In attesa dell’inizio delle lezioni babbane, preparatevi, dunque, a salire (virtualmente) sull’Espresso per Hogwarts verso un nuovo magico anno scolastico!

Francesca Papa

Essenze di nicchia e profumi persistenti: quali sono i migliori?

1

Quali sono i profumi che lasciano il segno sulla nostra pelle per diverse ore, senza svanire dopo pochi minuti dalla prima spruzzata? Per riconoscere un profumo persistente è necessario tenere presente qualche accorgimento.

Quello che desideriamo principalmente quando acquistiamo un profumo, è che mantenga il suo aroma a lungo nel tempo, con una scia intensa in grado di anticipare la nostra presenza e far restare nell’aria un ricordo olfattivo che continua a parlare di noi, anche quando ce ne siamo andati. Una fragranza è in grado di far associare una sensazione positiva alla percezione della nostra personalità, aumentando la nostra visibilità e permettendoci di acquisire un segno distintivo.

La scelta del profumo da acquistare, pertanto, deve essere effettuata prendendo in considerazione diverse circostanze, quali le condizioni climatiche, il pH naturale della pelle, il tipo di pelle e lo stato di salute di chi indosserà la fragranza.

Di solito, quando indossi un profumo, questo tende a scomparire dopo pochi attimi? In questo caso, dovresti preferire fragranze realizzate con oli essenziali, più ad alta concentrazione, ovvero eau de parfum. Orientati verso profumi che possiedono note olfattive di fondo più intense, che si propagano lentamente e vengono percepite per diverse ore. La struttura dominante dei profumi che contengono note floreali, ambrate, resinose o legnose, si trova infatti alla base della piramide olfattiva, pertanto l’essenza potrebbe essere percepita per oltre una giornata.

Evita le eau de toilette e le eau de cologne, che sviluppano invece la loro fragranza nelle note di testa: essendo le molecole più leggere, sono composte da odori freschi e taglienti, che evaporano in maniera quasi istantanea. Le note di fondo, invece, fanno parte della famiglia dei muschi e dei legni, e siccome sono più grandi e resistenti, ci mettono più tempo per essere assorbite dalla pelle e penetrare. Di conseguenza, si può affermare che le note di fondo sono quelle che rappresentano meglio il carattere di un profumo.

Quando proviamo un profumo per la prima volta, è fondamentale vaporizzarlo sempre sulla propria pelle, lasciandolo agire parecchi minuti prima di essere in grado di definirne la persistenza.

Ecco un brand che ti sorprenderà


Vogliamo presentarti la linea di profumi artistici di Aimone Andreoli persistenti in grado di lasciare il segno: ne abbiamo selezionati quattro che potrebbero fare al caso tuo!

Simone Andreoli, l’artista carpigiano che gira il mondo alla ricerca di essenze da intrappolare in boccettine di profumo pregiato, ha iniziato la sua carriera alla giovane età di ventidue anni, realizzando il suo personale Diario Olfattivo e dando vita a profumi che sono vere e proprie opere d’arte da spruzzare sulla pelle: profumi da inalare a fondo, in grado di trasportarci all’istante in una delle tante mete che sono state per lui fonte di ispirazione.

Scopriamoli insieme!

Moorea

Immagina di ritrovarti sulle spiagge bianche dell’isola della Polinesia francese: dimentica lo stress e la routine per dedicarti al relax totale, e lasciati coinvolgere da Moorea, la fragranza dalle note saline e floreali, realizzata a partire da lime fresco, neroli, tiarè e ylang-ylang.

Don’t Ask Me Permission

Una fragranza che rimane dolce e alcolica sulla pelle, proprio come il ricordo dei balli più sfrenati nella città più colorata del Brasile: le note fruttate di lime e dipassionfruit si mescolano al tepore floreale del fiore di ylang-ylang. “Don’tAsk Me Permission” è un sorso di Cachaçasorseggiato nella frenesia delle notti sudamericane, che rimane a lungo sulla pelle.

Mandorla di Noto

Un viaggio alla scoperta degli aromi italiani: niente è più dolce e persistente delle mandorle appena colte. Simone Andreoli racchiude la loro essenza in “Mandorla di Noto”, per lasciarci travolgere da un’ondata zuccherosa e inebriante, e a desiderare ardentemente un assaggio di dolci tipici siciliani appena preparati dalle abili mani di un maître.

Smoke Of God

Un profumo persistente per eccellenza, una fragranza sensuale che ci riporta al deserto dell’Oman, quando durante la notte l’incenso bruciato sprigiona effluvi sublimi. Note di elemi, assenzio, cashmere e legno di amyris si mescolano a un accodo di cuoio, per fondersi in una fragranza indimenticabile.

Notti Romane | #SestaDose

0

Emilio Galdani, Liliana Rinaldi

Il senso di colpa Liliana non sapeva fosse cosa così enorme e, quasi che le sue labbra potessero tradirla, aveva smesso da qualche giorno di baciare Marco, gli fuggiva scostando leggermente il viso o coprendoselo con la sciarpa.

Lo guardava e covava nel cuore un rancore ormai inestinguibile e gliene dava tutta la colpa: era lui che aveva provato a farle accettare qualcosa che non voleva, che aveva provato a farle benvolere altre donne; lo odiava pure ora che lui se ne stava a guardarla come esistesse lei sola, odiava che ridesse d’ogni cosa.

E’ stupido, pensò col sangue che le ribolliva e più l’odio diventava feroce- nella sua mente sfilavano uno dietro l’altro tutti i nomi di femmina che lui le aveva pronunciato- più banali diventavano le frasi che voleva dirgli. Sei uno stupido, sei un traditore, non capisci niente, sei uno stupido: condanne senza appello, macigni che scalpitava di lanciargli per ferirlo. Non lo fece mai, si assentava e sperava le venisse il coraggio di lasciarlo. Emilio, invece, la faceva bella e le dissipava la rabbia dal viso.

Si era ormai a fine mese e lui le aveva regalato un vestito rosso. Avevano scritto un racconto breve che si chiamava mare-tempo e quella sera l’avrebbero presentato assieme.

Liliana si era acconciata i capelli alla meno peggio, stirandoseli col ferro. Passò, in quell’occasione, lunghi minuti davanti allo specchio, appiattendosi le pieghe del vestito con i polpastrelli delle dita e colorandosi il viso con colori tenui. Non le piaceva l’odore della cipria ma le piacque quello che vide: dallo specchio a guardarla era una Donna mai vista, bellissima, amata e amante, non più mediocre ma brava nello scrivere, con la vita in discesa. Non ho niente che mi manca, trovò il coraggio di dirsi, rispetto alle donne di Marco.

Emilio passò a prenderla puntualmente, vestito di scuro: lei abbassò il finestrino, accesse la radio, una musica riempì l’abitacolo.

I fatti di cronaca si allontanarono: in quel mondo d’improvviso così bello non potevano esistere esplosioni e stragi ed era inutile sprecarsi sul pensiero scuro del morire. Liliana, in quella notte di Gennaio, come non faceva da tempo, non ci pensò più. Sorrise ad Emilio che le sfiorò la mano mentre cambiava marcia, viaggiarono sino a Piazza della Repubblica in silenzio, senza che questo pesasse a nessuno dei due.

Emilio l’accompagnò dentro tenendola con delicatezza sotto braccio, notò con piacere che incedeva con eleganza nonostente le scarpe alte che non era abituata a portare. Furono salutati con calore, qualcuno si stupì di non vedere Anna a fianco dell’uomo ma i chiacchiericci cessarono non appena Liliana prese parola. Parlava: le frasi le uscivano dalla bocca pulite e nitide, vibranti tanto che Emilio si chiese quale cambiamento fosse, così velocemente, avvenuto in lei. Si scambiarono la parola vicendevolmente e in maniera armonica, senza aver preso accordi, e infine, l’uno stretto al braccio dell’altro, bevvero qualcosa.

Liliana sentiva che quello era un modo come un altro per scacciare il fantasma del suo uomo, che ancora riusciva ad adombrargli il viso e più forte si stringeva al braccio d’Emilio: innamorarsene era stata una questione di equilibrio, un pretesto per continuare ad avere, diciamo così, il cuore pieno. Emilio, invece, quel cuore malmostoso l’aveva ancora vacante. Liliana non era mai stata bella come quella sera e quando si salutarono, poco lontano dal locale, a lui dispiacque quasi: le baciò una guancia tirandosela per un fianco. C’era qualcosa di irriparabile in quel saluto ma entrambi fecero finta di non accorgersene: Liliana si allontanò verso casa di Marco, Emilio nella direzione opposta.

Lei prese un autobus vuoto, con solo un senzatetto che dormiva nei sedili posteriori, scese davanti al palazzo del Vitali: voleva raccontargli la serata, dirgli che era cresciuta, che non si sentiva più mancante di niente. Era una Donna in quel vestito scarlatto e voleva che Marco la vedesse, si pentisse d’averla trattata così ma nonostante i tre lunghi trilli al citofono nessuno venne ad aprirle: Marco dormiva con stretta tra le braccia Claudia, avendo ceduto all’ovvio finale ed essendosi macchiandosi del tutto di quell’onta, proprio lui che tanto a lungo non aveva voluto tradirla e tanto genuinamente l’aveva amata.

Emilio, quasi arrivato a casa, vide dall’oscurità di una vetrina di un negozio con le serrande a mezz’asta, un anello luccicare all’inverosimile.

Hai perso l’ultima dose?

Serena Garofalo

Dawn of the Dead e la combo vincente Romero – Argento

1

Quando non ci sarà più posto all’inferno i morti cammineranno sulla terra…

Titolo originaleDawn of the Dead
Regista: George A. Romero
Sceneggiatura: George A. Romero, Dario Argento
Cast Principale: Ken Foree, Scott H. Reiniger, David Emge, Gaylen Ross
Nazione: USA
Anno: 1978

Non è un caso che Dawn of The Dead, titolo originale di questo assoluto cult del 1978, sia un pilastro dei film di genere horror dedicato agli zombi. La sceneggiatura è di George A. Romero e Dario Argento: e di quest’ultimo il tocco si sente fortissimo, specialmente nelle scene di sangue.

Perché Romero alla fine è uno che pensava al messaggio. Pensiamo a La Notte dei Morti Viventi, uscito 10 anni prima. Non è il sangue il protagonista. Mentre Dario Argento qui firma un capolavoro, a cui viene aggiunta la ciliegina sulla torta: la colonna sonora dei Goblin di Claudio Simonetti.

E credetemi, ho visto spezzoni della versione senza la colonna sonora: non c’è paragone. E alla fine anche Romero si decise a portare negli States parte del lavoro di Simonetti.

Titolo

Inutile dire che come al solito la traduzione del titolo in italiano “Zombi” non c’entra nulla con l’originale, ma soprattutto perde il senso della trilogia di Romero, dalla Notte dei Morti Viventi, all’Alba dei Morti Viventi, fino al Giorno degli Zombi.

Trama

L’inizio ex abrupto del film inserisce lo spettatore nel vivo dell’azione: Stephen porta in salvo la sua fidanzata Jane, che lavora presso un emittente televisiva dove gli ospiti stanno discutendo sul perché i morti hanno ricominciato a camminare e ad uccidere la gente. Li raggiungono l’amico Roger e il suo collega Peter, entrambi poliziotti reduci da una missione presso un condominio abitato da sudamericani che non vogliono consegnare i loro morti alla Guardia Nazionale. Tutti e quattro salgono sull’elicottero di Steve per lasciare l’apocalisse e l’unico posto dove sembra sicuro atterrare, dato il poco carburante rimasto, sembra essere un centro commerciale…

L’eleganza di George A. Romero

Guardo questo film da oltre vent’anni e nel tempo ho saputo catturare sempre elementi nuovi. Il mio personaggio preferito è sempre stato Roger, ma tutti sono delineati molto bene, nonostante sia un film sugli zombi (e quindi ci si aspetterebbe poco spessore). Il bello è proprio questo: apprezzare tali pellicole prima dell’evoluzione “Resident Evil“, ovvero dell’horror sparatutto.

Uno degli scontri maggiori nel film è quello tra Stephen e Jane, specialmente nei ruoli di genere. E non è un caso che Jane venga supportata proprio da Peter, che è di colore e sa cosa vuol dire essere messi in panchina. Nel film Jane si impunta per non fare da mammina ai tre uomini (che non perdono occasione per andare a giocare coi fucili) e per imparare a difendersi da sola. Ne remake del 2004 di Zack Snyder questa caratteristica sarà ancora più accentuata nella protagonista femminile Ana.

Dal singolare al generale, in “Zombi” c’è tutta l’eleganza dei film di Romero anche nello sguardo alla società: non viene mai trascurata la satira politica e le frecciatine al popolo americano, megalomane e impregnato di consumismo. Gli zombi camminano lenti, ma sono tantissimi e molto affamati, come le persone al centro commerciale, lente e affamate di “cose”. Una metafora sottesa che è giusto ricordare.

Nonostante la lentezza, la suspense è comunque garantita grazie alla musica ritmata dei Goblin, quel sound anni Ottanta che inquieta al punto giusto.

Una curiosità

Tom Savini, che qui cura gli effetti speciali, appare sia in questo film (come leader della banda di motociclisti) sia con un breve cameo nel remake.

Insomma, se volete un horror come si deve, lo avete trovato.

3 motivi per vedere il film

  • La colonna sonora
  • La scena di Stephen nell’ascensore
  • La combo Romero – Argento

Quando vedere il film

Una notte d’estate.

Alessia Pizzi

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

The Big Bang Theory, quelle curiosità meno famose sulla serie più “nerd” che ci sia

0

È stato detto di tutto sulle storie, sulle puntate e sul cast di The Big Bang Theory.

In onda dal 2007, la serie nerd più celebre del mondo ormai non ha bisogno di presentazioni. Sugli schermi televisivi, per 12 anni di seguito, migliaia di persone (io con loro) hanno seguito le vicende di Sheldon Cooper (Jim Parson), Leonard Hofstadter (Johnny Galecki), Howard Wolowitz (Simon Helberg), e Raj Koothrappali (Kunal Nayyar).

Una serie che ha tolto all’aggettivo “nerd” quell’uso dispregiativo; che ha spiegato qualcosa anche a chi non aveva mai sentito parlare di scienziati come Nikola Tesla. Nelle sue 12 stagioni, infatti, ci ha dato mille nozioni di fisica, della biologia e della matematica.

I nomi dei due protagonisti

Già nella nella prima puntata della stagione 1, The Big Bang Theory ci inserisce nell’universo e nella storia della Scienza. I due coinquilini protagonisti, infatti, prendono i cognomi da due importanti Premi Nobel per la Fisica: Leon Cooper e Robert Hofstadter. I loro nomi invece sono la “spaccatura” di Sheldon Leonard, attore e produttore cinematografico attivo dagli anni ’50 agli anni ’80.

La lavagna

Nella loro casa, dietro a una rappresentazione di un enorme modellino di DNA (credo sia quello: scusate l’ignoranza), è sempre presente una lavagnetta dove sono scritte delle equazioni. Vere! Queste infatti, come i dialoghi matematico-scientifici tra i personaggi, sono precise grazie alla collaborazione di David Saltzberg, professore di fisica all’University of California di Los Angeles.

Le “special guests”

Dato il successo che ha avuto la serie, nel corso delle stagioni hanno partecipato alle riprese importanti personalità nel mondo scientifico e tecnologico. Da Stephen Hawking a Neil deGrasse Tyson; da Brian Green al conduttore di Science Friday Ira Flatow; da Michael Massimino a Steve Wozniak; da Elon Musk a Bill Gates; arrivando ai Premi Nobel per la Fisica George Smoot, Frances Arnold e Kip Thorne. Oltre a loro altre personalità hanno preso parte alla serie, come guest star: dal’universo di Star Trek (George Takei, LeVar Burton, Brent Spiner e la voce di Leonard Nimoy) a quello di Star Wars (James Earl Jones e Mark Hamill).

La serie però non è soltanto un contenitore matematico e fantascientifico, poiché in 12 anni di vita, ha altri aneddoti, che dietro lo schermo possono essere sfuggiti o non raccontati.

La storia di Amy

Parte integrante del cast di The Big Bang Theory dalla 4 stagione, nella 13° puntata della stagione 1, per sconfiggere Sheldon nel torneo di Fisica, manca un componente e Raj propone di chiamare

“La ragazza del telefilm Blossom: è laureata”.

Quella ragazza altri non è che… Mayim Bialik, che indosserà i panni di Amy tre anni dopo. La battuta di Raj non è una preveggenza, ma per il semplice fatto che la Bialik, rispetto a tutto il cast di The Big Bang Theory, ha veramente conseguito un dottorato in neuroscienze.

Inoltre, il personaggio doveva inizialmente essere interpretato da un’altra attrice Kate Micucci, che venne in seguito scelta per interpretare Lucy, la ragazza che Raj incontrerà nel negozio di fumetti nella stagione 6.

Penny

Altro grande personaggio di The Big Bang Theory è sicuramente quello di Penny. Dalla sua prima apparizione, la protagonista femminile della serie, ha con sé un mistero. In 12 stagioni, non è mai stato detto il cognome dell’amata vicina di casa di Leonard! Mai!

Un primo progetto vedeva il personaggio di Penny interpretato da Amanda Walsh. Alla fine però ebbe la meglio Kaley Cuoco, che ha indossato i panni della ragazza del Nebraska per tutte le stagioni così bene, da ottenere nel 2013 una stella nella Walk of Fame (due anni prima che la ottenesse il suo collega Jim Parsons).

La sigla

Un’altra grande incognita e curiosità degli appassionati di The Big Bang Theory è la sigla iniziale, cantata dai Baranaked Ladies. Cosa dice però il testo?

I giochi ispirati

The Big Bang Theory ha, inoltre, ispirato una lunga serie di giochi, da tavola e non, con la sua ambientazione. Celebre il modellino della Lego, dove viene rappresentato il salotto di Leonard e Sheldon, con tutti i personaggi principali. Sempre nel palazzo di TBBT è stato creato una versione del giallo di Cluedo, dove l’orribile delitto è cercare di capire chi, dove e soprattutto ha messo in disordine le cose di Sheldon in casa!

Inoltre, come potrebbe mancare la versione di Monopoli, dove chi gioca percorre le strade e i posti di Pasadena, cari alla serie; con protagonisti 7 segnalini, facilmente riconducibili ai protagonisti: il divano (Sheldon e “il suo posto”), gli occhiali (Leonard); il calice (Penny e la sua passione); il diadema (Amy e un celebre regalo); uno yorkshire (la cagnolina di Raj); l’elmetto da astronauta (Howard “Froot Loops” Wolowitz) e un microscopio (Bernadette e la sua microbiologia).

Una serie interessante, quindi, ma a livello di battute, a qualcuno potrebbe risultare piuttosto banale e poco coinvolgente. BAZINGA!

Non sapete che vuol dire?

Vedete la serie e ne riparleremo.

Francesco Fario

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Pokemon Go fa male?

0

L’evento speciale Pokémon GO Fest 2020 è trascorso da meno di un mese e questo offre l’opportunità (temporale) di affrontare l’annosa questione che da luglio 2016 attanaglia chi è a favore del gioco e chi invece lo guarda con sospetto. Al netto dell’ovvio effetto sulla salute dovuto all’attività fisica, Pokemon Go fa male?

Pokemon Go: gli effetti sulla salute

Ci siamo occupati nella scorsa psicopillola di come si posa sviluppare una dipendenza nei confronti di giochi online. Dato il successo mondiale del gioco di Niantic e Pokémon Company la ricerca scientifica si è occupata ben presto del fenomeno. Nel 2017 Yang & Liu, con il loro lavoro pubblicato sulla rivista Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, hanno connesso alcune tessere di questo intricato puzzle. I due ricercatori hanno infatti indagato come la soddisfazione di vita dei giocatori di Pokemon Go, la quale è uno degli aspetti importanti quando si parla di salute psicologica, fosse impattata dalla motivazione con la quale questi player si rivolgevano al gioco.

Motivazioni “giuste” e “sbagliate”.

Per i lettori più attenti della rubrica PsicoPillole questa considerazione non sarà nuova. Utilizzare l’online per compensare qualcosa che nella vita reale non funziona porta ad effetti deleteri sul benessere, talvolta perfino a situazioni di dipendenza. Lo studio di Yang & Liu (2017) conferma questa affermazione mostrando come il rivolgersi a Pokemon Go per fuggire da situazioni spiacevoli nella realtà (i.e., escapismo) sia legato ad una minor soddisfazione della propria vita, la quale, beninteso, potrebbe plausibilmente essere bassa proprio per le difficoltà dalle quali si vuol fuggire e non per il gioco in sé e per sé. Al contrario, utilizzare Pokemon Go come strumento per il proprio divertimento oppure come modo per vivere le proprie amicizie ha un effetto migliorativo sulla soddisfazione di vita dei giocatori.

Ancora una volta la vera questione sembra essere il motivo per il quale utilizziamo la tecnologia. Il suo uso può arricchire la nostra esistenza e migliorare la nostra salute, così come deprimerla. Tutto è nelle nostre mani e nel nostro modo di rivolgersi ad essa.

Ti sei perso l’ultima PsicoPillola? Non sia mai!

Fonte:

Yang, C. C., & Liu, D. (2017). Motives matter: motives for playing Pokémon Go and implications for well-being. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking20(1), 52-57.

Mirko Duradoni

Tenet, il nuovo rompicapo di Christopher Nolan, riapre i cinema

1

Quella che state per leggere è senz’altro la frase che resterà dell’esperienza chiamata Tenet.

Non cercare di capire

Ah sì? Ma davvero?

MRW i watched a movie about a gay guy faling in love with a girl and they didn't mention bisexuality even once

A me va anche bene, anzi benissimo, onestamente. Ma a quel punto vorrei provare qualcosa, sentire qualcosa sensorialmente e emotivamente.

Testa e cuore al cinema servono più degli occhi.

In realtà è lo stesso Tenet, pur dicendo espressamente e ripetutamente di non sforzarsi a capire cosa accade, a comunicare fino al parossismo ogni singola cosa. Prova a spiegare, quantomeno. E per quanto voglia che lo spettatore si immerga nel senso di meraviglia della visione, specialmente ora che l’uscita di Tenet rappresenta simbolicamente il ritorno nei cinema in molte parti del mondo, in realtà non riesce a non essere freddo, superficiale, epidermicamente infrangibile e riluttante a ogni forma di semplicità e leggerezza. Leggerezza che poi non vuol dire solo battute, che comunque ci sono, ma un tono che non sia così serioso, spesso forzatamente.

Raccontare la trama di Tenet non ha, sinceramente, molto senso o molta importanza. Non perché sia un film complicato, come tanto si è stato paventato in questi mesi. Ma ci sono essenzialmente due motivi per osare tale omissione in una recensione.

Il primo, anche se non capite cosa racconti Tenet, il film fa di tutto per sottolineare le azioni ogni minuto. Ogni cosa che accade è narrata o spiegata, sempre nella maniera più prolissa possibile, naturalmente. I personaggi parlano, parlano, parlano, parlano e poi ancora parlano. Non stanno mai letteralmente zitti, andando contro i principi più basilare del cinema (figurarsi di quello d’azione, genere a cui dovrebbe appartenere il film). Parlano con dialoghi sciatti, macchinosi, sempre come automi, sempre evitando reazioni emotive di sorta a ciò che si dice, sempre facendo a gara a chi chiude per ultimo un dialogo. Quando si potrebbe e dovrebbe godere un grande momento action, i personaggi ci parlano sopra. Verrebbe quasi voglia di prenderli a schiaffi e urlare “tacete!”.

Il secondo motivo, è la grande apatia con cui i personaggi sono presentati, sviluppati (un parolone) e accompagnati. I personaggi non hanno una storia, uno straccio di motivazione, un arco emotivo, e i contatti umani che si creano tra di loro sono i più basilari (amicizia, amore), tra l’altro mai sviluppati. Non si sentono, non si percepiscono mai. Quando il protagonista – che si chiama davvero “il protagonista”, per dire – si innamora della donna al centro dell’intreccio, il sentimento non è mai visto, mai capito, mai fonte di struggimento interiore. Nuovamente, è amore solo perché è detto che sia amore. La passione è da un’altra parte, l’attrazione vista col binocolo, la sensualità non ne parliamo, l’erotismo lasciamo perdere. E anche se potrebbe sembrare non importante, ricordiamo sempre che Tenet è una sorta di spy story alla James Bond letta attraverso i crismi nolaniani della fantascienza: in ogni spy story l’attrazione e la seduzione fanno parte del gioco.

Ma Tenet purtroppo questo è, un gioco e basta. Una tabula rasa su cui i personaggi, svuotati da ogni interiorità, sono soltanto pedine su una scacchiera. Oltretutto, una scacchiera monocromatica.

E poi, ve l’ho già detto quanto diavolo parlano durante questo film?

Chi vi scrive è un nolaniano, pertanto vedere Tenet è stata una sofferenza prima che una delusione appresa con smarrimento. Più che un film, è un purissimo atto di testardaggine di Nolan, che ha spinto all’inverosimile i tasti di quella che credeva essere una macchina perfetta. Ovvero la sua poetica. Il suo cinema è sempre stato uno spettacolo meravigliosamente difficile proposto al limite: spingendolo, è venuta fuori una autentica autoparodia del proprio credo. Paradossalmente, Tenet rappresenta al suo massimo tutto ciò che i detrattori di Nolan gli hanno detto (erroneamente e esageratamente, ora no) nel corso degli anni.

Tanto si è scritto, nei mesi scorsi, degli eventuali rimandi e paragoni a Inception. Definirli fuori luogo, adesso, è quasi eufemistico. Quello era l’apice dell’intrattenimento, dello spettacolo, del complicato fatto però per le grandi masse di pubblico, del sentimentalismo forse troppo sottolineato, ma sempre molto sincero e sentito. Era un film sull’ossessione, forse uno dei sentimenti che più rende umani, più rende vivi. L’apatia è invece ciò che regna in Tenet, un film spento, non solo drammaticamente didascalico ma persino tremendamente soporifero nei suoi momenti d’azione. Grigio, freddo e monotono anche nell’estetica.

Oltretutto, lo sapete che i personaggi parlano davvero tanto e non stanno mai zitti?

Emanuele D’Aniello

“Un Paradiso per Icaro” tra vita e poesia: intervista a Chiara Rantini

Ciao Chiara! Benvenuta nel nostro Blog. Ho letto con piacere i tuoi scritti e ti seguo su Facebook. Ti considero una bravissima scrittrice e vorrei che il nostro pubblico ti conoscesse meglio. Io ho letto “Un paradiso per Icaro”, pubblicato con EnsembleTi chiederei di parlarmi un pochino di te in maniera un poco informale, dei tuoi hobby.

Buongiorno a tutti e grazie della vostra ospitalità. Mi chiamo Chiara e da sempre mi piace scrivere e soprattutto leggere. Sono un’assidua frequentatrice delle biblioteche e amo partecipare a laboratori e iniziative che mirano a una valorizzazione del territorio in cui vivo. Credo che il rispetto e la cura della natura sia un fattore importante nella vita di tutti perciò, nel mio piccolo, cerco di tutelare e di promuovere l’ambiente. Amo camminare in montagna, visitare luoghi dimenticati e in genere mi trovo a mio agio in contesti il più possibile naturali. Per il resto ho una vita abbastanza tranquilla dedicata al lavoro e alla famiglia.

Ora che ti conosciamo meglio vorrei sapere un pochino della tua scrittura, prima in maniera generale – cosa hai scritto, quando scrivi – e poi nel particolare, arrivando a dirci cosa stai scrivendo ora, su quali progetti stai lavorando. Ho letto le tue poesie. Raccontaci!

Ho cominciato a scrivere fin da bambina ma sempre solo come piacere personale. Quando ho trovato maggiore stabilità nell’ambito lavorativo e familiare, ho pensato che fosse il momento giusto per uscire allo scoperto. Così alcune mie poesie e racconti sono stati pubblicati in antologie e miscellanee. Nel 2018 ho pubblicato un romanzo “La resa delle ombre” edito da Alcheringa ed. e una silloge poetica intitolata “Un paradiso per Icaro” edita da Ensemble ed.

Attualmente sto lavorando a vari progetti (anche collettivi). Continuo a scrivere poesie per una prossima raccolta, sto riordinando alcuni racconti in vista di una pubblicazione e sono alle prime battute nella costruzione di un romanzo storico.

“Un paradiso per Icaro”: dicci di più sul tuo libro! Incominciando a spiegarci il titolo e la copertina con i contrasti di rosa e la figura di un uomo che si vede e non si vede.

  La silloge “Un paradiso per Icaro” è suddivisa in quattro sezioni e affronta  alcune tematiche a me molto care, come il rapporto tra poesia e vita, la      riflessione sul senso del tempo, sull’esilio e sulla fragilità dell’esistenza. La scelta stilistica tende a ricercare l’essenzialità del verso, la semplicità e il potere evocativo delle parole, l’istantaneità delle immagini. A tratti onirica e visionaria, in molti componimenti ricorre una particolare simbologia legata a temi biblici e mitologici. Non mancano riferimenti alla natura, vista come     specchio di un mondo superiore, impenetrabile e tuttavia inteso come unico approdo dell’esistenza terrena. Spiritualità e concretezza della vita sono un duplice aspetto di questa silloge che si presenta come ricerca di una possibile e desiderata armonia.

ll titolo della silloge è anche il titolo di una poesia contenuta al suo interno. L’idea nasce da una riflessione sulla figura mitica di Icaro, su ciò che essa     rappresenta per l’umanità e su una diversa chiave di lettura, forse un po’ provocatoria. Icaro incarna l’emblema del sognatore, di colui che per troppa   furia creativa mette a repentaglio la propria vita, spesso  pagandone le         conseguenze. Non mi sento di condannare tale impeto e perciò, almeno nella    poesia e nelle arti in generali, ho voluto riservare a Icaro un posto in    “paradiso”.

Per quanto concerne la copertina, è stata una scelta della casa editrice su cui   mi sono trovata subito concorde. La figura non ben definita  su sfondo rosa rappresenta la grecità e si inserisce nel contesto di riferimenti alla mitologia e all’antichità contenuti nella silloge.

So che hai pubblicato anche poesie con gli Affluenti. Chi sono gli “Affluenti”?

“Affluenti Nuova Poesia Fiorentina” è un collettivo che unisce vari poeti e artisti che gravitano intorno alla zona di Firenze e province limitrofe. Fanno riferimento alla casa editrice Ensemble, e oltre alle innumerevoli iniziative che portano avanti, hanno all’attivo anche due antologie poetiche: una pubblicata nel 2016 e l’altra appena edita in cui sono contenute due mie poesie e un estratto da un racconto.

So che fai parte della corrente dei Poeti Emozionali. Dicci di più.

Ho conosciuto l’ideatore della corrente Domenico Garofalo tramite web grazie a delle amicizie in comune. Mi ha colpito il suo grande interesse per la divulgazione della poesia e quando è nato il progetto, considerato che eravamo appena usciti da un periodo di isolamento forzato a causa dell’emergenza sanitaria, mi è parso naturale aderirvi. Con questa corrente condivido la consapevolezza che, nel nostro mondo “impoverito sentimentalmente”, sia necessaria la poesia come sorta di antidoto al grigiore di un’esistenza sempre più sterile dal punto di vista emotivo.

La corrente è nata nel giugno di quest’anno… vedremo cosa riuscirà a fare.

Quando hai iniziato a scrivere? E per quale ragione scrivi? Per te stessa o per gli altri?

Ho iniziato molto presto a scrivere, direi da quando ho acquistato una certa padronanza con il corsivo. Mi piaceva inventarmi delle storie, oppure collaborare ai giornalini scolastici. Non credo esista una ragione precisa per la quale scegliamo di scrivere, almeno non per me. L’esigenza iniziale è ovviamente interiore ma ciò non è in contrasto con il desiderio di condividere la propria arte con gli altri. Anzi, secondo me, la dimensione perfetta della scrittura è il dono di sé.

Cosa vuol dire scrivere poesie?

Scrivere poesie significa mettersi in ascolto e accedere a una diversa dimensione dell’esistenza.

Barbara Gabriella Renzi

Lady Gaga: il suo docufilm “Five Foot Two” è una noia mortale

0

Lady Gaga è una delle voci più talentuose del nostro Secolo. Ancora ricordo, quando un decennio fa, camminavo indifferente sul tapis roulant della palestra sotto casa ascoltando il ritornello di “Poker Face” e pensando: ha una voce troppo simile a Christina Aguilera. Chi è?

Guardando il video nella tv di fronte a me pensai di trovarmi davanti l’ennesima star delle disco-hit. Commerciale, patinata, omologata.

Ma le cose sarebbero andate molto diversamente per questa ragazza alta un metro e cinquantasette centimetri.

Lady Gaga, al secolo Stefani Joanne Angelina Germanotta, è molto lontana da Xtina e da tutte le altre pop star. Scrive i suoi pezzi, li suona, sfoggia look improbabili e ha origini italiane, caratteristica di cui si vanta fieramente nel docufilm su Netflix: Five foot two (il cui titolo è un omaggio specifico alla sua altezza).

Se ne vanta, precisamente, mentre dice che lei dice le cose in faccia, non come Madonna, ad esempio (e questo è un dei momenti più alti della pellicola, in pratica).

Cosa dire di questi docufilm sull’artista? Gli americani sembrano dei giganti sul red carpet – vestiti a festa come i cristiani quando vanno a messa la domenica – ma quando vengono inquadrati dentro casa sono l’iperbole del provincialismo.

Devono pregare, devono stare vicino a nonna, sono grati anche per il meteorismo del loro cane. Sono sempre gentili quando dicono cosa pensano, parlano sempre aprendo il loro cuore candidamente e pensano che il dialogo possa risolvere tutto.

Insomma, o sono molto finti o davvero molto noiosi.

Chris Moukarbel, il regista di Five foot two, segue Lady Gaga per un anno, ma cosa rivela sull’artista?

L’unica nota veramente interessante del film è l’apertura di Gaga in merito ai suoi disagi fisici: la fibromalgia che la perseguita è sicuramente qualcosa di cui non tutti sono al corrente.

Lady Gaga viene infatti colpita da dolori atroci, quindi ha un team al suo fianco pronto ad accudirla per mandarla in scena.

Il docufilm non toglie la maschera, quindi, ma abbassa il tiro sul mito (forse).

Per quanto mi riguarda, oltre ad avere un forte potere soporifero, questi docufilm sono ottimi per ridimensionare la figura dell’idolo. Lady Gaga ha una voce straordinaria, è un’artista a tutto tondo, ma è umana. Molte persone fanno fatica a distinguere l’umano dall’icona e quindi deduco che queste pellicole non siano volte tanto a svelare il non svelato, quanto a rivelare la caducità di creature che vengono idolatrate più per una necessità personale che per un motivo sensato.

Probabilmente se la gente non fosse attaccata in maniera così morbosa all’immagine della diva, forse le case discografiche la smetterebbero di trattare le donne come un prodotto da vendere: più magro, più sexy, più finto.

Lady Gaga ha evidenziato questa criticità affermando di aver aggiunto del sangue ogni volta che le chiedevano di essere più sexy: del resto come dimenticare i suoi video e i suoi look?

La tendenza all’horror le è valsa anche la partecipazione come attrice nella serie tv American Horror Story (stagione numero 5, “Hotel” ), una carriera poi conclamata dal bel film/reboot diretto e con Bradley Cooper, “A star is born”, dove l’omologazione delle star femminili è denunciata senza troppi giri di parole.

Vedendo questo docufilm, viene da chiedersi quanto il regista abbia voluto raccontare davvero qualcosa e quanto invece abbia voluto accontentare i Little Monsters di Lady Gaga, ovvero i suoi innumerevoli fan.

Quasi quasi mi è piaciuto di più quello di Chiara Ferragni.

Alessia Pizzi

Madonna è sempre Madonna: continuano i 10 Madonnamenti

0

Come promesso torniamo a parlavi di Madonna, con altre 10 curiosità.

Nel mese del suo compleanno continuiamo il nostro approfondimento sulla cantante dei record. Ecco per voi altri 10 Madonnamenti: per conoscere tutto della Ciccone, anche circa quelle cose che credevate di sapere. Ma solo informazioni accurate e verificate, mica come lei su social.

1 A chi affidare “Ray of Light”

Il sound di “Ray of light“, uno degli album di Madonna più acclamati da pubblico e critica, cambia moltissime vesti in corso d’opera. Inizialmente assegnato a Babyface, a cui si deve parte del successo del precedente “Bedtime stories“, viene poi affidato a Rick Nowels a cui si aggiunge il fidatissimo Patrick Leonard. Alla fine, sotto suggerimento del suo manager, Guy Oseary, Madonna si rivolge a William Orbit. Il musicista, compositore e produttore brinannico ha già remixato per la cantante alcuni brani ed è grazie a lui che Madonna traghetta il mondo dell’elettronica nel pop.

2 In “The power of good-bye” c’è tantissimo cinema

L’attore Goran Višnjić è scelto personalmente da Madonna per apparire nel video di “The power of good-bye” dopo averlo visto recitare nella pellicola “Benvenuti a Sarajevo”. Tanti sono i riferimenti cinematografici contenuti nel filmato: dalla partita a scacchi de “Il caso Thomas Crown” di Norman Frederick Jewison con Faye Dunaway e Steve” McQueen a Perdutamentedi Jean Negulesco con Joan Crawford.  

3 Le memorie sì, ma di quale geisha

Per il video di “Nothing really matters” Madonna si ispira alle atmosfere del libro “Memorie di una geisha” di Arthur Golden. Il personaggio da lei interpretato non si richiama, però, come creduto comunemente alla protagonista del romanzo bensì alla sua rivale: Hatsumomo.

4 C’è sempre tempo per imparare

Durante la promozione dell’album “Music“, Madonna inizia a esibirsi suonando la chitarra. Il suo maestro è Monte Pittman, che la accompagna in ogni sua performance allo strumento. Inizialmente il chitarrista era stato assunto per dare lezioni a Guy Ritchie, l’allora marito di Madonna. Finisce per diventare un compagno di palco insostituibile per la cantante.

5 Questo bacio a chi lo do

Non doveva essere Christina Aguilera a dividere con Britney Spears il palco e il bacio di Madonna agli MTV Video Music Awards 2003: la prima a essere interpellata è P!nk, ma la prospettiva di dover a interrompere le vacanze per presenziare alle prove la fa desistere. In seguito è fatto anche il nome di Jennifer Lopez.

6 La confessione che doveva essere un musical

Prima di “Confession on a dance floor” Madonna sta lavorando a due musical: uno dovrebbe intitolarsi “Hello suckers” e l’altro riguarda una donna che, in punto di morte, dal suo letto ripercorre la propria vita. A quest’ultimo progetto collabora anche Luc Besson. Non soddisfatta dallo script da lui presentato, decide di accantonare il progetto e utilizzare quanto musicalmente di buono già prodotto per un nuovo album. Affidandone la co produzione a Stuart Price, già suo collaboratore e direttore musicale dei suoi due precedenti tour.

7 Come ti cambio il regista

In origine il video per “Hung up” doveva diretto da David LaChapelle. Madonna, da poco ripresasi da una bruttissima caduta da cavallo che le ha procurato tre vertebre incrinate, una frattura alla clavicola e una alla mano, non è d’accordo con la visione “documentaristica” proposta dal regista e lo sostituisce con Johan Renck.

8 Uno scatto dal pubblico diventa copertina

L’immagine utilizzata per la copertina del singolo di “Sorry” è stata scattata dal vivo dal fotografo Marcin Kokowski mentre si trovava tra il pubblico venuto ad assistere a un concerto al G.A.Y. di Londra per promuovere “Confession on a dance floor“. Dopo aver pubblicato le fotografie della performance sul proprio sito, Kokowski viene contattato da un’assistente del manager di Madonna che si dice interessata ad acquistare un’immagine tra quelle. E, dopo un attento ed artistico lavoro di ritocco da parte di Giovanni Bianco, la copertina è pronta.

9 Se il diavolo ci mette lo zampino

Nelle intenzioni “Devil wouldn’t recognize you” doveva essere eseguita come inedito durante il Re-Invention Tour del 2004. Sfortunatamente non finisce in scaletta né viene ripresa all’interno del successivo lavoro: il già citato “Confession on a dance floor”. Vede infine la luce grazie ad “Hard candy” e rappresenta la vera perla dell’album, nonostante la produzione di Timbaland, Justin Timberlake e Danja pare si impegni a renderla davvero troppo simile a “Cry me a river” dell’ex NSYNC.

10 Poteva essere Oscar

Dopo aver vinto due Oscar per altri con le canzoni “Sooner or later” e “You must love me”, rispettivamente firmate da Stephen Sondheim per “Dick Tracy” e da Andrew Lloyd Webber e Tim Rice per “Evita”, Madonna conquista un Golden Globe con “Masterpiece”: una ballata scritta appositamente per il suo film “W.E.” insieme a Julie Frost e Jimmy Harry oltre che prodotta con William Orbit. Grazie a questo premio dovrebbe spalancarsi la possibilità di un Academy Award: peccato risulti ineleggibile perché non compare all’interno della pellicola né come primo brano durante i titoli di coda.  

Quiz Su Madonna: quante ne sai?

Cristian Pandolfino

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Notti Romane | #QuintaDose

0

Marco Vitali, Anna Pavlop

Marco Vitali si era gettato sul letto, al buio, col cuore in frantumi.

Il lavoro che faceva e le cattive abitudini gli avevano spezzato il normale ciclo sonno veglia e non bastava qualche weekend fuori Roma a rimetterlo al mondo. Si sentiva vuoto e solo: si chiedeva cos’è un uomo e come la vita debba esser passata per dire di non averla sprecata perchè lui sentiva di starla sprecando; se lo chiedeva solo quando non c’era luce.

Non voleva che quei pensieri troppo grandi pesassero sulle sue giornate e mai, mai avrebbe voluto pesassero su Liliana. L’aveva vista, la vita, e gli era sembrato un tempo mediocre, in cui ti riduci a fare cose che non vuoi solo per campare. L’aveva vista, era così, ma combatteva ogni giorno perchè questo non trasparisse in alcun modo: cercava altro affannosamente, un divertimento plastico; sorrideva di continuo anche quando non gli andava. Liliana era giovanissima e cercava sì, di proteggerla, di non fargli vedere quelle brutture concrete che lui vedeva. Pensasse pure alla morte e al tempo, si diceva quando rimaneva solo, che non veda le brutture della quotidianità, che veda solo me mentre rido.

Le donne, beh, le donne gli erano rimaste come un vizio ancestrale, ma signori, Marco Vitali aveva sfiorato le altre solo con le parole e con pensieri leggeri e mai aveva incontrato altre labbra e altri corpi e neppure avrebbe mai voluto: aveva mandato a memoria la sensazione della bocca della giovanissima sotto i polpastrelli delle dita e qualsiasi altro contatto sarebbe stata per lui una violazione nauseabonda a quella tenerezza candida che dai baci di lei emanava.

Non prendeva sonno e si tirò le coperte sin sulle spalle perchè la stanza era diventata una stalla gelata. Forse avrebbe dovuto camminare, andare a bere qualcosa per allontanare i pensieri e senza che se ne rendesse conto, infilata una polo e un giacchetto di pelle marrone, se ne usciva dal palazzo che puzzava di bollito e calce, e già camminava sotto i lampioni di via Caffaro, con le mani infilate nelle tasche, a pugni chiusi.

Vorrei che lei mi fosse vicino, pensò distrattamente, vorrei mi vedesse davvero. Invece Liliana non lo vedeva più, lo amava per inerzia e chi fosse Marco Vitali, davvero aveva finito per scordarlo. La ricordò accanto a lui che rideva, i primi mesi di conoscenza, a San Paolo fuori le mura, seduti sui muretti. Beveva una birra dalla bottiglia, si puliva con la mano, e stringendosi al suo braccio, rideva. Si era sentito l’uomo più fortunato del mondo: poi? Dovevano essersi persi da qualche parte.

Entrò nel Bar di fiducia, salutò l’omaccione al bancone, ordinò una birra, ne ordinò un’altra, e poi arrivo Martina, una Donna di cui vi avevo già parlato.

“Ti aspettavo” le disse, guardandola a lungo.

“E io sapevo di trovarti” gli sorrise lei. Poggiò il corpo enorme nello sgabello accanto al suo, e lui le sistemò i capelli neri dietro l’orecchio.

“Non dormi?”

Marco scosse la testa: non gli importava che le altre lo vedessero triste e contrito. Ebbe la forza di chiedere lei come stesse senza ascoltare la risposta.

Nel frattempo, Anna Pavlop qualche metro più in là chiacchierava con lo stesso uomo che aveva appena versato la birra a Marco Vitali. La sua bellezza bionda aveva suscitato sguardi e invidie, anche all’una di notte; avrebbe trovato un uomo più bello e più ricco d’Emilio che l’avrebbe sposata e fatta più felice, e nello stuolo di uomini che poteva incatenare con un’occhiata l’avrebbe scovato sicuramente.

Solo che ora Anna non voleva: e cercava quasi di imbruttirsi, spegnersi quella luce che le faceva brillare gli occhi e pareva schiuderle, sino da bambina, tutte le porte del mondo. Esser belli è un peso enorme soprattutto ora che la donna più bella del mondo non vuole altro che stare sola. Allunga una banconota, si stringe l’elegante cappotto sul seno e scivola via dall’aria fumosa del pub mentre Marco la segue con lo sguardo spento.

Il marciapiede lurido vibra al tocco dei suoi tacchi, quasi come fosse solo un altro corpo vivo che, tra gli altri, la brama.

Non chiedeva nient’altro che un focolaio, una vita agiata, un bambino magari, un bambino bello come lei e intelligente come Emilio; Anna sa bene che non esiste uomo che può farla felice più di lui e si pente di quanto ha pensato poco prima.

Casa della madre è poco distante e mentre rientra pensa che, forse, per amor suo, potrebbe pure rinunciare al matrimonio. La casa profuma di pulito e saponetta, è tiepida, si sta bene: si spoglia, si sfila i tacchi, lascia che i capelli si spettinino e va a baciare la fronte della madre che respira lenta nel sonno, di là in camera.

Liliana, invece, non dorme in quella notte stregata, fissa il soffito con un terribile senso di colpa nel petto mentre Emilio, accanto a lei, è già scivolato nel sonno.

Hai perso la dose precedente?

Serena Garofalo

“L’odio”di Mathieu Kassovitz: da 25 anni “fino a qui tutto bene”

L’odio chiama odio. 

Titolo originale: La haine
Regista: Mathieu Kassovitz
Soggetto e sceneggiatura: Mathieu Kassovitz
Cast Principale: Vincent Cassel, Hubert Koundé, Saïd Taghmaoui, Marc Duret, Karim Belkhadra, Mathieu Kassovitz

Nazione: Francia
Anno: 1995

L’odio” di Mathieu Kassovitz uscì nel 1995 e fece conoscere ad una generazione le banlieue francesi e il razzismo europeo.  


Il film “L’odio”, dopo 25 anni, torna ad essere più attuale che mai. Risale, infatti, a poco più di due mesi fa la notizia della morte di George Floyd, l’ennesimo cittadino afroamericano fermato dalla polizia e morto in circostanze che accusano l’agente che lo ha immobilizzato. Ne sono scaturite diverse settimane di proteste anti-razziste negli Stati Uniti, ma anche in diversi Paesi del mondo, Italia compresa.

Ma cosa c’entra questo film francese degli anni ’90 di Mathieu Kassovitz?

Ebbene, “L’odio” è lo spaccato di una periferia parigina (quel che si chiama banlieue) in cui abitano soprattutto immigrati di seconda generazione: arabi, magrebini, africani, ebrei, cattolici musulmani. 

Nei giorni raccontati nel film la banlieue è sotto l’attenzione mediatica, per un fatto ispirato alla realtà di cronaca. Il sedicenne Abdel, dopo essere stato fermato per dei controlli, viene pestato da un agente di polizia durante l’interrogatorio. All’inizio del film è in gravi condizioni in ospedale. Da giorni la banlieue è in fiamme: gli abitanti protestano e gli scontri con la polizia sono all’ordine del giorno.

I protagonisti sono tre giovani che cercano di destreggiarsi tra pregiudizi e difficoltà economiche. Vinz (Vincent Cassel) proviene da una famiglia ebraica, è pieno di rabbia e irrequieto. Hubert (Hubert Koundé) è un ragazzo nero che cerca di vivere in tranquillità assieme alla sua famiglia. Vorrebbe diventare un pugile; ma il sogno sembra infrangersi quando, durante gli scontri notturni, la palestra che gestisce viene distrutta. Said (Saïd Taghmaoui), infine, è un giovane maghrebino. Cerca di barcamenarsi, aiutato dal fratello e da un poliziotto di origine araba (Marc Duret). Quest’ultimo cercherà di tenere tutto il gruppetto fuori dai guai.

Il problema è che Vinz, durante i tumulti, ha trovato la pistola persa da un poliziotto. Giura che la userà per vendicare Abdel, nel caso muoia.  

Con il film “L’odio” Kassovitz, Palma d’Oro per la miglior regia al Festival di Cannes, osserva la banlieue con il giusto distacco.

Non c’è compiacimento, non ci sono accuse dirette, né giudizi morali, né giustificazioni.

Allo stesso tempo, però, la bellissima fotografia in bianco e nero (che Morandini definisce “sporco e allucinato”) sembra suggerire che in questa storia non ci sono sfumature o vie di mezzo. O si sta con loro – i giovani quasi condannati dalla società e dalla politica alla marginalità e ai pregiudizi razziali – oppure si è contro di loro.

Il film è registicamente impeccabile, ha il giusto ritmo, molto serrato; lo spazio ai singoli personaggi  è equilibrato. 

Belli, rispettosi e non manieristici gli omaggi espliciti al cinema americano. Innanzitutto, c’è un già bravissimo Vincent Cassel che, davanti allo specchio, imita De Niro in “Taxi driver” di Scorsese. Poi non mancano scene ispirate a “Scarface” e a “Il cacciatore”.

“L’odio” è un film duro, ma coinvolgente. Grazie alle ottime interpretazioni, lo spettatore riesce ad amare i personaggi senza identificarsi in loro o percepirli come eroi negativi.

Un elemento peculiare del film è la lingua, il verlan, uno slang parigino qui usato come un  rap, difficilissimo da rendere nel doppiaggio in italiano.

L’attualità del film di Mathieu Kassovitz sta nella sua descrizione della società francese.

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: <<Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene>>. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”. 

Con questo breve racconto, il personaggio Hubert fa un quadro della società francese dell’epoca, in cui in realtà possono rispecchiarsi tutte le società occidentali multiculturali, anche quelle attuali, anche la nostra.

Per questo “L’odio” è un film che c’entra con George Floyd e tutte le vittime della violenza della polizia e non solo, spesso di matrice razzista, negli U.S.A., in Francia, in Israele e in molti altri Paesi.

In fondo, “L’odio” stesso non è che il film su una società che sta precipitando verso un abisso di ingiustizia, intolleranza e violenza. Per farci coraggio, ci ripetiamo che va tuto bene, in fondo. Cadere non fa male, non sembra avere conseguenze o cambiare nulla. Il problema sarà quando atterreremo.

3 motivi per guardarlo:

– perché è il film con cui il mondo ha conosciuto il talento di Mathieu Kassovitz e di Vincent Cassel;

– per la scena in cui un DJ avvolge la banlieue in una versione rap de “La vie en rose”; 

– per indignarsi di fronte all’ingiustizia sociale e alla rassegnazione dei protagonisti che cedono all’odio.

Quando vedere il film:

il momento giusto per (ri)vedere “L’odio” è proprio questo momento storico, in cui il razzismo e la violenza della polizia e delle autorità e i conseguenti movimenti di protesta sono tornati all’attenzione mediatica.

Vi siete persi il precedente appuntamento con il cineforum? Rimediate subito:

Stefania Fiducia

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

A dimora le rose, le donne del passato che hanno sfidato la tradizione

1

Non è facile parlare di un libro di Antonella Rizzo, specialmente di A dimora le rose.

La scrittrice romana, infatti, è una persona dalla profonda conoscenza, nonché una penna molta attiva, premiata in molti festival letterari. Nelle sue produzioni, molti elementi si distinguono, ma alcuni tornano, poiché cari all’autrice. Tra questi, l’attenzione alle figure storiche e la voglia di delineare i turbamenti, i pensieri e l’istinto della femminilità.

Tra le pagine di A dimora le rose, Antonella Rizzo ci offre più di un assaggio di questo.

Narrando le vicende di 5 donne del passato, l’autrice ci porta in un universo dove non solo la femminilità e la Storia si abbracciano nella ricerca di qualcosa che analizza i sentimenti e penetra i sensi, come un graffio di passione sulla pelle; ma, al tempo stesso, ci racconta come esse si siano ribellate al loro destino.

Ribellione intensa nella maniera più latina del termine, cioè una forma di riscossa verso omologazioni e tradizioni, opprimenti e costrittive, in grado di bloccare qualsiasi forma di desiderio e volontà. Tutte cose che implicano un ingrediente fondamentale: la forza.

Ecco quindi Hypatia che, in una lettera al padre Teone, inizia dicendo, parlando dei suoi pensieri:

“Seppur confusi, stipati come gli adorati volumi, in continua ribellione, io li governo tutti”.

Lei, filosofa e matematica, alla ricerca dell’Infinito, dell’essenza oltre gli astri, in ciò che scrive al patriarca nonché suo maestro, con coscienza e fermezza, non teme per se stessa, ma per ciò che il “credo” sta facendo, cioè distinguere gli uomini e, con essi, il sapere.

Si unisce a lei Plotina, moglie dell’imperatore Traiano, alla morte del marito e in seguito alla presa del potere del figlio adottivo Adriano.

È qui, in un fascia temporale sospesa, che l’imperatrice parla con una Donna del Tempo. Questa, facendosi ambasciatrice dei posteri, domanda se nella scelta ci fu inganno. La sovrana però non cede. Anzi! La sua superiorità d’animo dimostra quanto piccoli siano i “moderni”, così attaccati alla ricerca della singola emozione, ogni volta distinta e impossibile da unire ad altro. La verità però, ci dice Plotina, non potremo capirla perché:

“Tanti suoni formano una sola voce…è lo sfregare delle corde che libera l’incantesimo dell’armonia, così come le labbra umide ai flauti e i corpi nell’amore notturno”

Una forza che porta anche Marie Madelaine d’Aubray, marchesa francese del 1675, a subire delle torture nonostante abbia confessato delle colpe; o che spinge Cleopatra a sfidare tutto e tutti, pur di amare quell’uomo, il cui nome un giorno sarà sinonimo di potere. Quell’amore che va oltre il dantesco pensiero di lussuria.

Grande delicatezza di A dimore le rose, però, non è solo in ciò che viene raccontato, ma anche come.

Antonella Rizzo, tra le pagine del libro, unisce vari generi letterari, che testimoniano la sua indubbia esperienza. Poesia, testo teatrale, epistola e narrativa si abbracciano in composizioni che generano una specie di “satira”, vista anche questa nella maniera più latina.

Non quindi quello scrivere che, in maniera beffarda, “castigat ridendo mores“; ma una varietà di categorie che, creando insieme un’armonia, vengono offerte a divinità: nel nostro caso, queste 5 donne che hanno lottato col destino, pur di restare fedeli a se stesse.

Francesco Fario

Al Circo Massimo “La vedova allegra” in forma di concerto sminuisce l’operetta

0

“La vedova allegra”, celeberrima operetta di Franz Lehár, è stata in cartellone nella stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma fino al 12 agosto scorso.

Anche “La vedova allegra” ha contribuito alla stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma, ormai conclusa. 

Quest’anno si è dovuto rinunciare a far svolgere la stagione nel contesto tradizionale delle Terme di Caracalla. La scelta è caduta su un luogo non meno suggestivo: il Circo Massimo.  

Il sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma Carlo Fuortes  lo ha definito lo spazio ideale. Innanzitutto, è un luogo di festa e di celebrazione, tra i più grandi luoghi di spettacolo mai realizzati dall’uomo. Inoltre, le sue dimensioni hanno reso possibile realizzare una platea da mille posti e un palcoscenico da 1.500 metri quadrati. Ciò ha consentito di rispettare le norme di sicurezza per il pubblico e per gli artisti. Lo stesso non sarebbe stato possibile negli spazi delle Terme di Caracalla.

Ad aprire la stagione è stato “Rigoletto” di Giuseppe Verdi, nell’interpretazione musicale del maestro Daniele Gatti e con la regia di Damiano Michieletto.  Si è trattato di una versione molto discussa, proprio per le scelte registiche che si sono dovute prendere per rispettare le regole imposte dai DPCM per evitare i contagi da Covid19.

Le regole di distanziamento fisico hanno caratterizzato anche l’allestimento de “La vedova allegra”, che si è scelto di mettere in scena in forma di concerto. 

In pratica, sul palcoscenico erano presenti i musicisti dell’Orchestra e del Coro del Teatro dell’Opera di Roma, adeguatamente lontani gli uni dagli altri.

Diretti, rispettivamente, da Stefano Montanari e da Roberto Gabbiani, Maestro del coro, hanno egregiamente accompagnato i cantanti protagonisti e portato gli spettatori nel romanticismo de “La vedova allegra”. 

La trama del libretto scritto da Victor Léon e Leo Stein è nota. 

Siamo agli inizi del ‘900 a Parigi, in piena Belle Epoque e la bella Hanna Glawari (qui il soprano Nadja Mchantaf) è la vedova ed unica erede di un uomo ricchissimo dello piccolo Stato immaginario di Pontevedro. Il sovrano è molto preoccupato che Hanna si risposi con uno straniero, portando i capitali ereditati fuori dal Paese e facendone collassare le casse. 

L’ambasciatore, il barone Mirko Zeta (Andrea Concetti) e il suo cancelliere Niegus, cercano quindi di spingere la vedova tra le braccia di un connazionale, il conte Danilo Danilovich (Markus Werba) che in passato ha interrotto una storia d’amore con Hanna su pressione della famiglia, a causa delle umili origini di lei. 

Hanna ama ancora Danilo (e viceversa), tuttavia non lo vuole ammettere e cerca, anzi, di ingelosirlo.

Frattanto si intreccia la storia d’amore della moglie del barone Zeta, Valencienne (Hasmik Torosyan), con il diplomatico francese Camille de Rossillon (Juan Francisco Gatell).

La vedova allegra” è, quindi, un’operetta divertente e piena di romanticismo. Le musiche e le romanze sono molto conosciute al grande pubblico. Ma da sole, anche quando ben eseguite come in questo caso, non bastano a rendere la grandezza di questa operetta. La sua natura, infatti, è quella di un’opera buffa, dove già la presenza dei balletti è indispensabile per una messa in scena degna.

L’allestimento, privato dei numeri di danza, dei costumi, delle parti recitate dai cantanti vicini tra loro e, oltretutto, tagliato di alcune scene, non è stato convincente.

Si è voluto sopperire agli elementi a cui si è dovuto rinunciare, installando un grande schermo su cui sono state proiettate scene di film in bianco e nero dei primi decenni del Novecento (ad es. di Charlie Chaplin) con scritte da film muto per spiegare cosa accadeva tra una scena e l’altra oppure dare immagine alle parti musicale che, normalmente, avrebbero accompagnato i balletti.

Purtroppo, questo progetto visivo di Giulia Randazzi e Giulia Bellè, per quanto carino, non è bastato a non far rimpiangere allo spettatore un adattamento classico e completo de “La vedova allegra”.

Altro difetto di questa versione in concerto dell’operetta di Lehár è l’uso del maxischermo dei sottotitoli. L’operetta è stata cantata – a mio avviso giustamente – in tedesco, lingua originale in cui fu scritto il libretto. Per aiutare chi non conoscesse bene la storia e/o la lingua tedesca, sono stati installati due schermi ai lati del palco, con i sottotitoli in italiano e in inglese. Peccato che questi schermi fossero troppo piccoli per consentire a tutto il pubblico di leggere agevolmente i sottotitoli. 

Se a ciò si aggiungono i tagli effettuati alla trama, è facile immaginare che seguire l’operetta non è stato affatto facile. Ciò ha impedito di godere adeguatamente della bellissima musica e della maestria dei cantanti e dei musicisti.

Lo sforzo di creatività che il Teatro dell’Opera ha fatto per non rinunciare alla stagione estiva 2020 non può che essere apprezzato.

Tuttavia, meglio sarebbe stato abbracciare completamente la trasformazione de “La vedova allegra” in operetta in forma di concerto, lasciando la scena solo ai cantanti, all’orchestra e al coro e usando il maxischermo alle loro spalle per dei sovratitoli leggibili anche dall’ultima fila della platea. 

Ce ne saremmo rallegrati tutti di più.

Stefania Fiducia

La foto di copertina è di Yasuko Kageyama ed è tratta dal profilo Facebook del Teatro dell’Opera di Roma.

The Head: la nuova serie tv che vi lascerà col fiato sospeso

0

The Head, La Testa, è la serie tv thriller sbarcata su Amazon Prime Video ad agosto. Ecco il trailer:

Si tratta di una produzione internazionale di The Mediapro Studio, in collaborazione con Hulu Japan e HBO Asia, con la regia di Jorge Dorado e la sceneggiatura firmata da Àlex e David Pastor con Isaac Sastre.

Il cast è composto da star internazionali come John Lynch, Katharine O’Donnelly, Alexandre Willaume, Laura Bach, Tomohisa Yamashita, Richard Sammel, Chris Reilly, Sandra Andreis, Amelia Hoy, Tom Lawrence, con la partecipazione speciale di Álvaro Morte, il noto professore de La Casa di carta.

The Head: la recensione

The HeadLa testa, è una serie televisiva di genere thriller ambientata in Antartide, il luogo più remoto e inospitale della terra.

In sei puntate lo spettatore scopre, passo dopo passo, cosa è successo all’interno della stazione Polaris VI durante il lungo inverno polare, quando il sole è scomparso per sei mesi.

Un piccolo team, noto come ‘I Winterers’, è rimasto infatti alla stazione di ricerca antartica per continuare una ricerca cruciale per la lotta contro il cambiamento climatico sotto la guida del famoso biologo Arthur Wilde (John Lynch).

Con l’arrivo della primavera, però, il capo progetto estivo Johan Berg (Alexander Willaume) ritorna alla stazione e trova uno scenario da incubo: i componenti della squadra sono tutti morti o dispersi.

Sono soltanto due i sopravvissuti e la narrazione dei fatti è ovviamente affidata a loro. Le versioni dei due però non combaciano. Chi dei due sta mentendo? Dove si trova la verità? Qual è la ragione per cui una persona è stata decapitata? 

Puntata dopo puntata, flashback dopo flashback, scopriremo cosa è successo rimanendo letteralmente col fiato sospeso.

Il soggetto è indubbiamente colmo di stereotipi di genere (horror, thriller di sopravvivenza, fantascienza), tanto che lo spettatore abituato alla visione di prodotti di genere è in grado di indovinare gli eventi e di capire a metà della narrazione chi è il serial killer.

Nonostante questo la serie tv riesce ad appassionare e incollare allo schermo.

Valeria de Bari

Re Lear, il despota disperato

“Vieni, andiamo via, in prigione”

(Re Lear, atto 5, sc. 3)

Non è facile fare il capo! Vorrei vedere voi!
Son tutti bravi a criticare i Potenti – i Re, le Regine o i Capi di Stato – ma la verità cruda è che il vertice della piramide è la peggiore delle posizioni. Se solo andassimo a rileggere le fiabe! O se solo ci ripassassimo Spiderman:

“Da un grande potere derivano grandi responsabilità”.

Ma il popolo è spesso invidioso, presuntuoso ed ignorante (“ignorante”: colui che “ignora”). Persino Andreotti diceva: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Geniale considerazione. 


Ciò non toglie che la Storia non abbia realmente visto pavoneggiarsi sul trono più di un monarca cattivello, assassino, dittatore o ladro. Per carità! Ma qui non facciamo della Storia, ma una sorta di esistenzialismo shakespeariano. E, da un punto di vista dell’esperienza umana, essere  il vertice di qualcosa non dev’essere assolutamente semplice, secondo me. Un capo si prende i vaffanculi di tutti. Sa che nell’accontentare Tizio dispiacerà a Caio o viceversa. Un capo è il vertice di “qualcosa” e non di qualcuno. È il vertice di un gruppo (piccolo o grande che sia) e il suo ruolo gli impone di curare il bene di questo gruppo senza volto e dai mille volti, fatto di tanti e diversi individui che desiderano tutti cose diverse.

Questo principio è fondamentale se si vuoi capire da cosa comincia la tragedia del “Re Lear” di Shakespeare.


Come ha spiegato mirabilmente il Maestro Meryl Streep in un’intervista a proposito del suo super-bossy personaggio ne “Il diavolo veste Prada”, un capo è impopolare. Per forza. E – cosa ancor più interessante – è destinato a venir sempre in qualche modo deluso. Egli possiede per natura qualità uguali a nessuno. Ha il coraggio di comandare. Si prende la responsabilità di comandare.


Ancora una considerazione, tanto perché – si dice in giro! – io sono un tipo che pensa troppo, uno a cui piace immaginare: non mi risulta che il bambino-Lear  abbia mai chiesto di venire al mondo per far parte di una famiglia reale. Se è vero che al trono si accede per successione, quel bambino sul trono ci si è ritrovato, condannato a diventare Re. Un Re è solo uomo con una corona sulla testa. E il bambino-Lear, con tutte le insicurezze e le tenere fragilità di un piccolo, non solo non ha mai chiesto di nascere reale, ma non ha potuto nemmeno scegliere. Magari avrebbe desiderato di fare il medico, o l’insegnante o il fornaio. Magari gli sarebbe piaciuto aprire un ristorante o diventare pilota. È il più prigioniero fra gli esseri umani. Libertà zero. Personalmente non so immaginare un destino più funesto. Ma questo, forse, è un problema mio.


Insomma, come si sopravvive a tanto stress? Ci si riesce diventando il più vanesio e narcisista fra gli uomini, uno la cui generosità solare assume le macroscopiche dimensioni di un dispotico bisogno di elargire. E guai se il dono viene rifiutato! Cioè, se proprio devo fare il capo, tanto vale che io mi ami all’inverosimile e abbia di me stesso una considerazione sproporzionatissima che rasenti la mitomania. Soprattutto bisogna che gli altri mi adorino. Perché se gli altri non mi adorano, come farò io a sostenere la gravità della mia stessa forza? Se gli altri non mi adorano, come farò a sopportare il peso della mia maestà?  Così il bambino-Lear diventa King Lear, ovvero un dominatore al quale non si può dire di no, un pallone gonfiato, un uomo accecato da se stesso. Uno destinato alla più penosa disillusione. Alla disperazione.


La vita non la freghi. La vita ti condanna a fare il Re, e poi la vita ti condanna a scoprire che il re è davvero il più umile fra i servitori. La vita ti dà lo scettro e la potenza, poi ti manda due figlie false e ingrate che ti prendono per i fondelli.  Così lo scettro te lo puoi anche dare in testa.
Però la vita ti dà anche una terza figlia, una simile a te, non del tutto uguale, ma come te viscerale e sincera. Ferocemente sincera. Sincera come un lampo nella notte, la notte dei tuoi occhi ciechi. L’unica che ti tratti non da Re, ma da padre, che è ciò che realmente sei. Questa figlia non ti ama come si ama un re. Non ti venera. Ti ama come si ama un padre. E basta. Dovrebbe bastare.

La vicenda di Lear la conosciamo tutti. Non c’è bisogno che ve la racconti. Vero?

Quella figlia che ha avuto il coraggio di gridarti in faccia la dolorosa Verità, quella figlia che tu hai ripudiato e scacciato via dal tuo angusto regno di carta (la famosa “mappa” nella prima scena dell’atto primo) è la stessa che alla fine corre in tuo aiuto e va ogni oltre limite. La stessa pronta a morire per te. E infatti muore. È così che funziona il cuore, il “cardio”. È così che funziona Cordelia. L’amore sincero fa fare queste cose. Gli esseri umani sinceri si sacrificano gli uni per gli altri.
A Lear –prigioniero, uomo, padre – che tiene fra le braccia il proprio “cardio” ucciso, piano piano manca il fiato. E poi, finalmente, gli scoppia il cuore in petto. Il Re è libero di morire.

Articolo e foto di Enrico Petronio – Willy, l’esploratore shakespeariano

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno: un inno all’autenticità

0

Tratto dal romanzo di Fannie Flagg, candidato al Pulitzer 1987. La pellicola affronta, tra presente e futuro, tematiche più attuali che mai 

Titolo originale: Fried Green Tomatoes
Regista: Jon Avnet
Genere: Drammatico/Commedia
Cast: Kathy Bates, Mary Stuart Masterson, Mary-Louise Parker, Jessica Tandy, Cicely Tyson
Paese di produzione: USA
Anno di produzione: 1991
Durata: 127 minuti

Trama

Evelyn (K. Bates), depressa donna di mezza età, incontra in una casa di riposo Ninny (J. Tandy), vivace ottantenne che le racconta la storia d’amicizia, avvenuta molti anni prima, tra due donne anticonformiste: Idgie (M. Stuart Masterson) e Ruth (M.-L. Parker). Un’amicizia costruita intorno a drammatiche peripezie e momenti esilaranti. Entrambe ebbero il coraggio di non omologarsi al razzismo dilagante e alla prepotenza maschile. Un legame forte che le condurrà al Whistle Stop Café, alla fermata di un treno che non c’è più. Qui si poteva gustare la specialità locale, appunto pomodori verdi fritti. Stimolata dai racconti, Evelyn, con non poca fatica, decide di cambiare la propria vita. 

E poi, il nulla. Forse solo… il rumore del silenzio, come quello che sentono gli uccelli quando volano in alto sopra la terra respirando l’aria pura e fresca della libertà.

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno è un imperdibile cult di inizio anni 90

Film di esordio del produttore e regista Jon Avnet, ambientato in una piccola cittadina del sud degli Stati Uniti sul finire degli anni 30, rappresenta una delle migliori trasposizioni cinematografiche di sempre.

Grazie ad un cast eccezionale, il regista ha avuto l’abilità di trarre il meglio dai propri attori, i quali sembrano recitare in un assoluto stato di grazia, regalando allo spettatore la percezione di sentire tutti i personaggi vicini.   Anche le atmosfere create intorno al Caffè di Whistle Stop sono tipiche del periodo e narrano la storia di un’America che fu. Un luogo difficile, dove le differenze sociali e razziali erano molto marcate.

Una storia avvincente, delicata e a tratti drammatica, che ruota intorno alla magia della memoria che riesce a restituire un significato alla vita, anche quando tutto sembra perduto.

Grazie alla perfetta riuscita tecnica del racconto, il distacco tra la storia narrata e spettatore viene accorciato facendo emergere quella sensazione di familiare e accogliente.

 Sa.. un cuore anche se spezzato continua a battere lo stesso 

 

Il regista affronta con delicatezza e a tratti poeticità quelli che sono temi ancora attuali

Xenofobia, maschilismo, razzismo con tanto di Klu-Klux Klan e omosessualità sono i temi che maggiormente emergono da questa pellicola ma che in realtà non vengono affrontati fino in fondo. Così mentre nel libro, l’amore tra Ruth e Idgie assume una connotazione chiara; nel film la questione viene accennata con delicatezza, lasciando intuire la profonda intesa tra le due donne senza mai esplicitarla del tutto.

Grazie alla straordinaria interpretazione delle due attrici, i personaggi raccontano la vera natura del loro legame attraverso gesti e un profondo gioco di sguardi. Insomma, un vero e proprio inno alla libertà di amare ed essere se stessi sempre, senza lasciarsi sopraffare da limiti che spesso finiscono per esistere solo o soprattutto nella nostra testa.

Quella di Pomodori verdi fritti alla fermata del treno è una storia non convenzionale che mette sullo schermo tematiche, per gli inizi anni ’90, ancora delicate, come l’omosessualità, e lo affronta con delicatezza ed eleganza, senza alcuna presunzione.

Perché lei è la migliore amica che possa esistere e io la amo.

Donne ribelli e libere che sfidano le convenzioni del tempo

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno è una storia di ribellione, di paure, rassegnazione ma anche e soprattutto di tanto coraggio e complicità. 
Da un lato abbiamo Idgie, che simboleggia la voglia di contrastare un sistema ancora profondamente razzista e maschilista, di uscire fuori dagli schemi. Dall’altro Ruth e Eveline che rappresentano la rassegnazione, la pigrizia dettata dall’abitudine e la paura di cambiare. Quest’ultime proprio grazie al coraggio di Idgie riusciranno a trovare il coraggio di dare un nuovo senso alla propria vita.

In ogni epoca c’è un luogo di libertà per chi sa cercarlo o costruirlo intorno a sé

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno prova a mostrarci questo luogo. Lo fa viaggiando su due binari paralleli: da un lato siamo negli anni ’80, una giovane Evelyn grazie all’incontro e all’amicizia con Ninny – e i suoi racconti di un’America che sembra davvero tanto lontana – riesce a mettersi davanti allo specchio per prendere in mano la sua vita sconvolgendola positivamente; dall’altro lato siamo sul finire degli anni ’30, abbiamo l’amicizia tra Idgie e Ruth, due donne tanto diverse quanto simili. 
La pellicola scorre lungo un back and forth temporale secondo l’espediente del racconto nel racconto, modulando e rendendo la visione del film molto appassionante e coinvolgente che catapulta lo spettatore in un’altra dimensione.

I piani narrativi sono separati, ma allo stesso tempo profondamente simili e interconessi, dato che le stesse forze e le stesse tensioni, in contesti pur tanto diversi, scuotono le vite delle protagoniste. Una connessione mossa forse proprio da quel treno che ormai non passa più.
Le donne di Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, a prescindere dall’epoca, sono coraggiose e forti e intendono vivere con la pienezza delle proprie scelte e i propri rischi.

Il treno: quel filo rosso intorno a cui la trama viene costruita

E’ incredibile come un posto come quello, abbia visto intrecciarsi i destini di tante persone così diverse.

Il treno diventa il ponte tra due epoche lontane. Fin dai primi istanti, quando Evelyn ne sente il rumore, si comprende che quel luogo ha qualcosa di magico e quel treno rappresenta “il cambiamento”. Simbolo di un tempo che fu, il treno rappresenta sia la morte – Buddy, fratello di Idgie, perde la vita sui binari mentre cerca di recuperare il cappello di Ruth – che la vita, dopo alcuni anni sarà proprio Idgie e Ruth a cogliere l’attimo e a lanciare la loro attività proprio vicino a quella fermata del treno.

Pomodori verdi fritti, ma qual è questa famosa ricetta?

Questa pellicola mi ha da sempre incuriosita. Mi chiedevo quale fosse questa ricetta talmente deliziosa da sceglierla come titolo di un film. E allora, se non avete letto il libro o non avete visto il film, vi consiglio di provare questa deliziosa leccornia. Chissà che non vi venga voglia poi di immergervi nel racconto di Ninny:

Pomodori verdi medi 4
Uova 2
Farina 00 80
Farina di mais 80 g
Zucchero 10 g
Sale fino q.b.
Pepe nero q.b.

Lavate e tagliate i pomodori in modo da ricavare delle fette spesse circa 1 cm. A questo punto adagiatele su una gratella, salateli e lasciateli in questo modo per circa 30 minuti, così che perdano parte dell’acqua di vegetazione. In una ciotola, setacciate prima la farina di mais e poi setacciate la farina 00. Unite quindi lo zucchero e mescolate con un cucchiaio fino ad avere una miscela uniforme. In un altro contenitore sbattete le uova con il sale e il pepe. Passati i 30 minuti riprendete le vostre fette di pomodoro e passatele prima nell’uovo e poi nel mix di farine. Ripetete ancora una volta la stessa operazione. Quindi friggete, pochi pezzi per volta, in abbondante olio bollente. Una volta ben dorati su entrambi i lati, scolateli dall’olio in eccesso e posizionateli su un vassoio foderato con della carta assorbente, senza sovrapporli. Serviteli ben caldi.

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno. Conclusione 

È una storia che parla di persone autentiche che ci  ricordando l’importanza di vivere la propria vita così come siamo. È uno di quei film che inizi a vedere con il pregiudizio inspiegato, ma bastano pochi minuti per essere catapultati in un altro mondo. Scioccante e macabra è sicuramente l’inusuale piega che prende l’ultima parte della storia. 

E ricordate: TOWANDAAAAAAA!!!!

Quando guardarlo

Da guardare quando sembra che tutto sia perduto.

Tre motivi per guardarlo

  1. Per commuoversi come solo le donne sanno fare;
  2. Per ricordare che il segreto della felicità sono anche gli amici;
  3. Infine, per ricordare che non è mai troppo tardi per cambiare.

Curiosità

  1. Nel romanzo Ruth e Idgie sono più che amiche, sono amanti. Questo aspetto è stato oscurato nel film, ma in realtà ci sono numerose scene in cui questo amore viene suggerito. Come racconta anche Jon Avnet, la scena della lotta con il cibo è in realtà metafora di un rapporto sessuale.
  2. Esiste davvero un Whistle Stop Cafe che serve pomodori verdi fritti e si trova a nord di Macon, in Georgia. Dopo che il film ebbe un enorme successo, il set di Whistle Stop Cafe divenne un vero e proprio ristorante e la zona circostante fu trasformata in un’attrazione turistica.
  3. Come spesso accade nelle versioni cinematografiche, che per motivi di tempo e di narrazione sono costrette a profonde revisioni dei romanzi, rispetto al libro anche qui mancano molte storie e viene tagliato perfino un intero personaggio: Artis O. Peavey.

Angela Patalano

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Ecco il cineforum precedente!

Madonna è la Regina del Pop. Ecco i primi 10 Madonnamenti

0

Madonna è meritatamente definita la Regina del Pop: ecco 10 cose che potreste non sapere su di lei.

Regina del pop è un titolo che Madonna reclamava già nel 1984: al termine di una performance di “Holiday” dichiarava, con una sfrontatezza che sapeva più di speranza, di voler dominare il mondo. L’obiettivo è stato pienamente centrato, nonostante ormai da una decina d’anni giochi più a inseguire che ad anticipare. Su Madonna Ciccone si è sentito, visto, scritto e detto di tutto, ma è possibile ci siano cose su di lei che ancora non sappiate. Da questa premessa iniziamo con quelli che possono essere considerati i “Dieci Madonnamenti” di CulturaMente. E non crediamo saranno gli ultimi.

1 Innanzitutto il nome

A tutt’oggi, dopo quasi 40 anni di carriera, in Italia si continua a riportare quello di Madonna come uno pseudonimo. Forse perché in un Paese cattolico come il nostro sia ha una certa resistenza nel collegare realmente un tale nome a un’artista che ha sempre giocato con la provocazione. Invece è proprio il suo: la cantante lo deve alla madre, che si chiamava come lei. Madonna Fortin Ciccone muore prematuramente di cancro al seno. La figlia ha spesso legato il vuoto lasciato dalla sua scomparsa alle scelte fatte, compreso il desiderio di diventare famosa. Il suo nome completo è, dunque, Madonna Luise. Veronica è il nome scelto in occasione della cresima.

2 Successi non autografi

Like A Virgin” e “Material Girl”, nonostante siano due dei suoi brani più rappresentativi sono anche tra i pochissimi per cui non ha collaborato alla stesura e alla produzione. Il primo è stato scritto dal duo Tom Kelly e Billy Steinberg mentre il secondo è firmato da Peter Brown e Robert Rans. La produzione di entrambi è affidata al mitico Nile Rodgers.

3 La ballata che ha cambiato le regole del genere

Così è stata definita, per la struttura e la durata, “Live To Tell”. A Patrick Leonard, con cui Madonna ha già collaborato in occasione del “Virgin Tour”, son stati commissionati una colonna sonora e una canzone originale basata su di essa. Ritenendo che la partecipazione di Madonna al progetto lo faciliterà nell’approvazione, le propone una base strumentale su cui scrivere un testo. La cantante non si limita a questo ma crea la melodia e un bridge molto evocativo, oltre a incidere la demo. Nonostante l’impegno, Leonard riceve un netto rifiuto. Madonna decide di presentare ugualmente il brano al regista James Foley, che sta girando il film “A Distanza Ravvicinata” con Sean Penn, allora marito della cantante. Il riscontro è talmente positivo che a Leonard viene affidata la realizzazione dell’intera colonna sonora. Al momento di scegliere a chi proporre di cantare “Live To Tell”, è proprio lui a insistere perché sia Madonna stessa. E la sua incisione iniziale è così emozionante da rendere inutile qualsiasi altro take. Da ciò ha origine l’aneddoto per cui, ascoltando attentamente “Live To Tell” in cuffia, dovrebbe sentirsi il frusciare delle pagine del taccuino su cui è appuntato il testo. È l’inizio di una collaborazione, quella con con Patrick Leonard, che porterà Madonna a realizzare alcuni tra i brani più significativi non solo della sua intera carriera ma dell’intera Storia del Pop.

4 Michael Jackson e “La Isla Bonita”

Tutti la conoscono, eppure quanti sono in grado di immaginare “La Isla Bonita” cantata dal Re del Pop? Ma è proprio per lui che è stata pensata. Patrick Leonard, che ne è l’autore, mentre collabora alla realizzazione dell’album “Bad” gliela propone. Viene rifiutata ma accettata da Madonna, che ne modifica le melodie e scrive il testo, contaminandosi per la prima volta con gli amati ritmi latineggianti. Una adorazione che, da qui in poi, costellerà il suo percorso musicale. Altra piccola curiosità: verso la fine del video di “La Isla Bonita” c’è un cameo di un giovanissimo e allora sconosciuto Benicio Del Toro. Si tratta del ragazzo seduto sul cofano di un’auto, da cui guarda la protagonista scesa in strada a ballare per poi seguirla con lo sguardo mentre si allontana.

5 È la prima grande star della musica americana ad attivarsi pubblicamente nella lotta all’AIDS

L’incasso di uno dei suoi concerti newyorkesi del 1987, compreso il merchandising, va all’AmfAR (The Foundation for AIDS Research). Al pubblico partecipante viene regalato, inoltre, un opuscolo a fumetti dove si danno corrette informazioni sulla diffusione dell’HIV. Una decisione non solo importante ma anche coraggiosa in un’epoca dove c’è molta confusione sulla trasmissione del virus dell’HIV e relativi pregiudizi. Un contributo educativo che continua con l’album “Like A Prayer”, al cui interno è stampato un memorandum a riguardo. Persino nell’introduzione dello scandaloso libro fotografico “Sex” c’è un invito a utilizzare sempre il preservativo.

6 Nel video di “Like A Prayer” non c’è un Gesù nero

“Like A Prayer” è un album tanto perfetto da spingere la rivista “Rolling Stone” a definirlo enfaticamente «close to art as pop music gets». Nel video che accompagna la title track, il cui contenuto è capace di suscitare le reazioni più disparate persino dal Vaticano, la statua che si anima non è un Gesù nero, come spesso erroneamente indicato. Si tratta, invece, di Martin de Porres: il protettore delle razze miste. Un dato essenziale per guardare al filmato per ciò che è, oltre l’apparente provocazione dell’estasi religiosa condita da stimmate del personaggio interpretato da Madonna: una vera e propria sfida al suprematismo bianco, con tanto di croci che bruciano tipiche del Ku-Klux Klan.

7 La “scoperta” di Herb Ritts regista di videoclip

Madonna e il celebre fotografo di moda sono amici da tantissimi anni. Nel 1989 lei decide arbitrariamente di affidargli la regia del video per “Cherish”. Ritts tenta di rifiutare dicendo di non sapere nulla su come si gira, lei risponde che “ha un paio di settimane per imparare”. Non solo il risultato è delizioso: senza non crediamo sarebbe mai esistito l’iconico filmato per “Wicked Game” di Chris Isaak.

8 “Vogue” b-side di “Keep It Together”

Dopo aver contribuito musicalmente alle versioni singolo sia di “Like A Prayer” sia di “Express Yourself” e remixando con successo il tutto, Shep Pettibone viene in un certo senso promosso da Madonna. È lui che l’affianca nella stesura di uno dei suoi più grandi trionfi, non solo musicali ma anche culturali: “Vogue“. L’obiettivo iniziale è un inedito da accoppiare al lancio dell’ultimo 45 giri dall’album “Like A Prayer”. Il risultato è così esplosivo che quelli della Warner Bros decidono di farne il singolo di lancio per il nuovo lavoro in cantiere: “I’m Breathless”.

9 Madonna scrive a Federico Fellini, che rifiuta

È al regista italiano che, nel 1992, la cantautrice chiede di dirigere il video per “Rain”. Lo fa attraverso una lettera scritta a mano: un metodo utilizzato spesso per ottenere ciò che vuole. Fellini cortesemente declina, con quella che la cantante descrive “una risposta educata nella sua inconfondibile grafia”. Che incornicia e tiene nella sua casa di New York accanto ai quadri di Tamara De Lempicka. Al suo posto è scritturato Mark Romanek, mentre il compositore Ryuichi Sakamoto interpreta il regista.

10 Il sì del presidente Menem

La trasposizione cinematografica di “Evita”, celeberrimo musical firmato dal duo Tim Rice – Andrew Lloyd Webber, ha una gestazione particolarmente lunga: circa vent’anni. Alan Parker accetta di dirigerlo nel 1994, dopo aver rifiutato nel 1979. Madonna insegue questo ruolo dalla fine degli anni ’80. Ha fatto di tutto per ottenerlo: mandare una lettera scritta di proprio pugno e lunga 4 pagine al regista insieme al video di “Take A Bow”, dove interpreta un personaggio il cui look è ispirato a quello della Peron; fatto infinite ricerche sulla first lady, aver visitato i luoghi chiave della sua vita e incontrato chi l’ha conosciuta; preso lezioni di canto per esserla all’altezza della parte; sopportate tutta una serie di preconcetti e critiche prima ancora che il film sia finito oltre a essere oggetto di diverse manifestazioni locali di protesta. Poi scopre che il progetto di cui è protagonista, insieme ad Antonio Banderas e Jonathan Pryce, non ha ottenuto il permesso di girare la scena chiave del film – quella in cui Evita intona “Don’t Cry For Me Argentina” – presso il balcone della Casa Rosada. Si tratta dell’autentico palazzo presidenziale, che sorge a Buenos Aires: recitare quella parte affacciandosi esattamente da dove lo faceva Evita in persona è una suggestione troppo grande per Madonna. E non intende rinunciarvi. La sua mossa? Per discuterne si incontra privatamente a cena Carlos Menem, l’allora presidente dell’Argentina. E, ovviamente, vince lei.

To be continued...

Cristian Pandolfino

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Notti Romane | #QuartaDose

0

Emilio Galdani, Liliana Rinaldi

Emilio Galdani se ne stava seduto in poltrona e notava che, da quando Anna Pavlop l’aveva infine lasciato, la casa sembrava caduta in uno stato di penombra perenne. Non c’era stata che una giornata di sole, il giorno di santo Stefano. Piovigginava pigramente dalla prima mattina, dal cielo gonfio, e la pioggia gli sembrava si incollasse dappertutto, sulle pagine di Guerra e Pace che aveva abbandonato sulla scrivania, sulle sue annotazioni scarabocchiate, sul sigaro spento: tutto gli sembrava desolato, come l’avesse lasciato a metà. Solo che, e questo Emilio Galdani notava, seduto in poltrona, nulla era stato lasciato a metà, quello, senza Anna, era solo l’ordine naturale delle cose, destinate ad essere ferme, immutabili, sospese in quella pioggia impalpabile. Giacevano sulla scrivania, trascurate come il resto, le missive di Liliana.

Emilio non era triste, non avrebbe saputo esserlo, ma era distratto, pensoso. La ragazza gli aveva scritto parole di giovinezza ruggente: dalla grafia corsiva leggermente inclinata a destra sembrava espandersi un calore bruciante. Voglio che lei legga quello che scrivo, diceva, voglio sapere se le piace. Io l’ammiro molto, continuava, ma poi Emilio smetteva di leggere perchè non gli interessava più: ne riceveva fin troppa di posta ed era quel che odiava dell’essere così stimato, quel dover essere per forza reperibile, sempre gentile e ben disposto. No, Emilio non lo era ben disposto, e se aveva detto a Liliana di portargli i suoi testi, l’aveva fatto solo per concessione, per sfinimento, perchè lei si era presentata come la ragazza che ha urtato per fuggire dai giornalisti, per quella grafia che macchiando il foglio gli aveva infastidito gli occhi. Guardò distratto l’orologio, nell’ultima missiva si accordavano per quel giorno per un quarto alle dodici, sarebbe stata lì a momenti. Si portò alla finestra, ispirò quell’aria ripulita dai continui temporali, e sapeva del colore degli occhi di Anna: un profumo chiaro, puro.

Bussò, la fece salire. Liliana aveva avuto per Emilio la sensazione di squarciare una tela: così si era sentita, squarciata, e dopo aver letto le cose che il Galdani aveva scritto, e le era parso di leggerle con la sua voce, quella ferita le sembrava accresciuta. Diceva cose giuste, cose che alle volte lei neppure capiva, e in quel non capire c’era una fascinazione ulteriore, di qualcuno che poteva dire e pensare in modo più difficile di lei. Rivederlo la tormentava, dargli da leggere qualcosa scritto da lei sarebbe stato il contatto intimo che con quella mente più bramava, ed ora stava lì, impalata, le mani coperte dalla giubba troppo grande.

“Bene, Liliana. Finalmente ti conosco.” disse Emilio, rimettendosi a sedere sulla sua poltrona. Si lasciò scivolare sulle spalle scarne una copertina rossa. Invecchiava così velocemente.

“Sono molto felice di vederla” sussurrò Liliana a cui la voce sembrava strozzarsi in gola. “E mi perdoni la mia insistenza ma tenevo particolarmente a..”

Emilio fece un gesto sbrigativo della mano come a dire: si, ho capito, e con la stessa mano dalle dita lunghe e scheletriche, facendola quasi danzare in aria, le fece cenno di passargli i fogli.

Liliana pensò fosse bello, un uomo in miniatura, vecchio nel volto quasi precocemente, e d’altra parte aveva pensato fosse bello anche solo nel leggerne le parole, prima ancora di averlo visto bene. Gli passò i fogli con le mani che le tremavano, scritti a mano. Emilio si alzò, non la guardò più per un paio di minuti, gli occhi gli erano diventati frenetici, li vedeva passare impazziti da una parte all’altra, e ancora, ancora..

“Non si capisce, la tua scrittura, Liliana.” commentò poco dopo, posando il manoscritto sul ripiano più vicino “Ma neppure la mia.” Poi le disse che era brava, invece, e davvero lo pensava. Ebbe l’impressione che le parole le districassero una matassa cerebrale e, tiepidamente, in maniera poco distinta, ebbe la voglia di tuffarsi nella sua testa.

La pioggia aveva lasciato un’aria umida e odorosa di terra e Emilio le chiese se volesse andare a fare una passeggiata al mare. Si vergognò nel chiederglielo, lei si vergognò nel dirgli sì: entrambi vinsero la vergogna per quella voglia che, d’improvviso, li costringeva a star insieme. Passarono il viaggio in macchina in un silenzio d’imbarazzo: era una situazione in effetti fuori luogo. Avevano forse dieci anni di differenza e si conoscevano appena ma quando apparve il mare, da lontano, avvolto in una foschia grigia, le cose sembrarono andar meglio. Lui le aprì la portiera, lei lasciò che lo facesse. Emilio camminava quasi leggero, sembrava che non toccasse terra, si grattava la barba rossastra con due dita e continuava a non parlare.

“Davvero, sei brava.” disse, come a riprendere un discorso “Le tue parole sono un balsamo.”

“Anche le tue.” disse Liliana, d’istinto. Era un piacere scoprirsi sfacciata.

“Le mie parole sono soltanto un fiume in piena.”

Liliana non lo pensava ma non glielo disse, ma gli disse altro, e ora pareva anche a lei di stare mezzo metro da terra, con i piedi non toccavano la sabbia umida, e avevano smesso di sentire il respiro stanco del mare, erano solo l’uno nella parole dell’altro, e volteggiarono così sospesi nelle vibrazioni delle corde vocali e dei pensieri. Così, è così che ci si innamora, in questo stucchevole dimenticarsi di essere, nella barba rossiccia di questo qui, nelle sue spalle scarne, nei suoi occhi nervosi, nel suo corpo magrissimo. A Liliana bastarono un paio d’ore.

Emilio non so dirvi se si innamorò, né in quell’occassione, né nelle settimane successive che i due continuarono a vedersi per motivazioni di poco conto. Giocavano il gioco più antico del mondo: quello dell’attrazione dei sessi e lo mascheravano con tocchi fugaci, apparentemente casuali,sguardi brevi, con non facciamo nulla di male.

Ma Liliana sapeva come le batteva il cuore. A Marco non disse nulla e non ebbe niente da ridire neppure quando lui le comunicò che sarebbe partito con la sua migliore amica un paio di giorni in montagna Ebbe una fitta rapida allo stomaco ma le passò subito, come la puntura di uno spillo.

Serena Garofalo

Hai perso L’ultima dose?

Conoscere la lingua Italiana: breve storia tragicomica

0

Un padre difficile: il Latino

L’italiano, lingua nostra, è per noi uno straniero: lo usiamo tutti i giorni, storpiandolo alle volte clamorosamente, e quello- se avesse forma umana sarebbe un signore sui quaranta, con i primi capelli bianchi e poche rughe d’espressione attorno agli occhi- ci guarda disincantato.

Iniziamo dalle origini, come in ogni biografia che si rispetti: nasce dal latino. O meglio: nasce dalla morte del latino. Voglio dire, come una vera e propria fenice. Successe infatti che, dopo la caduta dell’impero romano, non rimaneva più nessuno che lo imponesse dall’alto e, con l’arrivo dei barbari, le loro lingue si mescolarono inevitabilmente a quelle locali.

Ne derivò una lingua ibrida, non definita, che diventava ogni giorno sempre più diversa da quella che era stata, passando da bocca in bocca.

Per tutto il Medioevo la chiesa custodì gelosamente un latino ormai solo scritto, nei documenti, nei trattati: ma non c’era più niente da fare. Ormai il latino era solo per pochi eletti rilegato all’ambito scritto mentre la vivacità del parlato era ben altrove.

La lotta per l’autonomia

Questa lingua nuova ancora senza nome, affiora- sempre nel Medioevo- in varie pratiche documentarie spicciole, atti notarili di gente ignota, in graffiti e mosaici. Diamo una data di compleanno: è il 960 e il giudice Arechisi, un giudice campano, redige la sentenza di un processo di interesse territoriale usando il latino, com’era usanza, e il volgare campano. E’ la prima volta in cui abbiamo la certezza che l’italiano sia usato come lingua autonoma, ben separato dal latino. Il nostro bambino è ormai nato.

Adesso che è nato, serve qualcuno che, in questo bambinetto ci creda. Dante ci crede, ci crede come un folle, quando tutto il resto degli autori continua ad usare il latino. Dante, al volgare, dedica una vita e alla fine scrive la Commedia. Un successo clamoroso che sembra dire: questo è quello che la nuova lingua può fare, signori miei!

L’italiano-fiorentino

Devono passare due secoli dopo l’entusiasmo di Dante, prima che l’italiano conquisti il cuore dei nostri.

Succede grazie ad un’opera particolare: Le prose della volgar lingua di Pietro Bembo. Ve la faccio breve. Bembo aveva capito l’esigenza pratica degli scrittori: pur ammettendo infatti di voler usare il volgare invece del latino, quale volgare d’ Italia andava usato? Come se, oggi, vivessimo in una realtà di soli dialetti. Quale di questi è bello abbastanza da essere usato come lingua? La risposta che diede la immaginate: il dialetto di Dante e degli altri due grandi che scrissero con lui, Petrarca e Boccaccio. Che si imitino loro, quando si vuol parlare l’italiano.

Che si parli il fiorentino quando si vuol parlare l’italiano!

La soluzione di Manzoni

Il problema, lo capirà subito il lettore attento, è che in Italia non si era tutti fiorentini. Il fiorentino doveva quindi uscire dai suoi confini naturali, combattere contro tutte le altre parlate ed imporsi.

Ci provò l’Accademia della Crusca che a partire dal Seicento iniziò a sfornare un vocabolario dietro l’altro suggerendo le parole che erano state dei trecentisti (Petrarca, Dante, Boccaccio), ci provò Manzoni, nell’Ottocento. Non a caso, l’autore riscrisse la sua opera per tre volte, nel tentativo di trovare una lingua che gli sembrasse giusta, che potesse essere parlata da tutti. La situazione, nel mentre, si era aggravata: ormai neanche più i fiorentini, a distanza di cinque secoli, parlavano la lingua di Dante e Manzoni lo capiva bene. I Promessi Sposi che leggiamo oggi, l’edizione di cui l’autore fu soddisfatto, sono scritti nella lingua che i fiorentini parlavano nell’Ottocento e non, come Bembo aveva suggerito, nel Trecento.

Tempi moderni

Nel mentre, in quello stesso secolo in cui Manzoni scriveva e dopo, l’italiano arrivava nelle scuole del nuovo regno d’Italia. Fu istituito l’obbligo scolastico perché tutti imparassero almeno a leggere e scrivere. E quello che non potè la scuola, lo fecero la televisione, la radio e i giornali del secolo dopo. L’italiano ormai arrivava sin nelle case, aveva preso la forma prima degli slogan fascisti e poi di quelli pubblicitari, era diventato l’italiano dei film di Totò, delle prime trasmissioni Rai.

Soprattutto era diventato la lingua d’Italia, senza più ostacoli.

Serena Garofalo

Piccolo America: cinema all’aperto a Roma per Ferragosto 2020

Se lo smart working o il Coronavirus vi tengono nella Capitale questo Ferragosto 2020, ecco un’idea per trascorrere a Roma questa serata!

Sabato 15 e domenica 16 agosto, al Parco della Cervelletta:

Ferragosto al Cinema con il Piccolo America

Sabato 15 agosto, ore 00.00:

“THE BLUES BROTHERS”, di John Landis (1980, 132 min)

[PROIEZIONE A SORPRESA]

Domenica 16 agosto, ore 21.15:

Il Premio Oscar PAWEL PAWLIKOWSKI, in videocollegamento presenta:

“COLD WAR”, di P.Pawlikowski (2018, 89 min)

A Ferragosto Il Cinema in Piazza è pronto a raddoppiare la sua offerta sullo schermo di Tor Sapienza. Al Parco della Cervelletta infatti, sabato 15 agosto a mezzanotte avrà luogo la proiezione a sorpresa del restauro in 4K del cult “The Blues Brothers”, di John Landis (1980, 132 min). Il Ferragosto cinematografico del Piccolo America, proseguirà nella serata di domenica 16 agosto con il film “Cold War” (2018, 89 min), presentato dal Premio Oscar Pawel Pawlikowski, il quale causa Covid sarà ospite in videocollegamento dalla Polonia. 

Sabato 15 agosto, dopo la proiezione in prima serata (21.15) del film “Dead Man”, di Jim JarmushI Ragazzi del Cinema America mantengono acceso il proiettore per il cult “The Blues Brothers”, film extra previsto a Tor Sapienza per la mezzanotte. La commedia musicale di John Landis, interpretata da John Belushi e Dan Aykroyd nei panni dei fratelli Jake e Elwood Blues, impegnati a salvare il collegio cattolico che li ha cresciuti dal fallimento, è una delle pellicole più significative della storia del cinema, complice il grande cast di musicisti tra cui si annoverano star del soul e del R&B come, James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin e tanti altri. A cristallizzare nella memoria di tutti i due fratelli in abito e occhiali scuri, è anche la travolgente colonna sonora che è entrata nella storia della disco music mondiale.

Domenica 16 agosto, alle ore 21.15, sempre sotto le stelle di Cervelletta, non mancherà l’arrivo dell’ospite internazionale (anche se virtuale) previsto in programma. Dalla Polonia sarà collegato il Premio Oscar Pawel Pawlikowski – assente causa Covid, così com’è stato per Tony Kaye, anch’egli presente tramite videocollegamento – , pronto a presentare il suo “Cold War”, storia ambientata negli anni’50, che vede un direttore musicale innamorarsi di una cantante, cercando di convincerla a fuggire dalla Polonia comunista per trasferirsi in Francia. Il film riceve tre nomination agli Oscar 2019, tra cui quella nella categoria Miglior Film in Lingua Straniera.

PH Francesco Marchini 

Nostalgia anni ’90: undici canzoni per raccontare un decennio

0

Ecco una playlist nostalgica per raccontare la musica degli anni ’90, un decennio intenso, ricco e contraddittorio in cui si sono avvicendati stili e generi diversissimi: dal grunge al brit-pop, dalla musica elettronica al pop delle boy band.

Web Story: tappa le playlist!

Questo articolo rientra nella web story dei migliori articoli sulle playlist pubblicati da CulturaMente: dai un’occhiata!

Quei tormentoni anni 90…

Dicono che sia fisiologico: una mattina ti svegli, scopri di avere trent’anni, rabbrividisci alla sola idea di essere un giovane adulto e si palesa la nostalgia per i tempi in cui eri giovane e basta. Erano i lontani anni ’90: in televisione c’era Beverly Hills, il mito delle ragazzine era Ambra Angiolini che cantava a Non è la Rai, su internet si navigava a 56 k, i videoclip si guardavano su Mtv, le uniche scarpe socialmente accettabili erano gli anfibi, la musica si ascoltava in radio o col lettore CD.

Poi se a Natale siamo tutti più buoni a settembre siamo tutti più tristi e la playlist nostalgica viene spontanea.

Vi starete chiedendo perché pubblicare una lista con undici canzoni? Ve lo spiego subito. La mia intenzione iniziale era quella di selezionare dieci brani, uno per anno dal 1990 al 1999. La matematica non è un’opinione. Ma poi quando mi sono trovata a dover scegliere tra una canzone dei Blur e una degli Oasis non sono riuscita a prendere una decisione e così la playlist è di undici canzoni.

Undici canzoni indimenticabili degli anni 90

1990 Enjoy The silence – Depeche Mode

Enjoy the silence è tratta da Violator, l’album che trasforma i Depeche Mode in star, grazie a un sound inconfondibile fatto di suoni sintetici e ritornelli killer:

All I ever wanted all I ever needed
Is here in my arms
Words are very unnecessary they can only do harm

1991 Smells like teen spirit – Nirvana

Smells like teen spirit è il secondo brano di Nevermind, album dei Nirvana che tutti ricordiamo per la copertina in cui un neonato nuota nudo in una limpidissima piscina. Secondo la rivista Rolling Stone, non solo il brano fa parte della classifica dei 500 migliori brani di tutti i tempi, ma addirittura rientra a far parte della top 10.

1992 Friday I’m in love – The Cure

1993 Creep – Radiohead

Contenuto nel primo album dei Radiohead, Pablo honey, Creep  è un brano famosissimo che è diventato inno di una generazione.

But I’m a creep, I’m a weirdo,
What the hell am I doing here?
I don’t belong here.

Non è un caso se ne esistono innumerevoli cover, tra cui quella italiana di Vasco Rossi. Il brano è tornato a far parte delle scalette dei concerti della band nel maggio del 2016, quando i Radiohead, che non suonavano la canzone dal vivo dal 2009, l’hanno proposta in un live a Parigi.

1994 Girls and boys – Blur/ Live forever – Oasis

Negli anni ’60 la domanda era: Beatles o Rolling Stones? Negli anni ’90 è diventata Oasis o Blur? Io, mi sembra evidente, non sono riuscita ancora a scegliere. Voi?

1995 Lemon tree – Fool’s Garden

Oltre a essere stata la colonna sonora dello spot di un limoncello nel 1997 Lemon Tree è il pezzo pop per eccellenza: ha un motivetto orecchiabile, un testo semplice e un ritornello facilmente memorizzabile. La mia Prof di inglese l’ha usato in una delle sue lezioni per insegnarci dei termini nuovi. Un grande risultato per una band tedesca che ha scritto un testo in lingua straniera sbancando le classifiche europee.

I wonder how, I wonder why
Yesterday you told me ‘bout the blue blue sky
And all that I can see is just a yellow lemon-tree

1996 Wannabe – Spice Girls

Le Spice sono un fenomeno di costume: cinque ragazze, Victoria Adams, Melanie Chisholm, Melanie Brown, Emma Bunton e Geri Halliwell, meglio conosciute come Posh, Sporty, Scary, Baby e Ginger. Io, da ragazzina, avevo eletto a mio modello femminile Victoria e, col senno di poi, ora avrei dovuto avere un marito bellissimo, che ovviamente non ho.

Wannabe è il singolo con cui le Spice esordiscono e sbancano. Mi immagino sempre Posh che canta a David:

If you wanna be my lover, you gotta get with my friends
Make it last forever, friendship never ends
If you wanna be my lover, you have got to give
Taking is too easy, but that’s the way it is

1997 Smack my bitch up – The Prodigy

Smack My Bitch Up è un brano controverso e che, a suo tempo, ha creato diverse polemiche. La band è stata accusata sia per il testo che conterrebbe messaggi duri e brutali rivolti alle donne sia per il videoclip caratterizzato da un alto tasso di violenza. In ogni caso si tratta di una canzone che ha fatto storia.

1998 La bomba – Ricky Martin

Che dire? Ricky faceva ballare e sognare le ragazzine degli anni ’90.

Boom, boom, dando media vuelta
Boom, boom, otra vuelta más
Boom, boom, y en cada esquina
Nena dame más

1999 The small things – Blink 182

E poi sono arrivati gli ironici Blink che, per All the small things , realizzano un videoclip-parodia dei video realizzati da band come i Backstreet Boys e gli ‘N Sync. Idoli! All the small things è il brano che permetterà alla band di esibirsi in posti più affollati di un teatro o di un club, assicurandone il successo.

Late night, come home, work sucks, I know
She left me roses by the stairs, surprises let me know she cares

Valeria de Bari

Ascolta la playlist anni 90 su Spotify

Altre Playlist Anni Novanta

Canzoni che compiono 20 anni nel 2019

Revival Dance Anni Novanta

Musica Rock anni Novanta

Rap anni Novanta

Quiz: quanto ne sai sulla musica anni 90?

Dulcis in fundo, dopo i quiz di cultura generale, ci siamo scatenati…