Notti Romane | #PrimaDose

Emilio Galdani

Emilio Galdani è un uomo dall’espressione scura. Così si limita a descriverlo chi l’abbia mai visto, solo così d’altra parte potrebbe mai essere descritto: le sopracciglia fini fini spesse volte ravvicinate in quel pensare continuo, le labbra piccole, quasi grigie, gli occhi affossati nel viso magro. Un aspetto mediocre, se non brutto. Anzi, Emilio Galdani è brutto, per dirla tutta, e nessuno ha mai capito come abbia potuto conquistare il tenero cuore di Anna Pavlop, la donna più bella del mondo, sua compagna e convivente da poco meno di un anno. Quello che bisogna ammettere è che Emilio è un uomo che sa parlar bene: quando sta lì con una gamba accavallata con eleganza sull’altra, in qualche occasione mondana o nel raccoglimento tiepido di casa sua con pochi amici, e inizia dunque a parlare, tu non vedresti mai com’è magro, com’è scavato, com’è brutto, Emilio Galdani. Ovvio che l’uomo, accorto com’è, decide di parlare solo quando lo ritenga necessario: preferisce di gran lunga il silenzio e la meditazione, lontano dal clamore.

E’ il 16 Dicembre del ’69 e dalla sua finestra vede una damina che entra nel maestoso ingresso di Villa Borghese, spingendo una carrozzina. Il vento fa tremare gli alberi ed Emilio osserva che sia davvero una pessima scelta portare a spasso un bambino con quel tempaccio che ha messo. Niente è una buona idea in questo periodo di terrore: ripensa con lucidità alle immagini di Piazza Fontana. A Emilio piace pensare di politica. Pensare, parlare meno. Quella non è politica, osserva a se stesso.

C’è un’ atmosfera di immobilità e nella casa è caduta una penombra come di silenzio e la percepisce tanto più si allontana dalle imposte aperte. Attraversa il salone, segue i singhiozzi di Anna, la trova seduta sull’orlo del letto, le mani bianche a coprire la faccia e lo scempio degli occhi arrossati e lacrimosi. Che scena patetica! Non poteva pensare altro, lui così amante del calibro, dell’introversione, davanti alla manifestazione estrema del dolore, il pianto. Tanto più se è un pianto di donna di cui lui non si ritiene colpevole. La sua valigia è poggiata in terra, perfettamente allineata ai piedi di lei: a Emilio piace quell’inaspettata perfezione geometrica.

“Dunque andrai via?” chiede, ed ha il tono di chi chiede per sapere solamente, senza un’ombra minima di dolore. Signori, Emilio Galdani, ossia un uomo bruttissimo, non ha dolore quando la donna più bella del mondo decide di lasciarlo, nelle fosse assurde del suo corpo scheletrico. I singhiozzi di lei si fanno più forti, preme con le punte delle dita bianche le guance incipriate tanto da lasciarsi segni giallastri. “Sei tu che non vuoi sposarmi!” esplode, urlando quasi, ripiombando in picchiata nei suoi gemiti pietosi. Emilio si accomoda accanto a lei, sul loro letto, le poggia una mano sul ginocchio. Anna Pavlop ha sempre avuto profumo di Donna, un sentore che l’uomo, lui pure scrittore, non ha mai potuto spiegare razionalmente. Ne inspira a pieni polmoni e vorrebbe chiederle davvero quale sia quell’odore che si porta dietro ovunque, che lascia sulle cose che tocca ma ha sempre creduto che certe cose bisogna solo pensarle, e non vanno chieste mai. Emilio ama ancora profondamente la sua compagna: la conosce; ne conosce la mani, la curva del collo, i nei che ha sulle spalle ma no, non la sposerà.

“L’hai sempre saputo cosa penso sul matrimonio” la guarda con dolcezza, vagheggia la speranza di baciarne le labbra, ma realizza che non vorrebbe baciarla così e lo terrorizza l’idea di sentire sulla sua lingua il sapore salato delle lacrime. “Ti sei messa con un uomo sperando di cambiarlo, Anna?”

Non ottiene risposta; la donna ha preso l’usanza di non rispondere mai alle sue invettive, ai suoi discorsi, perchè spesso non li ascolta o, quando fa lo sforzo di ascoltarli, non li capisce. Non so dirvi, lettori, perché Emilio Galdani ed Anna Pavlop si fossero innamorati pur essendo così dissimili ma così era stato, e così era ancora, nonostante ora lei lasciasse finalmente l’appartamento ed andasse a stare dalla madre per quel matrimonio che le era stato negato. Era cresciuta a Roma con i racconti della madre: le raccontava di quella Russia lontana in cui era nata e poi giocavano assieme ad immaginarla bella, vestita da sposa, i lunghi capelli biondi raccolti all’indietro. E ora dalla madre tornava a dire che quell’uomo che si era detto innamorato perdutamente di lei, che l’aveva arricchita, le aveva regalato gioielli e un tenore di vita sconosciuto alla famiglia d’origine, si rifiutava di farla moglie e realizzarle quell’ultimo sogno. Emilio spesso le diceva che sembrava un capriccio di una bambina: e il matrimonio era per lui, d’altra parte, solo quello.

Anna ha lasciato la casa da qualche minuto, ed Emilio rimane in ascolto del vento che ulula dalla finestra, rimasta aperta nel salotto: infila il cappotto grigio, poggia sui capelli radi un cappello di stoffa e si avvia lentamente verso Villa Borghese. Ha messo un tempaccio, non è una buona idea, prova a dirsi, mentre il vento gli soffia addosso con rabbia. Il parco è deserto, Emilio ha perso di vista pure la donna con la carrozzina, gli pare di essere solo non lì ma in tutta Roma.

Anna non è andata via davvero, tornerà. Ha solo bisogno di tempo, tornerà. Ripensa a quelle ciglia chiare di sole che le schermivano gli occhi vividi, le labbra pallide e biancastre, un guizzo d’improvviso gli fa eco nello stomaco: che sia tristezza? Emilio la conosce, la tristezza, ma la conosce solo per scriverla; non che voglia viverla davvero.

Un uomo gli passa accanto con un sorriso disarmante – il più bel sorriso sulla terra, pensa lui – e tiene per mano, una mano grossiccia e rosea come quella d’un maiale, una bambina. Uno scricciolo di poco più di un metro, le spalle incurvate come a tollerare un masso, le guance rosse dal freddo. Emilio si ferma su una panchina e rimane a guardarli meglio, sorride del suo sbaglio: è una ragazza, forse appena oltre l’adolescenza, ma qualcosa nel viso le è rimasto estremamente infantile.“Devo prendere il treno per tornare a casa.” la sente che dice al ragazzone davanti a lei. “Ho da studiare.”

Lui si premura di raccoglierle meglio la sciarpa attorno al collo, si allunga a poggiarle un bacio tra i capelli. “Ti porto sino in stazione?”

La ragazza scuote la testa leggermente, si allontana senza ricambiare il bacio.

Ad Emilio ricorda la maniera in cui Anna se n’è andata, senza un bacio.

Fonte: https://serenagarofalo8.wixsite.com/umanotroppoumano/post/notti-romane-capitolo-primo

Serena Garofalo

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